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CONTRO VERSO
Il marito afflitto

 

Il marito afflitto

Ci scherzo, ma è vita vissuta. Un uomo convocato al tribunale per i minorenni per rispondere delle violenze sulla moglie, che colpivano anche i bambini, mi spiegò che la colpa era di lei: ostinata, invece di fargli trovare il fiasco di vino sprecava i soldi per pagare le bollette.

Mi sento afflitto.
Come, paghi l’affitto
e non mi paghi il vino?
Ah, me tapino!

Compri i libri ai bambini
e per i miei bianchini
non resta niente?
Ora ti spacco un dente!

Paghi la luce
e io che sono il duce
ti dovrei ringraziare?
Mi potessero cecare!

Paghi anche il gas
e se ti rompo il nas
vai alla polizia?
Ma tu sei roba mia!

Calco il concetto,
voglio portarti a letto
e hai mal di testa:
ora ti faccio la festa.

Sono sincero,
se mi rifiuti davvero
io non ho fretta.
Ma tiro fuori l’accetta.

La violenza sulle donne è una forma di maltrattamento che riguarda i bambini, quando ce ne sono, e spesso è associata all’alcol o ad altre forme di alterazione – droghe, ad esempio – sebbene non creda sia tutta colpa delle sostanze. 
La risposta che il padre ha dato in udienza, l’ha data da sobrio.
Contrastare la violenza è anche insinuare il dubbio su quel tipo di giustificazione.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

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Polemiche su minori e consumo di alcol:
l’Italia non sa di essere (quasi) astemia

Osservando l’immagine grafica di Samuel Granados (geniale visual designer spagnolo specializzato in design dell’informazione) pubblicata recentemente sulle pagine di La Lettura, speciale domenicale del Corriere della Sera, si pensa di essere vittime di un colpo di sole .
L’Italia tra i consumatori di alcol è l’ultimo tra i 27 paesi UE. Appena 6.7 litri di alcol puro per persona all’anno a fronte degli 11.8 della Germania e dei 15.4 della Lituania in testa alla classifica (Fonte: Global staus report on alcohol and health 2014. OMS).

E l’emergenza alcol di cui tanto si parla dove è finita? Gli allegri e tradizionalmente consumatori di grappa e vino del Nord Est hanno improvvisamente deciso che, la cedrata è meglio? Cosa ne è stato dei 500 mila minorenni a rischio di abuso alcolico?
Non è escluso che le campagne di sensibilizzazione e prevenzione abbiano avuto successo, ma è ancor più probabile che gli italiani siano per una volta in testa alla classifiche europee per meriti propri scegliendo la qualità a discapito della quantità.
Da vent’anni il consumo di vino è in diminuzione e quello della birra si è stabilizzato su medie ragionevoli. Un altro dato salta agli occhi e favorisce la posizione virtuosa dell’Italia: le donne bevono poco, appena 3.9 litri di alcol a testa. La meta delle donne inglesi (6.9) o tedesche (7.0). Francia (7.1) per non parlare delle signore di Portogallo (7.6), Repubblica Ceca (7.8), Lituania (7.9).
Naturalmente non mancano emergenze, che l’Istituto Superiore di Sanità ribadisce nel rapporto 2013: “…nonostante segnali positivi specialmente laddove sia stata praticata una costante informazione attiva i minorenni, specialmente nella fascia 14-18 anni, continuano ad essere la categoria più a rischio”.

Happy hour, binge drinking, chupito, sono parole e modalità di consumo largamente diffusi tra i ragazzi che aggirano divieti e raccomandazioni ricorrendo ad amici e gestori compiacenti o facendo incetta di rum e wodka nei discount per poi travasarli in bottigliette d’acqua e, già forniti, presentarsi a feste e frequentare discoteche.
Una varietà di modi di bere che non esclude l’abuso di alcol come fattore di ‘allarme sociale’.

