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Tronco spezzato

La forza del vento impetuosa che non lascia scampo a chi nasconde, sotto una corteccia fiorente, il marciume del proprio animo. È l’invisibile che abbatte il nostro essere. L’impeto improvviso e furioso di un qualcosa che non vedi arrivare. E tra tutti, l’unico ad attrarre l’attenzione e colui che, tra gli altri, si piega e si spezza. Non simbolo di fedeltà alle proprie radici, ma tana e covo per chi ti logora dall’interno. Simbolo, al massimo, del moderno decadimento, con un unico enigma che rimane: Che rumore fa un albero che cade in una foresta dove non c’è nessuno ad ascoltare?

I rumori dell’autunno

di Maria Luigia Giusto

L’autunno lo si percepisce dai suoni, credo. Dopo il silenzio estivo, le strade semi deserte, i negozi in ferie, gli studenti a casa, la città muta. Il festival degli artisti di strada saluta l’estate con le ultime note calde e festaiole, cede il passo alla nuova stagione. Le valigie degli studenti, incerte o già esperte, saltellano sui ciottoli, le biciclette degli scolari sferragliano verso gli istituti, gli autobus rombano più frequenti, i negozi gridano agli ultimi saldi. È autunno, lo senti nell’aria.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
I desideri sotto l’albero

Cosa chiederebbero i nostri lettori all’albero di agrumi? Siamo capaci di racchiudere in una sola riga ciò che vogliamo in questo momento e per sempre? Meglio una lista di desideri da spuntare o una nuova visione con cui affrontare la quotidianità?

Tre rintocchi di felicità

Cara Riccarda.
due anni fa sono stata a Bled, in Slovenia. E’ un posto magico, forse un po’ troppo turistico, ma ha conservato il fascino di una leggenda: una campana portata in una chiesa abbarbicata su un isolotto in mezzo al lago. Se suoni tre volte la campana ed esprimi un desiderio quello si avvererà. Ovviamente ci siamo andati, i bimbi erano agitatissimi e hanno iniziato a sciorinare una serie di giochi/regali/goal a calcio che desideravano. Io ci ho pensato e ripensato, come potevo riassumere tutti i desideri nel tempo dei tre rintocchi? non ricordo le parole esatte ma il desiderio che mi era uscito era di riuscire a cogliere sempre il bello di quello che mi circonda, di riuscire a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto…insomma di costruire uno scudo per la negatività che possa intaccare la mia felicità.
Perché come scriveva Sallustio…Faber est suae quisque fortunae.
M.

Cara M.,
mi piace questo auspicio sallustiano di una sorte artigianale, autonoma, costruita pezzetto alla volta con la propria visione delle cose. Perché in fondo è questo che hai chiesto alla campana, continuare ad avere un approccio indipendente, capiti quel che capiti. Non solo, si capisce che tu la felicità ce l’hai proprio dentro, stretta a te e non vibri come canne al vento a seconda di ciò che accade fuori di te. Una grande conquista. La negatività tende a trapassare, a volte ce la troviamo addosso e non sappiamo il perchè, perciò ci vorrebbe davvero uno scudo, una veste impermeabile, anzi tre rintocchi di campana che la filtrino e non permettano di svuotare il nostro bicchiere.
Riccarda

Un pausa per ascoltarsi

Cara Riccarda,
Alla fine si ottiene tutto: il lavoro, i figli, un compagno, una bella casa.
Però non riesco a stare ferma ad ascoltare quello che ho e così la lista è sempre aperta.
Mi manca la forza per ascoltare il mio respiro e non fare altro che stare bene.
V.

Cara V.,
che la lista sia aperta e fluida non è un male, secondo me. Cosa diversa è la forza per ascoltarti, a partire dal respiro. E non è per niente facile. Ascoltare il nostro respiro è immergersi, entrare completamente dentro di noi, nel buio. Quando ci ho provato, accampando prima mille scuse per non farlo, ho trovato anche immagini sparse qua e là in mezzo alla notte. Un viaggio che ho imparato a percorrere senza paura perché mi rivela sempre qualcosa di diverso che a occhi aperti non vedrei.
Riccarda

Alla fine un solo desiderio

Cara Riccarda,
qualche anno fa la lista dei miei desideri sarebbe stata lunghissima. Ora mi sono resa conto che il tutto può essere riassunto in un unico desiderio: serenità. Include un po’ tutto… salute, tranquillità economica, un amore tiepido ma rassicurante. Per me e per i miei cari.
È poco? Non mi sembra. È limitante? No, perché ciascuno ha un concetto di serenità diverso. È raggiungibile? A fatica. Ma non bisogna mai smettere di tentare.
Silvia B.

