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Franco Battiato

A ME BATTIATO…
Memorie di un giovane catanese

 

A me Battiato ha fatto chiedere cosa fosse la Patria, anni ’90, periodo delle autobombe, io bambino siciliano, di famiglia militante antimafia.
Fisiognomica e altri album mi hanno fatto domandare e sentire quanto fossi vicino a popoli del sud e dell’est del mediterraneo. Una Sicilia che è sempre stata terra di molti popoli, la stessa che in queste decadi istupidite (e non da sola) dagli schermi, dal tutto fatto e pronto, forse va perdendo questi suoi millenari attributi. Battiato faceva concerti ballando su tappeti persiani, danzava danze di quelli che oggi crediamo barbari del sud, meditava nei deserti (non riducendo il mondo a un idiota scontro di civiltà).
Battiato dava suono ai suoni e agli ambienti della terra nostra, di altre terre vicine, oltre che del sintetizzatore e della propria mente.
A 16 anni, investito da un motorino, investivo l’obolo dell’assicurazione così: una bicicletta, un mucchio di rullini fotografici e quasi tutta la discografia di Battiato disponibile all’epoca (poi lentamente ma piacevolmente dispersa tra i vari amici che la chiedevano, più o meno esplicitamente, in prestito). Così ho avuto modo di ascoltare quasi tutto, dai primi pezzi elettrizzanti incomprensibili e cacofonici, a quelli più orecchiabili e (diciamo) “intuibili”. Per cui su tutte le conversazioni che avevamo da adolescenti, soprattutto nelle estati calde, ormai bolognesi, traboccavano delle citazioni da Battiato.
Il trascorrere del tempo e delle cose ha ridotto di molto la mia disponibilità ad ascoltare i suoni della natura, degli ambienti, e ad apprezzare la morbidezza della loro comunicazione, umana, animale, ambientale. Al suo posto è entrato, non un sintetizzatore, ma un linguaggio macchina, che oggi permea la vita dei più, e sta rimodellando, nostro malgrado, il nostro modo di sentire. Dove il modello di riferimento è qualcosa di digitale, discreto (in senso matematico), poco sfumato, prevedibile e ordinato. Per via del tempo dato alla riflessione, nel tempo musicale, Battiato è per me un simbolo in controcorrente.
Una volta (decisamente prima della moda dei vinili) incredibilmente trovai una copia usata in vinile di Giubbe Rosse. Album specchio del mio sentire di giovane catanese (…e le lucertole attraversano la strada…). La regalai a una ragazza di cui ero innamorato.
Da quarantenne discreto, ordinato e razionale, potrei dire che è una cazzata, perché se piaceva a me non vuol dire che piacesse a lei. Ma è nei tempi morti, nelle sfumature, nel mistero che non abbandona il proprio spazio all’efficienza che possiamo contemplare, la natura dentro e intorno a noi, il sentire, le emozioni.

cover: Franco Battiato al Festival Gaber, 2010 (wikimedia commons)

PER CERTI VERSI
L’albo delle fotografie

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

L’ALBO DELLE FOTOGRAFIE

L’albo delle fotografie
Alla ricerca di una mia
coi folti capelli ricci
e un cane chiamato Pelé
Apposta la cercavo per te
Perché non c’eri

Vedere gli avi sbiaditi e rigidi
Altri cari in allegra lontananza
L’arrivo del colore
I figli
Gli animali di generazioni
Ancora i figli
La storia scorre
Come il tempo
Ne ho timore
Non c’è antidoto
Forse solo l’amore

La terza alba

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979) – Versione cantata, 2015

Un luogo bellissimo, una terra incantata. Ogni cosa intorno si rivela in tutto il suo insolito fascino: crepuscolare, plumbeo, tenebroso… come piace a me.
Farsi attrarre dagli anfratti più bui e misteriosi per il gusto temerario dell’ignoto, e quel piacevole, titillante brivido al richiamo di un pericolo nascosto, imminente, circostante.
Tutto questo è l’Isola di Drüme. Brulla, desolata, remota. Nessuno ci vive… a parte me.
Nessuno vorrebbe mai abitarci. La paura ne è la ragione. Ed è certamente giustificata direi!

Quando ho deciso di trasferirmi quaggiù, tentarono di dissuadermi in ogni maniera.
“Tu sei pazzo! Come puoi fare sul serio?” mi dicevano.
Molti m’avevano accennato di storie tragiche e poco chiare, successe tanto tempo fa proprio su questo roccioso costone affiorante tra le morbide dune liquide dell’oceano, quando ancora gli uomini l’abitavano. Tutti conoscevano la reputazione infausta dell’isola e alcuni ne avevano fatto le spese. E fu proprio quando ho avuto la prova della fondatezza di queste dicerie che ho scelto di venire in questo posto.
Il giorno della mia partenza, l’ultima voce umana che sentii alle mie spalle mi gridò: “Pazzo, torna indietro finché puoi!”

Un villaggio, un tempo florido e popolato da famiglie di pescatori coraggiosi, dominava il centro dell’isola che spuntava in mezzo a un mare tempestoso per gran parte dell’anno. Ma ai pescatori questo non importava, perché erano acque ricche e pescose e ogni giorno regalavano un grasso bottino di pesci, molluschi e crostacei. All’alba i pescatori partivano con le loro barche per ritornare a tarda sera, stanchi ma soddisfatti. Ogni giorno sfidavano le grandi onde, le secche improvvise e le forti correnti per rincorrere i branchi argentei dei pesci che proprio in quelle acque facevano tappa nelle loro incessanti migrazioni. Tutti i giorni, per tanti anni.
Poi un mattino comparve una nebbia fitta, un muro grigio e profondo. Così l’intera isola si trovò come immersa in un limbo spettrale, una bambagia umida e impalpabile che rendeva invisibile tutto quanto, vicino o lontano che fosse.
E il mare stesso s’intuiva dal rumore della risacca.

Ma anche quel mattino i pescatori non si arresero alla perfidia del tempo. Con coraggio e fiducia andarono alle loro barche e salparono, attraversarono il muro di bruma e subito scomparvero alla vista di chi restò a terra.
Quel giorno il villaggio rimase immobile nell’attesa. Per ore la gente non fece nulla se non aspettare il ritorno dei figli, dei mariti, dei padri. Alla sera la febbre dell’inquietudine salì inesorabile quando iniziò a far tardi e nessuna barca era ancora giunta al porto.
Per tutta la notte le donne del villaggio stettero a vegliare il buio, con lo sguardo a quel mare invisibile e la disperata speranza a scalciare nel petto.
L’alba seguente, la nebbia era entrata nell’anima stessa del villaggio, nelle case, nelle stanze, ovunque. Un silenzio tombale era sceso sull’isola, nemmeno gli uccelli marini si udivano, solo il lento, ipnotico sciabordio della risacca restava l’unico ovattato sottofondo.
Tutta la vita superstite era sospesa, tra angoscia e rassegnazione.
Arrivò la seconda notte d’assenza e d’attesa. Alcune donne vagavano con occhi smarriti tra le vie del villaggio a cercare ragione di tanto strazio. Altre, più anziane, restavano in casa a pregare il dio della misericordia. Le spose più giovani inveivano contro quel mare che le circondava e che le condannava all’infelicità e alla solitudine.
La terza alba, nel villaggio bagnato di nebbia e lacrime, s’udì il suono di un corno. I cuori sussultarono, le donne corsero al porto e videro le barche spuntare dal muro fosco. Una dopo l’altra approdarono tutte, e tutti i pescatori a bordo, esausti e assetati, giunsero a terra sani e salvi.
Poco dopo la nebbia si diradò e, da est, un sole potente cominciò ad asciugare le pietre delle case, a scaldare le anime che le abitavano. Tutto tornò a illuminarsi e a colorarsi di nuovo: prima il cielo e il mare, poi gli sguardi e i sorrisi della gente…

Questo accadde tanto tempo fa.
Ora l’isola è diventata uno scoglio deserto, frustato dalle burrasche d’inverno, avvolto dalle nebbie d’estate, evitato dagli uomini tutto l’anno.
Io ne ho fatto casa mia. Da qui posso contemplare la sublime crudeltà dei suoi elementi. Posso espiare i miei peccati godendo della più perfetta solitudine. In attesa, casomai, di qualcosa che arrivi dal mare, di un riscatto, dell’anima che ho perso…
In attesa della mia terza alba.

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979) – Versione strumentale originale, 1979

Tropical blend… cocco, salsedine e crepuscolo nei Caraibi

Tropical blend spalmato tutt’addosso, profumo di cocco, di vaniglia e ananas, il vento leggero e costante, eterno portatore di messaggi odorosi, oracolo del tempo che farà. La luce residua del crepuscolo, un’aranciata sempre più rossa, accesa sul piano occidentale di questa spiaggia senza fine, solitamente bianca come zucchero a velo, ora rosata, quasi sanguigna. Le palme, le uniche alture di questo paradiso marino, perso tra il peccato originale e il giorno del giudizio del prossimo, imminente uragano universale. Le nuvole del crepuscolo, ombre grottesche, enormi fantasmi che si stagliano dall’orizzonte oceanico, mi dicono di stare in guardia, che presto la mia vacanza finirà.
Quell’estate del 1979, a Cattolica. Per me che avevo quindici anni, l’Adriatico e il Mar dei Caraibi erano una cosa sola. Le palme davanti all’hotel Miramare non davano frutti ma bastavano per sognare avventure lontane migliaia di chilometri.
No, non sono mai stato ai Caraibi, però con la musica giusta… del resto la vacanza più bella è quella dell’immaginazione. Poi, quando una fantasia è remota nel tempo, diventa ancor più vera nella memoria.
Magari chissà… la prossima estate ci vado per davvero.

Rotation (Herb Alpert, 1979)

Un’estate per sempre

Era il 1982 quando uscì questa canzone, la prima delle dieci canzoni di uno degli album pop in assoluto più belli di tutti i tempi: Avalon dei Roxy Music, la band di quel figaccione dandy di Bryan Ferry!
E se ci ripenso, l’estate di quell’anno fu una delle più memorabili della mia vita, sicuramente la più spensierata. Ricordo la vigilia di Ferragosto nella spiaggia di Gabicce, era ormai buio ed eravamo tutti intorno a un falò in attesa che partissero i fuochi dai barconi al largo. Freschi campioni del mondo da poco più di un mese, la baldoria ci aveva accompagnato anche in vacanza.
Io ero con Adina (in realtà il nome era un altro, simile ma assai difficile da pronunciare), era tedesca e aveva vent’anni, era bionda, alta e… si sarebbe sposata in settembre con un suo coetaneo di Colonia, la città dove abitava. No, non è il caso di mettersi a disquisire sul suo concetto di fedeltà, in fondo il momento era magico per tutti noi e di certo sono pronto a giurare che era una gran brava ragazza. Dopotutto sarebbe stato un delitto rinunciare a vivere quei giorni, gli ultimi rimasti per entrambi.
Lei non spiaccicava una parola di italiano e io altrettanto di tedesco, però i gesti e gli sguardi erano più che sufficienti, così ce ne stavamo abbracciati a baciarci, a fare smorfie, a ridere e a scrutare il buio dell’orizzonte aspettando i botti, proprio come due innamorati. Il giorno dopo poi sarebbe ripartita per Colonia e naturalmente non l’avrei più rivista.
Guardavo lei, guardavo la sua amica che sospettavo essere lesbica perché non si depilava le gambe e aveva rifiutato la corte di tutti i ragazzi del gruppo, e guardavo i miei amici spalmati sulla sabbia come me, e come me rallegrati da una buona dose di birra che, a parte il far girar la testa, ci costringeva a ripetute missioni tra i cespugli tutt’intorno per svuotare vesciche sempre piene.
Fissavo il fuoco e desideravo che quella notte d’estate durasse per sempre.

More Than This (Roxy Music, 1982)

Il grido dei Vichinghi

“We come from the land of the ice and snow,
from the midnight sun where the hot springs blow.
Hammer of the Gods will drive our ships
to new lands to fight the horde
singing and crying: Valhalla I am coming.”

Con questi versi si apre Led Zeppelin III, terzo album registrato in studio dalla leggendaria rock band. Il disco fu registrato nel 1970 in una località sperduta del Galles, in un’antica residenza immersa nella natura incontrastata e totalmente priva di elettricità e riscaldamento durante un periodo di distacco dai ritmi frenetici imposti dal successo. Ciò che ne uscì fu un disco completamente diverso dai due precedenti, quasi interamente acustico verso un genere tendente al west-coast. Ma Immigrant song è l’eccezione che conferma la regola.

“On we sweep with,
with threshing oar.
Our only goal will be the western shore.”

Il brano su cui oggi molti tenterebbero forzatissime attualizzazioni è in realtà un canto di guerra che narra delle imprese dei vichinghi con riferimenti alle mitologie nordiche.

“How soft your fields so green.
Can whisper tales of gore of how we calmed
the tides of war. We are your over lords.”

Un fulmine di adrenalina da meno di due minuti e mezzo, destinato ad influenzare sia per sonorità che per tematiche diversi gruppi heavy metal, fra cui Iron Maiden e Manowar. Il ritmo martellante ed il riff continuo di chitarra, oltre al caratteristico “grido di battaglia” hanno reso Immigrant song una delle principali icone degli Zeppelin.

“So now you better stop and rebuild all your ruins.
For peace and trust can win the day despite of all
your losing.”

Immigrant song (Led Zeppelin, 1970):

C’era una volta il vento della pace

19″I follow the Moskva
down to Gorky Park
listening to the wind of change.
An August summer night,
soldiers passing by
listening to the wind of change.”

Siamo nel 1989, la Guerra Fredda termina con la caduta del Muro di Berlino quando il gruppo hard rock tedesco Scorpions è all’apice del successo. Il leader e lead localist Klaus Meine, ispirato dagli stravolgimenti politici dell’epoca, compone i versi di una ballad destinata a segnare la storia del rock: Wind of change.

