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“Insieme” è una parola sola



Diversi bambini della classe seconda dove insegno, quando compongono i loro testi liberi, scrivono staccata la parola “insieme” cioè “in sieme”.
È un errore comune per dei bambini di 7 anni che stanno imparando a scrivere; penso che lo commettano perché sono tratti in inganno dalla preposizione semplice “in” che considerano a parte e non come parte di un tutto rappresentato dalla parola intera.
È strano che qualcuno non riesca a mettere insieme proprio la parola “insieme” che significa unione, compattezza.
Mi fa pensare che lo stare insieme non sia così scontato.
Mi fa riflettere sulla fatica del mettere insieme, sulla complessità del tenere insieme, alla difficoltà del sentirsi insieme e alla determinazione di qualcuno nel volersi tenere e ritenere separato.
Credo però che ciò sia normale per dei bambini che hanno bisogno dell’aiuto di un adulto educatore per imparare a stare insieme agli altri.
Lo stesso errore dei bambini lo fanno certi insegnanti quando, a proposito della loro classe, parlano degli alunni come singole parti separate dalle altre e non considerate all’interno di un insieme eterogeneo che è la classe.
Dal punto di vista formale, una classe risulta costituita nel momento in cui i genitori iscrivono i loro figli, nati nello stesso anno, in una scuola.
Dal punto di vista relazionale, una classe diventa tale solo attraverso un processo dinamico che consiste nel favorire e nel creare relazioni fra le singole parti di un insieme in modo da renderlo tale.
Scrivere “in sieme” è un errore che è giusto correggere con l’opportuno  insegnamento e l’esempio quotidiano. Solo allora quell’ in sieme potrà diventare “insieme”.
Chiamare “classe” un insieme di alunni che non si ascoltano, con cui non si parla e ai quali non si insegna a litigare e a stare insieme è un errore che è giusto correggere con l’opportuno insegnamento e l’esempio quotidiano.
Solo allora quegli alunni e quelle alunne potranno diventare una classe.

P.S. Alla fine viene da chiedersi: “insieme” è una parola sola (cioè si scrive tutta attaccata), è una parola sola (cioè solitaria) o è una parola sola (cioè un imbroglio)?

Sì, ci vuole davvero un bel coraggio!

 

Chiedo preventivamente scusa ai miei amici con figli piccoli. Non intendo offendere nessuno e apprezzo la loro tenerezza, almeno nelle intenzioni e nella buona fede che non si nega a nessuno.

Ma non posso più vedere cartelli così, e ne vedo a dozzine.

Cioè, un attestato di coraggio per una puntura? che neanche si sente e dura mezzo secondo? e tutti lì, genitori, infermieri, medici… – gentilissimi, per carità – a rassicurare, distrarre, consolare, premiare…

Ma allora quando dovranno fare le tonsille (si fanno ancora?) cosa ci inventiamo? Gli regaliamo un Rolex?

E se nostro figlio dovesse subire un’appendicectomia prima di prendere la patente per risarcirlo di tanta tragedia gli compriamo uno yacht?

Se gli facciamo credere che un’iniezione sia un problema tale da meritare un diploma di coraggio, quando si troveranno di fronte un problema vero, piccolo o grande ma certo più grande della vaccinazione, come, dove, da chi troveranno, impareranno il coraggio?

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Quando guardiamo al telegiornale insieme a loro – speriamo – bambini della loro età, e anche più piccoli, spesso soli, su un gommone nel mare in tempesta – se pur non li vediamo affogare – come chiameremo quel coraggio? come lo spiegheremo ai nostri figli? con quale senso delle proporzioni e delle parole? Se gli diamo un diploma con i disegnini per una puntura, cosa dovremmo dare a chi è scampato alla morte in mare per mettersi in salvo dalla fame dalla guerra dalle torture?

Ma c’è di più. Per quello che ho visto io, per quello che mi hanno raccontato le persone direttamente o i miei amici volontari negli hub vaccinali, ci sono ragazzi più che maggiorenni che svengono per una puntura (e non li sto deridendo, la paura è rispettabilissima sempre), e così adulti, ho conosciuto un manager che era terrorizzato (non dal vaccino, proprio dall’ago in quanto tale), è svenuto poi – senza alcun effetto collaterale, solo per lo stress – dopo l’iniezione ha dovuto dormire tutto il pomeriggio per riprendersi. Questo io lo rispetto totalmente, sia chiaro. A me fanno paura i gatti, figuriamoci (ma quando se ne avvicina uno e non scappo non pretendo un diploma, soprattutto so che solo l’idea farebbe sghignazzare). Voglio dire, c’è una percentuale piccola di bambini che ha paura esattamente come i grandi, ma è una piccola percentuale, non una cosa che è eroica a causa della giovane età.

Quello che mi fa paura – ecco, paura, sì, paura davvero – è che questi cartelli dicono la nostra paura di adulti, non quella dei nostri bambini. Ai quali la trasmettiamo, semmai, dicendo a noi stessi che assumiamo la loro, bambini, figli sui quali proiettiamo ansie e terrori che poi loro assorbiranno, invece di esserne protetti (che sarebbe poi il compito degli adulti verso i piccoli, no?, liberarli per quanto possibile dalla paura della vita invece che inculcargliela a dosi massicce fin da piccolissimi).

