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UN’ONDA GIOVANE E IMPETUOSA TRAVOLGE MILANO:
“La Giustizia Climatica la vogliamo subito!”

 

2 ottobre 2021 : Anche oggi a Milano continua la  passerella di ministri e primi ministri all’incontro internazionale di preparazione della COP26 (qui) la Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite che si riunirà a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi .

Fuori dal palazzo, in contemporanea, gli attivisti dei movimenti per la lotta al riscaldamento globale ci sono tutti per partecipare al contro-vertice: l’Eco-Social Forum, l’incontro delle associazioni e dei movimenti  (qui il programma degli eventi).
Decine di migliaia di manifestanti, soprattutto giovani e giovanissimi, chiedono a gran voce un reale cambiamento di rotta nella politica e nell’economia degli Stati/Nazioni. Uno STOP definitivo al consumo di fonti fossili per produrre energia, causa principale dell’aumento della temperatura atmosferica  e dei cambiamenti climatici.

L’obiettivo è chiaro ed è sempre lo stesso: bisogna limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi, Un obbiettivo che  purtroppo negli ultimi vertici tra gli Stati è già stato messo in discussione, tanto che ora si parla di non superare i 2 gradi.
Tra i due valori c’è un’enorme differenza rispetto all’impatto sugli ecosistemi e alla vita delle persone che vivono nelle zone più a rischio.

Non è più tempo di raccontare bugie e di fare discorsi inutili, ai quali nessuno crede più. Le connessioni causali esistenti tra quanto succede nel mondo per effetto dei cambiamenti climatici e le attività umane che generano i gas serra – tra cui l’anidride carbonica e il metano sono quantitativamente i più rappresentati –  sono conosciute da almeno 40 anni. E da tanto tempo climatologi e scienziati ne denunciano gli effetti devastanti per la vita umana e animale sul pianeta. Fino ad ora inutilmente.
Oggi non si può più aspettare, denunciano gli attivisti, si deve agire subito e in modo radicale! (leggi l’appello)

Da anni e, più intensamente, negli ultimi mesi, decine di organizzazioni grandi e piccole di ogni parte del mondo si sono preparate, studiando i problemi ambientali del proprio territorio, a questo momento di confronto per elaborare una piattaforma comune da portare alla COP26 di  Glasgow.

Cambiare rotta significa cambiare sistema sociale, economico e produttivo, perché il capitalismo (vecchio e nuovo) non ha prodotto solo gli enormi danni all’ambiente che tutti conosciamo, ma anche una forte ingiustizia climatica.

Ci sono Paesi del Sud del mondo – come Le Filippine, l’India e il Bangladesh, le isole del Pacifico, i Paesi dell’Africa sub-sahariana e dell’America del Sud –  nei quali gli effetti del riscaldamento climatico si fanno già sentire fortemente e gli attivisti denunciano come i Paesi più ricchi, dove vengono prodotte le maggiori quantità di gas climalteranti, sono rimasti completamente indifferenti  ai loro appelli e alle loro proteste, proseguendo colpevolmente nelle loro attività distruttive.

Gli attivisti per il clima di questi Paesi hanno rifiutato di riconoscersi come Sud del Mondo e la discriminazione basata su criteri produttivistici e si sono organizzati in una rete chiamata MAPA (Most Affected People and Areas) che significa: Popoli e Territori Maggiormente Colpiti, sottintendendo dai cambiamenti climatici.
Dalla loro protesta nasce il Movimento per la Giustizia Climatica (Climate Justice), rivendicata anche da molti gruppi europei quali Fridays for Future, Parents for FutureExtintion Rebellion, Ende Gelände, Giudizio Universale. Sono loro ad affermare chiarezza lo stretto legame tra diritti umani e diritto al clima come un unico diritto alla vita.

Milano, Friday for Future (su licenza Wikimedia Commons)
Milano, Friday for Future (su licenza Wikimedia Commons)

Il 29 settembre ha avuto luogo presso l’Università Statale di Milano l’evento Next generation: climate litigation, durante il quale è stata presentata la prima causa climatica contro lo Stato italiano che ha preso il via il 5 giugno scorso-
Più di 200 ricorrenti, tra cui 162 adulti, 17 minori (rappresentati in giudizio dai genitori) e 24 associazioni impegnate nella giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani hanno deciso di intraprendere un’azione legale (qui) contro lo Stato Italiano per inadempienza  climatica, ovvero per l’insufficiente impegno nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti, cui consegue la violazione di numerosi diritti fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione.
L’azione legale, attraverso un atto di citazione davanti al Tribunale Civile di Roma, chiede la condanna dello Stato, imponendogli di realizzare un drastico abbattimento delle emissioni di gas serra entro il 2030, in modo da centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima: il contenimento massimo del riscaldamento globale entro 1,5°C

In contemporanea, all’Eco Social Forum, sempre a Milano, si svolgono i lavori e gli eventi della Climate Justice Platform (qui il programma), aperti il 30 settembre e che proseguiranno fino a domenica 3 ottobre.

