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PER CERTI VERSI
Boh, le acque della gioia

BOH, LE ACQUE DELLA GIOIA

Sono così rare
Le acque della gioia
Sono rare lacrime dolci
Il vento dell’amore
Ha tolto loro
Il sale
Diventano sorgenti
Per noi
E per le nuvole
Delle nostre comuni fantasie
Sorgenti
Dove lasciare
Le nostre poesie
Incuranti
Di chi passa
Di chi dice
Delle voci
Sono loro
I versi
A fare da spartiacque
Al vento
Delle parole sprovviste di luce
Più in là
Alla memoria
Dove si inabissano
I monti cerulei
Grigi
Lillà

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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Mare: profondi abissi e placide onde, calma inquietudine

Il mare, come la montagna, è l’inizio e la fine di tutto. E mentre la montagna ci permette lo sguardo al cielo, elevandoci alla spiritualità più intensa, il mare ci accosta alla ciclicità della vita e della morte, proprio come le onde che avanzano inarrestabili per infrangersi e poi riproporsi. Il mare attira, affascina, incute paura o rispetto, calma, inquietudine, serenità, perché è il tutto e il contrario di tutto. Ci nutre, ci lega, suscita i pensieri più diversi e ci conduce ad accostamenti e interpretazioni che hanno attraversato la storia dell’umanità.
Talete scriveva che il principio del mondo e della vita in generale sta nell’acqua e il suo discepolo, Anassimandro affermava che l’uomo trae origine dal pesce. Kant indicava metaforicamente il paese della verità in un’isola circondata da un minaccioso e tumultuoso oceano, simbolo dell’apparenza. Nietzsche vedeva le onde come paragone della volontà umana mossa da bramosia e cupidigia, mentre il taoista Lao Tse riconosceva l’indomabile e implacabile potere dell’acqua, capace di corrodere col tempo la roccia più dura. Per Euripide l’elemento marino è forza catartica purificatrice e lava tutto il male umano. Per la medicina inglese del Settecento, il bagno in mare era addirittura il rimedio consigliato per i mali di natura fisica come la rabbia e la sifilide.

Ma non c’è nessuna speculazione filosofica sofisticata nel pensiero e nell’idea del mare di alcuni ragazzi disabili che hanno manifestato la volontà di vedere l’oceano, partendo dall’Italia e recandosi fino in Francia. L’Oceano Atlantico ha solleticato la fantasia e il desiderio intenso di raggiungerlo e viverlo di Michele, Samuele, Laura, Matteo, Lorena, Anna, Luca, Andrea, i giovani ospiti della Cooperativa L’Eco Papa Giovanni XXIII di Carmignano di Brenta (Padova): un sogno che si è realizzato macinando chilometri e chilometri con camper e pulmino fino a Bordeaux, così, on the road. Trovarsi al cospetto dell’oceano non è stato solo l’arrivo alla meta agognata e la conclusione di un progetto preparato nel dettaglio con i loro validi operatori, ma è stata soprattutto l’affermazione di quel “Io valgo e anch’io ce la posso fare” per ciascuno dei giovani viaggiatori. Hanno piantato sulla riva una bandiera, simbolo di grande conquista personale e hanno vissuto quel momento con la gioia che solo la concretizzazione di un sogno offre.

Non hanno sicuramente formulato teorie filosofiche particolari nemmeno coloro che il mare l’hanno attraversato su un gommone da migranti, partendo dal Marocco alla volta della Spagna, alla mercè dello scafista guineano Oumar Diallo che si era fatto pagare 2.500 euro da ogni passeggero e che ha tagliato la testa a un giovane imbarcato, gettandola in acqua, tenendo il resto del corpo a bordo per 45 minuti, sotto gli occhi di tutti gli altri. Il motivo dell’atroce gesto sta in quel succo sottratto al trafficante, bevuto per la sete disperata accumulata negli oltre 200 chilometri in acqua, sotto il sole a picco.

Il mare amico-nemico, accogliente-pericoloso, speranza-disillusione, possibilità-condanna. In letteratura, l’Odissea rappresenta il viaggio dei viaggi per mare, quello che offre tutte le sfaccettature dell’elemento mare. Nel capolavoro di Stevenson ‘L’isola del tesoro’ (1883), il mare scatena l’immaginario popolare con mappe, golette, saccheggi, malvagi mendicanti e loschi individui, ciurme rivoltose, vecchie taverne di porto, anziani pescatori e pappagalli parlanti. Tra le pagine c’è il sapore dell’oceano e di un’isola che non compare in nessuna carta geografica. In ‘Ventimila leghe sotto i mari’ (1870), di Verne, il mare nasconde l’impensabile; mostri marini e presenza umana dotata di tecnologia fantascientifica, impensabile all’epoca, si scontrano e si affrontano nell’immensa massa scura. Anche Poe ci lascia la sua inquietante descrizione del mare nel racconto del 1841, ‘Una discesa nel Maelstrȍm’. Un gruppo di pescatori norvegesi si imbatte in una violenta tempesta. Un immenso vortice chiamato appunto Maelstrȍm impedisce loro la fuga e l’enorme abisso li inghiotte, catturando la barca e scaraventandola sul fondo. Uno solo di loro si salva, aggrappato a un barile finchè l’abisso non si chiude. Arriverà a riva trascinato dalla corrente, cambiato irreversibilmente nel corpo e nella psiche, invecchiato precocemente. In ‘Il mare’ di John Banville del 2005, Max Morden, storico dell’arte in fuga dai fantasmi di un lutto, arriva nella località balneare della sua infanzia sperando in modo illusorio di ritrovare se stesso attraverso i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza. Pagine di segreti, cose sepolte, ricordi sopiti, interrogativi e risposte mai date. Il mare accompagna le fasi della vita di Morden e assiste impietoso alle fragilità umane, agli spettri della memoria che a volte sostituiscono la vita e il presente. Sullo sfondo, l’oceano irlandese a volte calmo, altre gonfio di onde giganti: “Una fluida marea che pareva venire dagli abissi, come se laggiù qualcosa di immenso fosse mosso: nient’altro che una delle tante, indifferenti scrollate di spalle del vasto mondo”. E ancora il mare riempie le pagine di ‘Il libro del mare‘ (2017), di M. A. Strøksnes in cui l’autore scrive di due amici a pesca dello squalo della Groenlandia, al largo delle isole Lofoten a nord della Norvegia. L’elemento dominante indiscusso è il Mare del Nord e le sue battaglie meteorologiche, ma anche tutti gli altri mari, le misteriose creature che vi abitano, i colori distorti, le sfumature, la mente sgombra, i suoni ovattati che sembrano arrivare da ogni dove, perfino gli odori, l’odore di putrefazione dell’impianto di trasformazione Deception Bay, la distruzione delle barriere coralline a causa della pesca a strascico. Pagine che trasudano l’immenso amore per il mare, a volte romanzo, altre documentario. “Il nostro pianeta non dovrebbe chiamarsi Terra: dovrebbe chiamarsi Mare, occupato da oltre il 70% dall’acqua” scrive l’autore. Il mare è necessità, divertimento, sfida, opportunità, immensa risorsa, luogo di incommensurabile mistero e conoscenza. E come scrive Baricco: “E’ qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare… Ma soprattutto: il mare chiama… Non smette mai, ti entra dentro, ce l’hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti, senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare che ti chiamerà.”

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L’OPINIONE
Genova per noi, specchio
di un Paese in disfacimento

