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La guerra del reporter

 

Sono coraggiosi, hanno un profondo senso del ruolo, una lucidità e uno slancio particolare che li accompagna, li sostiene nel loro agire, permette loro di muoversi agilmente in una delle maggiori catastrofi della storia umana: la guerra.
Sono i corrispondenti, gli inviati speciali in situazioni di conflitto bellico, i fotoreporter: professionisti uomini e donne che vivono la guerra per descriverla e riportarne tutti gli aspetti militari, politici, geopolitici ma anche economici, diplomatici, umanitari, alla ricerca di informazioni, testimonianze, scenari e conferme in territori dove pericoli, minacce, rischi sono una assurda normalità.

Seguono l’evento bellico attraversandone ogni dettaglio, le operazioni militari, l’evolversi o l’involversi delle azioni, il destino dei civili, i bruschi cambiamenti ambientali. Le difficoltà che incontrano non riguardano solo le cannonate, i missili, le mine, i droni e le bombe intelligenti ma anche il mettere insieme le tessere di un mosaico che ogni istante può cambiare.  Ci vuole fegato e curiosità, tanta preparazione, intraprendenza e visione, contatti giusti, sangue freddo e acume, per affrontare tutto questo.

Cinema, letteratura, immaginario popolare hanno creato un alone mitico attorno alla figura del giornalista di guerra, attribuendogli spesso le caratteristiche dell’eroe che, a modo suo, combatte con la  scrittura e le  immagini accanto al soldato. Nella realtà dei fatti, più che di eroismo generico da celebrare si deve parlare di vita in tempo di guerra, dove ogni azione diventa un azzardo e ogni giornata è sospesa in attesa della seguente, seguendo gli esiti degli interventi armati e i tentativi di sopravvivenza della gente comune: in epoche passate come oggi, con la penna di ieri e con le tecnologie attuali.

E’ una strana fatalità che questa figura professionale sia nata proprio in Crimea con William Howard Russell (1820-1907), giornalista irlandese, definito “L’uomo che inventò le corrispondenze di guerra”, il padre dei reporter di guerra.
Dopo varie esperienze giornalistiche a Dublino, venne assunto a Londra dal Times, il giornale più prestigioso e diffuso dell’epoca, con le sue 20.000 copie vendute, dove si occupò di servizi che riguardavano l’attività parlamentare con competenza, affidabilità e indipendenza di giudizio. L’occasione di passare agli onori della cronaca arrivò nel 1854, quando venne mandato in Crimea dal direttore John Delane che aveva ottenuto l’autorizzazione ad inviare un giornalista al seguito del corpo di spedizione inglese per la guerra in quei luoghi, combattuta dal 1853 al 1856 dall’Alleanza tra Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna, contro l’Impero russo zarista, per il controllo dei Balcani e del Mediterraneo.

Quella del direttore del Times era un’iniziativa senza precedenti e, come scrive lo storico Oliviero Bergamini in Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti da Napoleone a oggi : era infatti la prima volta che un quotidiano inviava un proprio dipendente fisso, e per di più giornalista di fama, a seguire con continuità un’operazione militare”.

Nella penisola di Crimea, Russell non poté contare sulla protezione dei militari inglesi e si scontrò con l’attrito degli ufficiali che non gradivano avvicinamenti  e collaborazione con il corrispondente perché, come scrive Bergamini : “la sua presenza al seguito delle truppe era un fatto del tutto nuovo, non avevano ancora elaborato alcun metodo organizzativo per far filtrare e controllare l’informazione”. William Russell doveva provvedere completamente al proprio sostentamento,  gli alloggi sicuri, gli spostamenti, aggirandosi negli accampamenti autonomamente per osservare, chiedere, rilevare fatti e testimonianze.

L’inviato scriveva delle condizioni  di vita miserabili dei soldati inglesi, le difficoltà dei trasporti, le condizioni climatiche insostenibili a cui non erano abituati e le condizioni igieniche delle truppe così carenti da provocare una violenta epidemia di colera. Nella sua cronaca di guerra, William Russell manifestava preoccupazione per i problemi logistici e organizzativi sempre più pressanti che ricadevano sui bisogni dei soldati al fronte. Ma fu la sua descrizione della disfatta militare del “600”, la brigata leggera dell’esercito inglese decimata dalle cannonate russe a Balaclava –  base dei rifornimenti britannici nei pressi di Sebastopoli – a suscitare scandalo e critiche nella madrepatria, dove arrivavano gli scritti, spesso unico mezzo di trasmissione delle informazioni mancando qualche volta il telegrafo, sui quali l’unico filtro operato era quello del direttore.

