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PRIMAVERA A DOMICILIO:
scatti di fioriture nelle aree pubbliche di Ferrara

Nel caso non ve ne siate accorti. O siate impossibilitati a verificarlo di persona… questo giornale è lieto di comunicarvi che la Primavera, a Ferrara e ovunque, se ne fotte (con rispetto parlando) del Coronavirus. Continua a fiorire impunemente. E’ evidente che Lei, la Primavera, non sopporta autocertificazioni, quarantene o divieti di sorta.
Un grazie allo ‘straordinario’ – è il caso di dirlo – servizio di Giorgia Mazzotti. E un augurio di buon risveglio a tutti. Presto, si spera.

(Effe Emme)

Il ciliegio in fiore e la sua immagine dipinta e poi fotografata da Simone Bavia nel Giardino del Palazzo Schifanoia, a Ferrara

Le fioriture sono uno spettacolo stagionale, che va colto nel breve arco di tempo in cui le gemme si trasformano nei petali colorati, destinati ad appassire e disperdersi nel giro dei pochi giorni. In questo periodo di isolamento legato all’emergenza sanitaria da Coronavirus è però impossibile – a Ferrara come un po’ ovunque – andare a vedere da vicino quegli alberi che stanno rinnovando la fioritura, colorando con quegli spazi pubblici eppure un po’ segreti e – adesso – segregati.

Fiori del ciliegio giapponese (foto SB)

Per i ferraresi ci sono alcuni luoghi che ogni anno in queste settimane sono meta di pellegrinaggi mirati proprio a cogliere la bellezza delle piante che ci sono: il chiostro del monastero di Sant’Antonio in Polesine, il giardino interno di Palazzo Schifanoia, ma anche parchi pubblici, aree verdi  e i viali alberati che costeggiano le Mura tutt’intorno alla città. A portare una ventata di primavera a domicilio stavolta ci pensa, quindi, un servizio civico che del verde pubblico si occupa in collaborazione con alcuni addetti ai lavori di cura del verde.

Ramo del ciliegio giapponese e di un altro albero nello spiazzo verde di via Podgora a Ferrara (foto GioM)

A fare una ricognizione sulle fioriture degli alberi in aree pubbliche che ora sono inaccessibili viene prima di tutto in soccorso l’Ufficio Verde del Comune.
Una sorta di vedetta in avanscoperta per dare, ai cittadini nostalgici di Mura e di natura, un aggiornamento su quelle piante che normalmente sono oggetto di visite più o meno mirate e che – in questo caso – solo gli addetti ai lavori o i singoli abitanti delle specifiche zone cittadine possono tenere d’occhio in presa diretta.

Albero di Giuda nei giardini dell’Acquedotto
Ciliegio comune nel Sottomura da via Azzo Novello
Ciliegio di Sant’Antonio in Polesine (foto Ufficio Verde)

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“Le alberature che sono in fiore in questi giorni – spiega Giovanna Rio – sono quelle di Ciliegio giapponese (rosa), Albero di Giuda (rosa intenso) e arbusti come la forsizia (giallo)”.

Albero di Giuda all’Acquedotto (foto GioM)
Arbusto di forsizia in via Podgora (foto GioM)

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In esplosione in questa settimana sono le gemme che ogni anno portano una nuvola rosa nel chiostro davanti al monastero di Sant’Antonio in Polesine (via del Gambone 14/a, Ferrara) nel piazzale interno, e ora blindato da un cancello, a metà dell’antica via Beatrice d’Este.

Ciliegio giapponese nel chiostro del monastero di Sant’Antonio in Polesine, a Ferrara (foto GioM)

Uno splendore adesso sono poi le alberature dell’accogliente ed estraniante giardino che si trova nella parte interna di Palazzo Schifanoia (via Scandiana 21, Ferrara), che possiamo vedere grazie al contributo di Simone Bavia, titolare della ‘Caffetteria-ristoro Schifanoia’. Simone racconta che a fiorire in questo momento ci sono il ciliegio comune, con petali bianchi, e il grande ciliegio giapponese con i caratteristici petali rosa.

