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“Riaperture”: per il festival di fotografia si spalancano le porte della Ferrara segreta

di Linda Ceola

Si può mentire con le fotografie. Si può persino dire la verità, per quanto ciò sia estremamente difficile. Il luogo comune vuole che la fotografia sia specchio del mondo ed io credo occorra rovesciarlo: il mondo è lo specchio del fotografo. (Ferdinando Scianna)

C’è un nuovo festival di fotografia a Ferrara: il suo nome è ‘Riaperture’. Riapriranno, infatti, sette spazi chiusi da lungo tempo per far entrare una ventata di progetti fotografici di rilievo realizzati da fotografi italiani e non. L’intento è risvegliare questi luoghi assopiti attraverso una tecnica d’indagine della realtà come la fotografia. Dal 17 al 19 marzo il pubblico avrà la possibilità non solo di vivere un weekend fotografico, arricchito da workshop, letture portfolio, reading, visite guidate e laboratori per bambini, ma anche di esplorare con altri occhi, posti visti sempre chiusi o dismessi, ribaltandone la prospettiva d’osservazione, fra cui il giardino segreto di casa Romei, l’auditorium Frescobaldi, il palazzo Prosperi Sacrati… L’associazione Riaperture e l’omonimo festival attivano così un processo possibile di rigenerazione urbana, sollecitando nel pubblico uno sguardo d’insieme. Prima che questi ‘luoghi comuni’, tema di questa edizione d’esordio, vengano sovvertiti dalla fotografia è doveroso soffermarsi sulle spoglie del loro passato, a cominciare dalla fucina in cui il festival è stato forgiato.

Si tratta dell’Ex Comando dei Vigili del Fuoco di Ferrara, situato nell’area compresa tra via Ortigara e via Poledrelli a ridosso delle mura cittadine, inaugurato nel 1930 e sorto su un’area fino al 1859 occupata da una fortezza. Nel 2004 a seguito della costruzione di una nuova caserma, viene abbandonato senza suscitare più grande interesse, finchè un giorno la Provincia incontra l’Associazione no profit Grisù e, fiera del progetto proposto da quest’ultima, rinuncia alla vendita e stipula un contratto di comodato d’uso gratuito e precario di cinque anni. Il nome, chiesto in prestito ai fratelli Pagot, cela la storia del draghetto progressista Grisù che, ultimogenito di una lunga stirpe di avvampatori, sogna di fare il pompiere. Il fuoco creativo di Grisù spinge così le aziende associate e quelle che verranno, a prendersi cura degli spazi occupati, nell’intento di dare vità ad un coworking aperto all’organizzazione di workshop formativi e dialogante con il mondo universitario, nonché in grado di innescare rapporti tra eccellenze locali e internazionali. Lunga vita alla Factory Grisù dunque, che in questa occasione ospiterà i progetti fotografici di Francesca Iovene e Massimo Mastrorillo, rispettivamente ‘Il profilo dell’intorno’ e ‘Aliqual’, nonché le fotografie dei vincitori del concorso nazionale, selezionati da una giuria guidata da Mustafa Sabbagh, fotografo e artista di origini italo-palestinesi che vive a Ferrara.
All’incrocio tra Corso Isonzo e via Cassoli si trova il secondo spazio espositivo, che affonda le proprie radici nel 1920, anno in cui il Consiglio Comunale approva lo Statuto dell’Istituto Autonomo per le Case Popolari ed Economiche di Ferrara, riconoscendolo come Ente Morale. L’attività, inizialmente concentrata nel capoluogo di Ferrara, aveva originariamente sede proprio in Corso Isonzo 10. A partire dal 1938 si estende alla provincia e assume proporzioni più vaste dopo la guerra, impegnandosi a ricostruire il patrimonio immobiliare danneggiato e provvedendo alla costruzione di abitazioni per i senza tetto e i sinistrati. Nel 1970 l’ufficio principale viene svuotato e spostato in Corso Vittorio Veneto 7. L’edificio di fatto non ha un valore storico, che richiederebbe una diversa tutela, ma resta il simbolo dell’impegno dello Iacp nel dare alloggio a chi ne aveva maggiormente bisogno in accordo con la pubblica amministrazione. Attualmente lo spazio di Corso Isonzo 10, che sarà accessibile al pubblico di ‘Riaperture’, è di proprietà di Acer, Azienda Casa Emilia Romagna, ed è in vendita. Qui i fruitori del festival troveranno ben quattro mostre fotografiche: ‘I must have been blind’ di Simone D’Angelo, ‘Per Strada’ di Luis Leite e ‘Sempre si vince’ di Barbara Baiocchi. Saranno inoltre presenti le foto vincitrici del concorso che ha coinvolto le scuole superiori di Ferrara il quale, organizzato in collaborazione con EmilBanca, prevedeva l’invio di scatti esclusivamente fatti con il cellulare.

Proseguendo il nostro cammino verso il centro della città si giunge in via Garibaldi 1, questa volta un semplice spazio che ha visto il susseguirsi nel tempo di molteplici attività commerciali senza esiti a lungo termine. Nonostante sia collocato in prossimità di piazza Municipale, quindi pienamente inserito nel contesto urbano del centro storico, risulta attualmente sfitto. ‘Riaperture’ gli darà una visibilità tutta nuova attraverso ‘What?’ di Danilo Garcia Di Meo e ‘Perdita d’identità’ di Luana Rigolli. Il progetto fotografico di Danilo, dedicato ad una ragazza pugile sorda, ha suscitato nell’associazione organizzatrice il desiderio, degno di nota, di coinvolgere l’Acis, a sua volta Associazione Culturale d’Integrazione dei Sordi che presenzierà in sede espositiva. Questa e la Factory Grisù saranno le due biglietterie del festival.

