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La terza alba
…un racconto

La terza alba
Un racconto di Carlo Tassi

Un luogo bellissimo, una terra incantata. Ogni cosa intorno si rivela in tutto il suo insolito fascino: crepuscolare, plumbeo, tenebroso… come piace a me.
Farsi attrarre dagli anfratti più bui e misteriosi per il gusto temerario dell’ignoto, e quel piacevole, titillante brivido al richiamo di un pericolo nascosto, imminente, circostante.
Tutto questo è l’Isola di Drüme. Brulla, desolata, remota. Nessuno ci vive… a parte me.
Nessuno vorrebbe mai abitarci. La paura ne è la ragione. Ed è certamente giustificata direi!

Quando ho deciso di trasferirmi quaggiù, tentarono di dissuadermi in ogni maniera.
“Tu sei pazzo! Come puoi fare sul serio?” mi dicevano.
Molti m’avevano accennato di storie tragiche e poco chiare, successe tanto tempo fa proprio su questo roccioso costone affiorante tra le morbide dune liquide dell’oceano, quando ancora gli uomini l’abitavano. Tutti conoscevano la reputazione infausta dell’isola e alcuni ne avevano fatto le spese. E fu proprio quando ho avuto la prova della fondatezza di queste dicerie che ho scelto di venire in questo posto.
Il giorno della mia partenza, l’ultima voce umana che sentii alle mie spalle mi gridò: “Pazzo, torna indietro finché puoi!”

Un villaggio, un tempo florido e popolato da famiglie di pescatori coraggiosi, dominava il centro dell’isola che spuntava in mezzo a un mare tempestoso per gran parte dell’anno. Ma ai pescatori questo non importava, perché erano acque ricche e pescose e ogni giorno regalavano un grasso bottino di pesci, molluschi e crostacei. All’alba i pescatori partivano con le loro barche per ritornare a tarda sera, stanchi ma soddisfatti. Ogni giorno sfidavano le grandi onde, le secche improvvise e le forti correnti per rincorrere i branchi argentei dei pesci che proprio in quelle acque facevano tappa nelle loro incessanti migrazioni. Tutti i giorni, per tanti anni.
Poi un mattino comparve una nebbia fitta, un muro grigio e profondo. Così l’intera isola si trovò come immersa in un limbo spettrale, una bambagia umida e impalpabile che rendeva invisibile tutto quanto, vicino o lontano che fosse.
E il mare stesso s’intuiva soltanto dal rumore della risacca.

Ma anche quel mattino i pescatori non si arresero alla perfidia del tempo. Con coraggio e fiducia andarono alle loro barche e salparono, attraversarono il muro di bruma e subito scomparvero alla vista di chi restò a terra.
Quel giorno il villaggio rimase immobile nell’attesa. Per ore la gente non fece nulla se non aspettare il ritorno dei figli, dei mariti, dei padri. Alla sera la febbre dell’inquietudine salì inesorabile quando iniziò a far tardi e nessuna barca era ancora giunta al porto.
Per tutta la notte le donne del villaggio stettero a vegliare il buio, con lo sguardo a quel mare invisibile e la disperata speranza a scalciare nel petto.
L’alba seguente, la nebbia era entrata nell’anima stessa del villaggio, nelle case, nelle stanze, ovunque. Un silenzio tombale era sceso sull’isola, nemmeno gli uccelli marini si udivano, solo il lento, ipnotico sciabordio della risacca restava l’unico ovattato sottofondo.
Tutta la vita superstite era sospesa, tra angoscia e rassegnazione.
Arrivò la seconda notte d’assenza e d’attesa. Alcune donne vagavano con occhi smarriti tra le vie del villaggio a cercare ragione di tanto strazio. Altre, più anziane, restavano in casa a pregare il dio della misericordia. Le spose più giovani inveivano contro quel mare che le circondava e che le condannava all’infelicità e alla solitudine.
La terza alba, nel villaggio bagnato di nebbia e lacrime, s’udì il suono di un corno. I cuori sussultarono, le donne corsero al porto e videro le barche spuntare dal muro fosco. Una dopo l’altra approdarono tutte, e tutti i pescatori a bordo, esausti e assetati, giunsero a terra sani e salvi.
Poco dopo la nebbia si diradò e, da est, un sole potente cominciò ad asciugare le pietre delle case, a scaldare le anime che le abitavano. Tutto tornò a illuminarsi e a colorarsi di nuovo: prima il cielo e il mare, poi gli sguardi e i sorrisi della gente…

Questo accadde tanto tempo fa.
Ora l’isola è diventata uno scoglio deserto, frustato dalle burrasche d’inverno, avvolto dalle nebbie d’estate, evitato dagli uomini tutto l’anno.
Io ne ho fatto casa mia. Da qui posso contemplare la sublime crudeltà dei suoi elementi. Posso espiare i miei peccati godendo della più perfetta solitudine. In attesa, casomai, di qualcosa che arrivi dal mare, di un riscatto, dell’anima che ho perso…
In attesa della mia terza alba.

