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Cinque flop e cinque top del 2017 ferrarese

Un altro anno è passato e con l’inizio del 2018 ci si guarda indietro tirando un po’ di bilanci.
Quasi finite oramai le festività natalizie, ci si può finalmente sedere tranquilli e riflettere su quello che c’è stato di buono in quest’anno andato e cosa invece non ha portato benefici. Tirando qualche somma, anche per Ferrara si può provare a stilare una piccola – e personalissima – classifica su ciò che è rientrato nei top e su cosa invece è rientrato nei flop.
Iniziamo, come nella migliore tradizione, con ciò che non è andato.

5. I 12 del Gad
Non potevamo non partire con l’operazione ‘Strade sicure’ intraprese anche a Ferrara. Purtroppo non è tanto intrinseco nella presenza dei soldati il flop, ma nel aver voluto affrontare un problema semplicemente nascondendolo, trasferendolo, con gesti di forza. Bocciato.

4. Calotte
Le idee sono tutte belle, la messa in pratica un po’ meno. Quella delle calotte è stata una vicenda a lungo trattata dai giornali: tra disfunzioni delle stesse e cattive abitudini dei cittadini, sembra che la ‘normalità’ stia tornando. Speriamo bene. Da migliorare.

3. Igor il serbo/russo
La vicenda la conoscerete tutti. Lui è stato il personaggio dell’anno, in negativo. Ha tenuto tutti con il fiato sospeso per 2 anni in pratica. La cattura in Spagna ha fatto emergere una rete di conoscenze messe al vaglio ora dagli investigatori. Pessima figura delle forze dell’ordine italiane, culminata con l’esclusione della rivista on-line Estense.com dalle comunicazioni dell’arma dei Carabinieri, per ripicca verso un loro articolo. Da non ripetere.

2. I famigerati 51 gradi
Quest’estate è stata segnata da un caldo record, come record sono state le temperature segnalate da insigni giornali. Purtroppo c’è un dato da aggiungere: la temperatura percepita non esiste. Quindi chi ha addirittura parlato di 51 gradi, ha semplicemente investito sulla paura e sul sensazionalismo. Meteoterrorismo.

1. Il caso Bartolucci
Una tristissima vicenda, dove a fallire è stato tutto un sistema che ha portato alla morte di tre persone. Ne ha parlato anche Ferrara italia (qui per chi non ricordasse cos’è successo). Agghiacciante.

Passiamo ora, dulcis in fundo, agli avvenimenti positivi che hanno segnato questo 2017 ferrarese.

5. Internazionale a Ferrara
Semplicemente il Festival, quello con la F maiuscola. Uno dei vanti che, appunto, rendono questa città ‘Internazionale’ ogni anno. Sempre verde.

4. Il numero aperto all’Università
Due le facoltà coinvolte, biologia e biotecnologie. Tantissimi studenti, introiti per l’economia e vivacità per la città. Unica pecca gli alloggi. Da espandere.

3. La Spal in serie A
Qui credo di non dover aggiungere davvero nulla. Un sogno da continuare a vivere.

2. Il ‘nuovo’ Meis
Un fiore all’occhiello al pari delle Mura e del Castello. Un monumento ad un popolo spesso poco conosciuto, un luogo di cultura che ha visto, all’apertura, addirittura la presenza del Presidente della Repubblica. Magnifico.

1. Il Palaspecchi
Qui credo di aver spiazzato un po’ di gente. Si perché, pensandoci bene, questo dovrebbe rientrare nella top dei flop. Ma c’è un tentativo, sotto gli occhi di tutti, di correggere un enorme errore. Il primo posto è sulla fiducia, sulla speranza che lì, finalmente, nasca qualcosa di buono. Incrociamo le dita.

castello-fuochi

DIARIO IN PUBBLICO
L’ultimo giorno del 2017

E finalmente l’ultimo giorno è arrivato.
Di un anno che, nel definirlo strano, suona perlomeno eufemistico.
Lo ammetto. Son superstizioso nei numeri e quello che è appena terminato è, da sempre, da me riconosciuto foriero, se non di disgrazie, di spiacevolezze. Ho tentato perfino di adeguarmi alla numerazione civica che inesorabilmente lo marchiava a lettere di fuoco nella mia casa di Firenze: alla fine mi son deciso a vendere l’appartamento. Poco intelligente? Potrebbe darsi, ma visceralmente ineludibile.

