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VITE DI CARTA
Dopo il Festivaletteratura di Mantova (prima parte)

 

Ho riassaporato l’atmosfera del Festivaletteratura a Mantova dopo le due edizioni ridotte a causa del Covid, prestando servizio dodici ore al giorno nella mia postazione presso Palazzo San Sebastiano: dunque gli autori ospiti del Festival sono venuti da me, e non io da loro come è accaduto lo scorso anno.

Ho riassaporato la buona cucina alla mensa del Festival e la stanchezza dopo tante ore di servizio, la stanchezza tenuta a bada con poche ore di sonno ogni notte nella cameratesca location della palestra Bertazzolo.

Ora che sono tornata ho anche incontrato Alessandro Carlini; è successo ieri alla Biblioteca di Poggio Renatico. Ho presentato il suo romanzo più recente, Il nome del male, e l’ho riallacciato in più momenti al precedente Gli sciacalli: due avvincenti gialli storici di cui ho parlato l’ultima volta.

Sono trascorsi dieci giorni, non di più, eppure si sono accumulate altre conoscenze, sono nati nuovi stimoli alla lettura, ho visto il mondo da angolature diverse. Insieme a una folla di persone.

Comincio da Alessandro Carlini, che ha portato ieri agli intervenuti in biblioteca la sua presenza generosa, la voglia di dialogo che fa il paio con la voglia di racconto che ha messo nei suoi libri.

La novità di questi giorni è che Gli sciacalli è entrato tra gli otto migliori libri di narrativa del 2021 di Robinson grazie al voto dei lettori, cosa che ha dato l’inizio alla nostra intensa conversazione e alle tante osservazioni del pubblico.

E ora Mantova. Quando ancora insegnavo dicevo che era il miglior corso di aggiornamento sulla letteratura, non solo italiana, che potessi seguire ogni anno a settembre. Ora cosa posso dire? Che è parte della mia identità di lettrice e di cittadina.

Ho rivisto Francesca Mannocchi [Qui] e John Freeman [Qui] e con loro tanti altri che hanno dato voce alla catena delle idee.

Mannocchi è venuta sabato a san Sebastiano e ha parlato delle guerre in atto, prima fra tutte quella in Ucraina, a fianco del fumettista Igort [Qui], mentre scorrevano sugli schermi alle loro spalle i disegni di lui, tratti dal volume Quaderni ucraini.

Titolo dell’evento n.172, E’ nostro dovere guardare. Poetica comune alla giornalista e al fumettista: avvicinare la gente, guardare i volti e ascoltare le storie.

Riconoscere le costanti che fanno di ogni guerra una guerra, pur volendo studiare a fondo il contesto storico che caratterizza ognuna. Contro  “la assuefazione alla cronaca della sofferenza altrui” approfondire lo sguardo e al tempo stesso mantenere la capacità di dubitare, di evitare le soluzioni facili.

John Freeman ha lasciato in me il segno. A parte l’aspetto prestante da giocatore di baseball e l’aria sorniona ma sorridente, con cui si è presentato per l’incontro delle dieci del mattino, ha colpito la dimensione del suo lavoro, l’impegno con cui negli USA fa il critico letterario e lo scrittore. E fa anche scouting di altri narratori e poeti.

Sul programma del festival si legge di questo evento n.199: “Il lettore che vuole capire che cosa stia accadendo sulla Terra e cosa significhi essere vivi, che è poi la ragione per cui leggiamo, ha bisogno di una persona che eserciti una curatela; nessuno meglio di John Freeman sa decifrare la realtà, le necessità e le urgenze del mondo odierno, raccogliendo le più disparate voci autoriali, senza distinzione di provenienza e di età”.

Nel 2019 mi ha fatto conoscere Valeria Luiselli e il suo straordinario Archivio dei bambini perduti, il libro sui minori che scavalcano il confine tra Messico e USA e sulle loro storie drammatiche.

