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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Il valore dello studio tra impegni presi e promesse mancate

Tra Stato e cultura, storicamente, non è mai corsa buon acqua, spesso a scapito della cultura costretta a soccombere di fronte allo Stato. Già all’epoca del suo discorso “Sull’avvenire delle nostre scuole”, Nietzsche supponeva che si potesse ribaltare questo destino. Il fatto è che in ogni tempo, tanto più oggi, si contrappongono due azioni: da un lato l’impulso verso la massima estensione della cultura e, dall’altro lato, l’impulso a sminuirla e indebolirla. Quando però su tutto continua a dominare l’ignoranza, quella che la cultura dovrebbe contribuire a curare, a vincere è sempre la seconda azione.
Ora, siccome la cultura è dei soloni, dei professoroni e dei giornaloni, l’ignoranza s’è rifatta il vestito e indossa i panni degli uomini e delle donne al governo.
Tra l’altro, questo è un paese dove parlare con competenza di scuola e di studi è da sempre stato difficile anche per i ministri, se poi viene a mancare la familiarità con gli articoli della Costituzione, i primi ad essere scordati sono proprio il 33 e il 34 che, guarda caso, normano la materia nella Repubblica fondata sul lavoro.
A chi vorrebbe istituire commissioni per supervisionare i contenuti scientifici dei palinsesti televisivi, va ricordato che, in virtù del citato articolo 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Pertanto niente MinCulPop, se qualcuno nuovamente ne fosse tentato.
Il quinto comma dello stesso articolo invece recita, per i folgorati dalla abolizione del valore legale dei titoli di studio: “È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini di scuola o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”.
In sostanza, volendo condurre in porto simili aspirazioni, non so quanto estemporanee, e comunque al momento fuori contratto, il governo dovrebbe passare per una riforma costituzionale, che, dalle esperienze pregresse, pare non porti molto bene.
Tuttavia sorprende come in un paese da decenni in declino economico, con la minore percentuale di laureati tra i paesi dell’Ocse, si riesca al massimo a concepire simili ricette e, sventolando la bandiera del cambiamento, si faccia il verso a passati dicasteri del tipo Gelmini o al tanto vituperato governo Monti. Ma evidentemente la destra, anche se giallo-verde, alla fine torna sempre lì, avendo carenza di materia grigia.
L’intelligenza suggerirebbe che di questi tempi, dove la differenza la fa la qualità del capitale umano un po’ ovunque in tutto il mondo, occorre investire in più istruzione e più conoscenza. Ne scriveva nel non troppo lontano 2009, in un libretto prezioso e ancora attuale, Vincenzo Visco, pubblicato da il Mulino: “Investire in Conoscenza”, per la crescita economica e le competenze per il ventunesimo secolo.
Ma questo governo pare prediligere una gestione casalinga, un fai da te dell’istruzione, come se di questi tempi la questione della cultura, delle competenze e dei titoli di studio fosse cosa risolvibile tra le mura domestiche, come “quota 100” e reddito di cittadinanza. Da solo questo sarebbe sufficiente a svelare l’ignoranza che incombe minacciosa sul nostro paese e sul destino delle più giovani generazioni, presenti e future.
È vero che con il ritorno in auge del “me ne frego” e del “tiriamo dritto” le quotazioni del dialogo sono decisamente in calo. Ma la cultura da sempre comunica e si confronta con gli altri a livello europeo come mondiale, non è questione che risolvi a casa tua con i comitati scientifici o con l’abolizione o meno del valore legale dei titoli di studio. A fare la differenza sono le risorse che investi nel sapere e nella ricerca, nella qualità e nel valore, possibilmente riconosciuti unanimemente, delle tue istituzioni scolastiche ed accademiche dal nord al sud del paese.
L’ignoranza non può avere memoria e quindi non può essere frutto di dimenticanza o di rimozione, ma vent’anni fa, nel 1999, alla Conferenza di Bologna abbiamo preso degli impegni con l’obiettivo di costruire uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore, sarebbe il caso di non dimenticarsene, perché se all’isolamento economico corrispondesse anche quello culturale sarebbe davvero un ritorno al medioevo. Altroché felicità del paese e sviluppo.
Di fronte a quegli impegni, fa rabbrividire pensare che il tema possa essere l’abolizione del valore legale dei titoli di studio. O qualcuno non ha capito, o gli sfugge qualcosa. Noi ci siamo impegnati a garantire un sistema di titoli comprensibili e comparabili a livello europeo, la trasparenza dei corsi di studio attraverso un comune sistema di crediti, basato non solo sulla durata ma anche sul carico di lavoro del singolo corso e sui relativi risultati di apprendimento. Un approccio condiviso all’assicurazione della qualità, l’attuazione di un quadro dei titoli concordato e finalizzato allo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore.
Parlare di abolizione del valore legale del titolo di studio ha solo l’effetto di distrarre dal vero obiettivo che sarebbe invece quello di far sapere al paese a che punto è l’iter previsto dal Processo di Bologna, e che, a consultare il sito del Miur, pare fermo al 2015.
Poi, per chi l’avesse mai saputo o scordato, ad attendere l’ufficializzazione prevista dalla legge vi è ancora tutta l’ampia materia dell’apprendimento permanente, degli apprendimenti informali e non formali, il cui attestato riguarda oltretutto la riforma del mercato del lavoro. Apprendimenti che necessitano del riconoscimento legale da parte dello Stato con crediti e certificazioni spendibili. È materia disciplinata dalla tanto vituperata legge Fornero del 2012, che ancora manca della banca dati nazionale delle competenze e che sarebbe indispensabile per i centri dell’impiego, proprio per facilitare il passaggio dal reddito di cittadinanza al lavoro.
Ma le uscite estemporanee di questi giorni fanno comprendere quanto grande sia ancora la distanza dalla strada che sarebbe necessario e urgente percorrere, a partire dalla cultura e dall’istruzione.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