Dirigendosi verso il Castello, aldilà di Corso Giovecca ci si imbatte nell’Auditorium del Conservatorio Frescobaldi, accessibile da piazzetta Sant’Anna, il cui nome subito riporta a galla le origini di questo luogo ideato dall’ingegnere comunale Carlo Savonuzzi ed eretto tra il 1935 e il 1939 sui resti dell’ex ospedale cittadino Sant’Anna. Risale al 1440 la bolla pontificia di Papa Eugenio IV che incarica il vescovo Tavelli della costruzione di un ospedale. Ma facciamo ancora un passo indietro. Nel lontano 1304 un gruppo di frati francescani costruisce un convento dedicando un oratorio a Sant’Anna. Successivamente l’antico monastero viene occupato da frati agostiniani provenienti dall’Armenia che pare non si siano comportati bene, dando l’opportunità al vescovo Tavelli di sopprimere l’ordine religioso erigendo il nosocomio richiesto. Ecco che nel 1445 Ferrara vede la nascita di un ospedale che acquisisce di lì a poco grande importanza. Nel 1927 lo spostamento di quest’ultimo nella nuova sede ubicata in Corso Giovecca, porta alla demolizione degli edifici ad esso appartenenti, ad esclusione della facciata monumentale con l’annesso portico in Piazzetta Sant’Anna e dei sotterranei, nei quali si trova la cella del Tasso, in cui pare che il poeta sia stato rinchiuso per volere del Duca Alfonso II d’Este dal 1579 al 1586 per aver inveito contro la Corte Ducale alle nozze dello stesso in uno scatto d’ira. L’azione in realtà premeditata aveva come obiettivo quello di proteggere il Tasso dall’Inquisizione. Nel 1977 l’Auditorium del Savonuzzi, che come abbiamo detto riporta ancora tracce dell’antico ospedale, viene chiuso in quanto vengono rilevate cospicue quantità di amianto, mescolate alla malta per l’intonaco, di cui allora si conoscevano solo le grandiose capacità fonoassorbenti ma non i cancerogeni effetti. Oggi si presenta privo di danni strutturali, ma bisognoso di un serio intervento di messa a punto per poterne sfruttare le potenzialità. In collaborazione con Spazio Gerra, ‘Riaperture’ ospita qui ‘Disco Emilia’, un viaggio nelle discoteche emiliane attraverso gli scatti di Gabriele Basilico, Andrea Amadasi, Hyena e Arianna Lerussi.

Non gode di altrettanta salute strutturale un luogo espositivo di grande fascino, che verrà aperto in via eccezionale: Palazzo Prosperi Sacrati, in Corso Ercole I d’Este 23. Dirimpettaio di Palazzo Diamanti rientra nell’area dell’Addizione Erculea, ossia un intervento urbanistico messo in atto in città tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento. Costruito per volere di Federico da Castello, archiatra di Ercole I d’Este, assume presto l’aspetto di una dimora principesca e vede anche la partecipazione del noto Biagio Rossetti, il cui imponente portone d’ingresso è continuamente oggetto di attenzioni non solo per i ferraresi ma anche per i turisti di passaggio. La sua bellezza è inconfondibile. Innumerevoli stampe e documenti attestano la vastità originaria dello spazio, arricchito da orti ed estesi giardini, purtroppo sacrificati nel tempo nel susseguirsi di numerosi proprietari. Ultimi i conti Prosperi, di antiche origini lucchesi, che al principio degli anni Trenta del Novecento cedono allo Stato il palazzo rinascimentale riscattato dal Comune di Ferrara nel 1997. Tra il 2007 e il 2009 la Soprintendenza ai Beni Culturali si è impegnata nel restauro dei piani nobili, che erano stati adibiti ad alloggi per gli ufficiali dell’aviazione durante la guerra. Interventi rilevanti che non hanno ciononostante reso agibile lo spazio. ‘Riaperture’, auspicando una futura rianimazione di questo posto spettacolare, colloca qui ‘Le Ville Noire’ di Giovanni Troilo, progetto fotografico suggestivo, vincitore nel 2015 del Sony World Photography Awards.

Foto di Giacomo Brini [Clicca sulle immagini per ingrandirle]

Tornando verso il centro della città il festival ci conduce in via Ragno 37, storico punto di aggregazione giovanile situato nel ghetto ebraico di Ferrara, che per anni fu sede del Clandestino Pub, legato al Cinema Apollo per la vicinanza. Da qualche tempo l’attività si è spostata di qualche civico più in là, attivando nel frattempo una serie di lavori di trasformazione dello spazio abbandonato per renderlo utilizzabile come satellite della sede principale, nell’intento di rigenerare una delle vie storiche del quartiere ebraico. L’ospite di ‘Riaperture’ sarà in questo caso Sara Munari, docente presso l’Istituto Italiano di Fotografia che non a caso darà visibilità all’invisibile attraverso ‘P|P|P| Place Planner Project’.

Ultimo ma non ultimo è il giardino segreto di Casa Romei, esempio di architettura collocabile a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, che coniuga elementi medievali e rinascimentali. Voluta dal mercante Giovanni Romei, viene successivamente ampliata e abbellita per celebrare le sue nozze con Polissena d’Este, figlia naturale di Meliaduse, il primo dei numerosi figli illegittimi di Nicolò III d’Este. La futura sposa è nipote del duca Borso d’Este e suo padre costretto, suo malgrado, alla carriera ecclesiastica è un personaggio di spicco della corte. Giovanni Romei attratto dall’ambiente aristocratico, si impegna così nella predisposizione di un ambiente raffinato, affinchè Polissena possa trovarsi a suo agio. Compaiono così gli affreschi della Sala della Sibille, dodici profetesse in piedi all’interno di un roseto che mostrano i cartigli con le profezie sulla venuta di Cristo, lo Studiolo, nonché decorazioni fiorite correnti lungo le pareti dei loggiati del piano nobile. L’edificio incorpora in seguito anche l’attiguo Convento del Corpus Domini strettamente legato agli Estensi, il cui emblema compare visibilmente nel Salone d’Onore. Soppresso il convento nel 1898 l’edificio diventa proprietà demaniale. Abbandonato per lungo tempo torna a fiorire con la nascita del museo nel 1953, custode di numerose raccolte di resti lapidari e affreschi, staccati da alcune chiese demolite a Ferrara, come Sant’Andrea e Santa Caterina Martire. ‘Riaperture’ spalanca le porte del chiostro privato dei Romei (di recente reso sporadicamente visitabile grazie al Gruppo Archeologico Ferrarese), usato come ambiente esclusivamente familiare, non appartenente al consueto percorso museale, perciò eccezionalmente fruibile. L’intimo progetto fotografico di Giovanni Cocco, ‘Monia’, dedicato alla sorella disabile trova l’atmosfera perfetta proprio in questa sede.

