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Natale altrove
…un racconto

Natale altrove
Un racconto di Carlo Tassi

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

gino-cecilia-strada

Risparmiateci i vostri coccodrilli

Risparmiateci i vostri coccodrilli. Ne state redigendo in questo momento, per metterli sui vostri profili, soprattutto voi, che lo avete sbeffeggiato, diffamato, insultato, screditato. Non lo farete, perchè siete osceni. Perchè non conoscete il senso del pudore. Ci state già inondando, maledetti. Lui era uno dei pochissimi che con il suo esempio si era guadagnato il diritto di dire qualunque cosa, anche la più dura. Voi, per me, non avete il diritto di dire niente.

Pago le tasse e non mi compro un’autobotte per spegnere gli incendi. E pago le tasse per aiutare chi ha bisogno. Ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità. Creare, con le mie tasse, un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia. Mi piace la gentilezza, ma preferisco la giustizia“.

Cecilia Strada

Caminetto fuoco

Il camino e lo spirito di Roman

Mio nipote Enrico dice che nel nostro camino vive lo spirito di un bambino.

Il nostro è un grande camino di mattoni a vista appoggiato a uno dei muri portanti del cortile. Ha una cappa che finisce con una apertura sul tetto, un grande piatto centrale per il fuoco e due piccoli piatti laterali per tenere in caldo le vivande quando si fa la grigliata.  A casa mia si usa  il fuoco del camino per cucinare la carne oppure per bruciare le sterpaglie dell’orto o qualche grande cartone che non sta nei nostri contenitori della raccolta differenziata.

Enrico dice che nel camino abita lo spirito di un bambino. Non si vede di giorno, perché di giorno gli spiriti sono trasparenti e nemmeno si sente perché non vuole essere scoperto. Sta zitto zitto perché solo così può continuare a vivere nel nostro camino e farsi i fatti suoi. Uno spirito anarchico.
Enrico dice che se di notte ci si alza lo si può vedere. Ha le dimensioni di una farfalla ma è tutto rosa, ha braccia  e gambe lunghe che gli permettono di muoversi con molta agilità. E’ lo spirito di un bambino che si chiama Roman. Abita nel nostro camino perché si trova bene lì e fra un po’, quando Enrico sarà più grande, uscirà definitivamente dal camino e giocherà tutto il giorno con lui. Ecco spiegato il perché dello spirito. Enrico vuole un bambino della sua età con cui giocare, in questo periodo di Covid-19 non è andato all’asilo e può stare solo con sua sorella Valeria che ha nove anni più di lui.
Chissà perché mio nipote ha posizionato lo spirito di Roman proprio nel camino e non sotto un albero, in una delle sue casse di giocattoli, nella legnaia.

Eppure è sempre stato così, gli spiriti stanno nei camini. Escono da là nei momenti più impensati e attraversano improvvisamente la vita delle persone. Compiono azioni bizzarre e poi ritornano nel camino da dove sono venuti ricominciando, come se niente fosse,  a fare i silenti spiriti.

Vorrei vedere anch’io Roman con gli occhi di Enrico e invece lo vedo con i miei ed è molto diverso. Quello spirito ha poco di reale e molto di fantasioso, esprime un sogno e forse anche un po’ di malessere per tanta reclusione. Eppure con quel suo continuo parlare dello spirito di Roman mio nipote si connette al mondo. Attraverso quella strada recupera un senso di collettività e di appartenenza  alla terra che sa di saggezza. Intercetta  parte della nostra storia. Attraverso quel sogno compone i tasselli del suo vivere adesso  e i anche i tasselli di quello che tutti siamo e siamo stati. Riesce ad  entrare nell’essenza dell’esistere,  quella calda che appartiene alla vita. Corre verso un desiderio che è sia suo che di molti e, attraverso questo, mantiene salda la sua identità di bambino un po’ solo e anche la sua appartenenza al cosmo che sta fuori, che evolve, spera, crede. Enrico e Roman si incontrano in una mescolanza di desideri che appartiene a loro adesso quanto è appartenuta ad altri in passato. Quei due esprimono, in quel loro surreale mondo, un bisogno di condivisione che sa di necessità e risposta.

Dentro lo spirito di Roman c’è il cuore del mondo che pulsa, che vive molte delle sue contraddizioni ma anche delle sue possibilità. C’è la spinta verso una trascendenza che sa molto di umano e poco di eternità.
Dentro lo spirito di Roman c’è una possibilità di fuga, un desiderio che trova risposta. In un cammino umano che porta a cercare l’altro e a trovarne lo spirito, c’è la creatività della persona che si mette a servizio della sopravvivenza e della felicità.  C’è tutta la fantasia possibile e anche un impulso alla fratellanza che sa di universalità.  C’è l’espressione di un bisogno che trova terreno fertile per nascere, crescere e morire e proprio in questo esprime la sua essenza. C’è la genialità di una soluzione. Lo spirito di Roman è molto  umano, permette di rispondere a un bisogno di socialità e di aiuto.

Una scrittrice che di spiriti ha capito molto è Isabel Allende. In uno dei suoi libri più famosi  La casa degli spiriti riesce a fondere realtà e fantasia, esoterismo e razionalità. E proprio in questa fusione sta la sua genialità. Toglie un confine e annulla molta paura. Alza un tappo, apre la strada al sogno, alle infinite risposte che i cuori delle persone sanno porre alle avversità.  Proprio con quel libro la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana. Non a caso. Chi sa oltrepassare un confine mina un muro, apre una nuova via, legittima una nuova conoscenza, una nuova sperimentazione, un nuovo modo di essere tolleranti. La tolleranza insegna molto. Arriva a ciò che è essenziale, a ciò che davvero si può insegnare, tramandare a chi verrà. La Allende è riuscita a spiegare il perché di alcune scelte umane, il senso un po’ allegorico e balzano di alcune abitudini strane. Nel suo mondo è vero ciò che in altri mondi non esiste. E’ santo ciò che permette una preghiera che accompagna il tempo del vivere, che apre spazi di sollievo ad un contorno paesaggistico e di relazioni umane che altrimenti sarebbe disperato e nichilista.