Luiselli è una delle autrici lanciate da Freeman, è sua la postfazione al recente Dizionario della dissoluzione, in cui Freeman ha compilato le voci di un manuale del dissenso informato, un vocabolario di impegno in difesa del linguaggio e della nostra capacità di immaginare, di sentire ottimismo per migliorare il mondo esercitando il pensiero critico, l’attenzione alle cose, la confutazione.

La lettura di libri validi, dice al pubblico che ha davanti, è l’antidoto contro la mediocrità della politica, che ha visto girando il mondo e contro il suo linguaggio opacizzato dagli slogan, dalla superficialità nella comunicazione che avviene sui media.

“Commedia e satira – aggiunge – possono essere strumenti ulteriori di lotta contro la piccolezza della politica. Il fine ultimo è tramutare la complessità, che oggi produce troppa disuguaglianza e povertà, in una fonte di bellezza. Di piacere.”

Un sognatore? Sì, ma un sognatore che diffonde idee, raggiungendo numeri enormi di persone. Il gruppo di lettura da lui fondato in California ha presto contato 10.000 iscritti; la sua rivista, Freeman’s, è diffusa in molti paesi.

Ne fotografo una che è esposta nel banchetto dei libri in vendita a San Sebastiano: scelgo quella che in copertina porta i nomi degli “scrittori dal futuro” scoperti da Freeman in ogni continente. Invio la foto alle amiche ex colleghe del Liceo Ariosto, che subito rispondono; tra i nomi in elenco non poteva mancare Valeria Luiselli.

Venerdì Freeman ha partecipato, insieme a Daniele Aristarco [Qui], a un altro importantissimo evento presso il Chiostro del Museo Diocesano: titolo dell’evento n.85, Per una legge sulla lettura.

Ragazze e ragazzi di tanti gruppi di lettura di Mantova, Bologna, Rimini e altre località si sono posti la seguente domanda: “la Repubblica Italiana oltre che sul lavoro potrebbe essere fondata sulla … lettura?

E si stanno dando da fare: come comitato promotore portano al Festival una bozza da sottoporre ai lettori di tutta Italia. La bozza di un testo di legge di iniziativa popolare per la lettura.

Anche se ho potuto seguire solo un pezzetto dell’evento, so che Freeman e Aristarco hanno dato consigli ed espresso grande apprezzamento. Hanno ascoltato una volta di più i giovani, suggerito parole più esatte, richiamati i valori buoni del nostro tempo. Uno slogan uscito da questo incontro? “Valorizzare le biblioteche”.

Note bibliografiche:

  • John Freeman, Dizionario della dissoluzione, Black Coffee Edizioni, 2020 (traduzione di Leonardo Taiuti)
  • Igort, Quaderni ucraini. Le radici del conflitto, Oblomov Edizioni, 2021
  • Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Einaudi, 2021
  • Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, La Nuova Frontiera, 2019

La Seconda Parte del reportage sul Festivaletteratura di Mantova puoi leggerla [Qui] 

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

VITE DI CARTA /
Abitare più universi fatti di libri

 

Preparo la partenza per Mantova con una felicità nuova, nonostante sia l’ennesima partecipazione al Festivaletteratura.

Ma stavolta non me l’aspettavo di essere di nuovo reclutata come volontaria al servizio eventi, ho pensato di andare solo per un paio di giornate col pass della stampa come lo scorso anno, già contenta di questo privilegiato assaggio.

Invece presterò  servizio per tutte le giornate del Festival, da mercoledì 7 a domenica 11 settembre e tornerò col gruppo nel mattino di lunedì.

Già, il gruppo: sono cinque studenti del Liceo Ariosto e la amica ed ex collega che li accompagna. Saremo insieme nel viaggio, nella palestra dove alloggeremo e anche alla postazione di San Sebastiano, almeno noi due prof.

Mi sentirò ancora in servizio presso il mio liceo di sempre, ancora dentro il gruppo di lettura che chiamiamo Galeotto fu il libro.

La notizia che andrò a Mantova ha quasi spazzato via dai pensieri il libro di Alessandro Carlini [Qui], che devo presentare alla Biblioteca di Poggio Renatico poco dopo il rientro, mercoledì 14 settembre.