Si chiude qui il cerchio di una ricca e feconda serie di riaperture. Attraverso il ri-utilizzo temporaneo di questi spazi l’associazione organizzatrice non si limita a ‘contaminare’ il contesto urbano, esportando progetti artistici in luoghi di natura non espositiva, bensì attribuisce un valore potenziale di rinascita non solo all’immobile in sé, ma al luogo in cui è inserito e alla comunità che lo vive e lo attraversa.
Mancare a questo appuntamento sembra proprio essere un peccato. Le attività aggiuntive, numerose e accattivanti sono disponibili sia sul sito web di ‘Riaperture’ sia sull’omonima pagina Facebook.

Case popolari, la denuncia di Acer: “3.500 persone in lista di attesa ma non ci sono soldi per costruire né per ristrutturare”

3.segue – La terza tappa del mio viaggio nell’edilizia pubblica ferrarese mi porta a confrontarmi con il direttore di Acer Ferrara Diego Carrara. Una premessa va fatta: avere un’intervista in quest’ambito non è cosa scontata. Da parte degli addetti c’è spesso ritrosia nel parlare, reticenza, uffici stampa che fanno da filtro… Questa volta è andata diversamente: lo stesso Carrara mi ha chiamato per chiedere un incontro, giovedì, ore 16, sede Acer.
Giungo in zona in netto anticipo, io che sono ritardatario cronico, non volevo far magre figure, ma sono riuscito ad arrivare comunque in ritardo all’incontro, una sola mia scusante: parcheggiare è stato arduo. Dopo pochi minuti di attesa mi accoglie Carrara ed entriamo nel suo studio: un’ampia sala, alla mia destra una scrivania, sulla parete svariati volumi, di fronte un tavolo con delle sedie. Ci accomodiamo l’uno davanti all’altro. E’ il mio interlocutore a rompere il ghiaccio: un po’ di chiacchiere su di me (sì, l’intervista si è capovolta), un po’ sul calcio, il basket (non sono un calciofilo, quindi ho deviato la discussione su lidi a me noti), il tutto per creare un’atmosfera meno formale. Ma poi ci si addentra nella vera intervista, e si ristabiliscono i ruoli.

Diego Carrara
Diego Carrara

Si parte con qualche parola e precisazione sulla conferenza naturalmente: “L’obiettivo della giornata – dice Carrara – era quello di rendere noti al territorio gli interventi di edilizia pubblica e l’importanza della riqualificazione urbana. Noi abbiamo paura che il tema della riqualificazione, un gran tema, di prospettiva per il futuro, sia sacrificato sull’altare della ‘mancanza di risorse’. In Italia mancano le risorse per far tutto, ma, primo non è così, secondo bisogna decidere se si vuole dare priorità a questo impegno per la riqualificazione della città”. E ancora sulla conferenza del 3 febbraio: “Era una giornata dedicata solo a questa parte della nostra attività, su ciò che ha fatto Acer in città e in provincia. Soprattutto sul perché non costruire nuovi pezzi di città, ma recuperare quello che c’è”.

Il tono è sicuro, di chi ha esperienza e vorrebbe parlarne, noto anche una certa voglia di darmi quanti più dati possibili, persino di tipo ‘storico’, e infatti parte della discussione iniziale si incentra sugli inizi dell’edilizia popolare italiana, dai primi del ‘900 con Tupini, passando per la legge Fanfani, fino all’Ina-casa per arrivare ai giorni nostri. Parla anche della storia di Ferrara sotto questo aspetto: “La città si sviluppa col petrolchimico, la Montecatini, unita all’agricoltura producendo fertilizzanti. A Barco e Pontelagoscuro si trasferiscono molte famiglie operaie, soprattutto marchigiane, per questo lì ci sono molti edifici popolari. Perciò abbiamo attuato un processo di riqualificazione in quei luoghi, è un piano che va avanti da 20 anni, per colpa della discontinuità degli investimenti e finanziamenti.” Il tema della mancanza dei fondi sarà una parte centrale della nostra conversazione. “Alla fine degli anni ’90 – prosegue Carrara – finiscono i fondi ‘Gescal‘ (Gestione Case per i Lavoratori, ndr), uno strumento che consentiva, attraverso prelievi in busta paga a dipendenti e datori, di costruire alloggi per i lavoratori. Un meccanismo del fisco che ha permesso di mantenere un sostanziale contributo a questo tipo di edilizia, creando alloggi riscattabili nel tempo dai possessori”.

La parte storica qui si ferma, e il direttore lancia la prima accusa: “Oggi in Italia ci sono un numero di alloggi popolari che variano tra i 900.000 e un milione, circa un 3% del costruito, un numero minimo se guardiamo ad altri Paesi europei, dove si arriva anche al 10%”. Inizia ad aprirsi, e si passa da un lato ‘tecnico’ ad un lato più ‘umano’ della questione, affermando che “ora il fabbisogno abitativo si è trasformato: si è passati da alloggi per i lavoratori, ad alloggi per i meno abbienti”.
Un’altra ‘accusa’ riguarda la modalità di gestione delle case popolari in passato: “Una parte delle case, che a mio parere doveva rimanere in affitto, è stata venduta. La casa in questo modo è divenuta strumento per aumentare il proprio patrimonio: chi non riusciva ad aumentare la propria ricchezza in altri modi, lo faceva così, acquistando case per poi rivenderle, attraverso la speculazione immobiliare”. Fa, su questo tema anche una precisazione su alcune statistiche, dicendo che “in Italia risulta che l’80% delle persone ha una casa, ma ciò è sbagliato: c’è chi possiede più case, e chi invece nessuna. Questa media andrebbe rivista”. E sempre sul tema della speculazione dice: “Ci sono molte abitazioni non occupate, soprattutto nella zona dei Lidi. In quei posti si è assistito al fenomeno della ‘seconda casa’, un’esigenza che ha determinato una fortissima cementificazione. Ci sono molte case che vengono utilizzati per brevissimi periodi. Un costruito non usato che ha finito per devastare anche il territorio. Anche per questo oggi parliamo di riqualificazione invece che occupare nuovo suolo”.

