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Una Matrioska salverà il mondo

 

Patria: il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni“. “Nazione: il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica“. (Treccani)

Mi sono sempre meravigliato di quanto l’uomo, nella storia, abbia sentito il bisogno di combattere per qualcosa che pone fuori (sopra) di sé, invece che per sé. Dio, Patria, Nazione. Uso la parola “uomo” in senso specifico: sono i maschi che hanno costruito queste astrazioni. Per renderle dei feticci in nome dei quali uccidere e morire, i maschi ci hanno iniettato dentro concetti tratti dalla fisiologia: il sangue, come se un legame di sangue potesse allargarsi dalla propria ristretta cerchia di avi e discendenti, fino a ricomprendere una moltitudine di consanguinei che fanno un popolo, che formano una nazione. Anche qui, il maschio umano parte da un elemento reale, che scorre nelle sue vene, e lo trasforma in un’astrazione. Un allargamento della propria genìa ad un numero indefinito di pseudo-consanguinei. Un’idea folle. Che infatti porta all’altra follia genocida, quella della razza pura.

Non so se sia completamente attendibile, ma obbligherei tutti i nazionalisti, tutti i razzisti, tutti i sostenitori della superiorità della loro razza a fare il test genetico che attraverso il DNA rivela le varie origini etniche. Sarebbe bello vedere la faccia di un suprematista che scopre che nelle sue vene scorre sangue nigger, l’espressione di un nazista con la svastica tatuata addosso che scopre di essere di origine ebraica, l’amara sorpresa di un turco fanatico che scopre di avere ascendenze armene e curde.

Qui si innesta un altro elemento, questo sì biologico. Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che un elevato livello di testosterone aumenta l’aggressività e diminuisce la capacità di ponderare le proprie decisioni, rendendole più impulsive. Lo ha detto anche la bravissima Francesca Mannocchi, inviata di guerra (anche) in Ucraina: “c’è troppo testosterone”. Si riferiva nello specifico ai proclami bellicisti di politica e stampa. Fino a che un uomo soddisfa il bisogno simbolico di prolungarsi il pene acquistando un Suv, i rischi sono limitati. Quando l’uomo in questione ha la possibilità di imbracciare un fucile, i rischi aumentano. Se poi il maschio in questione può azionare dei missili, diventa anziano ma non lo accetta ed è strafatto di steroidi, il rischio diventa maledettamente alto.

La parola “patria” ha un etimo che deriva da “terra dei padri”, ma sono le madri che danno la vita. Sono persuaso che questa, come tutte le guerre, sia una guerra dei maschi, come scrive anche Roberta Trucco in un bello e drammatico pezzo appena pubblicato sul nostro giornale (qui). Una progressiva presa delle leve del potere (potere anche mediatico) da parte delle donne non rivestirebbe solo una funzione di riequilibrio sociale ed emancipazione culturale, ma contribuirebbe a spostare le priorità nei valori e le modalità di narrazione e magari anche gestione dei conflitti. Le donne non hanno bisogno di esibire ed esercitare la virilità: non è nella loro natura. Non intendo essere agiografico (ci sono state donne di potere feroci o spietate, perchè hanno mutuato un attitudine maschilista), nè costruire un santino: sono disperatamente interessato a intravedere un futuro per la specie umana. Guardate due donne che litigano. La loro ferocia verbale è superiore a quella maschile, più raffinata e greve al tempo stesso. Si potranno odiare per sempre, difficilmente arriveranno ad ammazzarsi.

Quando qualcuno mi dice che ho una spiccata parte femminile lo considero un bel complimento. Gli uomini ucraini in età dai 18 ai 60 anni, come sappiamo, hanno il divieto di uscire dal loro paese da quando è partita la guerra di aggressione russa. Questo divieto oblitera d’imperio la loro parte femminile, statuendo per legge la declinazione della loro individualità in termini esclusivamente virili: lotta, combattimento, aggressività. Le donne e i bambini possono andarsene, loro no. Loro devono rimanere a difendere con le armi…che cosa? La Patria, la Nazione. Non venitemi a raccontare che separarli dai figli e dalle compagne e lasciarli lì a combattere e a morire (non su delle alture, non lontano e sopra i bombardamenti ma sotto le bombe) serve a difendere la loro famiglia. Se volessero proteggere i loro affetti dovrebbero avere la possibilità  – almeno la possibilità – di andarsene via insieme alle loro famiglie. Se lo ritengono necessario, dovrebbero avere la chance di ricostruire un futuro altrove insieme ai loro cari. Invece, anche solo parlare di questa opzione (trovare una “seconda patria”) ti fa incasellare dentro una scatola con l’etichetta di smidollato, di vigliacco. Sono loro che ci chiedono di avere le armi, sento dire. Ma loro chi? Chi è costui che ha parlato con ogni singolo maschio ucraino per essere così sicuro delle sue intenzioni? Se lui muore, la Patria un giorno forse gli sarà grata, ma sicuramente i suoi figli saranno orfani e sua moglie vedova.

Albert Einstein dopo la salita al potere di Hitler si trasferì negli Stati Uniti. Sarebbe stato meglio per l’umanità se avesse imbracciato le armi contro il Kaiser? Sigmund Freud dovette chiedere un visto per l’Inghilterra, mentre le sue opere venivano bruciate e quattro delle sue sorelle trovavano la morte in un campo di concentramento. Rudolf Nureyev chiese asilo politico alla Francia e in Unione Sovietica – dove, accusato di essere una spia, fu condannato in contumacia per alto tradimento –  tornò solo nel 1987, grazie ad un permesso concessogli da Gorbaciov. Avrebbe dovuto andare in galera, anzichè espatriare? Cosa sarebbe stato meglio, per lui e per tutti, che ballasse tutta la vita in carcere? Cassius Clay rifiutò di arruolarsi per il Vietnam, affermando che, a differenza di quanto accadutogli nella sua nazione, nessun vietcong lo aveva mai chiamato “sporco negro”.