Panoramica del Giardino di Palazzo Schifanoia a Ferrara (foto Simone Bavia)

“Quello con i fiori bianchi – dice Bavia – è un comune ciliegio da frutta, che fra un mese inizierà a produrre le ciliegie. La sua particolarità è che non essendo mai stato ridimensionato è riuscito ad ingrandirsi molto. Penso che avrà 50 anni ed è alto 25 metri”.

Chiome dei Ciliegi in fiore sul cielo sopra la Caffetteria ristoro Schifanoia, a Ferrara (foto Simone Bavia)

Per quel che riguarda il ciliegio con i fiori rosa, Simone ricorda che “è sempre stato l’attrazione più importante della primavera per i ferraresi e non solo, perché venivano a visitarlo anche da Bologna, da Modena e persino dall’estero. È alto 15 metri e penso che avrà 30 anni. La fioritura, che è ormai al suo apice, dovrebbe restare per alcuni giorni ancora, credo fino al martedì dopo Pasqua, purché nel frattempo non venga a piovere e non si alzi forte vento. A breve fiorirà poi il glicine, che ho potato per dargli una forma molto particolare e suggestiva”.

Ciliegio in fiore nel giardino del Palazzo Schifanoia (foto Simone Bavia)

Ci si domanda anche – mentre si viaggia verso un centro commerciale fuori dalle mura cittadine – che specie sono quegli alberi che di sfuggita sfilano rosei sulla pista ciclo-pedonale di via Padova che collega via Galvani con la pista di pattinaggio tra il quartiere di Barco e Pontelagoscuro. “Quelli – spiega un giardiniere di Ferrara Tua – sono innesti di ciliegio giapponese e altri, uguali, sono stati piantati anche sull’argine del canale di Volano che scorre parallelo a via Darsena dietro allo studentato e al centro commerciale dove c’è la multisala del Cinestar”.

Fiori di ciliegio giapponese lungo l’argine del canale di Volano dietro a via Darsena (foto GioM)

“La scelta del verde – fa notare il giardiniere – risente delle mode. E la tendenza florovivaistica degli ultimi anni ha visto una grande diffusione di questa tipologia di pianta. Negli anni Settanta, invece, andava per la maggiore il Cercis siliquastrum, conosciuto come Albero di Giuda, che è molto bello, ha fiori di un rosa violaceo e un fusto che tende a crescere storto, creando inclinazioni particolari. Tanti di questi alberi sono ora in fiore nei giardini dell’Acquedotto monumentale“.

Due dei numerosi alberi di Giuda che sono attualmente in fiore nei giardini dell’Acquedotto monumentale (foto GioM)

Macchie gialle e rosa pallido colorano le aiuole in via Podgora, fuori dallo spiazzo del giardino dell’Acquedotto, tra piazza XXIV Maggio e corso Isonzo. Quelli gialli quelli sono arbusti di forsizia.

Arbusto di forsizia in via Podgora tra corso Isonzo e l’Acquedotto di Ferrara (foto GioM)

I fiori rosa delle aiuole di via Podgora sono ancora quelli di ciliegi giapponesi piantati in tempi recenti.

Ciliegio giapponesi nell’aiuola di via Podgora (foto GioM)

Ormai sfiorite, invece le magnolie di tipo stellato o lobato e le mimose. I prossimi fiori a sbocciare, tra quelli presenti nelle aree comunali, saranno qi fiori degli ippocastani, la magnolia sempreverde, come quella che si trova nel giardino interno dove ha vissuto lo scrittore Giorgio Bassani, e i glicini violetti come il rampicante che si trova nel giardino della caffetteria di Palazzo Schifanoia, potato dal gestore per dargli un’ampia forma ondulata e decorativa.

Una vita in giostra: tra presente e futuro/2

SEGUE (leggi qui la 1° puntata)

“Nel 1960 a Bosco Mesola mio padre si affrettava a ritirare la giostra perchè stava arrivando un temporale. Proprio in quel momento sopraggiunge un gruppo di uomini provenienti dal bar che gli chiede di fare un giretto sui’ calci in culo’. Dopo tante insistenze mio padre accetta, ma proprio mentre il gruppo di amici, resi allegri dal bere, giravano sui seggiolini scoppia il diluvio. ‘Ferma, ferma’ dicono a mio padre, ma lui niente. Dopo aver effettuato i giri programmati il gruppo, ormai fradicio di pioggia, scende dalla giostra e chiede spiegazioni “Vedete – dice mio padre – vi ho fatto fare il numero di giri per i quali avete pagato e in più vi ho fatto passare la sbronza”.

