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Mafie al Nord tra Triveneto ed Emilia

È di inizio febbraio la vicenda del patrocinio e dell’uso gratuito del teatro comunale negati da Maria Scardellato, sindaco leghista di Oderzo, in provincia di Treviso, per una manifestazione con ospite don Luigi Ciotti, per timore che il sacerdote – fondatore del Gruppo Abele e di Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie – potesse incentrare il suo intervento sul tema dell’immigrazione. Ed è cronaca di qualche giorno fa la notizia della ‘retata’ a Eraclea, comune del veneziano distante da Oderzo solo 32 chilometri: l’operazione della Magistratura veneziana, in raccordo con la Direzione Nazionale Antimafia, ha messo a segno “la più importante operazione contro la Camorra a Nord Est”, nelle parole del Procuratore capo Bruno Cherchi. Monica Andolfatto, cronista del Gazzettino e segretaria del Sindacato Giornalisti Veneto, sarebbe finita per ben due volte, si apprende dopo gli ultimi arresti, nel mirino della criminalità organizzata per aver parlato dei “casalesi di Eraclea”. Ora il prefetto di Venezia deve cercare di capire se la giunta di Eraclea può continuare a gestire il comune dopo gli arresti ordinati dal gip e il sospetto di infiltrazioni camorristiche nel territorio. Eraclea è a rischio commissariamento e potrebbe essere, come a suo tempo Brescello in Emilia Romagna, il primo Comune del Veneto sciolto per infiltrazioni mafiose.

Il prossimo 21 marzo, la XXIV edizione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico, avrà la sua piazza principale a Padova e coinvolgerà il Veneto, Friuli Venezia Giulia e le province autonome di Trento e Bolzano.
Libera – si legge sul sito del coordinamento di associazioni – ha scelto Padova “per stare vicino a chi, nel Nordest, non si rassegna alla violenza mafiosa, alla corruzione e agli abusi di potere, per valorizzare l’opera di tante realtà, laiche e cattoliche, istituzionali e associative, impegnate in quella terra difficile ma generosa per il bene comune, per la dignità e la libertà delle persone”.
“Nel Nordest – e le tante inchieste giudiziarie lo stanno a dimostrare – la criminalità organizzata ha attecchito e prosperato con lo spaccio di droga, ma pure nel più recente traffico di rifiuti, nelle finanze, nel riciclaggio di denaro sporco con l’acquisto di immobili, fino alle redditizie sale scommesse”, ricorda don Luigi Ciotti.
L’obiettivo è andare a Nord Est per parlare di giustizia sociale, ambientale ed ecologica, per rivendicare il diritto a democratizzare lo sviluppo, utilizzandolo per garantire lavoro, difesa dell’ambiente e partecipazione democratica alle scelte. “Le vittime innocenti del Triveneto infatti non sono solo persone”, si legge ancora su libera.it, “ma interi luoghi distrutti e calpestati, esseri viventi e territori, sui quali i rapporti di forza possono essere ancora sovvertiti se mettiamo insieme la necessità di giustizia e l’urgenza della sostenibilità, senza lasciare nessuno indietro”.
Dal rapporto LiberaIdee, una ricerca sociale svolta su un campione nazionale dal coordinamento di Associazioni fondato da don Ciotti, risulta che per quasi la metà dei rispondenti veneti (45,3%) la presenza della mafia nella propria zona è marginale, mentre in meno di un caso su cinque è ritenuta preoccupante e socialmente pericolosa. Quasi la metà dei rispondenti (44%) ritiene che la corruzione sia “abbastanza” presente nel territorio veneto, mentre soltanto uno su dieci la ritiene molto diffusa. “Per i cittadini veneti che hanno risposto alla ricerca – commenta Roberto Tommasi, referente Libera Veneto – la mafia è percepita come fenomeno globale ma sotto casa nessuno la vede”.”E’ fondamentale – prosegue Tommasi – prendere coscienza del contesto criminale, premessa indispensabile per il contrasto alle mafie e alla corruzione. Per quanto efficaci, le sole misure repressive non basteranno infatti mai a eliminare il crimine organizzato nelle sue molteplici forme. Mafie e corruzione, prese insieme e alleate, sono un male non eminentemente criminale ma culturale, sociale, economico, politico. Occorre allora una grande opera educativa e culturale perché è la cultura che sveglia le coscienze”.

“Insegnare i dettagli significa portare confusione. Stabilire i rapporti tra le cose significa dare conoscenza”, affermava Maria Montessori. Forse la sindaca di Oderzo dovrebbe rivedere le priorità della sua amministrazione.

E l’Emilia Romagna? Qual è la situazione nella regione dell’operazione Aemilia, che ha dato origine a uno dei più importanti processi sulla criminalità organizzata al Nord?
Per quanto riguarda l’iter giudiziario dell’inchiesta Aemilia, il 24 ottobre 2018 la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza del 12 settembre 2017 della Corte d’Appello di Bologna, per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, emettendo quaranta condanne definitive e comminando un totale di oltre 230 anni di reclusione.

Reati sintomatici di criminalità organizzata registrati in Emilia Romagna nel primo semestre del 2018. Fonte: Relazione Dia 1. semestre 2018