Però i partigiani hanno fatto la Resistenza armata, si obietta. Certo, ma chi si trovava in guerra e come l’hanno fatta la Resistenza? Pietro Secchia (Brigate d’assalto Garibaldi) afferma che, su 1.673 nomi di dirigenti del movimento partigiano, circa il 90% erano militanti che erano già stati condannati al carcere, al confino o all’esilio dal regime fascista. Moltissimi erano disertori. Quanto all’approvvigionamento di armi e alle leggendarie piogge di rifornimenti aerei dagli Alleati, cito quanto scrive Carlo Levati (partigiano Tom) nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”:
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l’imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall’aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: “Lucio 101” che significava attesa; “Lucio 1O1 il pollo è cotto” voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso “pollo”, che non venne mai; tant’è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: “Se il pollo c’è … ormai è carbonizzato!”. Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l’assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d’Adda per recuperare armi.»

Questo accadeva, tra l’altro, in una situazione completamente diversa dall’attuale: le truppe di Hitler avevano già sfondato in mezza Europa. La guerra era già diventata mondiale, e gli italiani non solo avevano i nazisti in casa, ma facevano i conti da anni con un regime interno che si era alleato coi nazisti per mandare i giovani italiani coscritti a morire in nome del Duce. I fautori dell’invio di armi alla “resistenza” ucraina, facendo un parallelismo con l’aiuto alleato ai partigiani, raccontano una favola ad un tempo mitologica e superficiale: mitologica perchè, come l’episodio sopra narrato mostra, gli alleati lanciarono armi soprattutto a partire dalla tarda primavera del 1945, alla vigilia della Liberazione; superficiale, perchè l’Europa e l’Italia non sono alleati bellici dell’Ucraina contro la Russia. Chiunque sostenga il contrario (compreso il nostro Governo) dovrebbe spiegare su quali basi giuridiche l’Italia offrirebbe assistenza armata all’Ucraina, che non è un paese aderente alla Nato e non fa parte dell’Unione Europea. 

Per quanto mi riguarda, sono e sarò un renitente e un disertore. Preferisco andare in carcere che ammazzare persone che non conosco e che non mi hanno dichiarato guerra, per soddisfare la brama di potere di qualcuno. Potessi avere una remota possibilità, imbracciando un fucile, di far fuori il tiranno: invece ho la certezza che dovrei ammazzare l’ innocente per salvare la mia vita, contemporaneamente perdendola per sempre. La guerra la dichiara qualcuno che sta in cima alla piramide, ma a morirne sono quelli che si trovano alla base della piramide. In nome di cosa? Il mio nemico è Putin, ma il mio fucile al massimo potrebbe uccidere un potenziale Bulgakov, un futuro Kandinskij, un Cechov, un Dostojevskij.

Tutta questa gente che si è messa in modalità “partigiana”, esaltando e propugnando la magnifica resistenza dei camerieri e ragionieri ucraini che diventano guerriglieri e “dobbiamo mandare loro le armi”: intanto se ne sta a casa, e sfoggia il proprio patriottismo in un talk show (in Italia, una delle peggiori degenerazioni dell’informazione). Avrei un briciolo di rispetto per questa posizione se chi la sostiene si muovesse per andare a combattere in prima persona a fianco degli ucraini, perchè almeno rischierebbe in proprio. Invece non ho nessun rispetto per i colonnelli da tastiera, nè per le margherite che si scoprono tupamaros, ma non si schiodano dalla poltrona. La battaglia per la “patria” la combatta chi la vuole combattere, ma almeno lo faccia assumendo il rischio sulla propria pelle. Altrimenti sono esercizi di oscenità verbale. Come l’osceno Ed-War-d Luttwak, che racconta che l’Europa è cresciuta a guerre, che lui se ne è fatte tre (mai una in trincea o sotto le bombe) e che è “un’esperienza bellissima”.

Io mi sento a mio agio nella “matria“, insieme alle donne e madri russe, alle donne e madri ucraine, che vedo già nel mio condominio, con bambini ma senza uomini. Sono loro che possono cambiare il paradigma della storia umana, perchè hanno dentro il seme della vita e non l’anelito alla morte. La mia estrema speranza che questa non diventi una guerra all’ultimo europeo, o all’ultimo essere umano, ha l’aspetto di una matrioska.

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UNA PIAZZA DI “PACE”?

 

Spiace dover deludere la narrazione confortante e un po’ retorica della piazza gremita di persone manifestanti per la pace e contro la guerra, senza se e senza ma. Non è quello che ho visto e sentito.

In piazza a Ferrara, sabato 26 febbraio, tirava una brutta aria.

Dopo l’apertura del segretario della CGIL Cristiano Zagatti, che ha fatto un intervento articolato sulle implicazioni sia umane che politiche della situazione di guerra, ha preso la parola Daniele Lugli del Movimento Nonviolento, il quale è stato costretto a interrompere l’intervento per le continue grida di richiesta di alzare la voce dalle retroguardie della piazza, che non riusciva a sentire.

Ora, se è normale che, all’inizio di un discorso, si chieda di alzare la voce al microfono un paio di volte, non è normale continuare a urlare “Alza la voce! Non si sente! Più forte!” per tutta la durata dell’intervento, disturbandolo, sovrastandolo e infine scoraggiando l’oratore tanto da farlo sentire inadeguato e costringendolo ad interrompersi bruscamente a metà discorso per passare il microfono a qualcun altro. Con grande umiltà, come sempre, Daniele si è fatto da parte schermendosi ed offrendo la parola “a chi si fa capire meglio di me”.
Questa insistenza sguaiata e maleducata mi ha molto infastidita: queste persone non hanno mai partecipato a dei presidi organizzati in poche ore, a dei flash-mob chiamati sotto l’urgenza del momento? Non sanno che si porta in piazza al massimo un megafono o un microfono con una cassa e che non ci sono il palco e l’impianto di un concerto degli U2? Non capiscono che se ci si trova in una posizione laterale o distante sarà difficile sentire, ma che non ha senso voler prevaricare chi parla ed impedire a tutti quanti di ascoltare? E soprattutto: si rendono conto che stanno partecipando a una manifestazione per la PACE e che è importante esserci, e pazienza se non si riesce a vedere e sentire tutto?

Posso capire il dispiacere di non riuscire ad ascoltare bene, ma questo atteggiamento a mio avviso rivela l’autoreferenzialità, la smania di essere protagonisti, di esigere attenzione e riscuotere in maniera arrogante quello che si crede spetti di diritto. Malattie pervasive del nostro tempo.

Io mi trovavo in una posizione privilegiata, esattamente di fronte al punto del microfono. Non mi ci è voluto molto per trovarmi lì: mi sono semplicemente spostata per raggiungere il centro della manifestazione per ascoltare. Questo di Daniele è stato solo l’inizio di una serie di avvenimenti sgradevoli e preoccupanti.

