Tag: aldo moro

PRESTO DI MATTINA
Chi sono io per te

Chi sono io? Questa domanda, del tutto inattesa, risalita da non so quali profondità dell’inconscio amareggiato, si era dilagata irruente nella coscienza mentre scendevo le scale di un condominio nei pressi della parrocchia, tanto tempo fa. Una domanda scandita come un ritornello, a ogni gradino, dopo la visita a una persona inferma costretta a letto. Ero stato rimproverato per la lunga assenza dall’ultimo incontro, e avevo sentito tutta l’impotenza e l’inutilità di un ministero che ti vuole tutto a tutti. Salire e scendere le scale per incontri brevi, apparentemente insignificanti e vuoti. Mi sentivo come un pane che si disperde in tante briciole senza capacità di sfamare alcuno.

Chi sono io? Attesi un momento lunghissimo per rispondermi. Scartai subito “sono un parroco” – e i suoi equivalenti: “sono un pastore”, “un prete” – quasi a voler lucidare l’armatura ammaccata. Mi accorsi così, scendendo quelle scale, che avevo continuato, come avevo fatto salendo e arrivando in bicicletta, a pregare la preghiera del cuore. Non avevo smesso nemmeno durante l’incontro, a invocare, dentro, il nome di Gesù su quelle interminabili afflizioni di una vecchiaia esausta.
Sentii allora salire la risposta da dentro avvinta ad un sospiro lento e consolante: “sono un uomo di preghiera”. Sì. Sì mi dissi: questo sono io. Qui staziona e da qui parte e ritorna sempre di nuovo, accrescendosi come un albero dalle sue radici, il mio “io” più autentico; quello non ripiegato su sé stesso, ma aperto e disteso al futuro. Avevo ritrovato la coscienza dell’io nella preghiera come essenza e pienezza dell’umano, in quello che chiamerei un sussulto mistico, risonanza del mistero di Dio nella banalità del quotidiano, in fare pregando.

Un “io” orante è “un io sempre in relazione”. Un io che si perde e si ritrova nell’amore per l’altro, pur incontrato nei luoghi del disamore e del non umano o dell’umano finire. Un io orante è un io “in progress; diviene un “io” credente, che si fa affidandosi nella relazione, e rimane irremovibile nel luogo della dignità e nella responsabilità dell’altro, come Tommaso Moro, un credente per tutte le stagioni perché orante. Un adagio liturgico dice lex orandi è lex credendi: la forma della preghiera dà forma alla stessa fede, è legge del suo agire come amore.

Romano Guardini sottolinea un altro aspetto: “Credere con riferimento alla propria vita significa vedere sempre il tutto” (Diario, Brescia, 1983). La preghiera è allora da comprendersi come un atto totale che investe e coinvolge l’interezza dell’esistere. Non sono solo le labbra a muoversi. Le tue cellule pregano, così il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi e le orecchie. E lo stesso vale per i tuoi gesti, sia che tu stia fermo o cammini. Ma anche il tuo muto e smarrito silenzio prega. La tua preghiera si riveste così della forma, delle parole e delle loro assenze. È nei colori, dai più cupi ai più luminosi. E dimora nei sentimenti, da quelli più tristi a quelli che illuminano il volto: arcobaleno cangiante dell’esistenza, del tuo stesso vivere in relazione o in solitudine, quando abbracci e quando ti astieni dal farlo. La preghiera, come la comprensione dell’essere in Aristotele, “si dice in molti modi”, perché non ha una essenza ma comprende tutte le essenze, e quindi tutte le forme. Essa è nascosta in ogni piega del tempo; occupa ogni spazio; sta nell’intermezzo dell’aurora e del tramonto, tra il buio e la luce ed è di casa in entrambi, di giorno come di notte. È in ogni pausa e sospiro tra le parole, nell’attimo del battito delle ciglia come del cuore, quando si recita nell’arco del giorno per tre volte l’Angelus Domini, o nelle fragilissime ali raccolte di una farfalla come mani giunte in preghiera. Essa è già tutta nel primo vagito della vita nascente ed è ancora lì nell’ultimo rantolo di un morente.

Come la sapienza di Dio la preghiera costruisce pietra dopo pietra nel mondo e in noi la sua casa (Pr 9,1). Le lacrime e i sorrisi sono le sue sette colonne, il dolore del mondo le sue fondamenta. La sua tavola imbandita è la gioia del figlio perduto e ritrovato, dello sposo del Cantico per la sposa; la gioia che scopre la perla preziosa e il tesoro del Regno. Ogni preghiera, gemito inesprimibile dello spirito, converge misteriosamente nel gemito dell’intera creazione: quello delle cerve partorienti, dell’animale preso nella rete, braccato e ferito a morte dai bracconieri, nel silenzio di una stella che si spegne, nel cammino di una cometa. Immancabilmente si fonde con la preghiera eucaristica di Gesù e della Chiesa ogni domenica, preghiera dell’Agnello condotto al macello (Is 53,7; Ger 11,19), Agnello pasquale, immolato ma vivente.

Pregare in situazione di passività è certamente esserci nello sprofondo dell’afflizione che dà angoscia. Si prega allora con “labbra chiuse” come nella preghiera di Paolo VI per la morte di Aldo Moro: “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

Pregare in ascolto del silenzio di Dio, in compagnia di questo Dio incomprensibile e silenzioso, trovando sempre di continuo il coraggio di parlargli, di parlare entro l’oscurità con fede, confidenza e calma, sebbene apparentemente non venga alcuna risposta se non la vuota eco della propria voce (Cf. K. Rahner), genera un’esperienza di unione che trasforma la solitudine in gioia. È l’esperienza dei poeti e dei mistici, e di coloro che amano perdutamente e nel perdersi incontrano la gioia dell’incontro. Lo scolpisce con un solo verso Mariangela Gualtieri: “Forse la gioia è la preghiera più alta”.
Chi prega accede alla conoscenza di sé e attende la conoscenza dell’altro, anche quella di Colui – direbbe ancora Guardini – “che ha assunto la nostra nella sua esistenza. Così l’eco di questo mistero è che egli ci concede di accogliere la sua nella nostra esistenza” (Ivi, 168-169).

Piuttosto che in lunghe preghiere, Teresa d’Avila scopre sé stessa e si conosce misurandosi nella pratica del vivere e in rapporto al fare, all’azione; e in questo metteva in pratica il detto di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9).
Così l’esperienza mistica per lei non è fine a sé stessa, ma deve attuarsi in una prassi, in un servizio alla vita; il culmine della preghiera non consiste nei rapimenti estatici, ma nella risposta all’altro. Così Teresa ha compreso se stessa attraverso questa esperienza di amicizia che è l’orazione aderendo alla volontà di Dio al modo di Gesù che diceva: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34).
Ora, tutta la storia della sua vita, la sua autobiografia è stata riletta proprio attraverso quella stessa domanda che era affiorata in me: Chi sono io? Lo ha fatto in un saggio Emanuele Riu Chi sono io? Santa Teresa nel Libro della vita (in “La dimora interiore. Mistica e letteratura nel V centenario della nascita di Teresa de Avila“, rivista online, La Torre del Virrey, 2018). Scrive Riu: “La grandezza della Vida di santa Teresa sta dunque nell’illustrare al lettore la quotidianità della propria vita e nell’aprirgli la propria anima, consentendogli di partecipare ai suoi travagli più interiori e rendendolo in qualche modo partecipe di una ricerca del proprio “io”, condotta sul crinale fra l’oggettività patristica e medievale e l’inquietudine interiore tipica del soggetto moderno, acquisendo in vari modi tutti quegli spunti che dalla spiritualità medievale potessero condurla ad un rapporto con Dio in cui la propria interiorità fosse completamente in gioco” (ivi).

L’esperienza di Dio che si incontra nell’orazione è per la mistica d’Avila, non solo possibile a tutti, ma necessaria affinché ogni persona possa giungere alla coscienza autentica della propria identità, alla radice del proprio io che si sperimenta nell’alterità. Noi raggiungiamo l’autenticità della nostra umanità quando giungiamo al suo fondamento ultimo di ciò che realmente l’io è. Un io in relazione in vista dell’unione. E la preghiera è la forma dialogica e generativa di quel vincolo che tiene tutti perfettamente uniti: l’amore.