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979)

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PER CERTI VERSI
Alba sulle travi

ALBA SULLE TRAVI

Fende le braccia
Della casa
Con esatti triangoli ermafroditi
Di girasole
Teoremi
Di petali
Inauditi
Sui folti passeri
Del mattino canoro
Le travi
I grandi remi
Fermi
Di queste navi
In porto
Le vele
Dai tronchi ercolini
Vibrano
Melodie celie

È luce
È sorto

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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PRESTO DI MATTINA
Credo, l’aurora…

Credo l’aurora: la veniente dalle tenebre, l’avvolta dal silenzio, sentiero che porta alla luce e ridona spazio e chiarore alle cose, luminosità al volto dell’uomo.

Credo l’aurora: soffio perenne e spirazione del vento di Dio sull’oscurità di caotiche acque, che apre una via tracciando orme invisibili nella notte, ampio respiro dopo l’indescrivibile affanno che serrava la gola.

Credo l’aurora: nata dal cuore di Dio e, per questo, luogo di cominciamento; momento di risveglio e plasmazione, che rialza e fa ripartire di nuovo ogni giorno finché non sia compiuta l’opera dei giorni. È come una madre che rimette in piedi il figlio caduto dopo i primi passi. Come il vasaio di Geremia che ricomincia da capo quando l’opera non prende la forma voluta: «Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: “Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola”… ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto» (Ger 18, 1-4).

Credo l’aurora: risveglio della creazione nel quotidiano; annuncio della nuova creazione nel mattino di Pasqua, fenditura sempre aperta da cui transitò e continua a irradiarsi la luce del Risorto. «Allora – dice Isaia – la tua luce sorgerà come l’aurora» (Is 58, 8)

Tensione verso la luce è, dunque, l’aurora, perché attesa e al contempo rivelazione della parola per cui tutte le cose sono fatte e ricreate in un processo generativo continuo. È sosta e scoperta pure del Verbo venuto ad abitare la nostra storia legando il suo destino al nostro, per sempre. Verbo che muta le sorti; che fa risorgere dall’oscurità e ripartire verso un cammino sconosciuto qual è, all’aurora, l’aprirsi di un nuovo giorno. È lei che dice all’homo viator con le parole di un poeta: «Viandante, sono le tue impronte/ il cammino, e niente più,/ viandante, non c’è cammino,/ il cammino si fa andando./ Andando si fa il cammino,/ e nel rivolger lo sguardo/ ecco il sentiero che mai/ si tornerà a rifare./ Viandante, non c’è cammino,/ soltanto scie sul mare» (Antonio Machado).

Crede all’aurora anche il poeta del salmo 129 e pure quello del salmo 63. Il primo, nell’oscurità della notte, attende l’aurora più delle sentinelle di guardia alla città: «Sono rivolto al Signore e attendo la sua parola più che le sentinelle all’aurora». Il mistico del secondo salmo, cercatore di Dio, la brama dopo una notte di turbolenta attesa: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. Sul mio giaciglio penso a te nelle veglie notturne…  A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene». E come non pensare alla notte nella quale Giacobbe lottò con l’angelo di Dio sino al sorgere dell’aurora, in cui lo scontro si mutò in benedizione: alba di un nome nuovo.

Credo nell’aurora: e non sembri eccessivo e indelicato dirlo, pensando al ‘credo’ proclamato nella messa, al termine dell’omelia, quale sintesi e conferma della fede degli apostoli, simbolo, trasmissione di una comune attesa che diviene risposta orante dell’assemblea dopo la proclamazione della Parola di Dio.