La famiglia denuncia, la polizia indaga. Parafrasando il titolo di un vecchio film abbiamo il quadro del clima post coma etilico di una 13enne ferrarese. Ma il panel delle reazioni sarebbe riduttivo se non prendessimo in considerazione anche gli interventi di specialisti più o meno titolati; politici che non si fanno mancare l’occasione per dichiarare; articolisti che cavalcano l’onda dell’emotività del lettore da bar e da salotto.
Ma tempo qualche giorno e il caso passerà in cavalleria. Fino alla prossima denuncia; fino al prossimo ricovero o peggio. Ma i problemi dell’abuso, sia esso di alcol quanto di sostanze come di internet nelle mille declinazioni possibili, rimane. Ed è un problema che non si risolve a colpi di convegni, seminari, tavoli interistituzionali di più o meno estesa metratura. E tantomeno saranno i titoli più o meno ad effetto quelli che avranno la capacità di invertire l’andamento di un costume che vive più di casi eccezionali che di fenomeni reali.

In tali culture, quindi, a influenzare il modo di bere non sarebbe l’età in cui avviene il primo assaggio delle bevande alcoliche bensì il modo e il contesto in cui tale approccio si verifica. I pochi studi effettuati in Italia che prendono in considerazione il fattore della socializzazione all’alcol (Strunin et al. 2010; Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol 2012; Bonino et al. 2003) confermano quanto detto finora. Nello studio di Bonino et al. (2003), la maggior parte dei bevitori moderati ha iniziato a bere in famiglia, mentre i consumatori non moderati hanno prevalentemente cominciato all’interno dei gruppi dei pari. Stessi risultati a cui arrivano gli altri due studi, a dimostrazione del fatto che bere per la prima volta in famiglia, anche se si è in giovane età, sotto il controllo dei genitori, può rappresentare un fattore di protezione. Come già sottolineato in altre ricerche (Beccaria 2013), anche nello studio condotto dall’Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol (2012) su un campione di adolescenti sui 13-14 12 anni, in Italia, nonostante molti parlino di un abbandono della “cultura bagnata”, il primo approccio continua a essere in famiglia. Il 73% degli intervistati risulta aver avuto la prima esperienza insieme a genitori e parenti, mentre solo il 18.3% l’ha avuta all’interno del gruppo dei pari. Da aggiungere il fatto che, mentre nel primo caso la situazione di consumo è legata all’alimentazione, nel secondo caso avviene fuori dai pasti. Infine, tra i non bevitori e i bevitori occasionali la maggior parte ha cominciato a bere in famiglia e duranti i pasti mentre la percentuale più alta dei bevitori abituali ha cominciato all’interno del gruppo dei pari, durante feste o comunque in situazioni fuori dai pasti. Stesse conclusioni a cui arriva lo studio di Strunin et al. (2010), secondo i cui risultati, a differenza dei bevitori moderati, coloro che non hanno avuto un primo approccio alle bevande alcoliche in famiglia risultano essere per la maggior parte forti bevitori.