Dopo questo lungo dialogo sulla situazione storica e attuale, non posso far a meno, vista la mia scorsa ‘passeggiata domenicale’, di fare una domanda nello specifico sui due studentati, quello di via Putinati e quello di via Darsena, costruito da un privato con un cospicuo contributo di finanziamenti pubblici a fondo perduto e che ora è vuoto e inutulizzato. Noto persino un cambiamento di tono, più triste: “L’operazione del nuovo studentato (quello in Darsena, ndr) non è stata in linea con i bisogni di sviluppo della città. Lo abbiamo gestito per due anni, cercando di tirarci fuori qualcosa di buono e non ci siamo riusciti perché i costi per mantenere quella struttura sono alti e rischiano di essere scaricati sugli studenti. L’idea dello studentato in Putinati, che invece funziona bene, nasceva per dare una risposta alla grande mole di studenti che facevano, e fanno, domanda di alloggio, Domanda che supera l’offerta (abbiamo 54 posti in Putinati), proprio questo credo abbia portato alla costruzione di uno studentato ex-novo in via Darsena. Penso che si potesse fare in altro modo. Le cose sappiamo poi come sono andate. Credo che Ferrara abbia spazio per piccole residenze universitarie, con meno impatto visivo”. Quando lo studentato fu dato all’Acer in gestione, il presidente era Ivan Ricci, e proprio su di lui il direttore chiarisce: “È un capitolo chiuso. Ivan non ha avuto nessuna responsabilità anzi, ha dato un contributo per far sì che l’Acer potesse continuare a lavorare al meglio negli anni. Quello che è successo ha coinvolto alcune persone che lavoravano qui, e che oggi sono fuori. Pubblichiamo da qualche anno tutti i bilanci, proprio per dare la massima trasparenza. Ogni singola spesa, ogni singolo euro è sul nostro sito internet piuttosto che pubblicata, così da rendicontare a tutti il nostro operato. Addirittura in tutta la vicenda, l’Acer si è costituita parte civile”. Capitolo chiuso quindi sul caso giudiziario che qualche anno fa ha coinvolto l’ex presidente Ricci e alcuni dipendenti Acer, con accuse che andavano dalla concussione alle mazzette.

Lasciato questo argomento, torniamo sul tema della vita nelle abitazioni Erp, ossia di edilizia residenziale pubblica: “L’Acer fa ogni due anni dei sondaggi per rilevare la qualità e la soddisfazione degli occupanti (ci tiene a sottolineare che usa questo termine con accezione del tutto positiva, ndr). Da questi ci risulta che dobbiamo migliorare sulle manutenzioni, si fanno degli errori, ma la percentuale delle lamentele è sul 5%, praticamente una ‘lamentela fisiologica’ ”.
Tornando su Barco, gli chiedo cosa pensi lui sulla qualità dell’aria e mi dice che “il problema del petrolchimico e di quello che il cittadino percepisce è delicato. Noi non abbiamo elementi per mettere in dubbio la qualità dell’aria come fa qualcuno, anche perché l’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambientale dell’Emilia-Romagna) ha fatto molti controlli che non hanno segnalato situazioni critiche. Qualcuno ha addirittura affermato che i nostri alloggi a Barco avessero delle emissioni dannose, ma abbiamo effettuato delle indagini chimiche che hanno smentito il tutto”.
Sul tema ambientale però ci tiene a precisare la posizione dell’Acer: “Ci impegniamo sul fronte dell’inquinamento, cercando di innovare le tecnologie di riscaldamento, puntando soprattutto sul centralizzato e proprio gli alloggi di Barco sono stati recuperati con questi criteri. Migliorare questo quartiere sotto vari aspetti è stata un’azione lodevole”.
Da Barco, passiamo al Gad, che è lì a due passi dalla sede del colloquio, gli chiedo se l’Acer ha qualche progetto o sta partecipando alla ripresa di quella zona ma di nuovo il tono diventa malinconico: “Non c’è nessun piano da parte nostra attualmente. Abbiamo, qualche tempo fa, aiutato a gestire gli alloggi, ma ora il problema più grave è l’ordine pubblico e la questione sociale, più che edile”.

Da questo traggo spunto per chiedere di un’altra ‘zona calda’ di Ferrara, il Palazzo degli Specchi, sul quale mi dice: “È completamente abbandonato, mai entrato in attività, progettato come centro direzionale ma mai entrato in funzione.” “Una ‘cattedrale nel deserto’?” gli chiedo, citando il sindaco Tagliani. Sorride e mi dice: “Un deserto senza cattedrale!” e continua sull’argomento affermando che “l’abbandono ha portato all’occupazione abusiva e noi ora stiamo lavorando per dare una risposta a quel ‘buco nero’ della città per farne degli alloggi a canore ‘calmierato’, cioè ridotto fino al 30% rispetto al canone di mercato, così da rispondere al fabbisogno che abbiamo visto esserci di alloggi. Riqualificare tutta l’area intorno, come l’abbandonato PalaSilver, soprattutto perché è una zona dal forte impulso commerciale. Renderla quindi non solo attrattiva ma vivibile, aumentandone anche i servizi come ciclabili e linee dei bus”.

