Tag: adulto

L’immaginazione? Un bene da condividere

Da bambini quello che ci viene maggiormente insegnato è utilizzare l’immaginazione.
Sviluppare la fantasia, la capacità di immaginare qualcosa che non siamo in grado di vedere, inventare storie mai sentite, è una parte importante dello sviluppo di una persona.
Molte cose ci possono aiutare in questo processo: i libri, le favole, i cartoni, i giochi inventati quando non si ha nulla con cui giocare.
La capacità di astrazione che ci permette di vedere oltre la realtà ci consente al contempo di sognare e di desiderare.
Poi crescendo è la ragione a prendere il sopravvento, complice la necessità di diventare indipendenti e di dover prendere tante decisioni.
Molti ritengono che ad una certa età sia necessario smette di sognare, mentre io credo che non solo sia un bene prezioso mantenere la capacità di farlo, ma che sia ancora più importante trovare qualcuno che in questo viaggio sieda volentieri accanto a noi.

“Ho bisogno di un compagno reale per il mio viaggio immaginario”
David Grossman

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – L’amore è un gioco? Le riflessioni dei lettori

I dialoghi della vagina – A due piazze – tra Riccarda e Nickname hanno interrogato i lettori sull’utilità delle strategie, sul gioco degli amanti e se, pur giocando, si diventa mai adulti in amore.

Strategia? Un fallimento annunciato!

Cara Riccarda, caro Nickname,
non avevo mai pensato al rapporto di coppia in questo modo. Sto riflettendo sul mio, quasi 27 anni di matrimonio, quante ne abbiamo passate! Mi capita a volte di escogitare strategie, per attirare la sua attenzione quando mi sento non considerata da lui, poi però sento che questa strategia, sia per me veramente faticosa, penso che mi consumi energia. E l’energia mi serve. Ne ho bisogno come dell’aria che respiro. Per affrontare le mie giornate. Mi concentro su quello che è importante. Sul vero valore delle cose, allora quella strategia la lascio andare e divento quella che sono.
Divento grande, forse finalmente adulta e non mi aspetto nulla. Soprattutto non prendo come riferimento personale le sue “non attenzioni”. Chissà che giornata ha trascorso, chissà che pensieri ha avuto, che paure, che gioie, forse ora, ha bisogno di smaltire tutto questo. Io ho più tempo di lui per farlo. Così tutta quella energia che avrei sprecato per tenere il punto, mi rimane dentro e mi porta serenità. Gli vado in contro con un sorriso e lo bacio dolcemente. Tutto si rasserena.
È questo l’amore adulto? Non so. Forse passa dal fatto che sto diventando adulta io? Chi lo sa?
Alla fine lui c’è sempre. Sempre vicino a me. Lo sento in ogni momento. Allora i nostri ruoli sono diventati questi? Arrivata a questo punto mi piace quello che sento. Domani? Quando verrà!
Sa.

Cara Sa.,
l’amore è un fatto energetico, potremmo dire così. A me è capitato di pensare che più energia avessi messo, più ne avrei avuta. E invece la esaurivo miseramente. Non so se diventare adulti sia questo, se sia canalizzare meglio l’energia che abbiamo, ribaltare l’ordine delle cose collocando in cima ciò che merita la nostra attenzione. Un po’ di selezione insomma, di risparmio energetico che non è gioco al ribasso, ma consapevolezza di cosa sia giusto illuminare.
Riccarda

Cara Sa.,
i miei complimenti. Se è tutto vero quello che provi e che descrivi, sei sulla strada giusta. Non chiedi quello che non puoi avere, ti godi quello che hai, e mi sembra tanto. In effetti la strategia può condurre ad una rovinosa disfatta, se non è ottimamente congegnata. Meglio affidarsi alle piccole tattiche quotidiane per continuare a trovarsi interessanti. Metti la tua esperienza al servizio degli altri e farai del bene.
N