Si tratta di uno stile permissivo-protettivo (Beccaria e Rolando 2010), in cui i genitori permettono ai figli di assaggiare le bevande alcoliche, ma allo stesso tempo assumono un ruolo protettivo in quanto educano gli stessi a un consumo moderato. In questo senso, il monitoraggio, le regole e il controllo da parte dei genitori rappresentano una protezione (Bellis et al. 2007; Jackson, Henriksen, e Dickinson 1999; Ledoux et al. 2002; Reifman et al. 1998; Van Der Vorst et al. 2006; Wood et al. 2004; Jiang Yu 2003) così come un dialogo aperto coi figli, in grado di educarli ad un consumo moderato di alcol (Cox et al. 2006). Di conseguenza, un’introduzione al bere in un contesto al di fuori di quello familiare come quello dei pari, senza regole, controllo e monitoraggio da parte di adulti che assumano una funzione educativa, può rappresentare un rischio (Laghi et al. 2012; Strunin et al. 2010; Digrande et al. 2000; Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol 2012). L’influenza del gruppo di amici nel comportamento, come si sa, è un fattore importante e in molti studi si registra come l’appartenenza a gruppi caratterizzati da forti bevitori aumenti la probabilità di abuso (Laghi et al. 2012; Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol 2012; Reifman et al. 1998).
L’eccessivo allarmismo con cui si sta dando risalto alla questione dei giovani e dell’alcol, sta portando molte famiglie ad abbandonare il loro ruolo nell’introduzione dei giovani all’alcol (Beccaria 2012), adottando spesso posizione più proibizioniste, che possono portare al pericolo di un avvicinamento alle sostanze alcoliche in un contesto senza regole e con significati che vanno verso la direzione della trasgressività. I consumi in Italia sono cambiati, sia per le nuove generazioni ma anche per le vecchie, ma persiste tuttavia quel significato conviviale e alimentare del bere (Allamani et al. 2006) e una trasmissione di valori intergenerazionale che può costituire un importante fattore di prevenzione all’abuso di alcol da parte dei giovani. È importante, quindi, continuare ad investire affinché permanga quel ruolo educativo esercitato dalla famiglia, il quale può costituire un importante fattore di protezione nei confronti dell’abuso di alcol.

Noi contro la ‘democrazia’ della droga. La nuova comunità semiresidenziale nel cuore della città

Nasce a Ferrara la cooperativa “Palaur” che affianca i giovani nella battaglia di emancipazione dalla dipendenza da alcol e droga.

“La droga è la cosa più democratica che c’è in Italia” afferma Alice e nei suoi occhi c’è la consapevolezza di chi ha visto tanti giovani farsi rubare la vita dalla “roba”. Le fa eco Paola: “Un giovane fa una serata, un amico gli offre una pastiglia…è così che si inizia, senza neanche rendersene conto”. Il problema “droga” e il mostro “alcol” non sono relegabili ad un servizio del telegiornale sull’ennesima morte di un minorenne dopo una serata in discoteca. Non sono problemi lontani, non sono distinti da noi: sono infiltrati nel tessuto sociale, in maniera più subdola ed invisibile rispetto al passato, e perciò più difficile da riconoscere ed affrontare.

E’ con l’intento di offrire un sostegno ai giovani, e alle loro famiglie, che con l’alcol e la droga hanno avuto a che fare, o che hanno anche solo sfiorato il problema, che nasce a Ferrara, in via Ragno n 15, la cooperativa sociale PALAUR di cui Alice Cacchi e Paola Pieroboni, laureate in psicologia, ed Aurelio Zenzaro, educatore, sono i fondatori. Dopo anni di attività nelle comunità di recupero, Alice, Paola e Aurelio hanno deciso di intraprendere un nuovo percorso: aprire uno spazio cittadino che coniugasse il servizio di consulenza ai giovani sulle problematiche della dipendenza da alcol e droga, al reinserimento sociale dei giovani che hanno affrontato in passato il percorso della comunità di recupero. “Il passaggio dalla comunità residenziale alla società è un momento molto delicato e pieno di problemi: magari fuori ritrovi una famiglia disfunzionale oppure gli “amici” pronti a farti ricadere nel giro- spiega Paola- e la cosa più difficile di tutto il percorso di recupero è saper dire di no. Un tempo la dipendenza da alcol e droga era legata ad immagini di emarginazione e degrado, basti pensare al tossico che si bucava nella panchina dei giardinetti o all’ubriacone steso per strada. Ora la proliferazione delle droghe sintetiche hanno reso il fenomeno socialmente accettabile: le droghe sintetiche allentano i freni inibitori, ti fanno sentire “figo” ed è per questo che hanno facile presa sui giovanissimi alle prese con le tipiche crisi di autostima adolescenziali. Non parliamo poi dell’alcol, legato indissolubilmente ai momenti di convivialità. Quanti aperitivi si consumano con sempre maggior leggerezza?”.