Una domanda tira l’altra. Non solo Chi sono io? ma pure Chi sono io per me? Come l’autobiografia teresiana, così Le confessioni di Agostino di Ippona costituiscono un percorso mistico, un’uscita dell’“io” da sé, alla ricerca della propria identità che è amore. Amanti e al contempo amati, fonte e destinazione di un sentimento di amore che generiamo e ci viene incontro dandoci una forma.
Si cerca nell’altro ulteriorità di senso e di vita. Ecco allora l’invocazione che cerca il volto dell’altro all’inizio delle Confessioni in forma di domande: Chi sono io per te? e Chi sei tu per me? fanno del testo di Agostino il suo itinerario mistico: la preghiera della sua vita:
“Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti. Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono!” (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Non si può, su queste ultime note, non ricordare un episodio della vita di S. Teresa raffigurato anche in un dipinto della chiesa delle sorelle Carmelitane di via Borgovado. Un giorno la santa Madre nel monastero dell’Incarnazione di Avila stava scendendo le scale e quasi inciampò in un bel bambino che le sorrideva. Suor Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno del convento, gli si rivolse chiedendogli sorridendo: “E tu chi sei?”, allora il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, sorridendo, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”.

Dedico questo testo all’amico Gian Franco che ha attraversato la soglia del mistero di Dio, sua nuova dimora; egli mi ha accompagnato nel ministero pastorale, spalla a spalla, dal 1983 a S. Francesca prendendosi cura della comunità nello stile silenzioso e orante di Maria e in quello schietto, familiare e laborioso di Marta.

LA LUCE GENTILE DI BERLINGUER
Lo sberleffo leghista e il triste buio della Sinistra

Trentasei anni fa, dal palco di un comizio a Padova, Enrico Berlinguer, un fazzoletto sulla bocca a contenere il vomito, le gambe che non lo reggevano più, portava a termine con grande fatica il suo discorso, tra militanti e cittadini che gli urlavano “basta Enrico!” tentando di preservare dal male quell’uomo fragile, minuto, ancora lontani dall’idea del vuoto che avrebbe lasciato.

Salvini sogna Berlinguer: elaborazione grafica di Carlo Tassi

A distanza di trentasei anni, tale Salvini da Milano approfitta del fatto che la Lega sposterà la sede romana in via delle Botteghe Oscure per dichiarare, con l’usuale sprezzo del ridicolo, che la Lega a suo dire avrebbe ereditato i valori della sinistra di Berlinguer.
Non griderò alla lesa maestà, né mi soffermerò troppo sulla provocazione del losco figuro, che alla maniera trash tanto apprezzata dai suoi fans declama uno slogan allucinato, fraintendendo (apposta) il dato reale: cioè che anche alcuni operai ora votano Lega. Questo è il dato di fatto, la disperazione di persone che abbracciano valori di odio per paura sociale. Ma la comunicazione del figuro non si cura della realtà del dato, parte dal dato di realtà per costruire un racconto fasullo. E’ l’essenza della sua propaganda, del resto. Salvini, ad ogni modo, mi serve solo come gancio per tornare su Berlinguer, sulla sua prematura scomparsa e sul fatto che non ha lasciato eredi. Nè il losco figuro, che smetterò di citare per non dargli l’importanza che non merita, nè altri. E questa vuole essere un’affermazione seria.

Lo sgomento e il senso di perdita di milioni di persone che non lo avevano mai conosciuto, ma che piansero la sua morte come quella di un familiare amato – me compreso, ed ero un ragazzo – potevano essere riservate solo a lui e a Sandro Pertini. La stessa fisiognomica dell’individuo, la sua postura, la sua frugale eloquenza hanno esercitato un fascino collettivo la cui anomalia risiedeva nella singolare sobrietà. Infatti il culto della personalità indirizzato verso i leader di movimenti politici ispirati al marxismo sceglieva figure iconiche, retoriche, condottieri vestiti da guerrigliero, la cui scomparsa trasportava il lider maximo in un cielo empireo e generava un lascito mitologico depurato dalle debolezze umane sul quale, con naivetè, continuare la battaglia (unica eccezione forse Pepe Mujica).
Il carisma di Berlinguer si fondava, viceversa, anche sulla sensazione di fragilità che lo accompagnava, persino coreograficamente, quando saliva sul palco di congressi pletorici o di adunate oceaniche, rendendole docili al suo eloquio pulito, scandito ma privo di enfasi. Un insopportabile luogo comune dei politici, che vorrebbe segnalare un presunto, ridicolo disinteresse personale, recita: “non importano i nomi, importano i contenuti, non contano gli uomini, contano le idee”. Stupidaggini. Gli uomini contano eccome, e non per la banale ragione che se non esistessero gli uomini non esisterebbero le idee, ma perché la credibilità di un individuo incarna, letteralmente, un’idea, ed il seguito che riscuoterà. E quando è mancato l’uomo Berlinguer, all’improvviso, lo scarto tra l’autorevolezza della persona e il fiume delle idee che avrebbe dovuto tramandare ai suoi compagni e alle cosiddette masse è apparso incolmabile.

Berlinguer era un comunista guardato con sospetto sia a Ovest che a Est. A Ovest temevano che riuscisse ad aggirare la conventio ad excludendum che congelava il consenso comunista nel freezer delle roccaforti rosse, fino a farlo approdare al governo centrale. A Est temevano la sua eresia, il fatto che volesse coniugare socialismo e democrazia rappresentativa e si potesse portare dietro un Paese atlantico fino a slabbrare la cortina di ferro, al riparo della quale una elefantiaca nomenklatura coltivava i suoi privilegi (sarebbe stato avvincente averlo vivo durante la stagione della perestroijka di Michail Gorbacev).

Partiamo da Ovest. Quando Berlinguer, nel 1973, teorizzandola con tre articoli su Rinascita, propone una riedizione del dualismo tra Don Camillo e Peppone trasformandolo in una alleanza cattocomunista non lo fa per buttarla in commedia, ma per scongiurare la tragedia. Per evitare che la drammatica strategia della tensione in atto dalla strage di Piazza Fontana (1969) in avanti, attribuita con depistaggi agli anarchici ma frutto di una saldatura mai interrotta tra neofascisti clandestini e settori fascisti degli apparati dello Stato, sfoci in un golpe “alla cilena” con l’instaurazione di un regime autoritario e con la sospensione delle garanzie costituzionali.
Berlinguer, ovviamente, non partorisce l’idea del compromesso storico in preda ad elucubrazioni di stampo complottista.  Alcuni documenti sottratti all’ambasciatore greco in Italia (e finiti poi sulla stampa britannica) disegnavano una strategia degli Stati Uniti che, con la collaborazione del regime dei colonnelli in Grecia, intendeva radicalizzare lo scontro sociale per bloccare l’ascesa per via democratica dei comunisti italiani al governo. Non poteva essere tollerato, nel cuore del Mediterraneo, che un paese chiave del Patto Atlantico venisse governato da un partito che si richiamava alla dottrina comunista. Nonostante, infatti, la parte comunista della Resistenza avesse dato un contributo fondamentale alla scrittura della nuova Carta Costituzionale, di cui le regole di funzionamento dello Stato in termini di democrazia parlamentare costituivano nucleo centrale, gli equilibri internazionali usciti da Jalta e l’esito della (allora non conclusa) controffensiva al nazifascismo non prevedevano che l’Italia potesse avere un partito comunista al governo. La pregiudiziale antifascista di diritto su cui si erigeva la Costituzione Repubblicana copriva una pregiudiziale anticomunista di fatto, in nome della quale si muoveva un potentissimo sottobosco, solo parzialmente scoperchiato dalla magistratura ma rimasto tuttora oscuro nelle propaggini più sinistre, mostrato con mirabile capacità analitica e visionaria da Pier Paolo Pasolini nel famoso articolo “Io so”, pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974.

Facendo digerire al partito il compromesso storico (e a se stesso l’appoggio a un monocolore DC guidato da Andreotti) Berlinguer non scelse lo Stato deviato e infido che esisteva, ma l’idea di Stato che aveva in mente. Sotto questo profilo e con le debite differenze, fece una scelta assimilabile a quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che scelsero lo Stato di un futuro senza di loro, contro lo Stato presente che ne inquinava il lavoro e ne minava la reputazione e, letteralmente, le strade che avrebbero percorso.

Lo scelse, lo Stato, anche rischiando il partito, lasciando scoperta un’ala sinistra che, in alcuni suoi esponenti, divenne disperata e saldò, oggettivamente, una velleitaria idea di rivoluzione armata con le pulsioni autoritarie degli apparati deviati, uccidendo non solo Aldo Moro, ma la prospettiva da lui disegnata con Berlinguer. Di questa incredibile miopia politica i brigatisti sono stati colpevoli, quanto della barbarie umana che li ha portati a bruciarsi la vita in carcere. Così in DC venne restaurato l’ancien regime riportando in vetta gli uomini più torbidi, Berlinguer rimase orfano dell’autorevole sodale che aveva condiviso con lui la prospettiva della confluenza al governo delle due più radicate tradizioni sociali italiane, e si riposizionò quasi forzatamente sull ‘alternativa democratica’: un lavoro di più lunga lena che prevedeva di cacciare lo Scudo Crociato all’opposizione, ma che dovette fare i conti con un Bettino Craxi riottoso all’idea di un nuovo fronte popolare, che avrebbe ridotto il Partito Socialista Italiano alla subalternità verso i comunisti.