“The world is closing in,
and did you ever think
that we could be so close, like brothers.
The future’s in the air
I can feel it everywhere
blowing with the wind of change.”

Non è un caso che siano stati gli Scorpions a scrivere un brano destinato a diventare icona di quel momento storico. D’altra parte furono loro una delle prime band in assoluto a spingersi ancora in piena Guerra Fredda al di là della Cortina di Ferro e, ironia della sorte, proprio durante un soggiorno a Mosca per un Tour nell’89 fu scritta Wind of change: «Durante il nostro soggiorno a Mosca si sentiva una nuova energia nei giovani sovietici, volevano essere parte del resto del mondo, e questo mi ha motivato a comporre la canzone nel settembre di quell’anno», così Meine in una recente intervista.

“Take me to the magic of the moment
on a glory night
where the children of tomorrow dream away
in the wind of change.”

Come molte altre hit, Wind of change fu tradotta in altre lingue, fra cui il Russo. Proprio in Russia, l’anno precedente durante un concerto, Klaus Meine si rivolse al pubblico dicendo: «Noi tedeschi prima siamo venuti qui con i carri armati, ora con le chitarre elettriche, questa è la nuova Germania!».

“Walking down the street,
distant memories
are buried in the past forever.”

La versione studio della canzone è inserita nell’album Crazy World, uscito due anni dopo, ed è considerata uno dei simboli della riunificazione tedesca, oltre che inno alla pace ed alla speranza. Wind of change è la canzone più venduta di tutti i tempi in Germania. Pochi altri artisti nella storia della musica moderna sono riusciti a scrivere canzoni così rilevanti a livello storico e sociale.

Wind of change (Scorpions, 1989):

INSOLITE NOTE
“Il profumo di un’era”, tra desideri, paure e ricordi, il nuovo album di Amelie

Amelie al pianoforte (ph. Nicola Gargani)

Ci sono voluti due anni di lavoro per realizzare ‘Il profumo di un’era’, l’album più recente di Amelie, il tempo necessario per compiere un viaggio tra sentimenti, desideri, ricordi, paure e visioni virtuali.
La sintesi di questa introspezione trova, nelle parole e nelle sonorità del disco, un equilibrio tra solarità e lati oscuri, favole e realtà, come nell’introduzione di ‘Mondobit’, dove si accenna ‘Billie Jean’ di Michael Jackson, uno dei punti di riferimento musicali della cantante milanese, come lo è Piero Ciampi, di cui fu splendida interprete di ‘Confiteor’.
‘Il profumo di un’era’ è un concept album in cui tutti i brani ruotano attorno al tema del tempo, un percorso necessario per ritrovarsi dopo essersi perduti, lasciando che suoni, pensieri e parole si contaminano a vicenda, in un susseguirsi di sonorità pop, rock e new age, artefici di un innovativo pop italiano.
Amelie parte dai ricordi e dagli insegnamenti del passato di ‘Il profumo di un’era’, ‘Con il naso all’insù’, ‘Milano’, per ritornare al presente con ‘Il nuovo mostro’, ‘L’alieno delle 3′ e ‘Un’altra vita’. I momenti personali prendono il sopravvento in ‘Messaggi’, ‘Zero’, ‘Dicembre’ e ‘Polaroid’, sino a diventare visioni istintive con ‘Mondobit’ e ‘Ti ho ucciso con un click’.
Il talento di Amelie non si limita alla voce, infatti, dieci delle tredici canzoni sono state composte da lei al pianoforte e di ‘Che cosa c’è’ ha realizzato anche gli arrangiamenti. Si tratta di uno dei brani più significativi in cui canta con Rebi Rivale, autrice del testo: “E piangere si può, si perde, si vince, si vedrà, il tempo con il tempo ti dirà, e ciò che senti adesso cambierà…”. Con una semplice domanda si tende una mano verso una persona in difficoltà, trasmettendole comprensione e speranza.
‘Profumo di un’era’ é una ballata legata al ricordo della madre e dell’infanzia, in cui si rivela l’animo romantico dell’interprete. La voce “leggera” di Amelie ben si adatta al testo firmato da lei stessa e da Fabio Papalini. Nel video ufficiale, girato da Michele Piazza, la protagonista, adulta e bambina, si muove in un luogo senza tempo, circondata da oggetti che richiamano il passato e i ricordi.

In ‘Milano’ la cantautrice rivisita i luoghi più significativi della città in cui è nata. Pianoforte, archi, chitarre acustiche ed elettriche creano un senso di attesa, rivelando una città che la tecnologia ha ringiovanito al contrario delle persone. ‘Milano’ è uno dei brani più intensi dell’album, così come ‘Dicembre’, dove nevica e c’è il sole e il mistero ha i chiaroscuri di un quadro di Magritte. Il sound “anni sessanta” riporta al bianco e nero, emblema di contrasto e del tempo passato.
‘Zero’ è un numero e un punto di partenza. Il brano, interpretato da Amelie e Stefano Ardenghi, descrive l’incomunicabilità tra due persone che non riescono più a rapportarsi, suggerendo di ritornare al punto zero per ricominciare.
‘Polaroid’ è il pezzo che chiude il disco, un fermo immagine rivelatore di verità, preambolo di “ere” ancora da vivere nel bene o nella difficoltà: “Chi non teme mai la verità, che sia imbarazzante o scomoda, fa pensare un poco alla falena, che è in amore con la sua candela, e si brucia e non ha paura…”. Il brano chiude il disco a tempo di rock, così com’era iniziato con ‘Il nuovo mostro’.
L’album di Amelie è un lavoro completo, un viaggio nel suo mondo fatto di ricordi, di esplorazione e spiritualità. “Il profumo di un’era” non è un simulacro delle emozioni, quello che traspare è reale e sincero, così come lo sono le diverse influenze musicali che ne determinano lo spessore e ne confermano la valenza. Il giusto merito va dato anche a Giovanni Rosina (arrangiatore di quasi tutti i brani), Fabio Papalini, Rebi Rivale e i bravi musicisti, tutti all’altezza della situazione.

Video ufficiale di “Messaggi”:

Nine lives, it ain’t over/nine lives, live for ten

Sono giorni, mesi, anni ormai, che la musica rock cade a pezzi ma soprattutto: perde i pezzi.
Perde così tanti pezzi che anche mia madre nei giorni scorsi me l’ha fatto notare.
Io ho sempre sentito che la morte di Lemmy, dopo il natale di qualche anno fa, abbia davvero scoperchiato un nerissimo vaso di pandora.
Dopo di lui – lui di cui si diceva che sarebbe sopravvissuto a un eventuale olocausto nucleare con la sola compagnia degli scarafaggi – Pam!
Bowie, Dale “Buffin” Griffin dei Mott The Hoople dopo qualche giorno, Prince e un’altra caterva di gente più o meno famosa e famosissima poi Overend Watts dei Mott The Hoople e Chuck Berry quest’anno più un’altra caterva di gente più o meno famosa o famosissima e poi, sorpresona, ultimo, Chris Cornell l’altra settimana.
Qualcun’altro mi ha fatto notare che forse, ormai, la musica rock è roba da museo.
Ovviamente non ci voglio credere ma in realtà mi sforzo di non crederci.
Ovviamente è anche una questione, purtroppo, meramente fisiologica.
Questo brutto mondo va avanti, noi siamo solo delle scoreggine nello spazio e le rockstar, anche se provviste di un luccicosissimo mantello, sono proprio come noi: scoreggine nello spazio.
Triste ma è così.
Ancora più triste: stiamo invecchiando tutti.
Però: chi se ne frega.
La cosiddetta musica rock ha sempre una cosa dalla sua: quel bellissimo vitalismo cosmico di stile “toh un bel dito medio e dimmi se in frigo ci sono almeno due birre”.
Segue ruttone più scoreggina che vorrebbe andare nello spazio, giustamente.
È per questo che, più o meno da quand’è morto Lemmy, ho sentito un bisogno davvero fisico di ributtarmi bellamente, quasi esclusivamente, nella cosiddetta musica rock.
Doveva succedere.
Dopo anni persi ad ascoltare vecchi bluesman fingerpicker, folkettari riscoperti, arpeggiatori vari, terzomondismi più o meno occulti ma sempre e comunque di dubbio gusto e – bene o male – con quel certo non so che che fa quel certo effetto “da aperitivo” o “da pianobar” o comunque “da ristorazione” mi son detto: ma che due maroni.
Ma è questo che voglio io dalla vita?
Ma no.
Potrei morire domani anch’io, perché come ho detto prima, anch’io, proprio come quelle rockstar, purtroppo o per fortuna, sono una scoreggina nello spazio.
E me ne fregio (cit.), se posso dire la mia.
In più – sempre se posso dire la mia – dopo un po’, mi stavo davvero annoiando.
E sono tornato dove sto bene.
In quest’epoca di disprezzo totale per un qualunque tentativo, una qualunque aura di classicità, ho finito per esplorare persino la musica classica ma soprattutto: sono tornato ai grandi classici.
Chuck Berry, Buddy Holly, Beatles, Doors, R.E.M., Nirvana, i mai dimenticati Stooges ma anche cose un po’ meno apprezzate dalla morale comune come quei grandiosi pagliacci dei Kiss e quei geni ingiustamente sottovalutati degli Aerosmith.
Perché sono un ragazzo di campagna, sempliciotto, forse anche immaturo.
Poi oh, le avevo pensate tutte, mi stavo anche sentendo un po’ precocemente invecchiato e ho capito perché.
Il perché era davanti al mio naso ed era davvero lampante: avevo trascurato le doverose coccole a una certa fetta del mio corrado genetico (cit.) ovvero la cosiddetta musica rock.
Ovvero: quella cosa che ultimamente, complice anche lo scarso ricambio generazionale e certe paturnie borghesoidi derivanti da questa deriva hipster sostenibile sulla carta ma insostenibile sul groppone, viene comunemente bollata – con un certo snobismo – come Ruooock.
E allora via, “toh un bel dito medio e dimmi se in frigo ci sono almeno due birre”, segue un bel ruttone, scoreggina se c’è – e se c’è non vedo proprio il motivo per trattenerla – e soprattutto: alza un po’.
Quindi se giovani e vecchi stanno morendo io, di nuovo, me ne frego e me ne fregio.
Nel frattempo preparo anche la Resistenza, così, quando il tempo me lo concede provo a fare umilmente la mia parte.
Mi attacco alla chitarra e/o al basso e butto giù le mie umili idee perché da quando ho 15 anni lo devo e lo voglio fare.
E poi non mi voglio proprio rassegnare né su di me e né sul resto del mondo.
Non ce la faccio proprio.
Potranno e potremo morire tutti ma – se posso citare il Carducci, Joe, quello americano – “l’interazione in tempo reale fra una o più chitarre, un basso, una batteria e quello che volete” resterà sempre qualcosa di insostituibile e (almeno per me) la botta più pesa somministrabile al mio esile ma bendisposto corpicino.
Che muoia chi vuole, ma, come disse un altro Corrado, anche lui genetico, a modo suo: non finisce qui.

Nine Lives (Aerosmith, 1997):

Lucio Dalla: la Trilogia della rinascita

La settima luna era quella del luna park, lo scimmione si aggirava dalla giostra al bar…”. Inizia così “La settima luna”; il primo brano dell’album “Lucio Dalla” del 1979, quello di “Anna e Marco”, “Milano” e soprattutto “L’anno che verrà”.
“Trilogia” è il cofanetto con i tre dischi che stravolsero la vita di Lucio Dalla: “Com’è profondo il mare” (1977), “Lucio Dalla” e “Dalla” del 1980. Le tre opere, prodotte dalla Rca Italiana diretta da Ennio Melis, segnarono in modo indelebile la discografia italiana. Il grande successo fu diretta conseguenza della maturazione dell’artista bolognese e della scelta di fargli scrivere i testi delle sue canzoni, al termine dell’importantissima collaborazione con il poeta Roberto Roversi.

Il box contiene i tre cd e il dvd di “Banana Republic”, il film del concerto portato in giro per l’Italia insieme a Francesco De Gregori e Ron nel 1979, oltre a un booklet di 150 pagine, con foto inedite, interviste e rarità. La prefazione è opera di Walter Veltroni, mentre il primo capitolo è scritto da Alessandro Colombini, il produttore dei dischi che cambiarono la vita a Dalla.
Sfogliando le pagine del libro si possono leggere i racconti di Gaetano Curreri, Ricky Portera, Michele Mondella, John Vignola, Renzo Arbore, Giovanni Pezzoli, per immergersi nel mondo di Lucio grazie a ricordi e curiosità, come quella di Ron: “… lo trovavo sempre accartocciato in un angolo, su un tappeto o un cuscino, rintanato a farsi venire delle idee”.

Com’è profondo il mare
Ennio Melis chiamò Alessandro Colombini invitandolo a Roma per ascoltare un nuovo brano di Lucio Dalla, si trattava del provino di “Com’è profondo il mare”. Il giorno dopo il produttore incontrò Ron, Dalla e Cremonini per conoscerli meglio e visionare quanto realizzato sino a quel momento. Nel suo ricordo Colombini afferma: “Erano canzoni eccezionali, la scrittura di Dalla, i suoi testi, davano incredibili emozioni”.

Lucio Dalla 1979
In occasione della realizzazione del secondo disco della nuova vita artistica di Lucio, si aggiunse Giampiero Reverberi che aveva già lavorato con Lucio Battisti, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Luigi Tenco e altri grandi della scena musicale. Reverberi scrisse e diresse gli archi di “Anna e Marco”, “Tango”, “Notte”, e “L’anno che verrà”. Il disco fu un successo clamoroso, tutti cantavano “L’anno che verrà” e “Cosa sarà”, il duetto con Francesco De Gregori preambolo di “Banana Republic”. L’album fu registrato negli Stone Castle Studios di Carimate, sotto le cure dell’apprezzatissimo tecnico del suono Ezio De Rosa, che ne realizzò il mix insieme a Colombini.