La droga non conosce distinzioni di classe né ci si può sentire al sicuro dall’avere una famiglia più o meno unita. Come ci racconta Alice: “Nelle comunità di recupero la maggior parte delle persone con problemi di droga proveniva da famiglie disfunzionali o avevano vissuto dei grossi traumi nella loro vita. L’eroina e la cocaina era il rifugio per chi voleva mettere a tacere i propri problemi. Ora non è più così. L’età più a rischio è quella tra i 18 e i 26 anni, si desidera essere accettati dal gruppo. In genere c’è sempre l’amico che ti invita a provare, ed una volta provata la droga sintetica ci si sente bene. Invece la droga è un veleno, così come l’alcol, e il fegato di un giovane, molto ricettivo per la giovane età, subisce danni maggiori di un adulto”.

La notizia bomba di un figlio tossicodipendente esplode tra le mani dei genitori, spesso, troppo tardi. Dopo che si è cercato di mettere la testa sotto la sabbia e di non dar peso a comportamenti all’apparenza poco preoccupanti (perdita di peso, apatia, cattivi voti a scuola). Troppo spesso si pensa “non riguarda mio figlio” oppure “è solo un adolescente svogliato”, ma gli operatori di PALAUR invitano a tenere le antenne sempre alzate: “ Alle medie si fa già uso di cocaina -interviene Paola- noi, a livello generazionale, non siamo ancora pronti a cogliere la quotidianità dell’uso delle sostanze stupefacenti. I veri “esperti” sono i nostri figli, circondati, fin da giovanissimi, da questa realtà”. Il giovane fa fatica a rivolgersi alle comunità residenziali dove vengono imposte, specialmente all’inizio del percorso terapeutico, diverse restrizioni, dall’uso del telefono al ricevimento degli amici; lo stesso vale per il SERT, che risulta spesso essere un ambiente troppo medicalizzato. La cooperativa Palaur si prefigge di colmare quella zona d’ombra che precede o segue l’abuso di sostanze stupefacenti: il momento in cui si ha un primo approccio con la droga oppure quello, come detto, in cui il giovane riabilitato fa il suo nuovo ingresso in società. La famiglia è un importante sostegno ma la spinta deve venire sempre dal giovane coinvolto nel problema. Quando questo accade, ci racconta Alice “procediamo ad un primo colloquio conoscitivo e redigiamo delle skills training (che significa letteralmente “allenamento di abilità”) cioè schede tecniche in cui si evidenziano le abilità personali e relazionali di ognuno. Come comunità semiresidenziale svolgiamo la stessa attività delle comunità residenziali: adottiamo un medesimo protocollo terapeutico e puntiamo sullo svolgimento di attività che possano rafforzare l’autostima dei ragazzi (laboratorio di cucina, apicultura e produzione di miele, laboratori di informatica)”.

“La cosa più coinvolgente -spiegano gli operatori- sono gli incontri che organizziamo in sede con i gruppi famigliari”. Troppo spesso il vero problema, di cui la droga o l’alcol sono solo la punta dell’icerberg, è il “non detto” tra genitori e figli. Rapporti incancreniti dalla mancanza di comunicazione, dalla freddezza dei rapporti che diventa abitudine. Dice Paola: “Molto spesso chiedo, forzo, genitori e figli ad abbracciarsi. Basta il contatto fisico per sciogliersi in lacrime, per sciogliere nodi intrecciati in anni di malintesi. E’ l’inizio del processo di guarigione”.

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GERMOGLI
Droga, no grazie.
L’aforisma di oggi

Giornata mondiale della lotta alla droga: non solo un dovere istituzionale per lottare contro l’illegalità dell’uso e dello spaccio delle sostanze stupefacenti, ma anche azione preventiva. Con informazione ed educazione adeguate.

Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico è l’alcool o la morfina o l’idealismo. (Carl Gustav Jung)

drogaUna quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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Gambe gonfie e ritenzione idrica

La ritenzione idrica è un disturbo molto diffuso che colpisce soprattutto le donne. Di per sé la ritenzione idrica non è altro che il trattenimento dei liquidi nel nostro organismo, che si accumulano maggiormente nelle zone della pancia, dei fianchi, delle gambe e nei piedi. Il fenomeno è comunque da non sottovalutare poiché può comportare gravi rischi per la salute.