Ho detto “quasi” perché in realtà continuo ad abitare anche l’intenso universo di questo libro che ha per titolo inquietante Il nome del male, lo visito con senso di appartenenza ma a intervalli irregolari.

Nel frattempo la mente scappa a Mantova: leggo il programma cartaceo, lasciando segni di colori diversi sugli eventi più interessanti, verde per la musica, rosa per gli incontri di letteratura, blu per i grandi temi del presente e per gli autori imperdibili.

Penso a come riempire la valigia ideale che deve contenere un po’ di tutto: arredo letto, farmacia e beauty, abbigliamento e molto altro.

Settembre ha proprio cambiato le mie giornate, ho salutato il ritmo pigro di agosto e ritrovato il clima più fresco e più attivo della stagione autunnale.

Si intensificano le relazioni, scrivo e mi scrivono mail gli interlocutori del vivere sociale, soprattutto mi cade addosso il carico greve delle pastoie burocratiche in cui incappo a ogni piccolo atto da cittadina di questo paese.

Leggo. Ho ripreso a farlo ai ritmi consueti. E ascolto meno i notiziari tv, nella convinzione che le notizie dilaganti sulla campagna elettorale siano in buona misura eludibili.

Ma veniamo al libro di Alessandro Carlini che è uscito lo scorso aprile presso Newton Compton e rappresenta il sequel dell’altro recente romanzo, Gli sciacalli, uscito presso lo stesso editore nel 2021.

Li ho letti in ordine di edizione e in giorni ravvicinati, dunque mi rimane in testa una sorta di spumosa somma delle loro storie, la conoscenza ampliata del protagonista, il procuratore Aldo Marano, che investiga su assassini efferati nella Ferrara violenta degli ultimi anni di guerra e nell’immediato dopoguerra, tra il 1944 e il 1946.

Mi avvolge il quadro storico della città e della nazione uscita dalla Repubblica di Salò e dal conflitto civile senza avere una bussola, con gli Alleati in casa e i voltagabbana che aumentano ogni minuto. Mi intrigano le spire del romanzo giallo (o piuttosto del genere noir?) che Carlini padroneggia bene nel distribuire gli svelamenti della investigazione.

Nel primo romanzo Marano si occupa del caso della Fiat 1100 nera: una banda di feroci assassini percorre la provincia compiendo omicidi e vendette, nel buio della notte si vedono appena le luci e la targa dell’auto che uccide e poi si lancia a folle velocità facendo perdere ogni traccia.

Marano ipotizza che la banda sia formata da ex partigiani, ma anche da falsi partigiani ex repubblichini, che mascherano con la loro vendetta una diversa pulsione criminale alla conquista di denaro e potere.

Sono sciacalli che approfittano del momento caotico in cui anche Ferrara si trova  per seminare violenza; hanno appoggi importanti a livello politico e non sembrano avere ostacoli sulle strade polverose del contado.

Li combatte un magistrato che crede nella legge, che ne auspica il ritorno come principio di ordine contro il caos postbellico. Nel romanzo la figura letteraria di Aldo Marano riprende quella reale del magistrato Antonio Buono [Qui]; del resto la situazione storica è ricostruita dall’autore sulla base di documenti d’archivio, alcuni dei quali sono inediti.

Per esempio molte  delle azioni criminali della banda sono riprese da verbali originali delle forze dell’ordine e da materiale giudiziario relativo al processo ai capi della banda, istituito presso il Tribunale di Ancona e finito con l’applicazione dell’amnistia Togliatti.

Storia e finzione si intrecciano, ‘manzonianamente’, anche nell’ultimo libro: fin dal titolo la promessa è di immergere il lettore in una nuova serie di “atti tenebrosi” da romanzo gotico. Così è.

Le indagini del dottor Marano sono rivolte a un efferato omicidio avvenuto nel maggio del 1944 in una villa fuori città: è stata violentata e poi uccisa la contessa Maria Gherardini Franchi.