Guardiamo a Est. Berlinguer non fu impaziente di dichiarare formalmente l’autonomia del partito italiano da Mosca, in termini economici, organici e ideologici. La preparò per gradi, in modo che quando la dichiarò, nel 1980, la dichiarazione suonò nel partito come una presa d’atto e non come uno strappo del “capo”; esattamente il contrario di quanto fece Achille Occhetto, nel 1989, sull’onda – non certamente banale – della caduta del Muro.

Non fu impaziente, ma fu implacabile nel marcare il progressivo affrancamento dal giogo del socialismo reale. Glielo disse in faccia già nel 1969, a Breznev, e glielo disse a Mosca, alla presenza di tutti i comunisti del mondo: “Respingiamo il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni. In verità le stesse leggi generali di sviluppo della società non esistono mai allo stato puro, ma sempre e solo in realtà particolari, storicamente determinate e irripetibili”. Certo, c’era stata l’invasione dell’Ungheria, nel ’56, nemmeno condannata, e quella della Cecoslovacchia nel ’68, bollata semplicisticamente come un “tragico errore”, che si portò dietro la critica radicale di intellettuali di valore come Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Lucio Magri, il cui esplicito dissenso, concretizzato nella pubblicazione del giornale eretico  Il Manifesto, portò alla loro radiazione dal partito, tre anni prima che Berlinguer diventasse Segretario Generale.

In ogni caso, per chi pensa che Berlinguer sia stato troppo timido nell’accelerare il processo di autonomia dal blocco socialista: nel 1973, mentre tornava all’aeroporto di Sofia dopo uno spigoloso faccia a faccia con la nomenklatura bulgara, un incidente coinvolse l’auto a bordo della quale viaggiava. Berlinguer se la cavò con delle contusioni e la convinzione, confidata ai familiari e a Macaluso, che sarebbe stato prudente non mettere più piede in Bulgaria. Se per il Patto Atlantico Berlinguer era l’astuto e accorto gramsciano che cercava di entrare nella stanza dei bottoni dalla finestra, visto che la porta era sbarrata, per il Patto di Varsavia Berlinguer era inaffidabile, un deviazionista, un non ortodosso che da Segretario del più grande partito comunista d’Occidente minava le fondamenta del sistema. E’ probabile che avessero ragione entrambi.

Per Berlinguer austerità non era un modo di fare buon viso a cattiva sorte, visto che lo choc petrolifero ci faceva viaggiare a piedi. Era fare i conti con “l’ingresso sulla scena mondiale di popoli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla soggezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati dalla dominazione imperialistica. Si tratta di due terzi dell’umanità, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorità rispetto ai popoli e paesi che hanno finora dominato la vita mondiale”. I nuovi problemi posti dai moti di emancipazione di questi popoli devono far abbandonare “l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”. A questa nuova sobrietà dei consumi, nel nome anche di un parco uso delle risorse naturali (intuizione attualissima), corrisponde un profilo etico che lo porta a stigmatizzare il nascente, onnivoro appetito dei partiti verso le istituzioni, tale da portare l’Italia ad essere dominata da un rapporto di clientela paramafioso tra chi ha bisogno di lavorare e chi tramuta in favore le opportunità, in cambio di un’adesione non ideale, ma organica al partito, che si sostituisce allo Stato non di diritto, come nelle economie della pianificazione, ma di fatto. Il suo partito non sarà affatto estraneo a queste pratiche, facendo strame della “questione morale” sollevata dal suo leader.

Berlinguer pre-vide tutto questo, ma non fece in tempo a diventare coautore di quel futuro. La sua scomparsa fu precoce ed imprevista per la sua famiglia e per un partito che, con tutta evidenza, non era preparato alla sua successione. Nemmeno Berlinguer lo era, impegnato com’era a immaginare gli sviluppi politici e a gestire le urgenze presenti nel pieno della sua, pur estenuata, vitalità. Quella scomparsa prematura apre un vuoto verticale, un vertiginoso burrone che rende tutti, all’improvviso, orfani. Orfani non solo di una personalità dal carisma quasi riluttante, ma di un armamentario ideologico e strategico che nella sua incarnazione aveva una forza persuasiva, e senza di lui appare ad un tratto sottile, privo di una sostanza che Berlinguer solo sapeva conferirgli.
Come se il marxismo senza Berlinguer non avesse più l’unico interprete capace di renderlo adatto ad interpretare la modernità, e rimanesse un’attrezzatura datata, statica, protoindustriale. Come se la “terza via” avesse un senso solo se raccontata da quest’uomo pulito, nei tratti e nei modi, e senza la sua figura ad illuminarla (con una lucetta che oggi sarebbe sicuramente ad alto risparmio energetico), la strada dell’economia del capitale diventasse troppo oscura, insidiosa, possente ed infida, e noi fossimo privi di strumenti che ci permettessero di prevederne le temibili curve.
Come se togliere la parola “comunista” dal nome del partito non significasse fare un salto ambizioso dentro il futuro liberandosi di una zavorra, ma sottrarre il peso e la consistenza originaria di quel pensiero fino a renderne deboli le fondamenta, e impalpabili i fini.
Come se l’elaborazione teorica che intendeva prendere il meglio dell’analisi marxiana e dell’esperienza socialdemocratica, saldarle e superarle entrambe, fosse in realtà il sogno di un uomo, e non un filone degno di approfondimento. Con quale motivazione essere austeri se lo scopo di una società radicalmente altra non è più l’orizzonte cui tendere? Con quale dirittura morale mantenere un disinteresse per i privilegi materiali se non si lavora per il bene collettivo, ma solo individuale o della propria famiglia?
Questa inadeguatezza dei successori nel sostituire ad un fine salvifico, quasi messianico, un orizzonte “costituzionale” di inveramento dei diritti umano, laico, ma ugualmente radicale, ha consegnato i più scafati al disincanto, al cinismo ed al piccolo cabotaggio, i meno attrezzati alla paura e all’odio. E nell’ assecondare e rappresentare queste pulsioni, che per alcuni sono l’essenza della natura umana, la destra è molto più brava.

ALLA FINE, QUALE DEMOCRAZIA RIMARRA’?
Due virus e due emergenze a confronto: Covid-19 e Terrorismo

Le immagini di piazze e strade svuotate dal Covid-19, dove, ogni tanto, si vedono forze dell’ordine che, con diverse modalità, controllano spicchi di territorio fermando passanti e automobilisti, mi rimandano alla primavera del ’78.
Era l’inizio di aprile. Mi trovavo a Roma per alcuni giorni, per la Direzione Nazionale dei giovani delle ACLI. La prima sera, con alcuni amici veneti e romani, siamo usciti per mangiare qualcosa in un’osteria. Le strade del centro erano deserte, un silenzio spettrale. Girato l’angolo di un incrocio di Via Nazionale, ci siamo quasi scontrati con un gruppetto di soldati di pattuglia che camminavano nel mezzo della strada. Eravamo in pieno rapimento dell’on. Aldo Moro e il ‘virus del terrorismo’ si stava espandendo, facendo proseliti e, purtroppo, numerose vittime. Si cercavano covi clandestini, persone ‘infettate’ dal terrorismo, si cercava di liberare l’ostaggio Moro.

Oggi sappiamo una verità molto differente ma non ancora compiuta. Nonostante numerosi processi, commissioni e soprattutto importanti e approfondite indagini giornalistiche, mancano alcuni tasselli fondamentali che possano fare chiarezza su quell’epidemia politica, sugli ‘untori’ (e mandanti), sui diversi aguzzini.

L’emergenza virale che stiamo subendo in questi giorni, per essere vinta ha bisogno di comportamenti responsabili di tutti noi italiani, di lunga o breve appartenenza a questo amato/non amato Paese. Un Paese fatto di comunità dove il triste tributo di vittime è doloroso e sempre inaccettabile. Anche se sembra impossibile, vanno evitate altre ‘unzioni’ di comodo per trarre qualche temporaneo beneficio politico e, soprattutto, c’è bisogno di tempo per far sì che la ricerca scientifica trovi il vaccino che ci porti fuori da questa pandemia.