Enrico nel suo mondo di bambino ha creato Roman perché lo aiuta a passare meglio le giornate,  a sognare, a sperare nel futuro. Roman è una parte di lui, della sua vita di adesso. Io che so della sua esistenza e con un po’ di presunzione ne posso capire il motivo, mi sono scoperta ad amare Roman. Quello spirito di bambino deve essere simpatico, diventerà sicuramente un buon compagno di giochi per Enrico. Immagino che saprà fare qual che piace ad entrambi e quindi: correre col monopattino, nuotare, andare a cavallo, in bicicletta, fare le costruzioni, inventarsi storie popolate di animali, aerei e strani mezzi di trasporto che movimentano tutto o niente, dipende dai momenti. Se assomiglia a Enrico, Roman è bellissimo. Incanta.  Come dice Isabel Allende: “Noi Siamo ciò che pensiamo. Tutto quello che siamo sorge dai nostri pensieri. I nostri pensieri costruiscono il mondo” (Isabel Allende: Il regno del drago d’oro).

Anche i miei pensieri costruiscono il mondo, anche quelli di Enrico. A noi piace Roman anche se io so che esiste solo in funzione di una necessità.  Oppure non è così, Roman è vero.  E’ arrivato da noi e ama stare nel nostro camino perché così nessuno lo disturba e può fare quello che vuole. Uno spirito anarchico, appunto.

Passerà questa nottata.
“Il mio Canto Libero dei medici italiani”: guarda il video

Nell’ora più buia, tante candele accese

Qualcuno ha detto che dobbiamo smetterla con le frasi fatte, di incoronare ‘Eroe’ questo o quello. E anche i medici e gli infermieri intervistati in Tv lo ripetono sempre: “Non mi sento un eroe, faccio solo il mio dovere. Come sempre.”.  Quel che è certo è che oggi, ogni giorno di più,” Les héros sont fatigués”, i medici, gli infermieri, i barellieri, tutto il  personale medico e paramedico che sta in prima linea, di fronte al nemico, contro questo minuscolo virus che vuole annientarci, tutti loro sono stanchi. Stanchissimi. Tanti di loro hanno già perso la vita. Assomigliano molto ai poveri ‘fanticini’ della Grande Guerra che stavano nelle trincee del Grappa o del Monte Calvo.
A tutti loro, a chi lavora all’ospedale di Cona, all’ospedale del Delta e quelli del 118, ai medici di guardia e ai medici di famiglia, agli infermieri e a tutto il personale delle cliniche e della case di riposo. A tutti loro: che stiano a Ferrara, o a Bergamo e Brescia, in Italia, in Europa, nel mondo (che è la nostra patria), vogliamo ripetere un semplice GRAZIE, NON MOLLATE. E dir loro che è molto bello sentirli cantare “Il mio Canto Libero”. E’ come vedere delle candele, accese, anche sotto una tempesta di vento.
Qui, nelle retrovie, noi faremo la nostra parte. Il nostro dovere. Passerà questa nottata.
#noirestiamoacasa
#andratuttobene

Effe Emme

 

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Segnali del corpo… dubbi e riflessioni dei lettori

Nel dialogo fra amici, tra le confidenze più strette, capita che il corpo mandi segnali di verità che vanno in altre direzioni rispetto alle parole. Lettrici e lettori raccontano qual è la loro dimensione di confidenza.

Corpi ribelli

Cara Riccarda,
chiedi se il mio corpo parla di me? Tipo che quando sono in scacco di una scelta difficile o sotto la spada di un malessere invadente i miei polmoni si ammalano e mi mettono in sospensione la vita per un mese?
C.

Caro C.,
ho un amico che colleziona polmoniti, è arrivato alla quinta. A me sembra sempre che lui stia per fare qualcosa di importante, inevitabile, sostanziale e dirompente per la sua vita, poi si ammala e tutto si blocca. Ma sta proprio male, lo prende un colorito verdognolo, perde anche la voce e questo gli impedisce di giustificarsi o di promettere qualcosa. Gli mancano, insomma, tutti gli strumenti corporei per dire sì alla vita, come avrebbe voluto prima di autosospendersi. O forse è un modo per andare in autotutela, non so. Quando poi sta bene, riprende in mano quello che voleva fare e aspetta: la polmonite potrebbe coglierlo anche d’estate.
Riccarda

Al di là di un caffè

Cara Riccarda,
mi è capitato di parlare con la signora della lavanderia, con il signore del bar. Sono poi uscita con le amiche e ho finto, o forse ero davvero spontanea, che tutto andasse bene. Non riesco a parlare con le persone amiche, non riesco a tenere un rapporto che vada oltre il caffè anche se riconosco la loro sensibilità e intelligenza. Per quanto riguarda la lavandaia e il barista ancora mi vergogno come una pazza.
Noname

Cara Noname,
il caffè è già un buon punto di partenza, tempo fa non arrivavo neanche a quello. Quando lo provi, poi ti crea dipendenza. Ammetto di essere molto fortunata, i miei caffè, che spesso sono anche aperitivi e cene, giocano su quello che io ancora non so di me e che scopro tra un colpo di tosse e un ginseng.
Riccarda

Chiedere è lecito…

Cara Riccarda,
intervengo sulla parte dell’articolo in cui dici che si dovrebbe imparare a chiedere. Ma io credo che se il focus è la gratuità, chiedere condiziona il dono che quindi smette di essere tale… e poi tante conseguenti riflessioni che starebbero meglio accompagnate da uno spritz che da un cappuccino.
Marco

Caro Marco,
grazie per questo off topic. Non credo che la gratuità e la richiesta sempre si elidano a vicenda: la richiesta è certamente molto rischiosa sia perché potrebbe rimanere inascoltata sia perché dice qualcosa di vero. La gratuità non viene compromessa, forse solo si ridisegna e si allarga quando vede meglio l’altro, oppure finisce quando si sente trasformata in obbligo. In ogni caso, la richiesta potrebbe valere la pena come espediente di verità. Non credi?
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Volontari come Superman

Non serve volare, basta volere…
Si tratta dello slogan di uno spot pubblicitario, in ambito sociale, risalente a più di vent’anni fa. I valori divulgati erano quelli, tipicamente positivi, delle azioni di volontariato. Il protagonista, l’aitante Superman, rappresenta un volontario, oserei dire, atipico. Dotato di super poteri, impedisce il realizzarsi di terribili disastri e salva molte vite: le sue missioni sono eroiche e “disumane”. Ma ecco che il messaggio pubblicitario colpisce! Non possiamo volare, in quanto “comuni mortali”, le quali vicende non sono narrate all’interno dei fumetti, ma questo è irrilevante. Grazie alle azioni di volontariato, tutti noi possiamo diventare degli eroi.

“L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo.”
Sofocle

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Collaborazione: la somma di più esperienze

di Francesca Ambrosecchia

“Chi fa da sé, fa per tre”
Ma è poi così vero?
Può trattarsi di una scelta. Decidere, per esempio, se risolvere un problema da soli e quindi contando unicamente sulle proprie risorse oppure se cercare collaborazione, sostegno e aiuto negli altri. Non dimentichiamoci del detto “L’unione fa la forza!”. A quale credere allora?
Collaborare significa unione. L’unione di più individui può dar vita a soluzioni e lavori migliori: le persone si ritrovano a condividere esperienze, conoscenze, risorse per il raggiungimento di un obbiettivo comune. Si tratta di strategie collaborative che vengono molto utilizzate in svariate aziende e contesti lavorativi.
La collaborazione è anche “messa in gioco”, ci si espone in un contesto di dare e ricevere: è indubbio come dal confronto si generi crescita personale per tutti i membri che vi partecipano.
Chi decide di prediligere la collaborazione, non ha necessariamente poca fiducia nelle sue capacità. Crede nel valore della condivisione e dell’unione in vista di traguardi migliori.

“Solo insieme possiamo raggiungere ciò che ciascuno di noi cerca di raggiungere”
Karl Theodor Jaspers

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Una storia di Natale

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

Vite disperse… vite da salvare

Salvami, salva la mia anima maledetta…
Sono una foglia nell’uragano, una bolla di sapone nelle mani di un bambino. Sono prossima alla fine, e ho paura!
L’estate è torrida, ma il gelo dentro pietrifica tutto: pensieri, azioni, desideri. Tutto il vuoto cosmico, un tutto fatto di nulla, pronto ad abbracciarmi, e ho paura!
Nero immoto, inodore, il buio attorno a me. Tengo la luce spenta perché ciò che vedo non m’interessa, e ho paura!
Il tempo scorre e io non ho dimenticato, ora rimuovo il presente e mi nascondo. Ma la pressione aumenta, mi schiaccia, mi umilia, mi rimpicciolisce fino ad annullarmi, e ho paura!
Le mie cose, le poche rimaste, non mi consolano. Ormai sono oggetti estranei, ostili, mi circondano senza scampo, e ho paura!
Dove sei eroe dei miei sogni? Dove siete sogni?
Tutto finisce, si consuma come la vita che m’impaurisce…
Mio eroe, se ci sei vieni qua e portami via con te! Salvami!
Ti aspetto soltanto un’altra ora, perché non voglio avere più paura!

Entro nel cuore della donna, parlo la sua voce. La solitudine ci rende identici, unici.
Ognuno nella sua fetta di universo, uguale agli altri, ma inesorabilmente incomunicabile.
Il bambino prodigio, la moglie disperata, il figlio ignorato, l’uomo innamorato e respinto, il padre e la figlia…
Vittime e carnefici, tutti logorati dal senso di colpa, dal desiderio e dal fallimento.
Intanto le rane piovono dal cielo…
Con Magnolia ho ricordato mio padre e mia madre e ho pianto lacrime bellissime.
E in tutto questo, la musica di Aimee Mann era semplicemente perfetta!

Save me (Aimee Mann, 1999)

Wise up (Aimee Mann, 1999)

Non fare agli altri…

di Federica Mammina

Nei rapporti umani, nei rapporti di amicizia, è normale ed è giusto che ci si senta liberi di chiedere qualcosa di cui si ha bisogno, che sia quella bella gonna per un appuntamento speciale, un consiglio o il conforto di un abbraccio. E può perfino diventare un’occasione per dimostrare il proprio affetto, quello che si definirebbe “esserci nel momento del bisogno”. Ciò che non è normale, e che confesso di vedere sempre più diffusa, è la convinzione che un rapporto esista esclusivamente nei momenti in cui si ha qualcosa da chiedere. Arrogandosi il diritto di non esserci più dopo aver ottenuto ciò che si pretendeva. Ovviamente fino alla successiva richiesta.
Ma i romani prima di “ut des” mettevano “do”, o sbaglio? Non fraintendete: non si tratta certo di soppesare ciò che si dà in cambio di ciò che si ottiene. La gratuità del gesto nobilita senza dubbio chi lo compie. Ma la reciprocità è segno di rispetto. Ed evitare che gli altri ci sfruttino per i propri bisogni, pretendere nei rapporti questa reciprocità, è segno di rispetto, prima di tutto verso noi stessi.

“L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.”
Confucio

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

La cura come comprensione del prossimo

di Francesca Ambrosecchia

L’umanità e la comprensione sono concetti fondamentali anche in ambito medico. Oltre alle conoscenze medico scientifiche del professionista, si sente sempre più la necessità di questi due caratteri anche nell’ambito della cura.
Il paziente vuole essere curato e quindi giungere in minor tempo possibile alla guarigione effettiva, sia fisica che psicologica, ma nel corso di tale processo vuole essere capito, sostenuto e ascoltato.
Problematiche nel rapporto medico paziente insorgono proprio su tale questione: non sempre il medico riesce a dare le stesse “attenzioni” a tutti i suoi pazienti per via del poco tempo a disposizione avendone in carico un gran numero e questi ultimi si sentono trascurati e non affiancati adeguatamente nel percorso di cura.
In tale processo è fondamentale la collaborazione del paziente: deve seguire le procedure prescritte dal medico curante e ciò si ottiene maggiormente quando le esigenze di cui sopra vengono soddisfatte. Cura medica e cura affettiva sono un binomio sempre più imprescindibile.