Si dichiara di fronte a tutti ciò in cui crediamo, ciò che ci fa vivere, per aderire con l’intero vissuto della nostra testimonianza alla fede apostolica passata di generazione in generazione, di chiesa in chiesa, sino a noi. È lo stesso sì, il credo confessato con il martirio dagli apostoli e poi trasmesso ai loro successori. Una risposta custodita con fedeltà e creatività al Cristo proclamato nel vangelo appena udito. Il credo è l’adesione alla Parola ri-pronunciata anche oggi, vincolo sostanziale tra i credenti, abitato dallo Spirito che attualizza la Tradizione antica, trasmessa dai, Padri nella professione dell’unica fede con una rinnovata epiclesi, una nuova ‘invocazione dello spirito’ nell’atto della celebrazione e nella storia che ricompagina la compagnia della fede di oggi con quella delle origini.

La professione della fede non è appena un pronunciamento dottrinale: è un credere a quello che crede Dio, la famiglia umana, la sua famiglia e noi figli nel Figlio. Risveglia così la coscienza a una responsabilità e prassi interna ed esterna all’ekklesia: l’impegno a una conversione totale del vivere cristiano nel servizio dell’uomo e del vangelo.

Una volta, distraendomi nella recita del credo, mi sorprese un pensiero impertinente, e mi domandai: «Ma Dio crede? Che cosa crede?». Rimasi senza risposta quella volta. Ma una fredda mattina d’inverno, era domenica dopo una nevicata, andai a vedere il sorgere del sole dalle parti di Cona, sulla via della Ginestra. È bello, sapete, vedere rinascere gli alberi, le case, la strada; il loro passare lentamente dall’oscurità alla luce, dalla morte alla vita. Raggiunsi così un piccolo lago nei pressi che era tutto gelato, come del reso lo era anche la strada, e lì attesi l’aurora. Quella volta vidi il sole sorgere per ben tre volte all’orizzonte: tra gli alberi spogli sulle sponde del laghetto, riflesso sulla superfice ghiacciata dell’acqua e infine, facendo alcuni passi indietro, lo vidi di nuovo specchiarsi, e risorgere, dalla strada gelata. Fu allora che arrivò la risposta a quella domanda che si era perduta.

Dio crede l’aurora! Perché egli viene a noi come l’aurora, e come l’aurora la sua venuta è sicura (Os 6,3). Ma non è forse vero che le sue storie e quelle del figlio, iniziano all’aurora? “Uscì il seminatore a seminare…; il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna… Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba… E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”

Dio crede nell’aurora perché crede nel Figlio, l’amato, è detto nel salmo 110, 3: «dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato». Ma il suo credo l’aurora, Dio lo dice pure con le parole del Cantico dei Canti: «chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole,/ terribile come schiere a vessilli spiegati?». Non è forse costei l’umanità in cammino verso il suo compimento in Dio? Per Gregorio Magno è la stessa assemblea dei credenti, l’ekklesia, che come sposa va incontro al suo sposo: «Il primo albore o aurora fa passare dalle tenebre alla luce; per questo non senza ragione con il nome di alba o aurora è designata tutta la Chiesa degli eletti» (Commento a Giobbe).

Credo nell’aurora – dice Dio – questa mia figlia dello stato nascente, che attraversa la soglia del nulla e fa passare dal buio alla luce, dalla morte alla vita. Essa precede sempre, cammina innanzi a me e ai miei figli e il pensiero di lei risveglia a entrambi il cuore come è detto nel salmo: «svégliati, mio cuore, svegliatevi, arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (Sal 57,9).

In questi giorni, ascoltando per caso una canzone di Marco Mengoni dal titolo Essere umani, mi è tornata alla mente la domanda: «Dio crede?». E la risposta è stata quasi immediata, ricalcata dalle strofe di quella canzone («Credo negli esseri umani,/ Che hanno coraggio/ Coraggio di essere umani»). Sì, Dio crede negli uomini resi fratelli da suo figlio; egli si affida così nelle mani di coloro che spezzano il pane con l’affamato, accolgono in casa i senzatetto e vestono coloro che sono spogliati della loro dignità. Così mi piace pensare che quando Dio creò la donna, dopo aver addormentato l’uomo, le consegnò le parole da sussurrare al cuore di ogni uomo che viene in questo mondo al sorgere dell’aurora, parole simili a questa canzone: «Ma che splendore che sei/ Nella tua fragilità/ E ti ricordo che non siamo soli/ A combattere questa realtà». Allo stesso modo, il mattino di Pasqua, il Risorto parlò al cuore impaurito delle donne, parole da riferire poi ai discepoli e penso assomigliassero a queste: «Prendi la mano e rialzati/ Tu puoi fidarti di me/ Io sono uno qualunque. Uno dei tanti, uguale a te».