E proprio grazie ad Aemilia, è ormai acclarato che “in Emilia Romagna, l’elevata propensione imprenditoriale del tessuto economico regionale è uno dei fattori che catalizza gli interessi della criminalità organizzata, sia autoctona che straniera, anche ai fini del riciclaggio e del reinvestimento in attività economiche dei profitti illeciti”, come si legge anche nella relazione semestrale della Dia (Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, 1 semestre, gennaio-giugno 2018).
La ‘ndrangheta, si legge nella relazione, ha “messo in atto, con pervicacia, un grave processo di commistione con l’imprenditoria”, prediligendo “l’infiltrazione sia del tessuto economico produttivo sia delle amministrazioni locali”. Il territorio dunque, non viene aggredito attraverso il predominio militare, ma “orientandosi alla corruttela e alla ricerca delle connivenze, funzionali ad una rapida acquisizione di risorse e posizioni di privilegio”. A Ferrara la Dia segnala la consorteria criminale dei Pesce-Bellocco di Rosarno.
Per quanto riguarda Cosa Nostra “negli ultimi anni non sono emerse risultanze investigative che abbiano fatto emergere un’operatività strutturata sul territorio delle famiglie”, mentre anche “la presenza della camorra risulta connessa all’infiltrazione nell’economia legale e al riciclaggio di capitali”. In particolare, si legge nel rapporto della Dia, “i monitoraggi delle attività imprenditoriali, propedeutici all’emissione delle interdittive antimafia o dell’iscrizione nelle cosiddette white list, hanno evidenziato infiltrazioni della camorra nel settore degli appalti pubblici, attraverso l’adozione di metodologie orientate a dissimulare gli interessi mafiosi”. E ciò avviene grazie alla “mediazione di imprenditori compiacenti”, necessaria per avviare investimenti e aggiudicarsi le gare di appalto di opere pubbliche. È “un modus operandi ricorrente principalmente per il cartello dei Casalesi, come emerso in occasione di un’operazione nel modenese che ha svelato anche un connubio tra sodalizi campani e calabresi. Restando ai Casalesi, questi sono stati segnalati soprattutto nella provincia di Modena, con diramazioni nelle province di Ferrara, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini e Parma”. E rimanendo nella nostra città: “oltre al cartello dei Casalesi, un’indagine recente dei Carabinieri ha svelato l’operatività di elementi collegati al cartello napoletano dell’Alleanza di Secondigliano, dediti al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti”. Che sia il caso di alzare lo sguardo oltre il Gad per chiedersi da dove viene la droga che viene spacciata?

Per quanto riguarda i gruppi criminali di matrice straniera, “le investigazioni degli ultimi anni hanno fatto rilevare dei modelli di cooperazione tra sodalizi stranieri di diversa nazionalità, talvolta partecipati da pregiudicati italiani”. Non c’è alcuna segnalazione specifica sul nostro territorio riguardo la criminalità nigeriana, che in Emilia Romagna “si conferma attiva nel traffico di stupefacenti e nello sfruttamento della prostituzione in danno di donne provenienti prevalentemente dalla Nigeria, nonché nella consumazione di reati a carattere predatorio e legati all’abusivismo commerciale, specie nelle zone del litorale adriatico”. La relazione della Dia segnala poi nella nostra provincia, oltre che a Reggio Emilia e a Rimini, “la presenza della criminalità di matrice cinese”, attiva soprattutto “nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nello sfruttamento della prostituzione e della manodopera irregolare”.

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Da Cento a Voghiera passando per Ferrara al via la Festa della legalità e della responsabilità 2017

Cosa possiamo fare contro la criminalità organizzata? Come si fa antimafia senza diventare eroi o, peggio, martiri? Sono domande che ciascuno di noi si è posto almeno una volta, soprattutto dopo il brusco risveglio dal sogno illusorio che le organizzazioni mafiose fossero un problema esclusivamente del Sud. La risposta sembra facile: basta che ognuno di noi faccia la propria parte. In realtà non è così semplice: ognuno di noi può iniziare dall’essere un cittadino responsabile. E il primo passo sulla strada per essere cittadini responsabili e costruire una comunità libera dalle mafie è conoscere e informarsi, per poter esercitare la propria coscienza critica.
Non ci sono più alibi per chi continua a non vedere, a non sentire, a non parlare: è tempo di un rinascimento etico, un sussulto di voglia di corresponsabilità, di condivisione e di continuità dell’agire, da parte dell’intera comunità.
Legalità, responsabilità e comunità: senza l’una non si danno le altre. Ecco perché anche quest’anno il Comune di Ferrara e il Coordinamento di Ferrara di Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, in collaborazione con il Laboratorio MaCrO dell’Università di Ferrara, la Fondazione Emiliano Romagnola per le Vittime dei Reati, il Movimento Nonviolento, Avviso Pubblico – Enti Locali e Regioni per la Formazione Civile contro le mafie, il Comune di Cento, il Comune di Fiscaglia, il Comune di Voghiera, la Pro Loco di Voghiera, organizzano la Festa della Legalità e della Responsabilità.

La conferenza stampa della Festa della legalità e della responsabilità 2017

“Siamo ormai giunti all’ottava edizione, ma è la prima volta che riusciamo a mettere in rete tutti e quattro i comuni della provincia che fanno parte di Avviso Pubblico, Ferrara, Cento, Fiscaglia e Voghiera”, ha sottolineato l’assessora assessora alla sanità, ai servizi alla persona e alle politiche familiari del Comune di Ferrara, Chiara Sapigni, aprendo la conferenza stampa di presentazione del programma della Festa, lunedì mattina nella Sala degli Arazzi della residenza municipale.
Coordinamento di più soggetti, istituzionali e non, per un programma che riunisce più di un mese di iniziative, dalla fine di ottobre alla fine di novembre, in tutta la provincia di Ferrara con l’intento comune di gettare luce sulle “numerosissime sfaccettature” del tema della legalità, come affermato dall’avvocato Donato La Muscatella, referente del Coordinamento di Ferrara di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.
Al tavolo era presente anche Antonella Micele, del direttivo di Avviso pubblico, coordinamento di enti locali con l’intento di collegare ed organizzare gli Amministratori pubblici che concretamente si impegnano a promuovere la cultura della legalità democratica nella politica, nella Pubblica amministrazione e sui territori da essi governati. “E’ importante per noi essere qui oggi perché questo è uno degli appuntamenti principali nella Regione su queste tematiche”, ha affermato Micele. “Per contrastare la criminalità organizzata bisogna disporre di strumenti culturalmente raffinati”, ha continuato: “come amministratore ritengo che non sia più accettabile non essere preparati sui temi della legalità. Quando si ha a che fare con bandi e appalti servono ormai competenze che non si possono improvvisare” in materia di contrasto delle infiltrazioni, le ha fatto eco Isabella Masina, vicesindaco del Comune di Voghiera. Quando si tratta di criminalità organizzata si parte dall’esigenza “di capire un fenomeno complesso per ricavarne strumenti per contrastare e per prevenire questi fenomeni”, ha aggiunto La Muscatella.

Durante l’incontro con i giornalisti sono emersi anche i nomi degli ospiti d’eccezione di questa Festa della legalità e della responsabilità 2017. Carlo Lucarelli, presidente della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati, che il 6 novembre alle 15 al Liceo Carducci introdurrà ‘Noi parti offese. Solidarietà in scena’, non una conferenza ma un gioco di ruolo per comprendere dal di dentro quale impatto ha un grave reato nella vita di chi lo subisce e in quella di quanti gli sono vicini, mentre alle 21 sarà alla Sala della Musica con la criminologa Rossella Selmini e Alessandro Chiarelli per l’incontro ‘Da Kurt Wallander a Salvo Montalbano: la rappresentazione sociale delle forze di polizia tra finzione e realtà’. Il 24 novembre nella preziosa cornice della Delizia del Belriguardo il giornalista Sandro Ruotolo coordinerà prima ‘AmministriAMO. L’impegno degli Amministratori per il proprio territorio’ e poi, dalle 19.00, ‘Testimonianze extra-ordinarie di impegno civico’ con Maria Antonietta Sacco, Vice sindaco di Carlopoli (CZ) e Vice Presidente Avviso Pubblico e Renato Natale, Sindaco di Casal di Principe (CE) e Vice Presidente Avviso Pubblico.

Si inizia già oggi pomeriggio alle 14 alla sala consiliare del Dipartimento di Giurisprudenza con il primo degli incontri organizzati in collaborazione con MaCrO (Laboratorio interdisciplinare di studi sulla mafia e le altre forme di criminalità organizzata): ‘Monitorare e combattere la tratta di persone. Il ruolo delle Nazioni Unite nella scena globale’ con Fabrizio Sarrica di Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime).
Sabato 18 novembre dalle 10 alle 13 in Sala della Musica si parlerà invece del processo alla mafia in Emilia Romagna con ‘Il Processo Aemilia: stato dell’arte e nuove prospettive’. Ospiti: Vincenza Rando, avvocato, componente dell’Ufficio di Presidenza di Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie; Sabrina Pignedoli, giornalista de Il Resto del Carlino, vincitrice Premio Estense 2016; Elia Minari, coordinatore dell’associazione antimafia Cortocircuito di Reggio Emilia. Un’occasione “per fare il punto sulla situazione”, ha affermato Donato La Muscatella di Libera Ferrara.
Presenti alla conferenza stampa anche Melissa Romani, assessora del Comune di Fiscaglia, e Giulio Costa dell’associazione Ferrara Off, per presentare ‘Ci deve pur essere un giudice a Berlino!’, il 10 novembre alle 21nella sala civica del centro polifunzionale di Migliarino “scelta appositamente perché intitolata ai giudici Falcone e Borsellino”, ha sottolineato Romani. “Abbiamo costruito una drammaturgia originale con testi che spaziano dalla classicità alla contemporaneità”, ha spiegato Costa, recitati da giovani attori e da Marco Sgarbi per parlare sì di legalità, ma anche “della trasmissione e della condivisione” di questo valore fondamentale attraverso le generazioni.

Infine, l’appuntamento è anche al Cinema Boldini (vai Previati 18) con un ciclo di pellicole sulla legalità. Il 14 novembre alle 21 si terrà la proiezione del film ‘Loro di Napoli’, con la presenza della squadra di calcio Buffalo Soldiers, composta da richiedenti e titolari di protezione internazionale accolti sul territorio di Ferrara nell’ambito dei progetti del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati gestiti dalla cooperativa Camelot. Il 21 novembre alle 21, invece, si terrà la proiezione del film ‘Vivere alla grande’ sul gioco d’azzardo, anticipato dalla presentazione del progetto ‘Lose for life’ di Avviso Pubblico e la consegna del ‘Premio Cittadino Responsabile’ 2017.

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IL FATTO
Brescello: primo comune in Emilia Romagna sciolto per infiltrazioni mafiose

La notizia è di poche ore fa: Brescello non sarà più noto solo come il paese di Peppone e don Camillo, ma anche come primo comune in Emilia Romagna sciolto per mafia.
Il comune in provincia di Reggio Emilia (la stessa città sede dello storico processo Aemilia che sta mettendo alla sbarra la ‘ndrangheta in Regione) era già commissariato da gennaio, da quando l’ex sindaco Marcello Coffrini si era dimesso dopo la conclusione dell’indagine della commissione prefettizia che ha indagato sulle infiltrazioni mafiose in seno al Comune.
Sullo sfondo: l’inchiesta Aemilia del gennaio 2015 coordinata da Roberto Alfonso, che ha portato all’omonimo processo contro la ‘ndrangheta in Emilia Romagna. E ancora prima, nel 2014, le dichiarazioni di Coffrini su Francesco Grande Aracri, figlio del boss della ’ndrangheta Nicolino, in carcere al 41bis, ai ragazzi dell’Associazione Cortocircuito di Reggio Emilia che stavano svolgendo l’inchiesta “La ‘ndrangheta di casa nostra”. Sindaco di Brescello dal 2014 e prima ancora (dal 2005 al 2014) assessore con deleghe a Urbanistica, Edilizia e Sicurezza, Marcello Coffrini aveva detto su Francesco Grande Aracri, condannato in via definitiva per mafia nel 2008 e considerato dai magistrati uno dei ‘reggenti’ della cosca: “E’ gentilissimo, è uno molto tranquillo… è molto composto, educato, ha sempre vissuto a basso livello. Hanno un’azienda… con cui fanno i marmi… mi fa piacere che siano riusciti a ripartire”. Recentemente è emerso anche che Ermes Coffrini, padre di Marcello e anch’esso sindaco di Brescello per alcuni anni, è stato l’avvocato della famiglia Grande Aracri dal 2002 fino al 2006.

A chiedere al Ministro dell’Interno lo scioglimento del comune in riva al Po, per “il concreto pericolo che ci siano state infiltrazioni mafiose all’interno dell’apparato amministrativo”, era stato il Prefetto di Reggio Emilia, Raffaele Ruberto, al termine dei lavori della commissione di accesso nominata nel giugno 2015 e dopo le consultazioni con forze dell’ordine e magistrati. La commissione (formata dal vice prefetto Adriana Cogode, dal capitano dell’Arma di Castelnovo Monti Dario Campanella e da Giuseppe Zarcone) ha lavorato per mesi negli uffici del comune della Bassa, incrociando dati e documenti. Nella relazione finale, di oltre 300 pagine, si parlerebbe di dipendenti comunali a tempo determinato riconducibili alla famiglia Grande Aracri, di appalti e subappalti ‘sospetti’, di cambi di destinazione d’uso di terreni, soprattutto per quanto riguarda la zona dove, tra gli altri, vive Francesco Grande Aracri.
Il ministro dell’Interno Alfano, valutati gli atti, ha deciso di chiedere al Consiglio dei Ministri lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose e questa mattina il cdm ha deciso in questo senso: è la prima volta nella nostra regione. Ora per Brescello la legge prevede un commissariamento di almeno un anno.

Guarda l’inchiesta dell’Associazione CortoCircuito di Reggio Emilia “La ‘Ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana”

GERMOGLI
Aemilia nostra.
L’aforisma di oggi…

28 ottobre 2015 Si tiene oggi nel padiglione 19 della Fiera di Bologna la prima udienza preliminare dell’inchiesta Aemilia, la storica indagine condotta dalla procura distrettuale antimafia di Bologna ai danni del clan Grande Aracri di Cutro, presente da anni in Emilia Romagna. 219 imputati e 189 capi di imputazione: sono questi i numeri del terremoto ‘ndrangheta in Emilia Romagna.

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Enzo Ciconte

In Emilia Romagna ci sono le forze e le capacità per una nuova Liberazione dalla mafia (Enzo Ciconte)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

INTERNAZIONALE
Geografie criminali fra narcotraffico e finanza

Mafia capitale come modello della criminalità organizzata del futuro. È la ‘profezia’ di Enzo Ciconte, fra i massimi esperti in Italia della storia e delle dinamiche delle associazioni mafiose e consulente della commissione parlamentare antimafia: “Mi auguro che quello che sto per dire non si avveri, ma temo che il modello romano di condizionamento possa rappresentare il modello futuro di mafia, che si ripulisce delle attività più violente e del traffico di droga ed entra tramite la corruzione nel mondo della politica e dell’economia”. Ciconte lo afferma di fronte al pubblico che sabato pomeriggio ha affollato il cortile del Castello per la presentazione del terzo volume di “Atlante delle mafie. Storia, economia, società, cultura”, da lui curato insieme a Francesco Forgione e Isaia Sales ed edito da Rubbettino.
Appena prima ha definito l’organizzazione romana come “un’escrescenza criminale nuova e originale, che ha avuto la capacità di stabilire legami corruttivi con la politica e l’economia al punto di arrivare alla configurazione del 416 bis”, cioè l’associazione mafiosa. E anche l’inchiesta Aemilia sulla presenza mafiosa nella nostra regione (la cui prima udienza preliminare è prevista per il 28 ottobre in uno dei padiglioni della Fiera di Bologna, ndr) ha evidenziato fenomeni corruttivi che hanno portato a condizionamenti e distorsioni nel sistema economico legale. Ciconte però è ottimista: “In Emilia Romagna ci sono le forze e le capacità per una nuova liberazione dalla mafia” che minaccia “il vostro modello di comunità per come lo avete conosciuto negli ultimi cinquant’anni”.

Nel nuovo “Atlante delle mafie” si parla dei rapporti tra mafie ed economia, tra mafie e finanza, perché “il denaro che proviene dalla droga non ha più l’etichetta e si confonde con quello dell’evasione”, ha sottolineato Ettore Squillace Greco della Dda di Firenze, fra gli ospiti della presentazione. Secondo il magistrato questi sono i maggiori cambiamenti degli ultimi anni: la capacità delle mafie di infiltrare la finanza e la loro internazionalizzazione. Ecco perché l’Atlante allarga l’orizzonte al di là dell’Oceano, guardando a Brasile, Messico, America Latina.
Ma parla anche di “cosa è successo a Cosa Nostra dopo la cattura di Riina, ma soprattuto dopo l’arresto di Provenzano”, e di come negli ultimi anni il ruolo dominante sia stato assunto dalla ‘ndrangheta. Due sono i motivi per cui è accaduto, secondo Ciconte: il primo è che “è riuscita a diventare la regina del narcotraffico, in particolare della cocaina”, il secondo è che “è sempre stata un’organizzazione mafiosa sottovalutata e poco conosciuta”.

Le ultime battute dell’incontro sono state dedicate alla necessità di una “nuova religione civile basata sull’etica della responsabilità” dopo la crisi morale e culturale degli ultimi anni.
“Le mafie sono violenza e relazione, non hanno colore politico. I partiti sono autobus sui quali le mafie salgono per arrivare da qualche parte. Noi cittadini dobbiamo saper distinguere fra chi è disposto a fare da bus e chi no, perché in fondo la classe politica è una nostra espressione” ha detto Squillace Greco. “Non le si può considerare solo un problema criminale” e “non ci si può affidare solo ai magistrati”, ha aggiunto Ciconte: “c’è bisogno dell’impegno di tutti”.

NOTA A MARGINE
“Il rischio mafia esiste, compito di tutti è mantenere sana la città”

“Nelle zone di origine e presenza endemica, oltre a un vero e proprio controllo del territorio le organizzazioni mafiose hanno una funzione di mediazione sociale che permette loro di acquisire consenso; i risultati sono perdita di competitività del tessuto produttivo e deficit di cittadinanza. Ma il nord è diverso, è zona di colonizzazione: qui si fanno investimenti per riciclare i proventi delle attività illecite e sempre di più il metodo di infiltrazione non si basa sulle intimidazioni, ma su corruzione e strumenti del credito, con la costruzione di un sistema di connessioni in loco attraverso la connivenza di quell’area grigia formata da burocrati, politici, professionisti e imprenditori. Ecco perché Giovanni Tizian scrive di ‘holding finanziaria’ e il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parla di ‘una visione politica del radicamento’”.

Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)
Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)

A sottolinearlo è stato Fulvio Bernabei, intervenendo al secondo incontro del ciclo “Chiavi di Lettura, opinioni a confronto sull’attualità” organizzato da Ferraraitalia con lo scopo di chiarificare nodi controversi del nostro vivere quotidiano. Ieri, in biblioteca Ariostea, si è dibattuto di mafia a Ferrara fra allarmismo e rischi reali, per cercare di capire quanto la nostra provincia è davvero permeabile e quali siano i segnali a cui dobbiamo porre attenzione.

Bernabei (Guardia di finanza) e Federico Varese (Oxford university) hanno fornito un inquadramento generale di cosa significhi mafia oggi: un fenomeno complesso e diversificato a seconda delle differenti aree della nostra penisola.
Il problema della diffusione al nord è noto. Il più recente documento che si occupa di illegalità diffusa nel nostro territorio è il rapporto “L’economia illegale in Emilia Romagna”, realizzato per Osservatorio della legalità e Unioncamere regionali dal professor Andrea Mazzitelli di Universitas Mercatorum. E proprio questo documento è stato il detonatore dell’appassionato confronto che ha attratto in biblioteca un folto e attento pubblico. “La nostra ricerca – ha spiegato Mazzitelli in collegamento Skype da Roma – indaga in particolare la presenza del fenomeno illegale nel tessuto produttivo legale, reso più fragile dalla crisi economica di questi anni: attraverso l’individuazione di indicatori e di campioni statistici ripetibili, si sono resi evidenti ‘i fattori di rischio’ e ‘la vulnerabilità economica e sociale’, considerandoli segnali anticipatori dell’infiltrazione”. Ed è “l’ormai palpabile sfilacciamento del tessuto sociale e produttivo”, fotografato anche dal rapporto di Mazzitelli, che ci deve preoccupare, non solo come ferraresi ed emiliani, ma a livello generale, perché è fra queste crepe di illegalità diffusa che le mafie si infiltrano con agilità.

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Varese e Mazzitelli in colelgamento Skype (foto di Aldo Gessi)

Varese – criminologo noto a livello internazionale in collegamento Skype da Oxford – ha però preso le distanze dalle conclusioni dello studio di Unioncamere, sostenendo che il giudizio è “falsato dalla considerazione di troppe fattispecie di reato non propriamente ascrivibili alle modalità d’azione delle organizzazioni mafiose e che, al contrario, nei settori tipicamente infiltrati dalla mafia (edilizia, movimentazione terra, stoccaggio rifiuti) a Ferrara si è registrata negli ultimi anni una contrazione del volume di attività”. Acqua sul fuoco dunque, accompagnata però dalla raccomandazione di non abbassare la guardia perché le insidie sono reali, come dimostrano le vicende delle vicine province di Reggio e Modena.

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Tito Cuoghi (foto di Aldo Gessi)

Sintetico ma significativo ed eloquente è stato il contributo di Tito Cuoghi (Anpar) sui rischi di presenza e le modalità d’azione delle ecomafie negli appalti, con specifici riferimenti alla ricostruzione dopo il sisma dell’Emilia.

Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)
Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)

Infine, il referente del coordinamento provinciale di Libera, Donato La Muscatella, ha concluso che il problema del radicamento in Emilia Romagna ormai è innegabile e anche a Ferrara “il rischio esiste: è necessario quantificarlo”. Per quanto riguarda il contrasto e la prevenzione, La Muscatella ha sottolineato che “il fenomeno criminale è competenza di magistrati e forze dell’ordine, ma il fenomeno sociale riguarda tutti; perciò benché non ci sia un vero e proprio allarme, la guardia va tenuta alta ed è compito di tutti i cittadini farlo per ridurre le occasioni di infiltrazione”.

 

IL FATTO
L’inchiesta sul sisma: il ciclo delle macerie, dove è facile nascondere i ‘cadaveri’

“Fra i vari personaggi, mi è capitato di incrociare anche Bianchini e la notizia del suo arresto a dir la verità non mi ha particolarmente sorpreso”. Augusto Bianchini è l’imprenditore centese di recente finito in manette a seguito dell’inchiesta sul terremoto in Emilia del 2012. Nel tessuto regionale la sua azienda, che ha sede a San Felice sul Panaro, è davvero un pezzo forte del settore, con 15 milioni di fatturato. Un paio di settimane fa, il 28 gennaio, a seguito degli sviluppi dell’inchiesta ‘Aemilia’ che ha portato al fermo di 117 persone, è finito in carcere il patron, con l’accusa di smaltimento illecito di amianto nelle zone terremotate.
“Era un tipo chiacchierato, con frequentazioni politiche eccellenti nell’area centrista e solidi appoggi. Gli appalti li vinceva spesso. La sua azienda si occupa di strade e possiede cave”. A ricordarlo è Tito Cuoghi, un ex sindacalista che dall’inizio degli anni Novanta opera nel settore ambiente e si occupa attivamente del riciclo di macerie.

La Bianchini costruzioni era stata ampiamente citata in un articolo sull’Espresso di Giovanni Tizian già nel luglio 2013 [leggi] in cui si faceva riferimento all’iniziativa della Procura di Modena che aveva escluso l’impresa dagli appalti con un’interdittiva antimafia. Scrive il giornalista, che da anni vive sotto scorta per il suo impegno professionale contro la malavita organizzata: “Ha trasportato più di mille tonnellate di detriti nel dopo terremoto dell’Emilia. E’ protagonista del maxi appalto Expo 2015. Ora però nero su bianco ci sono rapporti sospetti, i nomi dei dipendenti vicini alla ‘ndrangheta, le accuse di smaltimenti illegali di amianto nell’area del cratere sismico”. Elementi che già un anno e mezzo fa avevano determinato il primo intervento restrittivo dei magistrati.

“Fra le macerie è facile nascondere i cadaveri – afferma con efficace metafora Cuoghi –. E i cadaveri – chiarisce -sono i rifiuti tossici e inquinanti”. E allora seguiamolo nel suo ragionamento, per scoprire questo ‘mondo delle macerie’ sconosciuto ai più ma ben noto alle cosche malavitose.

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Tito Cuoghi

“La prassi di riutilizzare gli scarti dell’edilizia e i detriti delle demolizioni, in Germania, Olanda e Francia è consolidata da tempo. In Italia è stata avviata all’inizio degli anni Novanta per impulso di un lungimirante imprenditore emiliano del settore calcestruzzi, Angelo Toschi, che si pose un problema elementare, ma sino ad allora irrisolto: perché con una mano continuare a scavare il letto dei fiumi per recuperare ghiaia (con i costi e i rischi ambientali tragicamente evidenziati dalle cronache recenti poiché – precisa Cuoghi – l’alterazione dell’alveo fluviale è motivo di squilibrio del territorio) e con l’altra creare discariche da riempire con i detriti?”. Verificata la possibilità di riutilizzare le macerie e farne una componente dell’impasto usato in edilizia, a Sassuolo brevettò un impianto di trasformazione, il primo in Italia, dando avvio al ‘progetto Rose’ (acronimo di Recupero omegeneizzato scarti edilizia), che aveva per simbolo un cumulo di detriti dai quali spuntavano i fiori. “La mia collaborazione con Toschi e il mio impegno nel settore inizia allora. Dopo tanti anni nel sindacato avevo voglia di nuova esperienze, del comparto edile in Fillea mi ero appassionato proprio di cave e così accettai la proposta e iniziai a girare l’Italia per trovare appoggi al progetto che prevedeva il reimpiego degli scarti da demolizioni edili. Nel ’97 abbiamo creato Anpar, l’Associazione dei produttori di aggregati riciclati che portò avanti l’impegno di cui ero il responsabile delle relazioni esterne. E successivamente il Quasco, centro scientifico regionale. La Toscana è stata fra le prime regioni a sviluppare un serio impegno..

Il problema iniziale era la normativa. Per legno, plastica, rifiuti urbani esistevano già i protocolli, per le macerie no. “L’impasto prodotto viene proposto in tutte le pezzature. C’è un accurato trattamento tecnologico che rende il composto simili ai residui fluviali. A un occhio profano il composto prodotto da un impianto serio si confonde con sabbia e ghiaia naturali”.
“Fin da subito trovammo una valida sponda nel ministro all’Ambiente Edo Ronchi. La legge approvata allora è ancora sostanzialmente invariata e prevede l’impiego nei sottofondi stradali e l’obbligo di utilizzo di un 30% di materiali riciclati nelle opere di costruzione. “Si potrebbe arrivare al 40%, non di più però perché esigenze di stabilità impongono una predominante componente di calcestruzzo. Ma il problema vero è il fatto che la norma è spesso disattesa…”.
Al solito, si fanno le leggi e le si aggirano. “E’ molto semplice eludere la norma, spesso ‘banalmente’ non viene richiamata nei capitolati di gara. Alcuni enti pubblici si giustificano spiegando che nei rispettivi territori non ci sono impianti di riciclaggio che forniscano adeguate garanzie di qualità. Ma in molti casi si tratta di alibi”. Dietro ci sono gli interessi dei cavatori, un mercato che reclama e funzionari compiacenti. “E’ successo di recente anche a Ferrara, ne ho discusso con l’assessore Modonesi che alla fine ha dovuto prendere atto che alcuni suoi tecnici non indicavano come condizione l’impiego della quota di materiali di riciclo”.

Il settore fa evidentemente gola a chi ha materiali inquinanti da smaltire. I rifiuti tossici vanno trattati con speciali precauzioni e il loro smaltimento ha costi significativi. E’ facile mescolare ai detriti anche pannelli di amianto (come è successo in Emilia) o altri inquinanti. Tanto poi si macina e tutto si confonde. “Facile – commenta Cuoghi – se non ci sono adeguati controlli. Il paradosso è che gli enti preposti sono tanti: Arpa, Nos, Province e Guardia di finanza. Forse troppi”. Tutti responsabili, nessun responsabile si potrebbe parafrasare. “Competenze ripartite, ciascuno un ambito e talvolta viene a mancare l’indispensabile visione d’insieme. Alla fin fine quando un compito è condiviso non è sempre chiaro chi lo debba svolgere ed è agevole a posteriori sottrarsi agli addebiti”.

Ma veniamo specificamente a quel che è capitato in regione dopo il terremoto.

“In Emilia la vicenda era nata male con l’assurda decisione di Errani che, in veste di commissario straordinario per il sisma, destinò lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti a depositi di aziende compartecipate come Hera, che non avevano alcuna specifica preparazione nel trattamento delle macerie e che si sono quindi affidate a terzi attraverso meccanismi di subappalto, che il decreto consentiva senza neppure prevedere le garanzie minime, come l’iscrizione al registro delle imprese qualificate al trattamento”. Questo passaggio di mani ha generato una catena non virtuosa in cui i ‘furbi’ si sono facilmente insinuati e le cosche hanno potuto mettere a realizzo le loro strategie. “Si sarebbero dovuti fare piani concertati per individuare aziende competenti. Così invece un buon progetto, che prevedeva il riutilizzo totale delle macerie del terremoto, si è trasformato in una mina. Anzi, in un boomerang. Perché ora, di fronte al rischio che altri inquinanti abbiano corrotto le macerie non ancora smaltite e all’impossibilità di analizzare tutto, sarà impossibile percorrere il sentiero virtuoso del riutilizzo che era stato definito: non sappiamo cosa ci sia finito in mezzo”. Quel che invece si sa per certo è che i cortili scolastici di due istituti di Mirandola e Concordia sul Secchia sono stati realizzati con materiali di recupero inquinati da amianto.

Il problema non è nuovo per questo delicato comparto. “In giro c’è molta schifezza, scarsa qualità, residui nocivi. Così è fra le macerie, come fra i terreni di riporto, per questo la movimentazione terre fa gola alla mafia. Non servono grossi investimenti e sono un facile ‘nascondiglio’. Gli emissari delle cosche avvicina i piccoli operatori del settore, li tentano, li lusingano e così ottengono la complicità di tanti”.

“Certo è anche che se si rispettano le leggi i vantaggi del recupero macerie sono molteplici. Si evita di scavare il letto dei fiumi e si riducono i danni ambientali e il consumo di territorio, si utilizzano materiali che diversamente andrebbero smaltiti, creando appositamente discariche per lo stoccaggio, si determinano risparmi economici per le aziende. Con i riciclati da macerie si integra il calcestruzzo, si realizzano sottofondi stradali, ripristini ambientali, si riempiono le cave esauste…”.

Anche quest’anno Tito Cuoghi, che fra le varie e ricche esperienze maturate ha avuto la possibilità di conoscere e collaborare anche con Don Ciotti per i progetti di Libera in Sicilia, avrà la responsabilità organizzativa di ‘Inertia’ la fiera nazionale del settore rifiuti inerti e aggregati che si tiene a Ferrara all’interno di RemTech Expo. “Sarà come sempre un’ottima occasione di confronto e verifica fra operatori, legislatori, mondo accademico e scientifico”.

L’INTERVISTA
Emilia Romagna Mafia spa. Mazzitelli: “Ferrara tra le province più vulnerabili”

Centosessanta arresti, oltre 200 indagati – dei quali 83 nella sola Emilia Romagna – e il sequestro di beni per un valore di oltre 100 milioni di euro: 205 immobili, 70 società, 15 auto di lusso, 137 mezzi, 65 terreni. I reati contestati vanno dall’associazione di tipo mafioso e dal concorso esterno in associazione mafiosa all’estorsione e usura, al caporalato, e poi trasferimento fraudolento di valori, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti, ricettazione. Sono i dati dell’operazione Aemilia, portata a termine a fine gennaio e coordinata dalla Dda di Bologna. Dati che spingono a parlare non più di allarme infiltrazioni, ma di allarme radicamento nella nostra regione.
“Un risultato storico, senza precedenti. Io non ricordo a memoria un intervento di questo tipo contro un’organizzazione criminale forte, monolitica, profondamente radicata nel territorio emiliano”, queste le parole del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti durante la conferenza stampa su Aemilia. Roberti ha poi sottolineato che “l’elemento nuovo è l’imprenditorialità nel rapporto con il territorio, con il tessuto sociale e con l’informazione”, in altre parole: “una visione politica del radicamento”. Se quella con cui abbiamo a che fare è sempre più “una vera holding finanziaria” o la “’Ndrangheta Emilia Romagna servizi spa”, come scrive Tizian, è necessario chiedersi chi e perché nella nostra regione usufruisce dei servizi finanziari e delle competenze criminali delle organizzazioni mafiose. In altre parole è sempre più urgente indagare come avviene la costruzione di network territoriali in loco da parte delle organizzazioni criminali.
Un possibile contributo è arrivato dal Rapporto “L’economia illegale in Emilia Romagna”, realizzato per l’Osservatorio della Legalità in Emilia-Romagna e Unioncamere regionale dal professor Andrea Mazzitelli di Universitas Mercatorum. Presentato a Bologna a metà del dicembre scorso, ha avuto grande risonanza nelle nostre zone perché dall’analisi dinamica condotta emergerebbe che Rimini e Ferrara sono le due provincie in cui si osserva, tra il 2010 e il 2012, un’improvvisa accelerazione della penetrazione criminale, tanto da occupare a livello nazionale rispettivamente il secondo e il quinto posto. Abbiamo cercato di approfondire il tema con il professor Mazzitelli.

Il punto di partenza di questo documento è la presenza sempre più palpabile di un sistema di connessioni fra la società legale e quella mafiosa e di un’area grigia composta da professionisti, politici, imprenditori, burocrati, che rappresenta il «luogo» dove le diverse alleanze si stringono, si modellano e si ricompongono. Da qui la necessità di cogliere i segnali anticipatori di penetrazione della criminalità organizzata. Come avete tentato di cogliere questi segnali? In altre parole da dove siete partiti per l’analisi e come l’avete strutturata?
L’Osservatorio sulla legalità in Emilia-Romagna e i documenti da esso prodotti hanno l’obiettivo di analizzare come si configurano i comportamenti criminali di natura mafiosa che tentano di infiltrarsi nell’economia legale. La conoscenza di quanto accade nel proprio territorio è determinante per indirizzare meglio le politiche di prevenzione nella lotta contro la criminalità organizzata, anche quando si tratta di un fenomeno complesso e per certi aspetti poco visibile come quello dell’infiltrazione nell’economia virtuosa del territorio. Partendo dall’assunto che nessun territorio è immune dalla penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale e imprenditoriale, abbiamo condotto l’indagine con una visione interdisciplinare, frutto anche di una condivisione e di una fattiva collaborazione con Unioncamere e con l’Istituto Guglielmo Tagliacarne.

Quali fonti avete usato?
L’analisi condotta ha portato alla selezione e individuazione di specifici indicatori riguardanti la vulnerabilità delle infrastrutture, delle imprese, delle famiglie e del territorio, utilizzando open data, ovvero dati disponibili a livello pubblico e provenienti solo da fonti statistiche ufficiali. Il principale risultato conseguito è che il processo di diffusione territoriale della criminalità organizzata è trasversale a tutte le provincie italiane, anzi prevarica i confini amministrativi perché è interprovinciale e interregionale: ciò consente di definire la vera armatura illegale del territorio e quindi di individuare delle partizioni territoriali funzionali a una migliore interpretazione della distribuzione lungo la nostra Penisola dei reati economici e finanziari e le relative connessioni con i gruppi della criminalità organizzata.

Nel rapporto si parla di una matrice vulnerabilità /criminalità, ci può spiegare meglio? Per esempio con “vulnerabilità economica e sociale”?
L’uso unicamente dei dati della statistica ufficiale può comportare anche la sottostima di alcuni fenomeni a livello provinciale, in base alla percezione che ne hanno i cittadini e gli imprenditori, unicamente perché le fonti ufficiali non sono state in grado di catturarli. I risultati ottenuti sono stati riportati in diverse matrici di dati che hanno consentito di valutare la vulnerabilità territoriale e la criminalità a livello locale. La struttura di una generica matrice prevede che nelle righe vengano collocate le provincie e nelle colonne vengano inserite le variabili delle unità statistiche, vale a dire i diversi indicatori misurati per ogni provincia. La vulnerabilità del territorio è stata calcolata attraverso la costruzione di opportuni indici di sintesi che restituiscono significative informazioni circa i fenomeni di vulnerabilità provinciale osservati in campo economico, finanziario e sociale in relazione anche alle infiltrazioni della criminalità organizzata. In altri termini, la selezione degli indicatori di vulnerabilità è stata condotta con l’intento di individuare le principali criticità del territorio che impediscono uno sviluppo economico e sociale dello stesso in termini di competitività, attrattività e benessere.

Cosa si intende con “indice di sintesi di criminalità organizzata”?
L’indice di sintesi della criminalità organizzata è stato costruito basandosi su tre indicatori semplici: criminalità tradizionale o di base (associazione a delinquere, associazione mafiosa, omicidi di stampo mafioso, stragi e attentati), illegalità ambientale (ciclo dei rifiuti, ciclo del cemento, incendi boschivi dolosi), reati spia dell’illegalità economica connessi alla criminalità organizzata (contraffazione, contrabbando, truffe e frodi informatiche, delitti informatici, usura ed estorsione, riciclaggio e reati di intimidazione). Particolare attenzione meritano, tra i reati spia, le truffe e le frodi informatiche nonché i delitti informatici, reati commessi all’interno di quei settori che, nella definizione della Knowledge economy, identificano i servizi di informazione e comunicazione, ovvero il comparto dei servizi ad alto contenuto tecnologico. A ciò si aggiunga che i reati spia sono fortemente analizzati dagli investigatori, perché ritenuti maggiormente indicativi di dinamiche riconducibili alla supposta presenza di aggregati di matrice criminale e/o mafiosa.

Nella seconda parte del Rapporto presentate un’analisi dinamica in cui si segue il cambiamento di ogni provincia nel triennio 2010-12, come cambia la geografia della criminalità organizzata usando questa metodologia?
Per comprendere il processo di diffusione della criminalità organizzata è stata condotta un’analisi dinamica dei dati nel triennio 2010-2012 per ciascuna provincia. L’obiettivo è stato evidenziare le nuove aree di attrattività della mafia diverse dal Mezzogiorno, ovvero quali siano le province del Centro-Nord dove la criminalità comincia a radicarsi stabilmente e a investire legalmente. L’analisi condotta ha confermato l’ipotesi di partenza: il fenomeno della criminalità è cresciuto, nel periodo osservato, soprattutto al Nord, nonostante le analisi puntuali del 2010 e del 2012 rivelino che le provincie del Sud siano caratterizzate da valori assoluti della criminalità organizzata superiori rispetto alle altre aree del Paese. Anche a livello globale il fenomeno mostra un trend crescente: il 53,2% delle province è caratterizzato da un aumento dei reati della criminalità organizzata; il 27% dei reati è cresciuto nelle provincie del Nord; il 13,5% al Sud e nelle Isole; il 12,5% al Centro. Parallelamente i reati sono diminuiti più nel Mezzogiorno (23,4%) che al Nord (16,2%) e al Centro (7,2%).

In Emilia Romagna le provincie con un trend crescente sono Rimini e Ferrara, al 2° e 5° posto, come sono interpretabili questi cambiamenti?
Scomponendo l’indice di sintesi dinamico nelle sue componenti più significative emerge che in Emilia-Romagna il fenomeno dell’illegalità economica è prevalente tra le provincie che insistono sul versante adriatico (Ferrara, Forlì-Cesena, Ravenna, Rimini), mentre la dinamica dei reati ambientali è prevalente tra le aree appenniniche (Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia). Rimini e Ferrara sono tuttavia tra le provincie più vulnerabili in senso dinamico anche per l’illegalità ambientale dato che occupano rispettivamente il secondo e il dodicesimo posto nella graduatoria nazionale. La posizione di Rimini, insieme al fatto che anche Forlì-Cesena presenti valori elevati, conferma il fatto che la riviera romagnola, al pari di alcune provincie adriatiche delle Marche, sia divenuta nel tempo luogo di attrattività e insediamento di gruppi criminali, italiani e stranieri. Da Ferrara, invece, il fenomeno si espande territorialmente tramite Rovigo verso il Triveneto. La criminalità dunque penetra più facilmente per contiguità territoriale o prossimità logistica da infrastrutture. Le mappe della vulnerabilità alla criminalità evidenziano come essa si manifesti in modo particolarmente critico in gruppi di provincie e di importanti aree urbane confinanti tra loro, come se un’infezione criminale in un’area si potesse diffondere alle provincie circostanti similmente a un virus: si è insomma in presenza di fenomeni di migrazione di organizzazioni criminali tra aree contigue.

Ferrara ha anche valori elevati per quelli che nel Rapporto vengono definiti “shock territoriali”, cosa significa questo?
Vi è una diffusa preoccupazione circa la possibilità che la crisi economica possa determinare una crescita delle attività criminali nel nostro Paese. Gli economisti poi hanno riconosciuto da tempo che la riduzione delle opportunità nel mercato del lavoro può rendere relativamente più vantaggioso il perseguimento di attività illegali. Tuttavia, alcuni recenti lavori hanno sottolineato che il legame tra crisi economica e criminalità è meno evidente nelle regioni meridionali maggiormente caratterizzate da una presenza più radicata della criminalità organizzata (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia), dove la criminalità organizzata detiene il “monopolio” dell’attività illegale: qui risulta difficile per un individuo improvvisare un’attività criminosa a seguito di sopraggiunte difficoltà economiche. In altri termini, le aree del Centro-Nord subiscono veri e propri shock rispetto alla penetrazione dell’illegalità economica perché non abituate a convivere quotidianamente con fenomeni di natura criminale: non hanno ancora piena coscienza a livello culturale e territoriale dei modi di agire tipici della criminalità organizzata. Analizzando le provincie dell’Emilia-Romagna si evince che nessun territorio è immune da tali shock, a cambiare sono velocità e accelerazioni di penetrazione. Ferrara e Rimini, come già ricordato, sono le provincie che presentano i valori più elevati di tale indice. Bologna e Parma, al contrario, denotano valori medio-bassi: questo potrebbe indicare che la criminalità organizzata possa inizialmente aver posto le proprie basi operative nelle suddette provincie, che più di altre hanno subito l’influenza mafiosa nonché l’infiltrazione nel tessuto produttivo negli anni passati.

Lunedì 16 febbraio – ore 17 – biblioteca comunale Ariostea
MAFIA A FERRARA: allarmismo o rischio reale?

(leggi la presentazione dell’incontro)

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