Diverso è lo scenario per quanto riguarda il 42esimo anniversario della morte dei componenti della scorta e del rapimento e uccisione di Moro, che ricorre in questi giorni. Il fattore tempo, per chi scrive queste brevi note ed è convinto che la parte più indicibile non sia stata svelata, sembra giocare a sfavore. Più ci si allontana dai fatti e meno testimoni restano. Mi si potrà obiettare che ci sono i documenti, le carte, ma ci dovrà essere qualcuno o qualcosa che ti permetta di poterle ‘leggere’ con cura ed intelligenza. La storia degli Anni di Piombo e delle Stragi di Stato è in gran parte una pagina vuota, un buco ancora da riempire di verità.

Molti si ricorderanno che, a suo tempo, una vulgata molto gettonata affermava che i corpi e gli ambiti infetti/infedeli erano stati debellati, sconfitti. Migliaia e migliaia di pagine dissero che il terrorismo, ‘il virus’, era stato sconfitto grazie alla politica della fermezza. Tutto si era risolto per il meglio, si diceva. La cura era stata efficace e la democrazia ne era uscita rafforzata. Una democrazia fatta di rinunce quotidiane anche dure, importanti, fatte per il bene del Paese.
Il giornalista e studioso Giovanni Fasanella, che ha scavato molto fra quelle carte, nei giorni scorsi sui social ha detto che il Caso Moro non fu solo una ’influenza’ e, se portò lo Stato a sconfiggere il “Partito armato’, a disarticolarlo: “vacillò, però, di fronte a un partito più potente, quello della ‘morte politica’ di Aldo Moro, il suo uomo più lucido […] e da allora il Paese è scivolato inesorabilmente verso il baratro”. Un virus che non ci ha aiutati ad uscire dall’emergenza.

Anche in queste settimane, di fronte al Covid-19, le rinunce sono tante. Vengono chiusi molti luoghi della produzione, della socialità, dell’istruzione, dello stare e fare assieme. La democrazia sembra tenere, anche se molte libertà e molti diritti sono messi in sordina. Rimangono però sul tappeto molte domande aperte. Le persone che oggi perdono il lavoro avranno davvero il sostegno delle comunità in cui vivono, delle forze politiche e sociali, del Governo, per ritrovare una nuova stabilità economica? E, alla fine dell’emergenza, quale democrazia rimarrà? Questa situazione avrà fatto ritrovare a tutti noi il senso di essere parte di una comunità, oppure non ci avrà insegnato niente?

Immagine della cover: di Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari http://www.stragi.it/index.php?pagina=associazione&par=archivio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4490241

 

La politica italiana del dopo Moro: un presente senza domani

Il 9 maggio di quarant’anni fa fu trovato il corpo senza vita di Aldo Moro, riverso nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani a Roma.
In questi tempi di commemorazioni abbiamo sentito e risentito la telefonata di Valerio Morucci a Franco Tritto, quel 9 maggio 1978, per indicare il luogo di quello spietato epilogo.
Le indagini condotte dalla commissione parlamentare, presieduta da Giuseppe Fioroni, e le considerazioni più volte espresse da Miguel Gotor, Gero Grassi e dallo stesso Fioroni, portano ad avere seri dubbi su come siano andate realmente le cose. Sintomatiche le parole di Grassi, secondo il quale la mattina del rapimento, 55 giorni prima della sua uccisione, in via Fani “c’erano anche le Br”.
Non è la prima volta che verità storica e giudiziaria non coincidono. È successo anche, per esempio, con l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, del quale restano famose le parole secondo le quali sappiamo chi ha messo le bombe nella lunga e insanguinata storia stragista italiana, “ma non abbiamo le prove”.

Bello e intenso è stato il ricordo di Moro andato in onda su Rai Uno martedì 8 maggio con letture di Luca Zingaretti e un’interpretazione del presidente della Dc di Sergio Castellitto da levarsi il cappello.
Per inciso, un’operazione che ha ascoltato le voci dei suoi studenti universitari di allora e di chi ha seriamente lavorato sulle carte, a differenza di altri programmi televisivi che hanno invece ossessivamente acceso il microfono davanti alle bocche (reticenti, smemorate?) dei brigatisti, grandemente ignari del prezzo che tuttora l’Italia sta pagando a causa di quel colossale errore.
Tutto per sentire Valerio Morucci ammettere davanti alla telecamera che invece del veleggiare trionfante della barca rivoluzionaria sopra un fiume di sangue, il risultato è stato il suo affondamento.
Ma che scoperta!

Al netto di quello che si sa, di quello che non si sa e di ciò che si può solo supporre, col senno di poi si può dire che ad Aldo Moro l’Italia ha preferito la Dc di Giulio Andreotti.
Sulla politica di respiro e disegno, di prospettiva e inclusione democratica, ha prevalso quella del tirare a campare. Lo stesso Andreotti disse una volta di Moro: “La differenza è che lui parla con Dio, io parlo con i preti”.
Così quel tragico e sanguinoso 1978 partorì la Democrazia cristiana del Preambolo e poi gli esecutivi del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani), trascinando formule e schemi di governo in evidente stato di decomposizione. Il risultato è stato che il tirare a campare si è tradotto in un acido corrosivo delle fondamenta istituzionali e culturali della Repubblica. Un lento e agonico tirare le cuoia, pertanto, sospinto da una corruzione istituzionale a livelli di metastasi; da una criminalità organizzata con la quale, così pare, si sono fatti accordi inconfessabili per allentare misure detentive e per scopi elettorali; dal sovrapporsi nella politica di destini e interessi personali a quelli generali, col risultato di una classe dirigente perfettamente sintonizzata su quest’orizzonte e incurante delle conseguenze.

Una cieca esaltazione del presente senza domani e uno sfrenato spendere le risorse anche di chi verrà dopo, che ha portato diritto a Tangentopoli e alla fine, impropria, della prima Repubblica. Impropria, perché una seconda non è mai nata, visto che l’asfittico spazio politico italiano non è mai riuscito a dare respiro e gambe a un necessario e ancora urgentissimo processo riformatore costituzionale e istituzionale.

Troppo è stato il tempo perso a contare inutilmente il numero di Repubbliche a Costituzione invariata (articolo più, articolo meno), mentre l’unico ideale sublimato ad alta carica dello Stato è diventato l’interesse personale. “Se diventa ricco lui, lo diventiamo tutti”, si ammetteva spudoratamente plaudendo alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, illusoria traduzione in politica del principio dei vasi comunicanti.
Ne è seguita una lunga caimanizzazione della politica, d’altronde già resa una canna al vento dopo gli urti della ‘Milano da bere’ e del ‘così fan tutti’.
Lo capì fin dal primo momento Indro Montanelli.
Una sorta di Adamo Smith in stile Pulcinella, secondo l’antico automatismo: “L’interesse del macellaio finisce per procurarci la bistecca”.
L’unico automatismo prodotto, nei fatti, è una politica senza classe dirigente, perdutamente distante dalla realtà. Basti pensare che nell’agenda di ogni governo da anni a questa parte c’è il problema della legge elettorale.
Ora, oltre al distacco dalla realtà c’è chi rileva quello dalle istituzioni. E ciò che abbiamo visto dal giorno dopo delle elezioni dello scorso 4 marzo ne è la disinvolta messa in scena.

In questo deserto non è esente la sinistra, con l’ultima sua creatura: il Pd.
Dalla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016, pallida copia del tentativo già ulivista per una democrazia competitiva e governante, è stato un susseguirsi di rovesci.
Impietoso, in proposito il giudizio di Gianfranco Brunelli (‘Il Regno’, 6/2018): “Nessuno è stato all’altezza del proprio ruolo e del proprio compito”.
Non il gruppo ex-comunista che, fin dall’Ulivo, ha sistematicamente rifiutato ogni trasformazione del modello partito e mai accettato la messa in discussione della propria leadership interna, col risultato di non salvare nulla della propria storia.
Non Matteo Renzi, che ha preteso di piegare a un ego incontenibile e impaziente un cruciale tornante di modernizzazione costituzionale e istituzionale, che andava ben altrimenti oggettivato e condiviso.
Diversi dicono e scrivono che questo scenario sconfortante non è il prodotto di questi tempi, ma ha origini lontane.
Alcune di queste risalgono a quel tragico 9 maggio 1978.

