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NOTA A MARGINE
Verso il reato di tortura in Italia: una strada ancora lunga

“Volevo un lavoro onesto, e la guardia è un lavoro onesto… ecco perché sto in polizia!”
(da “A.C.A.B. All cops are bastards” di Stefano Sollima)

Sono ormai passati dieci anni da quel 25 settembre 2005. Oltre che con il proprio dolore i genitori di Federico Aldrovandi cominciano a confrontarsi con i risultati ottenuti, con gli obiettivi ancora da raggiungere, con gli ostacoli superati e quelli ancora da superare sulla strada che hanno intrapreso, loro malgrado, dopo quella maledetta alba autunnale. È un bilancio che, almeno questo, non fanno soli, ma insieme agli altri famigliari delle vittime di violenza da parte di forze di polizia e a tutto il movimento che in questi anni si è formato intorno a questi fatti di cronaca. Sabato 26 settembre alla Sala estense la domanda è stata: cosa abbiamo ottenuto?
Una prima risposta, secondo Cinzia Gubbini de “La Repubblica”, è la proprio formazione di un movimento, l’attenzione di parte dell’opinione pubblica: “c’è stato un cambiamento nelle persone”, “ora quando accade qualcosa, perché questi fatti continuano ad accadere, davanti al racconto della persona problematica o dell’emarginato, nella testa delle persone si accende una lampadina e ci si chiede se è andata proprio così”. Anche grazie a queste scintille di dubbio e alle associazioni che lavorano su questo tema “ora è più facile denunciare”.
Anche Valentina Calderone dell’associazione “A buon diritto” sottolinea che “il dolore si è espanso” e sempre più “la giustizia che Federico ha avuto è patrimonio diffuso”: sia nel senso che le sentenze sono punti fermi, mattoni su cui costruire nuova strada, sia nel senso che la vicenda non riguarda più solo il privato della famiglia di Federico, nel bene e nel male. “Ora – aggiunge Valentina – siamo più preparati di dieci anni fa perché sappiamo che ci sono azioni che si ripetono, abbiamo individuato il filo comune che lega queste storie, perciò oggi sappiamo come dobbiamo comportarci, cosa dobbiamo fare quando succedono questi episodi”.
Tuttavia, secondo Cinzia, rimangono ancora tante ombre: “i processi quasi sempre si perdono e non è facile fare indagini su questi eventi”. E poi c’è l’ombra del dibattito politico, prima di tutto sull’introduzione del reato di tortura, che ancora manca nel nostro paese nonostante la Repubblica Italiana abbia sottoscritto la Convenzione internazionale contro la tortura ben venticinque anni fa.
È sconfortante sapere da Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, che “quando si cercano verità e giustizia gli ostacoli che si incontrano sono molti” e lo è ancora di più sapere che la ragione è “quasi sempre di tipo culturale”: “si pensa che non sia nell’interesse delle forze di polizia individuare e punire chi compie violazioni dei diritti umani”. Per questo anche in Italia, quando si parla del reato di tortura, “ci sono coloro che non lo vogliono perché pensano che sia una criminalizzazione delle forze di polizia, oppure coloro che lo introdurrebbero, ma con limitazioni”. E da qui deriva “tutta una semantica che serve per nascondere e aggirare la tortura”. Il testo appena approvato in commissione giustizia al Senato sembra essere un esempio calzante: secondo quanto scritto, “il reato di tortura si configura solo quando c’è reiterazione dei comportamenti. Significa che la tortura si può compiere solo una volta?” si chiede Marchesi (e molti altri con lui). Se prima, fra coloro che se ne occupano, alcuni pensavano che un testo con imperfezioni e difetti fosse meglio di nulla, “di fronte a una definizione di questo genere siamo tutti concordi nel pensare che questo testo non va”. “La prospettiva è estremamente grigia”, conclude Marchesi.
Come Amnesty anche Antigone, l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, era fra coloro che pensavano che un testo, seppur discutibile, fosse comunque meglio di niente. “Ma non con questa formulazione approvata dalla commissione giustizia del Senato”, sottolinea Elia De Caro. In realtà, secondo De Caro, “l’introduzione del reato di tortura non è un attacco alle forze di polizia, ma una tutela: in assenza di numeri identificativi che possano permettere l’individuazione dei responsabili si alimentano lo spirito di corpo e i fenomeni distorsivi”, senza che si possano prendere le distanze da chi commette violazioni.
Il più pessimista sembra essere il giornalista Checchino Antonini: “il bilancio è drammaticamente negativo”, “viviamo in un eterno presente nel quale dobbiamo continuamente dare spiegazioni e giustificazioni su ciò che è avvenuto”, “la polizia è allergica alla democratizzazione e la politica è allergica a un cambiamento del sistema di detenzione”. La sua è però anche una pesante autocritica: la vicenda di Federico a suo tempo è stata recepita dalle “antenne sensibili” del movimento No Global, “ora siamo diventati autoreferenziali e ci sentiamo sempre più soli perché fatichiamo a comunicare fra noi, figuriamoci a bucare un’opinione pubblica sempre più esposta a una cultura della guerra e a un’emergenza della sicurezza cavalcata dalla politica”. Ecco perché secondo Antonini bisognerebbe provare a uscire dalle proprie nicchie, da questa polverizzazione e lavorare tutti alla diffusione di una cultura dei diritti contro quella, a quanto pare dominante, dei soprusi.