Scusate se la vecchiaia mi porta a un paragone di sicuro spropositato. Non riesco però a non pensarci quando vedo questi cartelli.
Penso a ragazzini poco più grandi di questi nostri Supereroi dell’Ago (non ancora dell’Ego, auguriamoci, ma attenzione, che il passo è più breve di quanto non sembri), ai ragazzini entrati nella Resistenza, catturati, del tutto consapevoli che poche ore dopo sarebbero stati fucilati e scrivevano letterine alla mamma con tutta l’ingenuità dell’essere in quel momento più piccoli della loro giovanissima età ma con un orgoglio e un coraggio che ancora oggi ci commuove. “Non piangere, mamma, muoio volentieri per la Patria, per la Libertà, contro l’oppressore. Peccato che non ho ancora mai baciato una ragazza”.

Ecco, invece del diploma del coraggio con i disegnini, dai sei-sette anni in su prima o dopo la vaccinazione farei leggere ai nostri ragazzini una paginetta delle Lettere di condannati a morte della Resistenza. Così, per il senso delle proporzioni di cui dicevo, così, per dare loro un’idea sensata di cosa significhi avere coraggio.

Sogno – ma non credo di essere molto lontano dalla realtà – che i nostri bambini la sera prima del vaccino dicano a quei genitori più bambini di loro: “Non preoccuparti, mamma, è solo una puntura. Cosa vuoi che sia. Sono piccolo, non scemo. Dopo però mi porti da McDonald’s”.

Nota: questo articolo di Piergiorgio Paterlini è già uscito in  http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it/

Luglio 2060:
È nato Gyanny!

19 Luglio 2060. Ieri è nato Gyanny, il secondo figlio di mio fratello Enrico. Gyanny ha i capelli neri folti, la pelle molto chiara, pesa tre chili e mezzo, è lungo cinquantadue centimetri. Per ora non si capisce il colore degli occhi, ma se sono simili a quelli di suo fratello Marlon diventeranno verdi, come quelli della zia Costanza e di mia figlia Axilla. Quel verde color foglie d’autunno ha accompagnato l’esistenza di diverse generazioni di Del Re, rendendole più bella da vedere.

La famiglia è in agitazione. In via Santoni Rosa dove abitano ancora la zia Costanza e lo zio Pietro, mia mamma Cecilia a mio padre Mario, c’è un fermento incredibile. La mamma e il papà sono diventati nonni per la quarta volta. Ora lo sono di Axilla che ha vent’anni ed è la prim-nipote (così si definisce lei), di Gianblu, di Marlon e di Gyanny.

Gli zii sono diventati prozii e lo sono ormai di dieci discendenti. Ma il più piccolo è sempre il più bello, è un circuito che si esaurisce solo così. Si sta già progettando il battesimo, facendo un sacco di ipotesi sulla data migliore. “Metà Settembre, così non fa né caldo né freddo”, “primi di Ottobre, così possiamo mettergli un bel golfino di lana bianca ricamata”, “prima di Natale, sarà come avere un Gesù Bambino in carne ed ossa” e così via.

Intanto Gyanny dorme tra le braccia di sua madre e non dà segnali di preoccupazione. “Perché non conosce ancora i Santoniani” dice Axilla. Questa storia dei Santoniani se l’è inventata Axilla e adesso anche i “mezzani” chiamano i nonni e gli zii i Santoniani (gli abitanti di via Santoni Rosa, ovviamente).

Cosmo-111 e Canali-111 vanno spesso a trovare i Santoniani con i loro umani di riferimento. Anche a loro è stato comunicata la nascita di Gyanny e i loro commenti sono stati entusiasti. “Bello, bello, i bambini sono belli, giocano, cantano e mangiano il gelato!” ha detto Cosmo-111.
“Io dopo faccio i compiti, faccio i compiti anche a Gyanny come a Marlon, io faccio il doppio dei compiti. Canali-111 bravo, bravo, bravooo!”. Ha detto l’altro mezzano.

Questo è l’effetto della novità, una grande novità. È l’inizio di una nuova vita. L’inizio di un nuovo respiro, di un nuovo cuore che batterà decine di volte al minuto, centinaia all’ora, migliaia al giorno … . E’ la maggiore sfida a qualsiasi principio di razionalità meccanicistica. E’ lo stupore  del respiro, della carne calda, del pulsare delle vene, del battito perenne del cuore.

Il cuore scandisce la vita. Batte per tutto il tempo in cui lei c’è. È il tramite tra una sensazione di tempo che ci circonda e una certezza di tempo che ci vive dentro. Il cuore che batte determina e pervade tutto, è la prova che non ci sbagliamo quando pensiamo di “essere” e non solo di “volere”. Senza l’essere non c’è volere. L’esistenza è superiore al desiderare, l’esistenza è. L’esistenza esiste, l’essere è.

Cosmo-111 guarda sul cellulare la foto di Gyanny. “Bello, bello, sembra morbido”. Dice e poi fa roteare le telecamere, che gli permettono di vedere, in modo strano, sembra stupito e pensieroso insieme. I bambini sono un po’ sproporzionati, hanno la testa e gli occhi giganti e il corpo piccolo, piangono sempre e, tra rigurgiti e altro, puzzano sempre un po’. Ma sono comunque bellissimi. Si muovono, ti guardano, reagiscono agli stimoli, riconoscono i genitori e sorridono da soli.

Siamo nel 2060 eppure non esistono apparecchiature meccatroniche con una capacità di apprendimento come quella dei bambini, nemmeno lontanamente. La cosa che più impressiona è la loro capacità di essere riflessivi. I neonati pensano, riflettono su quello che succede e, traggono da questo loro pensare, delle conclusioni. Cominciano da subito a costruire un senso a quello che succede, a spiegarsi a modo loro gli strani accadimenti di questa lunga e insidiosa vita.