Ma cominciamo dagli eventi o meglio avvenimenti (che noia la sacralità dell’ ‘evento’!) che hanno siglato Ferrara e i suoi abitanti.
Certamente l’avvio dell’attività del Meis, il museo dell’ebraismo italiano, con la bellissima mostra sui primi mille anni della presenza ebraica in Y–tal-ya, l’isola della rugiada divina, o l’interessante mostra su Carlo Bononi al palazzo dei Diamanti, un pittore minore che ha il merito di saper raccontare i rapporti strettissimi tra le diverse soluzioni pittoriche del primo Seicento. Una mostra didattica, che se non esplode nei numeri secondo la nuova necessità delle esposizioni e del museo, raccoglie l’invito non a confinarsi nell’evento, ma a far ragionare sul concetto di Storia che dovrebbe essere la prima necessità del ruolo delle istituzioni culturali.
Si è dignitosamente provveduto a svolgere con rigore scientifico le celebrazioni per i centenari di Ariosto e di Bassani. Si è provveduto con inusuale tempismo a sanare le ferite inferte al Centro studi bassaniani, colpito dalle infiltrazioni di umidità che minacciavano di deturpare oggetti, stampe e quadri esposti, tanto da permettere una ri-apertura finalmente sicura nel gennaio del 2018. Procedono alacremente i lavori di restauro di monumenti e chiese colpiti dal terremoto. Le associazioni culturali pur riscontrando un calo significativo tra gli iscritti (non è un mistero che l’associazionismo culturale fa leva soprattutto sulla fascia di iscritti d’età matura o vecchia, mentre sempre più difficile diventa il reclutamento in quella giovanile) svolgono con dignità il loro compito. Nascono nuove e lodevoli iniziative legate al teatro, alla cultura, alla musica. E’ ormai assodato che le punte di Diamante (tanto per usare immagini ferraresi…) della nostra cultura risiedono in due istituzioni di altissima qualità: il Teatro Comunale Claudio Abbado e la Biblioteca Ariostea. Entrambi presieduti e diretti con oculatezza e lungimiranza. E occorre qui dare il benvenuto al nuovo direttore artistico di Ferrara Musica Dario Favretti che tanto in questi anni si è adoperato per tener fede a un concetto di alta levatura culturale da affidarsi alla nostra maggior realtà musicale. Quanto alla funzione operata in città della Biblioteca Ariostea dobbiamo essere grati al dottor Enrico Spinelli, che in questi ultimi anni con un piglio da ‘burbero benefico’ è riuscito a mantenere l’altissimo ruolo della maggior istituzione culturale ferrarese. E sarà veramente una perdita se le istituzioni non penseranno a un recupero di questa esperienza dopo la sua imminente andata in pensione. E’ notizia delle ultime ore il debutto nel concerto viennese di capodanno diretto da Riccardo Muti della giovanissima danzatrice Adele Fiocchi, ferraresissima e figlia del caro amico Fabrizio, vice preside (uso una terminologia antica) del Liceo Classico Ariosto.
Poi la Spal. Ma lì non oso metter bocca e parole vista la mia incompetenza a riconoscer gli eroi della domenica.