L’OPINIONE
Sateriale, il “sindaco snob” che sconfisse le lobby in nome della democrazia

Appena arrivato a Ferrara, il giornalista di un quotidiano locale lo ribattezzò “Satellitare” volendo evidentemente alludere a una presumibile sudditanza del nuovo sindaco verso i poteri forti. Ma non lo conosceva. Il suo (pre)giudizio si basava sull’aspettativa che il neo eletto – sconosciuto ai più e catapultato in città per invertire la rotta dopo il dominio esercitato dal Duca Rosso Roberto Soffritti nei suoi sedici anni di regno – non sarebbe stato in grado di svincolarsi dalle vecchie logiche. Oltretutto proveniva dai quadri della Cgil e appariva quindi teoricamente espressione di un apparato organico al sistema di potere dominante a Ferrara. Facile immaginare che inevitabilmente sarebbe caduto vittima delle pressioni e che il peso dei condizionamenti avrebbe zavorrato il suo operato.
Dopo qualche tempo, però, inquadrato il soggetto, l’amico (credo a malincuore) un po’ alla volta ha abbandonato quello pseudonimo al quale era affezionato. E questo perché a Gaetano Sateriale un appunto che non si può proprio muovere è quello di mancare di autonomia critica e di indipendenza di giudizio. Lui è della razza di quelli che fanno (ed eventualmente sbagliano) senza assecondare il volere altrui.
Non a caso nell’incontro-intervista recentemente organizzato dall’associazione ‘Pluralismo e dissenso’ e animato dai giornalisti di Carlino, Nuova Ferrara, Telestense, Estense.com e Ferraraitalia, ha rivendicato come tratto caratterizzante del suo mandato da sindaco “la rottura con gli schemi del passato”, laddove per schemi si devono intendere pratiche ma anche uomini. Così, implicitamente, ha dato risposta a chi tuttora si domanda se i suoi dieci anni alla guida della città siano stati di trasformazione o di transizione.

Dal punto di vista delle realizzazioni pratiche ci sono state certamente lacune. La più evidente, riconosciuta da lui per primo, è stato l’epico ritardo nella conclusione dei lavori dell’ospedale di Cona. “L’ho ereditato in costruzione e dopo dieci anni non sono riuscito a inaugurarlo: frustrante”, ha confessato, lamentando le responsabilità delle imprese e il polso malfermo della Regione.
Ma per quanto riguarda la visione di città, Sateriale è stato in grado di elaborare una precisa concezione che trova corrispondenza in un ben delineato profilo amministrativo. Fulcro della sua visione sono stati i temi della partecipazione e dell’inclusione. Nella sua idea, il sindaco non è più deus ex machina, signore e padrone, artefice incontrastato, ma semplicemente il cardine di un meccanismo in cui ogni ingranaggio ha un suo ruolo e nel limite del possibile, in rapporto a opportunità e funzionalità, anche una sua propria autonomia. E i ruoli non sono inamovibili o designati dai classici meccanismi di cooptazione, ma definiti sulla base delle competenze e delle logiche organizzative.
Ne sono esempio gli staff allargati di coordinamento nei quali vengono coinvolti tutti i principali dirigenti dell’amministrazione comunale con lo scopo di coordinare e condividere le strategie di azione. Oppure i forum, come quelli sull’urbanistica partecipata, rivolti a cittadini ai quali si chiede di intervenire ed esprimersi sulla base di opzioni alternative. E così i programmi partecipati di quartiere con i quali si invitano i residenti a stabilire assieme agli amministratori le priorità di intervento e di spesa sul territorio. Ma anche le relazioni annuali di attività esposte pubblicamente nel salone d’onore non sono parate formali e autocelebrative, ma al contrario espressione della volontà di rendere trasparente il disegno ed evidenti a tutti  i cittadini le linee strategiche di azione intraprese, con il preciso intento di far comprendere tali linee, per poterle dibattere ed eventualmente ricalibrare.

