16 Febbraio 2014

Storia di nonna Dolenes e di gente per cui ‘la religione vera era la vita’

Riccarda Dalbuoni

Tempo di lettura: 3 minuti

luciano-curreri

Luciano Curreri, nato a Torino nel 1966 e vissuto per molti anni nei dintorni di Ferrara, lavora all’estero, insegna lingua e letteratura italiana all’università di Liège, eppure, quando scrive di Quartiere, la parlata ferrarese sintetizza ancora un pensiero che in altro modo non potrebbe essere detto.
Quartiere non è un quartiere (Amos edizioni, 2013) è un racconto di una terra vicino a Portomaggiore e della sua gente, di una famiglia e di una donna, la nonna Dolenes, che hanno accompagnato Luciano Curreri nella sua crescita. Tutto è ricordo, ma è anche presenza di chi non c’è più, gancio con un passato che non si abbandona.

Il racconto inizia con un volo in deltaplano da cui Curreri vuole guardare il suo paesaggio, quello che da bambino vedeva attraverso una zanzariera. Dall’alto è diverso, ci vuole più coraggio, ma si abbracciano molte più cose.
Curreri, perché il volo e non un altro modo per riattraversare quelle terre?
“Avevo bisogno di riprendere il contatto con un contesto che non era più il mio, il volo è stato come delegare un alter ego che potesse distaccarsi e aiutarmi a ritrovare i luoghi dove ero stato, animati da persone che li rendevano concreti”.
I luoghi sono legati, appunto, alle persone, in particolare alla nonna Dolenes che, nel racconto, è insieme saggezza popolare, focolare, grande maestra, una donna per cui, lei scrive, la religione vera era la vita.
“Mia nonna mi ha insegnato che in ciascuna difficoltà c’è sempre un’opportunità vitale, è una visione del mondo dinamica, proiettata in avanti. Ho ricevuto questa eredità di pensiero trasmessa da una donna che non ebbe una vita facile. Per lei che aveva perso il marito da giovane e non si era mai risposata, un inciampo era cosa da nulla. Riuscì a compiere la sua missione di educazione della figlia e del nipote, io. La religione vera, per lei, era la vita e il suo lavoro era la migliore preghiera che conoscesse. Il volo che ho fatto, quindi, è stato un viaggio per rivedere il territorio dove sono cresciuto e dove non sono riuscito a riportare mia nonna per un suo ultimo viaggio nel 2004, prima che morisse”.
Il racconto è un ricordo del passato che, però, dialoga con un io del presente. In che rapporto sono?
“La memoria, purtroppo, oggi è di plastica e a breve termine. Nel racconto ho tentato di agganciarmi con la memoria a un ricordo vivo e sincero, a una parte di vita vissuta in mezzo a quelle persone. È un ricordo attivo, un omaggio a un mondo che non c’è più in alcune sue componenti, una società fatta di identità non scalfita, di rispetto, di slanci. Oggi sono cambiate tante cose, tutto è illuminato, non c’è più il buio, non c’è più il silenzio”.
Lei parla, a un certo punto, di libertà del lettore. In cosa il lettore è libero?
“Mi sono chiesto se sia meglio un lettore sedotto e affascinato o un lettore libero. Preferisco che l’approccio sia libero, chi legge deve essere libero di riconoscersi in un persorso universale, libero di ricordare a sua volta, libero di leggere Quartiere per frammenti, smontandolo come crede”.
Com’è finito quel volo?
“Mi sono un po’ sporto e sono precipitato giù… a sbiciclettare, a saltare i fossi, con la Dolenes”.



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L’autore

Riccarda Dalbuoni

È addetto stampa del Comune di Occhiobello, laureata in Lettere classiche e in scienze della comunicazione all’Università di Ferrara, mamma di Elena.
Riccarda Dalbuoni

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