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Storia di muri e di donne che amano gli alberi

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Sono sopravvissuti all’atomica di Hiroshima, ma non è chiaro se scamperanno agli effetti collaterali di una lite tra condomini finita in tribunale. Il futuro resta un’incognita per i tre ginkgo biloba e l’ailanthus piantati quarant’anni fa nel cortile del condominio ‘Il vialetto’ al 144 di viale Cavour. Vivere o morire ora va oltre la volontà degli inquilini che si sono battuti a loro difesa. Oggi dipende dall’esito di un tavolo tecnico e, soprattutto, dalla capacità degli alberi di reagire all’amputazione di alcune radici utili ad ancorarsi al suolo. La soluzione di taglio parziale era stata concordata in virtù di un’intesa con cui si pensava di salvaguardare la vita delle piante e, contemporaneamente, permettere il rifacimento del vecchissimo muro di cinta pericolante. “Quando si è fatto l’accordo probabilmente nessuno aveva ben chiara la grandezza delle radici emerse dopo lo scavo utile al rifacimento del muro – dice l’agronoma Stefania Gasperini –. In realtà per come sono andate le cose e per l’importanza dell’intervento subìto, la stabilità degli alberi dovrà comunque essere testata e nel caso aiutata con qualche puntello. Nessuno vuole rischiare un crollo interno a un condominio dove passano le persone”.

Mutilati, obbligati a una condizione contraria alla natura e del tutto inconciliabile con la primavera, gli alberi aspettano. Non sanno di essere stati giudicati responsabili della malformazione del muro e condannati in prima istanza a essere abbattuti. Aspettano ignari del fiume di parole e delle tante carte bollate a cui è legato il loro destino di alberi di città a rischio estinzione. Aspettano, vivi e poco vegeti, inconsapevoli degli oltre 40mila euro pagati dagli inquilini de “Il Vialetto” per il rifare il muro come richiesto dai confinanti de “Il Giardino” e della sentenza di appello con cui il giudice ha sospeso la loro esecuzione.

Fin dalle prime ore del mattino di ieri alcuni inquilini, in rappresentanza di una parte di assemblea condominiale, hanno presidiato le piante per scoraggiare gli operai della ditta incaricata dei lavori. “Non si sa più che fare – dice il responsabile Rossano Felloni – Uno dice di andare avanti l’altro di fermarsi”. Allarga le braccia, ma di rimettere la terra per riparare le radici non se ne parla.

“Invece di una colata di cemento armato bastava una siepe”, suggerisce l’ambientalista Sergio Golinelli, accorso sul luogo della singolar tenzone. “Sarebbe sufficiente una copertura o un archetto per permettere alle radici di trovare il loro spazio”, incalza Angela Buono, munita di delega condominiale di quelli del Vialetto per controllare lo stato dei lavori.
Nessuna soluzione – se non quella di riavere il muro integro – è invece la posizione di Giovanni Vitali de “Il Giardino”, presente insieme all’avvocato Giuliano Onorati. “Secondo l’accordo raggiunto avrebbero dovuto mettere le radici in sicurezza, ma non l’hanno fatto”, taglia corto. E’ una questione di muri, di recinti e foglie da ripulire. Storie di condomini di provincia, dove il tempo è ancora un benefit a misura d’uomo.

Qualcuno invoca la necessità di un altro muro, ben diverso da quello abbattuto nell’attesa di alzarne uno nuovo fiammante, che l’avvocato David Zanforlini, rappresentante insieme al collega Federico Carlini de “Il Vialetto”, vorrebbe invece identico al vecchio. Uguale anche nell’anomalia della pancia e nelle fondamenta ‘leggere’ anziché corazzate come lasciano intendere le gabbie calate nello scavo. Un ritorno al passato giusto per preservare le piante dall’ormai prossima colata di cemento armato. In fondo, è sempre questione di muri. “Proprio di fronte a questo – indica un signore che da anni vive al Vialetto – c’era un muretto, era vecchio ed è crollato da solo, non c’è stato bisogno di alberi”.


fotoservizio di Monica Forti

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