La Lettera agli Ebrei ci chiede di tenere ferma la professione della nostra fede in colui che ha attraversato i cieli, Gesù Cristo, il figlio di Dio. Colui che, salvo nel peccato, ha saputo prendere parte alle nostre debolezze, condividere ogni prova, incluso la sofferenza più atroce e la morte, che attende l’uomo. L’invito è allora quello di avvicinarci con piena fiducia a questa «notte calma molto vicina al sorgere dell’aurora», come canta Giovanni della Croce pensando all’umanità di Dio nascosta in Gesù: «Dove ti nascondi? … L’amato è le montagne, le valli solitarie e ricche d’ombra, le isole remote, le acque rumorose, il sibilo dell’ aure amorose. È come notte calma molto vicina al sorger dell’aurora, musica silenziosa, solitudine sonora, è cena che ristora e che innamora», (CA 13-14). Il Concilio Vaticano IItantum aurora est, “è appena l’aurora” disse papa Giovanni XXIII – ha recepito questa mystica lectio in dialogo con il mondo di oggi quando afferma che «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. [Egli] ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi… ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte acquistano nuovo significato… perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!», (Gaudium et spes, 22).

VENEZIA, LUOGO DELL’ANIMA
Brodskij: migliora l’aspetto del tempo e abbellisce il futuro

– Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco
– Ne resta una di cui non parli mai
Marco Polo chinò il capo.
– Venezia – disse il Kan
Marco sorrise.E di che altro credevi che ti parlassi?
L’imperatore non batté ciglio. Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome.
E Polo Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.

Così, nel sesto capitolo de Le città invisibili di Italo Calvino, Marco Polo spiega al melanconico imperatore dei Tartari, il Gran Khan Kubilai, cosa è la ‘sua Venezia‘.
L’imperatore vorrebbe ricondurre il suo visionario viaggiatore al racconto di una rappresentazione oggettiva di Venezia , completamente separata dalla descrizione delle altre città e non confusa con quelle, come fino ad ora aveva ascoltato dalla bocca del suo ospite straniero. Chiede cioè quello che pretende sempre dai suoi ambasciatori quando vuole essere informato su questioni a lui sconosciute: una relazione su Venezia “così com’è, tutta quanta, senza omettere nulla di ciò che ricordi dei lei”.
Questo è il metro che sempre ha utilizzato per misurare le cose del mondo e questo gli ha permesso di arrivare a possedere uno sterminato potere. Invece Marco Polo restituisce non il riflesso di una unica realtà, ma tante immagini della memoria, ricordi della ‘sua Venezia’, ritrovate nelle altre città. Ma “le immagini della memoria, una volta fissate con le parole si cancellano, arrivando a ricostruire un’altra realtà; narrano di una città ideale, di un sogno, il sogno della propria vita.

E così come Polo ritrova le sue origini anche in altre città, così facciamo anche noi, raccontando ma ancheascoltando’ la nostra storia. E’ quello che capita quando altri rievocano episodi della nostra vita di cui non avevamo memoria, accaduti quando eravamo bambini: man mano che il tempo li allontana, vengono trasformati in nostri ricordi, anche se rammentati da altri. Di una persona cara scomparsa, dopo non molto, abbiamo difficoltà a rimembrare il suono della sua voce e anche i lineamenti esatti del viso comincerebbero a sfuggirci, se non ci fosse una sua fotografia a fissarne la ricordanza; l’espressione ritratta da quella immagine alla fine sarà ciò che rammenteremo di quella persona. E’ il passaggio del Tempo, che tutto trasforma in un sogno composto da un numero indefinito di immagini, suoni e colori provenienti da ogni dove.

E’ in questo modo che si incontra Venezia.
Subito dopo l’arrivo del treno in stazione, mentre si fanno i primi passi verso l’uscita, cercando di rimettere a posto la camicia sgualcita, di chiudere per bene il giubbotto, insomma di sistemarsi un poco dopo il viaggio, proprio mentre si alza frettolosamente lo sguardo per capire la direzione da prendere, ecco apparire in modo del tutto inaspettato, come racconta Fernand Braudel, uno dei maggiori storici del ‘900, un vero e proprio straordinario “spettacolo che si apre immediatamente davanti: l’acqua rabbrividita del Canal Grande, agitata dalle eliche dei motoscafi e che ricorda l’acqua di un fiume, la cupola in rame di san Simeone Piccolo, e le trattorie con le loro piante sempre verdi ben allineate…” (F.Braudel, Venezia, Il Mulino, p.10).