“Bisogna tornare alla Medicina della persona. Per curare qualcuno dobbiamo sapere chi è, che cosa pensa, che progetti ha, per che cosa gioisce e soffre. Dobbiamo far parlare il paziente della sua vita, non dei suoi disturbi. Oggi le cure sono fatte con un manuale di cemento armato: -lei ha questo, faccia questo; ha quest’altro, prenda quest’altro-. Ma così non è curare”
Umberto Veronesi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’indifferenza uccide

di Federica Mammina

Quello che ci spinge ad agire in aiuto di una persona in difficoltà è quello che potremmo definire come uno slancio naturale dell’uomo, un misto tra istinto ed empatia, un qualcosa di irrazionale che ci porta anche a mettere a repentaglio la nostra incolumità, ma a non rimanere inerti.
Ma di indifferenza si può morire. Per esempio nella tanto ammirata Cina. In un video, che ha suscitato molto scalpore, si vede una donna attraversare sulle strisce pedonali ed essere investita da un taxi, che non si ferma. La donna verrà soccorsa dopo poco più di un minuto da una donna che la travolge ancora, ma che si ferma. Dopo il primo impatto sono numerose le auto che passano e si limitano a schivare il corpo della donna.
Una delle cause di questi episodi molto numerosi in Cina è legata ad un fenomeno di cui si parla da quando nel 2006 fece scandalo il caso di Peng Yu, un giovane che dopo avere aiutato una donna anziana che era caduta scendendo dall’autobus e averle pagato le spese mediche, fu denunciato dalla stessa e poi condannato come responsabile della caduta.
La paura di subire un torto ha preso il sopravvento sul senso di umanità. E l’indolenza si è espansa a macchia d’olio.
Con proporzioni diverse, ma questo fenomeno coinvolge tutta la società. Come arginare il dilagare preoccupante di questa incuranza nei confronti del prossimo? Laddove l’uomo sembra aver perso la capacità di agire umanamente, secondo natura e secondo coscienza, suggerirei anche un più prosaico “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Chissà che funzioni meglio.

Conosci i tuoi limiti?

di Francesca Ambrosecchia

Oggi voglio partire da questa affermazione di Giacomo Leopardi con cui mi trovo solo parzialmente d’accordo. Tutti siamo coscienti di avere dei limiti, o meglio, di porci dei limiti. Tendiamo a limitarci anche nelle situazioni più banali, quando per esempio decidiamo di non intervenire in una discussione affermando il nostro punto di vista.
Crediamo spesso di non essere in grado di fare o conoscere determinate cose e proprio per questo talvolta ci autolimitiamo. In svariate circostanze tendiamo a celare tali difficoltà agli altri per tutelarci e forse in questi casi, il consiglio del noto poeta ottocentesco è da far proprio. In linea generale la tendenza a superare i limiti e gli ostacoli che ci possono mettere in difficoltà è una sfida: può accadere durante il proprio percorso di studi, in ambito lavorativo o nel corso della vita a seguito di episodi spiacevoli. Magari non per nostro volere.
Conoscere i propri limiti e provare a fronteggiarli è sintomo di grande consapevolezza e determinazione: è un esperimento che richiede coraggio e che è spesso necessario.

“L’unico modo per non far conoscere agli altri i propri limiti, è di non oltrepassarli mai”
Giacomo Leopardi

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Riempire il niente o svuotare il troppo?

Le nostre lettrici raccontano come nella vita si giri attorno al vuoto per non sentirlo e, per questo, il troppo non basti mai.

Il piacere di arrangiarsi per riempire i propri vuoti

Ciao Riccarda,
che belle parole quelle del Cavalier Niente e quanta verità dietro a quelle semplici frasi.
Ma è possibile arrivare a tale equilibrio e lucidità da saper distinguere quando abbiamo bisogno di qualcosa da quando ne abbiamo voglia?
Io ho sempre avuto bisogno di tante attenzioni per sentirmi felice e realizzata, credendo che fosse quello il segreto per stare bene. Non mi accorgevo che quel bisogno invece creava dipendenza e insoddisfazione. Passare del tempo da sola mi ha sempre dato una sensazione di disagio e insofferenza.
Questa solitudine si è accentuata quando sono andata a convivere: è stato un passo che per me ha significato crescere, maturare, capire cosa sono davvero le responsabilità e tutto ciò ha innescato un insieme di emozioni per cui non ero realmente pronta. La persona con cui ho fatto questo passo inoltre è sempre stata estremamente indipendente e a proprio agio con il suo vuoto e io mi sono trovata smarrita davanti a tutti questi cambiamenti. Inizialmente pensavo fosse colpa sua in quanto egoista e disinteressato e non capivo la grande possibilità che avevo di fronte.
Fortunatamente la difficoltà si è gradualmente trasformata in opportunità perchè dal niente sono davvero nate tante cose: adesso il mio vuoto mi piace ed è quella parte di me che mi fa essere indipendente, mi fa scrivere, leggere, aggiustare il telefono della doccia e soprattutto avere interessi davvero miei.
Certo, ogni tanto c’è qualche ricaduta ma averne la consapevolezza forse è già un passo avanti.
E.

Cara E.,
aggiustare il telefono della doccia è un caso di scuola: chi arriva a farlo è, a mio parere, donna finalmente indipendente. Non è una sciocchezza, anzichè chiamare qualcuno, ci si prova e alla fine ci si riesce. E piano piano impari a non delegare quei piccoli interventi che danno anche soddisfazione. Per anni ho sperato che, quando in casa rimanevo al buio, fosse un black out e non la plafoniera da smontare. Poi mi sono attrezzata.
Un consiglio: un cacciavite come soprammobile ti ricorderà che la perdita del rubinetto non fa più paura.
Riccarda

Aggirare il buco…

Cara Riccarda,
Troppo, niente, troppo, niente, troppo. Direi che dall’adolescenza ad ora, a quasi quarant’anni, posso dire che la mia vita è stata tutto un troppo o tutto un niente!! Ho sempre odiato le vie di mezzo. O è bianco o è nero!
Da adolescente avevo decisamente troppo: una famiglia “imperfetta” ma perfetta, perché nonostante i vari problemi, si è sempre andati nella stessa direzione uniti. Amici, ma che se adesso li rivaluto non con gli occhi di sedicenne, ma con gli occhi di chi ne ha viste tante, in realtà i troppi amici erano un po’ di amici e troppi conoscenti. Speranze, troppe, tante, sogni, un infinità, poi a 19 anni il vuoto, il niente! Non mi piaceva più niente, gli amici…basta, non mi piacevano più, non amavo più quello che si faceva per divertirsi. Scuola: finita, finiti i sogni finite le speranze. Un vuoto, un niente che giorno dopo giorno mi logorava. Poi la luce…dopo qualche mese entra nella mia vita LUI! Il mio tutto di ora! Mi fa riscoprire i troppo e la vita riprende colore. Trovo amore (mai troppo) lavoro (sempre troppo) amici.Poi l’aborto e di nuovo il “niente”. Un niente tremendo infinito. Un vuoto che facevo finta di non avere, ma che mi ha portato a un senso di apatia assoluta. Poi qualcuno che trattandomi con fermezza mi fa capire che quel vuoto quell’apatia trasformata nel tempo in ansia e paura del mondo, la dovevo superare. Ed ecco la corsa, sempre con lui al mio fianco, e in un attimo tutto è tornato troppo. Troppa corsa, troppa dieta, troppi impegni, troppo di tutto!! E ora la mia vita è così! Piena, a volte stancante, ma bella. Perché dopo aver vissuto il niente per due volte non lo voglio più sentire! Preferisco avere mille cose in testa, preferisco sopportare di non aver tempo per me per periodi anche lunghi, piuttosto di risentire quell’apatia, quel senso di vuoto, che per quanto io corra, nel mio cuore quel buco c’è. Lo so non andrà mai via, ma lo lascio lì, per non dimenticarmi mai di apprezzare ogni sfaccettatura della mia vita. Meglio soffrire che rimanere indifferenti al niente.
Fede

Cara Fede,
quel buco, quel niente che un po’ sta zitto e un po’ ti ricorda che c’è, fa quello che deve fare: il buco. Non credo esistano punti di sutura adatti, nessuno mai li inventerà perché il buco è parte di noi e, lo dici tu, ti rammenta anche il bello di te e di ciò che, nonostante lui, hai raggiunto.
Secondo me, le situazioni brutte, il dolore, gli accidenti della vita un favore ce lo fanno sempre. Se non permettiamo che ci inseguano, ma li lasciamo al loro posto, diciamo il posto del buco, si trasformano in un buon esempio di cattivo esempio.
Riccarda

Sfiancarsi a rincorrere il troppo per paura del niente

Cara Riccarda.
Volere fare troppo…la corsa, la palestra, il corso di inglese, la difesa personale, le serate con gli amici. Ho sempre la sensazione di non fare abbastanza, di volere fare sempre di più, di avere tempo e voglia di fare, fare, fare, vorrei avere giornate di 48 ore e so che saprei riempirle, ma poi arrivo al dunque, arriva quel giorno che solo voglia di stare in casa con la mia bimba, un buon libro, il divano e non posso farlo perché ho preso troppi impegni. Troppo di tutto ma in realtà troppo di niente perché il tempo per stare con se stessi non ha eguali. Mi domando perché a 40 anni non ho ancora imparato che troppo di tutto non serve a niente.
Debora

Cara Debora,
se lo scrivi, significa che te ne rendi conto, magari ridimensionare un po’ quel troppo è solo il passo successivo. Le tante o troppe cose da fare, apparentemente, fanno sentire vivi, dinamici e padroni della propria esistenza. Molti si riempiono le giornate, anzi i minuti, per allontanare il vero loro dominatore: l’horror vacui. Lo spettro del vuoto può fare compiere giri immensi, in realtà è un avvitarsi su se stessi sperando di scampare al risucchio del vuoto.
Riccarda

Il presente di un figlio per liberarsi del falso “troppo” passato

Cara Riccarda,
ho scoperto che la troppa fiducia, la troppa sicurezza nell’amicizia che pensavo eterna e sopra ogni cosa, erano tutte emozioni mal riposte, purtroppo per me.
Amicizia con la A maiuscola, forte, leale, fatta di complicità e buoni propositi; troppo bene, credevo.
Amicizia rimasta indelebile con un tratto marcatissimo nei miei piu cari ricordi, ma vanificata dalla nascita di un amore ancora più grande, per cui, complice il destino per chi ci crede, non è stato possibile condividerne la gioia e i momenti più belli.
La nascità di un figlio nella mia vita ha spazzato via quel niente che fino a quel momento credevo fosse il mio fortunatissimo e unico troppo.
Per fortuna è rimasto il vero, anche se quel troppo perso per strada ha lasciato un vuoto che fa male ogni giorno.
Questo è il mio troppo che non c è più.
C.

Cara C.,
l’arrivo di un figlio spazza via, a prescindere, molte cose, direi tutto ciò che eravamo. Parlo di quello che succede a una madre: cambia il tuo corpo, diventa più bello, cambi tu perchè diventi migliore. Anche i parametri dei nostri troppi o dei nostri niente non sono più gli stessi, dopo un figlio. E per fortuna.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’illusione delle “ipersoluzioni”

Quando ostinatamente abbiamo bisogno di risposte, quando trasformiamo le richieste in ‘ipersoluzioni’ come le definisce Paul Watzlawick, andiamo incontro a fallimenti certi.
Le ipersoluzioni raccontate dalle nostre lettrici.

Mettersi un nuovo rossetto, perché no? Basta poco…

Cara Riccarda,
nel tuo articolo ho, purtroppo, ritrovato il mio modo di agire nei momenti di crisi…ma come fare altrimenti? Hai ragione, si ricercano, o meglio si pretendono le ipersoluzioni, spesso delegando a chi è vicino a noi la responsabilità di realizzarle. E immancabilmente ci ritroviamo, mi ritrovo, in situazioni ancora peggiori, in cui io sono sempre più preda dell’ansia (“Le cose non vanno, come mai non vanno? Cosa devo fare? Perché gli altri non reagiscono come vorrei?”) e chi mi è vicino inizia anche lui a barcollare, sovraccaricato dalle mie aspettative e richieste. E talvolta mi si annebbia la vista, e tutto ciò che non è “iper”, perde di importanza, o addirittura, diventa un problema.
Allora, come uscire da questo loop negativo? Una mia amica una volta mi ha detto: “Rompi gli schemi! Mettiti un rossetto rosso, un vestito che di solito non hai il coraggio di mettere, fai qualcosa, anche di piccolo, ma di insolito, e ascolta quello che succede.” A cosa potrebbe servire? Forse, semplicemente e finalmente, a riportare l’attenzione su di me, a restituirmi il piacere e la responsabilità di prendermi cura di me stessa, di trovare le soluzioni e non le ipersoluzioni, che mi si addicono. La risoluzione della crisi, ovviamente, non sarà immediata né semplice, ma intanto si inizia!
Un abbraccio
E.