Che cosa caratterizza questa piattaforma? Due cose: l’analisi della relazione tra la  crisi ecologica/climatica e quella sociale e politica globale e l’età dei partecipanti, in prevalenza giovani e giovanissimi.
Sono loro le vittime predestinate del cambiamento climatico, pertanto i principali soggetti interessati a che la crisi globale venga affrontata dai governi in modo definitivo. Vogliono partecipare ai processi ed essere coinvolti nelle scelte. Vogliono farla finita con il paradigma della crescita infinita, costruita sul dominio esercitato sui territori e sui corpi, sullo sfruttamento e la speculazione sul lavoro.

Salvare il pianeta vuol anche dire mettersi dalla parte dei popoli indigeni, contro la supremazia colonialista che i Grandi del mondo esercitano sui Paesi meno avanzati. Qui a Milano, a difendere i diritti dei popoli nativi e delle società rurali, sono presenti organizzazioni come Survival International, il Movimento per la Decrescita Felice, A SUD onlus, Animal Save international.

Dopo lo sciopero globale per il clima di venerdì 24 settembre che ha visto scendere in piazza tantissimi giovani in 70 città italiane [Vedi qui], il 1 ottobre un fiume di 50,000 ragazze e ragazzi, anche giovanissimi, arrabbiati ma pieni di speranza, hanno sfilato per le strade di Milano per il Friday for Future.

In testa al corteo, due ragazze con le idee chiare, Greta Thunberg (svedese) e Vanessa Nakate (ugandese), per dire che dal Nord al Sud del mondo, i giovani lottano per il medesimo obiettivo: la giustizia climatica. E contro gli stessi nemici: l’indifferenza e le bugie dei politici e degli Stati, la non volontà dei governi a compiere azioni urgenti ed efficaci per ridurre le emissioni inquinanti e contenere il riscaldamento globale.

Infine Ieri, sabato 2 ottobre 2021 – a conclusione di una ‘settimana verdissima’ piena di seminari, incontri, scambi culturali e di lotte – la Global March for Climate Justice, organizzata da Climate Open Platform e Fridays for Future Milano. Un corteo di almeno 30.000 persone, cui hanno aderito decine di gruppi, associazioni e movimenti, nazionale e locali.

A Milano il pensiero e il variegato movimento antagonista ha mostrato tutta la sua forza. Vuole salvare la Terra (“E’ l’unica che abbiamo”) e vuole cambiare il mondo. Dopo Milano la lotta continua, fra meno di un mese c’è un appuntamento importantissimo.
In Scozia, dal 31 ottobre al 20 novembre 2021, si terrà la 26esima edizione della COP, il vertice tra le nazioni del mondo per fare il punto sui cambiamenti climatici. Potrebbe essere l’ultima occasione per trovare un accordo. Ma a Glasgow convergeranno anche tutti i movimenti e gli attivisti ambientalisti. La loro voce è sempre più forte. I governi sono avvertiti.

Cover: Fridays For Future, Berlin, 24.09.21 (licenza Wikimedia Commons)

parents for future

Diario di un parent for future (aka PFF).
24 settembre: in piazza per lo Sciopero Climatico Globale

 

In realtà i governanti europei sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata. Ma il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. E’ piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni.”.
(Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, 2013)

Il 24 settembre si scende in piazza per lo sciopero climatico globale e ci sono ancora tantissime cose da fare!

Per fortuna i cartelloni sono pronti: ieri con alcuni compagni di classe di mia figlia siamo andati al parco a prepararli. Si sono molto divertiti e credo ne resterà un bel ricordo. Abbiamo parlato di come vorrebbero il loro futuro e i bimbi in gran parte chiedono meno auto: a 7 anni capiscono perfettamente che la mobilità a base di combustibili fossili costituisce uno dei problemi principali del riscaldamento globale.

Abbiamo cercato di coinvolgere le altre famiglie della classe e la scuola, ma molti genitori faticano a prendere ferie. Certo, se i sindacati avessero proclamato lo sciopero sarebbe stato tutto più facile, ma non credo che la gravità della situazione sia ancora correttamente compresa.

Dopo tutto ognuno vive nella propria bolla: la mia, da ormai anni, è quella legata alla conservazione degli ecosistemi; altri vivono la bolla del lavoro prima di tutto; sarebbe importante farle scoppiare tutte e iniziare a parlarci senza pregiudizio.

Comunque non ci diamo per vinti! Giorni fa, nel tentativo di creare la massima adesione allo sciopero di Ferrara, abbiamo pensato di contattare singole persone del sindacato, all’ultimo minuto e in modo sconclusionato, ma speriamo di vederli in piazza.

Serve poi che molto presto, al di là dei cortei, riusciamo a dialogare con le OO.SS. Sennò capiterà in continuazione di trovarli su posizioni opposte nelle singole vertenze: è stato così con il CCS a Ravenna. [Vedi qui]

L’iniziativa più bella comunque la stiamo organizzando come PFF Italia insieme ai Fridays for future (FFF) Italia: una staffetta ciclistica “Running for future [Qui] che parte da Roma il 24 settembre e termina a Milano il 2 ottobre – si tiene a Milano l’ultimo summit pre-COP26 [Vedi qui] – lungo la via Francigena, per ricordarci che abbiamo un paese meraviglioso, poco tempo per agire, e molti punti da connettere.

Ogni tappa (in diretta FB) focalizzerà un punto nodale della transizione ecologica necessaria, ovvero le emissioni di CO2: l’agricoltura, la salute, l’equità sociale, la biodiversità, la cementificazione, il patrimonio forestale, l’acqua.
Il 2 ottobre la staffetta confluirà nella manifestazione di Milano per mandare un messaggio inequivocabile ai negoziatori di tutti i Paesi che non si può più tergiversare rispetto agli obiettivi minimi dell’Accordo di Parigi.

Di nuovo, i ragazzi di FFF hanno una marcia in più, stanno raccontando da mesi ormai cosa gira intorno al vertice per l’ambiente in modo rigoroso e divertente [clicca Qui] .

Belli i PFF, li vedo lavorare nella mia città, a livello nazionale e anche nel globale. In quest’ultimo, do solo un minimo contributo nel gruppo traduzione, quando servono documenti da diffondere su scala mondiale: sta per uscire un video di genitori (adulti in realtà, perché essere PFF non significa avere figli) di tutte le nazionalità per ringraziare i ragazzi di FFF di essere una scintilla fondamentale nel movimento contro i cambiamenti climatici.

Cose analoghe abbiamo fatto anche a livello nazionale, dove va gran parte del mio impegno come facilitatrice, e sono convinta che solo un movimento fatto in gran parte di donne (mamme e non) potrebbe pensare a modi tanto accorati e delicati di mobilitarsi. Certo, un movimento femminile è un po’ caotico, però quei pochi ‘elementi maschili’ che ci abitano, portano la loro corteccia cerebrale per incanalare tutta l’energia creativa verso singoli obiettivi.
Mi vengono in mente esempi specifici, non faccio nomi, come il progetto Climate clock [Qui] (testimone della staffetta che parte venerdì da Roma) e i progetti mobilità a Ferrara [Qui] guidati da volenterosi papà.

Sono tantissimi i gruppi di lavoro qui e a tutti i livelli del movimento, serve pazienza per accompagnare il cambiamento verso una società di fatta di giustizia sociale, economica, climatica. Serve cambiare punto di vista (uscire dalle bolle!), non più solo compatibilità economica ma impronta di carbonio. Serve cambiare modo di prendere le decisioni. In PFF ci proviamo con la Sociocrazia 3.0 [leggi Qui] che davvero è uno strumento potente, perché fa venire a galla gli obiettivi e fiorisce nelle differenze di pensiero.

Il problema è il tempo: se anche l’IPCC ha anticipato il suo ultimo rapporto [Qui] date le novità non incoraggianti, le evidenze scientifiche rendono sempre più evidente che entro il 2030 il grosso della decarbonizzazione deve essere compiuta, pena il caos climatico.

Mentre scrivo sto guardando un film dello Studio Ghibli intitolato Nausicaä, è un’opera a tema ecologista come tanti lavori di Hayao Miyazaki. “Mamma, venerdì alla manifestazione diamo il messaggio di Nausicaä! Dobbiamo lasciare stare la Terra perché tutto vada a posto. La Terra sta bene e noi stiamo bene. Lasciamo spazio ai boschi, senza costruire troppo.”. Mi sembra una buona idea.

Sciopero Globale per il Clima 2021Venerdì ho preso ferie e sarà una bella giornata:
a Ferrara ci troveremo alla Porta degli Angeli alle ore 9,00.
Marcia fino a piazza Municipale e poi interventi,

Non si può mancare! …
non abbiamo un pianeta B
.

(spoiler) vado a fare una foto da mandare ai FFF, la solita genialata dell’ultimo minuto per convincere i lavoratori a partecipare, cercatela sui social!