Il caso fino a quel momento insoluto è avvolto da segreti e misteri: mentre indaga Marano scopre che la vicenda si incrocia con i delitti della banda della 1100 nera.

In più, tra le insidie e la impaurita omertà dei testimoni che interroga Marano raccoglie alcuni segni che non può che qualificare come diabolici, viene a conoscere credenze e leggende del territorio, che lo spingono ad andare oltre l’interpretazione razionale dei fatti.

Deve mettere in gioco tutto ciò in cui crede se vuole dare un nome al male. Il finale, che è un finale aperto e non consolatorio, come in un giallo classico, non risponde completamente alla domanda. Nel senso che del nome tanto atteso vengono svelate solo alcune lettere…

Viene spiegata  per intero, invece, la etimologia del nome Aldo: l’origine è longobarda, e aldio indica il semilibero, “colui che non si poteva allontanare dalla terra dove il padrone lo aveva collocato.

Non era ammesso nell’esercito né poteva partecipare alle assemblee del popolo… Forse il suo padrone è la legge, e il suo nome sta lì a ricordarglielo sempre”, anche quando lui viene tentato dalla vendetta verso i colpevoli che lo ossessionano con la loro efferatezza e la immunità a cui sembrano essersi assicurati, diabolicamente. Il nome è dunque uno stigma.

La città di Bassani, quella raccontata in Una notte del ‘43, si arricchisce di nuovi tasselli storici e di nuova invenzione letteraria sotto la penna di Alessandro Carlini.

Il linguaggio in quest’ultimo romanzo ha soluzioni espressive ancor più coinvolgenti rispetto al precedente, ha una maggiore carica allusiva e si avvale di espedienti formali cari alla nostra tradizione poetica, non solo narrativa.

Il registro espressivo non è mai neutro, perché il narratore pur utilizzando la terza persona assume il punto di vista dei personaggi e di Aldo Marano innanzitutto.

Nelle analisi psicologiche e anche nella esposizione di azioni e pensieri prende corpo il mondo interiore di ogni personaggio, nei dialoghi le parole, con cui ognuno si esprime, emanano coerenza col quel mondo e il lettore trova davanti a sé figure a tutto tondo che risultano credibili.

Carlini a Mantova non c’è. Devo aspettare il dopo Mantova per incontrarlo e fare la sua conoscenza. Ora lo percepisco lontano, posizionato al di là dell’universo del ventiseiesimo Festival.

Tuttavia se le cose andranno come di solito accade quando ci si addentra nella letteratura, dall’universo di Mantova tornerò carica di nuove ricche suggestioni.

Credo che alla biblioteca del mio paese porterò nuove domande, o domande meglio pensate da porre al nostro ospite.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

clown

NEL GUAZZABUGLIO, I LIBRI

 

Sperimento il caos miscellaneo che la vita mi presenta ogni giorno. Da un osservatorio con i suoi privilegi, quello di giornate più lente ora che sono in pensione, colgo le storie che vorticano all’intorno.

Una diversa dall’altra, le situazioni non solo mie, ma di parenti, amici, conoscenti. Senza parlare delle notizie che vengono da tv e internet. Voglio definirlo guazzabuglio, anche se mi veniva  bene chiamarlo minestrone davanti agli studenti, quando si facevano complessi i quadri culturali da studiare e c’era bisogno di un po’ di ironia prima di rimboccarsi le maniche.

Vediamo un po’. La sensazione più viva viene dall’ultima esperienza di ieri: la permanenza al pronto soccorso in tarda serata-notte. Ho alzato poche volte lo sguardo attorno, più che altro ho parlato fitto con mia nipote, sdraiata senza comodità sul suo lettino provvisorio, in attesa di essere visitata da qualcosa come dieci ore.

Però l’ho alzato. Sono anche andata in giro un paio di volte tra le salette di attesa, tra i lettini tutti uguali con sopra persone tutte diverse. Se la postura dice qualcosa, mi sono sembrate una più tramortita dell’altra; alcune con la fissità che prelude al sonno. Credo si stessero difendendo non tanto dal loro male, quanto dall’attesa imperscrutabile in cui erano piombati da ore.