Cara E.,
hai mai letto Per dieci minuti di Chiara Gamberale? Un libro bellissimo che dimostra quanta ragione abbia la tua amica: qualcosa di nuovo (lei aveva iniziato con lo smalto fucsia) ogni giorno per dieci minuti, può innescare un cambiamento, tra l’altro irreversibile.
La chiosa della tua amica, poi, ti invita a usare non l’occhio, ma l’orecchio interiore per cogliere quel che succede: non basta la vista, quella ci dice solo se il rossetto è meglio rosso o rosa, ma serve un senso diverso, in grado di mandarti quel segnale che solo tu puoi ascoltare e accogliere. Scommetto che funziona, funziona sempre quando evitiamo di smarrirci in mezzo agli altri e recuperiamo un po’ di noi.
Quanto alle iperosoluzioni che ti annebbiano la vista, ormai hai capito che sono una strada presa contromano e a fondo chiuso. La imboccheresti mai? Non credo.
Riccarda

Il meglio per me… e per nessun altro

Ciao Riccarda,
niente di più vero per quel che riguarda le “ipersoluzioni”.
Io ho sempre fatto le cose in funzione della mia aspettativa di crearmi una famiglia, finché un bel giorno ho scoperto che per me non sarebbe stato un percorso semplice.
La mia “ipersoluzione” è stata quella di rinnegare tutto: mi sono convinta che non avevo figli perché non volevo e non perché non potevo.
Questo mi ha portato ad avere atteggiamenti superficiali e a trovare il senso della vita in cose superflue.
Ad un certo punto ho avuto un problema ad un ginocchio (tutto o quasi succede per un motivo) che mi ha obbligato a fermarmi e a bloccare tutte le attività fatte fino a quel momento.
Mi sono così avvicinata allo yoga che mi ha aperto un mondo fatto di consapevolezza, pazienza e serenità interiore.
Non esiste il “non riuscire” ma il riuscire in modo diverso da quel che ci si aspettava, non c’è un “meglio degli altri” ma solo il “meglio di noi stessi”.
Chissà adesso la vita dove mi porterà o dove sceglierò di andare.
El.

Cara El,
parto dalla fine della tua lettera perché in quel ‘chissà adesso la vita dove mi porterà o dove sceglierò di andare’ c’è tutta la meraviglia e non lo spavento di fronte a ciò che non si conosce. Credo che le due prospettive coincidano: che sia la vita a proporti qualcosa o tu a scegliere dove andare non fa differenza, ci sei sempre tu di qua e di là rispetto a un confine sottile che siamo noi a porre, come se la vita non fossimo noi e viceversa. E’ solo un modo di chiamare in terza persona quando facciamo fatica a dire io.
Hai ragione, nulla avviene per caso, o meglio, le cose e le persone, non capitano senza lasciare traccia, nel tuo caso dal ginocchio, allo yoga a una serenità interiore che spero tu non abbandoni.
Quando mi chiederò cosa sia meglio, ricorderò di quanto scrivi: il mio meglio non è detto sia quello degli altri, sarà il mio.
Riccarda

Il coraggio del cambiamento

Cara Riccarda,
credo tu abbia ragione: più chiedi e meno ottieni, ma allora cosa dobbiamo fare? Stare a guardare e non chiedere mai? Aspettare? Accettare? Non so.
Nel corso delle varie storie della mia vita, ho notato un filo comune tra gli uomini. Quando qualcosa non andava, io ho sempre chiesto ma, ripensandoci, ho la netta sensazione di avere sempre ricevuto dei ‘ci proverò’ tanto per farmi stare zitta. Due moine, un gesto carino e poi tutto come prima, altro che ipersoluzione! Forse un cambiamento, anche se sbagliato, eccessivo o fuori tempo, sarebbe stato più apprezzato da parte mia.
Debora

Cara Debora,
peggio del ‘ci proverò’ c’è il ‘vediamo’. Una volta credevo che il ‘vediamo’ fosse solo una frase-fase di transizione verso il cambiamento, invece, è la stasi più mediocre camuffata da una finta accondiscendenza. Chi ti risponde ‘vediamo’ è un vigliacco che ti lascia lì ad aspettare ancora, pur sapendo che non ti darà mai ciò che chiedi, e intanto evita ulteriori discussioni.
Quando, allora, ci si accorge che la richiesta sta diventando ipersoluzione bisognerebbe fermarsi per non peggiorare le cose. Difficilissimo, lo so. Ma ancora più difficile è poi riprendersi dalla degenerazione delle discussioni, dalla radicalizzazione, dai ‘se io..allora tu’, insomma da quelle contrapposizioni che increspano il rapporto ancora di più.
Aspettare? No, andare avanti.
Riccarda