Mi accorgo, comunque, nell’elencare le virtù cittadine come siano cambiati, giustamente, clima e motivazioni.
Ferrara è stata colpita da inusitate tragedie a cominciare dalla vicenda della banca Carife, segno di una (posso dirlo?) stupida presunzione e di falsa fiducia sull’economia che tutto può. Nell tragedia è mancata perfino la grandeur di altre disastrose vicende che hanno alimentato rotocalchi di bassa lega e importanti analisi tecnico-scientifiche. Tra gli errori commessi perfino quello di ‘piccole’ soluzioni forse dettate da ciò che da sempre hanno governato la nostra ‘ferraresità’: rancorosità e stizza senza differenza tra una parte o l’altra della distribuzione politica.
Poi le buone cose nel recupero di monumenti e ambienti lasciati in abbandono e recuperati sotto l’urgenza del scisma e un programma poliennale che dovrebbe premere l’acceleratore sul nostro patrimonio culturale, vero e necessario volano delle promesse future del nostro territorio.

Lentamente mi appresto a ritirarmi dai troppi impegni che giovanilmente ( helas!) ho voluto mi accompagnassero in questi anni. Alcuni resteranno immutabili e imprescindibili, in quanto per me fare l’‘umarel’ che osserva e commenta non basta. Ma come insegnava la scuola medica salernitana cercherò di affrontare i problemi culturali ‘lento pede’. Frattanto buone feste anche se per me funestate dall’Incendio del castello che NON capirò mai; ma ‘de gustibus non est disputandum”.
Il maestrino stavolta senza penna…
Gianni Venturi

Brexit, Trump e referendum costituzionale:
quello che i media non dicono

Giusto un anno fa si guardava all’immediato futuro sapendo che tra i vari appuntamenti dell’agenda politica occidentale ci sarebbero stati tre grandi appuntamenti: il referendum inglese, l’elezione del presidente Usa e il referendum sui cambiamenti costituzionali in Italia. Pochissimi allora si aspettavano l’esito che c’è stato: per molti il responso delle urne ha rappresentato un brusco risveglio e un’amara delusione. Un esito tanto più inatteso quanto più chiaro e massiccio era stato l’orientamento dei media mainstream nel sostenere l’opzione risultata poi sconfitta dal voto dei cittadini.

La triplice sorpresa ha in qualche modo ridimensionato le attese degli spin doctor e ha messo in risalto come il potere di orientamento delle opinioni e delle scelte da parte dei media non sia ancora in grado di decidere completamente l’esito di un elezione che si presenti come un opzione secca (si/no, A vs B) se i cittadini sono motivati e si sentono toccati direttamente dall’evento.
Osservando le tre elezioni dall’Italia si nota forse un tratto comune che collega questi tre esiti apparentemente così distanti, un tratto che i commenti dei media mainstream e del pensiero unico dominante hanno accuratamente sottaciuto, attribuendo l’imprevisto risultato al populismo, all’ignoranza, all’egoismo, a errori di comunicazione, all’intromissione di potenze esterne (come nel caso Usa) e ad altre improbabili cause. Fatto è che dalle urne è uscito un responso chiaro che dovrebbe essere preso assai seriamente.

Per capirlo bisogna fare un piccolo sforzo e mettersi nei panni di quelle persone, classi e gruppi sociali, che più di altre stanno subendo gli effetti culturalmente spiazzanti del capitalismo trionfante e che hanno subito le conseguenze drammaticamente concrete dal punto di vista economico di una crisi che dura ormai da otto anni.
Per capirlo bisogna mettere un poco in discussione l’ideologia economicista imperante (e gli assiomi intoccabili sui quali essa si fonda) e il potere particolarissimo della finanza a livello mondiale. Il mercato – che di questa finanza è l’espressione più nota – non solo viene quotidianamente celebrato ma ha assunto un status di neutralità del tutto simile al tempo metereologico: finanza, profitto, economia sono diventate componenti di un’ideologia universale di stampo quasi religioso, indiscutibile nel suo schema di funzionamento.
Spiazzamento culturale (con le pratiche di omologazione consumista globale e i flussi di migrazione senza controllo), impoverimento economico (con allargamento delle differenze e delle disparità), celebrazione ideologica del sistema di mercato (con l’indebolimento del potere statale e la distruzione del welfare) sono i tre poli attraverso i quali si possono rileggere gli esiti elettorali.