Le sue corrispondenze, tuttavia, non subirono alcuna censura sostanziale e a Russell rimane il merito di aver documentato e raccontato un conflitto dal punto di vista di “giornalista, prima che cittadino di un Paese che era parte in causa nella guerra, anteponendo la verità dei fatti al patriottismo”.
William Howard Russell ridusse le distanze tra i lettori e i campi di battaglia facendo conoscere più da vicino la straziante realtà della guerra e l’impatto dei suoi articoli sulla politica fu dirompente. Oggi i giornalisti di guerra continuano a raccontare ciò che sta succedendo dai teatri di macerie, il suono costante delle sirene d’allarme, i bunker, le code della povera gente per il pane e l’acqua, le donne e i bambini in fuga, le colonne di carri e quel cielo violato dai lampi dei missili.

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino.” (citato in Randy Kennedy, The Capa Cache)
(Robert Capa)

In copertina: Robert Capa, Indocina ,1954 (Wikimedia Commons)

pugno rabbia aggressività

L’aggressività ai tempi della pandemia

 

Ci sono interrogativi che continuiamo a porci e che regolarmente restano senza risposta, come ad esempio il perché dell’aggressività. Un interrogativo a cui tendenzialmente rispondiamo confondendo i sintomi con le cause. La guerra, come causa delle violenze, ora la pandemia, come causa del disagio giovanile, che sfocia in atti di violenza tra coetanei.

Se fosse così, tutto sarebbe comprensibilmente semplice: cessata la guerra cessano le violenze, scomparsa la pandemia, rientrano il disagio giovanile e con esso gli episodi di aggressione.
Nel dare risposte ai nostri interrogativi tendiamo ad essere condizionati dalle contingenze e dai contesti.

Per cui che un branco di ragazzotti meni un compagno con insulti omofobi e con inni a Mussolini sia un segno dei tempi della pandemia, come ai tempi del colera, francamente andrà bene per farci il pezzo di cronaca o un convegno sull’adolescenza, ma non certo per avere consapevolezza di quello che accade.

È il vizio degli adulti che stanno a guardare e che, una volta individuate le categorie entro le quali classificare il fenomeno, pensano di aver spiegato il mondo e quindi di essere intellettualmente in pace con se stessi.

Freud [Qui] ci ha insegnato che l’aggressività è un dato costitutivo della natura umana, espressione del conflitto tra Eros e Thanatos. Tra il principio di morte e il principio del piacere. Il piacere è vivere, abbracciare la vita contro ogni miasma mortifero, contro i becchini delle nostre esistenze, contro chi coltiva aggressioni e violenze.

Ad Einstein [Qui], che gli scrive interrogandolo sul perché della guerra, Freud risponde che l’aggressività non si può abolire, ma si può indirizzare, deviarla, si può incanalarla, cercando di far emergere l’Eros piuttosto che il Thanatos.

Siamo al dunque. Non siamo necessariamente aggressivi, una pandemia non rende più aggressivi di quanto lo si possa già essere.

Se l’aggressività ci prende, ci fa sbandare, ci induce a violare l’altro come noi, a sottometterlo ai nostri ricatti, ai nostri calci e pugni, al nostro essere branco, è perché qualcuno, che doveva crescere la nostra vita, dalla famiglia alla società, non ci ha insegnato a dirigere le nostre pulsioni aggressive verso la costruzione e la pratica di valori positivi, verso la realizzazione di noi stessi. Non abbiamo incrociato la mano giusta, quella in grado di aiutarci a deviare l’istinto di morte, come dice Freud, per impedire che potesse inquinare la nostra vita e quella degli altri.

Se si legge il Rapporto Istat del 2020 [Qui], al paragrafo La società italiana sotto il lockdown, emerge l’immagine di un paese coeso, con un elevato senso civico, al clima familiare vengono associate parole positive, come ancora di salvezza e fonte di serenità.

Questo quadro dell’Istat nemmeno un anno dopo sembra incrinarsi profondamente, di fronte alle proteste di piazza per le libertà conculcate, ai traumi sociali di giovani costretti alla segregazione.

L’incontro con il male sconosciuto, sempre latente, ha fatto sì che l’aggressività dei più fosse ‘deviata’ a difendere la propria vita e quella degli altri. Ma c’è anche chi quella aggressività ha scelto di orientarla verso Thanatos, scendendo in piazza contro i primi.

‘Vita’ e ‘morte’ sono i poli della violenza e di ogni aggressività e tra questi poli siamo chiamati a scegliere. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che senza aggressività non saremmo neppure assertivi, vivremmo senza progetti e senza conflitti.

L’aggressività è un elemento positivo della nostra umanità. Il tema è quello che pone Freud. L’aggressività va deviata, va orientata, va convogliata verso la vita e non verso la morte, per costruire non per distruggere. È dunque opera educativa dacché veniamo al mondo.