Ride Gianni ricordando uno dei tanti episodi, buffi e divertenti, capitati vivendo al seguito della giostra. “Come quella volta che ho detto scherzosamente a una mia cliente, in stato interessante, che giustamente saliva sulla giostra per tenere il figlioletto ancora piccolo ‘Visto? Con un solo biglietto fate il giro in tre’. ‘E no Gianni – mi ha detto – siamo in quattro!’. Aspettava due gemelli’. Tanti ricordi belli, ma anche episodi meno piacevoli da ricordare. “Nel 1987 al mare hanno dato fuoco alla giostra ed io e la mia famiglia abbiamo perso tutto. Però, sempre uniti, io, mia moglie Anna e le mie figlie Barbara, Stefania ed Eva ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo ricominciato da zero. La fiera iniziava di venerdì e noi, il sabato pomeriggio, avevamo già ricomprato una nuova giostra e aperto l’attività proprio per non darla vinta a chi ci aveva fatto uno sgarro così grave”.

Gianni conosce tutti per nome: lavorando in giostra da quando era un ragazzino, i nonni e i genitori dei bambini che fanno la fila per avere una caramella sono stati tutti suoi clienti. Ha visto uomini e donne crescere e il quartiere Gad cambiare. “Dal 1963 al 1967 ci fermavamo con la giostra nello spiazzo di fianco alla chiesa Beata Vergine Addolorata, dove ora sorgono l’asilo e la scuola elementare, costruita nel 1968. In seguito alla loro costruzione ci siamo trasferiti in questa piazzetta, che all’epoca non aveva nome, ma era conosciuta come la piazzetta di Paolo V. Qui si teneva un mercato rionale: frutta, verdura, merce per la casa. Dove c’è ora la gelateria, invece, sorgeva una fabbrica di ghiaccio: erano in tanti che, ancora sprovvisti di frigorifero, compravano il ghiaccio per conservare gli alimenti. Prima degli anni Cinquanta il quartiere aveva poche costruzioni: via Fortezza è stata costruita nel 1958, così come le palazzine di via Castel Tedaldo”.
Sul finire degli anni Cinquanta, infatti, Ferrara conosce il boom del mattone e il proliferare delle banche. Ad affiancare una economia prevalentemente agricola ci sono sempre più industrie. I quartieri si espandono cambiando il volto della città. “Un tempo non si parlava di circoscrizioni, ma c’erano i rioni ‘governati’ da un delegato del sindaco – ricorda Gianni – L’Acquedotto, insieme a Piazza Ariostea, è sempre stato un punto di riferimento per i bambini: un tempo c’erano anche le macchinine a pedali per fare un giro intorno all’anello”.

Dal 1993, anno in cui la giostra ha preso stabilmente posto in piazza nella piazzetta Paolo V, ora Remigio Da Ronche, Gianni ha avuto un punto di osservazione non solo sulla trasformazione del quartiere, ma anche sui cambiamenti che hanno interessato la famiglia. “Un tempo la famiglia era di tipo tradizionale: la mamma stava in casa e il pomeriggio portava i suoi bambini al parco e a fare un giro in giostra. Ora la società è cambiata ed entrambi i genitori devono lavorare. Sono sempre di più i nonni che tengono i nipoti dalla mattina alla sera. Il 40% dei miei clienti è ormai separato e il bambino frequenta la giostra accompagnato certi giorni dalla mamma e altri dal papà. Quello che è rimasto immutato nel tempo è la capacità di creare coesione. Ora che la nostra società è multirazziale vedo che la giostra è l’occasione per fare quattro chiacchiere anche tra etnie diverse”.

La giostra e il quartiere Gad nei discorsi del giostraio sono due realtà quasi inscindibili. La sua giostra è una realtà in un quartiere che troppo spesso è vittima di generalizzazioni. “Tante volte mi capita che persone mi dicano di aver visto delle case da acquistare qui in zona e di averci rinunciato per tutto ciò che del quartiere viene detto in tv. Si parla sempre di Gad, ma il quartiere così detto si estende da Piangipane al Doro. Ci sono zone indubbiamente problematiche, quelle intorno alla stazione, piazza Castellina, Corso Piave angolo IV Novembre. Di riflesso la gente vede in negativo tutta la zona, ma si può criminalizzare un quartiere tanto esteso per questo? Tante famiglie hanno paura di venire all’Acquedotto, dicono che ci sono gli spacciatori. Quattro tizi in bicicletta che si avvicinano solo se gli fai un cenno tu. Nella zona Gad ci sono tanti problemi, ma ci sono sempre stati. Negli anni Ottanta come spacciatori c’erano i nostri, specie in piazzetta Verdi, eppure non mi sembra ci fosse tanto allarmismo “.

La famiglia Da Ronche al completo
Cerimonia di intitolazione della piazza a Remigo Da Ronche
Gianni Da Ronche e il sindaco Tagliani alla cerimonia

Gianni si batte perchè la piazzetta intitolata nel 2016 a Remigio Da Ronche, ‘unico giostraio ferrarese dell’epoca’ – “una gioia indescrivibile per me e tutta la mia famiglia” confessa – venga intesa come uno spazio tranquillo per bambini e famiglie. E non passa giorno che non condivida sui social foto di ordinarie scene di vita quotidiana del quartiere: le mamme e i bambini, i nonni con i nipoti. Un gelato e un giro in giostra, quatto calci al pallone all’Acquedotto. Non è il far west che tanti vogliono farci credere. Congedandomi gli chiedo del futuro del mestiere del giostraio: sarà capace di arrivare indenne alle generazioni future, sempre più sviate dai mezzi tecnologici rispetto alla vita reale. “Il mestiere di giostraio potrà sopravvivere,  ma a tre condizioni – riflette Gianni – La prima è che lo spettacolo viaggiante sappia essere competitivo così come altre forme di divertimento sorte di recente, festival della birra o le innumerevoli sagre. Prima eravamo un intrattenimento di tipo popolare, ora invece la maggior parte delle giostre è troppo caro. In secondo luogo serve un aiuto da parte delle amministrazioni comunali. Si potrebbe pensare di riportare le giostre vicino al centro cittadino, anche per periodo di tempo limitato, così come avviene per la giostra di Natale in piazzetta comunale. In terzo luogo lo Stato deve tornare a considerare lo spettacolo viaggiante nella sua funzione di aggregazione sociale. Servono sgravi fiscali e incentivi: in piena crisi economica o offri agevolazioni sui costi di trasporto e di allaccio di acqua e gas, per dirne una, a chi viaggia al seguito di una giostra oppure decidi di farla diventare una attività imprenditoriale pura e semplice”.

La musica suona, la giostra continua a girare. ‘Altro giro altra corsa’, come nella vita. Non voglio pensare che ci sarà un tempo in cui nessun bambino ci vorrà salire.

Una vita in giostra: racconti della Ferrara che fu/1

Alla giostra si può essere ciò che si vuole. Quando le luci si accendono e parte la musica, ecco che si diventa cowboy in groppa a un cavallo, astronauti sopra un disco volante o pompieri nel furgoncino rosso con la sirena. La magia della giostra arriva ai nostri giorni immutata, non teme il passare del tempo, regge il confronto con i giochi più tecnologici e sofisticati. Non c’è bambino che non tiri il braccio della mamma o del papà per salirci e che non rimanga ammaliato dalla sua musica e colori. Sarà che ha il fascino dei tempi passati e che, intorno ad essa, è ancora possibile fermarsi a scambiare due chiacchiere, mentre si dispensano i saluti di rito ai bambini impegnati a dare i biglietti al giostraio. Quando si parla di giostre, a Ferrara, si parla di Gianni. Non è necessario neanche aggiungere il cognome, Da Ronche, basta dire “Andiamo da Gianni” per capire che si passerà il pomeriggio alla giostra di piazzetta intitolata a suo padre Remigio Da Ronche alle spalle dell’Acquedotto. “Fare il giostraio è una passione, uno stile di vita. Solo con la passione si può fare un mestiere come questo che implica tanti sacrifici. Eppure io non mi sono mai stancato e mai mi stancherò della giostra che rimane un mondo magico anche per chi, come me, ci è nato “.