Questo operare è coerente con una sua convinzione: che in epoca di declino dei partiti sia saltato il principale elemento di mediazione fra società e istituzioni e la rappresentanza politica da sola non è più in grado di intercettare gli umori e la volontà dei cittadini. Servono dunque nuove forme di coinvolgimento per rendere l’azione amministrativa aderente ai bisogni della comunità. Quindi, in controtendenza, persegue il decentramento delle sedi decisionali e in anticipo sui tempi favorisce l’utilizzo della tecnologia anche con l’ausilio dei social network, promuovendo per esempio un quotidiano telematico come strumento informativo che entra in ogni casa. Propizia inoltre l’utilizzo della rete anche con valenza consultiva, oltre che per l’informatizzazione dei servizi. Si potenziano Urp e Informagiovani, nasce Citybook un facebook di taglio meno intimistico e più rivolto alla socialità.

Certo, Sateriale non è uno sprovveduto e neppure un ingenuo e il non tessere alleanze strategiche non significa dunque che non sappia politicamente muoversi con avvedutezza. Ma l’asse d’intesa a suo tempo stabilito con il segretario ds Roberto Montanari esprimeva essenzialmente l’esigenza di mettere in sicurezza il processo di rinnovamento – del quale i due furono artefici – dagli attacchi concentrici, iniziati già nel giorno dell’insediamento del Consiglio comunale, nel 1999, con il tentativo (naufragato) di Nando Rossi, membro della maggioranza, di far eleggere se stesso alla presidenza con i voti di una parte delle opposizioni e con il sostegno dei dissidenti dei Ds rimasti fedeli all’ex sindaco Soffritti.
Con tali premesse era inevitabile prendere contromisure, ma Sateriale non creò lobby, cercò semplicemente sostegni al suo progetto di cambiamento. Significativo in questo senso è che nel sottotitolo scelto per “Mente locale”, il volume in cui ha trasposto il suo diario politico di quegli anni, sia specificato “la battaglia di un sindaco per i suoi cittadini contro lobby e partiti”. Così lui percepiva e viveva il proprio impegno.

Alcune scelte infelici ci furono, quantomeno per gli esiti sortiti: la nomina di Valentino Tavolazzi come direttore generale, per esempio, o l’indicazione di Ezio Gentilcore alla presidenza di Sipro. Errori di valutazione pagati a caro prezzo con i fondi comunali, quindi con i soldi della comunità
Al di là degli errori, per lui la strada non è mai in discesa e le rose sono state tutte ricche di acuminate spine. Così ogni traguardo si porta appresso, quasi sistematicamente, polemiche o intoppi. Rifà piazza Municipale e la pavimentazione si sbriciola (per responsabilità mai completamente chiarite, con tante ombre e tanti sospetti rimasti tali). Stabilisce un saldo sodalizio con il regista teatrale Luca Ronconi, ma infuriano le polemiche sui costi e il presunto carattere elitario delle opere proposte; accompagna la realizzazione del nuovo bellissimo asilo di via del Salice ma tutto si blocca alla vigilia dell’inaugurazione per indagini ambientali a seguito di sospette esalazioni di cvm, poi escluse anni più tardi. Progetta la nuova viabilità con una tangenziale che libera il comparto sud dalla morsa del traffico ma falliscono le imprese costruttrici… Insomma, una serie di incidenti di percorso da far sorgere il dubbio che i suoi nemici abbiano dimestichezza con le pratiche voodoo. O peggio…

