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Rosso ferrarese con ferita aperta

La chiesa di San Francesco è una tra le più belle di Ferrara: enorme, l’esterno tutto in cotto inframezzato da qualche lesena in marmo e due morbide e grandi volute sulla facciata, come riccioli che si posano sulle tempie. La mattina il sole le scalda l’ampia e robusta schiena, la sera le colorisce il volto rivelando tutto il suo splendore. Tuttavia questa chiesa è anche tra le più danneggiate dal terremoto del maggio 2012. Inagibile ancora oggi, come la maggior parte dei beni monumentali del centro storico, porta i segni di quella sciagura soprattutto nella parete posteriore esterna: come si può vedere in foto, sono ben visibili diverse crepe, tra cui una lunga quanto l’intera arcata.

Fondata dai Francescani fin dagli anni in cui il santo fondatore era in vita, la chiesa di San Francesco viene ricostruita nel 1494 da Biagio Rossetti su incarico del Duca Ercole I d’Este.

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Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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Tre anni fa.
La foto di oggi…

20 e 29 maggio 2012: le due scosse di terremoto che hanno colpito la nostra città e la nostra regione.
E’ stato un tonante memento mori per la bellezza della vita, dell’architettura e del paesaggio. Niente è per sempre e ogni cosa preziosa va protetta, come se potessimo perderla da un momento all’altro.
Il terremoto ha scosso profondamente gli animi, è un sentimento da non perdere.

E’ stato anche un duro colpo per l’economia, ne abbiamo parlato lunedì in un incontro in biblioteca Ariostea organizzato dalla nostra redazione, per chi non c’era, abbiamo pubblicato il racconto [leggi].

OGGI – IMMAGINARIO CITTA’

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Dopo il terremoto.
La foto di oggi…

“Ri-Scossa, Ferrara a tre anni dal terremoto fra ricostruzione e ripensamenti”.

A pochi giorni dal doppio anniversario del terremoto del 2012, la redazione di Ferraraitalia in collaborazione con la Biblioteca Ariostea, dedica un incontro alla ricostruzione.

A che punto sono i lavori? Saremo un cantiere infinito? Ne parleranno oggi alle ore 17, Virna Comini, presidente dell’Associazione guide turistiche di Ferrara e Provincia, l’architetto Andrea Malacarne di Italia Nostra, il professor Aniello Zamboni e l’ingegner don Stefano Zanella, rispettivamente direttore e vice dell’ufficio per i Beni culturali ecclesiastici.

Una curiosità: questa foto è stata usata all’indomani del terremoto dal sito internazionale dell’Unesco per dare la notizia del danni alla città. Qui la notizia che uscì il 22 maggio 2012 [leggi].

OGGI – IMMAGINARIO CITTA’

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foto di Stefania Andreotti
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Oggi si recita: Molière in bicicletta

Io riscontro dovunque solo vili lusinghe
Ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento;
Non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo
Di mandare all’inferno tutto il genere umano

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locandina del film

Dopo il successo ottenuto con Le donne del 6º piano, Philippe Le Guay ci stupisce ancora con un film molto originale che ci presenta una vera e propria rilettura del Il Misantropo di Molière.
Il regista ha dichiarato, in alcune interviste, che l’idea è nata discutendo con l’attore Fabrice Luchini, qui grande interprete, che gli parlava in continuazione dell’opera del celebre commediografo francese e del contrasto tra i personaggi di Filinte e Alceste. Da qui lo spunto.
Il celebre (ex) attore teatrale Serge Tanneur (un bravissimo Luchini), ritiratosi dalle scene, conduce una vita solitaria sull’Île de Ré, nel nord-ovest della Francia, collegata con la città di La Rochelle tramite un ponte lungo tre km. Qui, vive come un eremita, in una vecchia casa fatiscente che ha ereditato da un lontano parente, godendo solo di lunghe e spensierate passeggiate in bicicletta.
Quando arriva la richiesta del collega, Gauthier Valence (noto attore di fiction) di tornare a recitare ne Il Misantropo di Molière, Serge si trova di fronte a una difficile decisione: da una parte, non vorrebbe tornare sui suoi passi, ma dall’altra, sente che la solitudine lo ha reso molto (troppo) simile al personaggio che deve interpretare…