Aldo Moro e Serjei Skripal: prima e dopo il Muro

Il 16 marzo ritornano vecchie ferite che, purtroppo, fanno sempre meno male. Quanto ha inciso la dicotomia Est-Ovest nel caso del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro? Il libro di Giovanni Fasanella ‘Il puzzle Moro’ ne indaga le oscurità nei giorni in cui si ricordano i 40 anni del triste evento che è rimasto nella memoria dei più anziani, mentre è completamente oscuro ai più giovani. Un momento della nostra storia relegato all’oblio e molte volte raccontato, incredibilmente, dai protagonisti della parte sbagliata che come in tanti altri casi, nel nostro Paese, contribuiscono a tenere alta la cortina di fumo.
Un libro che oggi mi piace mettere in relazione a un altro di qualche anno fa: ‘La sfida totale: equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali’ di Daniele Scalea, perché tratta di geopolitica e quindi proprio dell’eterno conflitto tra Est e Ovest. Un conflitto che spiega, costruisce e mantiene gli equilibri mondiali, giustifica le azioni, le uccisioni, le guerre e anche le condizioni della pace.

Gli assetti geopolitici mondiali non cambiano mai. Qualche nemico occasionale durante la strada del tempo si aggiunge, ma i protagonisti sono sempre gli stessi e, visto dalla nostra parte, il nemico è sempre l’Unione Sovietica che, seppur scomparsa da qualche decennio, viene tenuta in vita nell’immaginario occidentale proprio perché garantisca sia il conflitto sia la pace.
La Russia (nella continuazione dell’Unione Sovietica) deve contrapporsi all’idea della libertà occidentale, essere a tratti l’impero del male, la sobillatrice dei conflitti europei, la distributrice di gas nervino e di attacchi informatici tendenti al sovvertimento della pax americana post seconda guerra mondiale.
Certo, guardando sulle mappe aggiornate, l’Unione Sovietica non esiste più ma il mondo occidentale continua a ragionare come se invece esistesse ancora. Lo capiamo in Siria, quando si fatica a trovare un accordo che indirizzi tutti alla pace, ma ancor meglio lo vediamo nelle trame delle spie russe su suolo britannico, laddove la premier May è pronta a ricevere pieno appoggio da parte degli Usa, della Germania, della Francia e ovviamente dell’Italia. Trame per le quali non è consentito avere prove che gli stessi russi chiedono, ma che dovrebbero essere rese chiare agli ‘alleati’ occidentali e magari anche alla gente comune, soprattutto dopo che gli stessi inglesi hanno giurato di avere prove inconfutabili trascinandoci nella guerra all’Iraq che, tra le altre cose, ci ha regalato anni di guerra ai fanatici dell’Isis.
Le scuse di Blair, in ogni caso, sono state ampiamente accettate dal mondo, digerite e dimenticate mentre ci si appresta, magari, a ricevere un giorno quelle della May dopo che ci avrà condotto, chissà, ad una guerra nucleare.
Putin continua a essere presentato all’immaginario collettivo come il successore di Stalin e come se la sua politica estera fosse impregnata di quel Niet tipico dell’epoca delle spie venute dal freddo. Certo non possono esserci dubbi sulle sue colpevolezze visto che è al potere da 17 anni, mentre la Merkel solo dal 2005, e non giova sapere che non è stato lui ad affamare la Grecia e distruggere le economie dei paesi del sud Europa. Lui è l’Est e noi l’Ovest, il resto sono congetture e filosofie del terrore.

E’ un fatto, comunque e fuor di metafora, che non riusciamo a uscire da quel circolo vizioso per cui è da una parte necessario vivere con la sindrome della contrapposizione Est/Ovest e dall’altra accettare che la Russia sia semplicemente un partner commerciale. Magari un Paese con una cultura millenaria, anello di congiunzione, piuttosto che motivo di contrapposizione, tra Oriente e Occidente. Un Paese intento molte volte a difendersi e a fare i suoi interessi politici, economici e strategici, come in fondo fanno tutti e quindi nell’alveo delle cose possibili.

Nel caso agli onori della cronaca di questi giorni la Gran Bretagna, come dicevamo, offre prove inconfutabili della colpevolezza russa o sovietica, insomma dell’Est. Più o meno come le cople attribuite a Gheddafi, quando anche noi Italia ci siamo precipitati a seguire la Francia, pur contro i nostri stessi interessi, che ci hanno poi regalato il disastro Libia. Il tutto consegnato serenamente alla storia anche dopo aver scoperto che dietro quei bombardamenti c’erano gli interessi petroliferi e geopolitici di Francia e Inghilterra. E per gli stessi interessi, forse e magari non nostri ma dell’Occidente tutto (dicono), abbiamo appoggiato la Turchia che diceva di bombardare l’Isis ma intanto gli comprava il petrolio e bombardava i Curdi oppure, più vicino temporalmente, abbiamo condiviso la missione francese in Mali.

Moro e la Siria, Mattei e la Libia. Giochi di geopolitica non più alle nostre spalle, ma alla luce del sole, verità inconfutabili senza prove da mostrare al mondo, ma con scuse successive, brigatisti che raccontano le loro verità in conferenze pubbliche e istituzioni che garantiscono libertà di espressione e interessi. Di chi?

Gli Stati Uniti sono in guerra un po’ in tutto il mondo, arrivano da terra e da cielo, ma soprattutto da televisione e giornali come una volta l’Inghilterra delle regine arrivava dai mari. Quando arrivano lasciano basi militari a difesa del loro interesse vitale: la supremazia del dollaro, che deve rimanere moneta di riferimento internazionale in quanto alla base della sua sopravvivenza. Da qui la necessità di intervenire e di controllare che la Russia (che pensa o dice ancora essere Urss) non si allarghi e che l’Europa non capisca o pensi di potersi sottrarre all’ombrello americano.

I due libri, di Farinella e Scalea, si incrociano e dettano le trame, letti di seguito potrebbero dare delle risposte, se mai le volessimo e ci ritenessimo capaci di gestirle.
Nel frattempo c’è una guerra perenne per mantenere gli equilibri, una corsa alle armi mai sopita e che dà linfa anche alle nostre esportazioni, quasi 8 miliardi nel 2015 e 14,6 miliardi nel 2016, a dimostrazione che la strategia funziona. Per chi e fino a quando?

Una guerra fredda continua, nonostante il crollo simbolico del muro di Berlino, alimentata da annunci, rivoluzioni colorate mal riuscite e persino soldati occidentali mandati nei Paesi Baltici in esercitazioni al limite della paranoia. Risposte vecchie a scenari nuovi!
E dunque adesso, a ridosso della commemorazione di un nostro lutto nazionale che pretenderebbe verità e che affonda le sue radici, forse e chissà, anche nelle assurde contrapposizioni tenute (ancora) in vita da interessi indegni, siamo costretti a rispolverare l’agente 007 e i piani anti-invasione della Russia. Di cui, del resto, è chiara l’ingerenza nei nostri affari nazionali. Siamo sovrastati dalle loro basi sul nostro territorio, alzano i dazi contro di noi, attentano alle nostre istituzioni repubblicane e il Kgb non ci lascia in pace come invece fanno Cia e Fbi. Per finire, i nostri partiti politici sono ancora costretti, per essere accreditati al mondo civile, a presentarsi al Cremlino per rassicurare il tiranno sulle loro intenzioni.

La Balena Bianca e i suoi eredi: oggi manca l’attitudine all’ascolto e alla mediazione

di Francesca Ambrosecchia

Che mare politico stiamo attraversando? È inevitabile interrogarsi una volta entrati nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea ove campeggia il profilo scudocrociato disegnato nella pancia di una Balena Bianca, simbolo che ci riporta indietro con la macchina del tempo… I convenuti sono qui per assistere al terzo incontro del ciclo ‘Chiavi di lettura’ dal titolo ‘Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca’, organizzato da FerraraItalia. Il dibattito prende avvio dalla domanda sull’eredità politica della Democrazia Cristiana. Da Tangentopoli in poi, cosa è successo? E’ oggi cos’è rimasto? La il Grande Cetaceo sta tornando in auge o si è definitivamente inabissato, travolto dai rivolgimenti sociali? Dietro ai microfoni prendono posto, assieme a Sergio Gessi  – che introducendo il dibattito segnala e documenta quel che considera una ritrovata capacità di condizionamento culturale e valoriale da parte del mondo cattolico (leggi) -, Marco Contini giornalista di Repubblica, Luigi Marattin docente a UniBo e consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alessandro Somma docente di diritto comparato all’Università di Ferrara e collaboratore di Micromega e infine Enzo Barboni presidente Unpli Pro Loco ferraresi ed ex segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Gessi ricorda come nel 1983 in un celebre titolo ‘il manifesto’ profetizzasse “non moriremo democristiani, e il crollo del regime clientelare che rappresentava la parte deteriore di quel sistema di potere avvenne effettivamente una decina di anni dopo, ma non per mano degli elettori bensì per l’azione della magistratura all’epoca dell’inchiesta Mani pulite.