Gianni ha una storia famigliare che potrebbe diventare un appassionante romanzo storico: uno spaccato dell’Italia che fu e di ciò che è diventata, vista da chi, fin da bambino, ha seguito il padre giostraio in giro per la provincia italiana, per poi seguirne le orme. “Siamo originari di Ronche – racconta Gianni – vicino ad Agordo. Mio nonno Giovanni impagliava le sedie e le vendeva alle fiere paesane. E’ stato proprio girando per i mercati che gli è venuta l’idea di iniziare, nel 1861, il mestiere di giostraio. Inizialmente si avevano dei giochi molto semplici: i cosiddetti ‘calci in culo’, in cui ci si spingeva con i piedi, e le ‘barchette’ a trazione umana in cui ci si dondolava. Mio padre Remigio è nato a Ferrara e, a parte una breve interruzione dagli 8 ai 14 anni, rimasto orfano ha ripreso l’attività paterna girando per fiere cittadine e parrocchiali. A 17 anni è partito per la Prima Guerra Mondiale: è uno dei ragazzi del 1899 decorato con la croce di guerra e medaglia d’oro. Al suo ritorno, deciso a continuare a fare il giostraio, ha innovato l’attività dotando i giochi, prima a trazione umana, di motore a scoppio. Girava per la provincia con un noleggiatore che si serviva di carretti trainati da cavalli fino a quando, nel 1922, a un asta nel Veneto ha comprato un autocarro Fiat 18P. La cosa incredibile è che era lo stesso autocarro che guidava da militare. Un segno del destino”.

E’ una Ferrara dei ricordi quella che emerge dai racconti di Gianni: una Ferrara agricola con ampi spazi liberi da costruzioni e animata dalle fiere parrocchiali, quella di San Giorgio o di San Benedetto, che erano un appuntamento immancabile per tutti i cittadini. “All’epoca i divertimenti erano limitati – ricorda Gianni – c’era il cinema e la sala da ballo per gli adulti e la giostra per i bambini. Quando arrivavamo alle fiere era una festa: i bambini erano affascinati dal montaggio e dal funzionamento della giostra e anche per me, che all’epoca ero bambino, la giostra era un mistero affascinante. All’epoca erano tutte in legno e la piattaforma non era girevole ma erano i soggetti che con le ruote facevano girare le lambrette o i calessini montati su di essa. Lo stesso per gli ottovolanti: sono nella metà degli anni Cinquanta si è arrivati alle strutture in ferro e agli abbellimenti di plastica e vetroresina. La musica con i giradischi risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, prima c’era un organetto che si azionava con la giostra e suonava la classica melodia chiamata ‘carousel’, tipica delle giostre a cavalli che un tempo erano in ferro battuto e venivano azionati dal dondolio del bambino che ci sedeva sopra”. “Il giostraio è un modo di vivere e non un mestiere” continua a ripetere Gianni e non può essere altrimenti se si pensa alla vita di sacrifici che questo lavoro impone.

Un vita nomade, con continui cambi di scuola e di amicizie. Una vita passata a bordo di “carovane in legno di 8 metri quadri, in cui viveva una famiglia. “Ai tempi di mio padre si viaggiava su carri dove veniva issata l’attrezzatura mentre per le persone c’erano delle carovane in legno. Fino al 1949 ci fermavamo a Ferrara da fine novembre fino a fine febbraio. Il 1 maggio montavamo la giostra all’interno del Parco Massari e in primavera si riprendeva a girare per tutta la provincia di Ferrara, fino al mare. Ogni volta che la giostra si facevano dei grandi pranzi fuori dalle carovane: si era una grande famiglia e tutti gli zii e i cugini, davano una mano in questa impresa”. Il rapporto umano è il valore aggiunto di un mestiere che ti porta a conoscere non solo persone diverse ma diverse generazioni della stessa famiglia. “Conosco per nome la maggior parte dei miei clienti -dice Gianni- Sono genitori che accompagnano i loro bambini ma che, a loro volta, sono stati miei clienti da piccoli. Una volta è arrivato alla giostra un corteo nuziale. Ho riconosciuto subito gli sposi: erano due ragazzi che frequentavano la mia giostra in Porta Catena. ‘Possiamo fare una foto sui cavalli?’ mi hanno chiesto ed in fine sposi ed invitati hanno fatto un giro sulla giostra. ‘Ci siamo innamorati frequentando la tua giostra e ora ci siamo sposati sulla tua giostra’ mi hanno detto” e il viso del giostraio si apre in un sorriso.
(Foto gentilmente concesse da Gianni Da Ronche)