Di suo, a complicarsi la vita, ci mette un’istintiva avversione al populismo che lo fa apparire snob agli occhi di tanti e alimenta la leggenda (in questo caso letteralmente ‘metropolitana’) che lo dipinge come ancora residente a Roma dove, secondo i sempre desti ‘ben informati’, farebbe ritorno ogni week end. Il suo fastidio per ogni strumentale cedimento ai voleri della folla è tale da impedirgli persino gesti semplici (e particolarmente redditizi in una città come Ferrara) tipo recarsi in ufficio in bicicletta.
Preceduto oltretutto da un sindaco che al contrario volentieri si concedeva al capannello, sfugge la chiacchiera da marciapiede e accresce così il senso di distacco personale fra sé e gli amministrati, generando un paradosso: perché il suo ‘atteggiarsi’ genera un moto ostinato e contrario a quello perseguito attraverso l’azione amministrativa che, all’opposto, è di avvicinamento fra la macchina comunale e i cittadini, quindi di coinvolgimento e (appunto) di stimolo alla partecipazione: il sindaco fortemente lo vorrebbe, ma il signor Gaetano Sateriale fatica ad assumere plasticamente la posa e a conformarsi a quell’immagine dell’uno-di-noi che ‘la gente’ tanto ama e che renderebbe più semplice la sua azione e – forse forse – anche più credibile quel suo messaggio di inclusione. In tempi di leaderismo spinto, con politici piacioni che ostentano il loro filantropismo di facciata, pronti ad ogni sorta di performance pur di fare colpo, la sua ritrosia e il suo non concedere nulla alla folla rappresentano un handicap di cui, sul piano personale, certamente paga un prezzo salato.

Di cose, però, ne fa parecchie e importanti: l’ampliamento della zona a traffico limitato, il recupero di significative piazze storiche (in piazza Municipale al suo arrivo c’era ancora l’asfalto e le vetture autorizzate parcheggiavano). Interviene nel mercato degli appalti e riporta nei corretti termini il rapporto con le imprese, arginando le posizioni di rendita dei grandi (paradigmatica la vicenda Coop costruttori, ma anche le successive frizioni con la Sinteco di Roberto Mascellani). Avvia la bonifica del petrolchimico, promuove il festival di Internazionale, guardato con sospetto e provinciale snobismo (quello sì) da parte di tutti sino alla trionfale inaugurazione, cui farà seguito un successo che si ripete e si consolida negli anni.
Inverte la rotta centralistica e guarda al decentramento come a un valore di democrazia, praticandolo anche attraverso piccoli ma significativi atti concreti, come i già citati programmi partecipati o l’istituzione del vigile di quartiere. Riqualifica le periferie: il Barco e via Bologna alle quali si conferisce dignità e identità cittadina in termini di arredo urbano e di servizi. Dà impulso alla città d’arte e di cultura, ottiene la prestigiosa presidenza dell’Associazione italiana città Unesco, avvia con Giorgio Dall’Acqua l’operazione Ermitage, una promettente rendita dissipata dagli eredi. E nel 2005 salva la Spal dal capolinea sportivo.
In termini di partecipazione sostiene con convinzione i processi di Agenda 21 in campo ambientale e per dare concretezza all’obiettivo dell’inclusione sociale promuove la consulta dei cittadini stranieri.

Nella vicenda tragica di Federico Aldrovandi con coraggio compie uno strappo istituzionale e di fatto assurge a paladino dei diritti violati in un titanico e inedito scontro fra istituzioni, dove il Comune per una volta si qualifica davvero come la casa di tutti.

Il tempo finirà per rendere il giusto merito a questo sindaco schivo ma caparbio, il quale un’idea di Ferrara che andasse oltre l’ombra del proprio naso ce l’aveva. E che, a modo suo e per quanto ha potuto, si è prodigato per propiziarne la trasformazione.

L’INTERVISTA
Da Aldro a Ingrao, news e docufilm le passioni di un reporter atipico

di Valerio Lo Muzio

“Meno male è lunedì”. A pronunciare questa frase può essere solo uno stakanovista oppure un amante del suo lavoro, come Filippo Vendemmiati, giornalista ferrarese, dal 1987 in forza alla Rai Emilia Romagna e da qualche anno regista di documentari, tra cui ‘E’ stato morto un ragazzo’ e ‘Non mi avete convinto’. A dire “Meno male è lunedì” sono però , anche un gruppo di detenuti della Dozza di Bologna, protagonisti del nuovo film di Vendemmiati, la cui uscita è prevista in autunno. Il regista, già premiato in carriera con il David di Donatello, ci apre le porte ad una realtà innovativa in Italia: la palestra del carcere diventa un’azienda specializzata, è il progetto Fid (Fare impresa alla Dozza) nata dall’idea di tre aziende bolognesi (Gd, Ima e Marchesini group). Così, per 13 detenuti è scattata un’assunzione a tempo indeterminato.E grazie ad alcuni operai in pensione che fanno loro da tutor, imparano a produrre componenti meccaniche ad alta tecnologia destinate al packaging.

