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Gli azzeccagarbugli servi dei padroni dell’energia

Ci sarà un motivo se Alessandro Manzoni, maestro nel cogliere lo spirito italico prima dell’Unità d’Italia (espressione ossimorica, come sappiamo), ha ideato un personaggio come l’avvocato Azzecca-garbugli.

L’azzeccagarbugli mette la sua abilità nel trovare cavilli sempre al servizio del potente. In questo racchiude in sè due vene congenite dell’italiano: la litigiosità bizantina e il servilismo, che purtroppo trovano udienza in molti tribunali italici, evidentemente sensibili alle medesime sirene.

L’ultimo esempio è di oggi. Il Governo impone (ai tempi di Manzoni sarebbe stata una grida, cioè un editto dell’autorità) una tassa di solidarietà a carico delle aziende distributrici di energia, gas e petrolio: si confronta il dato derivante dalla somma algebrica tra le spese e i ricavi dal 1° ottobre 2021 al 30 aprile 2022 con il dato spese e ricavi dello stesso periodo dell’anno precedente. Se l’aumento del dato tra un anno e quello precedente supera il 10%, sull’ importo dell’aumento – che lo Stato ha deciso di calcolare prendendo come riferimento l’imponibile IVA –  l’azienda deve pagare il 25% di extra tassa, che vada a finanziare uno sconto sulle nostre bollette.

Faccio un esempio: se io sono un cane a sei zampe e ho avuto quest’anno un saldo di 5 miliardi, mentre l’anno precedente il mio saldo dello stesso periodo era 1 miliardo, sulla differenza di 4 miliardi pago allo Stato il 25%, ovvero 1 miliardo, che ritorni ai cittadini a mezzo Stato per fargli sopportare l’aumento enorme della bolletta. Infatti quei 4 miliardi io, cane a sei zampe, li ho lucrati in massima parte comprando energia a prezzo prefissato e rivendendola a prezzo di mercato, prezzo che attualmente è schizzato verso l’alto per motivi quasi esclusivamente di speculazione. Si chiama contributo di solidarietà: una minima misura di redistribuzione che non affama il cane (che continua ad essere bello pasciuto) e serve a non far crepare i gatti, che siamo noi.

Sapete che sta succedendo? Che i consulenti azzecca-garbugli del cane a sei zampe e suoi derivati stanno suggerendo ai loro clienti di non pagare l’acconto (40%) di questa cifra. Infatti il Governo ha incassato pochissimo rispetto alla stima di fine giugno: circa un quarto del previsto. Gli azzecca-garbugli servi del cane stanno dicendo al cane di non pagare le tasse, perchè il cosiddetto “differenziale IVA”, ossia la variazione della cifra imponibile su cui si paga l’IVA da un anno all’altro, potrebbe dipendere non solo dalla differenza di prezzo, ma dall’ampliamento del portafoglio clienti, dall’acquisto di un ramo d’azienda o dal semplice aumento della quota di mercato. Quindi sarebbe un indicatore spurio, e addirittura incostituzionale.

Sarebbe come se io decidessi di non pagare l’Irpef sui miei guadagni perchè secondo me sono stato bravo a farli, e quindi non è giusto che ci paghi le tasse. Se lo faccio io o lo fai tu, domani hai l’Agenzia delle Entrate alla porta. Se lo fa il cane a sei zampe, abbiamo Draghi incazzato che “minaccia sanzioni”. Contro un’azienda controllata da lui stesso, peraltro, visto che il Tesoro ne detiene il 30%.

“A saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente” 

L’ avvocato Azzecca-garbugli a Renzo, ne I Promessi Sposi

 

 

piaghe e lustrini

PIAGHE E LUSTRINI

dell'amore e di altri demoniDall’ultimo libro che ho letto insieme al gruppo poggese che fa capo alla Biblioteca Comunale, Dell’amore e di altri demoni di Gabriel Garcia Marquez [Qui], mi è rimasta impressa un’immagine. Sullo sfondo della storia narrata c’è il Settecento in Colombia ai tempi della Inquisizione spagnola, nonché dello schiavismo e di altre piaghe sociali come povertà, ignoranza e superstizione.

L’immagine che ho trattenuto è quella della protagonista, la bellissima Sierva Maria de Todos los Angeles, che viene ritenuta malata di rabbia in seguito al morso di un cane e poi vittima del demonio. Sul suo corpo, accanto alle collane luccicanti donatele nell’infanzia dagli schiavi negri a cui l’hanno lasciata i genitori, si aggiungono le piaghe inflitte dalle monache, alle quali il padre la affida nella adolescenza. Soprattutto la badessa la ritiene una creatura di Satana e non le risparmia alcun tipo di vessazione. Sul suo corpo martoriato dagli esorcismi continuano intanto a far bella mostra le inseparabili collane, fino all’ultimo istante di vita.

La coppia di parole che mi è rimasta in testa, “piaghe e lustrini”, riprende d’altra parte lo stesso ossimoro, celeberrimo, che Manzoni [Qui] usa quando definisce il Seicento in Italia come un secolo “superbo e cencioso” e lo mette come sfondo vivo del suo romanzo storico.

i promessi sposiCe ne dà prova nei capitoli iniziali dei Promessi sposi, nel momento in cui ci introduce insieme a Renzo in cerca di giustizia nello studio del dottor Azzeccagarbugli. Lo spazio è quello di uno “stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de’ dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi”. L’avvocato, da parte sua, quando accoglie Renzo è “coperto d’una toga ormai consunta”, che usa come veste da camera, avvolto dal disfacimento di mobili e oggetti.

La prima descrizione d’interno del romanzo, con i segni di un illustre passato e le prove di una inesorabile decadenza, offre un quadro simbolico del secolo XVII nel Milanese, al tempo del Governatorato degli Spagnoli. Il quadro rimanda poi al tempo in cui Manzoni scrive, la prima metà del secolo XIX, quando il Regno Lombardo Veneto era sotto il dominio degli Austriaci, e fermiamoci qui, altrimenti rischiamo di allargare il pessimismo del nostro autore a tutta quanta la Storia.

Esco dalla letteratura per entrare nella vita quotidiana con altri ossimori che di questi tempi mi hanno colpita. Un incontro di mercoledì al mercato del mio paese.

Non ci siamo viste durante i mesi dell’inverno e ora i nostri discorsi cadono come pietre su disturbi e malattie. La mia interlocutrice non è nemmeno delle più impegnative, nel senso che si profonde in descrizioni meticolose e non trascura di impreziosire la sua esposizione con qualche termine medico. Tuttavia. Contrariamente a quanto mi succede in casi come questo, mi lascia parlare un po’. Dico a mia volta i disturbi che mi affliggono e sono riassuntiva il più possibile (“tienila corta” è l’imperativo categorico che mi ripeto ogni volta). Non solo: non punta nemmeno al rialzo, cercando di dimostrare che i suoi malanni sono peggiori dei miei. Un sacco di gente ci tiene a risultare vincitrice nella gravità delle malattie, deve essere la aspirazione a vincere comunque in qualcosa.