Dalla 1980
“Dalla” è l’album di “Balla balla ballerino” e soprattutto di “Futura”, anche questo fu un successo clamoroso, 8 singoli racchiusi in un disco, come forse soltanto Lucio Battisti era in grado di fare.
Racconta Colombini: “Nei dischi di allora erano le radio a scegliere i pezzi da trasmettere, anche se noi tentavamo di dare un indirizzo alle loro scelte. Cercammo disperatamente di non promuovere radiofonicamente “Balla balla ballerino”, una canzone che assomiglia a un jingle: appena l’ascolti la impari subito e così va a finire che le radio trasmettono solo quella e trascurano tutti gli altri pezzi. Non ci fu niente da fare, tutte le radio trasmisero “Balla balla ballerino”, poi, da sole si accorsero di “Futura”, “Cara”, e le altre”. Alla realizzazione dei tre lavori o ellepi, come si diceva all’epoca, partecipò Renzo Cremonini come produttore esecutivo e organizzazione.

Banana Republic – il film
Il film propone interpretazioni uniche di brani come “Disperato erotico stomp” di Dalla e “Bufalo Bill” di De Gregori, oltre all’arrangiamento a quattro mani di “Ma come fanno i marinai”. Come ha ricordato il fotografo Roberto Villa, presente al concerto inaugurale di Savona del 4 giugno 1979: “Così tra un assolo al clarinetto di Dalla ed un duo con De Gregori, per tre ore di grande musica popolare, un cocktail di Jazz e rock, di melodia italiana e ironia bolognese, era partito quel Tour”.
Nel booklet non manca un ricordo di Renzo Arbore, legato a quell’epico concerto: “Per la trasmissione Tv “L’altra domenica” registrammo i suoi concerti, compreso “Banana Republic”, uno spettacolo che mi affascinò moltissimo anche per lo straordinario gusto che accompagnava le esibizioni di Dalla, un gran parlatore e un grande inventore di gag e di spunti insoliti. Usava l’attacco di una canzone napoletana “Addio mia bella Napoli”, mentre con De Gregori si dibattevano con il rispettivo repertorio”.

Il cofanetto ha una veste pratica ed elegante, i dischi sono racchiusi tra la seconda di copertina e la quarta, in modo tale che estraendoli non si corra il rischio di rovinarli, come accade sempre più spesso nei packaging di ultima realizzazione.
Il libro raccoglie testimonianze preziose, utili per contestualizzare il lavoro di Lucio Dalla e il periodo storico in cui la Rca Italiana lo produsse. Leggere il booklet, mentre si ascoltano le canzoni, porta un po’ indietro nel tempo. Chi non conosce le opere del cantautore bolognese ha l’occasione di poterle apprezzare ed apprenderne la genesi grazie alle testimonianze rilasciate in prima persona dai protagonisti di allora. Il film di “Banana Republic” è un’importante operazione di recupero, la cui valenza è ben riassunta in una dichiarazione di Francesco De Gregori di qualche tempo fa: “…quel tour è ricordato come uno snodo fondamentale della musica italiana. Perché esiste il duetto che diverte te stesso e quello che diverte gli altri. È questo è il più raro”.

Affinità divertente fra il compagno Tognazzi e noi

Oggi, 1° maggio, Festa dei Lavoratori, vorrei raccontare la storia di un lavoratore davvero speciale.
Ricordo ancora come se fosse ieri il giorno in cui mia madre – grandissima fan del grandissimo Tognazzi – si lasciò sfuggire le parole “Il Petomane”.
Mi spiegò il significato della parola “petomane” e mi spiegò che era anche il titolo di un film del 1983 con Ugo Tognazzi, un film che non ebbe troppa fortuna ma che da quel giorno – saranno passati vent’anni – ho cercato ossessivamente perché in fondo sono sempre stato un ragazzo semplice.
Non riesco proprio a non ridere davanti a un peto lanciato così, con naturalezza, simpatia o gusto per la performance.
Questa cosa a volte ha creato degli equivoci sulla mia persona e a volte mi ha creato anche dei problemi.
Ma il più delle volte mi ha portato solo la gioia più autentica, una gioia che mi trasforma letteralmente in un bambino.
Devo confessare che nei miei momenti un po’ così, spesso, vado su YouTube e mi riguardo la fenomenale “scorreggia di ippopotamo”.
È una delle cose più divertenti ed emozionanti – ma al tempo stesso tragiche – della storia delle immagini.
Divertente per ovvi motivi, se siete come me.
Emozionanti anche.
E tragiche perché il povero ippopotamo, purtroppo, è rinchiuso in uno zoo con la gente che gli ride dietro ma quella è solo la punta dell’iceberg.
La cosa davvero tragica è che quel ridere non è proprio un bel ridere.
Non è quel ridere che scatta – sempre se siete come me – quando un vostro amico si mette di schiena sopra al tavolo per incendiare un peto provocando una vampata degna del Gibby dei tempi d’oro.
È un ridere orrendo, il ridere di chi tratta quel povero ippopotamo non come un meraviglioso attore del meraviglioso palcoscenico della natura bensì come un mero fenomeno da baraccone.
Quel povero ippopotamo – animale davvero maestoso – non merita quel trattamento, lui fa solo la sua cosa e per sua sfortuna la fa in uno zoo davanti a della gente orribile che va allo zoo con lo stesso interesse con cui va boh, all’Ipercoop o da McDonald’s o boh, con lo stesso piglio che han certi riccastri che vanno alla Scala quando si apre la stagione della Scala.
Insomma, ci siamo capiti.
E chiedo scusa se sto divagando quindi faccio subito un po’ di chiarezza: il lavoratore speciale in questo caso non è Tognazzi.
Il lavoratore speciale è Joseph Pujol, detto appunto “Le Pétomane”.
Quando mia madre mi raccontò di quel film – che tra l’altro a lei non era neanche piaciuto troppo – non mi spiegò che era ispirato a una storia vera.
Così, anni dopo – indagando su quel film che mia madre bollò come una vera e propria scoreggia nello spazio – finii per scoprire la vera storia di Joseph Pujol, il petomane del Moulin Rouge.
Provai subito un’enorme ammirazione per quell’uomo.
Joseph Pujol nacque a Marsiglia il 1° giugno del 1857.
Pare che a tre anni circa, al mare, si sia reso conto – trattenendo il respiro in acqua – di essere in possesso della più portentosa muscolatura posteriore della storia dell’uomo.
Praticamente: riusciva a bere col culo, scusate il francesismo.
Consultò anche dei dottori, sembra.
I dottori dissero che non era un problema e lui non ci pensò più.
Però anni dopo, durante il servizio militare, raccontò ai suoi commilitoni quella cosa e, da quel momento, riscoprì quel suo talento così peculiare.
Nel frattempo, dai 13 anni di età circa, era diventato il garzone di un panettiere prima e un panettiere in proprio poi.
Ma dopo aver riscoperto la propria vocazione si dedicò a un allenamento matto e disperatissimo.
Finì quindi per ideare uno spettacolo dimostrativo da proporre a qualche teatro locale.
Nel frattempo si era sposato e il suo forno andava benissimo ma la fama del suo talento si era sparsa così tanto che un impresario gli consigliò di proporre il proprio demo a un Moulin Rouge fresco di apertura.
Così, nel 1892, il buon Pujol partì per Parigi, pronto per la sua audizione.
E l’audizione andò decisamente meglio di quella famosa audizione dei Beatles alla Decca, quell’audizione da cui derivò la proverbiale espressione “non aver capito una Decca”.
Perché il sig. Charles Zidler – gran capo del Moulin Rouge – nonostante un iniziale scetticismo di fronte a quell’omone dallo sguardo triste, capì in fretta di trovarsi davanti un talento unico.
E il resto è storia.
Alcune testimonianze dell’epoca descrivono un pubblico isterico a livelli da Beatlemania: donne, che svengono e vengono portate fuori, uomini che se la fanno addosso e via così.
Io non faccio fatica a crederci.
Joseph Pujol andò avanti come uno schiacciasassi fino al 1914.
Successo e soldi, simpatie pressoché unanimi.
Fece anche in tempo a mettersi in proprio, aprendo un suo teatro, il Théâtre Pompadour.
Però, più o meno allo scoppio della Grande Guerra fu costretto a chiuderlo.
Dice suo figlio:
“Dopo l’armistizio del ‘18, mio padre era così amareggiato dalle avversità e dai guai che non ebbe cuore di riprendere la carriera artistica.”
E fu così che Joseph Pujol tornò a fare il fornaio.
Successivamente aprì anche una fabbrica di biscotti e morì quasi novantenne nel 1945.
Quindi che altro dire?
Buon 1° maggio a tutti i lavoratori con un augurio speciale a tutti i disoccupati, inoccupati o diosantissimo ci chiamano adesso.
Possiate Voi – anzi, possiamo Noi – realizzarci veramente nel mondo del lavoro.
Ma soprattutto: possiamo noi (e possiate Voi) far respirare al meglio la nostra (e Vostra) essenza più intima, un po’ come capitò al grande Joseph Pujol.

PS:
Su YouTube si trova un filmino che mostra Joseph Pujol in azione girato da nientepop*dimeno che: Thomas Alva Edison.

Fast (Butthole Surfers, 1988):

INSOLITE NOTE
Cinquant’anni di Dik Dik. E il sogno continua…

50 anni di canzoni sono un record che pochi artisti possono vantare, tra questi i Dik Dik, la band del primo beat italiano che si affacciò nel panorama italiano con “Sognando la California”, cover di “California Dreamin’” dei The Mamas & the Papas. Il testo della canzone, firmato da Mogol, non si discosta molto dalla versione originale, mantenendo il desiderio del caldo californiano in contrasto con il cielo grigio e l’incombere dell’autunno. La facciata B di quel 45 giri era “Dolce di giorno”, uno degli evergreen del gruppo milanese firmato da Lucio Battisti e dallo stesso Mogol. Sono numerose le cover di brani statunitensi ambientati in California, tra questi “Inno”, versione italiana di “Let’s go to San Francisco” dei The Flower Pot Men, incisa dai Dik Dik nel 1967.
Lallo, Pepe e Pietruccio, i Dik Dik di oggi, provengono da quella via Stendhal di Milano fulcro di uno straordinario movimento artistico spontaneo che ci ha regalato Cochi Ponzoni, Aldo Reggiani, Ricky Gianco, Moni Ovadia.
Le origini del gruppo sono ricordate nel libretto allegato al CD: “La storia iniziò quando un giovane produttore che gestiva una cantante reduce da un festival di Sanremo, Miriam del Mare, ci contattò per accompagnarla durante le sue esibizioni. Essendo la band incompleta ci vennero presentati due musicisti che si unirono al gruppo: Mario Totaro (tastiere) e Sergio Panno (batteria). Erano nati ‘Gli Squali‘. La cosa durò poco ma nel frattempo si era consolidata una buona intesa fra tutti noi. Il Beat imperversava anche in Italia così anche le nostre aspirazioni di realizzare un disco. Noi, alcune sere con il benestare del vice parroco della chiesa del Rosario avevamo a disposizione una sala in cui poter provare. Iniziammo così a presentarci alle varie case discografiche allora presenti in Italia. Finalmente una di queste, la Ricordi, ci dimostrò interesse proponendoci un accordo. Un piccolo aneddoto sulla scelta del nome Dik Dik riguarda il fatto che la nostra casa discografica non apprezzando quello precedente ci suggerì di cambiarlo e noi con un colpo di fortuna, sfogliando un vocabolario, ci imbattemmo in ‘Dik Dik’ che è quello di una piccola antilope africana e decidemmo di adottarlo. Uscirono così i nostri primi 45 giri che riscontrarono immediatamente grandi consensi e contribuirono a far aumentare la nostra popolarità tra addetti ai lavori e pubblico”.
Nel 1966 i Dik Dik incisero il primo 45 giri, si trattava della versione italiana di una canzone inglese dal titolo “1-2-3”, sul retro un brano composto da Lucio Battisti: “Se rimani con me”.

I Dik Dik nel 1975

“50 anni… il sogno continua” festeggia il mezzo secolo della band, non si tratta di una celebrazione o di una compilation di vecchi successi, ma di un’originale produzione di Mauro D’Angelo con due CD molto diversi l’uno dall’altro, il primo contiene le nuove registrazioni di otto classici a cui si aggiungono gli inediti “Punto Su di Te” e “Sulla nuvola”. Il secondo è un tributo con undici brani storici dei Dik Dik, liberamente eseguiti da altri artisti, tra i quali: Francesco Zampaglione, Lombroso, Ridillo, I video (pregevole la loro suite), Neomenia, The Gift, Johnson Righeira e Giorgio Li Calzi.
Il primo disco si apre con il ritmo cadenzato di “Punto su di te” che rivela la mano di Mario Lavezzi e, grazie all’organo Hammond, per qualche istante si ritorna all’epoca beat che li vide protagonisti. “Sulla nuvola”, di Danilo Amerio, Alfia Bevilaqua e Olga Kazelko, è il primo singolo estratto dall’album, una canzone più che mai attuale, ispirata a una frase del filosofo-poeta libanese Kahlil Gibran: “Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola”. Tra i classici “risuonati” non manca “L’isola di White”, che ha dato il nome anche alla trattoria che Pietruccio, Lallo e Pepe hanno a Buccinasco, nella campagna nei pressi di Milano. Gli altri hit sono: “Viaggio di un poeta”, “Senza luce”, “Io mi fermo qui” e quelli della ditta Battisti-Mogol.
L’album dei tributi contiene “Help me”, reinventato da Elio e le storie tese, con l’immancabile ironia che ha sempre contraddistinto questo gruppo, culminata nel grido d’aiuto dell’astronauta McKenzie e soprattutto nella telefonata finale. Da sempre le Custodie cautelari si sono cimentate nelle cover, i componenti di questo storico supergruppo, composto da elementi di altre band, ha ben eseguito “Il primo giorno di primavera”. Pregevole il contributo di Federica Camba, interprete di “Storie di periferia”, autrice di brani per Valerio Scanu, Alessandra Amoroso, Laura Pausini, Emma, Nek, Gianni Morandi, Umberto Tozzi e tanti altri artisti italiani. Ai Sulutumana è affidata “Viaggio di un poeta” che il gruppo valassinese re-interpreta in modo corale e acustico, donandole un inedito carattere popolare.
I Dik Dik sono tornati e, come dicono loro, pieni di voglia e pronti alla battaglia, spinti in questo dal motto di E. Levy: “Il passato è un ricordo, il futuro un mistero, il presente un dono”.