Il buon Rousseau [Qui], che non credeva nel peccato originale, nell’innata cattiveria dell’uomo, pensava che ognuno di noi in natura nasce buono e che a corromperlo sia la società, quindi la stessa educazione.

Ora, noi non alleviamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze come tanti Émile, lontani dagli influssi della vita sociale, i nostri crescono tra la famiglia, la scuola e la società, luoghi di conflitti e di contraddizioni.

Tante ‘comunità educanti’, per riprendere questa espressione alquanto ipocrita tornata di moda. Perché che una comunità sia educante è tutto da dimostrare, come è da dimostrare che siano educanti la famiglia, la scuola, la società.

Famiglia, scuola e società perseguono fini educativi che vanno per conto loro, che non hanno mai avuto come obiettivo i giovani, ma come semmai difendersi dai giovani, o come sfruttarne la gioventù.

Chi salva i giovani? L’ipocrisia degli adulti? Quella che non manca mai, che denuncia l’arroganza della loro incoerenza, quella che i giovani come Greta additano alle nuove generazioni, perché apprendano a riconoscerla e a difendersi da essa.

Chi dovrebbe incanalare l’aggressività di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi, fin dalla prima infanzia, da Thanatos a Eros? Quid Game? Se mai serviva, la serie televisiva ha squarciato il velo sull’inettitudine educativa di tanti adulti, a casa come a scuola, degli interessi sociali che sono sempre e prima di tutto di mercato.

Dell’ipocrisia, con cui ci stracciamo le vesti ogni volta che ci troviamo di fronte ad atti di bullismo, di sopraffazione, di squadrismo giovanile, come se il mondo adulto ne fosse esente e non ne fosse corresponsabile.

Euripide [Qui] scriveva più di 2500 anni fa: «Beato l’uomo che ha conquistato la sapienza / che nasce dallo studio della natura; / nessun danno egli reca ai cittadini, / azioni ingiuste non compie, / ma esamina l’immutabile ordine della natura / immortale, cosa la formi, / e come e perché: / non v’è posto nel cuore di un tal uomo / per il proposito di azioni ingiuste».

Dov’è chi possa oggi offrirsi ai giovani, per accompagnarli e assisterli lungo la strada suggerita dal poeta tragico greco? La famiglia, la scuola, la comunità educante?

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

DOVE GLI ANGELI ESITANO
La relazione viene per prima (G.Bateson)

Nel 1982 il sociologo francese Edgar Morin nel suo Science avec coscience  propone in tredici diverse proposizioni un nuovo approccio integrato, il paradigma della complessità, fondato su una causalità multifattoriale, e lo mette a confronto con quello della Scienza classica, il paradigma della semplificazione, che si fonda su una causalità lineare causa/effetto, inadeguato a comprendere lo sviluppo del sapere in una società avviata verso la terza fase della globalizzazione. Alle soglie del compimento dei suoi cento anni (è nato nel 1921) lo stesso Morin ha  interpretato, in una intervista rilasciata recentemente all’Avvenire, l’emergenza ecologica e la pandemia alla luce di una tripla crisi: biologica, economica e di civiltà [Qui].
Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista di rilevo assoluto, riconosce tre elementi caratterizzanti la crisi dell’uomo globalizzato. Il primo è la solitudine, esaltata paradossalmente dall’iper connessione full time e dal presenzialismo sui social. Il secondo è la cancellazione dei limiti, in un delirio di onnipotenza consumistica seguita da una ricaduta depressionaria, a cui si risponde con l’invito ad ulteriore consumo. Il terzo è la rimozione del nostro essere mortali dalla programmazione inerente il personale progetto di vita. Su Internazionale[Qui] 
Dalla messa in discussione dei concetti assoluti di spazio e tempo ad opera di Albert Einstein, passando per l’introduzione da parte di Heisenberg del principio di indeterminazione, fino al premio Nobel De Broglie con la sua teoria ondulatoria della luce, i nuovi parametri della scienza e del pensiero nella società post moderna sono caratterizzati dalla dinamicità e interdipendenza, dalla complessità.
Le domande poste dalla complessità alla realtà sociale, dalla crisi sistemica e dalla crisi esistenziale all’uomo globalizzato, hanno bisogno urgente di risposte da cercare in regioni da cui trarre nuovi significati, in uno spazio dove possano riconciliarsi posizioni dualistiche non più sostenibili quali mente/corpo, cuore/ragione, spirito/materia , natura/progresso; dove sia possibile diventare “consapevoli del nostro esser parte in ogni istante, nel bene e nel male, di un invisibile e più vasto tessuto dinamico e relazionale tra umani e con altri viventi ”  (S.Manghi, in Dianoia, 23(2016).

La necessità del sacro.

