Tag: agroalimentare

FOCUS
Il risveglio dei campi. Far fruttare la pera per rilanciare l’agroalimentare ferrarese

2. SEGUE – “Opera”. Il suo nome è insieme evocazione (oh, pera!) e definizione (opera, sottinteso: di pregio). E’ con questo seme che può irrobustirsi l’agricoltura ferrarese. “Opera” è il nome della nuova cooperativa nata grazie alla volontà di oltre mille produttori, alla lungimiranza di 18 importanti aziende che a vario titolo operano in questa filiera ed è l’unica grande impresa del settore ortofrutticolo esclusivamente specializzata nella pera.
L’obiettivo è fare oggi ciò che andava fatto vent’anni fa: dare al prodotto il valore aggiunto di un marchio riconoscibile per fidelizzare il consumatore. Ciò che in Trentino, per esempio, è stato realizzato con la mela; e che alle nostre latitudini si è trascurato, anche per invidie, egoismi, rivalità di bottega, con il risultato di perdere progressivamente importanti quote di mercato. Negli anni Sessanta, Ferrara aveva circa 50 mila ettari di frutteti, nel 2012 la superficie si era ridotta a 12.784 ettari.

Opera_PrimaPer riconquistare il tempo (e il business) perduti, due anni fa è iniziata la missione “Opera”. La nuova azienda, presieduta da Adriano Aldrovandi, ha come vice presidenti Atos Bortolotto, Piero Emiliani, Raffaele Drei e Luigi Mazzoni. E, tanto per non sbagliare, si è scelto come uomo-marketing proprio Luca Granata, l’inventore di Melinda: perché è principalmente sul terreno del marketing che si vince la partita. Opera è già al lavoro: da ottobre le succose pere Abate Fétel della consorzio, che riunisce produttori di Ferrara, Modena e Bologna, sono sulle tavole degli italiani. Granata, il mago di Melinda, che la scorsa primavera ha lasciato il Trentino per assumere la direzione generale della cooperativa, oltretutto è partito con una buona eredità, perché il convincente marchio “Opera” se l’è ritrovato già pronto: è il dono di uno dei produttori aderenti, che lo ha conferito per farne l’emblema di tutti. Lo spirito di gruppo si vede già da questi particolari. E Granata, forte anche di questo collante, prova a compiere un nuovo miracolo.

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“Ciò che porta ricchezza è il marchio – sostiene convinto Paolo Bruni, presidente del Centro servizi ortofrutticoli -. Il caso Melinda ne è prova lampante. Con Opera siamo impegnati in una impresa analoga”. I numeri di partenza sono molto interessanti: secondo dati Inea, su 824.000 tonnellate di pere prodotte in Italia, 554.000 (quasi il 63%) crescono in Emilia Romagna, concentrate principalmente nelle province di Ferrara, Modena e Bologna. Inoltre, il 50% della produzione è dato da un’unica varietà, l’Abate Fétel. A livello europeo, la nostra regione produce il 40% delle pere e addirittura il 90% della qualità Abate. Investire su questo prodotto e su questa specifica varietà ha quindi un valore strategico, perché le tre province sono praticamente monopoliste continentali. E nel mondo siamo i terzi produttori dopo Cina e Stati Uniti.

Qualcosa del genere, con buon successo, nel ferrarese si è già sperimentato con la mela, con i consorzi della Mela più (qualità Fuji), Modì (incrocio fra Liberty e Gala) e Pink Lady (Cripps Pink). “Funzionano tutte e tre”, conferma Bruni, a riprova che il ‘brand’ serve per viaggiare veloci. Ma non ci si muove se mancano macchina, autista e benzina. Occorrono dunque i capitali. “Per dare a un prodotto la dimensione del largo consumo bisogna andare in tv, bisogna far arrivare al consumatore messaggi martellanti – incalza Bruni -. I soldi necessariamente devono metterli i produttori, magari giovandosi di qualche contributo pubblico”.

Un progetto di questo tipo richiede almeno 10 milioni di euro di investimento: “Ecco perché – sostiene il presidente del Cso – bisogna aggregarsi: per una sola realtà territoriale l’impegno sarebbe insostenibile, tre province insieme invece possono reggere il peso, che si traduce in un’incidenza di qualche centesimo di euro per ogni chilo prodotto”.