Dik Dik – Sulla nuvola (Video Ufficiale)

INSOLITE NOTE
Il ritorno del ‘Rovescio della Medaglia’: il chitarrista Enzo Vita racconta

Il Rovescio della Medaglia esordì discograficamente nel 1971 con l’album ‘La bibbia’, pubblicato dalla RCA Italiana. La formazione era composta dal chitarrista Enzo Vita, il cantante Pino Ballarini, il bassista Stefano Urso e Gino Campoli alla batteria.
Uno dei punti di forza del RdM sono state le esibizioni dal vivo, come dimostra lo stesso disco d’esordio, registrato in presa diretta con la ‘complicità’ di Enzo Martella e Ubaldo Consoli, due dei fonici più preparati della casa discografica romana. Martella si è occupato anche del missaggio, riuscendo a fare emergere i “suoni giusti” per la band.

Nel 1972 il gruppo pubblicò ‘Io come io’ ma la svolta avvenne con il successivo ‘Contaminazione’, orchestrato dal Maestro Luis Enriquez Bacalov, reduce da analoga esperienza con New Trolls e Osanna. Ventiquattro anni più tardi Bacalov avrebbe vinto il Premio Oscar per le musiche del film ‘Il postino’, interpretato da Massimo Troisi.
‘Contaminazione’ è uno dei migliori dischi progressive italiani. Il titolo traccia il contagio tra rock e musica sinfonica, caratterizzato da sonorità ampie e articolate nei vari movimenti, con l’uso di sezioni orchestrali di stampo classico insieme a strumentazioni rock. I testi dell’album, di Sergio Bardotti e Sergepy, raccontano la confusione mentale di Jim McCluskin, fantomatico musicista scozzese del ‘700 che, di ritorno da un viaggio in Nepal, si convinse di essere l’’incarnazione di Isaia Somerset, presunto figlio illegittimo di Johann Sebastian Bach.
Nel 1973 Franco Di Sabatino (tastiere) entrò a far parte del gruppo e partecipò alla registrazione dell’album, pubblicato all’estero con il titolo di ‘Contamination’; negli Stati Uniti fu edito dall’etichetta Peters International Records.

Enzo Vita al Planet. Foto Andrea Stevoli

Nel 1976, anche a causa del furto del potente e costoso impianto di amplificazione, il gruppo si sciolse, non prima di avere realizzato un 45 giri in lingua inglese: ‘Let’s all go back/Anglosaxon woman’. La fama della band romana e di ‘Contaminazione’ non si è fermata agli anni Settanta e all’Italia, recentemente il rapper americano Kanye West ha inserito, nel brano ‘Famous’, il campionamento di un verso tratto da ‘Mi sono svegliato e… ho chiuso gli occhi’.
Grazie a Enzo Vita la band pubblicò due dischi negli anni novanta per poi tornare nell’ombra fino al 2011 con ‘Microstorie’, scritto e prodotto interamente dall’inesauribile chitarrista. Nell’aprile del 2013 il Rovescio della Medaglia si è esibito in Giappone, partecipando all’Italian Progressive Rock Festival di Tokio, eseguendo ‘Contaminazione’ per la prima volta interamente dal vivo.

Il 14 ottobre 2016 il Rovescio ha pubblicato ‘Tribal Domestic’, il nuovo album prodotto tra Italia e Stati Uniti. Il missaggio della suite è stato effettuato a Roma da Fabio Ferri, mentre il mix degli altri brani è opera di Fabio Grossi, presso il Sound of Pisces Music di Los Angeles. Oltre a Vita e al cantante Chris Catena, il disco è suonato da John Macaluso, Janne Stark, Cristiano Micalizzi, Nalle Pahlsson, Gianluca Catalani, Vivien Lalu, Fernando Petry, Rino Amato. La suite iniziale di 15 minuti che dà il titolo all’album è eseguita con l’Orchestra Filarmonica Calabrese diretta da Alexander Frey. Dopo tanti anni, anche se soltanto nel brano ‘L’apocalisse’, Pino Ballarini è ritornato a cantare con la band.

Enzo Vita Live. Foto Andrea Stevoli

Come nasce il RdM?
Nasce dall’esigenza di trovare una situazione che ponesse rimedio all’insoddisfazione del mio vivere. Quando non si è soddisfatti di quello che si sta facendo bisogna inventarsi la vita. A quel tempo avevo un lavoro e non mi mancavano soldi, automobili (Morgan), abiti, ma era una vita monotona e poco impegnativa, inoltre mi piaceva rischiare e mettermi in discussione, cosa che non consiglio ad altri.

Nel 1973 la RCA pubblicò ‘Contaminazione’, l’album nato dalla collaborazione tra il RdM e Luis Bacalov, con i testi di Sergio Bardotti e Sergepy…
Si, questo avvenne dopo che il direttore artistico Riccardo Michelini si rese conto che avevamo bisogno della guida di un maestro. Ci trovammo molto bene con Luis Bacalov, ricordo che gli raccontavamo la nostra visione musicale e lui, visti i risultati, ha saputo cogliere benissimo le nostre idee.

Il vostro successo ha oltrepassato i confini nazionali sino ad arrivare negli Stati Uniti e in Giappone, dove il prog italiano è amatissimo…
Nel tempo è accaduto che all’estero si siano accorti di noi. Tre anni fa siamo andati in tour proprio in Giappone, dove ci aspettavano da 40 anni, per eseguire l’intera opera di ‘Contaminazione’, con una grande orchestra. Il Giappone è un paese eccezionale, ne ho un ricordo bellissimo, grazie anche a un’organizzazione perfetta e alle tante persone stupende che ho conosciuto.

‘Contaminazione’, nel 1975, divenne ‘Contamination’, per il mercato estero…
A quell’epoca le filiali nazionali della RCA collaboravano tra di loro, distribuendo le opere di quegli artisti che potenzialmente avevano i numeri per imporsi all’estero. Nel nostro caso vennero a conoscerci degli ingegneri del suono inglesi, attirati dal fatto che il disco era stato registrato in quadrifonia. Da qui nasce la scelta di produrre l’album, ricantato in inglese, anche per il mercato estero.

Dallo scioglimento del gruppo a ‘Tribal domestic’ la strada è molto lunga…
C’è stato un mio ‘spaesamento’ durato circa vent’anni, anche se seguitavo a studiare, suonare e ad aiutare band di amici. Dopo lo scioglimento del gruppo dovevo andare a Londra per lavorare con Peter Gabriel ma, come già detto, ero veramente affranto e così sono arrivato in ritardo e l’occasione sfumò. Superato tutto questo ho deciso di riprendere la mia linea originale, senza dare ascolto ai vari produttori, così è nato ‘Microstorie’, subito accettato dalla Sony, e poi ‘Tribal Domestic’.

Come nasce il nuovo disco?
Volevo realizzare qualcosa di diverso, sempre tenendo conto del mio spirito musicale (tribal), per circa un mese ho lavorato in casa tutti i giorni a questo progetto (domestic), prendendo spunto da quello che avevo fatto il giorno prima. Con Chris Catena, mio vecchio amico e gestore di un’agenzia di musica classica, ne abbiamo stabilito lo sviluppo e, visti gli ottimi trascorsi come cantante, deciso che sarebbe stato lui la voce principale. “Tribal” era terminato già da due anni ma, parlando con gli organizzatori del tour giapponese, si è deciso di realizzarlo insieme a un’orchestra sinfonica. Ecco spiegato il motivo per cui il CD è stato pubblicato con un certo ritardo.


Quando Pino Ballarini lasciò il gruppo, per un breve periodo fu sostituito da Michele Zarrillo, che rivedremo al prossimo Festival di Sanremo…

Pino ha vissuto fuori dall’Italia per circa 40 anni, quando è tornato gli ho chiesto di cantare una canzone del nuovo album e sicuramente sarà presente anche nei live. Con Michele Zarrillo, dopo che Pino lasciò la band, abbiamo fatto delle prove e ha cantato con noi per quattro o cinque concerti. Resta da dire che sia Pino sia Michele hanno una gran bella voce.

Come avete vissuto l’epoca nella grande famiglia della RCA Italiana?
Ricordo con piacere il periodo della RCA perché tutti si interessavano agli artisti, a cominciare dal direttore generale Ennio Melis, il direttore artistico Michelini, Enzo Martella il fonico della “Bibbia”, l’ingegnere del suono Franco Finetti, i vari produttori interni e anche Gino, il simpaticissimo barista del famoso bar RCA. Mi capitava di incontrare Lucio Dalla, Fiorella Mannoia, Riccardo Cocciante, Renato Zero, Angelo Branduardi e tutti i cantautori dell’epoca, molti dei quali aprivano i nostri concerti usufruendo della nostra strumentazione basata sull’impianto di amplificazione Mack da oltre 6.000 Watt, che a quell’epoca era all’avanguardia.

Fotografie di Andrea Stevoli

Prima della registrazione dell’album “La bibbia”, le voci del RdM furono Gianni Mereu e Sandro Falbo
Ingegneri del suono di “Tribal Domestic”: Fabio Ferri (Roma), Fabio Grossi (Los Angeles), Andrea Pettinelli (Latina)
Tribal Domestic;
Testi e musiche di Enzo Vita, tranne “La sacra eternità”: musiche Enzo Vita – Stefano Urso, testo Enzo Vita, ispirata a “Il diluvio” da “La Bibbia”;
Archi aggiuntivi: Layer Bows, Mario Gentili, Giuseppe Tortora;
Orchestrazione: Rino Amago – Enzo Vita

Rovescio della Medaglia: L’origine (da Tribal Domestic, 2016):

INSOLITE NOTE
Heptachord: una miscelazione di generi nel nuovo progetto musicale di Nicola Mogavero e Alessandro Blanco

Il sottile ma intenso timbro del sax soprano di Nicola Mogavero trova, nel ritmo e negli assoli della chitarra classica di Alessandro Blanco, l’equilibrio per un complicato accostamento musicale. Nello spazio di poche note “Heptachord” passa dalle melodie mediterranee agli accenni di bossa nova, per incontrare nel prog e nei passaggi jazz la sua dimensione. “Heptachord” si sviluppa nel difficile equilibrio dei due strumenti, un’esplorazione che spesso ha scoraggiato i compositori ma allo stesso tempo uno stimolo e un limite da oltrepassare, una sfida.
Il disco di Mogavero e Blanco è l’insieme delle suite di Dimitri Nicolau e Melo Mafali, autori rispettivamente di “Grottapinta, Op. 200 e il “Trittico di Vulcano”.

Nicola Mogavero e Alessandro Blanco “raccontano” Heptacord
Al riguardo Mogavero ha affermato: “Le scelte di repertorio sono legate alla nostra naturale radice mediterranea. Dimitri Nicolau, gigante della musica greca tra XX e XXI secolo, è stato in grado di dipingere atmosfere e affetti talmente connotati, a livello melodico, ritmico, armonico e timbrico, da tirarci dentro ad un vortice di “mediterraneità” nuova e antica, oltre le mode, che il Trittico di Melo Mafali ha quindi potuto rilanciare. La matrice comune è immaginifica e descrittiva, a tratti cinematica, e di certo è quanto di più vicino a due personalità come la mia e quella di Alessandro: due figli di città di mare – Palermo e Messina – che spesso scappano a studiare in posti isolati, tra alberi e montagne”.
A sua volta Blanco ha dichiarato: “Una volta testato il seme di “Heptachord” con le nostre riletture e trascrizioni, ci imbattemmo in un brano originale per chitarra e sax soprano, grazie alla conoscenza diretta degli amici di Almendra. Si trattava di Grottapinta di Dimitri Nicolau, grande compositore greco molto vicino ad uno dei membri della factory palermitana. Fantastico! Il brano era scritto benissimo e gli equilibri funzionavano senza sforzi. Il sapore e gli affetti mediterranei della composizione di Nicolau ci fecero venire in mente che si poteva pensare a un progetto organico con anche musica nuova dalla nostra Sicilia. Fu così che coinvolgemmo Melo Mafali – compositore colto e “musicista totale” vicino anche a esperienze progressive rock – il quale, entusiasta, si mise al lavoro su Trittico di Vulcano, tre quadri sonori dall’arcipelago delle Eolie, che rispondevano agli affetti musicali di Dimitri con visioni e “sapori” mediterranei tanto cari anche a Nicola e me”.

Nicola Mogavero: “Gli equilibri su cui si regge Heptachord, in modo del tutto istintivo, non sono mai stati un problema su cui soffermarci. Ci siamo infatti incontrati e scelti proprio perché c’era un’affinità in tutti gli ambiti, primo tra tutti quello della performance: Alessandro è un chitarrista con una presenza sonora pari a pochi altri, io col sax provo semplicemente a non dargli troppo fastidio. Per il repertorio abbiamo all’inizio scavato ognuno nel proprio pregresso e nel proprio bagaglio, ma le soluzioni cominciarono a venir fuori pian piano, tra ricerche e le tante collaborazioni con altri musicisti, così siamo riusciti a creare un repertorio originale aperto a ogni contributo coerente con le nostre identità e quindi con “Heptachord”, cui affianchiamo, tra sfida e coerenza, una linea di ricreazione di alcune pagine del XX secolo, come ad esempio le “Six Melodies” di John Cage.
Alessandro Blanco ricorda: “Heptachord nasce da un’estrema sintonia umana tra noi due e da un’innata curiosità e ricerca del ‘nuovo’, a maggior ragione per la pressoché totale assenza di musica originale per questo insolito duo. L’oggettiva difficoltà di accostare una chitarra non amplificata al sax soprano, così presente dal punto di vista della pressione sonora, ha scoraggiato i compositori, ma come spesso è accaduto nella storia della musica, l’interprete può essere punto di partenza per nuove strade prima impraticabili. Iniziammo a testare trascrizioni varie, scoprendo che l’equilibrio era in realtà possibile: il chitarrista doveva avere un buon “forte”, il sassofonista un buon “piano”, oltre ai normali parametri utili a qualsiasi insieme da camera. Non ci volle molto per capire che “Heptachord” poteva partire”.