Ebbene, questo spazio esiste, è sempre esistito, ed è quello del ‘sacro’, utilizzato però in questa sede assecondando il significato del suo etimo originario. Sacro è parola indoeuropea che significa ‘separato’. Scopo di queste note è chiarire da cosa. Lontano quindi dall’appiattimento, che abitualmente se ne fa, sulla dimensione religiosa tradizionalmente intesa, qui si intende accogliere la sfida della ‘necessità del sacro’, proposta da un esperto dell’arte della connessione e della flessibilità quale è stato Gregory Bateson (1904-1980). Nato in Inghilterra, figlio di un insigne genetista, sposato con la grande antropologa Margaret Mead, lui stesso antropologo e biologo, contribuì alla fondazione della cibernetica, fu ispiratore di parecchi modelli nel campo della psicoterapia, utilizzati anche dalla scuola di Palo Alto, fino ad arrivare in psichiatria alla scoperta della teoria del doppio legame.
Bateson reinterpreta in modo nuovo il rapporto tra sacro, religione e Fede:
“Due cose sono chiare: primo, che nel porre le domande non metteremo limite alla nostra hybris; secondo, che nell’accettare le risposte ci condurremo sempre con umiltà. Queste due caratteristiche ci metteranno in netto contrasto con la maggior parte delle religioni del mondo, le quali dimostrano scarsa umiltà nell’accettare le risposte, ma grande timore nel porre le domande” (G.Bateson – M.C.Bateson, Dove gli angeli esitano).
Come ricordavamo poco sopra, “accogliere la sfida della necessità del sacro non significa invitare ad una qualche fede religiosa in senso stretto, ma sapere che una qualche fede, che lo sappiamo o meno, alimenta sempre e comunque le nostre percezioni, le nostre parole, le nostre azioni, e apprendere a riconoscerla, ad assumerne la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri” (S.Manghi, La conoscenza ecologica, Cortina).
La nostra capacità di comprendere la realtà è stata deformata dalla rappresentazione cartesiana di una separazione tra l’anima e il corpo. Il rigetto di tale posizione orienta Bateson verso un approccio monista alla realtà e lo conduce sempre più a rappresentarsi la mente e la natura come un tutto inseparabilmente unito. Tutto è unito e in relazione, e qualsiasi relazione funziona secondo criteri diversi della logica finalistica mezzi/fini con cui gli uomini vorrebbero governare i loro affari e il loro sapere. Mentre la logica finalistica governa l’agire razionale utilitaristico, determinando i mezzi più adeguati per raggiungere gli obiettivi, la logica relazionale ci svela i rapporti sottostanti (emozioni, sentimenti, dipendenza/dominanza…).
Riallacciandoci al significato di ‘separato’ del sacro, lo concepiamo quindi tale anche dalla Fede, anzi dalle fedi. Il nucleo essenziale è costituito dal valore della Vita nella sua unità. Quindi è un luogo non legato per forza alle coordinate contingenti dello spazio e del tempo, dove anche i linguaggi antichi, oasi di saggezza abbandonate dal pragmatismo dualistico, possono essere ritrovate (si pensi a quello simbolico, alla ricchezza delle immagini metaforiche offerte dal mito e dalla religione).

La costruzione della realtà.

La Fede, il credere è una precondizione del conoscere; noi crediamo in un determinato sistema di conoscenze, in quella abbiamo fede. Da ciò consegue come afferma Heinz Von Foerster che: “non credo in quello che vedo, ma vedo ciò in cui credo” (in Oikos,1,1990). Dove ‘credo’ equivale a che ‘io vedo la realtà’, orientato da credenze e conoscenze che sono in me e che mi portano a ‘costruirla’ in modo soggettivo.
Riportare le diverse Fedi nell’alveo del sacro significa evitare di affidarne ad una sola la patente della Verità, ma  riconoscere ad ognuna che è in sintonia col sacro valore della Vita, una capacità interpretativa del mondo. Il sacro così definito richiede a ciascun soggetto il dovere di assumersi la responsabilità dei propri atti di fede, poiché la religione, come la concepisce Bateson, non postula uno schieramento giusto, né offre alcuna consolazione.

La stupidità non è necessaria.

Nell’epilogo di un suo testo fondamentale, Mente e Natura (1979) ,conversando con la figlia Mary Catherine sulle motivazioni che l’hanno spinto a scrivere e sulla necessità di comprendere la reale natura della fede e della religione, Bateson dice: “Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant’anni, ho cominciato pian piano a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria alla religione. Ma sembra che non sia così” (Mente e natura, Adelphi).
Animato dal desiderio di evitare ogni pericoloso ritorno al riduzionismo, ad ogni sorta di fraintendimento semplificante e per dare ragione della complessità delle domande sull’esistenza umana, Bateson negli ultimi anni della sua vita arriva a voler ridefinire più accuratamente il dominio del sacro, di una religiosità che si discosta da ciò che comunemente con essa si intende.