Nel 2060 i bambini che nascono da una mamma “vera” sono sempre meno. Molte fecondazioni avvengono ormai in provetta e i ventri artificiali (meccatronici), dove i feti possono svilupparsi e diventare dei meravigliosi bambini, funzionano perfettamente. Se uno vuole, attraverso interventi sul sistema del DNA del feto, si può decidere il colore degli occhi e dei capelli, si possono evitare  malattie genetiche, si possono condizionare delle attitudini.

Ma niente di tutto questo è stato fatto con Gyanny. Se fosse stato concepito sessant’anni fa, sarebbe stato lo stesso. È figlio di Enrico e sua moglie, senza nessun tipo di intromissione nel suo patrimonio genetico. È autentico fino al midollo e a noi piace così.

Anche Canali-111 si avvicina e guarda la foto di Gyanny.
“Ma perché tiene gli occhi chiusi? Ci sono problemi alle sue telecamere? Chiamate il Centro-Trescia-111, portatelo in assistenza per verificarne il funzionamento. È importante.” dice.
“Ma lui è un umano!” gli risponde Cosmo-111, che è sempre il più acuto.

Abbiamo appena rimarcato la distinzione tra mondo umano e mondo mezzano e questo grazie alle considerazioni di un mezzano, che ha visto subito che Gyanny non è come lui. È bastata la fotografia del bambino. Io personalmente di questa chiara identificazione e riconoscibile appartenenza, sono contenta. Come sarebbe un mondo dove non si potesse più verificare la differenza tra mezzani e umani? Innamorarsi di un mezzano che conseguenze potrebbe avere? Credere di poter far fare le pulizie di casa a un bambino, perché collocato dagli accidenti della vita e dalla cattiveria degli uomini in un ruolo puramente esecutivo, che conseguenze potrebbe avere?

Questi scenari sembrano insieme una deriva del progresso e una regressione alle nostre origini. Una pericolosa trasmigrazione in quei mondi in cui ci sono ancora gli schiavi bambini, i guerrieri bambini, in quei  territori dove a dodici anni si coltiva la terra, si colora la stoffa, si tesse al telaio, si cuciono scarpe da ginnastica per i prepotenti abitanti dei paesi ricchi. Quei paesi dove si pensa che grazie ai soldi ci si può permettere lo sfruttamento, la sopraffazione, l’indifferenza.

Nelle spinte in avanti c’è sempre un pericolo di risucchi all’indietro. Nell’innovazione c’è insito il pericolo del disastro. Nessuna di noi donne qui sedute sul divano giallo a fiori del soggiorno della casa di via Santoni dimentica che la situazione è questa. Non si può non vedere che il progresso è necessario, utile, ma anche pericoloso, deviante, adatto a molte possibili derive. Che le traiettorie di sviluppo dell’essere umano sono tortuose, che non ci muoviamo in modo rettilineo verso il miglioramento delle condizioni di vita della specie umana, ma in una specie di circuito con gradi diversi di ricorsività che dipendono dalle scoperte, dal periodo e dalle casualità.

Dove può arrivare l’intrusione sul DNA dei feti? A cosa può portarci? Ad avere bambini più sani, più intelligenti, più propensi alla solidarietà? Forse sì, ma può anche portarci all’utilizzo strumentale della varianti genetiche. Creare bambini tutti uguali, tutti seri, tutti intelligenti, ma anche tutti egoisti, cattivi con una forte propensione all’aggressività (poi non ci resterebbe che mandarli in una arena a combattere e torneremmo nel periodo dell’Impero Romano, quando i gladiatori sbranavano vivi esseri umani come loro).Si potrà in un futuro, teorico quanto aberrante, permettersi di far vivere dei piccoli Hitler con le potenzialità di sterminare definitivamente l’essere umano.

Ma per fortuna questa è solo una possibilità e forse l’essere umano si fermerà, come è già riuscito a fare in passato, impedendo al mondo di autodistruggersi, di implodere come un buco nero che risucchia tutto e non lascia più spazio a nulla, nemmeno a se stesso.

Noi donne di via Santoni, che stiamo sedute nel soggiorno della vecchia casa e pensiamo al battesimo di Gyanny, sappiamo che questi scenari sono l’estrema conseguenza, sia in positivo che  in negativo, di quello che stiamo vivendo, di quello che abbiamo già davanti agli occhi.

Guardiamo tutte la foto di Gyanny che dorme tranquillo e sappiamo che è un bambino fino in fondo, un cucciolo umano come l’abbiamo sempre visto e immaginato, senza interventi modificatori architettati per una riparazione funzionale ad alcune necessità, ma non ad altre. A noi Gyanny piace così, poi lui della sua vita farà ciò che vorrà e anche in questo si cela una potente insidia. La libertà rende liberi, nella libertà ci sta tutto il bene e tutto il male del mondo.