Una grande scommessa per i produttori della pera, un frutto noto a tutti ma acquistato principalmente dagli over 55. Gli spazi di crescita per il mercato sono dunque ampi, purché si riesca a conquistare il gradimento dei giovani. Su questo obiettivo punterà principalmente la campagna promozionale. Le aziende ferraresi nutrono grandi aspettative. Quelle riunite in Opera, del quale è punto di riferimento territoriale un colosso come Mazzoni group; e anche quelle che hanno fondato Origine Group, azienda concorrente costituita ad agosto e dedita a pera e kiwi che, fra gli altri aderenti, annovera Salvi vivai, l’altro pilastro della frutticoltura ferrarese.
Due terzi a un terzo è attualmente il rapporto di forze a favore di Opera. Per le quote di mercato sarà battaglia. Ma l’obiettivo del rilancio della pera è comune e condiviso. O perlomeno dovrebbe indurre tutti a ragionare dissipando le ombre della rivalità: perché su questo presupposto si edifica la base di un successo annunciato, ma ancora tutto da conquistare.

2. FINE

FOCUS
Il posto di Ferrara nell’agroalimentare: la vecchia regina vuol tornare a regnare

Ferrara negli anni Sessanta è stata culla della frutticoltura italiana con i suoi 50mila ettari di frutteti. Mele Imperatore e Abbondanza e pere Passacrassana erano i prodotti più coltivati. E’ stato soprattutto lo slancio della produzione agricola a garantire al territorio la possibilità di emanciparsi ed evolvere. Il livello attuale di relativo benessere testimonia un passato importante, ma lo sviluppo a un certo punto si è arenato e si è vissuta una pesante fase di crisi e disinvestimenti.

Paolo Bruni, presidente del Cso

Paolo Bruni, esperto del settore, presidente del Centro servizi ortofrutticoli di Ferrara e lui stesso produttore a Portomaggiore, riconduce le cause della depressione a tre ordini di fattori.
“Il primo è di contesto generale, relativo ai costi di produzione che nel nostro Paese sono più alti rispetto a molti competitori europei”. Questo ha generato per tutti indistintamente la difficoltà di reggere sul mercato dovendo fronteggiare una concorrenza in grado di praticare prezzi più convenienti per il consumatore.
“Il secondo problema deriva dalla difficoltà di fare aggregazioni garantendosi la giusta dimensione d’impresa. Per fare un esempio, mentre in Romagna per rispondere alla crisi i produttori si associavano o si consorziavano, a Ferrara è prevalso l’individualismo: non ci si aggregava per diffidenza, invidie, rivalità e la presunzione di avere capacità e competenze tali da poter fare da soli”. Così il motto ‘piccolo è bello’ a un certo punto si è ridotto a ‘piccolo e basta’: troppo piccolo per competere.
“E poi, terzo punto, la mancata integrazione fra i produttori ha determinato l’incapacità di internazionalizzarsi. Per uscire dalla crisi occorreva allargare gli orizzonti, aprirsi a nuovi mercati, ma in assenza di un consolidamento delle imprese è risultato impossibile effettuare gli imprescindibili investimenti in uomini, mezzi e ricerca”. Un peccato irrimediabile questo per un settore in fortissimo esubero produttivo. “Nell’ortofrutta l’Italia assorbe solo 9 dei 26 milioni di prodotti delle proprie aziende. L’export è quindi essenziale. A Ferrara in particolare, perché il territorio di riferimento assorbe in proporzione ancora meno rispetto alla media nazionale”.