Cara Silvia B.,
immagino i desideri come le stagioni: si avvicendano, entrano uno nell’altro, ti trovi a sudare e due giorni prima avevi freddo. Se in tutti questi passaggi, fossimo accompagnati dalla serenità, sarebbe bello. Ma anche l’imperturbabilità, che metterei un passo prima della serenità, è una meta, una richiesta che dovremmo fare a noi stessi perché a sentirsi sbattuti di qua e di là si sta male. E a un certo punto non bisogna più permetterlo.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’albero dei desideri

Che la mamma cucini come la nonna
Un bacio in più
La sufficienza a scuola
Che Michela mi sposi
Le cene con gli amici
La persona giusta
Felicità

Appesi a un albero di agrumi nella serra di Fico (Bologna), i messaggi che le persone hanno scritto, addobbano i rami come fossero frutti.
Sono pensieri lanciati all’universo più che foglietti attaccati a un fusto, sono le sintesi che i cuori fanno quando una riga deve contenere il desiderio di quel momento e che possibilmente valga sempre.
Il concetto trasversale e più contagioso è felicità, alla fine la chiedono tutti. La cena con gli amici non è forse anche quello un momento felice? Aspirare alla felicità sembra più semplice che coglierla e vederla, affidarla a un albero fa pensare di esserle vicini, magari a un passo, come un frutto un po’ troppo in alto, ma raggiungibile. Bisognerebbe imparare a farci caso quando si è felici, come diceva Kurt Vonnegut, ma questo farci caso non è che arriva sempre un attimo dopo che la felicità è passata? Siamo capaci di viverla proprio mentre accade respirandola tutta o abbiamo bisogno di un leggerissimo scarto di tempo per averne consapevolezza e riconoscerla? Siamo davvero in grado di stare nel momento felice così come ci stiamo e crogioliamo, struggendoci, quando siamo tristi?
I biglietti erano finiti e i rami ormai troppo pieni, così non ho potuto agganciare i miei desideri all’albero, però ho ripassato a mente la mia lista, bella confezionata e abbastanza antica, che affiora sempre in questi casi. Mi sono accorta che su tante voci, la spunta c’era già, mentre altre non mi interessavano più. La mia lista dei desideri, quella scritta bene, precisa, lunghissima che era diventata una specie di litania nei momenti peggiori, non era più vera: scaduta, dimezzata.
Quei desideri mi avevano fatto compagnia per così tanto tempo che un po’ mi dispiaceva salutarli. Allora ne ho pensato uno solo, attuale e del colore degli agrumi.

E voi cosa scrivereste sull’albero di agrumi?

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

La magnolia innamorata

di Maria Luigia Giusto

Imponente, sfavillante, sempreverde, con la chioma al vento, profumata di fresca vaniglia e limone in primavera, vestita con una cascata di candidi petali carnosi, più alta di tutte che guardandola dal basso sembra non finire mai, fino al cielo. La magnolia è intricata, gioca a tessere reti di rami. I suoi frutti sono di grani carmini, sembrano melograni allungati dirompenti. I passeri l’amano, è il loro condominio: i rami più protesi verso l’aria sono rifugio perfetto per scappatelle primaverili, quelli interni e frondosi caldi nidi protetti dal freddo e dai pericoli. Nelle sere d’estate non sono gli unici abitanti: tra le foglie spesse, grandi e scure si nasconde dagli sguardi una gioventù vivissima. ALE TI AMO TROPPO. Alessia, o Alessandra, si chiama così. Bel nome per un albero! Protettrice, in generale, o degli uomini. L’avrà scritto uno di loro? Suvvia, i passeri non sanno scrivere!