Marco Contini è il primo a esporsi esclamando: “Magari morire democristiani!” e non, come afferma lui stesso, per astio nei confronti del partito di governo attuale e dei suoi leader ma per taluni tratti che caratterizzavano la Dc “un partito interclassista che ha dato vita ad una serie di riforme di fondamentale importanza per il nostro Paese e che nutriva un rispetto sacrale nei confronti dei corpi intermedi. Inoltre riteneva che la vittoria elettorale non fosse un mandato assoluto ma che si dovesse esercitare con moderazione e cautela e aveva delle basi solidissime in tutti gli ordini professionali, basti citare i sindacati”. Si trattava di una modalità di gestione che fruttava senza dubbio consenso e grandi quantità di voti, ma consentiva anche di raccogliere le richieste diffuse nel Paese. Sostiene Contini che sia proprio questo a mancare agli attori politici attuale: la vocazione a rappresentare la complessità. Vinte le elezioni si perde di vista il concetto stesso di mediazione, parola di grande significato nel contesto politico che ricorre ampiamente negli interventi dei relatori.

Lo stesso Somma individua nel precedente governo Renzi una forma di ‘cesarismo’, affermando che se tale leader fosse stato democristiano avrebbe avuto maggior cura dei corpi intermedi durante il suo mandato e quindi avrebbe fatto attento uso dello strumento della moderazione. Asserendo convintamente che la Dc è legata a una fase storica ormai superata, alla domanda “moriremo moderati?” oppone il suo pessimismo: “Moriremo da semplici individui, avendo smarrito la dimensione collettiva, soli e impoveriti economicamente ma anche culturalmente“.

Ben lontano invece dallo scenario politico, per Luigi Marattin, sono sia il concetto di ‘cattolici’ sia quello di ‘moderati’: non solo il consigliere non reputa praticabile il confronto tra i periodi pre e post Tangentopoli, possibile solo a livello analitico storico o politologico, ma pone il dubbio anche sul concetto di ‘moderatismo’ e si chiede se “bisogna essere moderati nei contenuti o nei toni”.  Partendo dal presupposto che il nostro Paese necessita di profondi cambiamenti, Marattin pone la questione circa l’efficacia delle soluzioni moderate o se invece la fase attuale non richieda anche strappi e discontinuità, senza la necessità di dover rappresentare tutti gli interessi in campo. Essendo quella attuale una realtà politica, ma anche socio-culturale, diversa da quella esistente ai tempi della Dc e caratterizzata da partiti che vogliono mantenere il proprio “status quo” senza dover forzatamente mediare, è necessario propendere verso una democrazia competitiva, in termini di alternanza.

Da ex segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Enzo Barboni afferma che il bilancio dei cinquantacinque anni di governo della Dc è senza dubbio positivo: definisce il partito come profondamente laico, talvolta anche in opposizione alla gerarchia ecclesiastica, e “caratterizzato da un profondo radicamento sul territorio, dato dal grande consenso popolare”. Come diceva De Gasperi era “un partito di centro che guardava a sinistra” . Anche per l’ex segretario locale, la Balena Bianca non tornerà più, il suo declino si è avuto a partire dal ’78 con la morte di Aldo Moro: il mondo ora si è aperto e trasformato e necessita di adeguati e aggiornati strumenti di politica economica e sociale, profondamente diversi dai quelli cui in passatosi faceva riferimento.

In ultima analisi Fiorenzo Baratelli, direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara, che ha portato il suo contributo a margine della conferenza, rimarca la confusione della fase politica attuale a cui consegue l’incapacità da parte delle varie fazioni politiche di costruire qualcosa di nuovo e adatto a tale realtà. Anch’egli ricorda i democristiani come grandi mediatori “lo stile dei leader politici odierni dovrebbe essere più umile e il valore dell’associazione e della sana mediazione dovrebbe essere esaltato”. Tutto ciò tenendo fede alle parole di Aristotele secondo cui essere moderati era la cosa più difficile perché stava a significare ascoltare e “ritenere il meglio” delle diverse posizioni presentate.

Nel finale, la ‘rivelazione’ di Giuseppe Toscano, uno dei maggiorenti della Dc ferrarese negli anni d’oro, presente in sala: “La Dc tecnicamente non è morta: il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana vige tutt’ora non essendosi mai autoaffondato. Attualmente il segretario è Gianni Fontana”. E chissà, allora, che un giorno non capiti davvero di scorgere ancora nel ‘mare politico’ quell’antico cetaceo…

Il video integrale del dibattito sarà prossimamente disponibile sul canale tv di Ferraraitalia

LA RIFLESSIONE
Quando il vento non faceva il suo giro

di Pier Luigi Guerrini

Credo che in ogni stagione della nostra vita ci siano dei temi prevalenti, dei pensieri che ritornano ma con spessore e profondità differenti. Molto spesso, però, i pensieri, le tracce non si svelano, restano nascoste. I motivi possono essere i più vari. Ne elenco alcuni di una lista che è senz’altro lunga quasi quanto il numero degli abitanti di questa terra… La cosiddetta “sfera dei sentimenti e degli affetti” e la difficoltà nell’esternarli, la riservatezza, il timore di non essere capiti, la preoccupazione (molto spesso, la disperazione o la rabbia) di non farcela a sostenerne il peso delle responsabilità, la durezza della vita nella sua materialità quotidiana che ti ricaccia in gola tutto quello che ha a che fare coi desideri, oppure progetti politici o sogni realizzati solo a metà o per niente che, col tempo, ti pesano un po’ di più…Un avvenimento, un soggetto che ti ritrovi periodicamente a ripercorrere può essere anche frutto di un nodo che senti non risolto. Senti il bisogno di sapere, di conoscere, di capire. Sciascia scriveva che “le cose che non si sanno, non sono”…e poi, quando ti sei avvicinato per approssimazioni e credi di aver capito, vorresti che le finestre fossero riaperte, che all’aria fosse permesso di nuovo di fare il suo giro naturale.
La causa può risiedere in un periodo della tua vita passata che quell’avvenimento ha condizionato facendoti fare scelte differenti, cambiando/ti l’orizzonte. Scelte di vita ad aria condizionata. Ricordo che mio padre raccoglieva cartoline su cartoline, di ogni parte del mondo… e tanti francobolli. Lavorava alla Cartiera Burgo in via Marconi e ogni tanto arrivava a casa con queste immagini, sogni di viaggi irrealizzabili oppure trovava libri scartati. Di quelle raccolte, me ne sono rimaste tante. I viaggi, probabilmente, li ha sublimati attraverso l’impegno sindacale nella Uil che gli dava ogni tanto la possibilità di andare a vedere qualche immagine di città in movimento durante le mezze giornate di pausa dei convegni. Mio suocero, invece, ha letto tantissimi libri sulla Seconda Guerra Mondiale, poi gli piaceva spesso condividere con me le sue riflessioni su quelle letture. Mi diceva che quella guerra gli aveva rubato diversi anni della sua gioventù e questo nodo cercava di risolverselo così…

Io, in questi anni, ho letto molti libri, documenti, testimonianze focalizzate sul cosiddetto “affaire Moro”. In tempi recenti, sono riuscito ad incontrare in diverse occasioni e contesti differenti, e far conoscere ai cittadini ferraresi, alcuni studiosi (Sergio Flamigni, Ferdinando Imposimato e Giovanni Fasanella) che dall’approssimazione e dalla ricerca di una verità più convincente ne hanno tratto una motivazione supplementare che si è andata ad aggiungere (o sovrapporre) al loro “mestiere” di vita. Una motivazione che, ad esempio per Imposimato, ha avuto risvolti duri, tragici. Il terrorismo, non riuscendo a colpirlo, gli uccise il fratello, sindacalista della Cgil. Per me, quindi, il sequestro di Aldo Moro e la sua uccisione dopo 55 giorni di prigionia, l’uccisione dei cinque uomini della sua scorta nel momento del rapimento, è stato un avvenimento che ha condizionato, modificato il mio approccio alla politica. E’ stato come uno spartiacque di sangue che mi ha aperto gli occhi su quella parte di realtà (il mondo di sopra…), sulle sue liturgie, sulle sue modalità di rapporto con la società, tra la gente. Una trama complessa, piena di contraddizioni, di protagonisti da amare o da odiare, di collegamenti da fare tra mondi, realtà spesso non conosciute. Tra i miei ricordi di gioventù, è ancora ben presente quella mattina del 16 marzo 1978 quando nell’aula 3 della Facoltà di Lettere e Filosofia a Bologna ci fu un’assemblea “strana” con un gruppetto di giovani col volto travisato che presero il…”comando delle operazioni”, il controllo della presidenza dell’assemblea, pronunciando la tremenda frase “col sequestro dell’onorevole Moro e l’uccisione della sua scorta, oggi il movimento rivoluzionario ha fatto un salto di qualità”. Il contrasto nell’aula fu debole, qualche fischio, qualche grido di dissenso sommerso da tristi applausi. Io, ventiquattrenne, me ne uscii impaurito, col senno di poi, vigliaccamente impaurito con addosso un senso d’impotenza e di malessere crescente.
Nelle settimane successive, capii che quell’avvenimento avrebbe “piombato”, ridotto gli spazi di dissenso democratico dove ad ognuno di noi capitava di vivere. Fare politica, fuori dai partiti, nei movimenti di base, diventava molto più difficile ma la giovane età mi spingeva, nonostante questa crescente presa di coscienza, nella convinzione di essere “un miglioratore del mondo” (H. Hesse). Col passare degli anni, ho acquisito sempre più la consapevolezza che tante delle considerazioni o conclusioni temporanee che mi ero fatto su quegli avvenimenti erano sbagliate o, perlomeno, piene di tanti…vuoti.
Alcune indicazioni bibliografiche per l’approfondimento
F. Cassano, Approssimazione, Il Mulino, 1990
C. D’Adamo, Chi ha ammazzato l’agente Iozzino?, Pendragon, 2014
G. Fasanella e Mario Josè Cereghino, Il golpe inglese, Chiarelettere, 2011
G. Fasanella e Mario Josè Cereghino, Colonia Italia, Chiarelettere, 2015 (in uscita 29 ottobre)
S. Flamigni, La tela del ragno, Kaos Edizioni, 2003
S. Flamigni, Patto di omertà, Kaos Edizioni, 2015