Ma riprendo a ricostruire l’incontro, manca la parte finale. Arrivata a nominare il cortisone che ha dovuto assumere per non ricordo più quanti giorni, la mia interlocutrice scosta le collane che porta al collo e allarga la scollatura del suo abito leggero, così che io possa vedere sotto i lustrini la pelle maculata da foruncoli di varie gradazioni di un robusto rosso violaceo. Le piaghe, appunto.

Speriamo di rivederci presto, e con questo auspicio che è puro suono, ci lasciamo.

Una telefonata alla parente lontana. È una delle tante intercorse tra noi nelle ultime settimane. Da queste conversazioni lei fa uscire il rapporto affettuoso e insieme tormentato col marito, compagno di vita da mezzo secolo che ora è preda di una fissazione tragicomica.

È malato solo lui, si sente perseguitato dalla sorte malevola e interrompe solo per una sera il quotidiano piagnisteo, quando la sua squadra del cuore porta finalmente a casa lo scudetto. Una vistosa bandiera rossonera sventola allora sul balcone di casa.

Poi la vela si abbassa e torna la bonaccia del lunedì. Conosco tutti i dettagli, perché lo sfogo che mi investe al telefono è di quelli seri, di quelli che intrattengono l’ascoltatore “lunghettamente anzi che no” (è sempre il Manzoni a prestarmi le parole: lo dice di Renzo che alla fine delle sue peripezie amava raccontare “la sua storia molto per minuto… (e tutto conduce a credere che il nostro anonimo l’avesse sentita da lui più di una volta)”.

Nello spazio di ogni giorno ci muoviamo tutti noi, marchiati dal medesimo stigma. Ognuno con la propria particolarissima reazione al contrasto insanabile che si porta addosso. Possono essere più o meno vistosi i lustrini, più o meno gravi le piaghe. Vengono dalla salute incerta, da dolori sentimentali, dalla incertezza del vivere e basta.

Rientro nella letteratura per raggiungere l’ossimoro estremo, quello di un uomo che porta nel proprio nome il dualismo tra l’essere vivo e l’essere morto. Racconta la sua storia il capolavoro di Pirandello [Qui], Il fu Mattia Pascal.

il fu mattia pascalStoria nota, in cui il protagonista per un caso fortuito ha potuto rinunciare alla sua vita matrimoniale tribolata per darsi un nome e una identità nuovi. Impossibilitato a condurre anche questa seconda vita lontano dalle convenzioni sociali, si ritrova a far visita alla propria tomba, dove giacciono i resti di uno sconosciuto col nome Mattia Pascal. E lui? Giunto alla sua terza identità, deve mettere il fu davanti al nome che portava al tempo della prima.

Perché rifarsi a un caso letterario dopo avere attinto dalle vicende reali di ogni giorno? Perché una storia simile a quella nata dalla fantasia di Pirandello si è verificata qualche anno dopo l’uscita del romanzo; fa fede l’articolo uscito sul Corriere della Sera del 27 marzo 1920, dal titolo L’omaggio di un vivo alla propria tomba, che racconta come Ambrogio Casati fosse stato dato per morto, mentre in realtà si trovava in carcere e come avesse appreso solo dopo la scarcerazione che la moglie era passata a nuove nozze. La somiglianza più straordinaria col romanzo è nel finale: come Mattia Pascal anche il Casati, portando dei fiori e un lumino votivo, ha fatto visita alla propria tomba.

Nota bibliografica:

  • Gabriel Garcia Marquez, Dell’amore e di altri demoni, Arnoldo Mondadori, 1994
  • Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Principato, 1988 (prima edizione nel 1840 presso gli editori Guglielmini e Radaelli)

Nota editoriale:

  • Il fu Mattia Pascal esce in prima pubblicazione nel 1904; nella edizione del 1921 presso Bemporad è corredato dalla Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, in cui l’autore riporta l’articolo dal Corriere della Sera a cui ho fatto riferimento nel mio articolo

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

La drammatica attualità della paura

 

Fiorenzo Baratelli e Maura Franchi

 In questi mesi ognuno di noi ha messo in atto un grande sforzo per dare continuità alla vita di sempre, mentre il virus immerge tutti noi in un perenne stato di precarietà e paura. Paura di qualunque forma di contaminazione che sperimentiamo in ogni momento della vita. Paura del vicino in treno, benché munito di mascherina e collocato a debita distanza. Paura dell’estraneo, ma anche del noto. Ogni comportamento si accompagna ad un inconsapevole sentimento di pericolo. Il nemico potenziale è nell’amico che non vediamo da tempo e può essere persino identificato nel medico, quando scrutiamo l’attenzione con cui si sta sanificando le mani, prima di porle sul nostro corpo.

Nessuno è immune dalla paura, così la nostra vita ‘sanificata’, rischia ormai l’implosione. È una paura particolare quella generata dalla pandemia. Qualcosa di simile avevamo sperimentato con il terribile episodio delle torri gemelle quando, per ragioni sconosciute, da parte di sconosciuti, si era sgretolato il simbolo del nostro mondo sviluppato e solido.

La ripresa è stata lunga. Intanto l’episodio aveva dato vita ad una ricca serie di dispositivi di sicurezza che avevano, in una stagione, riempito le nostre case e i nostri giardini: monitor delle effrazioni, dispositivi per fronteggiare un estraneo malvagio e non prevedibile. I dispositivi ci seguivano al mare con i trilli involontari dei gatti, che segnalavano la falsa minaccia di estranei sul terrazzo. Abbiamo capito brevemente che tornare dalla Corsica era più costoso dei danni provocati dai ladri estivi.

La nostra paura è finita nel fascino di una eterna protezione, mediata da un’ampia proposta di dispositivi, pubblicizzati addirittura all’uscita del supermercato. Sembra che siano trascorsi secoli da quando una gran parte di noi trovava ragionevole interrompere le vacanze al mare per un innocuo gatto sul tetto.

La pandemia è oggi una paura più vera e più forte, testimoniata dalle migliaia di morti poste alla nostra attenzione, ogni giorno in ogni canale televisivo. La paura in questa esperienza del virus è incomparabilmente più grave, innanzitutto per gli esiti proposti. Si tratta di una paura in cui non esiste un colpevole che possa essere individuato, ma ogni esperienza che ci metta a contatto dei nostri simili rappresenta un rischio. Da qui scaturisce la qualità particolare della paura che stiamo vivendo. Da questa radicale paura del contagio scaturisce un’universale condizione di solitudine.

La distanza tra gli individui non è solo proposta da una necessità sanitaria, ma è anche l’esito di una particolare e nuova paura da contatto: tema di cui sappiamo in realtà molto poco. È difficile convivere con la contraddizione tra la domanda di un colpevole e l’impossibilità di individuarlo.

Molte opere di letteratura ci hanno indicato vicende reali simili a quelle sperimentate in questi mesi. Il primo effetto emotivo è la crescita di una domanda di capro espiatorio che ad esempio nell’episodio della peste, Manzoni individua nella figura dell’untore. Una traccia di un approccio simile lo ritroviamo nella presenza in rete di una ricca produzione di tesi complottiste. Il complottismo diventa una rassicurazione perché scarica su un colpevole vagamente identificato una rabbia impotente.