Ho avuto una forte impressione di scollamento: non esisteva alcuna continuità tra gli astanti, il personale medico e infermieristico che appariva e scompariva e lo spazio, l’arredo, i monitor con l’elenco dei codici di accesso. P104 e colore azzurro, e sotto molte altre P con tre cifre a formare una lista asettica e non decifrabile ai non addetti.

A quale di questi codici poteva corrispondere la suora di media età, silenziosa e supina, che mi aveva guardato appena mentre le passavo accanto. O la signora seduta sul lettino, che consultava il contenuto della borsetta e l’immancabile display del cellulare. Ogni tanto, un frammento di contiguità. Quando un’infermiera usciva dal proprio ambulatorio per chiamare a gran voce un nome. Meglio ancora se si chinava su qualcuno per bisbigliare frasi meno formali, magari aggiungendo un sorriso.

Un altro quadro molto vivace che ho in testa è riferito alla festa della scorsa domenica: festa a casa di parenti, nel prato intorno alla bella casetta e sotto i gazebo approntati per l’occasione. Dei veri forni riempiti di tavole imbandite di ogni ben di Dio, per celebrare la prima comunione del rampollo di casa. Il caldo rappreso sotto i tendoni ha reso agli invitati un delizioso colorito, credo di essere diventata paonazza alla seconda deliziosa ora di conversazione e cibo.

Deliziosi anche i momenti di incontro con i parenti che vedo ogni qualche anno, momenti pieni di riassunti sui rispettivi vissuti. A colpi di tagli e colori di capelli profondamente mutati, ricoveri in ospedale e successive riabilitazioni, crescita incontrollata dei nipoti, diventati alti a dismisura nel giro di qualche mese. Eccetera. Sono tornata a casa dopo tre ore e mi sentivo ben pasciuta, in tutti i sensi.

Ancora. Le presentazioni di libri a cui ho preso parte negli ultimi giorni. I libri come il mondo che è tondo spaziano a trecentosessanta gradi per varietà di contenuti e di modi espressivi. Lo dicono a mo’ di esempio i due titoli che vado a riportare.

quando qui sarà tornato il mareIl primo è Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende ed è stato scritto a più mani durante un laboratorio su cambiamento climatico e scrittura collettiva condotto da Wu Ming 1 [Qui] nel basso ferrarese.

Il nome del collettivo, Moira Dal Sito, non è che l’anagramma di Mario Soldati, lo scrittore che frequentò a lungo la zona del delta del Po e al quale è intitolata la biblioteca comunale di Ostellato, dove si è tenuto il laboratorio nel biennio 2018-2019.

Ho ascoltato la presentazione del lavoro presso la Biblioteca Giardino, sere fa, divenendo consapevole della seguente previsione: l’Adriatico che si alza, che vuole spingersi nell’entroterra, potrebbe nei prossimi decenni arrivare a coprire di acqua la provincia di Ferrara, fino a pochi chilometri dalla città.

Come recita il risvolto di copertina, “lo scopo era immaginare il mondo sommerso di fine secolo e ambientarvi storie create con vari metodi. Ne è nata l’epopea di un mondo ancora e sempre in bilico, tra fatalismi e ritorni all’utopia, miti antichi e sogni di futuro”.

Il mondo in bilico, appunto. Come nelle sale e salette del pronto soccorso, ieri sera.

delitto sull'isola biancaIl secondo è un giallo ambientato sul Po, all’Isola Bianca di cui avevo solo sentito parlare prima di vederne le immagini durante l’incontro con l’autrice, la ferrarese Chiara Forlani. La quale, appassionatissima dei luoghi, ha parlato distesamente della nascita di questo romanzo, del misterioso delitto avvenuto sull’isola nel 1950 e della situazione storica in quegli anni a Ferrara. Delitto sull’isola bianca è il primo di una trilogia che la scrittrice ha già finito di scrivere, segno di una invidiabile energia narrativa.

 

 

quando le montagne cantanoAncora. I libri che sto leggendo e i libri da leggere. Sto leggendo Quando le montagne cantano di Phan Que Mai Nguyen, la saga di una famiglia che intreccia  la storia del Vietnam lungo tutto il Novecento ed è raccontata con rara sensibilità dalle due protagoniste femminili. Leggo questa storia e consulto la guida turistica del Vietnam, in attesa di partire per Ha Noi tra due settimane.

 

 

 

il nome del maleDevo leggere l’ultimo romanzo di un altro autore ferrarese, Alessandro Carlini. Di lui non ho ancora letto nulla, ma lo conoscerò anche di persona quando sarà ospite della Biblioteca comunale del mio paese per la presentazione di questo suo ultimo Il nome del male. Una nuova indagine del magistrato Aldo Marano.

 

 

 

Ora torno a ieri sera nelle sale e salette del pronto soccorso a Cona, dove un signore attempato dall’abbigliamento clownesco passava di stanza in stanza declamando versi e poi cantando ariette famose. Portava un cappello rosso natalizio e sopra una cuffia di lana bianca abbinati a pantaloni corti e a un cardigan dai colori sgargianti.

Una apparizione incongrua in tanto silenzio. Eppure costituiva lo scarto da tanta immobilità forzata, era il colpo d’ala di chi non soggiace alla situazione contingente e inventa alternative.

Come la lettura.

Avrei voluto avere con me un bel romanzo, o meglio ancora un racconto e tentare di fascinare l’uditorio con una storia che li mettesse a distanza da se stessi in un momento così incoerente. In un non-luogo così difficile da impattare.

Per costruire una prima corazza di emergenza: le parole altrui, le storie altrui che gira gira sono anche le nostre. Diamo loro la delega a rappresentare le vite e quando leggiamo calziamo le scarpe degli altri fingendo di non sapere che sono anche ai nostri piedi.

Nota bibliografica:

  • Moira Dal Sito, Quando qui sarà tornato il mare. Storie dal clima che ci attende, a cura di Wu Ming 1, Alegre, 2020
  • Chiara Forlani, Delitto sull’isola bianca. Le indagini del Foresto, Nua Edizioni, 2022
  • Nguyen Pan Que Mai, Quando le montagne cantano, Editrice Nord, 2020 (traduzione di Francesca Toticchi)
  • Alessandro Carlini, Il nome del male, Newton Compton Editori, 2022

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

RESISTENZE
Uber Pulga, il partigiano in camicia nera morto per l’Italia di domani

Si avvicina il 25 aprile, l’anniversario, o meglio la festa della Liberazione dalle truppe naziste e dal regime fascista. Come dimostrano i casi di Roma e Milano, anche quest’anno molto probabilmente porterà dibattiti – e diatribe – più o meno ideologici, quasi di sicuro molto poco ‘storici’, sulle esperienze e le narrazioni memoriali della Resistenza, dei vinti e dei vincitori, di quella lotta per la libertà, che è stata anche una guerra civile, importante quanto tragica, in tutta la sua umana miseria e nobiltà.
In quest’epoca pericolosa, mentre di nuovo soffiano sull’umanità venti di guerra, persino nucleare, venti che in alcuni regioni del mondo non hanno mai smesso di scuotere le vite, mentre razzismo e intolleranza hanno rialzato la testa e di nuovo sentiamo slogan che speravamo consegnati al nostro passato più buio; in quest’epoca si può e si deve andare orgogliosi di quella ribellione, ma allo stesso tempo si possono e si devono affrontare i drammi che inevitabilmente la guerra e la violenza provocano, strappi e divisioni fra la gente e nelle famiglie. E a volte persino all’interno di una stessa persona, come racconta ‘Un partigiano in camicia nera’, del giornalista Alessandro Carlini, uscito per Chiarelettere lo scorso febbraio.
Partigiano e fascista, eroe e traditore, spia e disertore, pluridecorato di Salò e uomo della Resistenza, Uber Pulga è stato al tempo stesso un vincitore e un vinto e ha ripercorso in modo drammatico il travaglio di molti italiani. Tanti sono stati i “voltagabbana” per opportunismo, ma non Pulga, almeno secondo Carlini, che ha pagato con la vita la propria conversione e che prima di essere fucilato, due mesi prima di quel 25 aprile, ha gridato: “Viva l’Italia!”

Più volte la storia di Uber incrocia quella con la S maiuscola. Classe 1919, allevato con libro, moschetto e vanga nella Bassa mantovana, nel 1942 combatte i partigiani nei Balcani con rastrellamenti ed esecuzioni sommarie, l’8 settembre del 1943 è fra gli ‘ammutinati’ della Nembo, che dopo aver ucciso il loro comandante decidono di restare a fianco dei tedeschi, in Germania viene addestrato al controspionaggio e spedito a Reggio Emilia per la sua missione come infiltrato fra i gruppi partigiani. Si finge quindi un disertore e i partigiani della zona di Reggiolo lo prendono fra di loro. Saranno però il rimorso per la morte di alcuni di loro e parole come libertà e democrazia a instillare in lui il dubbio e incrinare la sua fede: anche una volta scelta la Resistenza però terrà sempre la camicia nera che gli ricorda il fardello delle sue colpe. Fino al capitolo finale, al tragico beffardo ‘redde rationem’: fucilato all’alba del 24 febbraio 1945 dietro il cimitero di Gaiano per mano dei suoi ex camerati.
Basandosi su documenti storici, alcuni dei quali inediti, Alessandro Carlini narra la storia di Uber Pulga come una biografia, ma in presa diretta, come un romanzo, per descrivere al meglio il travaglio psicologico ed emotivo del protagonista che ha lottato per quell’alba di Liberazione, ma non ha potuto viverla perchè è morto per essa: “Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”.

Alessandro Carlini

Abbiamo intervistato il giornalista Alessandro Carlini a pochi giorni dalla prossima presentazione di ‘Un partigiano in camicia nera’ alla libreria Feltrinelli di via Garibaldi, lunedì 24 aprile alle 18.00.

Chi era Uber Pulga?
E’ stato molte cose diverse nella sua esistenza breve, straordinaria e drammatica. Nato a Felonica, in provincia di Mantova, nel 1919, è stato un soldato del Regio esercito, una spia e un ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, un finto disertore reclutato dalle Ss per infiltrarsi in una unità partigiana di Reggio Emilia, e infine, a 25 anni, ha fatto la scelta che gli è costata la vita: quella di unirsi, questa volta per davvero, alla Resistenza. E’ stato fucilato da un plotone misto di repubblichini e tedeschi all’alba del 24 febbraio 1945 in provincia di Parma.

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?
Prima di tutto per una promessa che feci a mio nonno, Franco Pulga, prima che morisse nel 2005. La promessa era di far luce su quello che era accaduto al nostro cugino negli anni terribili della guerra. E poi perché la vicenda di Uber è emblematica di tutto un Paese, che si è sentito tradito dal fascismo e ha scelto di liberarsi da quel regime e dagli anni terribili della guerra.

Inserirebbe il suo lavoro in una bibliografia per il 25 aprile, per esempio fra i consigli di lettura di una biblioteca?
Assolutamente sì. Una figura come quella di Uber chiude il cerchio, si potrebbe dire. C’è una memoria e una letteratura resistenziale e, negli anni più recenti, ne abbiamo avuta una di Salò. Mancava una vicenda che le contenesse entrambe, quelle due componenti conflittuali della nostra storia, senza scivolare nel revisionismo. Ciò che alla fine rende Uber una sorta di ‘eroe’, anche se oscuro per il suo passato da spia, è la scelta di combattere, come lui stesso afferma, l’“imboiatura del regime” e di non cambiare casacca o diventare un “voltagabbana” cercando di sopravvivere al conflitto, ma di pagare il prezzo più alto.