Ci vuole grande coraggio e stomaco forte per amare o anche soltanto rispettare il meraviglioso, insopportabile, satanico Paese nostro, calpestato e vilipeso dai suoi sciamannati figli, i quali pensano di aver ricevuto in dono da Dio la licenza di distruggere: personaggi, eventi, ingiustizie, idiozie incombono su di noi in un crepuscolo tempestoso e impietoso, una volta si diceva che gli dei ci puniscono. Osservazione ragionevole, di occasionale sul nostro pianeta c’è poco e l’Italia è una terra asociale, fascistella d’animo, terra di furbastri, delinquentelli e mariuoli di varia specie. Con il cuore gonfio ho seguito in questo torrido autunno di tregenda il nuovo scempio di una regione che agli italiani dovrebbe essere molto cara e non soltanto agli italiani, al mondo abbiamo donato le Americhe, tutto sommato fu latina la grande idea che oltre le Colonne d’Ercole il pianeta continuava e non moriva lì chissà come e chissà perché. Il geniaccio italiano, questo strano popolo, si caricò sulle spalle inglesi, francesi, spagnoli, traghettandoli, grazie Colombo!, oltre oceano e siamo rimasti a guardare come si fa ricchezza, facendoci poi canzonare per la nostra povertà. Ricordo che a un ricevimento in un’ambasciata romana, un funzionario francese, non ricordo di che si stesse parlando, disse, con l’arrogante sicumera di un novello Chauvin, disse “voi italiani avete sempre combattuto per il pane, noi per la gloria” e l’amico che accompagnavo, un vecchio e valentissimo giornalista e scrittore, Manlio Miserocchi, lo guardò di sottecchi e gli rispose freddamente “ognuno combatte per quello che non ha!”, zittendo il maleducato e ignorante transalpino. Il quale, tuttavia, non avrebbe avuto tutti i torti se soltanto avesse voluto condannare la nostra filosofia esistenziale, così protervamente egoista, così ingenuamente provvisoria, ché il futuro per gli italiani non esiste.

Ragionavo fra me e me di queste jatture, mentre alla televisione trasmettevano le spaventose immagini di Genova sconvolta dalle acque che tecnici e politici hanno operato per farle precipitare da monte a valle sempre più impetuose, impossibili da frenare, come le cascate del Niagara. E dicevo a voce alta (parlo sempre a voce alta con la televisione, vezzo dei vecchi): malviventi!, uccidete questa città e questa regione che ci hanno dato artisti, politici, navigatori, poeti, uccidete perchè non sapete far altro. E mi è venuto in mente il racconto che mi fece due anni fa l’amica Dodò subito dopo che il fiume Magra era entrato in albergo, il piccolo, ineguagliabile hotel “Sette archi” di Bocca di Magra, dove da anni trascorro le mie vacanze marine, dal quale vedo le Alpi Apuane, sembrano le Dolomiiti, che si specchano nella larga foce del fiume e nel porticciolo, rifugio per decine, forse centinaia di barche, piccole imbarcazioni a vela e alcuni grandi yacht, i cosiddetti “ferri da stiro” di proprietà di poveretti che chissà se in banca hanno di che pagare le tasse. E’ un panorama unico, incantevole, non contaminato dal rumore delle auto che qui non possono arrivare, un luogo silenzioso che si chiude verso il mare nel parco e nei ruderi di un’antica villa romana. Dalla terrazza della mia camera vedo il paesaggio aprirsi sotto i picchi intagliati dagli uomini, i famosi cavatori di Colonnata. Cavatori anarchici, nella piazzetta del paese hanno affisso una lapide dedicata “a tutti I compagni anarchici uccisi sulla strada della libertà”. Si, quando ci penso il cuore mi si gonfia e lo sguardo corre verso Sud, pochi chilometri e so che deve fermarsi a Stazzema, luogo dell’orrore nazifascista, dove i boia neri, prima di scendere a Marzabotto, uccisero nel 1944 oltre cinquecento donne e bambini, ma le nostre incompatabili enciclopedie ci ricordano soltanto che “nel territorio vi sono cave di marmo” e che il paese conserva la pieve romanica di S. Maria Assunta. Va bene così.

E proprio da questi monti scoscesi della Liguria le bufere hanno scaricato due anni fa una cascata d’acqua, da Bocca di Magra alle Cinque Terre fino a Genova . I liguri non si persero d’animo, non versarono troppe lacrime, non urlarono, abituati a quel silenzio così ben descritto dal grande Biamonti, curvarono la schiena e ricominciarono il loro lavoro di infaticabili formiche . Ma sperarono: quel disastro poteva, doveva essere l’inizio di una ricostruzione ragionevole e ragionata. Niente da fare, lo sciocco languore speculativo italiano ha prevaricato ancora. E’ sempre stato così. Ricordo che nel 1987 si tenne in Comune a Ferrara una solenne riunione di politici e di alti funzionari, presente l’allora presidente del Consiglio Giovanni Goria, che si chiuse con un giuramento: il Po sarebbe stato salvato. Il Po è sempre meno navigabile, continua a essere una fogna a cielo aperto, uno splendido fiume. Morto.

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