Si presenta così Venezia a chi la vede per la prima volta all’uscita della stazione di Santa Lucia, tutta, e tutta insieme, senza un elemento urbanistico che faccia da introduzione. L’assenza di un ‘prologo’ la fa apparire quale è, una creatura sublime e, per chi non l’avesse mai vista, una eterea visione.
Ma, come ogni visione, così come magicamente è comparsa dal nulla in tutta la sua bellezza, in un attimo può scomparire. Bene lo sa quel turista che, volendo iniziare il suo percorso attraversando il ponte della Costituzione, disegnato dall’architetto Santiago Calatrava, appena sceso l’ultimo gradino, mentre si accinge a proseguire verso il sestiere di Santa Croce, avverte un certo fastidio, notando sulla destra l’ultimo lembo di terraferma da dove partono e arrivano pullman e automobili di ogni genere e, spontaneamente, gira lo sguardo dall’altra parte, per ritrovare ciò che temeva di avere già perduto.

E’ per questa città sospesa nel tempo, visione che trascolora in personalissime partiture di illusioni, che lo scrittore russo Iosif Brodskij scrive Fondamenta degli Incurabili, entrando con le immagini dei suoi ricordi nella città che ha rappresentato ristoro e rifugio per la sua anima negli anni dell’esilio. Iosif Brodskij, originario di San Pietroburgo, dopo essere stato condannato per ‘parassitismo’ a cinque anni di lavori forzati, espulso dal regime sovietico, inizia a viaggiare e a tenere lezioni nelle università americane. Conseguita la cittadinanza statunitense, non smetterà mai di ritornare a Venezia con periodicità quasi annuale.
In Fondamenta degli Incurabili, presentato nel 1989 su richiesta del Consorzio Venezia Nuova, emerge tutto l’amore di Brodskij per la città, che ”a tratti assume connotati femminili ed erotici, a tratti suscita in lui una dimensione divina: l’acqua rispecchia Dio ed è l’immagine del tempo.Venezia è la città che più di ogni altra dialoga con l’acqua e la sfida con quella proprietà che il tempo-acqua, non possiede: la bellezza”. Leggo questa nota nel sito Turismo Letterario che caldeggia la lettura del volume di Brodskij  prima di visitare Venezia. [Consulta il blog]
Ma ascoltiamo le parole, stavo per scrivere i versi, con cui Brodskij conclude la sua memoria di Venezia: ” […] acqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in gran parte d’acqua, serviamo la bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama” (Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Milano, Adelphi).

Il momento migliore per cogliere la visione di Venezia è l’alba. Quando la realtà turistica quotidiana non l’ha ancora inghiottita con tutto il suo ciccaleccio, è possibile sentire la città pulsare di vita propria attraverso l’ascolto delle sue pietre. Ed è il momento che ricorda di più la città prima della costruzione della ferrovia e della stazione, prima che l’impero Austro Ungarico promuovesse la costruzione del ponte ferroviario tra il 1842 e il 1846.
Sin dagli inizi dell’Ottocento i turisti inglesi, come il critico e professore d’arte John Ruskin, erano arrivati via mare e sbarcati in Piazzetta. Ed è con John Ruskin che, dopo esserci ripresi  dalla meraviglia iniziale dell’incontro con Venezia, mentre ci addentriamo nella città ancora deserta, assaporando fino in fondo l’odore dell’acqua salmastra nell’aria, continuiamo a ripetere quasi inconsapevolmente, l’esclamazione con cui lo scrittore inglese inizia il suo Diario Italiano 1840-1841, descrivendo il suo arrivo in laguna: “Grazie a Dio sono qui!” (John Ruskin, Diario Italiano 1840-1841, Mursia).

Vagando per calli e passando ponti lo sguardo abbraccia contemporaneamente cielo, terra e acqua, gli elementi fondamentali della vita. Non ci sono volumi, ma superfici, dove la luce riflessa dall’acqua si appoggia come un lenzuolo luminoso ricoprendo le facciate dei palazzi e passando per il vuoto dei ricami di marmo che impreziosiscono finestre, capitelli, bancali, cornicioni ne determina il ritmo. Un ritmo continuo. A Venezia infatti “il primum non è l’edificio singolo, ma ciò che lo lega agli altri in una continuità figurativa che è il canale, la calle, infine la città intera (Catalogo mostra Venezia e Bisanzio, Electa). Certo, continuità non tra le forme plastiche, ma tra le superfici, ma anche metafora di una comunità che è sopravvissuta perché gli uni hanno trovato appoggio negli altri, e dove anche ciò che potrebbe separare, il canale, viene congiunto da un ponte, mai collocato a metà del corso d’acqua, ma quasi sempre prima del suo sbocco, per garantire la continuità di passaggi e di sguardi.
Qui l’urbanistica e l’architettura non sono ottenute tracciando con la squadra angoli retti, prospettive perfette, simmetrie razionali: “non vi sono che incroci, rotture, deviazioni…cerchi deviati, verticali barcollanti, pilastri di diversa grossezza, capitelli eterogenei, spallette esitanti…nessuno schema unificatore”. Domina l’irrazionalità, o meglio una differente razionalità. Ed è la stessa logica che ha permesso a comunità le più diverse, per religione e provenienza, quali ebrei, turchi, dalmati, albanesi, greci, tedeschi di poter convivere in modo pacifico sotto lo stesso cielo.