Il coraggio di andare dove gli angeli esitano

Di conseguenza, sempre in Mente e natura, troviamo espressa la sua intenzione di dedicare l’oggetto di un suo prossimo libro all’analisi della questione del sacro, anticipandone il titolo con una descrizione immaginifica ed evocativa: un luogo misterioso, eppure ineludibile, dove gli stolti si precipitano e dove gli angeli invece esitano a posare il piede.
Scrive Bateson: “Penso che il mio prossimo libro mi piacerebbe chiamarlo Là dove gli angeli temono di posare il piede, perché è lì che tutti vogliono che io mi precipiti. E’ volgare, sacrilego, riduzionista, chiamalo come vuoi ,arrivare a precipizio con una domanda troppo semplificata (Mente e Natura). Che è come dire: non è possibile arrivare fin sul precipizio, cioè sostare sul vertiginoso, affacciarsi sull’infinito e lasciare la risposta alla causalità del determinismo scientifico e al rozzo materialismo fisicalista. Purtroppo la malattia, che aveva già da tempo attaccato il suo corpo, impedì che una serie di manoscritti preparatori prendessero la forma di un volume compiuto. Questa opera di ricomposizione fu fatta in seguito dalla figlia e uscì col titolo Dove gli angeli esitano, di Gregory e Mary Catherine Bateson. Il titolo del libro allude ad un famoso verso dell’Essay on criticism, Where angels fear to tread, di Alexandre Pope, grande poeta inglese del 1700. E’ un aforisma la cui traduzione può essere così riportata: “ché gli stolti si precipitano là dove gli angeli tremano di posare il piede”.
Il luogo del sacro quindi corrisponde a dove gli angeli esitano a posare il piede e dove invece gli stolti si precipitano vociferanti, poichè ritengono di sapere la risposta o si accontentano di semplificazioni e riduzioni sommarie.
Il sacro invece è identificato con il silenzio, la contemplazione, l’ascolto di sé e del bisogno dell’altro.
Caratterizza il sacro il ‘non-comunicare‘, proprio nel senso che qui non interessa comunicare la propria ideologia, l’aver ragione, ma rendersi conto di ciò che non esiste per noi. Dimensione contraria a quella riguardante i fatti sociali, dove esiste solo ciò che viene comunicato. Diceva Luhmann “nessun presunto fatto oggettivo, neanche una catastrofe ecologica, ha un effetto sociale finché su di questo non si comunica” (N. Luhmann, Comunicazione ecologica, Feltrinelli). Gli angeli – scelti nella metafora quale presenza che sperimenta la vicinanza con Dio –  sono incerti , perché sono prudenti, in quanto sanno che non c’è sicurezza di sorta in territori così misteriosi. La risposta riduzionistica al contrario si affretta a costruire dogmi, decretando così la fine della Fede. Se la Fede è domanda profonda e responsabile, ricerca continua, il dogma cristallizza la risposta in una Verità unica, trasformandola in ideologia, tanto certa quanto sicura anticamera dell’intolleranza, come afferma Paul Watzlawick (La realtà inventata, Feltrinelli).

Una spanna da terra.

Mary Catherine così, con estrema dolcezza, parla del progetto del padre nella introduzione del libro sopra richiamato:
“Gregory capì di essere prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro. Era un terreno al quale si avvicinava con grande trepidazione, sia perché era cresciuto in un ambiente familiare rigorosamente ateo sia perché ravvisava nella religione un potenziale di manipolazione, oscurantismo e divisione. (Dove gli angeli esitano).
Bateson però nella sua ricerca precedente aveva già colto nella domanda religiosa una richiesta di liberazione, che gli scettici non vogliono sussumere, spinti dalla “tendenza, dal bisogno quasi di volgarizzazione della religione, di trasformarla in spettacolo, in politica, in magia, in potere” (Mente e Natura).
Le parole evocative della figlia di Bateson chiariscono non solo lo scopo della sua opera, ma rendono bene la trepidazione del padre che, giunto al termine della sua vita, è consapevole di trovarsi oramai al di là di un confine, il confine del sacro, tra lo spirito e la materia: “Il titolo del libroscrive Mary Catherine Bateson – esprime quindi, tra l’altro, la sua esitazione davanti ad interrogativi che egli sentiva essere nuovi, perché se da un lato derivano e dipendono da suo lavoro precedente, dall’altro richiedono una saggezza diversa e un diverso coraggio. Questo libro è un testamento, ma il compito che esso trasmette non riguarda soltanto me, bensì tutti coloro che sono disposti ad affrontare di petto queste domande” (Dove gli angeli esitano).
Raccogliere la raccomandazione di esitare piuttosto che affrettarsi a dedurre, etichettare, stigmatizzare, significa allegerirci di molte ‘zavorre’, “anche se ci dispiace perché questa zavorra è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza”. Sospettosi verso chi non possiede la nostra verità o verso chi non garantisce una certa ortodossia, preferiamo non entrare in relazione col sacro. Ma per ascoltare il sacro ci deve essere silenzio, bisogna aspettare la pace della sera, dobbiamo accettare di cambiare grammatica e sintassi, dobbiamo ammettere che ciò che si trasforma è, a nostro rischio, il rapporto che abbiamo con noi stessi e con il mondo” (Pier Aldo Rovatti, in Aut aut, n.251,1992).
Dice un apologo zen cheprima dell’illuminazione le montagne e i fiumi sono fiumi; che praticando lo zen le montagne non sono più montagne e i fiumi non sono più fiumi, poi con l’illuminazione le montagne tornano a essere montagne e i fiumi a essere fiumi; ma a quel punto li si vede come da una spanna da terra” [Qui]
Sembra poco una spanna da terra, ma è sufficiente per poter vedere diversamente.