Ha vissuto un’esperienza inedita durante le riprese del tuo ultimo documentario “Meno male è Lunedì”, non capita a tutti di passare del tempo con i detenuti, cosa le è rimasto dopo questo incontro?
E’ stata un’esperienza umana molto forte, sapevamo che da parte loro c’erano delle paure nel farsi riprendere, e invece poi questa diffidenza si è sciolta e si è creato con loro un rapporto solido, contagioso. Non mi sono trovato di fronte dei detenuti bensì dei colleghi di lavoro in uno spazio di libertà molto particolare che è questa officina all’interno del carcere.

Ha girato un film su Pietro Ingrao, potendo conoscere da vicino un simbolo del Pci. Dietro il personaggio che uomo si è trovato di fronte?
Non avevo mai conosciuto personalmente Pietro Ingrao, è una figura che ho sempre visto da lontano, ho letto i suoi libri, avevo ascoltato i suoi comizi. Ho sempre avuto la percezione di una persona dotata di una grandissima umanità e di una grandissima capacità di ascolto. Durante il nostro incontro, mi ha colpito quanto Ingrao fosse capace di ascoltare, tanto da trasformare l’intervista in un dialogo, voleva sapere se i suoi ragionamenti, le sue parole mi convincevano oppure no. Caratteristica poco comune nei politici di oggi, che parlano e che promettono, ma che purtroppo, ascoltano molto poco. Mi ha stupito trovare di fronte una persona che nonostante l’età, è così attenta ed acuta nei ragionamenti , molto curiosa e piena di dubbi, che non ragiona per sicurezze. Quando gli abbiamo comunicato il titolo del film: “Non mi avete convinto, Pietro Ingrao un eretico”, lui era molto contento, sentirsi definire un eretico per lui è un elemento che da valore al suo pensiero non è un offesa.

Lei ha vinto il premio David di Donatello per “E’ stato morto un ragazzo”, da ferrarese cosa ha significato questo film?
Mi sono limitato a raccontare quello che è successo e quello che la giustizia aveva accertato. Non è un’inchiesta giornalistica, lo considero il racconto di una tragedia in 90 minuti. E’ un lavoro che mi è rimasto molto dentro e che giudico importante per la storia e non per me. Credo di aver dato un piccolo contributo alla dignità di un ragazzo e alla definitiva affermazione della verità, seppur con molti contrasti. Per questo ho rifiutato altre proposte che in qualche modo intendevano proseguire questo tipo di lavoro, su Aldrovandi stesso o su altre vicende analoghe. Mi hanno proposto di ricavarne una sceneggiatura cinematografica, ma il forte livello di coinvolgimento personale su questa storia e il forte rapporto di fiducia reciproca con la famiglia Aldrovandi mi hanno suggerito di evitare questa strada.

Quali sono i prossimi progetti di Filippo Vendemmiati?
Nel mio cassetto ci sono tanti progetti, alcuni in fase di stallo, altri già scritti e in fase più avanzata, ma non sempre i progetti e le idee si realizzano. Siamo in un periodo in cui fare cinema e fare documentari è tremendamente difficile. Avere un’idea, scrivere una sceneggiatura oggi è il problema minore, il problema è poi riuscire a distribuirlo ad ottenere visibilità nei festival del cinema , ad avere contratti con le reti televisive. Un mercato difficilissimo. Il mio prossimo progetto è terminare “Meno male è lunedi” e quindi accompagnarlo in giro per l’Italia e per festival.

Quanto è difficile oggi, con la crisi economica che ha colpito anche il mondo dei media, approfondire certe tematiche e decidere di fermarsi per raccontare una storia?
Le forme di diffusione oggi sono aumentate grazie alla rete, ma questo non corrisponde a fruibilità maggiore, anzi sono convinto che questo flusso di offerta alla fine si traduca in un grande minestrone in cui tutti i settori sono uguali e fai fatica a distinguere le inchieste documentate, che richiedono mesi di lavoro, da altre che spesso si rivelano bufale vere e proprie, c’è un mercato molto inquinato. Per fare un’inchiesta occorrono mezzi, ma soprattutto tempo. La velocità con cui oggi si muove l’informazione televisiva e della carta stampata, è nemica dell’approfondimento e dell’onestà, ma soprattutto è nemica della chiarezza.

Ha dichiarato in un’intervista rilasciata al Blog di Beppe Grillo che il giornalista è “un lavoro che ti piace sempre meno”, perché?
Premetto che non è il mio intento, quello di stabilire delle regole e dare dei giudizi, ci sono giornalisti bravissimi che fanno il loro lavoro con grande serietà, alcuni dei quali perdono anche la vita per questo mestiere. La mia è una critica che deriva dalla mia posizione, sono molti anni che faccio questo mestiere e sono un po’ stanco, delle dinamiche e di come si è trasformato in particolare il giornalismo televisivo.