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una scena del film, le prove de Il Misantropo di Molière

Tanneur potrebbe essere disposto a tornare a recitare solo se avrà il difficile ruolo di Alceste, a suo avviso, il più difficile e sfidante di tutto il teatro francese, ma Valance vorrebbe che interpretasse invece Filinte, che però “ha solo cinque scene”. I due decidono così di alternarsi ogni volta nel ruolo, e così faranno anche durante le prove della prima scena, che proveranno in modi diversi per svariate volte, quasi interrottamente per cinque giorni. E intanto, noi godremo nell’ascoltare le parole e le riflessioni sui versi alessandrini di dodici sillabe di un Alceste misantropo, insopportabile, a volte antipatico e saccente, ma sempre integerrimo, leale a un proprio ideale di purezza senza compromessi, per nulla incline alle smancerie e alla piaggeria di chi vuol farsi benvolere a ogni costo; un uomo che odia la frivolezza, i cuori volatili, fedele in amore, fortemente devoto.
Filinto, suo amico, è uomo di mondo, conosce le debolezze altrui e l’intima fibra del cuore umano e sa che questo volge inesorabile all’accomodamento, alla via di mezzo, al perdono complice.
I due amici-colleghi-rivali-antagonisti rispecchiano le psicologie dei personaggi che interpretano con grande intensità e passione: Serge/Alceste è ombroso, scontroso e lunatico; Gauthier/Filinto è piacente, amabile viveur; Serge/Alceste è un devoto del grande attore teatrale Louis Jouvet e perfezionista, allo stremo, nella recitazione; Gauthier/Filinto non si interessa affatto della dizione; Serge/Alceste è spiantato; Gauthier/Filinto è benestante; Serge/Alceste crede ancora fortemente nei princìpi; Gauthier/Filinto no.

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Una scena del film, con Celimene arriva l’amore

Tutto pare filare liscio finché arriva la bella e affascinante italiana Francesca/Celimene. E l’incantesimo si rompe. L’amore che sembra rivitalizzare e far rinascere, almeno per un momento, Serge/Alceste, alla fine però incrina tutto. Rimette in gioco un equilibrio che già era precario, facendo cadere l’instabile castello di carte.

 

 

 

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una scena del film, le scorribande in bicicletta

Bellissime sono le scorribande in bicicletta. Le sequenze su due ruote sono tra i momenti più divertenti e spensierati della commedia. Le pedalate di Serge e Gauthier sono occasione di confidenze, chiacchiere e scherzi, con la complicità di una malmessa bicicletta, senza freni, che gioca brutti scherzi alternativamente a uno e all’altro. E la pedalata a tre con Francesca è un momento liberatorio e felice che ricorda quella di Jules e Jim, di Truffaut.
La colonna sonora del film comprende musiche realizzate da Jorge Arriagada, la canzone italiana Il mondo, di Jimmy Fontana, e quella francese La bicyclette, di Yves Montand.
Ma tornando ai nostri personaggi, non possiamo non notare come il rigore di Serge sia, in fondo, egoista, invidioso e meschino, mentre Gauthier ci appare indulgente, tollerante, con una vitalità imperfetta, che però lo rende più simpatico e piacevole oltre che migliore e meno narcisista.
In una delle scene finali, Serge, che si reca alla festa in suo onore, in bicicletta, vestito in abiti seicenteschi, con un bel cappello piumato, riaffermerà la sua rigorosa psicologia. Davanti a tutti, reciterà il disinganno di Alceste che, ora, è anche il suo, un disinganno davvero terribile:

Troppe perversità troppo malanimo
Io chiuderò i rapporti con il prossimo
Troppo dolore le disgrazie portano
Tirandosi da parte più si sopportano
Poiché gli umani azzannan come lupi
Traditori! Non morirò nei vostri antri cupi

Mentre Gauthier avrà la sua rappresentazione teatrale, nel ruolo di Alceste, ora finalmente suo, Serge finirà solo, davanti a un tramonto sull’Atlantico, a declamare gli ultimi versi definitivi:

Ormai detestate l’umana natura…
Sì, per me è una spaventosa sciagura.

di Philippe Le Guay, Francia 2012, commedia 104 mn; con Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa, Laurie Bordesoules, Camille Japy, Annie Mercier, Ged Marlon, Stéphan Wojtowicz, Christine Murillo, Josiane Stoléru, Edith Le Merdy.