GERMOGLI
Il tempo che occorre.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Il 9 maggio 1978 viene assassinato Aldo Moro dopo 2 mesi di sequestro da parte dei brigatisti rossi. Fu Segretario politico e Presidente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana

Per fare le cose, occorre tutto il tempo che occorre”. (Aldo Moro)

L’INTERVISTA
Il rapimento Moro: Gotor ‘E’ il momento di cedere il passo alla ricerca storica’

Dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro sono trascorsi ormai 36 anni. In questo arco di tempo si sono svolte ben otto inchieste giudiziarie, con un non processo ancora in corso, e hanno lavorato due Commissioni di inchiesta parlamentare, dotate di poteri inquirenti, che hanno raccolto una gran mole di testimonianze e di documenti. Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’Università degli studi di Torino, è il curatore di “Lettere dalla prigionia”, l’edizione critica delle missive scritte dal segretario della Dc durante il suo rapimento, e autore di “Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano”, entrambi editi Einaudi. Nella veste di senatore Pd è stato poi il relatore della legge che a maggio ha istituito una nuova commissione d’inchiesta sul caso Moro.

moro-gotor-ricerca-storica
Miguel Gotor

Nonostante ciò nel suo intervento al terzo appuntamento del ciclo “Passato Prossimo” [vedi] ha affermato che ormai è finito il tempo della giustizia e della politica, è arrivato il momento di cedere il passo alla ricerca storica. Abbiamo colto l’occasione per fargli alcune domande proprio sui temi della storia e della memoria sul caso Moro: “storia e memoria non devono essere identificati, sono due concetti diversi.
Se abbiamo coniato due termini così impegnativi, significa che come comunità umana siamo consapevoli che sono come i binari di un treno: corrono insieme, ma sono destinati a non incrociarsi mai, perché quando si incrociano il treno deraglia”.

Senatore, riguardo le prime ricostruzioni di quei 55 giorni cruciali per la storia italiana, lei ha parlato di una “dittatura della testimonianza” e di un Moro “prigioniero della memorialistica dei suoi carcerieri”…

moro-gotor-ricerca-storica
Lettera a Zaccagnini scritta da Aldo Moro durante la prigionia

È un doppio paradosso che mi ha spinto alla ricerca. Come cittadino ho notato che Moro continuava a essere prigioniero di due attitudini. La prima era quella della dietrologia, cioè un racconto sempre più fantastico, irrazionale, dove si mescolavano spesso anche in modo sapiente, cioè con finalità di depistaggio, il vero, il falso e il verosimile. Questo impediva e continua a impedire una ‘comprensione pacata’ di quella tragica vicenda e la ricostruzione di una verità storica credibile. La seconda era relativa appunto alla memorialistica: negli anni ’90 una serie di brigatisti protagonisti diretti del sequestro Moro iniziano a scrivere libri-interviste o libri di memorie, a me è sembrato che fosse come se giocassero al gatto con il topo. Essendo morto il testimone integrale di questa tragedia, cioè Moro, toccava in sorte ai suoi carnefici continuare a tenerlo prigioniero attraverso l’elaborazione di una memoria scivolosa, ambigua, reticente, in alcune parti anche falsa. Perciò mi sono detto che valeva la pena che la storia provasse a dire la sua.
C’è poi un altro tipo di prigionia: come spesso accade in Italia, si schiaccia la complessità del personaggio storico e politico sul racconto della “eccezionalità della sua morte”, come dimostra il fatto che gli studi sulla vita di Moro prima di quei terribili 55 giorni sono ancora in una fase embrionale.

moro-gotor-ricerca-storica
Aldo Moro

Sì, la conseguenza è stata una straordinaria rimozione del Moro che vive 62 anni da uomo libero e gli ultimi 55 giorni da prigioniero, perché non bisogna mai dimenticare la differenza di queste condizioni. Quei 55 giorni è come se continuassero a schiacciare la storia di uno dei più grandi protagonisti dell’Italia repubblicana, non solo sul piano politico, ma anche su quello della riflessione intellettuale e su quello della capacità di tenere insieme riflessione intellettuale e culturale e impegno politico, con una straordinaria attenzione a tutto ciò che di nuovo fermenta in una società tumultuosa come quella dell’Italia di quegli anni.

Giovanni De Luna nel suo volume “La Repubblica del dolore” ha parlato di ‘paradigma vittimario’, Lei condivide questa interpretazione della costruzione della narrazione memoriale in Italia, soprattutto per gli eventi del Secondo Dopoguerra?
Sì, è una riflessione molto interessante sul tema delle vittime che producono dei nuclei di pensiero che rischiano rendere più difficoltosa la conoscenza storica, ad esempio sui processi che le hanno rese tali. Il paradigma vittimario è come un gigantesco scoglio che si frappone fra la vita e la conoscenza, ma il navigatore lo deve saper affrontare perché è inevitabile: lo deve osservare con straordinaria attenzione per poi riuscire a circumnavigarlo. Nessuna vittima vive la sua vita pensando di essere tale, bisogna impegnarsi a ricostruire e comprendere il processo che le rende tali. C’è poi anche la questione che riguarda l’uso pubblico della storia: il paradigma vittimario in questo senso serve per forgiare una memoria condivisa e questa interessa moltissimo alla politica, ma riguarda la politica non la storia. Anzi il fascino della ricerca storica è proprio il riconoscimento dell’esistenza e della legittimità di memorie diverse e divise, per poi riuscire a formulare un giudizio storico unitario. È questo che fa crescere sul piano civile una comunità, non la melassa di una memoria condivisa pedagogicamente imposta.

Pochi eventi hanno potuto godere di una mobilitazione giudiziaria e politica come la vicenda Moro, lei oggi ha parlato della ricerca storica come unica strada ormai percorribile. Esiste un problema di fonti?
In questi 36 anni c’è stata una grande attenzione sia da parte della magistratura, si sta ancora svolgendo il nono processo, sia da parte della politica con diverse commissioni d’inchiesta. Secondo me la quantità della documentazione raccolta anche grazie a questo impegno è rilevante, se consideriamo che ci troviamo di fronte a un sequestro e un omicidio politico che è avvenuto mi verrebbe da dire ‘appena’ 36 anni fa, diverso è il discorso sul tema della qualità. Le carte, sul piano quantitativo, secondo me sono sufficienti per dare dignità storiografica a questa vicenda.

Con l’ultima domanda torniamo finalmente al presente. Lei ha descritto il progetto di cambiamento e di riformismo di Aldo Moro come il rafforzamento della democrazia “allargandola”. Il suo partito e il suo segretario secondo lei sono su questa linea?
Il cambiamento per il cambiamento in Italia rischia di essere una forma di gattopardismo. A me piacerebbe che quando parliamo di riforme e di cambiamento qualificassimo la direzione, la qualità, l’orientamento di quest’azione: ad esempio i diritti possono essere ristretti o allargati, è comunque un cambiamento, il punto è cosa dovrebbe fare una forza democratica, progressista, di centro-sinistra come il Partito Democratico. Mi piacerebbe che si uscisse da un’idea di Pd come grande contenitore indifferenziato, crocevia di tutte le correnti, perché il rischio è diventare due cose: luogo del consociativismo o luogo del trasformismo. Se il Pd si trasforma in un ricettore di queste due consolidate attitudini italiane, da fattore di cambiamento rischia di trasformarsi in un fattore di conservazione.