Infine, arrivati a San Marco, il sogno  si concretizza e prende forma nella visione della Basilica d’Oro e qui le ultime, poche certezze cedono, come diceva scherzosamente Jean Cocteau, vedendo i piccioni camminare e i leoni volare. Una volti entrati nella Basilica, prima del mezzogiorno, è possibile infine vedere i raggi del sole che, colpendo l’oro dei mosaici, inondano lo spazio sotto le cupole di una luce vivida e calda. Alzando istintivamente gli occhi per scrutarne l’origine, lo sguardo non riesce a sostenere l’intensità ma, abbassandosi umilmente a cospetto di tanta bellezza, riesce a ritrovare la stessa luce dentro di sé.

Cover: foto di Beniamino Marino (cliccare per vedere l’immagine intera)

La terza alba

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979) – Versione cantata, 2015

Un luogo bellissimo, una terra incantata. Ogni cosa intorno si rivela in tutto il suo insolito fascino: crepuscolare, plumbeo, tenebroso… come piace a me.
Farsi attrarre dagli anfratti più bui e misteriosi per il gusto temerario dell’ignoto, e quel piacevole, titillante brivido al richiamo di un pericolo nascosto, imminente, circostante.
Tutto questo è l’Isola di Drüme. Brulla, desolata, remota. Nessuno ci vive… a parte me.
Nessuno vorrebbe mai abitarci. La paura ne è la ragione. Ed è certamente giustificata direi!

Quando ho deciso di trasferirmi quaggiù, tentarono di dissuadermi in ogni maniera.
“Tu sei pazzo! Come puoi fare sul serio?” mi dicevano.
Molti m’avevano accennato di storie tragiche e poco chiare, successe tanto tempo fa proprio su questo roccioso costone affiorante tra le morbide dune liquide dell’oceano, quando ancora gli uomini l’abitavano. Tutti conoscevano la reputazione infausta dell’isola e alcuni ne avevano fatto le spese. E fu proprio quando ho avuto la prova della fondatezza di queste dicerie che ho scelto di venire in questo posto.
Il giorno della mia partenza, l’ultima voce umana che sentii alle mie spalle mi gridò: “Pazzo, torna indietro finché puoi!”

Un villaggio, un tempo florido e popolato da famiglie di pescatori coraggiosi, dominava il centro dell’isola che spuntava in mezzo a un mare tempestoso per gran parte dell’anno. Ma ai pescatori questo non importava, perché erano acque ricche e pescose e ogni giorno regalavano un grasso bottino di pesci, molluschi e crostacei. All’alba i pescatori partivano con le loro barche per ritornare a tarda sera, stanchi ma soddisfatti. Ogni giorno sfidavano le grandi onde, le secche improvvise e le forti correnti per rincorrere i branchi argentei dei pesci che proprio in quelle acque facevano tappa nelle loro incessanti migrazioni. Tutti i giorni, per tanti anni.
Poi un mattino comparve una nebbia fitta, un muro grigio e profondo. Così l’intera isola si trovò come immersa in un limbo spettrale, una bambagia umida e impalpabile che rendeva invisibile tutto quanto, vicino o lontano che fosse.
E il mare stesso s’intuiva dal rumore della risacca.