Maria di Magdala del Bononi: una ‘cronista’ ai piedi del crocifisso

Il terremoto del 2012 in Emilia ha gravemente danneggiato chiese, musei e opere d’arte. Se si viaggia attraverso le zone colpite dal terremoto come i territori a sud di Ferrara, si vedono diverse chiese ancora sbarrate dai nastri rossi e bianchi della Protezione civile. Alcune, rimaste chiuse per molto tempo, sono di nuovo agibili (purtroppo non la chiesa di San Francesco, la mia preferita a Ferrara). E di continuo vengono riesposte al pubblico opere d’arte che sono state faticosamente restaurate per mesi, come è avvenuto al dipinto “Crocifissione con santa Maria Maddalena” di Carlo Bononi.

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Carlo Bononi, Crocifissione con santa Maria Maddalena“ (1616 ca. ), Ferrara, Chiesa delle Sacre Stimmate

Ho avuto modo di scoprirlo di recente, in una piccola mostra di capolavori ferraresi restaurati dopo il terremoto. Mi ha colpito in particolare la figura di Maria Maddalena, completamente sola, ai piedi di Gesù crocifisso. In tante, forse nella maggioranza delle raffigurazioni della crocifissione, si vede un gruppo di persone in lutto ai piedi del crocifisso, e spesso tra di loro si trova, in un angolo, anche il committente del dipinto. In questo dipinto di Bononi invece vediamo soltanto Gesù e un’unica persona addolorata e in lutto. Forse questa scena della crocifissione è esteticamente fin troppo bella. Si vede un “bellissimo corpo del Cristo”, come scrive il curatore, il mantello di Maria Maddalena dall’eleganza e dai colori magnifici. La composizione dei colori è di un seducente calore mediterraneo che contrasta con il dolore di Maria Maddalena, mortalmente triste. Ma ancor più della forma estetica, forse non armonizzante con il motivo del dipinto, mi ha affascinato questo prototipo di scena di una persona abbandonata da Dio e dagli uomini. Maria, prostrata da una tristezza infinita ai piedi della croce, non può far altro che avvinghiarsi muta e piangente al palo di legno su cui Gesù, forse l’unica grande speranza della sua vita, rende l’anima a Dio e la abbandona definitivamente. In questo momento, nel suo infinito dolore, è completamente sola, infinitamente distante dal mondo là fuori, che Bononi ha accennato in lontananza, all’orizzonte dietro al crocifisso, con i contorni di un piccolo paesino.
Di Maria di Magdala si legge nei vangeli che fosse posseduta dal demonio, che fosse una peccatrice, una prostituta, ma allo stesso tempo fu anche colei che, insieme ad altre due donne, testimoniò che il giorno di Pasqua il sepolcro di Cristo era vuoto. Fu lei che, per usare parole moderne, assunse il ruolo di cronista di un grande evento per gli altri, coloro che non sapevano ancora del fatto del sepolcro vuoto e che forse non ci potevano o non ci volevano credere. Chi vuole può perfino collegare questo episodio ai doveri dei giornalisti di oggi in qualità di cronisti.

Secondo la tradizione cristiana però Maria di Magdala non è la patrona del giornalismo investigativo, bensì delle peccatrici penitenti e dei traviati, degli scolari e degli studenti, dei prigionieri, dei produttori di profumi e ciprie. Forse anche per questo Bononi ha rappresentato la sua versione di Maria Maddalena, ancora addolorata ai piedi di Cristo crocifisso, con tale eleganza.

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