CONTINUA (leggi qui la seconda puntata)

Ferrara nata dall’acqua rinnega il fiume, ma la rinascita passa dal Volano e dalla darsena

Ferrara nasce sull’acqua ma lo ha dimenticato. Ha dimenticato il fiume, rinnegando la sua natura intrinseca. Bisognerebbe invece riscoprire il Po, il Volano, il Primaro e farli tornare ad essere una risorsa” dice Leonardo Delmonte, guardando fuori dalla finestra del suo ufficio in direzione della darsena. È una splendida giornata di sole e il paesaggio d’acqua, inedito per molti ferraresi, è bello nella sua diversità. La banchina è vuota e il sole crea sulla superficie del fiume dei suggestivi giochi di luce. In fondo, i retro delle case sono semi coperti da dei canneti e alcune anatre starnazzanti immergono il collo nell’acqua in cerca di cibo.

Leonardo Delmonte è uno dei fondatori dell’associazione ‘Basso Profilo’, nata nel 2007 all’interno della facoltà di Architettura di Ferrara, con l’obiettivo di individuare il ‘basso profilo’ come motore di un nuovo metodo progettuale che parte, appunto, dal basso. A sua volta ‘Basso Profilo’ è il capofila del consorzio ‘Wunderkammer’ che dal 2012, in seguito alla vincita di un bando indetto dal Comune di Ferrara, ha come sede operativa il Palazzo Savonuzzi: ex magazzini fluviali sulla darsena del Po di Volano, costruiti nel 1940 dall’ing. Savonuzzi e restaurati nel 2004. Un grande spazio polifunzionale che diventa un centro culturale con l’intento di coinvolgere persone di tutte le età in attività che vanno dai campi estivi per bambini e l’insegnamento delle lingue straniere, grazie all’associazione ‘Encanto’, ai corsi e i concerti di musica moderna, organizzati dall’associazione ‘Musicisti di Ferrara’ sempre facente parte del consorzio, o le attività di riscoperta del fiume portate avanti dall’associazione ‘Fiumana’.