Provi a spiegarsi meglio, cosa non le va giù?
Le racconto un aneddoto, il film di Aldrovandi è nato anche dall’esigenza di trovare gli strumenti, degli spazi e dei tempi diversi, dal normale lavoro di cronaca, per raccontare una storia che secondo me meritava di essere conosciuta. Un produttore Rai a quel tempo mi disse: “Ma che cosa vuoi che interessi alla gente di una piccola storia successa a Ferrara?”. Si sbagliava clamorosamente, perché il documentario continua ad essere visto, continuano a chiedermi di mandarlo in giro, e da quando è liberamente fruibile su Youtube e su Vimeo, abbiamo avuto tantissime visualizzazioni. Tutto ciò dimostra che non è solo una “piccola storia successa a Ferrara”.

A proposito di Ferrara, che rapporto ha con la sua città natale?
Ho ancora un legame molto forte, è la città dove sono cresciuto, ancora oggi quando qualcuno mi chiede dove abito rispondo a Ferrara, anche se sono 30 anni che vivo a Bologna, ho ancora questo lapsus. Andare a casa per me significa tornare a Ferrara e quando ci vado, ho sentimenti molto contrastanti. La giudico una città di una bellezza straordinaria da un punto di vista architettonico, ma anche una città molto chiusa e molto difficile. Dove molte persone, anche intellettuali di livello, non sono riusciti ad avere i riconoscimenti che meritavano e che han trovato in altre città, penso al mio grande amico recentemente scomparso Stefano Tassinari. Anche nel caso Aldrovandi è una città che ha risposto con una sua verità, l’allora sindaco e le istituzioni, hanno dimostrato di essere civili, più aperti e più attenti di una parte della sua popolazione, che ha vissuto questa storia come pubblicità negativa.

Parliamo di un suo grande amore: il pallone e la Spal, come si vive il calcio in provincia?
Per dirla alla Arrigo Sacchi: “la Spal è la cosa più importante tra le cose meno importanti della mia vita”. Ho una malattia vera nei confronti di questa squadra e di questi colori. Ho saltato solo un anno, subito dopo il fallimento, era davvero troppo per me. Poi non sono riuscito a restarne lontano, e lo scorso anno, ho vissuto con grande patema la promozione in Lega Pro girone unico, giunta all’ultima partita. Amo i campionati minori, se la Spal fosse in serie A, per me sarebbe come rompere un giochino perfetto. Anche se il calcio moderno purtroppo, è arrivato a rovinare anche i campionati minori, assistiamo al cosiddetto calcio spezzatino anche in serie C (sì, so benissimo che si chiama Lega Pro, ma preferisco continuare a chiamarla così) non si sa più quando si gioca: alle 17 del venerdì, o il sabato alle 12, è un affronto, una vigliaccheria nei confronti dei tifosi. La domenica pomeriggio era un momento sacro per vivere lo stadio, è come se il Papa, decidesse che la messa non si fa più la domenica mattina, ma il lunedì. Per giunta alle tre del pomeriggio, è assurdo.

[© www.lastefani.it]

IMMAGINARIO
Musica per Aldro
La foto di oggi…

Musica per Federico. Oggi dalle 17.30, nella piazza Municipale di Ferrara, canzoni e parole per ricordare Federico Aldrovandi, morto a 18 anni durante un controllo di polizia. E’ successo in  questi giorni di settembre, nel 2005, vicino all’ippodromo. Organizza l’Associazione Federico Aldrovandi onlus. Sul palco, tra gli altri: Nico Royale, Statuto, Stato Sociale, Giorgio Canali e Rossofuoco. Entrata a offerta libera. In caso di pioggia l’incontro di musica, cultura e condivisione sarà nella Sala Estense affacciata sulla piazza.

OGGI – IMMAGINARIO PERSONE

Musica-per-Federico-Aldrovandi-Ferrara-piazza-Municipale
Musica per Federico Aldrovandi sabato 20 settembre 2014 in piazza Municipale a Ferrara (foto tratta dal video del sito www.federicoaldrovandi.it)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

Aldrovandi, nuovo scontro tra la famiglia e i poliziotti

di Claudia Balbi

«Confonde la parola “vendetta” con la parola “giustizia”». Lino Aldrovandi risponde così al duro attacco di Franco Maccari, segretario generale del Coisp, il sindacato indipendente di Polizia, che giovedì aveva accusato la famiglia del giovane ucciso nel 2009 da quattro agenti di polizia, di cercare solo vendetta. A scatenare la polemica il provvedimento di sequestro conservativo emesso dalla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della Regione Emilia Romagna, notificato in questi giorni dalla Guardia di Finanza di Ferrara, con il quale si stabilisce che ai quattro agenti coinvolti vengano sequestrati un quinto dello stipendio, i beni immobili e i diritti reali immobiliari di proprietà fino al versamento complessivo di 1.870.000 euro. Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani, gli agenti responsabili del delitto del ragazzo, dovranno versare a testa 467.000 euro per corrispondere quanto pagato dal Ministero dell’Interno come risarcimento alla famiglia Aldrovandi.

«E’ quello che speravo, mi aspettavo e ritengo giusto, profondamente giusto» aveva commentato Patrizia Moretti, alla notizia del sequestro deciso della Corte dei Conti. Aggiungendo: «Mi sembra che alla fine la giustizia arrivi davvero. Il provvedimento della Corte dei conti, anche se ancora parziale e non definitivo, è il completamento giusto della sentenza di condanna per la morte di mio figlio».
«Non si possono lapidare quattro persone», ha protestato Maccari «non è giustizia chiedere a chi porta la divisa di svolgere per quattro soldi un lavoro in cui la disgrazia è in agguato assumendosi da soli le conseguenze nefaste che ne possono derivare, al di là delle loro intenzioni. Siamo e restiamo quelli che in qualsiasi contesto rischiano di più su ogni fronte, avendo le minori, quando non inesistenti, tutele». «A questo punto la famiglia Aldrovandi cerca solo vendetta», la punta avvelenata del discorso del segretario generale del Coisp. «Qui la vittima signor Maccari – risponde Lino Aldrovandi tramite un post su facebook nottettempo – è solo Federico che invoca “basta e aiuto” e subisce calci mentre è a terra bloccato dopo che era stato bastonato di brutto per mezz’ora senza aver commesso alcun reato». Non c’è pace per i familiari e la memoria di Federico.
Non è la prima polemica sollevata dal Coisp. Il 27 marzo del 2013, infatti, il sindacato aveva organizzato una manifestazione a Ferrara, in difesa degli agenti, proprio sotto l’ufficio dove lavorava Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi. La donna in quella occasione scese in piazza mostrando le foto del figlio morto.
Ed è di ieri mattina l’intervento di Carlo Giovanardi comparso su “La nuova Ferrara” in cui il senatore Ncd riflette sulle conseguenze che il sequestro di un quinto dello stipendio può avere sui poliziotti: «In questi giorni la commissione giustizia del Senato sta analizzando la proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, e l’Associazione magistrati sostiene la posizione che loro non possono essere chiamati in causa neanche per dolo e colpa grave, perché altrimenti perderebbero la serenità di giudizio. Bene, pensiamo a quali conclusioni possono giungere le migliaia di poliziotti, carabinieri ed esponenti delle forze dell’ordine, dopo che dei loro colleghi a 1.300-1.400 euro al mese di stipendio, condannati per un fatto colposo, hanno prima conosciuto il carcere, e ora rischiano di finire sul lastrico con le loro famiglie. Quanti saranno disposti a correre questo rischio quando si troveranno ad intervenire con la forza?». Il senatore ha poi concluso: «in questa vicenda, a mio avviso, le vittime sono cinque: il giovane Aldrovandi, che ha perso la vita tragicamente, e i quattro poliziotti, che hanno visto distruggere la loro vita. Dopo la condanna, due di loro sono stati detenuti illecitamente per sei mesi, poiché la Cassazione ha poi sancito che sarebbero spettati anche a loro gli arresti domiciliari».

[© www.lastefani.it]

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Caso Aldrovandi, le ‘tricoteuses’ ovvero il mal riposto senso dell’onore

Nei vecchi film la cattiveria delle tricoteuses che, insediate sotto la ghigliottina sferruzzavano in attesa che la lama calasse sul collo dei nobili francesi lasciando solo un momento il lavoro a maglia per applaudire freneticamente, erano un classico dei film di genere fatti per soddisfare la “pancia” (e termine più giusto e più volgare non si potrebbe inventare) di chi crede che solo al sopruso si possa rispondere con la violenza e la derisione. Questo è stato il primo pensiero che mi è venuto in mente alla notizia dei cinque minuti di applausi ai tre agenti implicati nella morte di Federico Aldrovandi.

Non ho mai volontariamente preso posizione pubblica nella vicenda Aldrovandi per rispetto al dolore della famiglia e per una concessione d’appello etico verso quelle forze dell’ordine che, come ben aveva identificato il pensiero di Pasolini, rappresentano mediamente la classe sociale più umile. Ma è ora chiaro che qualsiasi forma di giustificazione cede di fronte alla violenza cieca di quell’applauso che uccide per un malinteso concetto del “servizio d’ordine”, per una malvagia idea di giustizia che plaude alla violenza e alla soppressione della vita umana. Una violenza moralmente condannabile quanto la riprovazione per la morte stessa provocata al giovane Aldrovandi proprio perché nata da una falsa giustificazione morale, da una violenza ideologica ed etica. A sua volta resa più bieca dalle parole terribili espresse dal vertice del Sap, il sindacato autonomo di polizia, e delle sempre più inaccettabili dichiarazioni dell’onorevole Giovanardi. Penso alla voce untuosa di un capo del Sap che parla di “ossequioso” rispetto del dolore della famiglia. Ma sa l’illetterato signore cosa significa l’aggettivo “ossequioso” e il suo sostantivo “ossequio”?
Siamo nella più bieca tradizione di un formalismo per cui la retorica si fa strumento di falsità. Si pensi alla frase un tempo così usata dalla piccola borghesia: “porga i miei ossequi alla sua signora” che diventa un modo terribilmente retorico per significare un concetto così semplice come “mi saluti sua moglie”. Tutta la retorica di cui si ammantava un tempo nella sua vacuità chi si credeva deputato all’uso di parole inutili. Si risponde così a un atto eticamente rivoltante con il formalismo di piccoli funzionari, per fortuna pochi, dal pensiero miserevolmente pericoloso.

Del resto, a esclusione dei soliti noti presenti al congresso del Sap, o al commento del già citato Giovanardi, lo scatto morale dei vertici politici e istituzionali è stato unanime e questo consola: da Napolitano, alla Boldrini a Grasso, a Renzi, ad Alfano fino a Pansa capo della Polizia e per li rami fino al sindaco di Ferrara Tizano Tagliani. Una quasi unanimità che almeno conforta nella tenuta di certi valori non commerciabili con il risentimento e la protesta di chi si crede offeso nei propri diritti nonostante l’inequivocabile giudizio della magistratura e del comune senso etico. Non si possono applaudire coloro che hanno applicato la violenza sia pure – lo si conceda pur non condividendolo – per un travisato senso del proprio compito. La mancanza di un dignitoso silenzio, l’insistita reiterazione di un pensiero eticamente non condivisibile fanno regredire coloro che hanno applaudito e che purtroppo fanno parte delle forze dell’ordine a tempi bui di cui ancora il nostro tempo non sembra essere immune. Ho ammirato e ammiro l’indomito coraggio della mamma di Federico Aldrovandi ma anche la dignità silenziosa del padre e mi commuove la stanchezza di una madre coraggio che vorrebbe ritornare nella vita di ogni giorno e non viverla come un evento ogni giorno eccezionale.

Eppure da questa tristissima vicenda una luce di speranza si è accesa. E quella proviene proprio dalla condanna dei politici e delle istituzioni a un atto tanto inaudito quanto non necessario. Questa è la vittoria più clamorosa della famiglia Aldrovandi.

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“Via la divisa”, manifestazione per la destituzione dei poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovandi [video intervista]

Questo è un estratto video dell’incontro tra Vera Vigevani Jarach, madre di Plaza de Mayo, e Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi.
Ne aveva già scritto per noi Gian Pietro Testa [leggi qui], e oggi vogliamo riproporvi alcuni momenti del confronto tra queste due donne divenute loro malgrado protagoniste di battaglie di giustizia. L’occasione è stata la visita a Ferrara della donna italoargentina, che in collaborazione con l’associazione Oltre Confine sta portando avanti un progetto sulla memoria con il liceo Ariosto.

Questo vuole essere uno spunto di riflessione in vista della manifestazione “Via la divisa” che proprio oggi, alle 15, partirà da via Ippodromo e arriverà in prefettura per chiedere la destituzione dei quattro poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovandi.
A promuoverlo è l’associazione “Federico Aldrovandi” che oltre, come si legge in una nota, rivendica anche la democratizzazione delle forze dell’ordine, l’introduzione del numero identificativo per gli appartenenti alle forze dell’ordine e l’introduzione del reato di tortura.

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