Da qualche tempo però le cose stanno cambiando. E non è solo il segmento ortofrutticolo in fermento, è tutto il comparto agricolo provinciale che manda chiari segnali. “L’agroalimentare ferrarese si sta risvegliando – annuncia Bruni, uno che ha i radar al posto delle orecchie -. Si investe nelle filiere: quella del riso, dopo il colpevole abbandono del Delta del Po, è stata rilanciata anche grazie agli investimenti di Grandi Riso, con considerevoli estensioni produttive e strutture per il confezionamento del prodotto. Quello del Delta è un prodotto di qualità, al punto di essere esportato persino in Asia, dove il riso certo non manca, per il suo particolare pregio: il Carnaroli è l’eccellenza, ma non c’è solo quello. Poi, allargando l’orizzonte, vediamo che da qualche anno Bio Argenta è diventato produttore di livello europeo e il suo cuscus viene acquistato persino per le sagre siciliane”. Come se da Trapani ci vendessero la salama da sugo, insomma! Un fatto che ha destato clamore e ha accesso polemiche sui giornali isolani. Ma questo va a tutto merito dell’intraprendente azienda ferrarese. “E poi – aggiunge il Cavaliere della frutta – non dimentichiamo Conserve Italia: a Pomposa produce e lavora pomodori, piselli, fagiolini, pere, pesche e occupa oltre un migliaio di addetti. Il limite attuale è che Ferrara resta prevalentemente produttrice, ma non trasforma il prodotto. Va completato il ciclo e vanno realizzate le filiere per portare i prodotti dalla terra alla tavola”.
Anche perché la ricchezza si genera principalmente nella trasformazione del prodotto. “E’ proprio così – conferma Bruni -. ma i segnali positivi e incoraggianti ci sono: il rilancio di Sbtf, per esempio”. La Società bonifiche terreni ferraresi, fondata a Londra a fine Ottocento, con sede a Roma da decenni, è recentemente passata dalla Banca d’Italia che ne era proprietaria a un gruppo imprenditoriale che ha l’ambizione di farne un primattore di livello europeo soprattutto nel settore dei cereali e delle colture industriali. La prima mossa è stata trasferire la società a Jolanda di Savoia, proprio nel cuore di quelle aree ferraresi sottratte al dominio delle acque”.
E poi, sottolinea il presidentissimo, c’è l’imprenditore delle carni Cremonini che è tornato a investire nelle stalle e nell’allevamento, ci sono i progetti sulle erbe officinali della farmaceutica Dompé, c’è fermento nel settore ortofrutticolo. “La mia fiducia nel futuro del comparto agroalimentare, di cui Ferrara con Mantova, Brescia e Verona è un fiore all’occhiello, nasce da un’evidenza: il mondo avrà sempre più bisogno di cibo. Secondo la Fao il fabbisogno di derrate alimentari aumenterà del 70 per cento entro il 2050”.
“La popolazione in crescita costante – scrive in proposito l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – richiederà l’aumento della produzione mondiale alimentare”. Il che si traduce in “un miliardo di tonnellate di cereali e 200 milioni di tonnellate di prodotti d’allevamento da produrre in più ogni anno”.
L’Italia, data l’eccellenza del suo prodotto, “può soddisfare i mercati di nicchia, quelli appannaggio dei consumatori agiati. Si tratta di compratori di per sé già attratti dal nostro Paese perché apprezzano le caratteristiche organolettiche delle nostre produzioni e per la suggestione che l’Italia esercita a livello di immaginario collettivo. Tutto questo, unitamente al risveglio dell’interesse da parte dei giovani nei confronti delle professioni legate all’agricoltura, all’agroalimentare e più in generale dell’universo dell’alimentazione (oggi fare il cuoco per esempio è chic), certificato anche dall’aumento delle iscrizioni nelle scuole specializzate, genera fondate attese e fiducia nel rilancio del comparto”.

1. CONTINUA

INTERNAZIONALE
L’agricoltura in Italia: storie di illegalità e di riscatto

Secondo l’ultimo rapporto di Coldiretti il settore agroalimentare rappresenta il 15% del Pil nazionale, con un valore complessivo di 250 miliardi di euro di fatturato, raggiunti anche grazie ai 272 prodotti dop e igp e alle 4.886 specialità tradizionali regionali che salvaguardano la biodiversità e difendono la tradizione. Nonostante si tratti di ciò che arriva sulle nostre tavole, l’agroalimentare con le sue problematiche e buone pratiche è un settore solitamente poco presente nell’informazione e nel dibattito pubblico.
Ieri due incontri del Festival di Internazionale a Ferrara hanno messo la terra al centro: “Fondi rubati all’agricoltura” e “Terra è vita” hanno messo in luce i due lati della medaglia dell’agroalimentare in Italia. Da una parte il racconto dell’illegalità, con la criminalità che si infiltra nel sistema delle sovvenzioni europee di sostegno al reddito degli agricoltori, dall’altra una storia di riscatto, con una rete di imprenditori e associazioni della società civile che riparte dall’agricoltura perché la Terra dei fuochi torni a essere Campania Felix.

Alessandro Di Nunzio-Diego Gandolfo
Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo

“Fondi rubati all’agricoltura”, di Alessandro Di Nunzio e Diego Gandolfo, è la docu-inchiesta vincitrice dell’ultima edizione del premio intitolato a Roberto Morrione, fondatore di Rainews 24 e poi direttore di Liberainformazione.
Cinquanta miliardi di euro: sono i fondi europei destinati all’Italia dalla Pac, la Politica agricola comune, cinque dei quali in Sicilia. Attraverso l’Agea (agenzia per le erogazioni in agricoltura) l’Europa, per un terreno di proprietà o anche solo preso in affitto, arriva a elargire oltre 1.000 euro per ettaro, perciò più terreni uguale più soldi. Ed ecco che tanti proprietari, al momento della richiesta di contributi, scoprono inesistenti atti di compravendita a personaggi locali della criminalità organizzata o a loro prestanome. Giovani imprenditori agricoli del siracusano e del catanese come Emanuele e Sebastiano non ci stanno, si rifiutano di abbandonare la loro terra e subiscono perciò minacce e intimidazioni. Come il Presidente del Parco naturale dei Nebrodi, la più vasta area protetta della Sicilia, che ha bloccato le assegnazioni dei terreni e ha iniziato a richiedere il certificato antimafia agli affittuari. O ancora Fabio Venezia, sindaco di Troina, che aveva deciso di alzare i canoni di affitto dei poderi demaniali, concessi da anni a prezzi stracciati e sempre alle stesse famiglie. Ma c’è di più: noti esponenti della criminalità organizzata hanno incassato i fondi per anni, perché i controlli antimafia sono previsti solo per i contributi superiori a 150 mila euro, perciò basta fermarsi sotto quella soglia per evitare fastidiose verifiche.
Le conseguenze? Fondi rubati due volte. La prima perché per la Corte dei conti ormai due terzi dei fondi sono diventati impossibili da recuperare dato che il meccanismo va avanti da talmente tanto tempo che il reato è andato in prescrizione. La seconda perché Bruxelles comincia ad avere qualche sospetto: nei mesi scorsi, in una lettera riservata al ministero delle Politiche agricole (da cui Agea dipende) la Commissione europea parla di “gravi carenze” riguardo i “controlli relativi alla gestione dei debiti e delle irregolarità” e per questo ipotizza una “rettifica finanziaria” di 389 milioni. In altre parole ha intenzione di tagliare i fondi.
E questa non è una pratica limitata alla Sicilia: Alessandro è foggiano e parlando con il pubblico a fine proiezione dice di avere forti sospetti che avvenga anche nella sua Puglia, mentre una signora della platea sostiene che capiti anche nella sua Sardegna. È spaventoso pensare alla cifra che si potrebbe ottenere se allargassimo il sistema a tutta l’Italia.

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Nicola Cecere

Per fortuna poi arriva anche la speranza, ripartendo dalla terra. Nicola Cerere è un allevatore di bufale con metodo biologico a Caserta, racconta la sua storia a “Terra è vita”, uno dei tre incontri organizzati nell’ambito di Internazionale da Alce Nero, che fin dagli anni Settanta si occupa di biologico in Italia e nel resto del mondo. La famiglia di Nicola possiede e gestisce quei 65 ettari da circa cento anni e oltre all’azienda lui ha ereditato l’idea che “l’agricoltura vera è equilibrio fra i vari fattori della produzione”, per questo già nel 1975 il padre aveva deciso di abbandonare l’allevamento intensivo e “tornare al pascolo diminuendo i capi”. Nicola, invece, torna al metodo tradizionale perché per il biologico “troppe carte”. Poi incontra Libera, l’associazione antimafia di don Luigi Ciotti: la sua è l’unica azienda che possiede le caratteristiche per fornire il latte al caseificio della cooperativa “Le Terre di Don Peppe Diana” di Castel Volturno. Nicola decide che ne vale la pena e inizia le pratiche per l’ottenimento della certificazione biologica.
Da quando quel lembo di Campania è diventata la Terra dei fuochi però, “alcuni clienti hanno iniziato a chiedere informazioni sui miei terreni di pascolo e sul mio latte”. Nicola provvede alle analisi del caso e trasmette i risultati agli organi competenti, ma capisce che non basta, capisce che l’unico modo per scalzare dall’immaginario comune quei roghi è sostituirla con un’altra storia, quella del “nostro modo di fare impresa” che deve diventare “il valore aggiunto del nostro prodotto”. Da qui l’idea di mettere in rete varie realtà del territorio per “fare un protocollo che diventi per i consumatori una garanzia del nostro modello di agricoltura”: attualmente del progetto fanno parte Legambiente Campania, Alcenero, Libera e, oltre alla sua, quattro allevamenti di bufale. Il protocollo comprende tre ambiti: il modello di produzione, i diritti dei lavoratori e la trasparenza perché “le aziende devono essere aperte al territorio”. “L’intenzione – sottolinea Nicola – è di fare da traino per altri” coinvolgendo altri imprenditori e altri attori sociali.
La storia di Nicola dimostra che una proposta economica solida, concreta, efficace e nello stesso tempo basata sulla qualità e su valori etici e sociali è possibile: un passo in più per la creazione di un sistema economico legale ed etico che combatta la criminalità organizzata attraverso un percorso di riappropriazione e rigenerazione del territorio.

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