Alcuni esiti prevedibili della paura generata dall’esperienza collettiva in corso, sembrano confermare i due caratteri che il sociologo Rainer Koselleck considerava distintivi della modernità.

Il primo carattere è il fatto che durante il dispiegamento della modernità, si riduce la base dell’esperienza degli individui, cioè le tradizioni forniscono sempre meno senso e significato al presente. Si passa dall’illusione che la storia sia maestra di vita, alla constatazione che ogni evento non appartiene ad una sequenza lineare. È la fine di un certo storicismo deterministico che funziona come una garanzia di rapporto lineare tra passato-presente-futuro. È come se si fosse prosciugato un filone aureo che forniva significati e senso alle esistenze ed era in grado di orientarle verso un futuro percepito come migliore.

Il secondo carattere distintivo della modernità individuato da Koselleck, è l’abbassamento dell’orizzonte delle aspettative e delle attese. In parole semplici ciò significa sempre meno fiducia in un futuro migliore. Viviamo appiattiti nel momento puntuale del presente senza un sostegno che ci viene dal passato, né una speranza rivolta al futuro. È da meditare seriamente cosa può causare il diffondersi di ‘un comune sentire all’insegna della paura, sia in termini di perdita di energia creativa nell’immaginare una società migliore, sia in relazione ad un possibile uso che ne può fare il potere. La paura ha molte applicazioni, ma è certo uno dei piani utilizzabili per la costruzione del consenso.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

Dadi, caso

Nulla accade per caso

“Nulla accade per caso”.
Ce lo ripetiamo come mantra consolatorio davanti agli insuccessi, con un fondo di speranza compensatoria in ciò che seguirà, oppure lo diciamo con convinzione intrisa di felicità, nel caso di un successo. Caso? Energia? Destino? Tentiamo di dare risposte razionali a quegli eventi non pianificati o attesi che irrompono, tentando di scoprire e rendere manifesti i fili invisibili che uniscono luoghi e persone, circostanze e fatti ma tutto resta inspiegabile: accade e basta.
Nel 1950 Gustav Jung formulava la ‘Teoria della sincronicità’, asserendo che il vincolo tra più avvenimenti che sembra casuale, nasconde un profondo significato per la persona che lo vive, costituendo una forte esperienza con valore simbolico. Sono fatti che accadono spesso, compaiono all’improvviso, inaspettati, e molto spesso cambiano il corso della nostra vita. Non esistono le coincidenze con collegamento causa-effetto: esiste un’intima connessione che unisce l’ambiente, l’inconscio collettivo che accomuna tutti gli esseri umani, la singola persona, e bisogna fidarsi e affidarsi all’istinto per aprire le porte della sincronicità, sgomberando pensieri e atteggiamenti rigidi, cinici e rinunciatari. Tutto è collegato, le cose fluiscono, una dopo l’altra, in un ambiente in cui tutti sono connessi: possiamo prendere decisioni, operare scelte, porci obiettivi ma poi gli eventi interferiscono, l’inaspettato si manifesta scompigliando, orientando altrove.
In letteratura troviamo frequentemente situazioni sincroniche senza le quali la narrazione non avrebbe senso o si appiattirebbe su una realtà poco credibile, perché la vita reale stessa è fatta di eventi voluti e pianificati intercalati con fatti e accadimenti indipendenti da una nostra consapevole scelta razionale.
Nei ‘Promessi Sposi’ (1827), di Alessandro Manzoni, Renzo e Lucia vengono sballottati tra numerosi scherzi del destino, e quello che doveva essere un matrimonio senza complicazioni, diventa un’epopea intensa. Fra’ Cristoforo indirizza Lucia verso l’Innominato, il quale tradisce le aspettative di don Rodrigo; ogni personaggio deve fare i conti con il ‘caso’, il ‘destino’, la sincronicità, l’interdipendenza dei fatti. “Se non fosse successo quello, non si sarebbe arrivati a questo…” .
In ‘Il nome della rosa’ (1980), il celebre romanzo di Umberto Eco, il giovane Adso da Melk, discepolo di Guglielmo da Baskerville, trova i brandelli di libri e pergamene dopo l’incendio alla biblioteca dell’abbazia e li considera come tesori sepolti nella terra da salvaguardare e studiare con amore. “[…] Come il fato mi avesse lasciato questo legato. Più rileggo questo elenco e più mi convinco che esso è effetto del caso. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come oracolo […]”.
Nel ‘Decameron’ (1350-1353), di Giovanni Boccaccio, apparente disordine e casualità sembrano prevalere nelle storie dei personaggi delle novelle, che compaiono slegate e distanti l’una dall’altra. Ma Boccaccio riesce a dar loro un ordine, una gerarchia, un senso, rifacendosi a volte al volere divino, altre alla capacità umana.
Italo Calvino, nel romanzo ‘Il castello dei destini incrociati’ (1969), usa una tecnica combinatoria per eliminare il disordine di tutte le trame possibili da percorrere e sviluppare. Parte da un mazzo di tarocchi le cui carte vengono distribuite su un tavolo e tutto diventa un gioco di combinazioni in cui il significato di ogni carta dipende dal posto che essa occupa nella successione di carte che la precedono e la seguono.
Dagli incroci che si formano, prendono vita le storie. In ‘Insonnia d’amore’ (1993), di Nora Ephron, Sam, vedovo inconsolabile, decide di trasferirsi con il figlioletto Jonah da Chicago, che gli ricorda ogni momento la giovane moglie, a Seattle. Il bambino, che vive la solitudine e sofferenza del padre, si rivolge a una radio facendo conoscere la loro storia e cominciano ad arrivare numerosissime lettere da pretendenti di ogni dove. Tra esse, quella della romantica giornalista Annie Reed di Baltimora, che il bambino ha estratto tra decine e decine. A molti altri inaspettati eventi, seguirà un appuntamento a New York tra Sam e Annie. “Non è incredibile? Prendi milioni di decisioni e un sandwich ti cambia la vita” esclamerà la protagonista, convenendo che nell’universo, minuscole variazioni portano ad evoluzioni inattese.
Laura Barnett in ‘Tre volte noi’ (2016), ci consegna due personaggi e due storie parallele che improvvisamente si incrociano. E’ il 1958, Eva e Jim, due studenti di Letteratura e Giurisprudenza a Cambridge, si incontrano inaspettatamente a causa di un cane sfuggito al padrone e un chiodo che fora la gomma della bicicletta della ragazza, intenta a schivare l’animale. Jim accorre in aiuto, e da quel momento tutto cambia. Eva lascia che il giovane entri nella sua vita, lascia un fidanzato in grado di permetterle un futuro nel mondo degli scrittori,  e tutto prenderà una traiettoria nuova che durerà tutta la vita, malgrado altre trame possibili.

Caso e necessità si intrecciano nelle nostre vite e non si tratta di destino ineluttabile né accidentalità, se vogliamo leggerne il messaggio. Ci piacerebbe, a volte, tornare indietro dopo un fatto, rimettere le lancette dell’orologio all’inizio per vedere altri scenari, altri effetti, altre opportunità ma i ‘se’ e i ‘ma’ sono sterili se non cogliamo l’importanza di ciò che è già accaduto. Possiamo solo vivere nel presente, con le nostre certezze e le nostre sliding doors, con uno sguardo attento attraverso le porte aperte e un atteggiamento plastico nel coglierne  messaggi e opportunità.