Dopo ha parlato una signora ucraina, un intervento molto toccante e angosciante: piangendo, ha raccontato di essere la madre di un ragazzo che è ora soldato al fronte, ed è straziata dal terrore che gli succeda qualcosa. C’era un clima di forte commozione umana quando ha preso la parola Stefania Soriani, segretaria di Rifondazione Comunista, che invece ha fatto un intervento molto politico e di netta condanna le responsabilità della Nato in questa e altre guerre e nella crescente militarizzazione del nostro continente, chiedendo l’uscita dell’Italia dalla Nato e lo scioglimento della stessa alleanza atlantica. Un contenuto, a mio avviso, condivisibile, ma forse non del tutto in sintonia, sempre  a mio avviso, in quel contesto dove era presente una numerosa comunità ucraina in grande tensione emotiva, composta soprattutto da donne molto preoccupate per la sorte delle loro famiglie là: forse questo era il momento di riunirsi semplicemente in una vicinanza umana alla popolazione civile ucraina, nel nome della solidarietà tra popoli e della richiesta di immediata cessazione delle azioni di guerra.

In ogni caso, Stefania è stata risoluta ma certamente non offensiva, tuttavia non ha potuto terminare il suo intervento perché è stata zittita da due diversi gruppi di persone: parte della comunità ucraina ha reagito molto duramente alle sue critiche alla Nato, perché è evidente che parte della comunità ucraina presente vorrebbe entrare nella Nato e vorrebbe combattere contro la Russia, e non solo per difesa. Si deve dire che non c’erano solo istanze pacifiste in piazza, che è spuntata una bandiera nera e rossa del partito nazionalista di estrema destra ucraino, che alcuni manifestanti ucraini, dopo aver cantato l’inno nazionale (che ci sta), hanno salutato con il braccio teso.

Non è un episodio limitato a Ferrara. Queste stesse cose stanno succedendo in altre piazze italiane (https://www.24emilia.com/reggio-alla-manifestazione-per-la-pace-in-ucraina-anche-una-bandiera-neonazista/) e non dovrebbero essere tollerate. Le modalità e i contenuti delle manifestazioni per la pace vanno dichiarate in maniera netta e chiara.

Soriani è stata contestata in modo violento e ingiustificabile anche da un gruppo di italiani che si trovava alla mia sinistra, che aveva cominciato prima borbottando piano dei commenti del tipo “E meno male che c’è la Nato. Meno male che abbiamo le basi qui così ci difendono”, per poi passare apertamente a gridare “Stai zitta! Basta! Vattene!”.
Massimiliano Diolaiti della CGIL ha provato a far ragionare queste persone, in maniera molto calma, dicendo loro che non era quella la modalità per manifestare il dissenso, e che anche loro potevano esprimere la loro opinione al microfono, ma in maniera civile.
Alla mia destra invece si trovava un gruppo di ragazze e ragazzi giovani, universitari iscritti a Ferrara (ho saputo poi). Da questo gruppetto è partita una ragazza che ha preso il microfono e ha detto a tutti i contestatori sguaiati ed aggressivi che si dovevano solo vergognare per aver reagito in quel modo contro una signora che stava cercando di analizzare la situazione ed esporre delle opinioni. Poi è tornata dai suoi amici ed è scoppiata in un pianto di emozione, rabbia, sdegno, dimostrando un profondo senso della giustizia. L’abbiamo tutti ringraziata, noi lì vicino, per il suo gesto coraggioso e pulito.

Ci sono stati altri interventi, più o meno apprezzati, più o meno compresi. Ci sono stati momenti di forte partecipazione emotiva. Fondamentali i richiami di Girolamo De Michele di Mediterranea Saving Humans nei confronti dei profughi che tutte le guerre creano, e verso i quali la commozione e la solidarietà durano il tempo delle flash-news, per poi tornare ad essere un problema da respingere; così come necessarie sono state le parole di Cristina Zanella di Udi Ferrara e Manuela Macario di Arcigay che hanno ricordato la presenza fondamentale e silenziosa del lavoro di cura che svolgono nella nostra società le donne dell’est, e come da questo valore della cura si debba ripartire per ricostruire le nostre relazioni quotidiane.

Alla fine alcune signore ucraine hanno intonato l’inno nazionale ed alcuni slogan: gloria all’Ucraina, gloria ai militari ucraini.

Resta la sensazione preoccupante che poche persone fossero in piazza per un pacifismo consapevole. Non si può venire a manifestare per la pace e zittire le persone. Restano comprensibili la rabbia, lo sgomento, anche il patriottismo della popolazione ucraina di fronte a un attacco ingiustificabile, ma non si può pensare che la pace sia la vittoria militare sulla parte avversa. Non si può pensare che la pace sia garantita dall’aumento di basi ed armamenti militari.

Non si può ridurre ogni dibattito, ogni lancio di notizie, ogni piazza ad una bieca e sterile tifoseria.

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La “Vita Nova” di un uomo di oggi:
leggendo “Nova” di Fabio Bacà

Ho tra le mani un libro e ne ho appena finita la lettura: Nova di Fabio Bacà è uscito lo scorso settembre ed è il secondo romanzo di questo autore di origini abruzzesi, dopo Benevolenza cosmica del 2019.

Entrambi i romanzi sono editi da Adelphi. Quando un’altra scrittrice abruzzese che amo particolarmente, Donatella Di Pietrantonio [Qui], mi ha consigliato di leggere Nova e di conoscerne l’autore, non ho posto tempo in mezzo. Presa dallo zelo di corrispondere anche così all’empatia che si è creata tra di noi nel recente bellissimo incontro a Ferrara.

nova fabio bacàHo letto il libro a tappe regolari, né bevendolo d’un fiato, né centellinando poche pagine per volta. Ho letto con curiosità costante, perché la storia di Davide Ricci, il protagonista del romanzo, è davvero particolare.

Non è solo così, dovevo dire che la lingua con cui è raccontata la storia di Davide Ricci è decisamente attrattiva: erudita e dal registro formale raffinato ma con molte sfumature ironiche e una precisione definitoria che appaga. Una lingua così mette in ordine il creato, ne fotografa gli elementi e li colloca senza sbavature al loro posto.