Alberi diventano opere d’arte nelle foto di Luca Zampini

Alberi che sembrano disegni a china o incisioni raffinate, tirate fuori da un cassetto di tanto tempo fa. Invece quelle figure frondose immerse nella ruvidezza bianca della carta ritraggono piante che vivono intorno a noi, nella campagna poco fuori Ferrara, ma anche in Basilicata, in montagna, lungo la strada tra Sabbioneta e Parma. L’autore è Luca Zampini, fotografo, che ha usato la macchina fotografica per realizzare panoramiche creando ritratti ad arte per ciascun albero. Dietro ogni opera c’è una serie di scatti fatti da tante angolazioni, girando intorno ai fusti monumentali adocchiati su una collina, in mezzo a un campo, a volte lungo il ciglio di una strada. Sono le piante immense e solitarie del territorio di Ferrara e non solo, protagoniste della mostra ‘Trees – Alberi’, che sarà inaugurata sabato 28 ottobre alle 18 alla Galleria Carbone, via del Carbone 18/a a Ferrara (la piazzetta del cinema Apollo).

Carolina Marisa Occari fotografata da Luca Zampini davanti al suo ciliegio, a Stienta

Una serie che l’autore chiama ‘Avvolti’ perché il risultato è il frutto di una sequenza di scatti avvolgente, “come una rete di attenzione, affetto, protezione” con la quale il fotografo circonda quei pioppi solitari, quei platani, un pino loricato tutto inclinato sulla roccia, il gelso strabordante di rami, la grossa farnia, un ulivo. Le immagini realizzate per ciascun soggetto sono state poi trattate e sovraimpresse una sull’altra su carta pregiata, come quella che si usa per gli acquerelli. E lì l’albero finisce per rivelarsi nella sua sfaccettatura in un modo etereo e poetico, realistico a guardarci bene, ma che al primo impatto appare pittorico, inchiostrato. Uno stile e una tematica che – subito – mi ha fatto pensare alle incisioni di Carolina Marisa Occari, l’allieva prediletta da Giorgio Morandi, che amava così tanto la natura e la sua terra padana, disegnate e dipinte fino agli ultimi giorni della sua vita. E che, questa passione, ha saputo infonderla a tutta la sua famiglia. Perché la Occari è la madre di Luca Zampini, e la dedizione per il mondo naturale l’ha trasmessa a lui così come a tutti gli altri suoi figli (Laura, Luigi, Licia) come pure ai suoi allievi, educati allo stupore davanti alla natura, cresciuti imparando a osservare le nervature del legno, a godere della luce del sole filtrata dalle fronde, a stupirsi davanti al cielo specchiato sui canali.

Gelso della serie “Alberi – Avvolti” di Luca Zampini

“È vero – dichiara di getto Luca – questo lavoro è partito pensando a lei, all’opera di mia mamma e a quell’amore per gli alberi che mi ha comunicato da piccolo e che poi è cresciuto con me, giocando sopra ai rami quando ero bambino e poi, da adulto, incantandomi davanti alle piante enormi e solitarie, durante le passeggiate e le escursioni fuori città, dove vado apposta perché qui intorno non vedo grandi alberi e finisco per girare fino a che non ne trovo uno e allora mi fermo, incantato, per poterlo ammirare in ogni suo dettaglio, abbracciarlo, fotografarlo”.

Un lavoro di ricerca che è durato quattro anni, dal 2013 al 2017, durante i quali Luca Zampini ha messo insieme una raccolta sfaccettata, partita come omaggio a sua madre. Già di sapore pittorico era in qualche modo uno degli ultimi scatti fatti da Luca a Carolina Occari, nel 2013, con lei immersa nel suo giardino-bosco di Stienta, sulla riva veneta del Po a una quindicina di chilometri da Ferrara. In quel ritratto il bianco e nero fotografico sembra evocare la tecnica dell’incisione. Carolina è seduta sotto la luce del sole con lo sguardo rivolto all’immenso ciliegio davanti a lei, “l’albero – dice Luca – che mia mamma amava di più, diceva che le assomigliava, che era molto vecchio ma continuava a dare ogni tanto dei frutti”. La ricerca da lì si è evoluta come espressione personale, fino a creare la cifra stilistica delle raccolte di immagini arboree a cui Zampini ha dedicato questa ricerca e che ora vanno per la prima volta in mostra, mentre l’autore ha fatto una scelta radicale anche a livello professionale, decidendo di dedicarsi alla fotografia a tempo pieno.