 

PRESTO DI MATTINA / Un parroco griot
che sciacqua i panni nell’acqua viva della gente

“Sciacquare i panni in Arno”: è la celebre espressione usata da Alessandro Manzoni per esprimere il desiderio di adattare lo stile dei Promessi sposi alla lingua toscana, la koiné di quello che poi diventerà l’idioma di una nazione sempre alla ricerca di unità, non solo linguistica. “Ho settantun lenzuoli da risciacquare, egli scriveva, con precisione, all’amico e poeta Tommaso Grossi, riferendosi alle pagine del romanzo bisognose di purificazione e autenticità.

Me ne rammento ora pensando che anch’io ‒ nella mia primordiale vocazione, quando ancora mi aggiravo in parrocchia ‘per prova’ ‒ scelsi di sciacquare i panni della mia ‘teologia accademica’, immergendola simbolicamente nelle acque del Nilo e del Danubio. Proposizioni, tesi teologiche e concettualizzazioni dogmatiche decantati e resi vivi dalla lettura di quelle tradizioni e linguaggi spirituali trasudanti esperienza e prassi di vita. Quei testi, intrecciati alle parole e ai concetti studiati, li purificavano, come a contatto con la lisciva dei lavandai e incarnandoli nella vita reale: domande e risposte, inquietudini e dubbi scaturenti dai vissuti delle persone incontrate. Così, poco a poco quell’immersione nelle acque profonde del vivere umano in compagnia di maestri spirituali dai nomi strani (staretz, zaddik, hassid) mi facevano ritrovare la strada di una teologia umana, narrativa e dialogica, capace di comunicare con la gente perché in ascolto dei loro vissuti, così da poter ridire a ciascuno, con il proprio linguaggio, per strada o agli incroci, nella piazza affollata o sull’autobus quasi vuoto, ridire quelle “immense parole” di quel caro fratello: “ama il prossimo tuo come te stesso”.

E come diventarono sempre più vere, per me, strada facendo, le parole del Concilio, scoprendo che non vi è nulla di quanto è genuinamente umano, che non trovi eco nel cuore di un discepolo di Cristo. Il vissuto del suo annuncio, per essere credibile, dovrà sempre di nuovo intrecciarsi con “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”, (Cfr. Gaudium et spes, 1).

Così fu decisivo per me, fin dall’inizio, l’incontro con i Detti dei Padri del monachesimo antico, continuato poi anche in occidente con Benedetto. Parole centellinate con il setaccio del silenzio, generate dal distacco da sé stessi e dalla pace in Dio: fuge, tace, quiesce, lungo il corso del Nilo nel deserto egiziano. Ma pure fu alleata preziosa in quella sfida volta a rendere intelligibile il sentire e l’intelligere della fede con il cuore, l’optima lectio di quelle due tradizioni spirituali sorte nell’800 in Europa orientale, tra i Carpazi e lungo il Danubio: l’ortodossia, detta dell’’esicasmo’ e il giudaismo, ‘hassidismo/chassidismo‘.

La tradizione esicastica, da hesychia, che esprime calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione; uno stato d’animo generata dalla sperimentazione concreta e persistente di quel sereno affidamento evangelico al quale Gesù ci invita: “Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita… Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?” (Mt 6, 25-26).

Questa esperienza ascetica, attraverso una preghiera incessante del nome di Gesù, era diffusa fra i monaci dell’Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto. Conosciuta già da Evagrio Pontico, e praticata con uno stile gioioso dallo staretz Serafino di Sarov, il san Francesco russo, e da molti altri maestri spirituali, essa approdò tra i monaci del monte Athos dove è tutt’ora in uso. Una tradizione spirituale che ben è riassunta in un celebre detto di Evagrio sulla realtà costitutiva del teologo, in cui questi afferma che “se sei teologo pregherai veramente e se preghi veramente sarai teologo” (De Oratione, 60).

Ma non solo. Sciacquando il detto di Evagrio nelle acque profonde del vivere umano, ben si potrebbe anche aggiungere che “per essere teologo devi essere misericordioso, e solo se sei misericordioso sei davvero teologo”. “La verità cristiana, infatti, non può essere che verità pratica in quanto capace di orientare la vita”. Un fare dunque, una prassi, quella della misericordia, che è un dire anche nel silenzio della parola. Testimoniare, attuando la parola di Dio: che si può comprendere e credere solo facendosi.

Per Martin Buber, autore de I racconti degli hassidim, il ‘chassidismo’ rivela con l’immediatezza delle sue narrazioni che l’uomo può vivere come un tutto, unificato, in comunicazione con la totalità della realtà. Dio lo si sperimenta attraverso uno spirito di gentilezza. È presente in ogni cosa e lo si raggiunge anche nel più semplice avvenimento attraverso un’attenzione ai piccoli e alle piccole cose. Del resto, Hasid (che significa ‘pio’; plurale Hassidim), deriva da chesed, parola che designa lo stesso amore di Dio, amore di viscere materne, la compassione di un amore che tutto perdona e giustifica rendendo capaci di amore, giusti (Tzaddikim), anche quelli che lo praticano.

Per questo, nei racconti dei Chassidim si legge che se qualcuno esercita veramente l’ospitalità acquista i privilegi dei suoi ospiti. Chiesero a Rabbi Israel: “Da dove trae il giusto quella che tu chiami la ‘sola forza della giustizia’; forse che il Santo dei Santi, tale lo creò fin dalla nascita?”. Rispose: “Quando nasce, il giusto non riceve dal cielo un dono speciale. Il Giusto trae la sua forza di giustizia dai dolori, dalle sofferenze e dalle angosce della vita di questa terra”. Allora un altro discepolo, che aveva ascoltato l’insegnamento domandò: “Ma i giusti che con la sola forza della Giustizia consentono al mondo di continuare ad esistere, a quale popolo appartengono?”. Ed egli rispose di nuovo: “Essi provengono da diversi popoli che vivono su questa terra. E un filo sottile, ma possente, li unisce: il profondo amore verso il Santo dei Santi, il profondo amore per la parola di Dio, e il profondo amore per tutte le creature umane”.

Divenuto parroco, ho continuato a sciacquare i panni del mio catechismo nell’acqua viva della gente. Sotto forma di un Vangelo narrante e di una teologia narrativa disposta ad ‘investire nel ‘racconto’, ho cercato di ri-divenire discepolo di colui che esprimeva in parabole la bellezza del mistero di Dio e del suo Regno. In ciò mi sono sempre sentito molto vicino ai griot, di cui parla anche Cristina Campo; i cantastorie girovaghi della savana africana, figure di libertà e fedeltà insieme, uomini e artigiani della ‘parola’, che ebbi la fortuna di conoscere quando visitai per una decina di giorni la missione di Fratel Silvestro in Burkina Faso. In antichità, ad ogni principe era addetto un griot, il quale, nelle riunioni pubbliche, presentava il suo signore e ne proclamava la vita e le imprese. Ma di volta in volta egli si faceva anche araldo, annunciando le novità che sentiva lungo il cammino. Nelle adunanze diveniva portavoce di chi non aveva voce, conciliatore nelle controversie, mediatore tra famiglie e individui, conosceva la storia e custodiva la memoria delle genealogie dei clan che raccontava nel corso di pubbliche riunioni.

Animato da questa cifra narrativa, ho continuato negli anni a sciacquare i miei panni nelle modestissime acque del Po di Primaro e del Volano. E da quel risciacquo emerse anche un libretto di tanti racconti, intitolato Come alberi piantati lungo corsi d’acqua, che raccoglieva le storie scritte ogni Natale per la gente della messa di Mezzanotte. Ogni anno una storia: il racconto di un albero. Perché un albero?

Perché l’albero, come scrive Romano Giardini: “diventa figura del carattere simbolico delle cose e simbolo dell’esperienza del sacro, di come l’occhio umano deve rivolgersi al mondo e penetrarlo fino a coglierne il mistero”, (Religione e rivelazione, Milano 2001, 22). Del resto ‒ a pensarci bene ‒ si scrivono storie come si piantano alberi: a partire da un seme. Un seme che ogni volta può essere una domanda, una promessa, una speranza, un dolore o una gioia che l’incontro con gli altri ci affida. Sementi, verso cui ci si scopre responsabili, debitori di una corrispondenza di amore che ci chiama a divenire seminatori. Una parola neonata dunque, che attende un’altra parola e poi un’altra ancora, più coraggiosa, più vagabonda, che si metta a girare in cerca di altre per fare nascere piccoli racconti, nei quali ‒ come ha scritto Cristina Campo ‒ viene alla luce quello che copertamente sono tutte le grandi fiabe: “una ricerca del Regno dei cieli (Gli imperdonabili, Milano 2002, 223-224).

Prendiamo ad esempio la parola ‘ranno, che non conoscevo. Così è chiamato quel miscuglio filtrato di cenere e acqua bollente usato anche da mia nonna per lavare le lenzuola e renderle candide. Ecco la sua storia. “Un giorno mentre Rabbi Isacco Eisik stava cantato la canzone del sabato, dal titolo Quando osservo il sabato, in cui è detto: – Perciò lavo il mio cuore come ranno -, egli si interruppe e disse: – Il ranno non si lava, si lava col ranno! -. Poi però replicò a sé stesso: – Ma nella santità del santo sabato, un cuore può diventare così pulito da acquistare la forza di pulire come il ranno altri cuori”.

Lo scolaro che riferiva questo, molti anni dopo, quando era diventato egli stesso uno zaddik, raccontava ai suoi hassidim: “Sapete come sono diventato un ebreo? Il mio maestro, il santo Rabbi di Kalew, mi ha tolto l’anima dal corpo, e, come le lavandaie al fiume, l’ha insaponata e battuta e sciacquata e asciugata e ripiegata e me l’ha rimessa dentro pulita. A Rabbi Isacco fa eco dal deserto Abba Isacco il Siro che alla domanda: – In che cosa consiste la purezza di cuore? – , rispose: – in un cuore pieno di misericordia – . Gli fu chiesto ancora: – Che cos’è un cuore pieno di misericordia? –  – È un cuore pieno di compassione per tutta la creazione…-  Colui che ha la purezza del cuore porta dentro di sé la sofferenza dell’intero universo».

DI MERCOLEDI’
Padri

Sono stati ritrovati oggetti perduti, persone emerse dal passato. Perfino manoscritti. Ed è stata una vera fortuna per la mia amata letteratura: Manzoni insegna; anche se ha immaginato di trovare la storia di Renzo e Lucia scritta dal “buon secentista” e ha voluto giocare con ben tre narratori (e con la loro lingua), come ho avuto modo di dire in un altro numero di questa rubrica.
Ma non è di manoscritti che intendo parlare, bensì dei ritrovamenti della FASE 2. Sapete tutti a cosa mi riferisco: da qualche giorno stiamo rivedendo le nostre persone e i nostri luoghi. Dopo la interiorizzazione a cui li abbiamo sottoposti nelle settimane di clausura, avrete notato che ci sembrano più importanti e più belli, di una bellezza delicata che emoziona. Io ho ritrovato il mercato del mercoledì nella piazza del mio paese. Che gioia! Infantile e incontenibile. Alla mia età! Ma non me ne vergogno, poiché le bancarelle e la gente mi hanno ridato energia e senso delle radici. Guardo lontano. Ci siamo abituati in queste settimane a resoconti giornalieri, ai bilanci nel numero dei contagiati trasmessi ogni ora dai mezzi di informazione. Ho abbassato l’orizzonte anch’io, ho lavorato giorno dopo giorno, misurando le ore. Adesso è diverso: sono nella mia piazza, c’è vita intorno e mi viene voglia di spaziare.

Si espande dentro di me mio padre. Proprio dentro la piazza, che è stata il regno di mia madre ricompare lui, con la sua riservatezza a tratti selvatica e la sua ritrosia a mostrarsi. Proprio nel momento in cui gioisco del brusio e dei colori che ho intorno e penso alla tristezza di quella piazza vuota fino a una settimana fa, con la torre diroccata del castello ancora più incombente. Otto anni fa esatti il terremoto ha privato la piazza di una parte del suo bel castello e del campanile e ora la pandemia l’ha messa a tacere. Penso “Però ora si riparte” e lui arriva. Perché ho nella mente i destini e i nostri vecchi. Lui avrebbe compiuto cento anni il 22 aprile scorso, più o meno un mese fa. Accetto che da sette anni non ci sia più, ma non posso ancora credere alla data finale che leggo ogni domenica sulla sua lapide, dove trova posto una piccola rondine scolpita nell’atto di volare.
Ora che sono accaduti eventi esiziali avrei voglia di sentire le sue parole dirette e semplici, di imparare da lui come si conciliano la commozione per ogni piccola cosa e al tempo stesso il distacco. Diceva di non sapere nulla, ma in realtà aveva capito tanto del genere umano. Me ne ha parlato in varie occasioni ma senza impormi il suo punto di vista. Ci sto impiegando un sacco di anni a raggiungerlo in questa sua lungimiranza, peccato che i nostri tempi non si incontrino più. Abbiamo avuto tanta sintonia quando percorrevamo in bici le campagne intorno al paese, sempre rigorosamente fuori dalle strade trafficate. La faccio bastare. Ma vorrei dirgli che ora ho capito.
La lezione del dolore lui l’ha imparata da bambino, quando ha perso sua madre, la nonna Paolina, e da nessuno è più stato amato nella sua famiglia. Ha amato incondizionatamente mia madre e me quando ha formato la sua di famiglia.  E non so come abbia potuto, in tanta dedizione, lasciare posto anche a noi due, al nostro temperamento così diverso dal suo. Quello di mia madre l’esatto opposto.
Uscivo con mia madre, con lei chiacchieravo fitto fitto nei lunghi pomeriggi in casa e ridevo delle sue battute istrioniche. Ma quando lui tornava dal lavoro era il centro della casa, anche col suo modo taciturno di occuparne gli spazi. Ne avevo soggezione e ne cercavo la compagnia nei miei giochi. Quando mi ha vista cresciuta ha lasciato molto spazio al giudizio sulle cose della sua unica figlia “che ha studiato”. Le sue battute sono diventate ancora più brevi, i giudizi un colpo di lama. Peccato non averli scritti da qualche parte; ne ripeto alcuni a memoria quando si attagliano perfettamente alle occasioni della vita e la scolpiscono al meglio.
Mi piaceva. Quando anni fa una mia collega di storia dell’arte espertissima di cinema mi disse che somigliava a un attore di Hollywood, era un tipo alla Burt Lancaster, mi si è gonfiato il petto di orgoglio e di sorpresa. Lui li aveva visti tutti i film con le star hollywoodiane, molti insieme a me, ma non si era mai riconosciuto in qualcuno di loro, né l’ho mai sentito giudicare il proprio aspetto e vantarsene. Si è sempre ‘badato’ e vestito con cura, questo sì. Dalla scomparsa di mia madre in poi con il significato aggiuntivo di rassicurare me e se stesso.