Ma anche quel mattino i pescatori non si arresero alla perfidia del tempo. Con coraggio e fiducia andarono alle loro barche e salparono, attraversarono il muro di bruma e subito scomparvero alla vista di chi restò a terra.
Quel giorno il villaggio rimase immobile nell’attesa. Per ore la gente non fece nulla se non aspettare il ritorno dei figli, dei mariti, dei padri. Alla sera la febbre dell’inquietudine salì inesorabile quando iniziò a far tardi e nessuna barca era ancora giunta al porto.
Per tutta la notte le donne del villaggio stettero a vegliare il buio, con lo sguardo a quel mare invisibile e la disperata speranza a scalciare nel petto.
L’alba seguente, la nebbia era entrata nell’anima stessa del villaggio, nelle case, nelle stanze, ovunque. Un silenzio tombale era sceso sull’isola, nemmeno gli uccelli marini si udivano, solo il lento, ipnotico sciabordio della risacca restava l’unico ovattato sottofondo.
Tutta la vita superstite era sospesa, tra angoscia e rassegnazione.
Arrivò la seconda notte d’assenza e d’attesa. Alcune donne vagavano con occhi smarriti tra le vie del villaggio a cercare ragione di tanto strazio. Altre, più anziane, restavano in casa a pregare il dio della misericordia. Le spose più giovani inveivano contro quel mare che le circondava e che le condannava all’infelicità e alla solitudine.
La terza alba, nel villaggio bagnato di nebbia e lacrime, s’udì il suono di un corno. I cuori sussultarono, le donne corsero al porto e videro le barche spuntare dal muro fosco. Una dopo l’altra approdarono tutte, e tutti i pescatori a bordo, esausti e assetati, giunsero a terra sani e salvi.
Poco dopo la nebbia si diradò e, da est, un sole potente cominciò ad asciugare le pietre delle case, a scaldare le anime che le abitavano. Tutto tornò a illuminarsi e a colorarsi di nuovo: prima il cielo e il mare, poi gli sguardi e i sorrisi della gente…

Questo accadde tanto tempo fa.
Ora l’isola è diventata uno scoglio deserto, frustato dalle burrasche d’inverno, avvolto dalle nebbie d’estate, evitato dagli uomini tutto l’anno.
Io ne ho fatto casa mia. Da qui posso contemplare la sublime crudeltà dei suoi elementi. Posso espiare i miei peccati godendo della più perfetta solitudine. In attesa, casomai, di qualcosa che arrivi dal mare, di un riscatto, dell’anima che ho perso…
In attesa della mia terza alba.

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979) – Versione strumentale originale, 1979

ALTRI SGUARDI
Alba, dolce e creativa alba

La brezza all’alba ha segreti da dirti. Non tornare a dormire. (Rumi)

IMG_5491Ferrara è bella questa mattina, particolarmente bella. Si risveglia in un’alba avvolta di rosa, quasi petali leggeri cadessero dal cielo, una lacrima di un giovane angelo commosso davanti a tanta bellezza. Sembra una bella addormentata distesa su petali lilla che dolcemente apre gli occhi dopo un lungo sonno. Forse Lucrezia sta vegliando sulla città, con la sua divina eleganza. Forse Ercole si compiace della leggerezza dei passi sui ciottoli di una delle vie più misteriose e avvolgenti d’Europa, che come per magia (e che onore) porta proprio il suo nome. Magari Borso guarda all’ingiù, compiaciuto di tante stradine brulicanti di musica, di poesia e di pensieri, di voltini antichi che avvolgono i turisti, di piccioni che zampettano alla ricerca di bambini che ormai non danno più loro alcun chicco croccante di granoturco. Certo che stamane Ferrara è davvero bella.

Dalla bianca tenda ricamata si intravvedono i tetti addormentati, le nuvole si confondono con quei ricami leziosi e preziosi, preziose esse proprio come loro. In un lungo abbraccio senza fine, quei pizzi e quel cielo rosato si perdono all’orizzonte. Quasi si confondono. Si avvicina la primavera, i peschi sono già in fiore, rosa anch’essi, l’erba spunta irrispettosa e cristallina fra le pietre antiche. Il campanile della cattedrale, alto, elegante e meravigliosamente diritto, saluta il cielo, come ogni mattina, nebbia o non nebbia, sole o pioggia, vento o sereno, da lontano mi da il benvenuto. Ancora, sempre, ogni volta che rientro. Immancabile, puntale, sicuro, certo. Rosa. Sempre. Il solito piccione curioso si affaccia sul davanzale di marmo, sembra aver dimenticato le poche lucciole che ieri sera cercavano spazio. Il rumore dei vetri svuotati dai cassonetti sembra un tintinnio lontano, non da fastidio, in fondo è una sveglia allegra dopo una notte baldanzosa che, nella via, ha salutato amici che se ne tornano a casa. Dopo una bella e profumata birra artigianale e qualche spensierata chiacchiera in più. Gioia, poca noia. Aromi.