Facciamo un po’ di chiarezza

Da un punto di vista medico si possono riscontrare diversi tipi di ritenzione:
• c’è un primo tipo di ritenzione idrica, quella circolatoria, che è causata dal malfunzionamento del sistema venoso e linfatico, e che provoca l’accumulamento di liquidi tra una cellula e l’altra, causando tumefazione dei tessuti e conseguente dolore;
• un secondo tipo è la ritenzione idrica dovuta all’abuso di farmaci;
• poi abbiamo una ritenzione idrica di origine alimentare, dovuta ad una alimentazione (eccesso di sodio) e a una condotta di vita scorrette (poca attività fisica e postura sbagliata).
• infine, una ritenzione idrica associata a patologie come insufficienza renale, cardiaca, ipertensione arteriosa, linfedema.

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Gonfiore e dolore, gli effetti della ritenzione idrica sui piedi

Come si manifesta
Quando c’è ritenzione idrica, si nota un gonfiore causato dall’accumulo di liquidi nei tessuti, di fluidi in eccesso. Pancia gonfia, piedi gonfi, caviglie gonfie: ciò comporta anche un aumento di peso e un senso di pesantezza degli arti che può provocare dolore. È bene però sottolineare che non è la ritenzione idrica che porta al sovrappeso, semmai il contrario: il sovrappeso rallenta infatti la diuresi e favorisce la comparsa della ritenzione idrica. Se si preme per alcuni secondi il pollice nella parte anteriore del polpaccio, e rilasciando rimane visibile l’impronta del dito, allora c’è un ristagno e un accumulo di liquidi. Un controllo dal proprio medico è importante per valutare la specificità e la clinica del problema.

Prevenzione
La migliore prevenzione è condurre una vita sana, sommando un insieme di buone abitudini:
• bere molta acqua
• praticare regolarmente dello sport
• seguire una dieta sana e ipocalorica
non fumare
non bere alcolici
• cambiare frequentemente postura e combattere la sedentarietà
• sottoporsi ad un linfodrenaggio delicato e a tecniche fasciali osteopatiche

La natura aiuta

Cibi sani
La natura ci offre molti rimedi naturali per la maggior parte delle malattie e dei disturbi che possiamo contrarre lungo il tempo. L’alimentazione non sempre è sufficiente a risolvere il problema del ristagno dei liquidi, quando si è in presenza di una vera e propria patologia, occorre ricorrere al consulto del medico. Tuttavia, quando il livello della ritenzione idrica non è così avanzato e possiamo gestirla in modo naturale e autonomamente, bisogna rivedere subito il proprio modo di mangiare ed eliminare alcune brutte abitudini. I rimedi contro la ritenzione idrica sono molti ma, se si inizia con l’eliminare il fumo, diminuendo il dosaggio di sale nel cibo e riducendo sostanzialmente e drasticamente l’uso di alcoolici, si avrà già un netto miglioramento agli arti inferiori.
Ci sono alcuni alleati naturali che si possono provare facilmente: è importante consumare molta frutta e verdura, in particolare quella ricca di vitamina C che protegge i vasi capillari, e gli alimenti che facilitano la diuresi, quindi via libera ad agrumi, ananas, kiwi, fragole, ciliegie, meloni.
Durante i pasti utilizziamo con generosità prezzemolo, cetrioli, lattuga, radicchi, spinaci, broccoletti, cavoli, cavolfiori, pomodori, peperoni, patate, ecc. ma tutto nelle giuste dosi, senza esagerare.
Diminuire l’utilizzo di carne, soprattutto se rossa e aumentiamo invece il consumo di pesce. I cibi fritti andrebbero aboliti, come anche lo zucchero bianco e tutti i prodotti di sintesi presenti in commercio. Lo zucchero di canna e il sale integrale vanno bene. Da evitare i succhi di frutta confezionati, ricchi di zuccheri raffinati.