Guardo lontano. Ripercorro mentalmente la lettera di Giacomo Leopardi a suo padre Monaldo. È stata scritta duecento anni fa ed è ancora in grado di ferire chi legge. E’ piena di disperazione e di coraggio, di desiderio verso la realizzazione di sé; il giovane Giacomo a ventun anni vuole lasciare Recanati e rendersi autonomo, non può continuare “a seppellirsi nella più terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata dalla necessaria solitudine” dentro al palazzo di famiglia. Il conte Monaldo, però, non è disposto a riconoscere la grandezza dei suoi figli; Giacomo sostiene che “ne giudica più sfavorevolmente d’ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande”.
Mi vengono in mente come dei flash altre pagine bellissime della letteratura del Novecento, altri padri fissati per sempre nelle parole di poesie e romanzi. Sono i padri i cui figli ho proposto (o imposto?) ai ragazzi di quinta, che ora affrontano l’Esame di Stato al tempo del Covid 19. Zeno Cosini, come un novello Edipo, ingigantisce il suo e lo fa incombere negli anni della propria infanzia e giovinezza, a partire dai sigari che è vietato fumare e che Zeno ruba e fuma di nascosto. Anche Pietro Rosi rimane schiacciato dalla forza vitale di suo padre Domenico, che in famiglia e nel lavoro è il padrone indiscusso e lo fa sentire incapace e inadeguato. Mattia Pascal, poi, alla morte del padre rivela tutta la sua inettitudine: egli non sa amministrare le proprietà di famiglia, non sa fare nulla. Come Zeno ha bisogno di un amministratore che agisca al posto suo.

Mi avvio fuori dalla piazza e allora spariscono tutti questi padri coi loro figli, li lascio alle pagine che li hanno immortalati. Intanto riassaporo la piccolezza, che è la cifra mia e di mio padre. Lui è stato un uomo di nessuna fama, consapevole e imperturbato per questa sua dimensione nella quale ha saputo trovare un bel po’ di libertà. Sono pronta a riconoscerglielo, ora meglio che in altri momenti della mia esistenza, ora che la clausura mi ha insegnato a fare a meno di tanti orpelli e a guardare al fondo delle cose meglio di prima. Mi sembra che i nostri tempi siano più vicini. E torno a casa.

 

I riferimenti ai testi letterari provengono rispettivamente da:
Giacomo Leopardi, Lettera al padre, luglio 1819
Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923
Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, 1919
Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal, 1904

NON SENTO INCROCIAR DI SPADE
E non capisco questa guerra alla parola ‘guerra’

Diverse voci in questi giorni si sono levate a deprecare l’uso della parola ‘guerra’ a proposito della pandemia prodotta dal Covid-19. Sarebbe pericoloso e fuorviante, perché la parola guerra, insistentemente ripetuta, è destinata a diffondere un pericoloso clima bellico di contrapposizione, anziché alimentare i sentimenti di responsabilità e di solidarietà di cui ha bisogno ora il paese.
Perfino uno come Gesù Cristo usò termini violenti e, se vogliamo, anche inappropriati per un contesto che voleva significare la lotta contro il Male e contro Satana. Non sappiamo se effettivamente parlò così, o se queste parole gli sono state messe in bocca dagli evangelisti: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.” (Mt 10,32).

Da tempo all’uso semantico e sintattico delle parole si è aggiunto quello pragmatico, quello perlocutorio, per dirlo con Austin e Searle. Pertanto la scelta di una parola forte come guerra ha la sua giustificazione nel fine comunicativo di indurre tutti i cittadini a comprendere la pericolosità del momento e a combattere tutti insieme il nemico comune. E del resto perché mai edulcorare la realtà in un paese che, segregato nelle case, ogni giorno conta migliaia di vittime, con la sanità in trincea, sì ‘in trincea’, per difendere le nostre vite.
Mi sembra un esercizio futile, da chierici vaganti, da bacchettoni del linguaggio quello di preoccuparsi in questo momento di censurare una parola e di additarne un uso strumentale. Come se il termine guerra fosse, nella volontà di coloro che hanno dato inizio all’uso, un messaggio subliminale volto a renderci più violenti, o ad assuefarci all’idea di una guerra prima o poi.

Del resto lo spettro semantico della parola guerra è così ampio da comprendere diverse accezioni e sfumature. È sufficiente consultare un buon dizionario per rendersi conto che con la parola guerra si vuole significare la ‘lotta di forze contrastanti’, ad esempio la lotta dell’uomo contro gli elementi naturali e comunque tutte le azioni che mirano a rendere inefficace qualcosa. Esattamente quello che si sta facendo nel paese dall’inizio dell’epidemia. Se seguissimo il ragionamento di coloro che osteggiano l’uso della parola guerra, dovremmo pure condannare l’ossimoro della ‘lotta nonviolenta’ per la pace. Per i paladini anti bellum, termini come ‘pandemia’, ‘malattia’, ‘contagio’, ‘emergenza’ dovrebbero essere sufficienti al vocabolario del lessico, per descrivere questi giorni e il nostro impegno a debellare (ecco che ricado nel termine ‘guerra’) le cause di questa tragica parentesi della nostra vita.

Pandemia, malattia, contagio, emergenza sono tutti sintomi non sono le cause; la lotta intrapresa è appunto la guerra alle cause, che devono essere combattute, e quando si combatte si conduce una guerra, non il corpo a corpo della lotta, ma in questo caso con le armi della ricerca e della scienza. Allora anche l’uso del termine ‘armi’ a proposito di scienza e ricerca è inopportuno per i suoi rimandi. Il nemico va sconfitto, e per riuscire a sconfiggerlo bisogna combattere, che significa prendere parte attiva a una ‘lotta armata., Si combattono i virus e le malattie, è una guerra che non deve turbare gli animi troppo sensibili, perché si conduce con le armi della medicina.