Il caso Moro secondo Gotor

Miguel Gotor, protagonista del terzo appuntamento del ciclo “Passato Prossimo”, dedicato ai 55 giorni del rapimento di Aldo Moro, nella doppia veste di storico che ha dedicato alla vicenda due volumi, “Lettere dalla prigionia” e “Il memoriale della Repubblica” (entrambi editi Einaudi), e relatore al Senato della legge che ha istituito la terza Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.

caso-moro-gotor
La copertina de ‘Il memoria della Repubblica”

E’ in qualità di storico che risponde alla domanda del costituzionalista ferrarese Andrea Pugiotto sulle motivazioni che lo hanno spinto, lui storico moderno avvezzo alle storie di Papi, Santi ed eretici, a questa incursione nella storia contemporanea. Gotor si è definito “esperto degli anni ’70 del ‘500 e degli anni ’70 del ‘900”, spiegando poi che secondo lui esistono due tipi di storici “gli storici che credono al tempo e gli storici che credono ai problemi”: “Io appartengo a questa seconda genia” affezionata a “una problematicità che prescinde dal tempo cronologico”. Ad accomunare martiri ed eretici del ‘500 e la vicenda di Moro è, per Gotor, l’essere “morti carismatici, che con la propria morte violenta hanno testimoniato la moralità della propria vita”: “a me interessa studiare non tanto come gli uomini vivono ma come muoiono e come le comunità riflettono su queste morti, indagare la morte di un uomo e le sue ragioni per comprendere l’essenza della sua vita”. L’altro tema è quello del “come un potere controlla i testi”: il potere di censura dell’Inquisizione era un condizionamento paragonabile a quello che le Br esercitavano su Moro prigioniero. “Mi sono posto il problema della libertà di un autore” che è sempre condizionata “dai contesti, dalle situazioni, dai ruoli”.

caso-moro-gotor
Copertina del libro “Lettere dalla prigionia”

Ed è ancora lo storico a illustrare le due principali chiavi interpretative della vicenda Moro: una è la “connotazione spionistico-informativa” del rapimento che porta a pensare che durante quei 55 giorni possano essere stati a rischio non solo la sicurezza nazionale, ma gli equilibri internazionali; l’altra è la sua peculiare natura non di “regicidio classico”, ma di vera e propria operazione di delegittimazione “della moralità del progetto di Moro”. Secondo Gotor il segretario della Dc aveva compreso sia che il sistema di governo era ormai in crisi, sia che il paese non era ancora pronto per l’alternanza, perciò “voleva provare a consolidare la democrazia italiana allargandola e facendo con i comunisti ciò che aveva già fatto con i socialisti negli anni ‘60”. Tale delegittimazione avviene, per Gotor, attraverso una “oculatissima operazione di comunicazione” volta a creare “un vero e proprio trauma: ‘non ci provate più!’ è il messaggio”.

caso-moro-gotor
Miguel Gotor

È, invece, il senatore del Pd che risponde “imbarazzato” alla domanda sul perché dare vita a una nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. L’imbarazzo deriva sia dalla “evidente distonia di carattere politico fra mezzi e fini”, dato che la commissione dovrebbe lavorare con un budget di circa 14.000 euro l’anno per tre anni, ma anche dall’idea di fondo con cui ha scritto i due volumi: “dopo più di 30 anni è finito il tempo della magistratura e della politica, deve iniziare il tempo della storia”. È diventato “parte attiva di questa surrealtà” solo per modificare la proposta legislativa di alcuni deputati che avrebbero voluto “una commissione monocamerale” senza i senatori, “non perché credo che 36 anni dopo la qualità della nostra conoscenza possa aumentare grazie alla commissione”.
Non saprei dire se sia lo storico o il senatore o entrambi a lanciare l’ultimo lapidario giudizio sulla “patologia tutta italiana” che affligge i “rapporti fra cittadini, istituzioni, memoria e politica” e che sembra “far sparire dalla riflessione sul caso Moro le Br e il ‘partito armato’ per concentrarci su Dc e istituzioni. È come nella vicenda della trattativa, dove a scomparire totalmente dal radar pubblico civile sono i mafiosi”. A questo punto Gotor domanda: “a che interesse risponde ciò?”

L’APPUNTAMENTO
Un passato tanto prossimo quanto ignoto

“Qualche anno fa in un’indagine giovanile emerse che per molti studenti furono le Brigate Rosse a mettere la bomba in piazza Fontana a Milano e molti non sapevano nemmeno chi fosse Aldo Moro: ce n’è abbastanza per tentare di recuperare la ‘memoria smemorata’ dei nostri giovani”. Queste le motivazioni che hanno spinto il professor Andrea Pugiotto – Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara – a realizzare “Passato Prossimo. Pagine recenti di storia costituzionale”, ciclo d’incontri promosso dal Dottorato di ricerca in Diritto costituzionale di cui è il coordinatore, che si terrà con cadenza settimanale ogni venerdì, dal 7 novembre al 5 dicembre, alla Libreria Ibs di piazza Trento Trieste. La “scarsa consapevolezza della storia contemporanea” riscontrata negli anni in molte matricole universitarie lo ha convinto della “necessità di offrire dal punto di vista didattico momenti di studio, di apprendimento, di riflessione”, che parallelamente potessero divenire, anche per i docenti delle scuole medie superiori e i loro alunni, un’occasione di approfondimento “su una parte di storia che spesso non si raggiunge nei programmi scolastici”.

Cinque i temi affrontati: stragismo, diritti civili, terrorismo, partitocrazia e populismo. Ogni incontro prenderà le mosse da un evento e da un libro, che “diverranno il detonatore della riflessione”: la bomba di piazza Fontana (7 novembre), la chiusura dei manicomi (14 novembre), i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro (21 novembre), il sistema politico fino alla sua implosione con Tangentopoli (28 novembre), la crisi della rappresentanza politica e l’avvento dei partiti carismatici (5 dicembre).

“Dopo una lettura scenica affidata all’attore Marcello Brondi – spiega ancora il professor Pugiotto – ci sarà l’intervento di uno storico mirante a ricostruire il contesto in cui si inserisce l’evento narrato dal libro. A seguire, il dialogo tra l’autore del volume in questione e un costituzionalista dell’Università di Ferrara, per rendere dialettico e non reticente il confronto fra gli ospiti. Poi la palla passerà al pubblico, che potrà rivolgere le proprie domande ai relatori”. Ad affiancare questi incontri, due monologhi teatrali di Mauro Monni che “si svolgeranno alla Sala Estense alle 21 con ingresso libero”: martedì 11 novembre “Feltrinelli. Una storia contro”, dedicato alla vicenda umana, professionale e politica dell’editore Gian Giacomo Feltrinelli; martedì 25 novembre “La solitudine del Re”, incentrato sulla figura umana e politica di Aldo Moro.

“Un’iniziativa di questo tipo – sottolinea il docente di Diritto Costituzionale – può nascere dalla fantasia di una persona, ma ha bisogno di molte gambe per camminare. E poiché credo fermamente in un ateneo che si apra alla sua città, gli incontri non si svolgeranno in aule universitarie. Infatti, per il quarto anno consecutivo, saranno ospitati presso la libreria Ibs che si conferma così uno dei polmoni culturali di Ferrara. Inoltre ho cercato e ottenuto l’appoggio di molti enti, pubblici e privati: oltre al patrocinio dell’ateneo estense e del Comune e della Provincia di Ferrara, il sostegno della Fondazione Forense e della Fondazione dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna e della Banca Generali Private Banking. Hanno collaborato alla realizzazione anche Arci, l’Ordine degli avvocati di Ferrara e l’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna”.

A conclusione della nostra conversazione il professor Pugiotto precisa: “Il sottotitolo ‘pagine recenti di storia costituzionale’ nasce dalla consapevolezza che è difficile capire il ruolo della Costituzione come regola e limite al potere se non si colloca la Carta Costituzionale all’interno delle dinamiche storiche, politiche, istituzionali del nostro paese. Da qui la volontà di organizzare questi incontri: riflettere e comprendere le dinamiche di fasi storiche importanti della nostra vita nazionale può essere una chiave di lettura preziosa per capire meglio il presente, dove s’intravede – secondo me – più del nuovo che avanza, il vecchio che ritorna sotto mentite spoglie”.

Il programma aggiornato degli appuntamenti è disponibile su www.facebook.com/passatoprossimo2014 [vai]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi