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Jane Elliot insegna cos’è il razzismo

21 marzo 1968
Jane Elliot insegna cos’è il razzismo

Jane Elliot è un’educatrice e un’attivista per i diritti civili. Insegna in una piccola scuola di Randall, in Iowa, vicino a Riceville, il suo comune di nascita.
Jane, come tutti i suoi concittadini, è bianca. Alcuni di loro, soprattutto i bambini ai quali la maestra insegna, non hanno neanche mai visto un afroamericano. Temendo che questa distanza possa portare i bambini a vedere gli afroamericani come stranieri ed alieni, Jane decide il 21 marzo 1968 – giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale – di insegnare cos’è il razzismo.

Durante la settimana dedica diverse ore nel tentativo di spiegare cos’è il razzismo. Fa degli esempi, racconta i fatti, spiega i sentimenti, riporta anche i discorsi di grandi leader. Randall però rimane un piccolo comune bianco e tranquillo. I bambini difficilmente possono conoscere episodi di intolleranza, e anche quando è Jane a raccontarglieli nessuno dei bambini sembra apprendere a pieno il significato di quei gesti.
Dopo due settimane di duro lavoro ancora Jane non riesce a trovare la strada giusta. I bambini ancora faticano a comprendere quel sentimento per loro così distante e confuso.
La sera del 4 aprile 1968, Jane accende la TV e viene a conoscenza dell’assassinio di Martin Luther King.

Un durissimo colpo per la giovane educatrice. Ricorda distintamente il giornalista che riportava la notizia paragonare King a Kennedy, quest’ultimo citato come leader dei bianchi. È scioccata e distrutta. Si interroga a lungo su come poter sradicare la mentalità razzista. Si interroga su come mettere in guardia i suoi bambini prima che il mondo li trasformi.
Quella stessa sera sta preparando una lezione sui nativi americani. Decide di collegare le due lezioni fra loro, nativi e afroamericani, usando la preghiera Sioux “Oh great spirit, keep me from ever judging a man until I have walked in his moccasins.” [“Oh grande spirito, trattienimi dal giudicare un uomo finché non avrò camminato nei suoi mocassini.”].
Decide di far provare ai bambini bianchi della sua scuola cosa vuol dire ‘indossare i mocassini di bambino di colore’.

Il giorno seguente in classe Jane divide i bambini in due gruppi: da una parte chi ha gli occhi chiari, dall’altra chi ha gli occhi marroni.
I bambini dagli occhi chiari sono i privilegiati: hanno i posti migliori in classe, doppie porzioni di cibo a pranzo, possono bere prima alla fontanella, raramente vengono sgridati mentre vengono enfatizzate le loro capacità.
I bambini con gli occhi scuri invece vengono prima ‘marchiati’ con un collare dagli altri bambini, vengono segregati infondo alla classe, non hanno la possibilità di giocare con chi ha gli occhi chiari e vengono ripetutamente sgridati e sbeffeggiati dalla maestra per ogni minimo errore.
Dopo un primo momento di insicurezza i bambini assecondano completamente le regole quando Jane si inventa di sana pianta una motivazione scientifica: la melanina che colorava gli occhi era legata ad intelligenza e doti dei bambini.

Basta una sola settimana per i primi risultati.
I bambini dagli occhi chiari migliorano i propri voti e la propria presenza in classe, sviluppano atteggiamenti prevaricatori e arroganti verso gli altri bambini.
Quelli con gli occhi marroni invece peggiorano i propri voti e tendono ad emarginarsi. Anche quei bambini che prima erano dominanti in classe diventano in fretta timorosi e diffidenti.

Dopo sette giorni però Jane inverte i ruoli. Ora i bambini dagli occhi marroni sono superiori a quelli dagli occhi chiari. Jane ripropone le stesse regole precedenti, ma a ruoli invertiti.
L’esperimento però stavolta non va nella stessa maniera della precedente. I bambini dagli occhi marroni, i quali avevano vissuto sulla propria pelle la discriminazione, sembrano comportarsi diversamente. Non vi è arroganza o cattiveria. Le regole della maestra vengono rispettate, ma i bambini sembrano non cambiare il proprio atteggiamento, anzi sono inclusivi e non accettano più l’intolleranza verso i compagni di classe.

L’esperimento, denominato Blue eyes/Brown eyesdivenne presto famoso.
Jane, dopo essere stata al Tonight show per raccontare i fatti, fu duramente attaccata da tutta la comunità per l’esperimento considerato profondamente stressante ed umiliante per i bambini. In molti però, lontani da Riceville, la chiamavano per replicare l’esperimento.
Replicò l’esperimento in diverse forme, soprattutto a corsi per adulti. Il 15 dicembre 1970 dimostrò quest’esperienza ad educatori adulti presso la Casa Bianca, in occasione della White House conference on children and youth.

L’esperimento di Jane Elliot ancora oggi viene utilizzato come base per un’educazione civica responsabile. Fu capace di dimostrare come la discriminazione porta i ‘deboli’ ad autoemarginarsi e peggiorare le proprie capacità, e come a ruoli invertiti siano capaci di integrare il prossimo cancellando quel clima di intolleranza.
I bambini del primo esperimento ormai adulti ammettono che quel breve periodo a scuola ha cambiato totalmente il proprio modo di essere. Da allora tutti quei bambini cresciuti sono sempre stati attenti a rispettare chiunque senza dar peso a pregiudizi.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Fisiognomica e Via col vento

Il mio omonimo criceto è arrabbiatissimo, anche se m’invita al ragionamento e alla calma. Tutto nasce quando dai profondi recessi della stupidità umana esplode il caso del film Via col vento, sospettato dalla distribuzione Hbo di propagare e diffondere elementi razzisti. L’allarme è lanciato dai giornali e ripreso da Fiorenzo Baratelli nella sua pagina fb. Così reagisce : “Hbo toglie dal catalogo Via col vento perché ha contenuti ‘razzisti’. Stiamo rimbecillendo?”. Immediatamente chi scrive queste note pubblica la sua reazione sull’assurdità delle vicenda riprendendo l’informazione sotto il titolo “Questa è l’idiozia che rafforza il razzismo!” M’informo cos’è Hbo e leggo che è una piattaforma in streaming distributrice di film.

Ma la decisione della piattaforma viene ulteriormente aggravata da una dichiarazione rilasciata alla famosa rivista americana Variety che così suona: “Un portavoce di Hbo Max ha dichiarato al sito Variety che Via col vento è un prodotto del suo tempo e raffigura alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che, purtroppo, sono stati all’ordine del giorno nella società americana. Queste rappresentazioni razziste erano sbagliate allora e lo sono oggi e abbiamo ritenuto che mantenere questo titolo senza una spiegazione e una denuncia di quelle rappresentazioni sarebbe irresponsabile.”  Ma allora che facciamo? Rimodelliamo la Divina Commedia perché Dante potrebbe essere considerato islamofobo? E con lui tutte le grandi opere di parola e di arte che abbiano in qualche modo testimoniato le ‘ragioni’ dei vincitori? Questo è non capire la differenza che la storia ci insegna o ci dovrebbe insegnare tra la cronaca che dà impulso a un nuovo tipo di verità e che consideriamo ‘arte’.

Una colossale cantonata che ben si confà al clima che il presidente Trump ha alimentato negli USA dopo l’assassinio di George Floyd e che si accoppia con le frange estreme della violenza antirazzista che come spesso – se non sempre – si accompagna a questi movimenti, quando si dimentica l’elemento guida dell’analisi di certe azioni e provvedimenti, che dovrebbe essere la storia. Tutto ciò porta dunque alla furia iconoclasta, che al massimo potrebbe rivolgersi ai personaggi del Museo delle cere, o ancor meglio a ciò che è non valido esteticamente. Inutile perciò l’abbattimento delle statue e la rimozione di opere, monumenti e la deturpazione di luoghi che potrebbero ricordare il passato razzista e che testimoniano, come si sarebbe portati a credere, non la verità, ma l’elaborazione artistica della verità: un’altra dimensione. Che dire poi della lettera del cardinale Viganò (che da sempre si adopera per le dimissioni di papa Bergoglio) a Trump e al suo sostegno all’azione di repressione dei moti libertari del popolo afroamericano? Da sempre l’universo cattolico americano è diviso sul nome di papa Francesco.

E assieme all’analisi storica la fondamentale capacità in tanti momenti cruciali della fisiognomica. E per farmi capire il concetto il mio criceto mi canta sulle note della celebre canzone di Morandi, La fisarmonica, il pericolo e la verità contenuta nella fisiognomica.

Ritorno ai miei ricordi semi-infantili. Via col vento l’ho visto nel 1951. Mi pare al Cinema Astra  di Ferrara appena costruito. Il film è stato prodotto nel 1939 dall’omonimo libro di Margaret Mitchell uscito nel 1936 ed è l’unico romanzo della scrittrice statunitense, alla cui celebrità ha contribuito l’omonimo colossal cinematografico di Victor Fleming del 1939.                                   
Ora l’editore Neri Pozza già da due anni ha pubblicato una nuova traduzione che superava quella degli anni Trenta; quella tutta infarcita dagli stilemi con cui si pensava allora parlassero e si comportassero i neri. Una nuova versione che appare attenta alla nuova visione storica, con cui s’interpreta il razzismo oggi di estrema attualità dopo l’assassinio di George Floyd. Non va mai dimenticato che il romanzo e il film sono ambientati entro la più grande guerra mai combattuta tra gli stati del Sud, che difendevano la proprietà del commercio dei negri e quelli del Nord che operavano per la loro liberazione (si fa per dire). E basti pensare come padri della patria come Lincoln o Jefferson si comportarono con le loro serve- amanti di colore.

Ma ritorniamo al caso della conoscenza della razza nera o semitica. Da bambini, come tutti in quegli anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale sapevamo che l’attrazione femminile o gay per quel popolo, così si favoleggiava, dipendesse dalle dimensioni del loro organo sessuale. Nel 1957 entrai alla Casa dello studente di Firenze. Lì incontrai parecchi studenti arabi iscritti a Medicina. Diventammo amici e la cosa che con riluttanza mi rivelarono era che per il loro olfatto noi puzzavamo: da morto. Ecco dunque rovesciata la dimensione chiamiamola fisiognomica. Nella realtà per loro noi puzzavamo. Da qui poi scaturiva il prendere conoscenza delle rispettive caratteristiche, che non offendevano il ‘particulare’, ma che diventavano storia. Negrieri, città costruite sul traffico dei negri, monumenti, statue, palazzi o città poggiavano su quell’immonda pratica che la storia NON può cancellare. Così potrebbe essere giusto prendere le distanze dalla vita di Rimbaud, divenuto trafficante di schiavi dopo la rottura con Verlaine, ma questo non mi deve impedire di leggere Une saison en enfer.

Cesare de Seta nel suo L’isola e la Senna porta il caso di Nantes. Scrive: “Tra Settecento e Ottocento circa la metà del traffico negriero intrapreso da armatori francesi fece campo a Nantes […]Dunque Nantes si guadagnò un primato nella tratta degli schiavi e i borghesi della città si arricchirono[…] Guillame Grou nel corso di una trentina d’anni considerati i più fruttuosi per questo commercio, nel Settecento accumulò enormi ricchezze[..] il patriarca della famiglia prima di morire volle salvarsi l’anima lasciando una fortuna all’Ospedale per gli orfanelli di Nantes. L’hotel Grou è ancora oggi una delle più eleganti dimore nell’isola Feydeau” (pp.108-109). Che facciamo? Abbattiamo tutto? E anche le parti ottocentesche della meravigliosa Cattedrale costruite con le donazioni dei cittadini negrieri?

Il caso più singolare che richiama l’odierno conflitto su Via col vento è la figura della bambinaia Mami nera e grassa interpretata magistralmente nel film da Hattie McDaniel, cantante attrice che le valse l’Oscar nel 1940, il primo concesso ad un afroamericano.                                                   

Hattie McDaniel

Come recita la sua biografia Hattie McDaniel nacque in una famiglia di ex schiavi, ultimogenita di 13 figli. Il padre, Henry McDaniel, combatté nella Guerra Civile come facente parte del 122º USCT (United States Colored Troops), le truppe composte da soldati afroamericani, mentre la madre, Susan Holbert, era una cantante di musica religiosa. Pur relegata al ruolo che le veniva imposto dalla sua figura fisica, Hattie recitò in ben 30 film, morendo nel 1952, ma non si associò mai alle manifestazione di protesta per i diritti degli afro americani.

Nella vicenda legata alla decisione di Hbo fondamentale – e come non lo potrebbe essere? – il commento della grandissima Natalia Aspesi apparso sulla Repubblica dell’10 giugno dal titolo Perdonaci Rossella ti cancelliamo. L’articolo così si concludeva: “La sera degli Oscar, tra i candidati c’era anche Hattie McDaniel, la grassa cameriera nera che adora Rossella, che concorreva per il premio alla non protagonista assieme a Olivia De Havilland, per lo stesso film: vinse Hattie, la prima donna di colore a ottenere un Oscar, che potè ritirare, senza però potersi sedere con gli altri vincitori bianchi. Negli Stati Uniti non succede più anche se c’è di peggio, ma in Italia c’è qualche eroica signora che insulta sul tram le donne di colore, obbligandole a scendere e qualche vecchio scemo che sul treno pretende di vedere se un ragazzo nero ha il biglietto.”

Il dibattito che ha provocato questa decisione supera la contingenza per affermarsi come momento fondamentale dell’elaborazione storica. La mancanza del processo storico, che è spesso una delle forme negative di quella grande nazione a confronto ad esempio con la nostra europea, forse è dovuto all’eccesso di punti convergenti della loro storia. Non a caso tutta l’epopea americana è una ‘conquista’. Il nome stesso lo dice e lo afferma. E ‘conquista’ è anche ora la reazione degli afroamericani, che dai loro conquistadores hanno imparato la tecnica dell’abbattimento di ciò che ricorda il loro passato. Una pratica pericolosa che dà la possibilità a Trump di insistere sulla necessità di una legalità che spesso potrebbe significare repressione.

Ma il criceto sbrigativamente mi ricorda “Stai ad ascoltare umarèl! Non ti va mai bene niente. Prima t’imbarazza essere attaccato perché hai espresso il tuo dissenso sulla mostra di Banksy. E cosa dovrei dire io che sono scambiato per questione fisiognomica con i suoi amati topi? Lassa perdar…Ricordati che nella tua età di diversamente giovane sei stato invitato il 16 ottobre alla Maison d’Italie a Parigi a inaugurare il convegno europeo sui 70 anni della morte di Cesare Pavese. Poi a Torino per la stessa occasione all’Università in novembre!!! Prega solo che la bestia (alias coronavirus) ci lasci in pace. Ecco Cesarito ti riporta alla missione che solum è tua: quella di studioso. E per finire ricordati che non ti mollo da solo a Parigi!”

IN GINOCCHIO
Per George Floyd. Contro la violenza del potere.

Migliaia di figure genuflesse, uomini, donne, anziani e giovanissimi, raccolti a testa china in un pensiero, un ricordo, una muta indignazione, una preghiera, una supplica, una speranza.

Minesota USA: marcia di protesta contro la violenza della polizia: giustizia per George Floyd

Da Washington a Los Angeles attraverso gli Stati Uniti, dalla Corea del Sud ai Paesi dell’Unione Europea, dal Giappone al Canada, dall’Australia alla Tunisia… Manifestazioni di solidarietà con il movimento ‘Black Lives Matter’ che pesano, fanno sentire la voce di chi non ci sta, di tutti coloro che convintamente rifiutano il violento, inumano gesto razzista che ha accompagnato in modo eclatante la morte di George Floyd ma serpeggia anche viscido e subdolo in molte altre situazioni e circostanze.
“I can’t breathe”(Non riesco a respirare), sono le ultime parole dell’uomo per quegli interminabili 8 minuti e 46 secondi prima del nulla; non c’è solo il flagello del Covid che toglie aria vitale, c’è anche la spietatezza dettata dall’odio di un essere sull’altro.
Nel significato più nobile e nella gestualità del genuflettere c’è profonda riverenza, alto rispetto: un atto rituale che esprime fedeltà, fiducia nell’affidarsi a chi sta davanti, riconoscimento e riconoscenza. E’ un atteggiamento di devozione che, in termini di credo e fede, si assume dinnanzi a una reliquia, all’altare, alla croce e a tutti i simboli portanti di molte religioni. Ricordando George Floyd diventa consacrazione del principio di equità, del rispetto dei diritti umani, della proclamazione e difesa della giustizia per tutti, della conferma che le distinzioni razziali non devono trasformarsi in discriminazione razzista.
Negli Stati Uniti è consuetudine che l’ufficiale preposto si genufletta sul ginocchio sinistro davanti ai familiari seduti, durante le esequie dei loro congiunti caduti in servizio militare. Le salme vengono onorate e ricordate, mentre la bandiera nazionale a stelle e strisce che le avvolge verrà consegnata piegata alle famiglie. Un cerimoniale solenne, in cui stato e cittadini si riconoscono in quel simbolo potente che contraddistingue ogni nazione. Ed è così che Floyd è stato accolto: una lunga e partecipata genuflessione reggendo i vessilli dell’America, alzando il pugno, recitando quell’unica sua frase, l’ultima, finchè l’aria nei polmoni glielo ha permesso, povero eroe in una guerra impari.