 

NON ABBIAMO PIÙ TEMPO.
Intervista a un giovane attivista di Friday For Future

 

Roma – Venerdì 19 marzo è stata una data importante, non solo per l’Italia, ma per  tutto il mondo: decine di migliaia di persone hanno partecipato alla Giornata Mondiale di Azione per il Clima per ricordare quanto sia grave il problema del riscaldamento globale. Purtroppo gli effetti di decenni di emissioni inquinanti sono sotto gli occhi di tutti e il problema riguarda anche il nostro stile di vita, non solo i governi. Fridays For Future (assieme a Greenpeace e altre importanti associazioni) ha organizzato questa importante iniziativa per proteggere il clima e ricordare la situazione drammatica che viviamo da molti anni, e che non riguarda solo gli esseri umani, ma minaccia la sopravvivenza di animali, piante e di tutte le forme di vita esistenti sul Pianeta.
A Roma, come in tante altre città italiane si sono attivati in molti, soprattutto i ragazzi, scendendo in piazza (rispettando le norme anti-covid) e attraverso iniziative, incontri e dirette online. Abbiamo posto qualche domanda a Emanuele Genovese, romano, giovane esponente di Fridays FF, un’organizzazione a cui stanno aderendo sempre più giovani.

Ciao Emanuele, grazie per la disponibilità. Per prima cosa: come e quando nasce Fridays FF ? E in quanti attivisti siete a Roma e nel Lazio?
Fridays nasce dalle prime azioni di rivolta di Greta Thunberg, iniziati circa 5 anni fa. Successivamente il movimento si è allargato in altri Paesi del mondo. Si interseca anche  con altri movimenti che già esistevano, come Youth for climate, Greenpeace e altri, che insieme rappresentano i principali movimenti ecologisti. Per adesso a Roma contiamo su una ventina di attivisti e di alcune decine di altri partecipanti, anche se al momento siamo limitati dalle restrizioni causate dalla pandemia.

Come vi siete organizzati per il 19 marzo a Roma?
Abbiamo preso spunto dalla manifestazione di Berlino. Abbiamo preparato molti cartelli e con noi si zono attivati anche alcuni gruppi musicali appoggiati dai Centri Sociali.

Quali sono i punti programmatici principali? E, più in  in generale, secondo voi quali ricerche scientifiche dovrebbero essere finanziate per combattere il riscaldamento globale?
I punti principali riguardano il trasporto pubblico e soprattutto i treni ad alta velocità, gli investimenti sulle energie rinnovabili al 100 % entro il 2030 , lo sviluppo di un’ economia circolare (che riguarda tutto il settore industriale) e una riduzione sostanziosa degli allevamenti intensivi. Conosciamo bene da parecchi anni i danni provocati da questi allevamenti e quindi è necessario sviluppare un piano per salvaguardare la biodiversità. Per quanto riguarda le ricerche scientifiche ce ne sono molte in programma ma purtroppo spesso i ricercatori che propongono idee innovative vengono ascoltati poco e alcune ricerche non vengono sostenute finanziariamente come sarebbe giusto.

Come si prospetta secondo voi la situazione internazionale per quanto riguarda l’emergenza climatica, ora che Biden è il nuovo presidente USA ?
La situazione internazionale è certamente migliorata, ma siamo ancora lontani dal rispetto degli accordi di Parigi, e abbiamo pochi anni di tempo prima che la situazione degeneri ulteriormente. Però siamo ancora agli inizi del mandato di Biden, mancano diversi elementi per capire bene. E’ chiaro poi che gli USA pesano moltissimo sia a livello economico-politico sia per la quantità di emissioni inquinanti.

Quali potrebbero essere secondo voi gli effetti negativi a breve termine legati al riscaldamento globale?

Antartide, l’iceberg A68, il più grande del mondo si sta sciogliendo (Foto Pierre Marcuse, flicks.com, licenza Creative Commons)

Se parliamo di effetti a breve termine, sicuramente, a causa della zoonosi, si rischiano altre pandemie dovute alla deforestazione e alla devastazione degli ecosistemi. Un altro problema preoccupante che riguarda molte zone costiere, e naturalmente anche l’Italia, è l’innalzamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento di parti sempre più ampie delle calotte glaciali col rischio di sommergere intere zone popolate. Inoltre, lo  scioglimento del permafrost, in molte parti del pianeta contribuirà non solo alla diffusione di nuovi virus, ma anche all’aumento consistente di gas serra in atmosfera, metano in particolare, al momento sepolto sotto lo strato di ghiaccio perenne, come già sta rischiando di accadere in Siberia. Questo è quanto sostengono ormai molti scienziati che si occupano da tanti anni di questi problemi.

Grazie Emanuele, faremo il possibile per far arrivare a quante più persone il vostro messaggio. A volte è necessario ripetere anche cose risapute per tenere sveglie le coscienze.
Va anche ricordato che il riscaldamento globale sta già portando a un crescendo di disastri ambientali (uragani, tornadi, inondazioni, siccità), che a loro  volta causeranno un aumento delle migrazioni di massa. Secondo stime prudenziali della Banca Mondiale potrebbero esserci più di 143 milioni di profughi da Paesi non sviluppati, in particolare dall’Africa, che da sempre soffre di scarsità di acqua e cibo. Serve quindi sostenere al massimo questi movimenti ambientalisti e promuovere comportamenti collettivi più responsabili.