Come ha ricostruito la vicenda di Uber e quanto tempo ha impiegato?
Ho utilizzato molti documenti in possesso della mia famiglia, come la lettera di Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia della Rsi dove militava Uber, che lo ha confessato e accompagnato fino al plotone d’esecuzione. Altre fonti le ho trovate negli Istituti storici della Resistenza e negli Archivi di Stato italiani e poi ancora all’estero, in Germania e a Londra. Le ricerche sono durate più di dieci anni.

Per un certo periodo ha anche interrotto il lavoro, perché?
Ho avuto una sorta di ‘crisi’ nel 2002, quando ho scoperto che Uber era stato una spia della Rsi e che, con la sua operazione da infiltrato, aveva causato la morte di due partigiani nella zona di Reggiolo, Dante Freddi – nome di battaglia ‘Noli’ – e Arvedo Simonazzi – ‘Marco’.

Oltre ai documenti ufficiali, è riuscito a ritrovare almeno alcuni suoi compagni, da una parte e dall’altra? Come è stato incontrarli e come l’hanno accolta?
Sì, ho ritrovato e incontrato un comandante partigiano del Reggiano, Egidio Baraldi – ‘Walter’, ha riconosciuto Uber in una fotografia che io gli avevo dato: era lui la spia che si era infiltrata nella sua unità. Non dimenticherò mai quello che disse in dialetto: “E’ quel porco là!”. Per non parlare dei reduci repubblichini, che lo definivano uno sporco traditore. Ho preso parolacce un po’ da tutti, ma questo mi ha spinto ad andare avanti, ancora più sicuro che la storia di Uber doveva essere raccontata.

In famiglia, al di là di tuo nonno Franco, si parlava di Uber? E lei ora che opinione si è fatto sulla sua figura, sulla sua vicenda e sulle sue scelte?
Se ne parlava da tempo, ma non si conosceva tutta la sua vicenda, in particolare la sua attività di agente segreto. Ma è proprio quella che lo rende un personaggio unico. Divorato dal terribile senso di colpa ha avuto il coraggio di rinnegare tutto quello per cui aveva combattuto e il regime fascista nel quale aveva creduto e si mise al servizio della Resistenza, quasi con la sicurezza che alla fine avrebbe incontrato la morte in una forma di riscatto che somigliava molto al martirio.

Chi gli è stato accanto negli ultimi momenti?
Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia, che ha scritto una lunga e toccante lettera sulla confessione di Uber. Era rimasto sconvolto da quelle ore passate col sottotenente Pulga, che si portava al patibolo il dramma e il conflitto fratricida di una nazione intera.

Uber Pulga © Ansa

Quando, secondo lei, Uber ha cominciato a dubitare del fascismo, un ideale con il quale era cresciuto e nel nome del quale aveva compiuto atti crudeli nei Balcani? Davvero è stato davanti al ‘Mussolini ombra di sé stesso’, oppure è stato prima, vivendo con coloro che aveva sempre considerato criminali e che doveva tradire?
Non c’è un momento solo ma un lungo percorso, fatto di dubbi che sgretolano lentamente quella ideologia ‘granitica’ sulla quale aveva costruito una vita intera. Uber percepisce il tradimento di Mussolini verso l’Italia in rovina, allo stesso tempo sente parole per lui nuove e affascinanti come libertà e democrazia durante il periodo in cui è infiltrato fra i partigiani nel Reggiano, ma soprattutto dentro di lui cresce il rimorso per le morti alle quali ha contribuito direttamente, rimorso che diventa insostenibile. La sua vita è fatta di scelte estreme, che si susseguono, una dopo l’altra.

“Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”: sono parole che fai dire a Uber. Secondo lei oggi la sua speranza si è realizzata?
Posso dire di “sì”. Certo, viviamo in una società con grandi problemi e contraddizioni, ma quando rifletto sul fatto che persino chi era stato un convinto fascista, come Uber Pulga, ha deciso di morire da partigiano per lasciarci un mondo senza più dittatura e guerra allora mi rendo conto della nostra straordinaria fortuna.

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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