Inviate le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

Poter parlare e saper di essere ascoltati

Siamo tutti affamati di relazione. Una fame atavica che ha accompagnato il genere umano da sempre anche se ora è diventata voracità, perché il senso di solitudine si è rafforzato e diffuso come una mefitica macchia d’olio che permea le nostre esistenze. Anche se siamo in mezzo alla folla, anche se ben saldi nei nostri collaudati clan familiari, anche se siamo circondati da maree di individui come noi che si agitano, vociferano e vivono le loro storie gomito a gomito.
A volte riconosciamo faticosamente questa sensazione di vuoto che destabilizza, dissesta, paralizza, in altre situazioni preferiamo ignorare, rimuovere, cristallizzare in modo che tutto taccia perché il non pensare, rispetto all’agire, appare come la sofferenza minore. Molto spesso ci arrabattiamo a trovare vie d’uscita a questo senso unico che aggiunge avvilimento e mancanza di vitalità ad uno stato già di per sé sconfortante ed allora la soluzione può essere qualsiasi panacea dia sollievo in quel preciso istante, pronti a reiterare il ‘rimedio’ e disposti a tutto pur di alleggerire quel peso opprimente.
Abbandoniamo per un attimo le considerazioni storico-sociologiche a cui potremmo appellarci per trovare cause ed effetti in un cambiamento epocale che ha creato o accelerato la carenza o mancanza di interazione sociale e gli ampi vuoti nella comunicazione interpersonale, per riflettere su cosa cercano le singole persone in situazioni di problematicità. Un tempo, e neanche tantissimo tempo fa, c’erano il prete, il vecchio saggio del paese, a volte il medico, il maestro o una figura familiare di riferimento a cui rivolgersi per parlare. E si ‘parlava’. Erano momenti intensi che davano senso alla vita, alla sofferenza, al dolore, al disagio attraverso le parole che partivano dal più profondo, accompagnate dal pianto, dal gesto, dall’enfasi. Era un depositare quanto di più recondito in mani sicure e forti, quelle stesse mani che alla fine aiutavano a risalire in superficie. Poi qualcosa è cambiato, il fenomeno ha accentuato la sua drammaticità e il bisogno di ascolto si è allargato chiedendo altre tipologie d’intervento e tamponamento a situazioni di inquietudine diffusa che diventava quasi emergenza. Occorreva raggiungere quante più persone possibili, era necessario che “quelle mani” afferrassero chiunque lo richiedesse, per accogliere tristezza, disillusione, rabbia, sfiducia nella vita, disorientamento, emotività incontrollata e disagi di ogni tipo. Ed ecco che nel 1906 parte a New York il primo centro di ascolto telefonico, “Save a Life”, per opera di volontari, nel tentativo di arginare l’ondata di suicidi nella metropoli. Nel 1953 viene istituito a Londra il centro di ascolto di prevenzione al suicidio. In Italia arriverà nel 1973 Telefono Amico. Un ponte invisibile che unisce luoghi e momenti storici differenti per affermare la stessa progettualità, perseguire lo stesso scopo: quello di restituire sostegno a quella parte di società che arranca tra difficoltà e isolamento.
Da allora, in Italia sono sorti altri centri che attraverso la silenziosa ed efficace presenza di volontari preparati all’ascolto e all’aiuto nei casi più disparati, operano 24 ore su 24 portando sollievo, consigliando e soprattutto collaborando strettamente in rete con associazioni, specialisti ed enti pubblici.
C’è chi chiede velatamente sostegno per maltrattamenti in famiglia, criptando parole e discorsi per paura o imbarazzo; chi lo fa per abitudine perché senza quella chiamata tre volte al giorno si sgretola come una figurina di argilla; c’è chi chiede ansiosamente conferme sulle sue scelte di vita negli snodi cruciali del proprio percorso e chi riversa fiumi di parole sulla vecchiaia, la malattia, la morte. Poi c’è ancora chi chiama per parlare, parlare di cose apparentemente banali ma pregne di quel bisogno di farsi riconoscere come individuo. Io ti parlo, tu mi ascolti. Io esisto.
C’è bisogno di ascolto, di quell’ascolto gratuito, privo di pregiudizio e condizionamento ma allo stesso tempo partecipe e attento. C’è bisogno della consapevolezza che c’è sempre qualcuno disposto a recepire con cognizione e sensibilità lo sfogo di un momento dando una mano, offrendo il proprio tempo e facendosi carico dell’altro. E questo fa la differenza tra il soffrire in solitudine e il condividere tra simili, dimezzando quelle zavorre che a volte impediscono di vivere.

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LA NOTA
Essere anziani in un mondo tecnologico

Recenti pubblicazioni dimostrano che circa l’80% delle persone con più di 60 anni ha utilizzato Internet almeno una volta e che, dal 2005 a oggi, le persone fino ai 67 anni che utilizzano Internet sono passate dal 10,8 al 22,8%, e quelle fino ai 74 anni sono passate dal 5,5 al 10% circa. Numeri ancora bassi, per ovvie ragioni. Si pubblicizzano anche nuovi cellulari con tasti più grandi in grado di poter essere usati anche da chi ha qualche difficoltà manuale o visiva in più. Capita di vedere sempre più spesso persone non giovanissime mandare messaggini a figli, amici e nipoti… A volte arrivano un po’ strampalati (magari per l’uso improprio di T9 sconosciuti), ma arrivano. Ci sono anche le scuole d’informatica per anziani, ma servirebbe un maggiore impegno da parte di giovani e adulti affinché le nuove tecnologie possano davvero aprire gli orizzonti a chi, soprattutto per ragioni di salute o d’età, è più in crisi e solo di altri. Non tutti, poi, hanno la voglia e la forza di mettersi in gioco nell’imparare a utilizzare un nuovo strumento. Il fatto di non avere accesso alla tecnologia, per un qualsiasi motivo, non deve diventare un ostacolo alla vita quotidiana.
Ho assistito a situazioni in cui per fare una semplice modifica (tipo trasferimento della pensione dalla banca alla posta) si indica alla persona quasi ottantenne di collegarsi al sito web (cos’è?, dov’è?), e fare il trasferimento via telematico (?) tramite apposito codice pin (di cosa diavolo si tratta? ma dove l’ho messo, l’ho mai ricevuto?), arrivato a casa, nella buchetta della posta.
Ad aiutare saranno ancora una volta figli, amici e nipoti, ma la persona anziana si è già agitata, ha già chiesto aiuto telefonico a vari operatori (peraltro, a Ferrara, ammetto, gentili e disponibili) ma non ha ancora ben capito cosa fare. Se i figli lavorano e sono lontani, non li vuole disturbare e preoccupare per un’operazione vitale ma allo stesso tempo incomprensibile. E allora perché non tornare all’arcaica posta? O comunque una via più agevole e semplice per chi non ha computer e dimestichezza con la tecnologia moderna? Non siamo mai contenti, mi dirà qualcuno, ma bisogna distinguere. Ben vengano questi servizi, ma non tutti riescono a beneficiarne. Si potrebbe pensare ad un gruppo di studenti pagati per un servizio aggiuntivo. Non ci sono soldi, mi si obietta. Lavori socialmente utili, allora, per chi deve qualcosa alla società. Idee e soluzioni si potranno pure trovare!