Minneapolis. (USA) Un milione di persone in marcia: Giustizia per George Floyd

La Storia è piena di genuflessioni davanti all’autorità religiosa, davanti ai potenti che governavano il mondo, gesto liturgico ma anche secolare. Nel 328 a.C., Alessandro Magno la introdusse come etichetta di corte, già in uso in Persia.  Nella cultura ebraica le ginocchia erano simbolo di forza e piegarle a terra raffigurava la sottomissione incondizionata a Dio.
L’inginocchiarsi è presente nella liturgia di molte religioni e ne è una delle rappresentazioni più ricche di significato. Negli avvenimenti storici, proverbiale è la genuflessione dell’imperatore Enrico IV che, per ottenere la revoca della scomunica da parte di Papa Gregorio VII fu costretto a rimanere inginocchiato col capo cosparso di cenere, per tre giorni e tre notti davanti al portone del castello di Matilde di Canossa. Un gesto che doveva esprimere pentimento e obbedienza.
E di una genuflessione tanto attesa ma mancata si parla in “Napoleone – vita del generale che volle conquistare il mondo” dello scrittore e giornalista tedesco Emil Ludwig (1881-1948), autore di molte biografie di straordinario successo.
Scrive: “[…] Ed ecco che, quando giunge il momento prestabilito e tutti sono in attesa della genuflessione di colui che nessuno ha mai veduto inchinarsi, egli col massimo stupore di mille e mille sguardi, afferra da sé la corona, volge la fronte alla chiesa e, col Papa alle spalle, tenendosi ritto come sempre in vita sua, incorona se stesso in faccia alla Francia. Poi incorona la donna inginocchiata. […]”
Una genuflessione rifiutata palesemente, ignorata, disprezzata come gesto insostenibile per se stesso ma non per sua moglie, futura imperatrice, sottoposta agli obblighi di procedura senza possibilità di sottrarsi.
La parola ‘genuflessione’ assume un significato metaforico in “Mussolini e Hitler: Storia di una relazione pericolosa” di Christian Goeschel.
L’autore scrive: “[…] Gli insoddisfacenti risultati militari dell’Italia in Grecia portarono ulteriore discredito per il Paese presso la gente comune in Germania, secondo i rapporti dell’SD (Sicherheitdienst-Servizio di Sicurezza) sull’opinione pubblica alla fine del 1940. Tipico sotto questo aspetto è il rapporto del 21 novembre 1940 secondo il quale i tedeschi avevano reagito con sentimenti misti, al discorso di Mussolini, visto largamente come una genuflessione  davanti a Hitler. […]”
Un piegare le ginocchia, in questo contesto, descritto e avvertito come abbandono della dignità e mancanza di forza, un comportamento che sottende arrendevolezza e sudditanza davanti al potere prevaricatore. In questi giorni inginocchiarsi nelle strade e nelle piazze con la foto di George Floyd in mano non assume particolari significati religiosi o celebrativi: è diventato un linguaggio che inneggia alla richiesta di giustizia, ai diritti per tutti, all’equità sociale per essere contemporaneamente un tributo a chi “è caduto in guerra”.
Riconosce sacrosanto il diritto alla vita per tutti senza discriminazioni e rifiuta la violenza. E in una Nazione, gli Stati Uniti d’America, dove si sta riaccendendo il dibattito sul libero accesso alle armi da fuoco e circolano più armi che persone, dove le comunità afroamericana e ispanica vivono situazioni di forte disagio, c’è bisogno di ricordarlo.