Dimitri e la valle dei mostri
Dimitri Nicolau, scomparso nel 2008, ha iniziato a comporre musica a tredici anni, con “Sonata per mandolino e pianoforte”, tra gli altri suoi componimenti “La melodia ritrovata” e la suggestiva e mediterranea “Grottapinta Op. 200”, ripresa con passione e talento da Mogavero e Blanco.
“La valle dei mostri” chiude il trittico di Carmelo (Mele) Mafali, esasperando la chiave progressive della composizione, che nei due momenti precedenti (Danza delle lucertole sulle pietre di lava e Un deserto stellato) riesce a coinvolgere sonorità differenti tra loro, legate dal sax soprano di Mogavero e dall’atmosfera eoliana. New Age, jazz e prog si fondono e rendono unica la performance. Pregevole l’apporto di Alessandro Blanco, la sua chitarra dona spessore a un sassofono che coglie l’attimo e raggiunge i pensieri di chi l’ascolta.

Fotografie: Francesca Cicala

Ascolto dei brani di Heptachord:
https://heptachord.bandcamp.com/album/heptachord

Un pipistrello non fa primavera

Senza calcoli astronomici, domani – anche se non ci sono più le mezze stagioni (cit.) – dovrebbe arrivare in tromba magna (cit.) proprio lei, la mezza stagione più attesa.
Non ho capito bene perché ma a me quest’anno è sembrata un po’ in anticipo.
Così, a pelle, l’ho sentita bussare tipo il 7 marzo, più o meno.
Sarò io che sono un ceffo ma quel giorno lì mi sono svegliato con l’impellente bisogno di rimettere su “Forever Changes” dei Love, un disco “primaverile” sì ma primaverile come una rondine.
Quindi se non ci sono più le mezze stagioni (cit) e una rondine non fa primavera (cit.) dovrei essere perfettamente in regola.
Così in regola che poi, proprio quel 7 marzo, mi sono ricordato che Arthur Lee, il lider maximo e cantante dei Love, ne avrebbe fatti 72.
Tombola.
Anche perché quest’anno “Forever Changes” ne fa 50, cifra tonda che è una scusa perfetta per attaccare una pezza su ‘sto disco assurdo.

Un disco che è – più o meno a detta di tutti – Il Capolavoro Assoluto dei Love e a detta di molti – così, fuori dai denti – è anche uno dei dischi più belli in assoluto della storia della musica pop o rock o come la vogliamo chiamare.
Stranamente, per una volta, non mi posso proprio lagnare perché sono d’accordo con entrambe le fazioni.
“Forever Changes” è una masegna bianca e leggerissima, una specie di masegna ripiena di fiorellini che manda un po’ in palla le nostre variegate, soggettive concezioni di “masegna.
E’ un caso abbastanza unico nella musica pop-rock-boh e per come la vedo io c’è un solo altro disco che gli somiglia almeno vagamente ed è, forse, il suo unico figlio: “Ocean Rain” degli Echo & The Bunnymen.
Ovvero un altro disco che se lo metti su non fa scancherare più o meno nessuno perché non ti taglia le vene per lungo come un “Berlin” di Lou Reed anche se sotto sotto fa abbastanza scago.
Ma “Forever Changes”, almeno a me, fa anche più paura.
Perché Arthur Lee, su quegli arrangiamenti per archi/fiati/ottoni ecc. e su quelle canzoni perfette, canta delle cose terribili.
Terribili e parecchio lungimiranti per un disco californiano del 1967.
Perché blah blah blah gli hippy e i fricchettoni e tutta quella roba che poi avrebbe portato a Charles Manson e a tanti altri piccoli Charles Manson qua e là ma Arthur Lee, forse, con questa sua candida masegna ripiena di fiorellini, aveva cercato di dire – in tempo reale – che in realtà, forse, tutti quei fiorellini addosso a tutti quegli hippy erano un modo per camuffare delle gran masegne.
Masegne che poi infatti sarebbero esplose appestando l’aria e le auree di tutti.
Triste, terribile ma alla fine ha avuto ragione, anche due volte.
Una perché l’ha detto subito e due perché l’ha detto con educazione, buttandocisi in prima persona e stando in mezzo a tutti quei personaggi ricoperti di fiorellini.
Un po’ come quella rondine che non fa primavera (cit.) e un po’ come ho accolto io questa primavera che inizia ufficialmente questa settimana.
Quindi, per tutti quelli che non hanno mai sentito i Love e/o “Forever Changes”, buona primavera, buon pezzo della settimana, buon compleanno in ritardo ad Arthur Lee e buoni 50 – con un po’ di anticipo – a questo disco spaventoso.
E allora va mo’ che carino ‘sto pipistrello che cinguetta travestito da rondine.

A House Is Not A Motel (“Forever Changes”, Love, 1967)

MUSICA
Targa Tenco per il miglior album dell’anno a Niccolò Fabi


Niccolò Fabi con ‘Una somma di piccole cose’ si è aggiudicato la Targa Tenco per il miglior album dell’anno, ripetendo a distanza di tre anni la precedente vittoria ottenuta con ‘Ecco’. Come consuetudine la consegna dei premi è stata organizzata dalla direzione del Premio presso lo storico Teatro Ariston di Sanremo.
L’ottavo album della sua carriera (senza considerare quello con Max Gazzè e Daniele Silvestri), è un punto di arrivo da cui ripartire, un lavoro libero dai rigidi vincoli commerciali in favore di una creatività più vissuta e personale. Il disco è stato scritto, suonato e registrato in poche settimane nel casolare di campagna del cantautore, situato nella Valle di Baccano, vicino a Roma.

Una somma di piccole cose’ è anche il titolo del brano che apre il disco, suonato integralmente da Fabi. Il pezzo è un eccellente esercizio acustico di chitarra e pianoforte, strumenti ideali per accompagnare rimpianti e considerazioni esistenziali, sui momenti perduti che inevitabilmente non ritorneranno più: “Una somma di passi, che arrivano a cento, di scelte sbagliate, che ho capito col tempo, ogni volta ho buttato ogni centimetro in più come ogni minuto che abbiamo sprecato e non ritornerà”.
Tra i nove brani della track list, ‘Le cose non si mettono bene’ ha un peso particolare, si tratta di una cover del brano già inciso dal gruppo laziale Hellosocrate, che ha interrotto l’attività a seguito della prematura scomparsa del front-man Alessandro Dimito. Le canzoni di Fabi si ispirano all’indie-folk americano, il genere musicale influenzato dal folk degli anni cinquanta, sessanta e settanta e dalla musica country. Gli arrangiamenti, molto vicini a un’essenzialità quasi grezza, evidenziano una sottrazione musicale a vantaggio della comprensione delle parole e del loro significato.

Niccolò Fabi in concerto. Foto di Niccolò Caranti

Ho perso la città‘ misura la distanza dal luogo ameno in cui è nato questo album, con le “corsie preferenziali”, le subway e le squallide periferie delle grandi città. Una serie di immagini che fotografano la confusione, la perdita dell’identità e del sogno, concetti metaforicamente sintetizzati in una frase del brano: “… hanno vinto i ristoranti giapponesi che poi sono cinesi, anche se il cibo è giapponese…”. Il video ufficiale di questa canzone è stato realizzato da Roberto Biadi, creativo torinese, che ha raccontato una giornata qualsiasi in una città volutamente non ben identificata, con scene girate a velocità accelerata in numerose metropoli. Il filmato mette in risalto il ritmo forsennato della metropoli contrapposto ad alcuni oggetti che sembrano fermare il tempo e creare un proprio mondo: una bicicletta, un ombrello e una penna. Bello il finale sublimato dall’incedere del coro, che accompagna un writer intento a disegnare un panorama senza costruzioni, con tanto verde, cielo azzurro e qualche nuvoletta.
Filosofia agricola‘ auspica il ritorno alla terra a quella che appare come la più sostenibile dimensione dell’uomo, dove la natura viene rispettata e non continuamente compromessa. Le parole scorrono facili sul desiderio di libertà e utopie, ma non manca la consapevolezza di quanto sia difficile cambiare il modello di vita che ci siamo costruiti: “Se avessi meno nostalgia saprei conoscere, godermi e crescere, invece assisto immobile al mio nascondermi e scivolare via da qui”. La volontà del cantautore romano di raccontare tematiche ambientaliste si era già manifestata con la realizzazione, insieme al geologo Mario Tozzi, dello spettacolo ‘Musica sostenibile‘. Il progetto nacque nel 2015 in occasione del ricordo della tragedia di Val di Stava del 1985, quando i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando 180.000 m3 di fango sull’abitato di Stava, piccola frazione del comune trentino di Tesero.

Niccolò Fabi ha vinto la Targa Tenco 2016 per il miglior album in assoluto. Foto di Niccolò Caranti

‘Una mano sugli occhi’ e ‘Le chiavi di casa‘ parlano d’amore, di ragazzi con la mano nella mano, del loro osservarsi quasi di nascosto, come in un gioco. “Le chiavi di casa” si sviluppa per immagini, una tecnica di scrittura cinematografica utilizzata anche in altre canzoni del disco, una serie di fotogrammi che sintetizzano stati d’animo e pensieri: “…tu prenditi i tuoi rischi, tanto amandosi raddoppiano per forza, le ragioni, per cui possono ferirti, stai attento alle correnti e non scordarti le chiavi di casa”.
In ‘Facciamo finta’, un padre racconta il mondo dei suoi sogni con le parole di un bambino, in una sorta di favola: “Facciamo finta che io sono un Re, che questa è una spada e tu sei un soldato. Facciamo finta che io mi addormento e quando mi sveglio è tutto passato. Facciamo finta che io mi nascondo e tu mi vieni a cercare e anche se non mi trovi tu non ti arrendi perché magari è soltanto che mi hai cercato nel posto sbagliato…”.
‘Una somma di piccole cose’ ha vinto la Targa Tenco come miglior album con merito, senza dubbio c’erano anche altri lavori degni di questo riconoscimento ma bisogna ammettere che si tratta di una delle produzioni più coraggiose e originali. Niccolò Fabi ha proposto un disco realizzato con cura artigianale, prestando attenzione sia ai contenuti sia alla musicalità dei testi.

Niccolò Fabi, Facciamo Finta – Hills Sessions

INSOLITE NOTE
“Spiegazioni improbabili” di Massimiliano Cranchi: nuovo album e concerto a Ferrara

‘Spiegazioni improbabili’ è il quarto album di Massimiliano Cranchi e della sua band, un viaggio lungo sette canzoni con scelte, passaggi, incontri e scontri di vita. La presentazione ufficiale avverrà a Ferrara il 15 marzo alle ore 21.00, presso la Sala Estense, in occasione del concerto di Cranchi e la sua band.
Il disco di Cranchi si lega alla tradizione della canzone d’autore italiana, evidenza rivelata sin dalle prime battute di ‘Spiegazioni improbabili sul metodo’, che cita Francesco De Gregori, proseguendo per strade dove si incrociano, tra gli altri, Francesco Guccini, Paolo Conte.
Il punto più alto del disco è raggiunto da ‘Anna’, un brano eseguito con la brava Valentina Curti, un ritratto tormentato tra pazzia e slanci amorosi. Consapevolezza e rimpianto alimentano un amore vero nascosto in un nome, un abbraccio platonico a se stessi e a chi non ci appartiene.
Massimiliano frequenta Ferrara, la città che ama i cantautori, come le rassegne organizzate dall’associazione ‘Aspettando Godot’, che recentemente ha riportato tra il pubblico artisti quali: Renzo Zenobi, Mario Castelnuovo, Flavio Giurato, i musici di Claudio Lolli e di Francesco Guccini.

La copertina di Spiegazioni improbabili

‘Spiegazioni improbabili’ è il nuovo disco di Massimilano Cranchi o della Cranchi band?
Il progetto si è sempre chiamato Cranchi, ho iniziato a scrivere canzoni voce e chitarra tenendole chiuse in un cassetto, è stato merito – o colpa se vuoi – di Marco Degli Esposti che mi ha convinto e spinto a portarle fuori. I dischi escono a mio nome ma sono suonati pensati e arrangiati da una band. Diciamo che questo disco è più ‘solista’ degli altri perché le canzoni parlano della mia storia personale, tutto qua.
Ora a dir la verità ‘Cranchi’ non so più cosa sia… Io, Io e Marco, una band? L’importante è suonare e continuare a scrivere. Tra parentesi, in ‘Non canto per cantare’ tre canzoni sono state scritte interamente da Marco (testo e musica).

Rispetto al tuo lavoro precedente, ‘Non canto per cantare’ (2015), il nuovo album ha un carattere più autoriale…
‘Non canto per cantare’ è nato come disco corale, David Merighi era appena entrato nella band e avevamo voglia di suonare e creare assieme questo disco che poi ha dato molte soddisfazioni, come il tour in Cile.
Spiegazioni improbabili nasce da una mia esigenza, quella di raccontarmi e trovare delle certezze, naturalmente non ne ho trovate…
Mi sono messo in studio con Marco Malavasi (sonic design studio) e abbiamo cercando di differenziare molto le canzoni con l’obiettivo di trovare per ognuna di esse arrangiamenti e strumenti adatti. Il disco non è suonato solo dalla band ma da molti altri musicisti, tra cui i bimbi della scuola elementare di Sermide che fanno i cori di l’amore è un treno.