In questa prospettiva, c’è qualcosa nell’attuale modello di sviluppo del capitalismo che sta mettendo fuori gioco milioni di persone, creando sommovimenti assolutamente drammatici che non sembrano toccare minimamente le elite occidentali che hanno sostenuto negli ultimi anni il processo di globalizzazione. In Italia i dati ufficiali – quelli che considerano periodi più lunghi che poco interessano i media – sono impietosi: drammatico allargamento della distanza tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, impoverimento vertiginoso della classe media, disoccupazione e mancanza di lavoro, milioni di persone a rischio povertà, tagli sistematici e crescenti allo stato sociale, limitazione del potere dello stato inchiodato all’obbligo prioritario e costituzionale del pareggio di bilancio e quindi ormai legato e succube dei diktat della finanza, massicci interventi per tutelare e salvare le banche. Flussi migratori ormai senza controllo, perdita dell’identità culturale e contemporaneo rafforzamento dei fondamentalismi. Bombardamento mediatico che celebra ogni forma di consumo, cambiamento obbligatorio.
Appare in tutta evidenza che una parte consistente della popolazione (in Italia sicuramente ma anche in buona parte dell’occidente) sta pagando un prezzo molto alto per la globalizzazione; ed è in gran parte da questo elettorato composito che sono scaturiti i risultati sorprendenti del 2016. Risultati che dicono ciò che i media mainstream non possono e non vogliono dire; risultati che attestano una reazione forse confusa, spaventata, a volte rancorosa, spesso irrazionale, non organizzata, ma sicuramente lecita (fintanto che ci sarà diritto di voto universale) e comprensibile, a un sistema politico che ai loro occhi non è più in grado di mantenere le proprie promesse; un sistema che ha da tempo abbandonato ogni difesa dei diritti sociali e civili (esemplari in tal senso i tentativi di riforma della Costituzione) per cavalcare esclusivamente i diritti personali associabili più alla figura del consumatore che a quella di cittadino. Facile per le élite ‘progressiste’ e i loro numerosi sostenitori bollare tutto questo come populismo, ignoranza, razzismo, o peggio ancora. Facile per le élite ‘conservatrici’ cavalcare questa insoddisfazione profonda e diffusa. Facile per entrambe giocare i rispettivi ruoli (di potere) ben sapendo che i veri decisori (le elite finanziarie, economiche e militari) stanno dietro le quinte e non sono eletti da nessuno.
Assai più difficile capire che l’economia (e a maggior ragione la finanza) non è neutra: necessità invece di regole, di leggi e norme, si fonda su assunti e su valori che consentono di generare quella fiducia che è indispensabile a far funzionare la società prima ancora che gli scambi.
A fondamento e a governo dell’economia ci deve essere una società organizzata, una cultura viva, una polis, uno Stato capace di orientare l’azione verso un tema condiviso, un principio, un obiettivo che sia superiore rispetto a quello del capitale e del profitto: uno Stato capace di produrre bene comune, equità, giustizia, tutela dei più deboli senza cadere nello statalismo, nell’assistenzialismo o nel dirigismo.

Si può leggere – a pensare in positivo – una forte richiesta di senso dietro gli esiti delle votazioni, l’esigenza di superare un modello dominante che si è rivelato incapace di rispondere alle sfide del presente e del futuro, l’inadeguatezza di un’ideologia che riduce la società e la cultura all’economia e al mercato, l’insufficienza di un epistemologia sociale che fa dell’economia e della finanza l’unica verità oggettiva. Ma questo passaggio che è assolutamente politico, richiede interpreti in grado di comprendere le diverse istanze della società civile, pensatori capaci coniare nuovi concetti, leader in grado di elaborare e portare avanti programmi alternativi, cittadini responsabili ed impegnati.
Se la partita è ancora aperta, se dalla clamorosa sconfitta elettorale di un certo modo di condurre gli affari del mondo potrà nascere un cambiamento positivo, ce lo dirà il 2017.

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