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Tutto profuma di rosa. Il cielo, il letto, le lenzuola, il divano, la camicia da notte, il balcone. Tutto sa di bello, tutto sa di felicità. Sono io o questo cielo? Magari lo siamo insieme, felici. L’ultimo lampione si è appena spento, piano piano, lasciando spazio alla luce del sole. Ora lui non serve più, almeno fino a un’altra notte, quella che, preceduta da un altrettanto splendido tramonto rosa, lascerà spazio ai sogni. Buongiorno Este, buongiorno città che necessiti di una piccola sveglia, buongiorno storia, anche la mia.

Che il rosa vi avvolga.

Fotografie di Simonetta Sandri

GERMOGLI
Un nuovo giorno, una nuova vita
L’aforisma di oggi…

maschera navajo
maschera Navajo

La prima Alba ha trovato un bambino,
laggiù verso est l’ha trovato.
Quando l’ha trovato gli ha parlato.
Egli sorride,
pronto alla vita,
ha voce forte e allegra.
E’ un bimbo luminoso,
colmo di pace.

(canto Navajo)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

GERMOGLI
Alba.
L’aforisma di oggi

All’alba del 6 giugno 1944: un enorme corpo di spedizione alleato sbarca sulle coste della Normandia, presso la Penisola di Cotentin, sotto la direzione del generale americano Dwight Eisenhower e il comando operativo del maresciallo britannico Bernard Montgomery, con un poderoso appoggio aeronavale. Un nuovo inizio.

albaOgni raggio dell’alba prenda per mano i tuoi sogni notturni, i più belli. E li conduca alla realtà (Proverbio tibetano)

 

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

LA RIFLESSIONE
Un uomo che avrei voluto conoscere

È difficile ricordare qualcuno che non abbiamo conosciuto e che è divenuto un mito proprio per il silenzio di cui ha saputo circondarsi. Rigoroso nel non rilasciare interviste e disponibile a parlare con le persone che lo incontravano per strada, Michele Ferrero era un uomo di un altro tempo. L’applauso che lo ha salutato ad Alba esprime l’autenticità di sentimenti che vengono da lontano e si sono tramandati in forma di storie.
Ciò che le persone pensavano di lui lo capivi parlando con gli autisti, lungo il tragitto che da Asti conduce ad Alba, tra colline morbide, dopo che ogni traccia delle strade trafficate era stata abbandonata e sembrava lontana. Raccontavano piccoli aneddoti per dire del signor Michele: contadini entrati negli anni cinquanta nella fabbrica della Nutella, che non volevano separarsi dalla loro terra e ricevevano un permesso speciale nella stagione del raccolto delle nocciole; persone che gli erano grate per l’aiuto ricevuto anche direttamente e non solo attraverso le opere di beneficienza, raccontavano che ogni domenica andava in una chiesa diversa per poter distribuire equamente il suo obolo. E poi ricordavano quella volta dell’alluvione, quando gli operai erano andati tutti di mattina prestissimo con stivali e pale per ripulire la fabbrica dal fango. Esempio di come non vi sia bisogno di coordinamento se le scelte sono condivise. E in azienda io, affascinata e curiosa chiedevo ancora: mi raccontavano che il Signor Michele assaggiava di persona la mitica Nutella per verificare che fosse tutto “giusto”, che progettava e pensava a nuovi prodotti che replicassero il successo dei tanti che avevano fatto la storia del cibo che si mangia “per piacere”.
Io raccontavo che con gli Ovetti avevo allevato mia figlia: gli Ovetti erano il gesto dell’incontro, lo spazio di un sorriso per recuperare il contatto dopo l’assenza. Gli Ovetti hanno accompagnato il ritorno a casa di molte generazioni di genitori: per questo hanno mantenuto il carattere di archetipo della sorpresa, persino ora che di giochi ce ne sono tanti.
Mi affascinava, tra l’altro, il fatto che lui, un uomo anziano, mantenesse l’ostinata religione del lavoro e forse era lo stesso sentimento di ammirazione che legava le persone nel racconto di lui. Mi dispiace non averlo conosciuto di persona Michele Ferrero, non leggerò la biografia che molti avrebbero voluto scrivere e a cui lui, schivo, si è sempre sottratto; ma proprio per questo non posso sottrarmi al desiderio di scrivere questo breve pensiero. E se l’autorevolezza e la visibilità possano essere espressione di un lavoro tenace e silenzioso? Mi sembra questa la domanda che ci lascia.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei consumi. Studia le scelte di consumo e i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network.
maura.franchi@gmail.com

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