Sguardo arboreo per la serie ‘Alberi – Occhi’ di Luca Zampini

Il progetto, partito dall’osservazione della natura, confluisce così in due tipologie di immagini: la serie di alberi “Avvolti” e poi l’altra, con alberi più esplicitamente fotografici ma con colori falsati, artificiali, quasi post-apocalittici, che compongono la seconda parte della mostra con la serie intitolata ‘Occhi’. Perché, in questo secondo gruppo, gli alberi si animano e sono loro in qualche modo a puntare l’attenzione sullo spettatore. Una di queste immagini è stata esposta in anteprima proprio un anno fa, in occasione della mostra ‘Omaggio all’Orlando Furioso per la ricorrenza dei 500 anni di pubblicazione del poema di Ariosto. Un albero, quello, in cui il curatore della mostra Roberto Roda aveva visto ‘L’amante di Alcina’, il personaggio di Astolfo trasformato in mirto dalla maga. E in effetti i soggetti di questa serie possono apparire sia come portatori di una richiesta di aiuto ambientale e di rimprovero per la disattenzione umana sia – più favolisticamente – come esseri animati, creature in qualche modo letterarie, che sottilmente narrano una storia altra, che attraversa il tempo e lo spazio in una dimensione quasi onirica.

La nota critica alla mostra è di Lucia Boni, poetessa.

[fare clic sulle immagini per ingrandirle]

Locandina della mostra di Luca Zampini – Galleria Carbone, Ferrara 2017
Immagine della serie “Alberi – Occhi” di Luca Zampini
Sguardo della natura nella serie “Alberi – Occhi” di Luca Zampini
Pianta sulla strada verso Parma della serie “Alberi – Avvolti” di Zampini
Pioppi bianchi della serie “Alberi – Avvolti” di Luca Zampini

‘Trees – Alberi’, Galleria Carbone, in via del Carbone 18/a, Ferrara, da sabato 28 ottobre (ore 18) al 12 novembre 2017. Visitabile dal martedì alla domenica ore 17-20 e nei festivi anche 11-12.30 (chiuso lunedì e martedì ). Ingresso libero.

ARTE
In mostra le luci e le ombre di Artemisia Gentileschi, l’eroina protofemminista dell’Italia barocca

La mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo” è visitabile fino all’8 Maggio a Palazzo Braschi a Roma

Nata da un’idea di Nicola Spinoza e curata dallo stesso per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari, per la sezione fiorentina, e da Judith W. Mann per la sezione romana, la mostra si avvale di molti prestiti di musei stranieri e presenta accanto alle opere di Artemisia, anche quelle dei grandi protagonisti del Seicento, come Cristofano Allori, Simon Vouet, Giovanni Baglione, Antiveduto Grammatica e Giuseppe Ribera. Ancora riflettori su Artemisia Gentileschi: dalla prima mostra monografica in Italia su Artemisia Gentileschi (Roma 1593 – Napoli dopo il 1654), organizzata più di venticinque anni fa presso Casa Buonarroti a Firenze, un susseguirsi di iniziative hanno prepotentemente contribuito alla conoscenza e all’affermazione artistica di una delle più affascinanti donne artiste che, come capita alle figlie femmine di grandi personalità, era considerata ‘una costola’ del più noto padre, famoso caravaggesco romano.

Con la curatela di Keith Christiansen e Judith W. Mann, nel 2001 fu realizzata una mostra su Orazio e Artemisia Gentileschi a Palazzo Venezia a Roma, in cui vennero precisati infatti i debiti della figlia verso il magistero paterno. Un impianto monografico molto ampio ha caratterizzato, invece, la bellissima mostra del 2011 di Palazzo Reale a Milano, curata da un comitato di alto livello scientifico, che ha attraversato in modo anche narrativo la produzione artistica della Gentileschi nei suoi molteplici spostamenti. Le note vicende biografiche, il padre violento, il lungo processo per stupro, il marito ignavo e i grandi amori della sua vita, incisero sulla sua determinatezza caratteriale come ben mise in risalto Anna Banti, moglie di Roberto Longhi nel suo romanzo storico su Artemisia del 1947, diffondendone l’immagine di donna combattiva, orgogliosa, dotata di spirito di indipendenza e intraprendenza, doti che le permetteranno d promuovere il proprio talento straordinario presso le Corti di mezza Europa. La Banti sottolinea anche come Artemisia sia stata una delle prime donne della storia capaci di affermarsi con il proprio lavoro e al contempo dotate della singolare capacità di promuoversi tra chi contava davvero.