Le erbe
Anche la fitoterapia può aiutare, diverse le tisane efficaci a tale scopo. Le tisane sono utilissime per il nostro organismo in quanto lo purificano, aiutando ad espellere le tossine. Questo consiglio è valido soprattutto per coloro che non bevono molta acqua, grave errore per chi soffre di ristagno linfatico:
centella asiatica: volgarmente conosciuta come “la tigre del prato”, la centella fa parte della famiglia delle Apiaceae e fa parte della tradizione medica indiana. Viene impiegata nei trattamenti che interessano vene, cellulite, crampi ed emorroidi;
mirtillo: i frutti delle piante della famiglia delle Ericacee sono ricchi di sostanze che favoriscono la circolazione sanguigna, in particolare la fragilità capillare;
pungitopo: nome scientifico Ruscus Aculeatus, il pungitopo è un arbusto sempreverde appartenente alla famiglia delle Ruscaceae. Presenta dei frutti simili a bacche rosse ed è usato, in medicina, come un ottimo diuretico, antireumatico e antiinfiammatorio. Presenta caratteristiche simili alla vitamina P che rafforzano le pareti dei capillari sanguigni;
vite: i semi di vite rossa sono molto utili in ambito medico, poiché da essi vengono estratti flavonoli (composti di origine naturale), aventi capacità antiossidanti, antiradicali liberi, vaso protettivi, consigliati per combattere le emorroidi e per ristabilire la funzionalità del circolo sanguigno;
• tisane a base di betulla o tarassaco: utilizzate contro la cellulite per le loro qualità diuretiche, drenante linfatiche, antisettiche delle vie urinarie ed anti-infiammatorie;
fucus: queste alghe, appartenenti alla famiglia delle Phaeophyta, sono utilizzate soprattutto come decotti perché lo iodio in esse contenuto stimolano il metabolismo accelerando lo scioglimento dei depositi di grasso;
pilosella: nota come lingua di gatto, presenta proprietà diuretiche e drenanti, che permettono di trattare gli inestetismi da accumuli adiposi e di liquidi, come cellulite, caviglie gonfie, edemi e, per l’appunto, ritenzione idrica.

La cosa migliore è farsi consigliare dal proprio erborista o nutrizionista, in base al singolo problema. E’ consigliato, inoltre, sottoporsi a trattamenti manuali osteopatici come il massaggio drenante e praticare costantemente attività sportiva.

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Né passato né futuro, giovani senza tempo

“Cos’hai fatto ieri sera?”. “Sono andata a ballare, ma il resto non me lo ricordo”.
Questa la risposta di una ragazzina di 14 anni e il suo resoconto del sabato sera. Appartengo alla generazione del ’92 e ogni giorno mi rendo conto di quanto i giovani siano cambiati nel corso di così pochi anni. C’è sempre stato chi fumava la sigaretta per spirito di emulazione per sentirsi più grande, ma oggi purtroppo sono ben più gravi le “realtà” a cui i giovani vanno in contro, pur di mettersi in mostra.

Fino a pochi anni fa c’era un’età per ogni cosa: un’età per il primo bacio, un’età per fumare, un’età per bere, un’età per andare a ballare e un’età per il sesso.
Oggi sembra che l’asse temporale dei giovani si stia spostando sempre più indietro, anno dopo anno, così che ogni tappa viene bruciata. Ragazze con il viso da bambine che si atteggiano come fossero già donne, e ragazzi delle scuole medie che pensano di essere già uomini vissuti. Cos’è cambiato così radicalmente tra noi attuali ventenni e loro, giovani del 2000? Prima di tutto i “piaceri”: noi degli anni 90 siamo forse l’ultima generazione ancora in grado di divertirsi senza perdere per forza la testa. A 15 anni bevevamo Bacardi breeze (che ha una gradazione alcolica del 4%) e fumavamo qualche sigaretta perché “faceva figo”, ma oggi non ci sono più limiti: quei 4 gradi sono diventati i 40 della vodka e la normalità della sigaretta è diventata la quotidianità della “canna”.