Non resta che sperare nel futuro, nella capacità degli uomini di amare, nella grande possibilità che ha sempre il bene di vincere sul male. Come nelle grandi saghe, nella mitologia, nell’epica, nei sorrisi e nella gioia che trionferà. Gyanny è un piccolo essere umano che dorme e per ora non sa che un grande futuro per lui ci sarà.  Ma perché l’hanno chiamato Gyanny?
Non so, io l’avrei chiamato Emanuele.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Chi lo dice sa di esserlo

“Chi lo dice sa di esserlo” è una delle frasi che da bambini usavamo per contrastare con la dialettica un’accusa o un’offesa rivoltaci da un amico, o da uno stronzo. Si chiama anche “specchio riflesso”, e di recente Putin l’ha usata contro Biden, che aveva confermato ad un giornalista di ritenere che Putin stesso fosse un assassino (era all’inizio della sua presidenza: adesso già si abbracciano, il che denota progressi nella padronanza del ruolo).

Il nostro presidente di Ferrara Arte, nonchè assessore di fatto alla politica culturale del Comune, di recente mi ha fatto venire in mente questa frase. La prima volta è stata quando ha accusato in Parlamento un professore universitario di avere apostrofato con epiteti insultanti Giorgia Meloni. Lui, che ha praticamente creato il turpiloquio televisivo come genere sottoculturale. La seconda è stata quando si è scandalizzato per la pubblicità di una marca di caramelle perchè mostrava due ragazze che limonavano, definendo lo spot “immorale per i bambini”. Lui, che è stato praticamente costretto a riconoscere un figlio dopo anni di battaglie legali nelle quali si rifiutava di sottoporsi al test del DNA. Infine ha definito il Governo un manipolo di falsari, perchè durante il lockdown tenevano chiusi i musei e aprivano le tabaccherie. Lui, che è accusato di avere taroccato con la sua firma l’autenticità di quadri falsi di un celebre pittore (ma sarà sicuramente scagionato dall’accusa, la più infamante per un critico d’arte).

“Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco: una che predichiamo, ma non pratichiamo, e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo.”
Bertrand Russell

CONTRO VERSO
I bambini che aspettano

I bambini che aspettano

Non ho quasi mai tradito la rima. Quel giorno mi è capitato, senza pretese, cercando una forma per dire di quei bambini che guardano ai grandi, agli adulti, pieni di speranza e di attesa. Una fiamma che si spegne poco a poco, per ogni delusione che si aggiunge alle precedenti.

I bambini che aspettano
hanno il cuore contuso.
Contano i giorni
solo fino a dieci.
Poi ricominciano con voce più fioca.

I bambini che aspettano
hanno gli occhi d’attesa.
Si gonfia a ondate
e sfrangia nell’intrico dei motivi
che buttano carbone nella calza.

I bambini che aspettano
inventano storie
di mostri e giganti
danzanti nella giungla dei padri
– loro no, non possono capire
si sa, sono piccoli –

ma devono annidarsi
(i giganti, s’intende)
da qualche parte del corpo.
O in qualche scontro
o in qualche dose
o in qualche bottiglia spezzata.
Nel guardie e ladri spinto
che appunto sanno i grandi.

In tutto il non amore che
avvelena le notti
In tutto il non amore che
tradisce l’attesa
In tutto il non amore
che un bambino non contempla
che un bambino non prevede
ma che può imparare.

Un bambino trascurato può facilmente sviluppare problemi di relazione. Una bambina trascurata ha buone probabilità di non stimare se stessa. I figli messi in un angolo ad aspettare – che papà smetta di bere, o mamma di drogarsi, o… o… – non sono fagottini indifferenti. Neppure interruttori che si possono accendere e spegnere – genitori ON e OFF – a proprio piacimento. Il non amore torna indietro, travestito dall’adolescenza, e risponde al male subito.

I BAMBINI SENZA CORONA

C’erano una volta, in un piccolo paese vicino ad una piccola città, dei bambini ed una scuola.
I bambini erano come tutti gli altri bambini: diversi gli uni dagli altri perciò unici.
Anche la scuola era come tutte le altre scuole ma anche lei era unica.
Certi bambini avevano un po’ paura della scuola ma ciò succedeva perché lei era grande, loro erano piccoli e ancora non si conoscevano.
Del resto succede così anche agli adulti, pure loro hanno un po’ paura delle cose che non conoscono, anche se non lo dicono. Tutti abbiamo paura di qualcosa e perfino il buio, che di solito spaventa, ha un po’ paura della luce e addirittura il rumore ha paura del silenzio.
Una volta che i bambini avevano imparato a conoscere la scuola, la paura scappava via e lasciava il posto alla voglia di andarci tutti i giorni.
Dentro la scuola i bambini facevano e pensavano tante cose, ne imparavano e ne insegnavano molte e si divertivano insieme ai loro compagni e ai loro maestri.
Dentro la scuola si facevano lezioni, collezioni e, ogni tanto, anche elezioni.
Vicino alla scuola, i bambini imparavano a saltare i fòssi perché questo li aiutava ad affrontare i rischi, a sconfiggere le paure e a conoscersi meglio.
Dentro la scuola i bambini imparavano a non saltare i fóssi perché le maestre e i maestri gli insegnavano a vedere le cose anche da altri punti di vista e, ad esempio dopo un litigio, chiedevano: “Cosa avresti fatto tu se fóssi stato nei panni del tuo compagno?”
Un giorno come gli altri, in quella scuola e in quel paese successe una cosa brutta.
Le notizie scritte sui giornali e dette alla televisione dicevano che stava arrivando una piccola creatura invisibile con una corona stregata in testa che aveva il vizio di volerla mettere addosso a tutti quelli che incontrava per farli diventare più deboli.
Anche se nessuno l’aveva mai vista, tutti si chiedevano perché facesse questa cosa brutta.
Qualcuno diceva che voleva dominare il mondo perché tutti quelli che hanno la corona in testa vogliono comandare.
Qualcuno diceva che era il suo modo di fare amicizia perché quelli che hanno la corona in testa non hanno amici veri.
Qualcuno diceva che quella creatura non contava niente perché oramai quelli con la corona in testa contano meno di quelli che hanno il pelo sullo stomaco, il cuore di pietra e i soldi in tasca.
C’era addirittura anche qualcuno che diceva che quella creatura non esisteva perché nessuno l’aveva mai vista coi suoi occhi.
Per sicurezza, il ministro della scuola di quel paese decise di chiudere le scuole per proteggere tutti e non far ammalare nessuno.
I bambini, come pure i loro maestri e le loro maestre, furono costretti a rimanere chiusi in casa ed erano tristi perché si sentivano soli senza i loro amici e le loro amiche.
La scuola fu costretta a rimanere chiusa ed era triste perché, senza bambini, si sentiva un vuoto dentro.
Tutte le sere, la televisione diceva quante persone erano già state “incoronate” da quella creatura e tutti quei numeri facevano venire ancora più paura a tutti.
Con il passare del tempo però degli studiosi coraggiosi, a forza di fare delle prove dentro laboratori super protetti, scoprirono che quella creatura non era invincibile: ci si poteva difendere e, forse, la si poteva anche sconfiggere.
Infatti loro pensavano che anche lei avesse paura di qualcosa.
Quando quegli studiosi spiegarono in televisione e sui giornali come ci si poteva proteggere da quella magia, dissero:
Regola numero 1. Questo incantesimo è come la puzza di calzini che ti entra dentro nella testa: bisogna coprirsi bene il naso e la bocca con una mascherina.
Regola numero 2. Questo sortilegio è come il fango sporcaccioso che rimane fra le dita e sotto le unghie: bisogna lavarsi le mani molto bene col sapone.

Regola numero 3. Questa stregoneria è come le puzzette che si fanno col sedere quando si è troppo vicini agli altri e poi tutti dicono: “Bleah! Che schifo! Ma chi ha fatto una scoreggia?”: bisogna stare ad una certa distanza dagli altri”.

Quegli studiosi coraggiosi dissero anche che presto si poteva scacciare quella creatura perché stavano preparando una medicina che toglieva la corona dalla testa di tutti quelli che volevano comandare sugli altri.
In questo modo la gente di quel paese e anche i bambini cominciarono ad indossare la mascherina, a lavarsi spesso le mani e a stare un pochino più lontani gli uni dagli altri. Così tutti quanti iniziarono ad avere meno paura perché avevano cominciato a conoscere questa creatura invisibile ma soprattutto perché vedevano che quelle regole funzionavano e gli “incoronati”, per fortuna, erano sempre di meno.
Non era facile rispettare quelle tre regole ma quei bambini capirono, anche grazie ai loro genitori, che solo così si sarebbero potuti ritrovare ancora insieme ai loro amici.
Quei bambini capirono che certe cose, anche se non si vedono, ci sono lo stesso: è il caso della creatura misteriosa con la corona in testa ma anche del desiderio e della paura di andare a scuola che c’è anche se non si vede, come pure della tristezza, della felicità, della rabbia, dell’allegria, della voglia di abbracciarsi e di tante altre cose.
Scoprirono anche che le cose che non si vedono ma ci sono si devono raccontare facendo sentire che sono dentro di noi, se si vuole che gli altri capiscano che ci sono davvero.
Anche la scuola capì che senza bambini non serviva più a niente.
In quei giorni in cui era sola, era talmente triste che aveva pensato addirittura di diventare una discoteca.
Non lo fece perché tutte le volte che guardava i cartelloni con i disegni dei bambini ed i loro autoritratti, appesi sulle pareti delle aule, si emozionava così tanto che le sue finestre piangevano lacrime di nostalgia.
Non lo fece anche perché cominciò a vedere un viavai di insegnanti che misuravano, che spostavano, che appiccicavano, che sistemavano e questo le fece pensare che qualcosa stesse per succedere.
La scuola aveva ragione: qualcosa stava per succedere. Lo sentiva la scuola, lo sentivano i bambini, lo sentivano i genitori e lo sentivano anche i maestri.
Stava per succedere qualcosa di importante, di meraviglioso, di incredibile: i bambini sarebbero tornati a scuola!!!
Finalmente, quel giorno arrivò ed assomigliava proprio ad una bella giornata come quella di oggi…

Come finisce questa storia io non lo so… anche perché questa storia non ha un vero e proprio finale; potrebbe averlo, se lo volesse, ma non ce l’ha.
Potrebbe finire con un “…e vissero tutti felici e contenti senza la corona in testa” ma non ci crederebbero nessuno, neanche i bambini.
Potrebbe finire con la creatura invisibile con la corona in testa che scivola su una buccia di banana, cade su una cacca di cane, si sporca, diventa riconoscibile così le mosche la vedono, la catturano e la portano nella loro prigione di cacca puzzolente.
Potrebbe finire con una bella creatura con le ali che si innamora della creatura con la corona e insieme volano via lontano e la scuola diventa un supermercato dove i bambini ci vanno a fare la spesa con i loro genitori per comprare il formaggio col sapere, il minestrone scientifico, la macedonia di congiuntivi e congiunzioni e le frottole fritte.
Potrebbe finire con la scuola che si riempie di bambini di legno che stanno sempre fermi, zitti, non si ammalano mai e i maestri non sanno più cosa e a chi insegnare.
Potrebbe finire con un super eroe che arriva su un astronave a forma di bombolone, sconfigge l’essere invisibile sparandogli con il suo cannoncino alla crema e tutto torna come prima.
Oppure questa storia potrebbe finire con quei bambini che ritornano finalmente a scuola… ma allora non sarebbe una fine ma l’inizio di un’altra storia che è tutta da inventare e da costruire insieme.
È proprio così: questa storia, in verità, sta solo cominciando e come continuerà dipenderà da tutti quelli che vogliono farla proseguire bene: dai bambini ai genitori, dai maestri al ministro della scuola, dalla creatura invisibile agli studiosi coraggiosi.
A tutti quelli che vogliono continuare questo viaggio, deve essere chiara una cosa: non si incontreranno super eroi, streghe, maghi o fattucchiere ma soltanto bambini e adulti che insieme vorranno imparare, vorranno conoscere, vorranno divertirsi e, soprattutto, vorranno imparare a conoscere divertendosi.

In questa scuola che va a cominciare
non ci sono supereroi a cui telefonare.
Ci sono insegnanti, genitori e bambini
che desiderano un futuro senza confini.
Ci sono lezioni che si possono imparare
altre invece che si sceglie di insegnare.
Ci sono desideri e speranze a volontà
che vogliono migliorare questa realtà.
In questa scuola che va a cominciare
c’è un mondo nuovo: è tutto da fare.
Se anche tu, con noi, lo vuoi costruire
non devi far altro che unirti e partire.
Non serve il biglietto, vieni anche tu,
partiamo insieme, coraggio, salta su!

Il ninja della notte

Oggi Enrico fa il Ninja della notte.
Si è messo felpa e pantaloni neri e le scarpe da ginnastica. Il cappuccio calato sulla testa, salta di qua e di là come una rana, anzi come un ninja. Ogni tanto interrompe il suo balzare convulso, fa i pugni con le mani e alza i pollici guardandomi, mi segnala che ha vinto il combattimento.  Accompagna il suo battagliare con degli strani sibili e a volte dice tra sé e sé: “Io sono il più forte”.

Il ninja della notte è un personaggio cattivo dei PJ Musk, un cartone animato che guarda sempre.
Nei bambini si vede spesso questa tendenza a impersonificare  soggetti cattivi. E’ come se Enrico, nel suo diventare ninja,  trovasse una via di sfogo all’aggressività e poi, tornando Enrico, ritrovasse la forza di affrontare la sua vita normale con maggiore predisposizione ad essere buono. Vivace lo è sempre: indossa solo quel che gli piace, mangia solo quel che vuole, cerca di guardare i cartoni animati tutto il giorno, sopprime le lumache dell’orto che gli fanno schifo.  Nel fare tutto ciò, è Enrico a tutti  gli effetti. Però probabilmente non basta. Gli serve, a volte, diventare un ninja della notte e buttar fuori un po’ del risentimento che altrimenti gli avvelenerebbe le giornate. Tutti i bambini hanno questa tendenza, che poi viene addomesticata con il passare degli anni.  Giocano a fare i cattivi.

Una volta l’ho raccontato a Flavio, un mio amico psicologo. Flavio dice che è normale, che anche lui da piccolo faceva il cattivo  e impersonificava personaggi cruenti e assassini. Ora è un professionista determinato e equilibrato, premessa molto tranquillizzante.

A volte sono così stufa dei combattimenti di questo ninja casalingo che mi verrebbe da suggerirgli l’impersonificazione di altri esseri cattivi che animano il mondo dei cartoni animati.
Ad esempio Montgomery Burns dei Simpson. Affetto da megalomania, ammalato in modo più che grottesco, si sottopone continuamente a interventi chirurgici  per allungare la sua vita di una settimana. Dispotico magnate dell’economia e della finanza, Burns è una caricatura dello “spietato uomo d’affari”.
Oppure Cell (Dragon Ball). Una specie di essere simil-xenomorfo che risucchia le sue vittime col pungiglione che ha nella coda.
Oppure Orochimaru (Naruto). E’ un cattivo perfetto con un ego molto forte. Dotato di un immenso carisma, riesce ad assoggettare intere schiere di uomini a lui totalmente fedeli come Kabuto e Kimimaro.
Ma più di tutti David Xanatos (Gargoyles). Uomo cinico e glaciale, è lui a operare il risveglio dei gargoyle, con lo scopo di poterne sfruttare l’immenso potenziale. Quando i gargoyle si ribelleranno, mostrerà la sua dote principale: l’assoluto distacco emotivo.

Ce ne sono molti altri, tutti fantasiosi e cattivissimi.
Riguardo l’Enrico ninja e mi piace già di più. Per fortuna non assomiglia a quei mostri che impersonifica, è solo un bambino che gioca.
Enrico salta di qua e di là, alza una gamba e calcia nel vuoto, dice che i ninja fanno così. Poi appoggia le mani in terra e, muovendosi come un gatto, dice che deve stanare l’avversario, portarlo alla luce, sconfiggerlo.
A volte si nasconde dietro una sedia, mi guarda pensando di non essere visto e sibila o ruggisce. E’ il ninja che si carica per il combattimento. Altre volte si corica in terra, si copre con quel che trova e poi dice che il ninja è stanco e si deve riposare. Altre volte ancora esce improvvisamente dal gioco: “Basta smetto per qualche minuto di fare il ninja perché voglio mangiare il gelato. Ora il ninja è sparito e ci sono solo io. Ma poi ritorna. Ritorno”.