La storia di Davide Ricci è la storia di un cambiamento radicale. Davide, stimato neurochirurgo di Lucca, conosce la prima volta Diego, maestro zen, mentre questi sta difendendo sua moglie Barbara da un ubriaco che la importuna dentro al ristorante in cui Davide è appena arrivato per pranzare con lei e il loro figlio Tommaso.

Mentre lui è bloccato dal timore e dalla vigliaccheria, Diego agisce e, usando la forza, attacca al muro l’aggressore e sfodera un coltello. Conoscere Diego rappresenta per Davide “lo strappo nel cielo di carta”, che accade a Mattia Pascal nel celebre e paradigmatico romanzo di Pirandello: è la perdita progressiva delle sue sicurezze, dei valori su cui ha fondato la vita personale e famigliare.

Diego lo conduce fuori dalla quiete rassicurante della sua vita borghese e lo mette di fronte a una realtà diversa, di cui la violenza è parte integrante. Lo avvia a un percorso di consapevolezza che gli rivela la natura ultima dell’essere umano, il lato oscuro e primitivo che ci accomuna tutti.

Conosco quello che si prova quando la vita ci toglie qualcosa di colpo, quando siamo sopraffatti da una distorsione netta rispetto al tracciato delle nostre giornate. Perciò sono stata attratta a leggere quello che accade a Davide nelle settimane che seguono l’episodio truce al ristorante.

Gli si presentano nuove seccature nella vita quotidiana, soprattutto si  riaccende il contenzioso con il vicino di casa per una questione di rumori notturni, e il vicino che ne è causa col suo locale notturno finisce per minacciare Davide e neanche troppo velatamente.

È la miccia che si accende nella mente del protagonista, a cui segue la salita in superficie di pulsioni violente, dell’accettazione del conflitto come parte ineludibile della vita. Diego lo accompagna ad averne la consapevolezza, a prendere atto dei propri impulsi e non a reprimerli come ha fatto da sempre. Lo avvia alle arti marziali, dove il combattimento diviene uno strumento per dominare l’aggressività, per incanalarla verso la ricerca di sé, verso il perfezionamento.

Il romanzo finisce con una sequenza di violenza collettiva, di cui sono parte anche gli altri protagonisti della storia: a un importante concerto a Lucca si ritrovano Davide con moglie e figlio, gli amici, Diego, il figlio del vicino di casa, la folla che è venuta a sentire i Pet Shop Boys. Quando Giovanni, il figlio del vicino, si avvicina platealmente a Davide per aggredirlo, noi assistiamo al cambiamento che è avvenuto in lui, perché decide di battersi…

La nova a cui allude il titolo è esplosa in lui, come fa una stella quando deflagra per l’eccessivo accumulo di idrogeno sulla sua superficie e diventa così più luminosa che mai.

Ha dato ascolto al Potere che è in lui: quando ha chiesto a Diego cosa esso sia esattamente, Diego gli ha risposto che lo sa benissimo, lo ha sempre saputo. Anche se lo ha tenuto represso, lo ha neutralizzato, secondo le regole del vivere civile. Lo ha voluto alienare da sé, come accade alla cultura occidentale, che relega la violenza in un altrove di comodo.

Aprendo il libro mi è venuta spontanea una interpretazione del titolo un po’ diversa. L’ho collegato alla Vita Nova di Dante [Qui], l’opera giovanile in cui il poeta incontra Beatrice all’età simbolica di nove anni e, da quello “strappo nel cielo di carta” in poi, si purifica attraverso il sentimento dell’Amore, innalzandosi alle vette della Filosofia e della Teologia.

Ho pensato anche a nova come all’aggettivo della lingua latina che, declinato nei casi diretti del genere neutro, al plurale vuol dire le novità.

Forse non ho del tutto sbagliato: la stella che esplode entra in una fase nuova, come lascia intendere la parola latina; anche la vita di Davide Ricci assume una piega del tutto diversa, quando accetta la lotta finale e quando, nella pagina conclusiva in una stanza di ospedale, è davanti al corpo di Giovanni, in coma, e deve prendere la decisione estrema: salvarlo o salvarsi staccandolo dal ventilatore che lo tiene in vita.

Pensa: “Ora so che l’universo è infinito perché contiene tutto l’odio generato dalla razza umana dall’inizio dei tempi. Questo è ciò che siamo. Questa è la sostanza di cui siamo fatti: sangue, furore e detriti di sogni al confine tra sonno e veglia”.

Dall’altra parte, se ho richiamato un’opera come quella dantesca ho riconosciuto l’elemento di novità che è in lei. È la direzione del cambiamento a fare la differenza: l’esperienza amorosa di Dante giovane punta verso l’alto, mentre nel romanzo di Bacà il movimento va al centro della natura umana, mi verrebbe da dire che punta verso il basso.

Sono figlia della cultura occidentale e dei classici che ho studiato dalla adolescenza in poi, rifuggo dall’uso della violenza e ne prendo le distanze ogni volta che la storia me la fa incontrare, ogni volta che la cronaca di questi anni e giorni me la mette sotto gli occhi.

Ho bisogno di pensare ancora alla intera parabola a cui va incontro in questo libro un uomo pacifico come Davide:  la sua preparazione culturale, la sua ironia, le difese che si è creato per stare nel mondo mi hanno fatta sentire a casa.

Seguendo le fasi della sua trasformazione ho pensato che paiono plausibili nella loro progressione, che il pensiero zen le soccorre come una robusta rete epistemologica e Davide cade in modo conseguente verso la legittimazione della violenza. La storia è ben scritta ma che storia!

Sento che mi occorre altro tempo per pensarci. Non mi arrendo a che la violenza sia cittadina del mio mondo e dentro al mio cervello. Voglio rimanere ancora come è stato Davide nella situazione iniziale del romanzo. Ma ci penserò.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

pugno rabbia aggressività

L’aggressività ai tempi della pandemia

 

Ci sono interrogativi che continuiamo a porci e che regolarmente restano senza risposta, come ad esempio il perché dell’aggressività. Un interrogativo a cui tendenzialmente rispondiamo confondendo i sintomi con le cause. La guerra, come causa delle violenze, ora la pandemia, come causa del disagio giovanile, che sfocia in atti di violenza tra coetanei.

Se fosse così, tutto sarebbe comprensibilmente semplice: cessata la guerra cessano le violenze, scomparsa la pandemia, rientrano il disagio giovanile e con esso gli episodi di aggressione.
Nel dare risposte ai nostri interrogativi tendiamo ad essere condizionati dalle contingenze e dai contesti.

Per cui che un branco di ragazzotti meni un compagno con insulti omofobi e con inni a Mussolini sia un segno dei tempi della pandemia, come ai tempi del colera, francamente andrà bene per farci il pezzo di cronaca o un convegno sull’adolescenza, ma non certo per avere consapevolezza di quello che accade.

È il vizio degli adulti che stanno a guardare e che, una volta individuate le categorie entro le quali classificare il fenomeno, pensano di aver spiegato il mondo e quindi di essere intellettualmente in pace con se stessi.

Freud [Qui] ci ha insegnato che l’aggressività è un dato costitutivo della natura umana, espressione del conflitto tra Eros e Thanatos. Tra il principio di morte e il principio del piacere. Il piacere è vivere, abbracciare la vita contro ogni miasma mortifero, contro i becchini delle nostre esistenze, contro chi coltiva aggressioni e violenze.

Ad Einstein [Qui], che gli scrive interrogandolo sul perché della guerra, Freud risponde che l’aggressività non si può abolire, ma si può indirizzare, deviarla, si può incanalarla, cercando di far emergere l’Eros piuttosto che il Thanatos.

Siamo al dunque. Non siamo necessariamente aggressivi, una pandemia non rende più aggressivi di quanto lo si possa già essere.

Se l’aggressività ci prende, ci fa sbandare, ci induce a violare l’altro come noi, a sottometterlo ai nostri ricatti, ai nostri calci e pugni, al nostro essere branco, è perché qualcuno, che doveva crescere la nostra vita, dalla famiglia alla società, non ci ha insegnato a dirigere le nostre pulsioni aggressive verso la costruzione e la pratica di valori positivi, verso la realizzazione di noi stessi. Non abbiamo incrociato la mano giusta, quella in grado di aiutarci a deviare l’istinto di morte, come dice Freud, per impedire che potesse inquinare la nostra vita e quella degli altri.

Se si legge il Rapporto Istat del 2020 [Qui], al paragrafo La società italiana sotto il lockdown, emerge l’immagine di un paese coeso, con un elevato senso civico, al clima familiare vengono associate parole positive, come ancora di salvezza e fonte di serenità.

Questo quadro dell’Istat nemmeno un anno dopo sembra incrinarsi profondamente, di fronte alle proteste di piazza per le libertà conculcate, ai traumi sociali di giovani costretti alla segregazione.

L’incontro con il male sconosciuto, sempre latente, ha fatto sì che l’aggressività dei più fosse ‘deviata’ a difendere la propria vita e quella degli altri. Ma c’è anche chi quella aggressività ha scelto di orientarla verso Thanatos, scendendo in piazza contro i primi.

‘Vita’ e ‘morte’ sono i poli della violenza e di ogni aggressività e tra questi poli siamo chiamati a scegliere. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che senza aggressività non saremmo neppure assertivi, vivremmo senza progetti e senza conflitti.

L’aggressività è un elemento positivo della nostra umanità. Il tema è quello che pone Freud. L’aggressività va deviata, va orientata, va convogliata verso la vita e non verso la morte, per costruire non per distruggere. È dunque opera educativa dacché veniamo al mondo.

Il buon Rousseau [Qui], che non credeva nel peccato originale, nell’innata cattiveria dell’uomo, pensava che ognuno di noi in natura nasce buono e che a corromperlo sia la società, quindi la stessa educazione.

Ora, noi non alleviamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze come tanti Émile, lontani dagli influssi della vita sociale, i nostri crescono tra la famiglia, la scuola e la società, luoghi di conflitti e di contraddizioni.

Tante ‘comunità educanti’, per riprendere questa espressione alquanto ipocrita tornata di moda. Perché che una comunità sia educante è tutto da dimostrare, come è da dimostrare che siano educanti la famiglia, la scuola, la società.

Famiglia, scuola e società perseguono fini educativi che vanno per conto loro, che non hanno mai avuto come obiettivo i giovani, ma come semmai difendersi dai giovani, o come sfruttarne la gioventù.

Chi salva i giovani? L’ipocrisia degli adulti? Quella che non manca mai, che denuncia l’arroganza della loro incoerenza, quella che i giovani come Greta additano alle nuove generazioni, perché apprendano a riconoscerla e a difendersi da essa.

Chi dovrebbe incanalare l’aggressività di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi, fin dalla prima infanzia, da Thanatos a Eros? Quid Game? Se mai serviva, la serie televisiva ha squarciato il velo sull’inettitudine educativa di tanti adulti, a casa come a scuola, degli interessi sociali che sono sempre e prima di tutto di mercato.

Dell’ipocrisia, con cui ci stracciamo le vesti ogni volta che ci troviamo di fronte ad atti di bullismo, di sopraffazione, di squadrismo giovanile, come se il mondo adulto ne fosse esente e non ne fosse corresponsabile.

Euripide [Qui] scriveva più di 2500 anni fa: «Beato l’uomo che ha conquistato la sapienza / che nasce dallo studio della natura; / nessun danno egli reca ai cittadini, / azioni ingiuste non compie, / ma esamina l’immutabile ordine della natura / immortale, cosa la formi, / e come e perché: / non v’è posto nel cuore di un tal uomo / per il proposito di azioni ingiuste».

Dov’è chi possa oggi offrirsi ai giovani, per accompagnarli e assisterli lungo la strada suggerita dal poeta tragico greco? La famiglia, la scuola, la comunità educante?

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Il ninja della notte

Oggi Enrico fa il Ninja della notte.
Si è messo felpa e pantaloni neri e le scarpe da ginnastica. Il cappuccio calato sulla testa, salta di qua e di là come una rana, anzi come un ninja. Ogni tanto interrompe il suo balzare convulso, fa i pugni con le mani e alza i pollici guardandomi, mi segnala che ha vinto il combattimento.  Accompagna il suo battagliare con degli strani sibili e a volte dice tra sé e sé: “Io sono il più forte”.