diego carraraSu questa tema il mio interlocutore non ha bisogno di tante domande domande, è stesso lui ad aprirsi, va a ruota libera… Mi spiega che “il reddito della città, dopo vari nefasti eventi, è diminuito, quindi dare case in affitto, più basso rispetto al mercato, dà la possibilità di creare anche un indotto economico, chi spende meno per affitto e bollette, ha un reddito maggiore da poter utilizzare in altre attività. Per questo siamo attenti su tutti gli aspetti”.
Ho notato più volte nella conversazione delle frasi che il direttore tende a ripetere: crederci, ambiente, sociale, pubblico. E proprio sul pubblico, con tono fiero mi dice: “Siamo orgogliosamente pubblici, sono orgoglioso di quello che facciamo, diamo un alloggio ai cittadini, su mandato dei Comuni, e cerchiamo di farlo bene.” E sempre sulla questione degli investimenti sul pubblico aggiunge: “Nell’attuale situazione economica ci sarebbe bisogno di nuova edilizia popolare, perché ci sono quattro milioni di persone che hanno un reddito con il quale potrebbero permettersi a stento questo tipo di alloggi. Ci sarebbe bisogno di dare risposta a questo fabbisogno, che l’Onu definisce ‘primario’. Ci guardiamo intorno e troviamo esempi come la Germania, che per fronteggiare l’emergenza immigrati, ha stanziato cinque miliardi d’euro per la realizzazione di 400mila nuovi alloggi” e proprio sull’immigrazione dice: “L’integrazione passa anche da questo, soprattutto senza creare quartieri ghetto, ma facendo un ‘mix sociale‘”. Fa anche una citazione cinematografica per spiegarmi quella che è la situazione dell’Acer nel rapporto con le persone: “Come ci insegna Scola nel film ‘Brutti, sporchi e cattivi’, non è facile trattare con gli indigenti, non sono remissivi come ci si potrebbe immaginare anzi, sono spesso aggressivi, lo dico anche per conoscenza diretta, provenendo da una famiglia operaia. Oggi avere a che fare con chi sta male, per mille motivi, è difficile, abbiamo subito minacce, abbiamo dovuto ricorrere più volte a chiamare la Polizia. In questo luogo la sofferenza sociale viene fuori e noi siamo la prima linea di protesta”. Suona quasi come uno sfogo questa sua ultima affermazioni, mi spiega anche che ciò è dovuto anche al fatto che “a Ferrara non siamo noi ad assegnare gli alloggi, ma il Comune con le sue graduatorie, ed è difficile spiegarlo alla gente”. E proprio su questo confessa che “in qualche raro caso abbiamo anche dovuto sollecitare il Comune per velocizzare le assegnazioni”, ma precisa subito che “abbiamo adottato con i Comuni delle ‘buone pratiche’ per contrastare la lentezza burocratica, ma le buone pratiche non sono spesso sufficienti a rispondere ad un fabbisogno in aumento, non abbiamo mai avuto così tante persone agli sportelli. E’ una situazione grave, e dovrebbe essere la Politica ad agire: bisogna cessare con i tagli al settore pubblico, e questo appello dovrebbe arrivare fino a Roma. Quando tra qualche anno non ci saranno più fondi neppure per la manutenzione, come faremo? Ancor di più visto che oggi siamo rientrati nelle zone sismiche, e quindi oltre all’ordinaria manutenzione, dobbiamo anche effettuare i consolidamenti statici, come agiremo? Chi ci sarà a rispondere ad una situazione di povertà in aumento?”. Il tono si fa accorato, preoccupato, si agita quasi il direttore Carrara, è evidente che si tratti di una questione che gli sta a cuore.

Persiste a parlarmi delle sue preoccupazioni, legate anche all’immigrazione: “La politica della casa deve tornare ad essere una politica nazionale. Siamo alla frontiera dell’immigrazione, di recente non abbiamo visto un euro, solo 400 milioni qualche anno fa, che però sono serviti a ripristinare un patrimonio in tutta Italia, una goccia nel mare. Il patrimonio pubblico (riferito agli Erp) della sola Ferrara è stimato sui 550 milioni d’euro, lo vogliamo valorizzare? E anche se non riuscissimo a fare del nuovo, che sarebbe già una clamorosa sconfitta, perché abbiamo 3500 persone ogni anno in lista d’attesa, almeno riusciremo a mantenere bene quello che abbiamo? L’Emilia-Romagna, secondo recenti ricerche, avrebbe bisogno di 20/25 mila nuovi alloggi, servono fondi”. Un appello lanciato quasi con rabbia, lo si percepisce dai suoi occhi, dai gesti che si fanno più ampi.
Passata più di un’ora il direttore non sembra stanco, anzi, ci tiene a concludere affermando che “la nostra proposta è, citando Pasolini, fare progresso, non solo sviluppo, così da creare un volano economico. Mettere mano alla riqualificazione e rigenerazione significa produrre valore aggiunto, progresso appunto. Non un’edilizia speculativa, ma la creazione di edilizia pubblica che dia sviluppo economico, non meramente consumistico, ma che migliori la vita della gente, far ripartire la macchina della nazione perché ‘se non parte l’edilizia, non parte nessuna industria’”. Mi sorge un dubbio sulle possibilità di intromissioni mafiose, ma su questo Carrara è chiaro: “Il rischio c’è ma non dobbiamo farci fermare dalla paura, un Paese che si blocca è un Paese che muore”.
Leggo nel suo sguardo fierezza quando mi parla di quella che lui, usando un inglesismo, chiama mission: “Noi ci crediamo, investiamo in scienza e cultura, lavoriamo in sinergia con l’Università per creare nuove tecnologie e innovazioni. Investire su una casa a basso costo e impatto ambientale vuol dire qualificare e migliorare la vita dei cittadini.”

Oramai ho fin troppo materiale. Ho cercato di far parlare il più possibile in questo mio articolo il direttore Diego Carrara, senza aggiungere quasi nulla di mio, perché questo fosse un resoconto il più oggettiva possibile. Naturalmente l’operazione è stata ostica, essendo abituato a introdurre il mio punto di vista, ma credo sia necessario, in questo viaggio nel mondo dell’edilizia popolare, dare spazio anche a chi vuole parlare e spiegare le cose dalla propria prospettiva. Io, dal mio, posso solo dire che il colloquio ha aumentato la voglia di addentrarmi in questo ambito fatto di leggi, appalti, investimenti, soldi, cattedrali, deserti, zone d’ombra e veri monumenti, ma prima di tutto di persone con i loro bisogni e le loro speranze.
Lascio l’ultimo parola di questo lunghissimo scritto a Carrara, ché l’interrogativo che pone, solo apparentemente retorico, mi è rimasto stampato dentro: “Abbiamo un grandissimo patrimonio pubblico, perché dobbiamo buttare a mare una ricchezza che ha fatto crescere intere generazioni?”.

3. continua

Case popolari, Acer puntualizza: “Forniamo alle famiglie meno abbienti un alloggio confortevole a canone sociale”

da: Diego Carrara, direttore Acer Ferrara

Egregio Direttore,
desideriamo intervenire in merito alle considerazioni comparse sul vostro quotidiano lunedì 6 febbraio, dal titolo: ”Nelle case popolari la vita non si riduce a numeri”, di Jonatas Di Sabato.
La Conferenza organizzata da Acer Ferrara venerdì 3 febbraio, alla Camera di Commercio, aveva una finalità ben precisa: quella di illustrare, sia pure in modo sintetico, i principali interventi di riqualificazione urbana realizzati negli ultimi 15 anni dall’Azienda Casa della Provincia di Ferrara, in una logica di continuità rispetto alle iniziative intraprese già qualche anno prima dallo Iacp .
Il titolo del volume presentato durante la Conferenza non a caso è: “Acer Ferrara – 15 anni di interventi edilizi per i Comuni dopo la L.R. n-24/2001”.
Inevitabile , quindi, che si sia parlato molto di fondi, investimenti, appalti, ma anche in diversi passaggi (come quelli dell’Assessore Regionale Patrizio Bianchi) di qualità dell’abitare, di rapporti sociali e di nuove comunità che si possono determinare in quartieri riqualificati.
Inevitabile anche che i relatori abbiano usato un linguaggio condito di qualche tecnicismo, che pero’ non ha creato particolari imbarazzi ai numerosi intervenuti, per lo più operatori del settore delle politiche abitative o amministratori di enti locali.
D’altra parte, le politiche abitative si fanno anche con fondi, investimenti e appalti….
Altrimenti, si scade nella semplice analisi sociologica dei fenomeni, senza poter mai declinare risposte o proposte ai bisogni indagati.
Ci preme tuttavia ribadire il nostro impegno in ambito sociale dove Acer Ferrara ha molto a cuore i propri utenti, la qualità del loro abitare, la comunità in cui vivono e le relazioni di inclusione e integrazione che la irradiano.
Lo dimostrano le numerose iniziative in tal senso: la Festa dei Vicini annuale, i Convegni organizzati su queste tematiche, il Portierato Sociale al Barco, l’attività di mediazione sociale e dei conflitti che da anni svolgiamo nei palazzi popolari che gestiamo, la creazione di una rete regionale dei Mediatori sociali nell’erp (i Mediattivi ), le relazioni quotidiane con i Servizi Sociali del territorio per i nuclei famigliari più fragili, la figura dell’Agente Accertatore -che per primi in Regione abbiamo attivato – per essere più vicini alle persone e alle loro problematiche del vivere in condominio..
Ultimo, ma non per importanza, la pubblicazione della 2° edizione del Bilancio di sostenibilità – anni 2014/2015, a conferma della radicata sensibilità di Acer Ferrara rispetto alle tematiche della sostenibilità sociale, ambientale, oltre che economica, del proprio operato.
Anche l’attenzione ai consumi domestici degli inquilini di alloggi popolari, è una declinazione di come Acer interpreta il proprio ruolo: fornire alle famiglie meno abbienti un alloggio confortevole, a canone sociale e con servizi dai costi sostenibili, per migliorare la qualità di vita degli assegnatari stessi.
Ci scusiamo quindi se tale dimensione sociale non è emersa nella Conferenza di venerdì pomeriggio, vero è che non solo il tema era un altro, ma in poco più di un’ora e mezza non si poteva rappresentare tutto il nostro lavoro e la sua complessità.
Crediamo invece possa essere stimolante, per noi oltre che per Jonatas Di Sabato, un confronto sulla qualità abitativa dei diversi quartieri di Erp di cui si tratta nel libro, magari attraverso un viaggio da intraprendere insieme nei prossimi giorni per toccare con mano del fatto che trattiamo sempre e solo di persone e non di numeri o statistiche.
Un Cordiale Saluto
Diego Carrara

Nelle case popolari la vita non si riduce a numeri

Numeri senz’anima. Si è parlato di involucri, dando peso al contenitore e sfiorando appena ciò che realmente conta: l’umanità del contenuto. Si è dato forse per scontato ciò che scontato non è: e il silenzio alimenta la rimozione, sicché la forma rischia di prevalere sulla sostanza. Venerdì c’è stata la conferenza dell’Acer Ferrara dal titolo “Politiche dell’abitare e riqualificazione urbana: l’esperienza di Ferrara”. Durante l’incontro, c’è stata anche la presentazione del libro “Acer Ferrara: 15 anni di interventi per i Comuni dopo la legge Regionale 24/2001”. I volti dei relatori sono illustri nel panorama ferrarese: dal presidente dell’Acer Daniele Palombo, al presidente della Provincia (e sindaco di Ferrara) Tiziano Tagliani, passando per Diego Carrara, direttore generale di Acer Ferrara, Luca Talluri, presidente di Federcasa, Romeo Farinella, professore di urbanistica presso la locale Università, concludendo con Patrizio Bianchi, assessore alle Politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione, professionale, università, ricerca e lavoro della Regione Emilia-Romagna.
Come si desume dal titolo, il tema principale è stato quello dell’edilizia popolare, argomento molto scottante, soprattutto in una città come Ferrara, della quale sto conoscendo man mano che la vivo, le criticità sotto questo aspetto. Gli interventi sono stati specifici, con i consueti tecnicismi e riferimenti a leggi, norme, acronimi, sigle a me sconosciuti. Il tutto incentrato soprattutto su tre fattori: fondi, investimenti e appalti.

Fare un riassunto dettagliato di ciò che è stato detto, per me, che non sono specialista dell’argomento, sarebbe impossibile. Dirò quello che invece più mi ha colpito. Ogni conferenza porta con sé una componente di autoreferenzialità, rendendo il terreno ostico per chi non è esperto della materia e per chi, come me, alla quantità e alla specificità delle informazioni ha sempre preferito la sostanza di ciò che si dice. Vivo da poco a Ferrara, parlare dei suoi problemi mi sembra un atto di presunzione. Ma le problematiche edilizie sono ben visibili, alcune delle quali non affrontate dalla conferenza, stranamente.
L’edilizia popolare porta con sé due problemi fondamentali: l’impatto sociale e la gestione dei fondi. Sulla seconda non mi soffermo, c’è chi più ferrato di me ne parla già ampiamente. Ma sul primo punto mi sarebbe piaciuto poter approfondire con i relatori. Fare domande del tipo “ma il Gad?”, “ma il problema di Barco è solo il riassetto urbanistico, o anche ciò che gli abitanti respirano?”, “il palazzo degli specchi verrà demolito? Cosa sorgerà? Chi gestirà gli occupanti?”, “parlando dello studentato, siamo sicuri che non si possa dire che si tratti di una ‘cattedrale nel deserto’ (il presidente Tagliani ha tenuto più volte a sottolineare che quella struttura non lo sia)?”.

Giustamente una conferenza del genere deve essere un resoconto ai cittadini delle spese, dei lavori, del rispetto dei tempi. Ma io mi chiedo il perché di alcune rimozioni. Perché non ci fosse, tra i presenti, nessuno che vive nelle nuove dimore, perché quando si parla di edilizia popolare si parla di investimenti sul cemento, ma non delle persone; mi chiedo, infine, perché le persone, risultano numeri e statistiche, e la loro dimensione di esseri senzienti pare annullarsi.
Sarà la mia vena troppo polemica, sarà che io nei quartieri popolari c’ho vissuto, ma so che nel “popolare” bisogna andarci con i piedi di piombo. Purtroppo queste mie domande sono rimaste senza risposta, ma la cosa mi ha turbato.

Tornato a casa ho riletto più volte il libro/opuscolo: belle le immagini, dettagli dei finanziamenti, e ancora sigle, leggi, acronimi. L’ho aperto e richiuso almeno sette volte. Piantine, ottime descrizioni edilizie, ma nulla su chi ne usufruirà nel dettaglio, nulla sui criteri di assegnazione degli edifici Erp, nulla sul perché sia stato fatto quel recupero, i criteri di scelta. Mi convinco che sono io a farmi le domande sbagliate, in fin dei conti, questa era una conferenza sullo “stato dell’opera”, è normale che si sia parlato di soldi, metri quadri, leggi e appalti. Io però non posso far a meno di pensare che delle persone ne dovranno avere benefici, e mi chiedo chi saranno, come saranno scelte, quali sono i criteri di discriminazione. Mi risponde sempre Tagliani però su questo: “le assegnazioni vanno fatte in base a tabelle regionali”, risposta soddisfacente, ma di nuovo l’Uomo diventa numero. Credo sia normale, non potrebbe essere altrimenti per semplificare la burocrazia. Ma l’edilizia popolare dovrebbe essere per il popolo, e il popolo, quando viene considerato solo numero, si svuota del suo intrinseco significato di essere vivente.

Altra cosa che mi ha sorpreso e incuriosito è stato un passaggio, sempre di Tagliani: “L’Acer deve essere un nuovo mediatore sociale, dovrà mediare nei conflitti. Anche la costruzione degli alloggi ha cambiato parametri negli anni: ora la resa energetica, i costi di mantenimento, non sono più accessori. Le innovazioni tecnologiche servono e sono un fattore fondamentale per l’abitante, così da non incorrere, negli anni, in morosità che vedrebbero necessaria l’espulsione degli occupanti”. Credo di aver persino sognato il sindaco/presidente che ripeteva questa frase, diventata un mantra per me. Il risparmio energetico divenuto strumento per evitare morosità. Non per salvaguardare l’ambiente, non per limitare i consumi, non per creare efficienza, ma per evitare di essere cacciati da casa. Mi chiedo poi se la scelta della parola “occupante” sia stata voluta, o semplicemente capitata, avendo di lì a poco parlato del “palazzo degli specchi”.

Altra mia curiosità è stata il chiedermi se tra le persone presenti, ci fosse qualcuno che avesse avuto un’esperienza diretta della vita in un quartiere popolare, ne conosca davvero le problematiche, che possono essere riassunte in soli problemi edili? L’antropologia culturale insegna che per capire un qualcosa bisogna sottoporsi alla cosiddetta “osservazione partecipata”, ma con la giusta distanza: non troppo vicini, altrimenti non si “vede”, non troppo lontani, altrimenti non si “sente”.

Io, uscito dalla Camera di commercio, avevo più dubbi che certezze, un articolo su una conferenza dovrebbe farne un riassunto, ma il riassunto di un qualcosa che non si riesce a comprendere è impossibile. Allora cosa fare? Cosa mandare al direttore? Scrivo per un giornale che si occupa di approfondimenti, allora faccio l’unica cosa sensata da profano della materia.
Dopo due giorni e notti insonni, domenica mattina ho preso la decisione: io di questa edilizia popolare voglio vederne i risultati. Ho così deciso di visitare i luoghi citati, partendo dal primo, quello che si è più volte ripetuto “non essere una cattedrale nel deserto”.