Un re spodestato? Semplicemente un padre

Carissimi,
mi chiamo Fabio e ho 34 anni. Secondo me, l’amore adulto è un’utopia, ma anche le donne dovrebbero fare un esame di coscienza. Io e la mia compagna abbiamo un figlio di 5 mesi e io, da 5 mesi a questa parte, quando torno alla sera stanco dal lavoro – la notte tante volte mi alzo anch’io quando il bambino si sveglia -, mi chiedo dove sia la donna della quale mi sono innamorato anni fa. Apro la porta, saluto ma non ricevo quasi mai né un sorriso né uno sguardo perché lei ora ha occhi solo per nostro figlio, non si prende mai nemmeno un minuto di tempo per due chiacchiere o una coccola con me, non si trucca perché tanto esce solo per andare al parco – ho proposto una cena da soli ma ha risposto che la vita è cambiata e lei senza il bambino non esce – e non mette mai un abito elegante perché tanto ci finirebbe sopra qualche rigurgito. Io non mi sento più importante, non sono felice e ci sono giorni in cui sono così nervoso che mi viene voglia di mandare tutto all’aria. Si può forse dire che la mia compagna stia portando avanti la relazione nel modo migliore? Non credo proprio!
Fabio

Caro Fabio,
non sei solo: qualche milione di giovani padri ha vissuto l’accantonamento da parte della moglie diventata madre. Dici di non ritrovare più quella donna di cui ti eri innamorato, ma per fortuna! La troverai migliore perché la maternità è questo: aggiungere, mai togliere. Ora ti sembra di non esistere e di essere finito in fondo a tutto (ed è così), ma forse anche tu devi spogliarti di quel vecchio ruolo principe che ti eri dato e che sicuramente lei aveva consolidato.
Troppo facile chiedersi, e darsi anche già la risposta, se la tua compagna stia portando avanti la relazione nel modo migliore. Credo davvero che, in questo momento, lei non possa fare di più e di meglio. Dalle tempo, datevi tempo, ma non scomparire.
Riccarda

Caro Fabio,
benvenuto nel club. Un figlio modifica radicalmente i rapporti di potere: adesso comanda lui. Il Re ha perso la sua corona, ma non ti angustiare: chi non la perde in questo frangente, è un re narciso e malato, che contagerà con la sua malattia chi gli sta vicino. Non tutto è perduto, però: le cose non torneranno “come prima” , ma potranno diventare un’altra cosa, che ha i suoi momenti esaltanti, vertiginosi, ignoti. E’ come salire su un ottovolante: devi accettare anche la paura e l’ansia e il disappunto ma ci sei salito sopra, il giro è già partito e non puoi più scendere. Prima lo accetti e prima ti godrai i brividi della vita in tre. Ma scordati di tornare a regnare: sarebbe energia sprecata. Usa l’energia che hai per aiutare la tua compagna, per stare dentro con tutti e due i piedi, sporcati le mani (in ogni senso). Farai risparmiare energia a lei e ti stancherai tu, e questa stanchezza fisica condivisa e bilanciata aiuterà a ricaricare le batterie mentali di entrambi. In bocca al lupo.
N

Amare è dirsi tutto, ma proprio tutto? Per carità…

Buongiorno,
penso che quando si ama una persona, si debba soltanto amare senza pensare ad altro che al bene della persona alla quale questo sentimento è rivolto.
Il mantenere una continua complicità, aprirsi sempre all’altra/o, essere continuamente il motivo di un sorriso, esserci, sono alcune componenti per non far cadere questo sentimento in una noiosa routine che inevitabilmente porta alla stanchezza, a volte la stanchezza è peggiore della delusione, quando ci si stanca, fatalmente si scivola via, ci si allontana inesorabilmente, il dialogo si interrompe e non riprende più.
Tanti hanno paura di amare perché può rendere vulnerabili, esponiamo tutte le nostre debolezze a chi non sappiamo se le userà a suo vantaggio, io credo che non si debba avere questa paura, le sensazioni e le emozioni che questo sentimento ci regala valgono qualsiasi rischio, se poi dovesse andare male, malgrado una possibile delusione, rimarrà sempre la consapevolezza di aver tentato al massimo delle proprie possibilità e per me, quando si ama, non è mai tempo sprecato, perché si è veramente vissuto. Per rispondere alla tua domanda, mi permetto di parafrasare Eraclito : “Il tempo è un gioco, giocato splendidamente dai bambini.”, dicendo: “l’amore è un eterno gioco splendidamente giocato dagli amanti”.
G. M.

Caro G.M.,
facciamo così: se è un gioco, stabiliamo che deve essere divertente, i ruoli cambiano e se uno perde poi può chiedere la rivincita?
Ma non apriamoci sempre e del tutto all’altro, altrimenti il gioco si fa prevedibile e il vincitore potrebbe essere sempre lo stesso.
Riccarda

Caro G.M.,
Uh. Mi hai fatto leggere un Bignami del sentimento amoroso. Molto bello per essere vero (sto scherzando, non te la prendere). Non so se la stanchezza sia peggiore della delusione: se la delusione è cocente, può scrivere da sola la parola “fine”. Mi permetto di sollevare qualche piccolo dubbio sulla bontà di “aprirsi sempre all’altro”. Il confine tra non tenersi dentro le cose e dire troppo la verità può essere sottile. Credo che nessuno possa impunemente confessare tutto quello che gli passa per la testa, e credo che non sia nemmeno un obiettivo cui aspirare – ritengo che fare del male all’altro è fattispecie che attiene all’azione, non al pensiero nè allo stato d’animo. Custodire un foro interno ed esclusivo può essere parte del gioco.
N

Potete mandare le vostre lettere scrivendo a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Quando anche i bimbi ‘sgambano’

Spesso i lapsus freudiani tradiscono quei pensieri che ci proponiamo di tenere celati agli altri, con una sorta di censura più che morale, perbenistica.
È il caso dell’appello rivolto alla nostra amministrazione comunale da un gruppo di mamme che chiedono maggiore cura e decoro per l’anello di piazza Ariostea, in modo che sia, c’è scritto nella loro petizione, “un’area pulita e sicura di sgambamento bimbi”. Sì, “sgambamento”, come quello delle aree riservate ai cani o dei cavalli che in quell’anello corrono il palio.
Me li vedo questi bambini costretti a vivere sacrificati in angusti appartamenti condominiali e le loro mamme che spazientite cedono con un: “Uffa! Non rompere! Ora ti porto a sgambare.” Sgambare, anziché giocare, cinque giri di corsa dell’anello di piazza Ariostea, e poi a casa.
Tra le categorie che la nostra società dovrebbe culturalmente rivedere ci sono proprio l’infanzia, i bambini e l’adolescenza. Rivedere a partire dal significato etimologico di queste parole, rivelatore, nonostante tutte le nostre dichiarazioni e le nostre petizioni di principio, di una cultura dura a morire. Infante è colui che non sa parlare, bambino deriva da “bambo”, come bambola, cosa sciocca, infine adolescente, colui che non è adulto. Noi definiamo un ampio arco della nostra esistenza, dalla nascita alla maggiore età, per “assenza”, per “mancanza di”, potremo dire come ‘minorazione’ o ‘menomazione’. Adulti e anziani hanno un valore in sé, non è così per l’infanzia e l’adolescenza, che divengono età di sottomissione, di dipendenza e di tutela. Per cui l’infanzia è tempo di spensieratezza e trastulli, e l’adolescenza tempo di crisi e conflitti.
Non è che la maggiore cura che abbiamo per i nostri figli, l’investimento affettivo che su loro facciamo o la scelta consapevole d’essere genitori mutino i termini della questione.
Cosa c’è allora che non va? Una possibile chiave di lettura credo consista nell’ideologia dell’infanzia e dell’adolescenza scritta da anni di teorie e di ricerche. Separando drasticamente le fasi della vita degli esseri umani abbiamo finito per ghettizzarne le caratteristiche a scapito della capacità di valorizzarne le peculiarità. Con la conseguenza di rendere inconfutabile, persuasiva e pervasiva la dominazione dell’adulto su chi è considerato come meno e non come più, secondo concetti di “piccolo” e “grande” del tutto opinabili, basti pensare a quanti minori nel mondo sono ancora costretti a compiere lavori ed assumersi responsabilità da “grandi”, per i quali “infanzia” e “adolescenza” sono solo categorie del pensiero borghese occidentale. Per tacere delle tante patologie, specialmente comportamentali, che le varie scienze psichiche e mediche, insieme alle teorie sociali e pedagogiche, oggi attribuiscono all’infanzia e alla adolescenza.