E tutto il suo modo di essere ne ha fatto, prima che un’artista di rango, un’eroina protofemminista. E’ nella letteratura artistica della seconda metà del secolo scorso che si va consolidando la fama di Artemisia a scapito di quella del celebre padre “condannato ormai a vivere all’ombra della figlia.” Ma è con il contributo della prima generazione di studiose femministe storiche dell’arte che Artemisia è stata riscoperta ed è entrata nella storia dell’arte da protagonista. Le sue opere, infatti, occupavano un posto di grande rilievo nella mostra ‘Women Artists : 1550 – 1950’ allestita nel 1976 al Los Angeles Country Museum of Art curata da Ann Sutherland Harris e Linda Nochlin. L’esposizione americana ha indotto Mary Garrad a intraprendere un lungo studio della produzione pittorica dell’artista romana, culminato nella monografia del 1989 dal titolo ‘Artemisia Gentileschi: The Images of the Female Hero in Italian Baroque Art’. L’autrice insiste sull’incomprensione ed emarginazione subite da Artemisia nell’ambiente artistico, dove era ritenuta più un personaggio fuori dal comune, quasi un fenomeno in quanto donna artista in un mondo sociale esclusivamente maschile.

Del resto anche gli studi di stampo femminista che l’hanno portata all’attenzione del pubblico, hanno concentrato il loro interesse sulla sua particolare biografia, mettendola in connessione con le qualità espressive del suo lavoro. Per cui, spesso, si è istituita una relazione tra la violenza sessuale subita nel marzo 1511 da parte di Agostino Tassi (1578 – 1644) collega e amico del padre e la violenza espressa nei dipinti giovanili, in particolare nelle due versioni di ‘Giuditta che uccide Oloferne’ (Napoli, Museo di Capodimonte; Firenze, Galleria degli Uffizi). Che il desiderio di vendetta si sia concretizzato in queste opere, crudeli ed eroiche ad un tempo, è probabile: tuttavia il soggetto era ambito dai collezionisti ed era già stato trattato da Caravaggio, fonte di ispirazione sia per Orazio che per lei stessa. Se la fama dell’artista è ancora oggi legata alle sconvolgenti vicende personali degli anni giovanili, sarà lei stessa con lo sguardo rivolto al futuro ad avere la rivincita attraverso il proprio lavoro. Infatti, nel 1614 fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del disegno di Firenze e potè godere della protezione dei Medici. Nel decennio successivo entrò a far parte dell’Accademia romana dei Desiosi. Nel suo ritratto inciso da Jerome David in cui si celebra il legame di Artemisia con l’Accademia è chiamata “pittrice celeberrima, prodigio della pittura, più facile da invidiare che da imitare”. Il soggiorno fiorentino (1613 – 1620) è anticipato da un’opera ardita e inconsueta per una donna artista, solita eseguire ritratti e nature morte: il nudo. Riconosciuta quale prima opera autografa e firmata, ‘Susanna e i vecchioni’ (Pommersfelden, Stiftung Schloss Weissenstein) rivela, malgrado la luce chiara e l’atmosfera tonale classica derivata dal padre, dirette relazioni con la pittura romana di Caravaggio nella figura della giovane donna solidamente naturale nelle forme femminili, nei lunghi capelli ramati e nella fronte corrucciata, mentre il tipico gesto di Susanna di protezione-ripulsa, trova un famoso prototipo caravaggesco nel chierichetto urlante del ‘Martirio di san Matteo’ a San Luigi dei Francesi a Roma.