I Cranchi

Quali ‘Spiegazioni improbabili’ legano le sette storie che raccontano: la tua città, la donna di vetro, la fatica del gregario, macchinisti impazziti e vari aspetti dell’amore…
Spiegazioni improbabili sul metodo, la prima canzone del disco, intro e collante di tutte le altre. Un viaggio onirico e metaforico che prova goffamente a spiegare come nascono le mie canzoni. ‘La donna di Vetro’ cita De Gregori, il macchinista Guccini e il gregario Paolo Conte, mi hai scoperto…

‘Anna’ è uno dei brani più intensi dell’album, dietro si cela Bertha Pappenheim, scrittrice austriaca divisa tra spazzacamini che corrono nel cervello e impulsi amorosi, impreziosito da Valentina Curti…
‘Anna’ è anche il nome di mia sorella… Ho voluto mantenere la ‘presenza femminile’ che ci accompagna in tutti i dischi: Marta Poltronieri per ‘Caramelle Cinesi’, Francesca Amati per ‘Volevamo uccidere il re’, Maria Roveran in ‘Non canto per cantare’ e ora Valentina. Il tema di ‘Anna O’ mi è molto caro, questa è la seconda canzone che le dedico. La prima, ‘Anna O’, appunto, si trova in ‘Caramelle cinesi’. Probabilmente mi affascina questo amore intellettuale mai consumato, questa catarsi a cui Breuer inizialmente non diede importanza, non solo per Bertha ma per la storia futura della psichiatria. Forse perché simbolo dell’amore non ricambiato per antonomasia. La canzone si sviluppa in un botta-risposta alla fine di una seduta psicanalitica, in cui Breuer, accortosi del ‘pericolo’ dell’innamoramento di Bertha prova a prenderne le distanze, senza riuscire razionalmente a controbattere le frasi appassionate della sua paziente. Penso che anche lui ne fosse innamorato ma troppo rigido per ammetterlo e poi le canzoni non si spiegano… ne potrebbero venir fuori solo spiegazioni improbabili…

Massimiliano Cranchi

Tu hai vissuto e frequenti Ferrara, che rapporto ha la città con gli artisti?
Ne approfitto per ringraziare Pino Calautti di Aspettando Godot, fa un lavoro incredibile per portare il cantautorato di qualità a Ferrara. La città dovrebbe aiutarlo di più! Pino è il vero servizio pubblico. Sempre a proposito di Aspettando Godot, vorrei anche salutare il grande Claudio Lolli, spero un giorno di poterci passare una serata assieme.
A Ferrara abbiamo un grande pubblico e vorrei ringraziarli tutti e dire che vi aspettiamo il 15 marzo in Sala Estense, poi non so dire quali siano i rapporti tra la città e i suoi artisti, anche perché io son straniero. Mi son sempre considerato mantovano in realtà, Ferrara mi ha adottato e ho passato gran parte della mia vita in questa città, è stato un rapporto di amore e odio. Ultimamente andiamo d’accordo.

Massimiliano Cranchi

Una domanda a Pino Calautti, dell’Associazione Aspettando Godot
Parlando di Cranchi e della sua band abbiamo affermato che Ferrara ama i cantautori…
Cranchi Band è sicuramente una gran bella nuova realtà, hanno aperto con successo alcune nostre manifestazioni. L’associazione Aspettando Godot opera da alcuni anni a tutela culturale della storica canzone d’autore italiana, spesso con grandi sacrifici e non sempre con aiuti istituzionali. Ha realizzato molti concerti su tutto il territorio con il cantautore bolognese Claudio Lolli. È organizzatrice della rassegna “Storica e Nuova Canzone d’Autore” di Ferrara, la cui ultima edizione 2016 ha beneficiato del patrocinio del Ministero dei Beni Culturali. Aspettando Godot organizza anche la “Rassegna d’Autore e d’Amore” di Bordighera (patrocinio e sostegno Siae per l’edizione 2016). In pochi anni di attività ha portato in concerto artisti importanti come Eugenio Finardi, Alberto Fortis, Nada, Eugenio Bennato e diversi altri. Alle nostre manifestazioni partecipano appassionati provenienti da tutta Italia.

Fotografie in esterno: Marilena Pellegatti
Foto interno teatro: Davide Rampionesi

Anna – Video ufficiale

INSOLITE NOTE
“Si vo’ Dio”, i classici della canzone napoletana interpretati da Rosa Chiodo

Quella di Rosa Chiodo è una carriera in ascesa: nel 2013 ha vinto il Festival “Premio Mia Martini – Nuove proposte per l’Europa” di Bagnara Calabra, con il brano “Il tuo respiro” scritto da Saverio D’Andrea, l’anno successivo ha partecipato al Festival della canzone italiana a New York e recentemente si è aggiudicata il premio della critica al Festival di Napoli, oltre ad avere aperto i concerti di Edoardo ed Eugenio Bennato.

Rosa, conosciuta anche con il nome d’arte di Kiodo, ha pubblicato “Si vo’ Dio”, il suo primo EP, in cui propone cinque classici della canzone napoletana e un inedito, avvalendosi di soli due strumenti: il pianoforte e la voce.
L’album trae il titolo da “Si vo’ Dio”, di Salvatore Palomba e Rino Afieri, la nuova canzone con cui ha vinto Il Festival di Napoli – New generation, svoltosi nel 2015 al Teatro Politeama di Napoli. Palomba, collaboratore storico di Sergio Bruni, è l’autore di alcuni classici inseriti nel disco, quali “Carmela” e “Amaro è ‘o bene”, firmati con lo stesso Bruni.

In “Si vo’ Dio”, il pianoforte, suonato da Francesco Oliviero, accompagna la voce di Rosa, che dona passione e cuore all’interpretazione. Nel brano firmato Palomba-Alfieri, s’intravede un piccolo spiraglio di speranza, sufficiente per fare nascere un sorriso: “Certo ce vo’ coraggio oggi a se vulè bene, oggi ca ‘e sentimente, pare ca so’ ‘e passaggio. Ma per ce senti vive oversamente, nun ‘o perdimmo maie chistu coraggio! Si vo’ Dio…”.

Rosa Chiodo
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Gli altri brani dell’EP sono eseguiti al pianoforte da Aldo Fedele, collaboratore storico di importanti artisti tra cui Lucio Dalla, Stadio, Gianni Morandi, Roberto Vecchioni, Ron, Edoardo Bennato.
“Voce ‘e notte” è un classico della canzone napoletana, composto all’inizio del secolo scorso da Edoardo Nicolardi ed Ernesto De Curtis. La canzone racconta di un uomo che dichiara il suo sentimento alla donna amata, anche se lei è già promessa a un altro. Rosa si aggiunge a Lina Sastri, stupenda interprete di una precedente versione al “femminile”; mentre tra i gli artisti uomini citiamo Massimo Ranieri, Peppino di Capri e Claudio Villa.
Oramai non si contano più le incisioni di “Canzone appassionata” (Canzone appassionata), scritta nel 1922. La versione della cantante campana si aggiunge alle tante, buona l’interpretazione guidata al pianoforte da un ispirato Aldo Fedele.
“Carmela” e “Amore è ‘o bene”, i due brani firmati Palomba-Bruni, sono diventati dei classici, anche se abbastanza recenti. La collaborazione tra Sergio Bruni e il poeta Salvatore Palomba creò un sodalizio molto importante per la canzone napoletana, bene ha fatto Rosa ad attingere da questo repertorio, che si presta all’esecuzione al solo pianoforte ed esalta il timbro dell’interprete.

“Passione” è una delle canzoni più conosciute, una struggente storia d’amore scritta da Libero Bovio e musicata da Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente. La versione di Rosa e Aldo Fedele mette l’accento sulle due anime del brano, diviso tra estasi e sofferenza, la voce della cantante sembra più matura della sua giovane età, un complimento se riferito a un brano del 1934, riportato ai giorni nostri dalle note di un pianoforte suonato con… passione.
“Si vo’ Dio” è il primo EP “senza rete” di Rosa Chiodo, dotata interprete di classici napoletani e canzoni che si legano alla tradizione. La voce c’è ed è tanta, il talento, la passione e l’applicazione non mancano, sicura ricetta per rendere al meglio potenza e sensibilità. Ottimi i collaboratori, splendido il repertorio. Se son Rose…

Rosa Chiodo: Se vo’ Dio (video ufficiale)

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Tullio Pizzorno ripropone il suo sound tra funk e fusion nel suo ultimo album “Charisma”

Charisma” è l’album più recente di Tullio Pizzorno, un artista fuori da ogni schema e difficilmente catalogabile nel panorama discografico italiano. Il genere musicale in cui si muove è a volte funky a volte jazz e soul o per meglio dire una “fusion” di questi sound, senza escludere atmosfere più mediterranee. Il disco contiene 14 brani, di cui Pizzorno ha scritto musiche e testi.
Funk è un termine coniato negli Stati Uniti negli anni cinquanta, che indica caratteristiche ritmiche e sonore presenti in diversi ambiti musicali. Inizialmente il termine fu usato nel jazz per indicare un approccio musicale rude e senza contaminazioni. In seguito funky fu utilizzato anche per generi quali soul e R&B. Fusion è un genere nato alla fine degli anni sessanta, che combina elementi di jazz, rock e funk. Tra i primi dischi fusion citiamo: “Hot Rats” di Frank Zappa (1969) e i “In a silent way” (1969) di Miles Davis.
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Tre anni dopo il precedente “Di vista” i tempi erano maturi per il sesto album, soprattutto per rimarcarne il taglio “più o meno funk”. Le prime reazioni di chi l’ha ascoltato sono state molto positive e sono venute dal Giappone dove Pizzorno è noto e apprezzato, grazie al pianista danese Niels Lan Doky (conosciuto tramite Gino Vannelli), che ha inciso un suo brano, inserendolo in una compilation di musica italiana prodotta per il mercato del sol levante. Tullio ci ha confermato che Alberto Radius ha apprezzato “Charisma”, anche se, da rocker puro qual è, ha precisato che il funk/fusion non è nelle sue corde. Massimiliano Pani conferma di essere il suo più grande fan e da altri discografici e musicisti amici ha avuto attestazioni di stima per le musiche e i testi.
Dal 1995 Mina ha inserito il musicista casertano tra i suoi autori, incidendone alcuni brani tra cui: “La fretta nel vestito”, “Di vista” e “Musica per lui”. Tullio Pizzorno è un compositore e musicista polistrumentista allievo del maestro Lilli Greco (colonna portante degli anni d’oro della RCA Italiana).
Tullio ritiene che “Charisma” sia un album che doveva a se stesso, una nuova pietra nel suo cammino, costruita senza guardare alle regole di un mercato che in realtà non esiste, strizzando l’occhio a chi, seguendolo dall’estero, è puntuale nell’apprezzare certe “digressioni soul-jazz”, che si diverte fare.
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Charisma: “Back to basics” è il brano di apertura del disco, introdotto da un dialogo tra chitarre, che lasciano spazio alle percussioni, a “tocchi” di tastiere e fiati (questi ultimi gli unici a essere expander di campioni insieme agli archi). La voce di Tullio spazia dalle intonazioni tipo “back voice”, sino alla “voce dell’anima”. Musicalmente questo pezzo si può definire il manifesto dell’album.
“New York sotto la neve” è il secondo brano di Charisma: “New York sotto la neve è fumo congelato, cipolle e ristorante profumato, la faccia di Herald Square, non cambia d’espressione, è bianca ma non perde il suo colore …”. Nei versi di questa canzone ritroviamo con piacere il Pizzorno allievo di Oscar Avogadro, che ha contribuito alla realizzazione dell’ultimo album di Alberto Radius. Gli assoli di chitarra elettrica si legano idealmente alle performance del grande Alberto, ma l’atmosfera del brano ne evidenzia l’originalità e la padronanza nella scrittura e nell’esecuzione.
Il ritmo cambia con “Charisma”, il brano che dà il titolo all’album, la voce dialoga con gli altri strumenti, in una serie di emissioni che raggiungono anche il falsetto.
Le romantiche note suonate al pianoforte introducono “Charismatic”, un brano strumentale melodico, che conferma la duttilità del suo autore, capace di melodie e ritmi intensi, ma anche di riflessioni musicali, in grado di trasformare le note in immagini. Tullio scrive per il cinema e questo brano ne conferma qualità e ispirazione.
“Amoresagerato” ha il ritmo struggente e le parole del rimpianto amoroso, mentre in “Sarà la fine del mondo”, l’allegria contagia avvenimenti fanta-catastrofici: “Tu, amico distratto da mille pensieri, dai telegiornali, ascolta il messaggio che arriva diritto, dall’alto dei cieli, da amici spaziali … sarà la fine del mondo, lo sapevamo da un pezzo, ci sono gli ufo di mezzo … e noi che ridiamo e noi che diciamo e noi che ci crediamo …”.
Armonia, nostalgia e Facebook in “Chi si appartiene” e “Third life”, mentre in “Il nostro Made in Italy”, l’anima funky dell’artista prende il sopravvento, tra parmigiano, mozzarelle e vino in bustina.
“La persona che impara il tuo nome” e “Segnali di fumo di sigaretta” miscelano parole e musica in un unico suono, un legame armonico dai toni quasi confidenziali. Pizzorno si apre a chi lo ascolta e parla di se stesso, i due brani “sognano” melodie che vengono dal cuore: “Due come noi sarà una storia inutile, se per parlarci un po’ dobbiamo illuderci, che ci capiamo eh no, senza discutere, persi nel fumo di sigaretta …”.
“Spilli” e “Keep left” riflettono il sound di Tullio, si tratta di due brani di largo respiro, coadiuvati da testi intelligenti, costruiti sulla fusione di note che l’artista organizza con sapiente maestria: “Keep left and don’t look back, now stop!”.
Tullio Pizzorno torna alla discografia e lo fa con un prodotto pieno di sorprese, pensato, scritto, realizzato e suonato tutto da lui. “Charisma” è un passo avanti nella sua carriera di musicista, coerente con la precedente produzione e messaggero di una cresciuta maturità.