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LA RICORRENZA
Uscire dal silenzio per rompere la catena della violenza

Non ricordo che mese fosse, forse novembre, proprio come oggi. Comunque faceva freddo. Avevo vent’anni ed era finito il mio primo grande amore. In un momento di romantico struggimento ero andata a fare una passeggiata fuori stagione al Lido di Spina, là dove tante volte ero andata con lui.
Dopo un po’ che camminavo da sola sulla spiaggia, ho notato che poco più in là c’era un uomo che mi seguiva. Mi sono fermata per guardarlo perché mi stava dicendo qualcosa. Quando sono riuscita a capire che quel che mi stava urlando erano minacce e oscenità, si è abbassato i pantaloni. Non c’era nessuno attorno e io ho iniziato a correre per tornare all’auto. Quando l’ho raggiunta, ho fatto una brutta scoperta. Mi avevano tagliato due gomme. Nel frattempo l’uomo era arrivato, e assieme a lui ce n’erano altri due. Ho ricominciato a correre e ho raggiunto il primo stabilimento balneare, dove c’era il proprietario che stava facendo dei lavori. Gli ho chiesto aiuto. Mi ha fatta entrare, ed è uscito facendo scappare i tre. Poi mi ha aiutato a cambiare le ruote.
Ho percorso la superstrada fino a Ferrara piangendo, di rabbia e di paura per quel che mi era successo e per quel che sarebbe potuto succedermi.
Sono andata subito a esporre denuncia alle forze dell’ordine. Mi sono state chieste alcune cose e poi alla fine una domanda: ma lei cosa ci faceva in spiaggia da sola?
Ci sono storie ben più tragiche della mia, purtroppo. Se racconto pubblicamente questo aneddoto del mio passato, è per i seguenti motivi.

Le violenze subite, di qualunque genere, vanno condivise, sempre. E denunciate. Potrebbero salvare noi, ma anche altre donne. Parlarne fa bene, libera da un peso, fa sentire meno sole. E permette di trovare persone in grado di aiutarci. Va scardinato il retaggio del “te la sei cercata”.
Ogni donna dovrebbe poter camminare sola su una spiaggia fuori stagione, o dovunque abbia voglia o bisogno di andare, senza essere importunata e senza che nessuno le chieda perché lo fa. Deve essere libera di farlo e basta.
Sono passati tanti anni da quell’episodio e oggi la sensibilità e la preparazione al tema all’interno delle forze dell’ordine sono aumentate. Sono stati creati reparti speciali, e azioni mirate per tutelare le donne. Ma i casi di violenza sono tanti, e a volte si rischia di non dare loro la necessaria attenzione, come è accaduto lo scorso anno, in provincia di Siracusa, ad Antonella Russo, che aveva denunciato il marito per stalking, ed una settimana dopo lui le ha sparato, uccidendola. Poi si è suicidato. Una delle figlie, Desirée, vorrebbe entrare in polizia per difendere tutte le donne che non sono state credute. L’altra figlia, Nancy, ora studia Giurisprudenza a Ferrara perché vuole fare il magistrato. E ha deciso di fare causa allo Stato perché dice che tutto questo si poteva evitare.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ferrara ha deciso celebrarla in anticipo, ieri. Un percorso fatto di scarpette rosse, simbolo della violenza, ha segnalato il cammino che, dallo scalone del municipio, bisognava percorrere per arrivare al mercato coperto, sede dell’incontro pubblico. Un ideale collegamento tra istituzioni e cittadinanza. Perché solo una rete di solidarietà può risolvere il problema. Di seguito il percorso per immagini.
Durante l’incontro è stato mostrato un video realizzato da Area Giovani, dove i capigruppo del Consiglio comunale, gli assessori e il sindaco ci mettono la faccia per dire no alla violenza di genere [vedi].

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Indicazioni del percorso
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Scalone municipale
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Via Garibaldi
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Portici del mercato coperto
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Mercato coperto
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L’incontro
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Le istituzioni
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Le associazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le scarpe rosse

 

 

 

 

 

“In Italia secondo l’Eures, tra le donne c’è una vittima di femminicidio su tre, per questo siamo qui oggi, e nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi dello sport”, ha affermato l’assessore per le pari opportunità Annalisa Felletti.

“Non è sufficiente una trasformazione individuale, ma è necessaria una trasformazione collettiva”, ha detto il sindaco Tiziano Tagliani.

“Quelli che arrivano da noi non sono mostri, sono uomini normali, come quelli che incontri al bar o con cui esci a cena. Noi li aiutiamo a imparare a rispettare sé stessi e di conseguenza le donne che hanno accanto”, ha spiegato Michele Poli del Centro di ascolto uomini maltrattanti.

“L’unica cosa per rompere la catena, è rendere pubblico il fenomeno della violenza, noi siamo un centro pronto ad accogliere ogni richiesta di aiuto che arrivi da una donna”, ha esortato Paola Castagnotto del Centro Donna Giustizia.

In caso di violenza, subita o vista, si può chiedere aiuto e denunciare. Per sé, per le persone che ci stanno attorno, ed anche per quelle che non conosciamo.

Centro Donna Giustizia, via Terranuova n°12/b, Ferrara centro@donnagiustizia.it 0532 247 440 Numero telefonico unico “antiviolenza donna”: 1522. Numero verde contro la tratta: 800 290 290. Il servizio offre informazioni e consulenza a persone che si prostituiscono e alle vittime della tratta , agli operatori pubblici e privati e alla popolazione in generale.

Centro di ascolto uomini maltrattanti, viale Cavour 195 339 892 6550 ferraracam@gmail.com martedì 17 – 19,30 venerdì 10,30 – 13

Polizia di Stato: numero d’emergenza 113, Corso Ercole I d’Este 26, Ferrara 0532 294 311 urp.quest.fe@pecps.poliziadistato.it

Carabinieri: numero d’emergenza 112, via Del Campo 40, Ferrara 0532 6891 stfe522180@carabinieri.it

 

 

 

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