E allora ben venga questo Ninja della notte che gli permette di giocare, di essere un bambino felice, di imparare a distinguere il bene dal male.
“Ma zia Costanza a te piace il ninja della notte?”
“No Enrico, a me non piace”
“Ma non ti deve piacere, è cattivo!”

Quest’ultima affermazione mi rasserena. E’ un segnale che Enrico distingue ciò che è bene da ciò che è male e che sa perfettamente da che parte sono schierata. Lo trovo soddisfacente,  un segnale che siamo nel mezzo di una relazione educativa. Io sto dalla parte di ciò che è bene e buono. A me si potrà ricorre per verificare questa appartenenza. Per un discrimine, nel caso ce ne fosse bisogno. Avverto una prospettiva per il futuro e anche una grossa responsabilità.

Ora il Ninja delle notte è stanco, si è rannicchiato su una poltrona e mi guarda con i suoi occhi furbi e con i pollici all’insù. Ha vinto l’ennesimo combattimento. Si sa che il ninja è fortissimo e per sconfiggerlo serve molta abilità.
Senza una infanzia protetta, non c’è crescita, non c’è maturazione e non c’è apprendimento operativo e morale.

I mostri dei cartoni animati sono accumunanti dall’aver avuto infanzie infelici e represse. Le prime vittime del dramma sono stati loro stessi. Nessuno di loro ha avuto la possibilità, nemmeno per un momento di essere una creatura felice, di sperimentare cosa pensano gli altri, di trovare gratificazione per aver scelto la parte buona della storia. Ai mostri qualcuno ha insegnato che i ninja hanno ragione, che l’unica strada per sopravvivere è diventare degli assassini. Ma questo non vale solo per i cattivi dei cartoni animati, vale anche per gli esseri umani.

INVISIBILE MA VERO!
Suggerimenti di un maestro ai bambini piccoli e ai genitori

I Centri per le Famiglie del Comune di Ferrara hanno inaugurato, lo scorso 12 marzo, la pagina Facebook Bambini e Genitori a Ferrara
Lo scopo della pagina è quello di facilitare la comunicazione verso le famiglie, di diffondere gli aggiornamenti su proposte, eventi, news, approfondimenti e di mantenere “viva”  la relazione , che si è interrotta improvvisamente , tra personale dei servizi educativi con i bambini e le loro famiglie.
Dal gruppo di coordinamento pedagogico mi è stato chiesto di registrare un breve intervento filmato rivolto ai bambini, alle bambine e ai genitori sul passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria in questo periodo delicatissimo.
Non sapendo bene cosa e come dire, mi sono messo le mani nei miei capelli… invisibili… ed è venuto fuori il video che vedete sotto. Buon ascolto e buona visione.

Cover: elaborazione grafica di Carlo Tassi

CONTRO VERSO / FILASTROCCA ABITATA
Cantilene all’incontrario per adulti coraggiosi

Quando Elena mi parlò della sua idea per una rubrica su Ferraraitalia, ci misi un po’ a capire dove volesse andare a parare. Volevo a tutti i costi che la sua penna fosse presente su un giornale che stava diventando, come da programma, sempre più “diverso da tutti gli altri” che si incontrano sulla bancarella della Rete. Ma questa idea balzana delle filastrocche per adulti sarebbe stata capita dai lettori? Elena mi ha raccontato com’è nata la sua quotidiana frequentazione con le filastrocche: lo racconta anche qui nella sua introduzione. Me ne ha lette quattro o cinque, mi ha convinto, del tutto. Le sue filastrocche CONTRO VERSO sono molto ben scritte, molto “graziose”, ma sono anche dei sassi nello stagno della pigrizia e del conformismo degli adulti. A volte, uso le stesse parole della curatrice, sono un “pugno nello stomaco”. E sono anche – per chi come me ama e coltiva il gioco infinito delle parole – dei piccoli “esercizi di stile”.
Che ci vuole a leggere una filastrocca? In questo particolare caso, non basta “avere orecchio”, ci vuole coraggio. Se crescendo, diventando grandi, entrando nella routine della vita adulta, avete conservato un po’ di coraggio, di curiosità, di meraviglia,
CONTRO VERSO è esattamente la rubrica che fa per voi. La troverete puntuale ogni venerdì.
(Effe Emme)

Tutto è iniziato da un senso di nausea. Che forse si può astrarre in rifiuto, incompatibilità, protesta. Per riuscire a conviverci gli ho dato un verso. Potrei spiegare così la nascita di  queste filastrocche che parlano di bambini ma non sono per bambini. Si rivolgono agli adulti e difatti sono incongrue, non si è mai visto che dopo i… 13 anni, toh, qualcuno si fermi a leggere una cantilena. Eppure in quel momento mi sono sembrate la forma più adatta al contenuto che volevo esprimere.