Tullio Pizzorno – New York sotto la neve

Nebbia, mandolino e fisarmonica: la lunga Strada di John dal palco di Springsteen alla grande pianura

È passato poco tempo da quando Gianni Govoni, alias John Strada, ha diviso il palco con il Boss alias Bruce Springsteen. Il fatto è accaduto il 16 gennaio 2015 al Light of day, il Festival benefico che si svolge allo Stone Pony di Asbury Park di New York. Il musicista emiliano ha cantato “Thunder road” insieme al Boss, che è solito condividere il palco con gli altri partecipanti.
“Mongrel” è il 7° album di John Strada, il primo interamente in inglese, realizzato con la collaborazione di Jono Manson, musicista e produttore americano. Il termine “Mongrel” è affine a “Meticcio”, il disco precedente, da cui sono stati riarrangiati e tradotti quasi tutti i brani. All’appello manca soltanto “Tiramola”, escluso per mancanza di tempo.

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Uno dei brani più suggestivi è “In the fog”, ballata folk scandita da nebbia, mandolino e fisarmonica, che già aveva deliziato in “Meticcio”, tra gli inediti “Free through the wind”, scritta originariamente per un evento da svolgersi in quel di Dublino. La canzone, cui l’elettronica e l’organo Hammond di Daniele de Rosa regala attimi di suggestione, è dedicata a Guglielmo Marconi.
“Christmas in Maghreb”, racconta la storia di Aisha, una giovane ragazza che, tra paura e dignità, porta in grembo il frutto di un amore tenuto segreto dal velo. Nella versione in inglese non c’è la Madonnina che guarda la ragazza dall’alto del Duomo di Milano ma un Santa Claus barcollante in attesa del miracolo di Natale.
Gli altri inediti sono “The mistletoe’s burning”, “Here I am”, “Walking on Quicksand”, tre brani diversi tra loro ma con la stessa matrice: il rock.
Alla realizzazione del disco hanno collaborato musicisti americani e canadesi: Bocephus King (Premio Tenco 2015, categoria stranieri), Michael McDermott, James Maddock (co-autore di “Promises”) e il già citato Jono Manson, che duetta con il cantante emiliano in “Headin’ home”.
L’operazione di John Strada è intelligente e convincente, necessaria per fare uscire dai vicoli il rock italiano. I 15 brani sono ricchi di personaggi, suoni e sapori che esprimono passione, nostalgia, voglia di vivere, dramma e amore. Storie universali proposte con la complessa “semplicità” di un sound immediato e la musicalità dei testi in inglese. Bravi i musicisti: Wild Innocentes, aggiunti e ospiti, che hanno saputo fare esprimere al meglio il rocker che è in Gianni Govoni.
Il 3 febbraio 2017 ci sarà la presentazione ufficiale di “Mongrel” al Teatro di XII Morelli, frazione del comune di Cento (FE), paese natale di John Strada. Ospite della serata: Bocephus King, esibitosi con successo nelle ultime due edizioni del Premio Tenco.

Come nasce il tuo primo album in inglese?
Ho sempre saputo che prima o poi avrei fatto un album in inglese. Le canzoni di “Meticcio” si prestavano bene a questa lingua e così ho cominciato a lavorarci sopra. Ho contattato alcuni amici americani che hanno accettato di collaborare. Ho aggiunto alcune canzoni nuove. “Free through the Wind”, l’avevo scritta su commissione per delle celebrazioni a Dublino ma poi non se ne è fatto nulla, la canzone mi piaceva e l‘ho messa su “Mongrel”. Sono contento di avere lavorato con Jono Manson, persona fantastica e musicista incredibile; ci conosciamo da qualche anno e tra noi c’è stata subito una bella alchimia.

“Mongrel” ti riporta alla vera dimensione del rock, che difficilmente può prescindere dalla lingua inglese…
Il rock è della lingua inglese. Gli autori degli stati non anglofoni provano a farlo proprio usando la lingua nazionale. Alcuni riescono bene ma non è a stessa cosa. Quindi, ho voluto misurarmi con la musica rock nella sua lingua originale. Ho lavorato tantissimo ma mi sono divertito moltissimo. Nel prossimo disco andrò oltre. Ho già scritto molte canzoni, alcune in italiano altre in inglese. Il prossimo CD sarà misto.

Ascoltando “Meticcio” e “Mongrel” si nota il lavoro sui testi, che non sono stati semplicemente tradotti…3Non è che i testi siano stravolti. Nessun testo lo è ma ho cercato di adattarli al sentire anglo-americano. In “Promesse” il ragazzo era una promessa appunto a calcio, in “Promises” è un promettente chitarrista. in “Christmas in Maghreb” c’è un Babbo Natale ubriaco che non c’era nella versione in Italiano. In America fare Santa Claus è un lavoro, in Italia un gioco, cose di questo tipo…

Rispetto a “Meticcio” manca “Tiramola”…
Non avevo più tempo. Ho fatto un lavoro meticoloso su ogni testo. Considerato ogni significato che le parole potessero avere. Ho cercato di creare armonia nel suono delle parole. “Tiramola” era rimasta per ultima e non ho fatto in tempo a lavorarci sopra come avrei voluto. Il disco era già in mega ritardo e ho dovuto sacrificarla.

Il tuo brano preferito?
Molto difficile da dire. Va a periodi. Adesso forse è “I’m laughing” ma quando l’intervista uscirà probabilmente sarà un altro.

I Wild Innocents sono:

Dave Pola (chitarra elettrica)
Alex Cuocci (batteria)
Daniele “Hammond” De Rosa (tastiere)
Fabio Monaco (basso)

John Strada – Torno a casa, versione italiana di “Headin’ home”:

Re-pop, le sonorità anni ’80 captate dai Radar

È sufficiente ascoltare le prime note di “Vegano no”, per riemergersi nel pop surreale e grottesco anni ’80 dei Radar, un viaggio nel tempo senza teletrasporto o distorsioni temporali.
Attenzione! Come ci ha insegnato “Back to the future”, il viaggio nel tempo può portare anche nel futuro, da qui il senso del titolo dell’album e del rinnovato sound dello storico gruppo veronese. A distanza di 34 anni dal loro primo disco i Radar tornano con la formazione composta da Nicola Salerno (fratello di Nini dei Gatti di Vicolo Miracoli), Gaetano Lonardi e Joyello Triolo.

La copertina del nuovo album

“No vegano” traccia la linea del disco, tra ironia e paradosso, cavalcando le pretese vegetariane di una morosa che vincola il matrimonio a insalate e cicoria. Meglio riempiere il piatto di salsicce, burrate e frittate, cibi che rendono più felici delle fidanzate intransigenti, alle quali non resta che pentirsi e riconvertirsi, ballando e muovendosi al ritmo di un fresco electro-pop.
“re-pop”, titolo volutamente in minuscolo, contiene dieci brani suonati con una timbrica particolare, ricca di contaminazioni, voci, fiati, percussioni, drum machine e qualche assolo quando serve. “Una cuoca calabra” completa la visione musicale con spunti jazz e pensieri improvvisati, un brano colorato che invoglia all’ascolto e a qualche passo di dance. “I formaggi di Lanzarote” alterna coro e fiati, mentre Cinzio, cuoco improvvisato, segue Master Chef spendendo una fortuna per cucinare il brasato. In “Grugy”, Zia Lina sembra casta ma poi si trasforma in qualcos’altro. Una melodia semplice, arrangiata con fiati e archi, aiuta a comprendere come la mente di un idiota abbia la profondità di un fiume.

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“James Carruba” si muove tra peperoni e valvole, una sorta di ballata surreale a ritmo sincopato, tanto di moda negli anni ottanta. Il riferimento alla musica di quel periodo non confina il disco nel revival, tutt’altro! Si tratta di un’esperienza arricchita da trent’anni di mestiere e dalla voglia di proporsi in una nuova veste, come in “Plastic People”, il cui testo è tratto da una poesia di Aldo Nove: “La plastica mentale elettorale, liberale. La plastica mentale esagonale, intestinale, macchinale, ombelicale…”.
Aldo Nove, nome d’arte del poeta e scrittore Antonello Satta Centanin, è considerato uno degli autori che chiude il secolo delle avanguardie (Atlante del Novecento italiano).
Nicola Salerno, fondatore dei Radar, così ha commentato il nuovo album: “È un caso divertente che il nostro ritorno coincida con un gruppo di tutt’altro genere, ma in qualche modo paragonabile a noi: Il Volo. Il confronto è buffissimo: loro sono giovani e noi siamo vecchi ma paradossalmente loro cantano canzoni antiche e sembrano cantanti cinquantenni, noi invece cerchiamo un linguaggio originale e più in sintonia coi tempi all’interno della musica elettronica “commerciale”, pur restando anagraficamente vecchi, non vogliamo fare i finti giovincelli, pietà. I tre del Volo hanno una tecnica vocale ineccepibile, noi siamo assolutamente ruspanti e imprecisi. Loro cantano col vibrato, con uno stile vocale anni ’60, lasciando spesso ampio spazio a virtuosismi, noi usiamo filtri, vocoder e Melodyne per alterare le voci qui e là. Non vibriamo quasi mai”.

 Lo stesso Salerno ha definito la musica dei Radar: “Il nostro genere è musica per grandi e piccini, spesso piacciamo anche ai bambini perché siamo sostanzialmente un gruppo giocoso”.
“re-pop” è un bel regalo anche per chi era “piccino” soltanto qualche mese fa e naturalmente per chi era “analogico” nel 1982, citazione tratta dal testo di “Sul Vesuvio”, brano attuale, nostalgico e lucido.

“Grugy” – Il video ufficiale

I Radar sono:
Nicola Salerno | Voce e Soundmaster
Joyello Triolo | Voce
Gaetano Lonardi | Voce
Parole, musiche e arrangiamenti di Nicola Salerno;
“James Carruba” e “Sul Vesuvio” parole di J. Triolo e N. Salerno;
“Plastic People” (N. Salerno – Antonello Centanin – N. Salerno), da una poesia di Aldo Nove

I cittadini fanno “oh”: intervista a Giuseppe Povia

In un mondo sempre più oscuro bisogna stare attenti a quelle fiammelle che fanno un po’ di luce e aiutano a squarciare le tenebre. Giuseppe Povia è una di quelle fiammelle, un artista che rema controcorrente, che racconta argomenti difficili e non per tutti immediatamente comprensibili. Non per colpa loro certo, decenni di informazione distorta hanno creato quello che si chiama ‘pensiero unico’. Un solco difficile da lasciare eppure oltre questa strada dritta esistono campi di libertà, di pensiero, di vita inesplorata.

Giuseppe Povia
Giuseppe Povia

Il 17 febbraio 2017 Povia, invitato dal Gruppo Cittadini Economia insieme a Emmaus (San Nicolò – Fe) e con il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà in Sala Estense, Piazza Municipale di Ferrara, dalle ore 21:00. Che tipo di serata sarà? Diversa, coinvolgente, musicale, un po’ recitata e un po’ dialogata partendo dalle parole dei testi delle canzoni di Povia e proseguendo con i grandi temi dell’economia, della moneta e della crisi, sotto forma di teatro civile, già collaudato dal Gruppo Economia in altre esperienze, ultima quella del 21 settembre scorso (vedi). La serata sarà ad offerta libera.
Per i dettagli e le prenotazioni clicca qui.

“Chi comanda il mondo, c’è una dittatura…” la dittatura di cui tu canti, ed io scrivo spesso, è quella dei mercati finanziari e dei grandi poteri finanziari. Secondo te quale è la loro forza, come riescono a muovere i destini del mondo e a rimanere impuniti?
Una volta i dittatori avevano un volto e sapevi a chi fare il processo. Oggi ci sono tante entità che dominano il pianeta. Chi muove più finanza controlla più parti di mondo. Queste sono riuscite a rendere legale l’illegale e lo hanno fatto in modo molto semplice: hanno preso il controllo della cultura e dell’ignoranza.
Le costole più importanti sono: 1. il dominio della moneta, 2. i media, 3. le leggi, 4. l’istruzione, 5. la politica asservita e 6. la Magistratura. Se piloti queste 6 cose, porti i popoli e le nazioni dovunque vuoi. L’unica soluzione è la consapevolezza, l’informazione non basta più

Cosa ne pensi di questa continuo martellamento di andamento delle borse, dei mercati in fibrillazione, delle azioni che salgono e scendono. Sono davvero necessari alla nostra esistenza o magari potremmo vivere anche senza?
Le borse creano solo allarmismo inutile. E’ un casinò finanziario virtuale. Se qualcuno vince, vuol dire che qualcun altro perde. Se c’è un segno + da una parte, vuol dire che ci sarà un segno – da un’altra parte e viceversa. Salgono e scendono e non spostano di molto. Quello che conta sono i beni reali, l’economia concreta, la gente. Certo è che se gli “addetti finanziari” riescono a convincere le persone a investire e a rischiare, si può arrivare a perdere tutto, come al casinò appunto. Come nella crisi finanziaria 2007-2008, partita dall’America (per esempio con i cdd, Credit Default Swap, pacchetti finanziari tossici) che ha messo in ginocchio soprattutto milioni di famiglie

Immagino che quel bambino di cui parli nel brano “chi comanda il mondo” sia la coscienza delle persone che prima o poi si risveglierà e andrà alla ricerca di amore, di vita, di relazioni. Un po’ come uscire dalla massa, abbandonare il pensiero unico e ritornare a vivere di bisogni reali.
Non posso che rispondere sì. La consapevolezza!