Wunderkammer, che in lingua tedesca significa ‘camera delle meraviglie’, in riferimento alla pratica, diffusa da alcuni collezionisti del XVI-XVIII secolo, di raccogliere in stanze apposite degli oggetti fuori dall’ordinario, si prefigge di reinterpretare in chiave moderna questo concetto e concentrare nei propri spazi la produzione artistica giovanile e le attività rivolte alla cittadinanza attiva. “Lo spazio interno, che abbiamo voluto il più possibile aperto e flessibile- spiega Delmonte- lo intendiamo come tutt’uno con l’esterno. Di fatto, vista anche la nostra posizione, abbiamo a che fare con due realtà: la darsena e l’elemento acqua e il quartiere Giardino e il verde urbano. Questi due temi a Ferrara sono meno distanti di quel che possa sembrare: entrambe le aree, infatti, sono unite dalla stessa carenza di vocazione identitaria. Da una parte ci si è dimenticati della matrice naturale, dall’altra si è voltato le spalle al fiume”. Il quartiere Giardino è stato costruito riprendendo il concetto di ‘città-giardino’, ovvero una città ideale capace di inglobare il paesaggio rurale nei siti urbanizzati. Eppure, se ora si parla di Gad a Ferrara, l’impressione è prevalentemente negativa. ”Il quartiere fa parte del centro- dice Delmonte- eppure viene avvertito come periferia. Diciamo che è come una auto profezia che si avvera: ci si sente ai margini e si vive come se lo si fosse. Ci sono realtà intese come problematiche: la stazione, lo stadio e lo stesso ex Mof sono tutti punti di scambio che stressano il quartiere. Il fatto stesso che in questo punto della città si interrompano le mura cittadine è un elemento da non sottovalutare. Vi sorgeva una fortezza pontificia, poi abbattuta, e il vuoto che è rimasto interrompe il cerchio delle mura: uno degli elementi più famigliari ai ferraresi a da qui il senso di estraneità che ne deriva”. Eppure sono proprio questi elementi di differenza che per Leonardo Delmonte sono la vera forza del quartiere.”La differenza è un valore, bisogna spezzare il circolo vizioso e farlo diventare virtuoso. Certo, a Ferrara, tra le linee precise create da Biagio Rossetti, lo spazio libero e l’erba alta spaventano. Altrove uno spazio come quello del tratto di mura del quartiere Giardino sarebbe liberamente usato dai cittadini per prendere il sole o leggere un libro, invece nel quartiere lo spazio pubblico più utilizzato è la piazza dell’Acquedotto, ossia uno spazio molto monumentale ed asfaltato”. Lo stesso discorso, spiega Leonardo Delmonte, vale per la darsena. Quello che fino ad un passato recente era un luogo di scambi, anche commerciali, e di incontro, è oggi per lunghi tratti abbandonato. La maggior parte dei cittadini ferraresi non intendono le vie fluviali come un luogo fruibile per la navigazione o per una semplice passeggiata lungo la banchina. In effetti vi sono alcuni ostacoli: primo fra tutti il fatto che esistono una marea di cancelli e recinzioni che dividono la banchina che costeggia il Volano, in tanti pezzetti isolati tra loro.

Proprio il recupero della darsena è uno degli obiettivi dell’associazione Basso Profilo che, ogni anno, promuove delle iniziative volte a far riscoprire ai cittadini ferraresi questo spazio quasi dimenticato. E’ nato così, nel 2015, il progetto ‘Smart Dock’ che, in sinergia con il progetto ‘Idrovia Ferrarese’, mira ad avviare un processo di coinvolgimento diretto della cittadinanza nella riscoperta del fiume e promuovere una rigenerazione urbana della Darsena S.Paolo. Spiega Delmonte, coordinatore del progetto, che “un bene comune non lo si può disegnare né si può imporre un vincolo di affezione con un area cittadina. Si possono però creare delle abitudini per far vedere con uno sguardo diverso ciò che si ha quotidianamente davanti agli occhi. Bisogna costruire un habitat nuovo con l’intento di abbattere quei muri invisibili che impediscono di vivere gli spazi pubblici come propri, e viceversa”.

Il progetto ‘Smart Dock’, costruito a partire dai concetti di consapevolezza, familiarità e sguardo laterale, si è sviluppato attraverso laboratori didattici con le scuole, una mostra realizzata in collaborazione con il circuito di biblioteche ferraresi e l’Archivio di Stato, tre mesi di musica jazz o elettronica in darsena, con un’ottima affluenza di pubblico, e l’esperimento dell‘Idropolitana’, promossa dall’associazione Fiumana e Asd Canoa, che ha organizzato delle suggestive gite in battello sui canali cittadini e il fiume Po fino alla laguna di Venezia. Come suggerisce Leonardo Delmonte “bisogna riappropriarsi di una visione sui tempi medi. Oggigiorno c’è troppa frenesia e i risultati si vogliono vedere subito. Bisogna calcare anche un po’ la mano, invitando i cittadini a non aver paura del nuovo”.

La rigenerazione urbana precede la riqualificazione. La parola d’ordine è ‘apertura alle novità’: ci vogliono occhi nuovi ed una nuova mentalità per costruire una nuova darsena.

(Foto di Leonardo Delmonte, Tonina Droghetti e Bruno Droghetti)

Evento musicale ‘Un fiume di musica’ foto di Bruno Droghetti
Laboratorio ‘Darsena bene comune’ foto di L.Delmonte
Evento musicale ‘Electro dock’ foto di L.Delmonte
Canoa Club foto di Tonina Droghetti
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