Foto nel testo: di Fibonacci Blue from Minnesota, USA – Protest march against police violence – Justice for George Floyd, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90744811

X

19 maggio 1925: nasce a Omaha in Nebraska Malcolm Little. Sarà uno dei più influenti e controversi leader afroamericani del ventesimo secolo e si batterà nel movimento per i diritti civili. In età adulta ha scelto di cambiare il suo nome e farsi chiamare Malcolm X. Agli schiavi neri negli Stati Uniti d’America veniva assegnato il cognome dei loro padroni, Malcom non è figlio di schiavi, ma l’origine del suo cognome di nascita è in ogni caso riconducibile ai padroni dei suoi antenati. La scelta della X come cognome deriva dal rifiuto di accettare questo legame con i padroni bianchi. Viene assassinato a New York nel febbraio 1965 da mambi della Nazione Islamica, movimento nel quale aveva iniziato la sua attività politica

Malcolm_X

Sono per la verità, non importa chi sia a dirla. Sono per la giustizia, non importa contro o a favore di chi. (Malcolm X)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

INTERNAZIONALE
Questione di pelle: gli irrisolti conflitti razziali

di Francesco Fiore

Cinquant’anni fa Martin Luther King riceva il premio Nobel per la pace. Col suo famoso discorso “I have a dream”, negli anni Sessanta guidava la comunità afroamericana nella lotta contro la discriminazione, i linciaggi, la negazione dei diritti e i soprusi nei confronti dei neri d’America perpetrata dai sostenitori del White power. Ma la pacificazione non è si è compiuta. Duri scontri si verificarono nel ’92 con i Los Angeles riots provocati dall’assoluzione degli agenti che pestarono un inerme Rodney King, fino ad arrivare alle proteste di Ferguson dopo la morte di Michael Brown solo l’anno passato. In mezzo a questi eventi, che hanno attirato l’occhio dei media sul tema della discriminazione degli afroamericani, c’è una storia quotidiana di violenza e omicidi di americani di colore. “Stiamo parlando di un afroamericano ucciso ogni 3-4 giorni, esattamente la stessa cronologia dei linciaggi dei primi decenni del secolo scorso”, spiega Isabel Wilkerson, prima reporter nera a vincere il premio Pulitzer. A questo l’inviato del Guardian Gary Younge aggiunge altri dati che mostrano lo squilibrio sociale tra i bianchi e neri come l’aspettativa di vita e la mortalità infantile. Questo fenomeno, secondo Wilkerson, deriva da un sistema di caste basato sull’aspetto degli individui che ha le proprie radici nel periodo dello schiavismo. Caste che sono pericolosamente flessibili, permettendo così di spostare la paura e l’odio di chi ha il potere verso nuove minoranze. Come conferma Younge, “è difficile sottovalutare il ruolo della razza nella determinazione delle diseguaglianze, ma in realtà è una questione di potere”, che la casta bianca ha paura di perdere. Questa interpretazione delle dinamiche sociali americane, ma non solo, sposta l’attenzione e il timore della maggioranza verso gli immigrati, sovrapponendo e incrociando i due temi e creando i presupposti per l’estremizzazione delle posizioni repubblicane, come dimostrato dalle frasi di Donald Trump nella sua assurda campagna elettorale. Il magnate americano, secondo Wilkerson, sta cavalcando la paura dei bianchi che non hanno votato per Barack Obama, la cui vittoria (ottenuta grazie ai voti della comunità nera, ispanica e asiatica) ha causato un contraccolpo che ha rinvigorito i timori della casta dominante. Secondo Younge inoltre “la vittoria di Obama è un simbolo di cambiamento, che non va però confuso per la sostanza. Un progresso che è di Obama ma non è della collettività”.
Secondo l’attivista Jose Antonio Vargas, immigrato americano di origine filippina ma di nome ispanico, è necessario riconsiderare il concetto di cittadinanza, connettendo i discorsi riguardo alla razza e all’immigrazione col filo comune dell’umanità e dell’empatia, così difficile da provare per chi è diverso nell’aspetto o nella condizione sociale.
La storia è piena di esempi di minoranze discriminate che si trasformano in discriminanti, come l’Italia divisa tra nord e sud che ora è unita contro migranti e minoranze etniche. La vera sfida è fermare questo circolo per cui il dominato diventa dominante cercando di concentrarsi sulla natura umana invece che sulla razza.

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