Quando celebrità fa rima con stupidità

Una volta erano i famosi quindici minuti di celebrità, oggi sono ventiquattrore su ventiquattro di celebrità. E quindi cosa non si farebbe per mantenere il proprio seguito di follower?
Kanghua Ren, conosciuto sulla piattaforma YouTube come ReSet, ha pensato bene di riempire un famoso biscotto che generalmente contiene una crema al latte, con del dentifricio, per poi offrirlo ad un senzatetto. Tutto questo solo per poter riprendere la scena, evidentemente considerata dal ragazzo divertente, e farne un video virale.
Ma la corte di Barcellona, ritenendo il giovane colpevole di aver leso l’integrità morale della vittima, lo ha condannato ad una pena esemplare: quindici mesi di prigione, un risarcimento di 20 mila euro da versare all’uomo, nonché la chiusura di qualsiasi account social, YouTube compreso, per cinque anni.
Un episodio come tanti che però, a differenza di tanti, si è concluso con il giusto finale.
La giusta pena per il reato di stupidità.

“Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima”
Albert Einstein

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Pesci e scoiattoli: a ciascuno il suo

di Maria Luigia Giusto

I pesci sanno nuotare. Gli scoiattoli si arrampicano sugli alberi. Entrambi lo sanno fare così bene che è evidente siano nati per quello. Un pesce su un albero non ha modo di esistere. Entrambi hanno capacità innate di adattamento e progressione nello sviluppo che non si pensa possano fare altro perché fanno già magnificamente quello per cui esistono. Ognuno ha delle doti peculiari che deve applicare e migliorare per raggiungere la pienezza del suo essere, il fine intrinseco per cui è al mondo.

“Se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, passerà la sua vita a credere di essere stupido.”
Albert Einstein

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

MEMORABILE
Einstein facile. La relatività per tutti

‘Per intendere le teorie di Einstein: la Relatività’ (1921) è il titolo originale di questo “manualetto” di Egisto Roggero, che da quasi un secolo spiega in forma quasi elementare ai “profani”, con semplici e chiare parole, i concetti e i postulati della teoria della Relatività generale di Albert Einstein, che dal 1915 ha cambiato il modo di concepire l’universo. Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) ha ritenuto di grande importanza recuperare e riproporre in formato ebook questo gioiello di divulgazione scientifica, con il più rassicurante titolo ‘Einstein facile. La Relatività per tutti’.

Inizia la scuola… dovere o piacere?

di Francesca Ambrosecchia

“Almeno mi pagassero per andare a scuola!”
“Ma chi me lo fa fare?!”
Frasi che almeno una volta, ognuno di noi ha detto o sentito per i corridoi. Il mondo della scuola obbligatoria, in momenti di difficoltà o in generale viene spesso percepito come un dovere e non un “piacere”. Si può non provare interesse nei confronti di alcune materie o in altri casi, nel percorso scolastico che si è deciso di intraprendere.
Colpa del sistema scolastico e di come è impostato? Degli studenti che hanno sempre meno voglia di applicarsi e studiare? Per alcuni può trattarsi di momenti di sfogo a seguito di un brutto voto o di una delusione, ma per altri?
Sicuramente di fondamentale importanza è il ruolo dei professori: c’è chi è portato per l’insegnamento e coinvolge anche gli studenti meno interessati e chi si limita a leggere le pagine del libro di testo adottato in maniera piatta e distaccata. Chi è severo e incute timore, chi si approccia ai ragazzi come un loro pari pur pretendendo educazione e rispetto e così via.
Istruire, educare e insegnare non sono sinonimi. La scuola non si limita all’insegnamento della matematica, della letteratura, delle lingue straniere ecc. È sicuramente anche un luogo dove l’educazione e la convivenza civile vengono impartite fin dai primi anni.
Conclusa questa riflessione non mi resta che augurare un buon inizio dell’anno scolastico a tutti con queste parole di Einstein:

“L’insegnamento deve essere tale da far percepire ciò che viene offerto come un dono prezioso, e non come un dovere imposto”
Albert Einstein

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

GIORNATA DEL PI GRECO
Il Liceo Ariosto festeggia Einstein e la matematica tra arte, memoria e gusto

di Francesca Bondi, Beatrice Felisati, Michele Corio*

Il numero 3,14, più noto come ‘pi greco’, è una costante matematica utilizzata per la prima volta nel 434 a.C. da Anassagora per tentare la quadratura del cerchio.
Per celebrare la nascita del grande fisico Albert Einstein, avvenuta il 14 marzo 1879, il 3/14/1879 scrivendo la data secondo l’uso statunitense, in tutto il mondo il 14 marzo si organizza la ‘Festa del pi greco’. Anche se importato in Italia solo dal 2005, il Pi-day ha origini ben più lontane: è nato, infatti, nel 1988 all’Università di san Francisco.

Al Liceo Ariosto di Ferrara la manifestazione si è svolta anche quest’anno, come ormai è consuetudine dal 2010. Gli studenti partecipanti, provenienti dal liceo stesso, ma anche da tante scuole medie della provincia (Bonati, Dante, Portomaggiore e Mesola), si sono cimentati in una serie di giochi di argomento matematico .
Nella sfida della Pi-art sono stati esposti manufatti, disegni e fotografie interpretanti lo spirito del Pi greco. La gara di Pi-memoria consisteva, invece, nel recitare il maggior numero di cifre decimali di questa costante numerica (sono infinite) e il record è stato raggiunto da una minuta ed emozionatissima ragazza di terza media che ne ha ricordate ben 350, a fronte di due agguerrite sfidanti, sempre delle medie, che ne hanno recitato solo, si fa per dire, 277 e 75.
Ma il momento più atteso, dopo una caccia al tesoro nella quale le squadre si sono cimentate in quesiti algebrici e geometrici, è stato il Pi-chef: una gara di torte che è terminata con la premiazione di tre dolci in base ai criteri di bellezza, bontà e ‘matematicità’.

I ragazzi hanno affrontato le sfide con molto entusiasmo e competitività, immergendosi totalmente e, quel che è più strano, volontariamente, nel mondo della matematica, unendo impegno e tifo da stadio.

*studenti iscritti al liceo L. Ariosto di Ferrara

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Pensiero relativo

18 aprile 1955: all’ospedale di Princeton, muore Albert Einstein. Lo scienziato avrebbe espresso verbalmente la volontà di mettere il proprio corpo al servizio della scienza. Thomas Stoltz Harvey, il patologo che effettuò l’autopsia, di propria iniziativa rimosse il cervello e lo conservò a casa propria in un barattolo sottovuoto per circa 30 anni. Il resto del corpo fu cremato e le ceneri disperse in un luogo segreto. Quando i parenti di Einstein furono messi al corrente, acconsentirono a sezionare il cervello in 240 parti da consegnare ad altrettanti ricercatori.

Einstein
Albert Einstein

Per capirci, non sono i frutti della ricerca scientifica a elevare l’uomo e ad arricchire la sua natura, ma lo stimolo a comprendere, il lavoro intellettuale, creativo o ricettivo. (Albert Einstein)

NOTA A MARGINE
La musica del Cosmo (ovvero le onde gravitazionali spiegate ai bambini)

Sono passati tre giorni da quando è stata annunciata e ribattuta dalle agenzie milioni di volte la notizia che, pare, rivoluzionerà le teorie e la ricerca scientifica sul cosmo: parliamo della conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali, mistero ipotizzato da Albert Einstein cento anni fa, la cui presenza sarebbe stata dimostrata da un’equipe internazionale di scienziati dopo decenni di studi.

Alzi la mano chi ha capito al volo di cosa parlassero le riviste scientifiche, i giornali tutti, i tg e i notiziari alla radio. Noi teniamo la mano abbassata. E per chiarirci le idee e comprendere quale portata potrebbe avere una simile scoperta ci siamo affidati in prima battuta a un video divulgativo della Phd Comics, una struttura che produce mini-documentari Ideati da nerd di ogni sorta! Poi, inquadrato il tema, siamo passati alle riviste scientifiche.