Il ninja della notte è un personaggio cattivo dei PJ Musk, un cartone animato che guarda sempre.
Nei bambini si vede spesso questa tendenza a impersonificare  soggetti cattivi. E’ come se Enrico, nel suo diventare ninja,  trovasse una via di sfogo all’aggressività e poi, tornando Enrico, ritrovasse la forza di affrontare la sua vita normale con maggiore predisposizione ad essere buono. Vivace lo è sempre: indossa solo quel che gli piace, mangia solo quel che vuole, cerca di guardare i cartoni animati tutto il giorno, sopprime le lumache dell’orto che gli fanno schifo.  Nel fare tutto ciò, è Enrico a tutti  gli effetti. Però probabilmente non basta. Gli serve, a volte, diventare un ninja della notte e buttar fuori un po’ del risentimento che altrimenti gli avvelenerebbe le giornate. Tutti i bambini hanno questa tendenza, che poi viene addomesticata con il passare degli anni.  Giocano a fare i cattivi.

Una volta l’ho raccontato a Flavio, un mio amico psicologo. Flavio dice che è normale, che anche lui da piccolo faceva il cattivo  e impersonificava personaggi cruenti e assassini. Ora è un professionista determinato e equilibrato, premessa molto tranquillizzante.

A volte sono così stufa dei combattimenti di questo ninja casalingo che mi verrebbe da suggerirgli l’impersonificazione di altri esseri cattivi che animano il mondo dei cartoni animati.
Ad esempio Montgomery Burns dei Simpson. Affetto da megalomania, ammalato in modo più che grottesco, si sottopone continuamente a interventi chirurgici  per allungare la sua vita di una settimana. Dispotico magnate dell’economia e della finanza, Burns è una caricatura dello “spietato uomo d’affari”.
Oppure Cell (Dragon Ball). Una specie di essere simil-xenomorfo che risucchia le sue vittime col pungiglione che ha nella coda.
Oppure Orochimaru (Naruto). E’ un cattivo perfetto con un ego molto forte. Dotato di un immenso carisma, riesce ad assoggettare intere schiere di uomini a lui totalmente fedeli come Kabuto e Kimimaro.
Ma più di tutti David Xanatos (Gargoyles). Uomo cinico e glaciale, è lui a operare il risveglio dei gargoyle, con lo scopo di poterne sfruttare l’immenso potenziale. Quando i gargoyle si ribelleranno, mostrerà la sua dote principale: l’assoluto distacco emotivo.

Ce ne sono molti altri, tutti fantasiosi e cattivissimi.
Riguardo l’Enrico ninja e mi piace già di più. Per fortuna non assomiglia a quei mostri che impersonifica, è solo un bambino che gioca.
Enrico salta di qua e di là, alza una gamba e calcia nel vuoto, dice che i ninja fanno così. Poi appoggia le mani in terra e, muovendosi come un gatto, dice che deve stanare l’avversario, portarlo alla luce, sconfiggerlo.
A volte si nasconde dietro una sedia, mi guarda pensando di non essere visto e sibila o ruggisce. E’ il ninja che si carica per il combattimento. Altre volte si corica in terra, si copre con quel che trova e poi dice che il ninja è stanco e si deve riposare. Altre volte ancora esce improvvisamente dal gioco: “Basta smetto per qualche minuto di fare il ninja perché voglio mangiare il gelato. Ora il ninja è sparito e ci sono solo io. Ma poi ritorna. Ritorno”.

E allora ben venga questo Ninja della notte che gli permette di giocare, di essere un bambino felice, di imparare a distinguere il bene dal male.
“Ma zia Costanza a te piace il ninja della notte?”
“No Enrico, a me non piace”
“Ma non ti deve piacere, è cattivo!”

Quest’ultima affermazione mi rasserena. E’ un segnale che Enrico distingue ciò che è bene da ciò che è male e che sa perfettamente da che parte sono schierata. Lo trovo soddisfacente,  un segnale che siamo nel mezzo di una relazione educativa. Io sto dalla parte di ciò che è bene e buono. A me si potrà ricorre per verificare questa appartenenza. Per un discrimine, nel caso ce ne fosse bisogno. Avverto una prospettiva per il futuro e anche una grossa responsabilità.

Ora il Ninja delle notte è stanco, si è rannicchiato su una poltrona e mi guarda con i suoi occhi furbi e con i pollici all’insù. Ha vinto l’ennesimo combattimento. Si sa che il ninja è fortissimo e per sconfiggerlo serve molta abilità.
Senza una infanzia protetta, non c’è crescita, non c’è maturazione e non c’è apprendimento operativo e morale.

I mostri dei cartoni animati sono accumunanti dall’aver avuto infanzie infelici e represse. Le prime vittime del dramma sono stati loro stessi. Nessuno di loro ha avuto la possibilità, nemmeno per un momento di essere una creatura felice, di sperimentare cosa pensano gli altri, di trovare gratificazione per aver scelto la parte buona della storia. Ai mostri qualcuno ha insegnato che i ninja hanno ragione, che l’unica strada per sopravvivere è diventare degli assassini. Ma questo non vale solo per i cattivi dei cartoni animati, vale anche per gli esseri umani.

Gratis come la violenza…

Da qualche tempo ho notato, attraverso la lettura della cronaca, un progressivo aumento di intensità della violenza, ed in particolare della violenza gratuita.
Non mi si fraintenda, la violenza non trova mai giustificazione ed è sempre da condannare, in ogni sua forma. Ho notato però l’aumento di reazioni, a volte estremamente violente, a fronte di atteggiamenti irrilevanti, per nulla provocatori, che rientrano nella sfera di libertà di pensiero, di parola e di azione di cui ciascuno di noi deve poter godere liberamente.
Violenza che si manifesta da parte degli uomini nei confronti delle donne, ma anche viceversa, e poi da parte di giovanissimi che agiscono da soli o in gruppo, così come anche nei confronti degli animali.
Episodi che esprimono il gusto fine a se stesso di esercitare l’aggressività e la prepotenza su altri.
Un fenomeno che già esisteva, ma che emerge e si palesa ora con più evidenza?
O un fenomeno che trova il terreno fertile in una società profondamente mutata?