In questo momento i sofismi non ci aiutano, all’appello è chiamata tutta la nostra intelligenza e la nostra forza d’animo. E che ci sia qualcuno, che pensa di vivere in un paese di sottosviluppati che non sanno attribuire significato alle parole a seconda del contesto in cui vengono usate, mi preoccupa molto di più dell’uso della parola guerra.
Il concetto di guerra non è la sua rappresentazione, non è la ‘guerra di religione’, come non è i ‘conflitti mondiali’. I significati sono quelli che noi attribuiamo alle parole nella costruzione della realtà, nella narrazione che ne facciamo. Adesso non si racconta di guerra ma semmai di ‘peste’, quale tra le due sia la peggiore nella portata semantica ed evocativa, nella diffusione del terrore, è difficile da stabilire. Comunque non si sente incrociare di spade o esplosioni d’armi, è invece un fiorire di citazioni dalla Tebe di Edipo al Decameron, da Manzoni a Camus, fino a Cecità di José Saramago.
In altre parole, più che nutrire spiriti belluini, questa guerra aiuterà qualcuno a farsi una cultura.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

DI MERCOLEDI’
Quando al mercato incontri Renzo Tramaglino

Al mercato del mio paese oggi la gente è poca: colpa del vento insolitamente sferzante e fastidioso? Oppure del coronavirus, pronuncio la parola tutta d’un fiato così la esorcizzo.
Fatto sta che i banchi dei venditori, privi di copertura per le intense folate, sembrano un po’ surreali così esposti alla luce e con una mancanza totale di intimità. Se ne crea sempre, tra acquirente e venditore, nella penombra del tendone, spesso il cliente abituale condivide con chi gli riempie le sporte di frutta e verdura un piccolo lessico famigliare pieno di sottintesi del tipo ”Dammi il solito mezzo chilo”, oppure, dall’altro lato del bancone, “Ho finito quello dell’altra volta, ma questo è ancora più buono”.
Così  incontro meno esseri umani, ma scambio due chiacchiere si può dire con tutti. E’ così che porto a casa un bel po’ di complimenti. Saranno almeno tre le persone che, non vedendomi da tempo, si deliziano nel trovarmi “sempre uguale”. “Sei già in pensione?”, è la prima domanda, quella rituale che mi inchioda all’età che ho e che mi viene rivolta dai quasi coetanei, quelli che già se la (s)passano a casa dal lavoro. Seguono le precisazioni sulle rispettive date di nascita.
Anche oggi mi sono sentita raccontare  i dettagli dell’altrui pensionamento. Mi è venuta in mente, allora, una delle pagine finali de I promessi sposi, quando il narratore svela che è Renzo la fonte di tutta la storia, che l’ha raccontata in giro a molti e l’ha anche ‘tenuta piuttosto lunga’. Non è dunque il manoscritto ritrovato del ”buon secentista” la fonte originaria del libro, ma è stato Renzo a raccontare in giro le proprie avventure, “e tutto conduce a credere che il nostro anonimo l’avesse sentita da lui più d’una volta”. E così, come faccio notare agli studenti nel lavoro in classe, eccoci arrivati al penultimo capitolo col suo doppio colpo di scena: da una parte scopriamo il narratore numero uno, Renzo, che scalza lo scrittore anonimo del Seicento (ora al secondo posto) e manda addirittura in terza posizione il nostro narratore, quello che ha avuto a che fare con noi per tutte le pagine del romanzo e che ci ha spesso strizzato l’occhio mentre srotolava la storia facendoci sapere molte più cose rispetto ai personaggi.

”Ma quanti sono in definitiva quelli che hanno raccontato questa storia, profe?”. “Contali, sono tre. Tre che è il numero perfetto ed è un numero altamente simbolico.”.
Secondo colpo di scena del Manzoni: risaliamo alle origini di questo racconto che definiamo romanzo e ci accorgiamo che sono le stesse dell’epica: come nel racconto epico, anche qui avviene il passaggio dalla oralità alla scrittura. Ancora, possiamo spingerci a paragonare Renzo agli aedi che nelle corti dei re andavano narrando  le imprese degli antichi eroi greci, e analogamente mettere Manzoni nei panni di Omero che nell’VIII secolo a.C. ha fissato per sempre quei racconti con la parola scritta. Che potenza ha la scrittura!

Ah, stavo dicendo che la mia ultima interlocutrice la tiene lunga con la storia del suo pensionamento e intanto la mia mente ha cercato rifugio in una maliziosa analogia con i racconti di Renzo. E allora riprendo contatto con questa signora dalla voce squillante nel momento in cui ha finito di narrare le sue vicende e si è messa a vaticinare sul mio delizioso futuro di pensionata, quando toccherà anche a me. E non manca molto.
Intanto, qualche tempo ancora ce l’ho per essere ‘sempre uguale’, per continuare ad insegnare la letteratura italiana. Mentre cammino verso casa, decido di approfittarne: il “non cambi mai” che mi è stato detto prima sprigiona dentro di me una seconda analogia tentatrice. Mentre apro la porta di casa il cuore mi si apre alla speranza che anche nel mio studio ci sia una foto (grandi ritratti alla parete non ne ho) in cui si siano riversate tutte le rughe del mio viso, tutte le pieghe del collo… Come ne Il Ritratto di Dorian Gray, dove Oscar Wilde vede la bellezza come “la meraviglia delle meraviglie”. La giovinezza di Dorian è il bene più prezioso da preservare: è il suo ritratto a farsi vecchio al posto suo, a riprodurre il passare del tempo e i segni lasciati dal vizio. Lui resta bellissimo ed affascinante per lunghi anni, fino a quando si sente estenuato da una vita dedita ai piaceri e nel disperato tentativo di ‘diventare buono’ uccide il proprio ripugnante ritratto. La fine è nota e comunque non va svelata per omertà verso gli altri lettori.

Arriviamo alla fine anche del mio racconto, al quale manca la suspense del Dorian Gray, e meno male perché alla mia foto devo dare solo una controllata, senza bilanci così funesti sul mio vissuto. Alla prima occhiata non mi sfugge che la mia figura di ventenne vestita di rosso è rimasta intatta. Ok, sono tornata di nuovo in situazione.
Mentre mi sfilo i guanti e ripongo le buste della spesa, penso a Renzo. E’ pur vero che con lui gli umili hanno fatto il loro ingresso trionfale nella narrativa ottocentesca, ma non esageriamo. Quanto a Dorian, ho poco da spartire con la sua visione della vita, però in tutti questi anni è stato un piacere conoscerlo. Penso al bene che mi ha fatto e mi fa la letteratura. Oggi l’ho rivisitata con leggerezza, ‘affibbiando’ alla conoscente che mi adulava il confronto con Renzo e alla mia persona il sortilegio che lega Dorian al proprio ritratto. Quanto mi sono divertita.

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Dal Trecento a oggi “Dagli all’untore!”