Ciò che abbiamo compreso è che le onde gravitazionali sono increspature dell’universo che si creano per la stessa massa delle “cose” che in esso si muovono: stelle di ogni genere, buchi neri e galassie. Secondo la teoria delle onde gravitazionali, per fare un esempio a noi vicino, la Terra gira intorno al Sole non per l’effetto della forza di gravità solare che – come si urla spesso nei film di fantascienza degli anni ’80 – sarebbe fortissima, ma perché il Sole che è un corpo pesante piega l’universo intorno a se, costringendo così i pianeti del sistema a stargli addossati nella rotazione. Quindi, quando grandi masse si muovono interagendo fra loro, causano deformazioni dell’universo, creando onde gravitazionali. Queste viaggiano attraverso il cosmo e arrivano a noi sotto forma di vibrazioni portando la voce di eventi lontanissimi nello spazio e nel tempo.

L’annuncio della scoperta degli effetti della onde gravitazionali fa seguito all’osservazione di un evento cosmico registrato il 14 settembre scorso: la collisione di due enormi buchi neri, con una massa grande rispettivamente 36 e 29 volte quella del Sole, che ruotavano uno intorno all’altro. Si sarebbero avvicinati fra loro alla velocità della luce e alla fine si sono scontrate, generando un unico buco nero che ha per massa la somma dei due e ha emesso una energia pari a tre masse solari, che è arrivata a noi grazie alle onde gravitazionali. Gli scienziati hanno percepito la danza di avvicinamento dei due corpi celesti, testimoniata da un segnale di vibrazione sempre più ampio e frequente durato appena 10 millisecondi. Poi silenzio.

Perché questa “musica” del cosmo sia udibile e misurabile, c’è bisogno che le masse che interagiscono fra loro siano enormi, proprio come due buchi neri e per misurare le deformazioni si utilizza la velocità della luce: se lo spazio si dilata o si restringe, a causa dell’interazione delle masse, la luce del sole avrà una distanza differente da quella misurata in precedenza. Questa è la cosa più difficile da capire: cosa c’entrano i tunnel dei rilevatori Ligo (Laser interfero meter gravitational wave observatory) in Louisiana e vicino Washington con le onde gravitazionali e che cosa significa l’entusiasmo che questa scoperta ha provocato fra gli addetti ai lavori?

Il cosmo è oggetto di teorie, lo studio dell’Universo non può essere empirico e ci si affida alle intuizioni degli scienziati per procedere nella ricerca. Einstein aveva ipotizzato la “teoria della relatività”: la curvatura e la distorsione del rapporto fra spazio e tempo sarebbero state legate alla distribuzione delle masse e dell’energia. Affascinante teoria che destabilizzava l’idea che lo spazio e il tempo fossero lineari, come gli assi della matematica cartesiana. L’aver potuto raccogliere le vibrazioni delle onde gravitazionali ha confermato che il rapporto fra spazio e tempo non è affatto lineare, è soggetto a variazioni, a increspature, e ancora una volta toglie l’uomo dal centro dell’universo e lo relativizza, mettendolo di fronte al fatto che – magari un giorno – attraverso queste stesse increspature sarà possibile raggiungere luoghi infinitamente lontani o tempi diversi da quello in cui viviamo. Ecco, questa è la nuova teoria da confermare o confutare.

Resta la questione dei tunnel: queste strutture di studio, una delle quali presenti a Cascina di Pisa, sono costituite da tubi, chiamiamoli così, all’interno dei quali si fa viaggiare la luce laser per misurare la variazione dello spazio. Quando arriva un’onda gravitazionale, essa contrae lo spazio in una direzione e lo dilata nell’altra. Misurando l’interferenza fra i fasci laser che vengono riflessi da una estremità all’altra i fisici possono misurare in maniera molto precisa se lo spazio si è dilatato o compresso. Le misure sono infinitesimali, parliamo di unità di dieci alla meno ventun metri, e l’effetto delle onde è una vibrazione assimilabile al rumore di fondo del cosmo: gli scienziati del Ligo negli Usa e quelli della Virgo a Cascina, dopo aver raccolto il rumore delle onde, hanno dovuto separarle da tutti gli altri rumori del cosmo per poterle studiare e riconoscere come tali.

Cosa cambia nella nostra vita? Nulla in concreto! Facciamo la spesa come la scorsa settimana e lunedì torneremo a lavoro come sempre, sapendo però che le nostre vite si svolgono in un affascinante sistema universale. E grazie alla caparbia di centinaia di “scienziati pazzi”, visionari che scrutano le stelle, pian piano potremmo capire meglio da dove veniamo, noi essere umani e tutto ciò che ci sta intorno. E un giorno forse qualche nostro pronipote potrà preparare i bagagli per il suo viaggio intergalattico nello spazio o per un’escursione nel tempo, proiettando se stesso in luoghi remoti o in epoche passate. 

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