La ragione della mia piccola e personale protesta era duplice: quando si guardano le famiglie dal di dentro, come succede scegliendo certi mestieri (per me, 12 anni nella giustizia minorile), si prende contatto con ciò che tanti bambini vivono e la rabbia viene da sé; se poi, con quella consapevolezza, si assaggia la melassa di cui è imbevuto il discorso pubblico sulla famiglia a ogni ora del nostro palinsesto, la nausea subentra, inevitabile.
Eccomi allora, arruffata di storie, volti, voci di persone ascoltate in udienza, salire sul regionale Bologna-Ferrara e qualche volta – non sempre, non per obbligo, né per calcolo – estrarre il cellulare e ritrovarmi a scrivere, appunto, una filastrocca, nella quale riversare un’emozione, restituire il succo di un incontro, provare a raccontare.
Si dirà: perché non, ad esempio, un racconto o un romanzo. Mi è venuto istintivo, i motivi li ho capiti dopo. In parte è stata una questione di convenienza: nella mezz’ora del viaggio di ritorno potevo iniziare e finire una filastrocca, anche più di una, non qualcosa di più impegnativo, e i ritmi lavorativi di quel periodo erano tali per cui difficilmente avrei potuto lavorare a un testo in continuità, tenere il filo di una trama complessa.

I motivi sono anche altri. Io credo che leggere una filastrocca ci riavvicini automaticamente alla parte bambina che in ognuno di noi è ben presente, più o meno consapevolmente, più o meno impolverata. Forse richiama anche la retorica dell’infanzia. Ammetto perciò di avere usato la leggerezza della rima per provare a sistemare qualche trappola. Il ritmo ci porta a spasso come fanno a volte i bambini, quando corrono saltellando e comunicano a chi li guarda un’allegria, una spensieratezza contagiose. Ma se trottando ci conducono sull’orlo di un dirupo, l’impatto del vuoto può essere forte. Ecco io quell’impatto so di averlo cercato, riuscirci poi è un altro discorso, e quanto più la storia era dura – bambini maltrattati dai genitori fisicamente o sessualmente, figli che dovevano affrontare la morte di un genitore per mano dell’altro, fratelli o sorelle di bambini uccisi dal papà o dalla mamma – tanto più la sofferenza e la rabbia erano intrecciati, profondi, e non potevo digerirli da sola. Che il pugno nello stomaco arrivasse anche ad altri. Non per sadismo, credo – spero – ma per il desiderio di ripulire un po’ di quella melassa.

Vi conforta vivere su una nuvoletta rosa, credete ai bambini sempre sicuri e ben accuditi tra le mura domestiche? Ecco allora venite con me, guardate ciò che è nascosto. Solo se saremo capaci di guardarlo davvero, ognuno e collettivamente, se capiremo che quell’oltraggio è nostro, non è mostruoso ma è umano e ci riguarda, avremo forse il coraggio di intervenire. Di prevenire e di rimediare, di confortare e di proteggere. Di aprire strade nuove per chi vuole osare, a partire dagli adulti.

In alcune storie ho dato voce proprio agli adulti, quasi sempre genitori, qualche volta anche operatori o familiari ma soprattutto padri e madri. Anche loro stavano soffrendo. Un’altra lezione che si impara stando sul bordo è – paradossalmente – non dare giudizi affrettati: i genitori maltrattanti o abusanti non sono mostri e quasi mai traggono gusto dai loro comportamenti. Ho detto “quasi”. I perversi esistono, ne ho incontrati, la loro ferita è più nascosta, ma tutti gli altri e cioè la stragrande maggioranza sono palesemente tormentati, o inconsapevoli, o devastati da mancanze, traumi, dipendenze, trascuratezze e maltrattamenti a loro volta subiti, miserie ben più profonde della povertà. Questi genitori provocano molto dolore, occorre lavorare per un cambiamento, con loro ogni volta che si può e senza di loro quando non si può, ma il rispetto è dovuto anche a loro e non si può liquidarli in fretta.
A volte una sola filastrocca non mi bastava a raccontare una storia familiare perché ogni protagonista aveva una sua verità da esprimere e così le filastrocche uscivano a grappolo, una ciascuno, di modo che ogni soggetto avesse il proprio spazio. Nel tempo mi è anche successo di distaccarmi dalle udienze e di prendere spunto da fatti di cronaca molto noti relativi, sempre, all’infanzia. Tutte insieme sono diventate centinaia, un piccolo diario privato e pubblico che incomincia nell’autunno del 2014 e continua anche ora.

Ha meno importanza ma c’è anche questo: il piacere di compiere scelte espressive entro limiti che mi sono imposti e sfuggono al mio controllo. La filastrocca, per funzionare, deve obbedire al ritmo e alla rima, e scrivendo si fa esperienza di come le regole diventano motore creativo. Ad esempio, in italiano “guerra” suona bene con “terra”, tante canzoni e filastrocche italiane sfruttano questa rima che in un’altra lingua non c’è – war e hearth in inglese, krig e jord in danese… – quindi quell’accostamento di significati non viene neppure in mente. Chi scrive filastrocche sulla guerra nel Regno Unito o in Danimarca genera immagini diverse obbedendo al suo linguaggio. E sul fatto che seguire le regole possa tramutarsi in esperienza creativa, credo che la quarantena lo abbia suggerito a molti di noi.

Filastrocca abitata

Io colleziono i nomi
le facce, le fratture
so di maledizioni
conosco sfumature.

Gianfranco adolescente
Ilenia neonata
vi trovo nella mente.
Mi sento abitata.

Se mi fai un forellino
nella pancia o sul volto
appare un angolino
delle vite che ascolto.

Sfilano questa sera
e tutte non riesco
a ricordarvi, ma ora
siete un prezioso affresco.

Non è una presunzione
mi ritrovo agganciata
come una congiunzione
tra incontri di passata.

Non sembri vanagloria
l’ascolto è una carezza.
Custodire la storia
è l’unica certezza.

Cover: Immagine di Giulia Boari

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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