1.continua

Leggi la seconda parte

 

Scacciare i sudditi-consumatori per riappropriarsi del bene comune

“Il bene comune: politiche pubbliche e interessi collettivi” è stato il tema d’esordio. Con il nuovo anno è arrivato anche il nuovo ciclo di “Chiavi di lettura – Opinioni a confronto sull’attualità”, gli incontri di approfondimento su questioni di rilievo locale o nazionale organizzati da Ferraraitalia per leggere il presente e fornire elementi di conoscenza e comprensione. Il primo appuntamento di questa terza serie si è svolto lunedì pomeriggio nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea con la modalità della “tavola rotonda”, quanto mai adatta al argomento trattato:
“A cosa facciamo riferimento quando parliamo di beni comuni?”, ha domandato al pubblico il direttore di Ferraraitalia, Sergio Gessi, nella propria introduzione: “a ciò che è di proprietà pubblica o di pubblica utilità e a ciò che è condiviso dalla comunità”, sia in termini di beni materiali sia in termini di beni intangibili (il patrimonio valoriale: pace, salute, cultura…). Poi ha fatto riferimento alle istituzioni preposte alla tutela e alla salvaguardia di tali beni e al testo predisposto nel 2007 dalla Commissione Rodotà per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, mai mai approdato nelle aule parlamentari, in cui è scritto:
“1) I beni ad appartenenza pubblica necessaria sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali, la cui cura discende dalle prerogative dello Stato e degli enti pubblici territoriali. Non sono ne’ usucapibili né alienabili. Vi rientrano fra gli altri: le opere destinate alla difesa; le spiagge e le rade; la reti stradali, autostradali e ferroviarie; lo spettro delle frequenze; gli acquedotti; i porti e gli aeroporti di rilevanza nazionale ed internazionale. La loro circolazione può avvenire soltanto tra lo Stato e gli altri enti pubblici territoriali”.
e subito dopo:
“2) Sono beni pubblici sociali quelli le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona. Non sono usucapibili. Vi rientrano tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti a ospedali, istituti di istruzione e asili; le reti locali di pubblico servizio. E’ in ogni caso fatto salvo il vincolo reale di destinazione pubblica. La circolazione è ammessa con mantenimento del vincolo di destinazione”.

Per questo al tavolo dei relatori si sono alternati Marcella Ravaglia del Comitato Acqua Pubblica di Ferrara, Diego Carrara, direttore di Acer Ferrara, Loredana Bondi, già direttrice dell’Istituzione servizi educativi, scolastici e integrativi del Comune di Ferrara e oggi componente del Gruppo Nazionale Nidi Infanzia, e Tito Cuoghi esperto del settore ambiente.

Ravaglia ha ricordato che i movimenti per la difesa dell’acqua sono nati “nel Sud del mondo” per combattere imprese multinazionali “spesso con sede nel mondo sviluppato, anche qui in Europa”, che agivano e agiscono in modo predatorio. Per quanto riguarda l’Italia, uno dei momenti fondamentali è stata la “legge di iniziativa popolare” del 2006, con la quale il Movimento proponeva di superare il partenariato pubblico-privato ma non per tornare al modello gestionale “clientelare” e “disfunzionale” precedente: si suggeriva “un modello nel quale gli enti locali si riprendevano la proprietà e la gestione della risorsa acqua in senso partecipativo”, cioè che permettesse “alla popolazione di intervenire e di decidere insieme non sulle scelte tecniche, ma sugli indirizzi politici del servizio”. Ravaglia ha poi sottolineato che “ in questi anni si sono susseguite le iniziative governative, senza distinzioni, contro il grande risultato referendario del 2011: l’ultima in ordine di tempo è stata il decreto Madia bocciato dalla Corte Costituzionale”.

Carrara ha parlato dell’edilizia residenziale pubblica come di “un pezzo di patrimonio pubblico dimenticato negli ultimi vent’anni”, ma “senza il quale non si riuscirebbe oggi a dare una risposta” a “quattro milioni e mezzo di persone” che versano in condizioni di povertà relativa, “circa sette milioni se si contano anche quelli in povertà assoluta”: per quanto riguarda Ferrara si parla di “7.000 nuclei famigliari che non hanno accesso alla casa”, ha sottolineato il direttore di Acer.
È dunque evidente che sarebbe necessario “ripensare le politiche abitative di questo paese”.

Come bisognerebbe ripensare anche le politiche riguardo i “servizi educativi” perché, come ha affermato Loredana Bondi, “oggi se ne parla solo in termini di costi per la società”. In passato la nostra regione, insieme ad altre come Toscana e Liguria, ha raggiunto punte di eccellenza, mentre ora c’è una certa “superficialità”: i servizi educativi però non riguardano solo la cura dell’individuo o la risposta ai bisogni degli adulti che lavorano, hanno un ruolo fondamentale per “la crescita delle persone” che diventeranno i cittadini del futuro.

Tito Cuoghi ha osservato come “tutto ciò che è stato detto durante il confronto sia in contrasto con il pensiero unico propugnato da un establishment economico che vuole i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”.

A questo proposito Gessi ha citato il Rapporto elaborato dalla ong Oxfam con i dati del 2016 e appena pubblicato: i primi 7 miliardari italiani posseggono una ricchezza superiore a quella del 30% più povero dei nostri connazionali, perciò l’1% più ricco del Paese può contare su oltre 30 volte le risorse del 30% più povero.

L’unico modo per contrastare questo circolo vizioso che aumenta le diseguaglianze a discapito del bene comune e del ben-essere collettivo, a parere di tutti i relatori, è smettere di essere quelli che Chomsky ha definito “sudditi consumatori” e tornare a chiedere una maggiore partecipazione dei cittadini e della società civile alla gestione della cosa pubblica.

“Chiavi di lettura”, come ha spiegato il direttore, proseguirà fino a maggio con un incontro al mese, sempre di lunedì alle 17 e sempre in Sala Agnelli: “quest’anno abbiamo scelto i punti interrogativi, perché coltivare il dubbio rende elastica la mente”. Ecco il calendario dei prossimi appuntamenti: il 27 febbraio “Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione”, il 27 marzo “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca”, il 24 aprile “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”, e infine il 29 maggio “Uomini o caporali? Storie di dignità e vassallaggio”.

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