“Essere consapevole che prima dei 30 anni ti vorresti realizzare e poi non essere fra quelli che ripetono duemila volte ‘non cambia niente’”. Anche qui è un invito a darsi importanza, ognuno di noi può fare la differenza e la cosa più deleteria è quella di convincersi di non essere importante, di non poter fare la differenza.
E’ retorico dirlo ma siamo bombardati da migliaia e migliaia di armi di distrazione e divisione di massa. Niente altro da aggiungere se non quanto detto prima

Nei brani “La soglia del 3” e “Il debito pubblico” fai un po’ una lezione di economia. L’importanza dei numeri in questo sistema, numeri che prendono il sopravvento sull’essere umano e arrivano a impedirti anche la normale vita quotidiana: “tu ragazza ti vuoi innamorare ti vuoi sposare e vuoi la felicità ma questo Stato non ti aiuterà”. I fogli di bilancio prendono il sopravvento e vengono prima dei bisogni delle persone, decidono per noi e nel caso del 3% impediscono allo Stato di spendere, cioè impediscono alle persone di avere servizi, vedere ricostruite le loro case dopo i terremoti, ecc. ecc..
Abbiamo una Corte Costituzionale che con la sentenza 275/2016 ha detto chiaramente: “E’ la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”. Lo dice ma passa inosservato perché il popolo non sa, non è al corrente. E poi ci sono i trattati europei che vincolano i poteri dello Stato (quel poco che c’è rimasto dello Stato). Per ricostruire un paese distrutto dal terremoto basta un clic con 9 zeri dal computer della banca centrale. Tutto si trasformerebbe in mattoni, beni, servizi, cantieri, mense, muratori, carpentieri, stipendi. Oggi siamo allo 0, zero di inflazione, quindi qualche punto non farebbe male a nessuno (parole di premi Nobel per l’economia come Stiglitz, Krugman, o economisti come Bagnai, Rinaldi, Borghi, Siri, Mosler, Forstater, Parguez etc.)

Ho citato quella sentenza in un mio articolo poco tempo fa e penso come te che le si dovrebbe dare più importanza. Un’altra tua frase è “lo Stato migliore ad ognuno la sua terra soldi pace e libertà”.
Ma sì dai, ognuno vorrebbe vivere bene a casa sua. Andare a vivere in un altro paese dovrebbe essere un piacere, una curiosità, un’esperienza, non una forzatura o una costrizione

Invece nel brano “era meglio Berlusconi” ne hai un po’ per tutti: Pd, Lega e 5 Stelle. La parodia del vecchio comunista che non vedeva niente altro che la potenza della falce e del martello, ma che di fronte a tanto sfascio culminato nei governi Monti, Letta e Renzi, riconosce persino che si stava meglio con Berlusconi. Come dire, alla fine ci sveglieremo tutti. È un messaggio di speranza in fondo.
La sinistra e coloro che hanno fatto finta di sostenerla perché gli dava (e gli dà) da lavorare, ci ha massacrato le scatole per vent’anni con Berlusconi, per poi sfasciare la nazione in pochi anni. Dal 2011 è accaduto di tutto: disoccupazione a due cifre, attentati terroristici frequenti, immigrazione incredibile, delocalizzazione di aziende, deindustrializzazione galoppante e tanto tanto altro. Quindi sì: si stava meglio quando si stava un po’ meglio.

“Io non sono democratico” sembra voler dire che non accetti una democrazia imposta dall’alto e che assume criteri distintivi in realtà davvero poco democratici. Quindi non sei democratico in questo senso?
Il brano significa che siamo sotto una dittatura finanziaria e culturale travestita da democrazia per polli allevati. Io sarei anche democratico ma non se vedo ingiustizie sociali di ogni tipo.

“Job act” è invece un attacco alla precarizzazione del lavoro. A quell’opera direi iniziata con Treu, Maroni-Biagi, Fornero-Monti. E poi cerchi di spiegare a Matteo (Renzi) che è inutile dire di aver abbassato le tasse in un sistema costruito apposta per impedirlo. Del resto basterebbe conoscere un po’ i saldi settoriali oppure guardarsi le tabelle del Def per capire che quando le entrate generali dello Stato sono superiori alle uscite generali non esiste abbassamento delle tasse. Diciamo piuttosto che quello che fanno i governi e togliere oggi da una parte e mettere dall’altra. Un giochino a somma zero. Tolgo l’Imu, ma alzo l’Iva, per esempio.
Il portafoglio è il vero e unico problema, anche se so che a molti purtroppo arriva ancora male. Se io esco senza soldi non posso comprare da mangiare. Al contrario sì. L’Italia non ha il portafoglio e cioè la propria moneta, come ad esempio la Polonia. Quindi ogni politico può solo essere bravo o meno bravo a fare le pulizie, come una governante quando mette a posto una casa. Tutti hanno percepito questo e hanno nostalgia della lira ma molti hanno paura e quindi credono che uscire dall’euro voglia dire: catastrofe. Se fossimo tutti consapevoli invece…

Senti Giuseppe, sei felice? Rifaresti la scelta di autoescluderti dallo star system solo per dire la verità? A chi interessa la verità?
E’ una strada troppo appassionante e per ora mi piace tanto. Fa parte di un percorso che, non so, è arrivato a questo punto. Felice a volte. La verità è diversa per ognuno ma i dati di fatto quelli no, quelli dovrebbero interessare tutti. Se non fosse per quella piccola seccatura che si chiama ‘potere’ che distrae i popoli…

Salutiamo per ora Giuseppe Povia dandogli appuntamento il 17 febbraio a Ferrara, dove sarà possibile fargli domande e dialogare direttamente con lui.
Ricordiamo che il suo CD è autoprodotto, per ordinarlo bisogna scrivere a ufficiostampa@povia.net o acquistarlo ai concerti, per esempio a Ferrara.

Guarda il video di “Chi Comanda il Mondo ”

“Stubborn Will” il nuovo album di Enrico Cipollini

di Jacopo Aneghini

Enrico Cipollini è uno di quei musicisti che di certo non ha bisogno di presentazioni. Tra i migliori artisti della scena musicale ferrarese e italiana è già noto per i suoi precedenti lavori sia con il suo power trio Underground Railroad dove mischiava, con l’aiuto di altri due fenomenali musicisti, quel sound hard blues degli anni ‘70 con il southern e tutto ciò che ci ruota attorno, che con la band di Iarin Munari Free Jam, esibendosi, tra le numerose date, con entrambe le band al Pistoia Blues Festival. Se già un paio di anni fa aveva stupito con l’EP Songs From The Shelter, a metà del 2016 pubblica il suo primo disco solista: Stubborn Will. E proprio in questo suo nuovo progetto mi sono buttato a capofitto fin dagli inizi, seguendolo costantemente dal vivo ed in studio di registrazione, realizzando le fotografie che accompagnano il disco.

la copertina del disco
stubborn-will1

L’album è a dir poco magistrale. Un disco maturo, ben realizzato in ogni aspetto. Ascoltandolo è come percorrere un viaggio tra la musica e la cultura musicale statunitense, ripercorrendo la sua storia e facendo tesoro di tutto il meglio che essa può offrire. Si parte dalle acque fangose del Mississippi di Do What You Can, uno dei brani più azzeccati dell’album, un blues suonato con la sua Dobro lap steel veramente impeccabile. Da lì poi si sale sul treno di Late Night Train (qui a dimostrazione della perfetta conoscenza della cultura di quella parte della black music che spesso si identifica come “race records”, dove la metafora del treno è molto ricorrente, basti pensare a “This Train Is Bound For Glory” della Tharpe e a “People Get Ready” degli Impressions) e si viaggi attraverso gli States, passando per il Nebraska di Springsteen e arrivando nella West Coast di Jackson Browne portandosi dietro, un po’ come il frutto di ciò che il viaggio ci ha lasciato, quelle ballate strumentali sempre al confine tra folk, country e blues songs e quella marcia in più che solo da Dylan si può imparare. Ecco, questo secondo me si può percepire dal disco, un concentrato di tutto quello che i grandi maestri possono insegnare con la loro musica e le loro parole. Il tutto impreziosito da alcuni dei migliori musicisti ferraresi e italiani, come Iarin Munari alla batteria, Roberto Catani (aka Fusco) al basso, Andrea Franchi al violoncello, Chiara Giacobbe al violino e ai cori. Il tutto sapientemente catturato da Angelo Paracchini e dallo staff dell’Over Studio di Cento (FE), che ancora una volta si conferma uno dei migliori studi di registrazione italiani. Tanti i brani degni di nota, You Think You Do è una di quelle ballate struggenti in cui volenti o nolenti ci si rispecchia, e dalle quali ci si lascia volentieri avvolgere dalla loro malinconia. La triade Nobody, Found ed Evelyne ti spinge ad ascoltarle tutte d’un fiato e a farle ricominciare daccapo in loop. Choirs, la traccia d’apertura, è uno di quei brani strumentali che passa tutto d’un fiato senza nemmeno accorgersene, e ti sembra un po’ come la parte seconda di Little Martha, come a completare quel capolavoro di Duane che spesso, e per fortuna, si riesce a sentire in Enrico. Where The Band Plays è uno di quei brani, invece, che ti sembra di conoscere da sempre, non per la sua banalità, ma per la sua semplicità. È un brano semplice, diretto, vero. Che non si nasconde dietro fronzoli, virtuosismi, suoni strani o chissà che altro. È tutto lì. E nemmeno ti chiedi che altro ti serve o ti manca, perché non ce n’è bisogno. Le sue dita poi si spostano sul pianoforte in A Dream And A Girl, per concludere il disco. Un brano che a parer mio è a metà tra gli Eagles e quell’Elton John degli esordi, dove si esibiva in trio ed era una bomba a mano. E il tutto sapevi che si andava a concludere con un brano così, lo sai, ma non perché te lo immagini, bensì perché ci speri. Di una empatia incredibile, brani che ti entrano dentro e non se vanno più, e ad oggi pochi artisti scrivono musica così ben fatta, così…bella! Stubborn Will è un tranello: ti avvolge con la sua semplicità e ti trattiene con la sua malinconia, da cui non riesci a liberarti, semplicemente perché non vuoi. E alla fine, quando il disco smette di girare, ti lascia addosso niente di meno che la sua bellezza.

Seguite Enrico nelle sue numerose serate, e a fine concerto acquistate il disco e scambiate due parole con lui, sicuramente tornerete a casa arricchiti di ciò che solo un grande musicista ma soprattutto una grande persona vi può trasmettere.

INSOLITE NOTE
“Vorrei che morissi d’Arte”, l’ultimo album di Mico Argirò

S’intitola “Vorrei che morissi d’arte”, il nuovo album di Mico Argirò, una visione personale della contemporaneità tra sentimenti puri, scampoli di vita reale, scacchisti e potenti, attese struggenti e contaminazioni musicali.
Il disco è un viaggio nel cantautorato e nel folklore italiano, con sorprese e assoli pronti ad interrompere melodie e situazioni. Mico Argirò subisce l’influenza di De André, De Gregori, Capossela, senza nascondere lo sguardo verso Sting, Beatles, Yann Tiersen e Pink Floyd.
Il brano che dà il titolo all’album è un’apparente contraddizione di parole, un gioco a base di pop-rock, una provocazione espressiva un po’ sopra le righe, volutamente in contrasto con la gradevole voce di Mico e la verve dei suoi musicisti.

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Figura 1: la copertina del nuovo album di Mico Argirò

Da questo caos di riferimenti e armonie nasce “Figlio di nessuno”, un personaggio che suona la tromba vagando per le vie della città, senza chiedere nulla in cambio. Gli strumenti interagiscono con i rumori del quotidiano, tra un caffè al bar e il traffico della città. Nel finale la tromba accenna a qualche nota di “’O surdato ‘nnammurato”.
L’amore tra due ragazzi è il tema di “Saltare”, brano dolce e assoluto, come è giusto che sia questo sentimento. “Chissà se tornerà?”, una delle migliori melodie del disco, racconta un altro aspetto dell’amore, la storia di un anziano in attesa di chi non potrà venire più. Intorno a lui la vita continua, i rumori della strada e la fisarmonica chiudono malinconicamente la giornata.
“Il polacco” è un uomo senza catene e senza meta, probabilmente passato almeno una volta accanto ad ognuno di noi. Il sound miscela gli ottoni dell’est europeo a sonorità latine e percussioni a base di cajon.

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Figura 2: Foto di gruppo durante le riprese del videoclip “Il polacco” (Mico Argirò al centro in piedi con la chitarra in mano)

“Lo scacchista” calcola ogni passo della sua vita, ricollegandosi a “Vorrei che morissi d’arte”, il brano iniziale, rivelando chi sia il destinatario del minaccioso augurio.
“Money”, a tempo di reggae, abbina soldi e potenti alle tempeste metaforiche. L’omonimo brano dei Pink Floyd è un punto di riferimento importante del progetto, al punto da creare un conflitto stilistico.
Il disco di Mico Argirò è un laboratorio di caotica creatività, una sfida in cui esperimenti e sfumature si attirano e qualche volta si respingono. Stili e linguaggi ci regalano il ritratto di un autore a cui non mancano idee, coraggio e personalità. Le canzoni incuriosiscono e, come sirene, inevitabilmente catturano l’attenzione. Sopra a tutte: “Chissà se tornerà?” “Figlio di nessuno”, “Saltare”.

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Figura 3: Mico Argirò

Una domanda a Mico Argirò:
Come è nata l’idea di scrivere una tua “Money”?
“Money” è il pezzo centrale del disco, così come lo è l’economia nel nostro secolo. Il punto di vista è quello di un potente col “destino del mondo sul mignolo”, chiuso in una stanza con droga e amore mercenario, “mentre fuori infuria una tempesta”. Musicalmente la fusione con il brano dei Pink Floyd c’entra non soltanto tematicamente ma anche concettualmente. Inoltre, il gruppo inglese è stato tra i primi a inserire i suoni della vita reale nelle canzoni, elemento costantemente presente nei miei nuovi brani. La musica d’autore è spesso un genere chiuso su se stesso, a me piace aprirmi, sperimentare, mischiare.

Video Ufficiale: “Il polacco”

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