Nel capoluogo toscano, Artemisia si trasferisce dopo il processo contro il suo violentatore Agostino Tassi e in seguito al frettoloso matrimonio con il mercante fiorentino Pierantonio Stiattesi, combinato dal padre per garantire la moralità della figlia. Nella città medicea, sotto la protezione di Filippo Buonarroti (nipote di Michelangelo) e di Galileo Galilei, nascono le sue appassionate e sensuali eroine dotate di pathos barocco come la ‘Maddalena penitente’ (1616 – 18, Firenze, Palazzo Pitti), “Giuditta e la fantesca Abra” (1617 – 18, Firenze, Palazzo Pitti), ‘Santa Cecilia’ (1617- 18, Roma, Galleria Spada), “Giaiele e Sisara” (1620, Budapest, Szepmuweszeti Museum), ‘Giuditta decapita Oloferne’ (1612-13, Napoli, Museo di Capodimonte e la variante del 1620, Firenze, Uffizi). Ancora un approccio al luminismo caravaggesco nella ‘Maddalena’, non più controriformata con teschio in primo piano e ombre nere, ma immagine femminile dolce e misteriosa, illuminata dall’alto a dissolvere i contorni e spingere in primo piano la dinamica silhouette avvolta in un lussuoso abito di seta gialla (il giallo era il colore dell’abito delle cortigiane): saggio di bravura di Artemisia per Cosimo I, caratterizzato da due iscrizioni dipinte nella spalliera della seggiola da camera (firma) e nella cornice dello specchio. Eroina sospesa tra ansia e esitazione è Giuditta nel celebre dipinto ‘Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne’ .

E’ ancora una Giuditta caravaggesca con elaborata acconciatura di capelli color rame e il volto insistito come un autoritratto (come del resto nella ‘Maddalena penitente’). Stoffe, drappeggi, gioielli e sfumature di colore connotano la composizione concentrata e il ritmo teatrale assecondato dalla luce notturna, che sottolinea la violenza ancora incombente nello sguardo di Giuditta. E’ chiaro che Artemisia nel suo essere estroversa, loquace, aggressiva, ha scelto in questi anni la narrazione retorica del melodramma teatrale tanto in voga nel primo Seicento fiorentino. Se delle due celebri redazioni di “Giuditta decapita Oloferne”, la prima ideata da Artemisia agli esordi del periodo fiorentino (Napoli Capodimonte), costituisce uno dei suoi più maturi saggi caravaggeschi, interpretandone la carica emotiva e il luminismo con contrasti drammatici di chiaroscuro, “la seconda, nella sua redazione degli Uffizi è sontuosa nell’impeccabile e studiata composizione triangolare, nel dinamismo accentuato dall’evidente torsione del busto di Giuditta e del corpo rantolante del re assiro. Uno sguardo narrativo descrive i volumi del letto ricoperto di raso bianco, l’accurata acconciatura, il bracciale d’oro con cammei, la resa dei tessuti (…) sino ai sottilmente frangettati lenzuoli di lino. Inondata di luce la tragedia della morte violenta per decapitazione è spinta sul proscenio di un teatro dell’orrore spettacolare come un dramma barocco” (F.Solinas, 2011).

[CONTINUA…]

Susanna e i vecchioni
Maddalena penitente
Giuditta e la fantesca Abra
Giuditta decapita Oloferne

IMMAGINARIO
Cielo stellato
La foto di oggi…

Occorre il buio per vedere la luce: quando a splendere è lo sfondo.

“Il chiaroscuro risulta nella realtà dalla diversa posizione delle varie parti di un corpo rispetto alla sorgente luminosa” – si legge sull’enciclopedia Treccani -, e nella storia dell’arte noi italiani siamo stati i maggiori a riprodurre il gioco di luci e ombre, con Leonardo, Michelangelo e Caravaggio.

In foto: Ferrara, all’ombra di un albero del Parco Pareschi.

Physis, arte e natura:
la mistica dell’albero
nell’opera di Amir Sharifpour

Elabora gli aspetti naturalistici e mistici dell’albero attraverso la creta, plasmandola con antica sensibilità. Scultore persiano, ma ferrarese d’adozione, Sharifpour ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. In qualità di scenografo collabora con il Teatro Comunale Abbado di Ferrara.
Sharifpour crea forme naturalistiche antiche che si aprono e si chiudono, si allungano e si torcono, accolgono ed escludono, facendo diventare lo spettatore protagonista di un’esperienza visiva unica che coniuga arte ed estetica, sensibilità e natura. Le opere di Sharifpour dialogano con la luce: le loro superfici ricoperte da segni arcaici sono per la luce, come le foglie di un albero.
Lo Sma (Sistema museale di Ateneo) dell’Università di Ferrara dal 20 marzo al 9 aprile ospita la mostra personale dello scultore Amir Sharifpour intitolata “Physis, Natura”.