Si legge sui giornali di ragazzi di 13-14 anni che vengono ricoverati per coma etilico, e di giovani che vengono scoperti a spacciare e consumare droghe di ogni tipo. Escono dai locali da ballo con profonde occhiaie, come zombie, fanno fatica a reggersi in piedi, ma continuano a bere e fumare spesso fino a perdere i sensi. Perché ridursi così? Che gusto c’è in tutto questo? Oggi c’è la diffusa tendenza a voler provare ogni cosa, senza preoccuparsi delle conseguenze, solo per sfuggire alla noia. Il numero delle droghe disponibili continua ad aumentare e i rischi crescono. Sostanze come l’Lsd che provoca allucinazioni e profonda depressione, l’amfetamina la cui dipendenza può portare alla denutrizione e nei casi più gravi alla cachessia e alla morte, la metanfetamina che dopo un’euforia iniziale può provocare paranoia, disturbi della personalità e sensazioni non reali. E poi vi sono quelle droghe relativamente nuove come lo speedball creato dall’unione della cocaina con l’eroina, l’Ice che porta l’individuo a manifestare comportamenti molto violenti o il Ghb, la cosiddetta “ecstasy liquida”. Gli adolescenti sembrano ricercare tutto questo, escono la sera con lo scopo di “sballarsi”: è come se da sobri non fossero più in grado di divertirsi.
Non sono solo gli “svaghi” ad essere cambiati, ma anche le relazioni, i rapporti umani, le amicizie. Prima di tutto l’amore e il sesso hanno acquisito importanza, ma hanno perso valore, nel senso che oggi il primo rapporto avviane in larga misura intorno ai 14-15 anni a causa di una necessità di omologazione: i giovani si avvicinano al sesso spesso per non restare indietro rispetto ai propri coetanei, per la voglia di essere accettati dagli altri, per non essere la “pecora nera” del gruppo. Inoltre vi è la tendenza a fare sesso solo per divertirsi, senza preoccuparsi della reputazione che ci si costruisce, al punto che è nato il fenomeno delle baby-squillo, minorenni che offrono il loro corpo solo per poter comprare… magari l’ultima borsa firmata Prada.

E infine l’amicizia, altro tasto dolente. Molte amicizie finiscono dopo anni di esperienze condivise perché ci si rende conto che erano legami unidirezionali, le cosiddette “amicizie di convenienza”. Spesso le adolescenti quando passano dalla scuola media alla superiore cercano di avvicinarsi alle ragazzine che considerano più “inn”, quelle che sembrano più grandi della loro età e che sono sempre attorniate dai ragazzi. Questo avviene per una volontà di apparire, di mettersi in mostra, ma che credo nasconda solamente una profonda insicurezza. E tutto questo lo confermano i social media dove l’unica cosa che conta sembrano essere i “mi piace” ricevuti.

Questa nuova generazione non solo vivrà nell’incertezza del proprio futuro a causa di un Paese che non sa come uscire da questa crisi, ma rischia anche di vivere senza un passato. I giovani di oggi ricercano lo sballo assoluto, vivono di momenti intensi, esperienze estreme, ma purtroppo di questi non serberanno mai alcun ricordo.