“Le radici della violenza: la ricchezza senza lavoro, il piacere senza coscienza, la conoscenza senza carattere, il commercio senza etica, la scienza senza umanità, il culto senza sacrificio, la politica senza principi.”
Mahatma Gandhi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Quando l’alfabeto non funziona più

Mettiamoci d’accordo almeno su un punto fermo: picchiare un altro, a prescindere dalle motivazioni, foss’anche per legittima difesa, non è un fatto normale. Come non è normale essere costretti a una condizione in cui occorra difendersi legittimamente.
Allora l’alunno che picchia l’insegnante e viceversa, il genitore che aggredisce l’insegnante e viceversa, non sono avvenimenti da relegare alla scuola, ma riguardano tutta la società e le sue metamorfosi.
I sintomi non sono le cause, come neppure i contesti. Ciò che dobbiamo domandarci è perché le parole cedono sempre più il passo alle mani. Perché i pensieri sono sempre più corti e le mani sempre più lunghe.
I sociologhi potrebbero dire che sono venuti meno i ruoli, le categorie sociali e quant’altro. Ma attenzione, nella nostra storia i ruoli hanno autorizzato anche a menare, per restare nella scuola, pensiamo alla pedagogia nera praticata da tanti genitori e da tanti insegnanti, in famiglia come a scuola.
Sorge un sospetto quando l’alfabeto non funziona più. L’alfabeto come civilizzazione, come conquista di civiltà nelle relazioni umane. Il sospetto che l’era tecnologica ci stia accompagnando a una regressione tribale, riporti in auge l’uomo-tribù.
Sono soprattutto le tribù ad essere fragili, a sentirsi esposte, rispetto alle istituzioni della società organizzata che ingabbiano le libertà individuali. Non si condividono più le ragioni comuni del patto di ingabbiamento, le regole una volta accettate e riconosciute.
Sono gli scompensi del nuovo che ti lasciano indietro, per cui può essere che nel villaggio evoluto in società, in umanità responsabile, in qualche comunità ora scuola, ora famiglia, ora altro, ancora un rigurgito tribale, come un sussulto identitario porti a deviare dalla alfabetizzazione comune. Per cui può riemergere, se sollecitato, quel singolare amalgama emozionale che, a detta di McLuhan, caratterizzerebbe l’uomo tribale.
Se famiglia e scuola non sanno ritrovare o rinnovare l’identità perduta, è possibile, per i più sprovveduti, alzare gli steccati della propria tribù.
Nessun uomo è un’isola” è lo slogan rubato alla letteratura da una nota catena di supermercati, forse intuendo che questo può essere il male del secolo peggiore di ogni altro. La riedizione dell’anomia di Durkheim in tante isole identitarie che si trasformano in tribù per annullare l’altro. Dove la propria identità non è sufficiente ha bisogno di essere aumentata, accrescendo la visibilità del proprio corpo con i tatuaggi, fino all’uso della prepotenza per affermare la superiorità del proprio sé-mondo.
Di fronte all’incapacità delle persone a legare tra loro, a relazionarsi e a partecipare alla vita della propria comunità, non c’è quanto di più della relazione e del dialogo a rendere maggiormente potente una alfabetizzazione condivisa. Quando gli alfabeti si scontrano manca il riconoscimento reciproco e la violenza, non necessariamente come attacco ma come difesa o affermazione di sé, prende il sopravvento.
Nulla più della violenza mette in evidenza le solitudini, i deserti delle persone. Le solitudini disperate. Esibire le proprie insegne per farsi riconoscere, come docente, come alunno, come genitore.
La società ha le sue leggi, chi sbaglia paga e questo è il patto fondamentale che va rispettato per non tornare tutti a essere una tribù. Ma poi, una società non volta pagina, non passa ad altro, la pena deve essere rieducativa non solo per il colpevole, ma anche per la società.
E allora è forse il caso di ragionare dell’io diviso, delle nostre schizofrenie, delle identità incerte di cui soffriamo di fronte alle nostre navigazioni internaute, alle nostre rade d’approdo virtuali, ai nostri ritiri dal sociale, per condurre a socializzare il tuo nickname e il tuo avatar, mentre il tuo sé sociale atrofizza, apprende l’alfabeto della rete ma perde familiarità con l’alfabeto della vita.
Allora si crea squilibrio nel rapporto con l’altro, la frattura tra il sociale e il personale si allarga, si crea, direbbe Laing, il “sistema dei falso io”, riportando al dualismo tra “essere” ed “essere nel mondo”, la malattia della frattura sociale che stiamo rischiando, che rischia di propagarsi e i segnali intorno a noi certo non mancano.
Le solitudini creano arroganza, portano a disegnare mondi che non sono il mondo. La solitudine tribale è l’esaltazione del proprio sé, ognuno si sente più bravo, più intelligente degli altri. Crede nelle proprie sciocchezze e si oppone attivamente a imparare di più, pur di non abbandonare le proprie errate convinzioni. Spieghiamo ai nostri medici i farmaci che ci devono dare e insistiamo con gli insegnanti che i nostri figli non hanno sbagliato anche se siamo messi di fronte ai loro errori.
Rischiamo il dirottamento della democrazia da parte del solipsismo ignorante.
Strumenti per salvarci non ne abbiamo tantissimi, tra questi la scuola e l’istruzione. Per la scuola non è il momento della difesa, del ripiegamento che invoca tutela e compassione. È il momento dell’attacco, è il momento di recuperare la propria professionalità, le proprie competenze, trasformandosi nell’istituzione intelligente al servizio del paese che sa affrontare con capacità e preparazione professionale le evenienze che sono educative e relazionali, che sa essere il luogo dove affrontare correttamente le nuove sfide che ogni giorno la nostra società ci pone.

invidia

Cos’ha più di me? Riconoscere l’invidia e trasformarla

Si terrà domani sera, venerdì 23 gennaio, alle 20.30 alla Scuola Bonati a Ferrara una conferenza che affronterà il tema dell’invidia. Ecco alcuni punti salienti su cui discuteremo.