“Scrostati piccolo, lasciami lavorare!”
La risposta dei padroni del vapore ai ragazzi del Friday for future

Per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, per assicurare un futuro alla razza umana e alle nuove generazioni “non c’è più tempo”. Per esporre questa clamorosa, pacifica, coloratissima denuncia, venerdì 15 marzo milioni di giovani e giovanissimi sono scesi nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo. Centinaia di migliaia in 180 città italiane. Alcune migliaia anche nella bella addormentata Ferrara, risvegliatasi dopo un lungo sonno.
L’appello di Greta Thunberg , la ragazzina di Stoccolma dalla faccia tonda e il breve sorriso, ha prodotto un maremoto. I numeri imponenti del Friday for future hanno stupito e spiazzato tutti: i media, i professionisti della politica, i padroni dell’economia. I capi di Stato. I padri, le madri, tutto il mondo degli adulti.
E Adesso? “Grazie ragazzi” c’era scritto su un cartello verde. E i ringraziamenti davvero si sprecano: Grazie ragazzi di avercelo ricordato… avete ragione… ne terremmo conto… correremo ai ripari…
In una vignetta di Francesco Tullio Altan, una bambina alza un cartello con sopra il tondo del pianeta malato. Accanto a lei un omone nerboruto, svastica sull’avambraccio e mitra spianato, le risponde: “lasciateci lavorare ragazzini”. A me è venuto lo stesso pensiero. Mi è tornata in mente mia madre (mi torna in mente quasi ogni giorno) e una frase del mio lessico famigliare: “Scrostati piccolo, lasciami lavorare!”.

Ai ragazzini che vorrebbero salvare il mondo vorrei dare il mio modesto consiglio: non fidatevi dei sorrisi e dei ringraziamenti. Vi stanno – vi stiamo – imbrogliando. Fate attenzione. Avete di fronte il gigante Golia. O il Pifferaio magico, un tipo alla Mark Zuckerberg. O Leland Gaunt, il fascinoso proprietario dell’emporio “Cose Preziose” di Stephen King.
Prima il liberismo, oggi il neoliberismo, ci hanno letteralmente sommerso di oggetti, servizi, opportunità. Nel corso di tutta la storia dell’uomo, il capitalismo si è rivelato di gran lunga il sistema economico più efficiente, veloce e progressivo: la prima, la seconda, la terza, la quarta (quella che viviamo oggi) rivoluzione industriale hanno cambiato la faccia del pianeta e la vita di ognuno di noi. E dopo la caduta del Muro, è rimasto in campo solo lui, un sistema unico che governa il mondo. In Occidente e in Oriente. Nell’emisfero Nord come nel Sud. Nelle megalopoli fino al più sperduto villaggio.
Quasi 200 anni fa, un grande filosofo e geniale osservatore del suo tempo (un ebreo tedesco nato a Treviri, Renania) aveva centrato il problema: c’è qualcosa di perverso e di pericoloso in questo meraviglioso sistema di produzione, un motore interno potentissimo ma che alla lunga consuma e distrugge se stesso e tutto quello che gli sta intorno. Il capitalismo sembra proprio l’albero della cuccagna. Ma non lo è: produce merci ma anche sangue, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alienazione, infelicità. Trent’anni prima di lui, un oscuro poeta italiano, nato a Recanati e di fama postuma, sentiva sulla sua pelle e dava voce al medesimo disagio verso “la modernità”.

Ma insomma, magari a qualcuno non piace Leopardi, o ancora trema davanti al barbone di Karl Marx. Lasciamo perdere ‘Lo zibaldone’ e il ‘Primo Libro del Capitale’. Parliamo di oggi. Qui e ora.
Fra 11 anni, dicono gli scienziati dati alla mano, sarà veramente troppo tardi. Il riscaldamento globale avrà effetti irreversibili sul clima e sull’ambiente. Effetti che già oggi tocchiamo con mano, ogni giorno, a tutte le latitudini. La terra, l’aria, l’acqua si ribellano agli uomini che l’hanno violentata: i deserti avanzano, i poli si sciolgono, il clima impazzisce.
“Non c’è più tempo”, denunciano i ragazzi del Friday for future. La risposta della politica, dell’economia, della finanza è sempre la solita: “Grazie ragazzi ma lasciateci lavorare”, o peggio ancora: “Tranquilli ragazzi, ci stiamo già lavorando”. Politica, Economia, Finanza, insomma i padroni del vapore, si sono limitati a inventare qualche nuovo nome. Il più abusato è “sviluppo sostenibile”. Ed eccone un altro: “green economy”: non vi si apre il cuore solo a sentirlo?

Alla conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. Era il frutto di molti compromessi e grandi mediazioni, in tanti lo giudicavano timido e insufficiente, ma segnava un traguardo storico. Quel traguardo oggi appare già irraggiungibile. L’America di Trump rinnega gli impegni firmati da Obama. Cina, India e perfino i Paesi del Golfo, oltre al petrolio, continuano a costruire centrali a carbone. E neppure le misure prese dalla debole Europa sembrano all’altezza dell’emergenza clima. Nella stanza dei bottoni pesano gli interessi del presente, molto più dei timori per il futuro. Nessuno Stato sembra avere la voglia, la lungimiranza, il coraggio di invertire la rotta.
I ragazzi del Friday for future l’hanno capito benissimo. Non credono più al diluvio di buone intenzioni e di parole vuote dei padroni del mondo. Vogliono cambiare tutto: il nostro modo di produrre, consumare, abitare, vivere. E bisogna farlo in fretta, perché il tempo sta scadendo.

Il modello neoliberista – il tabù economico che nessuno vuole infrangere – ci ha allevato nel mito dello sviluppo inarrestabile, del progresso infinito, delle “magnifiche sorti e progressive” (Leopardi, La ginestra, 1836). Oggi quel modello, tanto potente quanto iniquo, ci presenta il conto finale. Ed è un conto salato. In lista non c’è solo un pianeta in pericolo, ma decine di milioni di profughi, disoccupazione e disperazione, lavoro nero e nuove forme di schiavitù. Il terzo millennio si è aperto all’insegna della diseguaglianza: i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Mentre chiudo questo commento, le 2,30 di notte di lunedì 18 marzo dell’anno del Signore 2019, accendo la televisione e leggo i titoli di RaiNews24. Tifone colpisce Mozambico, Zimbawe, Malawi, almeno 100 vittime. Devastanti alluvioni in Indonesia, 58 morti. Per oggi forse può bastare: vediamo domani.
A Greta Thunberg vogliono dare il Nobel per la Pace. Un alto riconoscimento? C’è il rischio che assomigli a una medaglietta di latta. Un modo per dirle: “Grazie Greta, sei bravissima…. ma adesso scrostati piccola, lasciaci lavorare!”

Disastri naturali campanello d’allarme per un’umanità che non ascolta

Il rumore del torrente che diventa rombo, un’anomala aria calda, pesante, umida che porta l’odore intenso di terra smossa, una pioggia battente che insiste senza tregua. E il livello di quell’acqua che sale, sale rapidamente a vista d’occhio mentre il fluire assume una potenza furiosa e travolge tutto ciò che trova sul suo percorso, precipitando a valle, assumendo sempre più velocità e portata. Erode argini, ruba spazio ai prati e ai campi, si innalza in onde spaventose che qualche passante guarda affascinato come fosse uno spettacolo allestito per quella sera.
Poi cominciano a passare gli alberi divelti con le zolle in cui erano ben piantati e i tronchi che galleggiano seguono la furia dell’acqua sembrando tante navi fantasma su quella superficie liquida che ormai non conosce limiti. E dopo la notte insonne a fissare il livello che non smette di salire, arrivano i conti del day after, come in quei film post apocalittici dove il paesaggio non è più lo stesso e non sarà mai come prima.
La montagna che si vedeva e respirava aprendo le finestre la mattina, appare tristemente spelacchiata dopo lo schianto di moltissime piante, perdendo la sua identità e disorientando chi si riconosceva in essa; frane sulle arterie di comunicazione, allagamenti e crolli di tetti e caseggiati più vetusti, cumuli di detriti depositati sulle strade, cambiano anche l’aspetto urbano. Mentre squadre di operatori e volontari danno il meglio del volto umano, di quella solidarietà e partecipazione fattiva di cui c’è estremo bisogno, instancabili, presenti, rassicuranti. Ma questo non è un film e la realtà supera per certi versi di gran lunga la fantasia. E se non si parla della montagna, è il mare il protagonista di altrettanti cataclismi con maremoti, tsunami e tempeste che invadono e colpiscono coste e litorali lasciando dietro di sé relitti e devastazione.

Alluvioni, terremoti, eruzioni, ondate di calore, drastici cambi climatici: non siamo mai completamente pronti ad affrontare questi eventi perché, come scriveva Seneca, “Nessuna cosa privata e pubblica è stabile: il destino corre veloce e imprevisto per gli uomini e per le città. Proprio mentre tutto è calmo e placido sorge il terrore […]. Quante volte le città dell’Asia, le città dell’Acaia crollarono per un solo tremito della terra? E quanti paesi in Siria e in Macedonia furono inghiottiti dal suolo? […] E non soltanto cadono le opere innalzate dall’ingegno dell’uomo: si disgregano giogaie di montagne, si abbassano intere regioni, si trovano esposte alle onde terre che prima erano lontane anche al cospetto del mare e del fiume […]. Un qualsiasi accidente può togliere te alla patria o la patria a te, può gettarti nella solitudine di un deserto e fare il deserto in un luogo dove ora c’è la folla”.
L’Italia è un Paese fragile, esposto per sua conformazione – e troppo spesso per l’errato intervento umano – a terremoti e disastri idrogeologici e altre situazioni di rischio, per il 77% conseguenza diretta dei cambiamenti climatici, come ci ricordano i dati Unisdr, l’agenzia delle Nazioni Unite per la riduzione dei rischi catastrofe, la quale rileva anche come le catastrofi naturali siano triplicate negli ultimi 30 anni. Nessuno può negare che i segni di rapidi cambiamenti in atto siano ormai evidenti e se teniamo conto delle recenti dichiarazioni dell’Economist, condivise dagli scienziati, le prospettive diventano ancora più catastrofiche. Il Mediterraneo, scrive la prestigiosa testata, scomparirà riducendosi a una pozzanghera d’acqua. Nascerà un solo continente abnorme, l’Eurafrica, una massa di terre emerse. In alternativa al corrugamento della crosta terrestre – e sarà ancora più spaventoso – nascerà una catena montuosa alta come l’Himalaya e le Alpi non saranno che minuscoli contrafforti. Un mondo che emerge dagli studi geologici del movimento delle placche terrestri. Altre ipotesi portano a considerare una frattura asiatica che spaccherà in corrispondenza di India e Pakistan oppure finiremo tutti a Nord, a ricreare un maxicontinente dove ora regnano solo iceberg. Se consideriamo proiezioni possibili riferite all’Italia, Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, lancia un grido d’allarme: il nostro Paese è a rischio desertificazione nell’arco di un secolo, con la Pianura Padana come il Pakistan e la Sicilia deserto africano.

Questo lo scenario, se non applicheremo subito gli impegni dell’accordo di Parigi sul clima. Nel frattempo, le coste del Mediterraneo si stanno avvicinando l’una all’altra di due centimetri all’anno, i cataclismi diventano frequenti, irrompono nella nostra vita quotidiana e richiedono sempre più preparazione nella gestione dell’emergenza. I nuovi obiettivi tassativi del millennio e dello sviluppo sostenibile evidenziati dall’Unisdr devono indurre tutti gli Stati e la comunità internazionale a collaborare a uno sviluppo in funzione dei rischi, affrontando seriamente le tematiche della comprensione dei rischi di disastro, il potenziamento della governance dei rischi stessi, l’investimento per la riduzione del rischio ai fini della resilienza, il miglioramento nella preparazione alle catastrofi, la capacità di dare risposte efficaci e realizzare pratiche di ‘Build Back Better’ nelle fasi di recupero, ripristino e ricostruzione.

I disastri ambientali e la piaga del negazionismo

di Chiara Balestra

Mi trovo spesso a pensare al comportamento errato dell’uomo, a come non porti rispetto alla propria terra di origine. Ogni giorno vedo i miei coetanei buttare i rifiuti per terra, che si tratti di mozziconi di sigaretta, pacchetti di plastica o bicchieri di plastica, come se per loro fosse una cosa da niente. Non ci riflettono, come quando un minuscolo moscerino gli gira intorno: lo uccidono, non lo soffiano via o lo osservano, gli tolgono la vita, lo eliminano. D’altra parte come si può portare rispetto delle cose altrui se prima non lo si ha per sé stessi?

Sono rimasta colpita da un  film-documentario che si intitola ‘Before the flood’, che in italiano significa ‘punto di non ritorno’, condotto dall’ambasciatore di pace degli Usa Leonardo Di Caprio, contro i cambiamenti climatici. Di Caprio si batte per dimostrare a tutti una verità scomoda: il cambiamento climatico legato ai combustibili fossili prodotti dall’uomo per le sue attività industriali, anche se c’è ancora chi nega l’evidenza delle catastrofi che compiono davanti ai nostri occhi, come innondazioni, uragani, scioglimento dei ghiacciai. La cosa più grave di questo comportamento è la consapevolezza.

La consapevolezza delle nostre azioni, di come stiamo distruggendo il nostro pianeta: dovremmo essere guidati da un governo che si occupa della salute e della salvaguardia dell’uomo e dell’ecosistema, ma ancor più tristemente sono proprio i politici che confondono l’opinione pubblica per i propri vili interessi.
Come ben sappiamo la combustione di carbone e petrolio rilascia nell’aria monossido di carbonio, che è la principale causa del cambiamento climatico.
Gran parte della nostra economia si basa sui combustibili fossili: carbone, petrolio e gas naturale. Il petrolio è soprattutto destinato al settore dei trasporti mentre il carbone e il gas naturale vengono ripiegati per l’elettricità, non esiste un carburante fossile pulito. La prima ripresa del film viene girata nella punta settentrionale di Buffin Hailand, una delle principali isole che compongono l’arcipelago artico canadese. Qui è stato riscontrato, da studiosi e persone del posto che, mentre in passato il ghiaccio era solido e blu, ora gli si attribuisce la forma di un gelato dal colore celeste. Il ghiaccio c’è ancora ma si scioglie molto più velocemente. Gli stessi studiosi hanno stimato che nel 2040 sarà possibile la navigazione del Polo Nord, visto che l’impiego eccessivo di combustibili fossili provoca lo scioglimento dei ghiacci. L’Artico esercita la funzione di condizionatore d’aria per l’emisfero settentrionale e la sua scomparsa determinerebbe il cambiamento delle correnti e dei cicli climatici, con conseguenti inondazioni, siccità e sviluppi catastrofici. Sarà la trasformazione ambientale più drammatica mai avvenuta nella storia.

Poi il conduttore si reca in Florida, negli Stati Uniti d’America, dove incontra il presidente Obama che gli spiega che è costretto a intervenire per le inondazioni di cui è vittima lo Stato: improvvisamente il livello del mare si innalza salendo dai tombini e allagando le città. Gli interventi sono l’innalzamento delle strade e pompe elettriche – pagate dai cittadini – che garantiscono un rimedio per tale fenomeno soltanto per 40-50 anni massimo.

Ricordiamo che il 97% dei climatologi considera la  teoria del riscaldamento globale una verità scientifica esattamente come la teoria della forza di gravità. Di Caprio intervista il noto scienziato Michael E. Mann, autore insieme ad altri scienziati del grafico definito ‘bastone da hockey’ perché indica un raffreddamento a lungo a termine e poi un’improvviso riscaldamento molto veloce e senza precedenti. In seguito alla diffusione di questo grafico Mann, come lui stesso racconta nel film, è stato diffamato sulle pagine del ‘Wall street journal’ e su ‘Fox news’, definito un ‘ciarlatano’ e attaccato dai membri del Congresso e perfino minacciato di morte. Ci sono personaggi, spiega Mann, che confondono l’opinione pubblica su questa tematica e lui fece appunto dei nomi, riferendosi ai fratelli Cook – una specie di macchina propogandistica per il negazionismo dei cambiamenti climatici – e ai gruppi come ‘American for prosperity’ che fa capo direttamente ai fratelli Cook.
Lo stesso Mann denuncia il fatto che il Presidente della commissione ambientale del Senato e i membri delle Camere sono supportati finanziariamente anche dai produttori del settore petrolifero. Ecco il motivo per cui non si riesce a far passare un progetto a tutela dell’ambiente al Senato: perché le lobby foraggiano i negozionisti che bloccano qualsiasi proposta ambientale. Successivamente Di Caprio si sposta in Cina, dove solo nell’area intorno a Pechino e nell’isola di Shangon il consumo complessivo di carburante è pari a tutti gli Stati Uniti e il livello di tossicità arriva alle stelle. Ma una cosa buona c’è: è l’invenzione di un’applicazione fatta dal presidente cinese grazie alla quale i dati delle industrie non a norma dal punto di vista della sostenibilità ambientale vengono resi trasparenti a tutti gli abitanti. La Cina sta investendo notevoli risorse in energie rinnovabili, eoliche o solari, per esempio i pannelli ricoprono anche le industrie, edifici.

Il documentario mostra che in India solo una piccola parte della popolazione ha diritto all’elettricità. Nei villaggi rurali le persone utilizzano il letame delle mucche per ricavare le cosiddette torte di sterco che, una volta bruciate, costituiscono l’unica fonte di energia.
In Indonesia l’80% delle foreste è stato distrutto, attraverso incendi dolosi, per l’insediamento di palme da olio per produrre l’olio di palma da commercializzare a basso costo per la produzione dei cosmetici e la cucina più industrializzata. Le aziende ottengono, attraverso modi illeciti, autorizzazioni per bruciare intere piantagioni mettendo a repentaglio la vita dell’intera popolazione, anche preziose specie di animali saranno destinate a scomparire.

La soluzione a questi problemi c’è, per esempio la Carbontax, una tassa sul carbonio: si tassano tutte quelle attività nocive che hanno ripercussioni sulla società e, di conseguenza, aumentando i costi si disincentiva la popolazione ad acquistare i prodotti incriminati. Bisognerebbe puntare maggiormente sulle energie rinnovabili, fotovoltaico, eolico e idroelettrico, che non emettono sostanze nocive e tossiche per l’atmosfera. L’obiettivo dell’accordo della conferenza di Parigi stipulato nel 2015 è di tenere il riscaldamento globale inferiore ai 2 gradi centigradi; 195 paesi del mondo si sono impegnati per portare a termine questo obbiettivo, ogni cinque anni tutti i paesi decidono se restare dentro questo accordo: proprio quest’anno il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la volontà di uscire dall’accordo definendo il global warming “Una truffa”.

Il pericolo è che si arrivi ad un punto di non ritorno e il benessere del nostro pianeta si definitivamente compromesso

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