Mal di vodka: in Russia ancora la maggiore causa di morte maschile

Da MOSCA – Secondo uno studio pubblicato il 31 gennaio scorso dalla rivista medica inglese The Lancet, in Russia un maschio su quattro muore prima dei 55 anni a causa di assunzione d’alcol eccessiva, risse, suicidi e incidenti stradali provocati direttamente o indirettamente da tale abuso.
Lo studio e la ricerca, coordinati dal professor David Zaridze, sono stati condotti tra il 1999 e il 2008, su un campione di 151.000 russi delle città di Barnaul, Byisk e Tomsk, in Siberia. Il tutto finanziato dall’UK Medical Research Council, dal British Heart Foundation, dal Cancer Research UK, dall’Unione Europea e dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Interviste a bevitori e a familiari di parenti deceduti a causa dell’alcol hanno portato ai risultati presentati nello studio.
La ricerca ha isolato l’impatto della vodka sui suoi intervistati da altri fattori quali fumo, educazione, luogo di residenza. La scelta della Siberia è stata motivata dal fatto che qui i tassi di mortalità sono simili a quelli nazionali.
Dallo studio è emerso che fra 57 361 uomini fumatori senza malattie pregresse, il rischio di decesso all’età di 35-54 anni è del 16% per coloro che consumano meno di una bottiglia di vodka a settimana, del 20% per coloro che ne consumano 1-2 a settimana e del 35% per chi ne consuma tre o più a settimana. Il corrispondente rischio di morte all’età di 55-74 anni è stato indicato nel 50% per coloro che consumano meno di una bottiglia di vodka a settimana, del 54% per coloro che ne consumano 1-2 a settimana e del 64% per chi ne consuma tre o più a settimana. In generale, è anche emersa la maggior pericolosità della vodka rispetto alle altre bevande alcoliche, per la presenza di etanolo in quantità superiori.
L’aspettativa di vita in Russia è di 64 anni, una fra le cinquanta più basse del mondo, e la correlazione con l’abuso di alcol sembra essere un dato di fatto comprovato e incisivo.
La lotta a questa piaga è ormai storica, in un Paese dove il consumo di sostanze alcoliche ha tipicamente accompagnato celebrazioni e significato ospitalità. Un Paese in cui l’alcol costituiva un enorme fonte di guadagno per lo Stato sovietico, che vi esercitava un monopolio.
La relazione fra leggi “proibizioniste” e il calo della mortalità legata all’abuso di alcol sarebbe stata dimostrata negli ultimi trent’anni. Quando Michail Sergeevič Gorbačëv, nel 1985, proibì la vendita di vodka prima dell’ora di pranzo e ne limitò la vendita ad alcuni negozi, tale restrizione portò, negli anni successivi, a una riduzione di un quarto nel consumo e nella mortalità prematura. Per tali misure, Gorbačëv divenne noto come il mineral’nyi sekretar (Segretario che beve acqua minerale) piuttosto che come un general’nyi sekretar (Segretario Generale).
Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, le restrizioni caddero (anche perché avevano comportato l’aumento del crimine organizzato che prosperava intorno al business clandestino) e sotto la presidenza del “Corvo Bianco”, Boris Nikolaevich Eltsin (leader che, peraltro, ebbe non pochi problemi di salute dovuti all’abuso di alcolici), il tasso di mortalità giovanile raddoppiò.
Nel 2006, Vladimir Putin impose una nuova stretta sulla vendita, innalzando le tasse sugli alcolici, e facendo scendere, negli ultimi otto anni, il consumo di circa un terzo. Anche la percentuale di uomini deceduti prima dei 55 anni è scesa dal 37 al 25%. La percentuale resta ancora alta se comparata al 7% del Regno Unito.
A gennaio 2013, è entrata in vigore la normativa che ha aumentato il prezzo (+36%) della bevanda alcolica nazionale russa, che non potrà costare meno di 170 rubli (circa 4 euro). La decisione è stata presa dal servizio federale per la regolamentazione del mercato degli alcolici, nel tentativo di combattere la diffusione di vodka e di alcolici adulterati. Il provvedimento riguarda, infatti, non solo la vodka, ma tutte le bevande con tasso alcolico superiore al 28%.
Una leggenda russa narra che i cavalieri cosacchi durante un attacco, si trovarono di fronte ad un lago che ostacolava loro il passaggio. Il nemico avanzava e non vi era il tempo di costruire un ponte. Il pope che accompagnava il reggimento cosacco, benedisse allora l’acqua del lago trasformandola in vodka, cosìcche cavalli e cavalieri potessero berla e passare dall’altra sponda.
Ma questa è tutta un’altra storia.

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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