L’ombra di Franceschini (e degli Estensi) sull’abolizione di Cnel e Equitalia

di Daniele Lugli

La soppressione dei due enti servirà oppure no? Speranza per il futuro e ricordo di un passato feroce alla corte estense

Mi chiedevo chi avesse avuto l’idea di proporre l’abolizione del Cnel, previsto all’art. 99 della Costituzione: “Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa. E’ organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire all’elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge“.

La decisione, a differenza di altre sottoposte al referendum, ha incontrato un vivo successo. Non ne ho visto contestazioni, se non da parte di componenti residui. Il Presidente non è nominato dal 2014, da quando cioè si è parlato di una abolizione del Consiglio. Non avrà dato buona prova, mi sono detto, dalla sua istituzione nel 1957 e anche dopo il riordino del 1986. Chissà se è dipeso dalla qualità dei componenti, dalle procedure, da un insieme di circostanze. Ma sono interrogativi che non sembrano interessare particolarmente i nostri rappresentanti e governanti. Ci si chiede dunque di porre termine a quasi sessant’anni di spese inutili, se non dannose, o c’è qualcosa d’altro che sarebbe bene sapere?

In questi giorni abbiamo appreso dell’abolizione di Equitalia. Dal 1° ottobre del 2006 ha sostituito il precedente sistema di riscossione di tasse e tributi attraverso banche o società private. Bye bye Equitalia – avrebbe detto il Presidente del Consiglio (vedo scritto Premier) – Equitalia era simbolo di approccio vessatorio. La chiudiamo come detto un anno fa. Pagare meno, pagare tutti. Nuove modalità di riscossione dovrebbero favorire i cittadini e sarebbero integralmente svolti dall’Agenzia delle Entrate, che già detiene il 51% delle azioni di Equitalia SpA, mentre il 49% è dell’INPS. Nessuno è in grado dire dove stia il vantaggio. E’ che nonostante gli sforzi per rendersi trendy and friendly, come il Premier sa che i contribuenti vorrebbero, Equitalia si è resa odiosa. Inutili, se non ulteriormente vessatori, gli Sportelli amici, proposti come punti d’ascolto e consulenza al contribuente.

Inutilmente una legge dell’agosto scorso ha concesso più facilità nelle rateizzazioni del debito e diminuito le spese di riscossione. Inutile pure il recente libro pubblicato il primo settembre. E’ un libro di 104 pagine (si trova on line) EQUITALIA 2016, UN NUOVO SERVIZIO AL PAESE. Si apre con una citazione di Adam Smith: “Il tempo del pagamento, le modalità con cui il pagamento deve essere effettuato, l’esatta quantificazione della somma da pagare dovrebbero essere tutti chiari e semplici per il contribuente e per ogni altra persona [… perché] ogni imposta deve essere riscossa nel tempo e nel modo in cui è più probabile che sia comodo per il contribuente pagarla“. E l’Amministratore delegato conclude così la sua introduzione: “È dall’equità che passa la strada che porta all’efficienza. Ed è riscuotendo fiducia, innanzitutto, che potremo riscuotere anche le risorse per un Paese più equo. Niente da fare Equitalia deve sparire“.

E’ a questo punto che mi sono ricordato com’è nato il nostro castello. La sua costruzione è iniziata nel 1385 per offrire un sicuro rifugio agli Estensi, ancora spaventati dall’insurrezione popolare contro vessatorie tassazioni, placata solo con l’estinzione di CNEL e Equitalia dell’epoca. Erano allora entrambi incarnati dal giureconsulto Tommaso da Tortona, che da sette o otto anni era il consigliere del marchese e il responsabile della riscossione delle gabelle. Il suo nome era divenuto sommamente inviso. Senza consultazione popolare, di esito peraltro scontato, senza possibilità di essere inglobato in altra struttura, fu perciò sacrificato. Ricorda Chiappini che il disgraziato Tommaso, non senza aver prima messo in pace con Dio l’anima sua, venne consegnato alla folla inferocita, che, afferratolo e malmenatolo, lo ridusse in tanti pezzi, bruciandone poi alcuni sul rogo dei libri pubblici gettati alle fiamme, issandone altri su canne in segno di trionfo e dando gli intestini da mangiare a uomini, cani ed uccelli. I tempi sono fortunatamente meno feroci e possiamo sperare che qualcosa di buono e bello derivi dalla soppressione dei due Enti. In fondo è stato così per il Castello. Forse i provvedimenti non hanno nessuna connessione, ma se ci fosse ci vedrei il suggerimento del Ministro dei beni e delle attività culturali, buon conoscitore della nostra storia e dei suoi insegnamenti.

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