Ritenere che siano patologie è un punto di vista adultocentrico, è patologico ciò che non rientra nei nostri modelli, nelle nostre aspettative, nella norma che tutto conforma. Ma disagio, rifiuto, contrasto, ribellione, per quali motivi dovrebbero avere ragioni diverse da quelle che portano gli adulti agli stessi comportamenti? Anche per i bambini e gli adolescenti la rottura è sempre contro qualcosa, solo che il nostro adultismo, al quale secondo noi deve aspirare chi cresce, ci impedisce di vedere che appunto si tratta di forme di resistenza, da parte di chi indubbiamente è più debole e non ha ancora elaborato gli strumenti per difendersi, all’imperante potere adulto e ai suoi modelli di riferimento.
Capisco che collocarsi in questa prospettiva è dirompente, perché sconvolge l’intero impianto delle relazioni educative nella nostra società, perché mina alle fondamenta come abbiamo pensato finora la scuola, la famiglia, l’associazionismo e ancora altro. Ma attenzione si tratta di compiere un salto, che ci può sembrare ovvio, ma che nella pratica poi quotidianamente contraddiciamo, considerare bambine e bambini, ragazze e ragazzi (nei fatti e non solo in teoria) come soggetti. Questo concetto non è certo chiaro in chi pensa di portare a “sgambare” il proprio bambino, come un oggetto, un cane o un animale da gestire.
Infanzia e adolescenza come età autonome, liberate dalle relazioni educative e sociali, significa mettere in discussione il predominio dell’adulto che si esprime in termini educativi, culturali, economici e psicologici.
Credo che siano sotto gli occhi di tutti le condizioni devastanti prodotte dall’ideologia “infantilistica” delle nostre società, a partire dai modelli prettamente consumistici che il mercato per l’infanzia ha imposto, dalla competizione fino ai farmaci per gestire l’ansia da prestazione e le sconfitte. Anziché occuparci del progetto di vita dei nostri bambini, adolescenti e giovani, li abbiamo trasformati in progetti a misura del mondo adulto che li circonda.
Cibo, giochi, attività, spostamenti, sport, ecc. sono sistematicamente monitorati, programmati, controllati, pensati e organizzati sempre dall’adulto e dalle sue visioni. I risultati di questa colonizzazione sono riconoscibili anche in ambito psicologico e medico: obesità, bulimia, anoressia, disturbi cardio-vascolari, depressione, autolesionismo. Il tutto in una relazione con adulti che oscillano dall’autoritarismo al permissivismo, con padri amiconi e madri giovanili, nella convinzione di poter così penetrare più efficacemente nelle coscienze “infantili” e “adolescenziali”.
Le stesse considerazioni valgono anche per la scuola che continua il ruolo di uniformizzazione della famiglia, di controllo secondo le necessità dello Stato, isolando sempre più l’infanzia e l’adolescenza da se stesse, dalla vita reale e viva della comunità sociale.
Scoprire la portata del valore in sé dell’infanzia e dell’adolescenza comporta un capovolgimento nella relazione adulto-bambino, adulto-ragazzo, un ribaltamento di prospettiva e di finalità, essere adulto al cospetto dell’infanzia e dell’adolescenza non per educare a “dover essere”, ma per “educare a essere”, solo così forse è possibile offrire alle nuove generazioni un mondo più libero e felice di quello che attualmente abitiamo, prodotto da un adultismo in funzione di sé e del mercato, anziché al servizio della vita e dei progetti di chi ora è solo apparentemente “piccolo”.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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Redazione

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