L’invidia si riferisce a uno stato d’animo per cui, in relazione a un bene o una qualità posseduta da un altro, si prova astio e risentimento verso chi possiede quel bene o quella qualità.
L’invidia genera non solo dolore, ma anche tristezza: l’invidioso vorrebbe per sé i beni altrui, giudica che l’altro li possegga immeritatamente e che debba essere punito per questo con l’espropriazione.
L’invidia, inoltre, si esprime nel rammarico e risentimento che si prova per la felicità, la prosperità e il benessere altrui, sia che l’interessato si consideri ingiustamente escluso da tali beni, sia che già possedendoli, ne pretenda l’esclusivo godimento. E’ il desiderio frustrato di ciò che non si è potuto raggiungere per difficoltà o ostacoli non facilmente superabili, ma che altri, nello stesso ambiente o in condizioni apparentemente analoghe, hanno ottenuto.
L’invidia è quel sentimento di rabbia dettato dal fatto che un’altra persona possiede e trae beneficio da ciò che noi desideriamo. L’impulso invidioso, in tal senso è allora volto a portare via o a danneggiare tale oggetto.
Questione interessante, spesso sottovalutata da chi prova invidia, è che ad essere in gioco è una felicità attribuita. È una questione di prospettiva, come vedere in autostrada l’altra fila che scorre sempre più velocemente. È l’attribuzione ad altri di una condizione di felicità superiore alla nostra.
L’invidia (quando è patologica) non aiuta il soggetto perché lo isola e lo congela, lo svaluta agli occhi degli altri: perché diminuisce, propone agli altri le proprie “mancanze” rispetto alle qualità attribuite agli altri. Lo isola perché un invidioso non collabora volentieri e non è capace di empatia.
Lo congela nella propria presunta inferiorità, non lo porta ad emulare, a lavorare per avere un po’ della fortuna attribuita agli altri.
Questo atteggiamento può diventare una visione distorta della realtà che conduce a reazioni aggressive, non necessariamente sul piano fisico, ma sul piano psicologico.
È patologica quando occupa gran parte dei pensieri di una persona. Come possiamo tenerla sotto controllo?
Esiste però una forma positiva di invidia che, non solo non ha effetti collaterali, ma anzi può rappresentare un vero e proprio catalizzatore per il nostro successo. È l’ammirazione. L’ammirazione può tradursi in una spinta all’azione, alla competizione per raggiungere obiettivi analoghi a quelli raggiunti dall’altro: ammirare qualcuno che ha ciò che io vorrei avere mi permette di impiegare le energie necessarie per raggiungere un analogo successo o risultato.
Il segreto dunque non è non provare invidia per il successo altrui, ma piuttosto far leva su questo sentimento per realizzare i nostri sogni.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
baratellichiara@gmail.com

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La cultura marmellata

Certi caratteri nazionali resistono tenaci e persistenti nel tempo. Per esempio, a quasi due secoli di distanza, sembra confermata la diagnosi di Leopardi: “Le conversazioni d’Italia sono un ginnasio dove colle offensioni delle parole e dei modi s’impara per una parte e si riceve stimoli dall’altra a far male ai suoi simili… Gli italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente colle parole, più che alcun’altra nazione.” (“Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”, 1824).
Il gusto di colpirsi a sangue con le parole è l’opposto della principale dote richiesta al vero confronto, che deve rispettare l’altro mentre ne critica le idee. Senza questa normale disposizione non c’è vera conversazione. Ma essa cresce solo dove esiste una società veramente civile, in cui le élite dettino tono e stile. In Italia, negli ultimi decenni, abbiamo registrato un degrado del linguaggio. Il principale strumento di informazione e intrattenimento, la televisione, ne è stato il veicolo principale. Sono stati promossi a star personaggi che hanno sfondato grazie al turpiloquio, all’ostentazione di arroganza ed aggressività. Al posto dell’eleganza e della eccellente testimonianza di cultura e di educazione civica del mitico maestro Alberto Manzi, è arrivato un esercito di intolleranti e di maleducati. Una parte della politica ha fatto suo questo stile. Soprattutto quella nuova. Mi riferisco alla Lega di Bossi e Borghezio e, per ultimo, al M5S il cui capo, Grillo, rivendica il V Day come l’evento fondativo del movimento.
Quale conseguenza deriva da questo degrado? Che il foro pubblico è stato occupato da un populismo ignorante e prepotente, secondo il quale l’opinione della gente più semplice e ignara sarebbe il fondamento della democrazia. Pian piano, è scomparsa l’idea che per confutare una posizione occorra conoscerla e che non basta, per neutralizzare una critica, squalificare il suo portatore con qualche etichetta qualunquista.
Bisogna riconoscere che la tendenza a sorvolare su prove, fatti, verifiche è una delle eredità peggiori del post-’68. Una parte di quei protagonisti (magari passati attraverso l’imposizione ai docenti del 18 garantito) pensava che la verità dovesse essere messa ai voti e non basata su competenza e rigore nella sua ricerca. Il prodotto più deteriore è stato un certo relativismo che non significa tolleranza e rispetto della pluralità, ma assolutizzazione di ogni punto di vista a scapito della verifica dei fatti. Così si presenta il relativista assoluto: “io la penso così. Non mi interessano le dimostrazioni!”. Ma se l’analisi della realtà viene annullata dalle credenze dei singoli e dei gruppi, allora al posto del pensare si sostituisce una propaganda fatta di retorica fumosa e abuso di parole astratte. Già gli antichi filosofi greci, avevano ben chiara la differenza tra credenze e conoscenze. La credenza non ha bisogno di essere dimostrata, la conoscenza sì: per questo Socrate non si stancava mai di dialogare. E il meglio della modernità (illuminismo, empirismo, rivoluzione scientifica, liberalismo) ha rappresentato il primato della cultura della sobrietà e della permanente ricerca e verifica pratica di idee e valori.
E’ uscita, in questi giorni, una raccolta di articoli e saggi di un raro intellettuale illuminista del nostro tempo, Giovanni Jervis (“Contro il sentito dire”, Bollati Boringhieri). In uno di questi saggi ricorre alla definizione di cultura-marmellata. E’ una metafora che vuole evocare un mondo in cui prevalgono le idee spalmabili, quel modo di pensare diffuso privo di caratteristiche salienti, amorfo, mai troppo impegnativo, mai compromettente, utilizzabile da tutti e in tutte le circostanze.
E voilà! Ecco pronto l’universo delle mode, dei tic e dei sentito-dire, degli stereotipi ripetuti senza capirne il senso, delle leggende metropolitane, dei titolo sensazionali che ispirano le agenzie di informazione (stampa e tv). La cultura-marmellata è l’erede di quel dizionario dello stupidario che compilò Flaubert nel suo capolavoro “Bouvard e Pecuchet”. Quando poi la melassa si fa eccessiva, ecco opporglisi l’urlatore rozzo e aggressivo. Ma, ovviamente, non si tratta di un’alternativa, ma dell’altra faccia del degrado. Entrambi, il ripetitore di luoghi comuni e il volgare trasgressore, impediscono che una cultura seria e rigorosa svolga il suo compito: produrre un progresso intellettuale di massa. Ma ciò è proprio quello che i demagoghi e gli arruffapopoli di ogni colore e di ogni tempo non vogliono che si realizzi.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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