Sharifpour scrive dell’Albero: “Nel più lontano passato, molto prima che l’uomo facesse la sua comparsa sulla terra, un albero gigantesco s’innalzava fino al cielo. Asse dell’universo, le sue radici affondavano fin negli abissi sotterranei, i suoi rami arrivavano all’empireo. L’acqua attinta dalla terra diventava la sua linfa, dai raggi del sole nascevano le sue foglie, i suoi fiori e i suoi frutti.
Attraverso di lui, la sua cima, raccogliendo le nuvole, faceva cadere le piogge fecondatrici. In lui il cosmo si rigenerava in perpetuo. Fonte di ogni vita, l’albero dava riparo e nutrimento a migliaia di esseri. Tra le sue radici strisciavano i serpenti, gli uccelli si posavano sui suoi rami. Anche gli dei lo sceglievano per soggiornarvi.
Ritroviamo quest’albero cosmico in quasi tutte le tradizioni ed è lecito supporre che sia esistito dappertutto, anche là dove la sua immagine si è cancellata. L’Albero, simbolo di vita in continua evoluzione, in ascensione verso il cielo, evoca con grande forza il simbolismo della verticalità. Esso riunisce tutti gli elementi: l’acqua circola con la linfa, la terra si integra al suo corpo attraverso le radici, l’aria nutre le sue foglie, il fuoco si sprigiona dal legno se strofinato.
L’albero è simbolo della perpetua rigenerazione e perciò della vita nel suo senso dinamico. È carico di forze sacre perché è verticale, fiorisce, perde e ritrova le sue foglie, e perciò si rigenera: muore e rinasce innumerevoli volte. L’albero è anche considerato un simbolo dell’unione fra il continuo e il discontinuo: rami, ramoscelli, foglie sono legati e l’albero è la loro unità”.

Oggi abbiamo dimenticato come leggere quei segni, che ci appaiono arcaici, che dialogano con la materia e celano verità occulte. Qualcuno ha scritto il segreto degli alberi, ma ora non riusciamo più a comprenderlo. Come fare? Forse tentando una passeggiata in un bosco, in un giardino? E quando dovremmo farla? Forse oggi, il primo giorno di primavera, un giorno nuovo. L’inaugurazione della mostra di Sharifpour è venerdi 20 Marzo alle 18.

Amir, quale è la tua esperienza con la Natura?
Tutti noi abbiamo ricordi che riguardano la Natura e soprattutto gli alberi. Sono nato e cresciuto in montagna. Questa mia esperienza di vita era ed è stata affascinante, mi ha dato l’opportunità di lavorare e modellare la creta e creare le forme proprie del mondo vegetale.

Cosa cerchi nella scultura?
Nel lavoro dello scultore il tatto è importante. I miei studi e la formazione nella scenografia teatrale mi portano alla curiosità per la ricerca di nuovi materiali. I miei preferiti sono il legno e la creta. Scolpire il legno per me è come un viaggio per cercare e trovare la forma dentro lo stesso materiale. Plasmare la creta è più in particolare un viaggio di ritorno alla mia infanzia, a quello che è il luogo in cui sono nato. Un’alta montagna con la sua natura stupefacente, alberi giganti che con i loro rami e le foglie toccano il cielo.

Siamo quindi tutti alberi?
Uomo e albero sono due elementi simili. Due elementi verticali che uniscono la terra e il cielo. L’albero cresce ad anelli concentrici, scavando e seguendo un cerchio di crescita si trova la sua forma a una determinata età. Si riscopre una parte della sua esistenza, del suo vissuto.

Perché hai scelto di inaugurare la tua mostra il 20 Marzo?
Il 20 Marzo è il capodanno persiano che cade il primo giorno del mese di Farvardin, in una data corrispondente al 21 Marzo del calendario cristiano, ovvero con l’inizio della primavera (in alcune località lo si festeggia il 20 o il 22 Marzo). Il termine NowRuz (Norooz) deriva dall’unione di due parole del persiano antico: Now, nuovo, e Ruz, giorno. Un “nuovo giorno”.

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Redazione

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