E’ triste riconoscerlo e ammetterlo, ma abbiamo bisogno di trovare qualcuno su cui scaricare tensioni sociali, paure, sospetti per crearci un’immagine mentale di sicurezza, certezza, razionale spiegazione degli eventi e per raggiungere l’illusione di poter controllare tutto ciò che ci spaventa e disorienta, l’imprevisto, il minaccioso.
Lo dimostrano i fatti ed è una cupa lettura di ciò che avviene ora come un tempo: la nostra società civile, progredita, evoluta, ha necessità di scaricare le stesse tensioni, gli stessi spettri, le stesse ombre del passato. Adesso come allora. Ecco a cosa servono gli ‘untori’. Gli untori costituiscono un forte riferimento a cui ci aggrappiamo per spiegare quella parte di realtà scomoda, oscura e inafferrabile che incombe come un’ombra nelle nostre proiezioni. Un tentativo di rendere spiegabile e quindi rassicurante, ciò che così non appare e quindi ‘nemico’.

‘Untori’,era il termine usato nel Cinquecento e Seicento per indicare chi additato come diffusore di morbo e pestilenza attraverso unguenti venefici e malefici interventi umani e sovraumani che procuravano sofferenza diffusa, desolazione e morte. Già nel Trecento esisteva questo deleterio atteggiamento di sospetto e accusa nei confronti di un ‘nemico’, individuato nello specifico nelle comunità ebraiche, accusate di diffondere la peste. Tra il 1347 e il 1351 la grande ondata di peste nera portò a scaricare sugli ebrei la colpa di aver avvelenato i pozzi d’acqua oltre che aver compiuto sacrifici rituali e sconsacranti. La comunità ebraica fu espulsa definitivamente dalla Francia e dall’Inghilterra e, costretta alla diaspora forzata, si diresse prevalentemente a Oriente, verso i territori polacchi dove mancava una classe media. Nel 1536, a Saluzzo, venne accusato un gruppo di 40 persone, sospettate di aver diffuso la pestilenza con un unguento applicato agli stipiti delle porte e con polvere da spargere sui vestiti delle vittime. Uno tra i numerosi episodi che popolavano le cronache giudiziarie delle epoche passate.

Tra il 1629 e il 1631 una nuova ondata di peste si diffuse in tutta Europa, decimando con particolare virulenza la popolazione dell’Italia del Nord, in particolare Milano. Un’epidemia che si propagò per l’evidente e inconfutabile stato di povertà e privazione in cui versava il popolo dopo anni di carestia e guerra, condizioni favorevoli per ogni sorta di ricaduta. Che siano stati i Lanzichenecchi, scesi dal Nord, a dare l’avvio a quel ‘castigo divino’, sembra essere una notizia ragionevolmente accreditata, come pure sembrano accettabili le giustificazioni di una scarsa, se non assente osservanza delle misure di prevenzione necessarie al caso, a scatenare la ‘morte rossa’. Cumuli di cadaveri, pire perenni nelle strade, aria maleodorante di morte e impotenza, lazzaretti pieni all’inverosimile sono l’immagine di quel tempo sospeso tra il delirio e l’incapacità di affrontare la tragedia, imprigionati com’erano tra pregiudizio, superstizione e sbigottimento davanti a un’ecatombe immane che superava ogni scibile sapere.
I monatti, coloro che avevano l’incombenza di trasportare i cadaveri delle vittime di peste fuori dai centri abitati, furono accusati di lasciare intenzionalmente le vesti infette per le vie delle città, seminando terrore e morte dove c’era già tanto dolore. Inquietanti figure che popolavano l’immaginario collettivo accrescendo il clima di oscurantismo che gravava sulle popolazioni, alimentando pregiudizio, paura e rabbia. Le pagine che Alessandro Manzoni ha riservato a questo scenario rimangono indimenticabili e preziose testimonianze. In un dispaccio proveniente dalla Spagna, firmato da re Filippo IV, si informava il governatore che quattro spie francesi, sospettate di pratica di contagio erano fuggite da Madrid e potevano essere giunte a Milano. Questo generò un clima di diffusa ‘caccia all’untore’, con varie inchieste che finirono nel nulla. Tranne che nel caso di Giangiacomo Mora (barbiere) e Guglielmo Piazza (commissario di sanità), accusati dalla popolana Caterina Rosa come untori e condannati a morte per supplizio della ruota, dietro confessione estorta su tortura. Manzoni ricostruisce l’ignobile vicenda giudiziaria nel suo saggio storico ‘Storia della colonna infame’. Come monito, fu eretta la ‘colonna infame’ sulle macerie dell’abitazione di Mora e solo nel 1778, questa silenziosa testimone di ingiustizia a carico dei giudici anziché dei condannati, fu abbattuta. Nel Castello Sforzesco di Milano è conservata una lapide che reca in latino una descrizione della pena inflitta.
Andò molto meglio a tre giovani francesi che, si legge nelle cronache dell’epoca, furono scorti nell’atto di toccare con mano il marmo del duomo, furono condotti al palazzo di giustizia dalla folla scatenata e qui fortunatamente scagionati e liberati.
Altri episodi analoghi popolano racconti e testimonianze del tempo: testimoni giurarono di aver visto persone che ungevano un’asse di legno e suppellettili, imbrattando anche i muri di una sostanza giallognola, e venne accusato un vecchio mentre spolverava una panca in chiesa. Trascinato in carcere, con tutta probabilità morì di percosse.

Una spaventosa ondata di psicosi collettiva sembrava aver spazzato via ogni segno di civiltà e ragionevolezza. Molti medici, coloro che dovevano rappresentare la scientificità degli eventi con causa-effetto, cominciarono essi stessi a confermare la veridicità degli ‘untori’ e si afferma che forse lo stesso cardinal Borromeo non fosse del tutto convinto dell’estraneità di queste figure emerse dall’immaginario popolare. L’unica parvenza di scientificità, ammesso che la si possa annoverare nei casi, fu l’apparizione di due comete (1628-1630) a cui fu attribuita la causa del grande contagio.
Oggi sorridiamo davanti a tutto questo, ma perdiamo di vista il rischio, sempre presente nell’animo umano, di ricadere nel pregiudizio e nella faciloneria con cui liquidiamo quegli eventi che meriterebbero ben altra analisi. La cronaca è piena di esempi e più veniamo a contatto con la diversità, più ci arrocchiamo su difensive di questo genere. Leggiamo di allarmismi riguardo il caso della piccola Sofia, deceduta all’ospedale S. Chiara di Trento per encefalopatite malarica, dovuta a presunto contagio. La presenza nello stesso ospedale di quatto membri di una famiglia proveniente dal Burkina Faso, in cura per la stessa patologia, ha dato l’avvio a un dibattito ben presto strumentalizzato e tradotto in conclusioni spesso oscurantiste, in quella parte dell’opinione pubblica che non ha mai smesso di gridare “dagli all’untore!”

Il collegamento al problema infettivologico e allo spauracchio della ‘pericolosità sanitaria’ dell’immigrato è un innegabile pretesto per ribadire atteggiamenti di diffidenza e rifiuto di chi avvertiamo come estraneo e quindi nemico. E’evidente che il tema del contagio non è il principale problema del fenomeno migratorio, ma un buon motivo per ‘distrarre’ da una reale attenzione all’accoglienza. Abbiamo informazione, medici preparati, ospedali pronti a ogni evenienza, specialisti, studiosi e analisti dei fenomeni, e soprattutto tanta Storia alle spalle, che dovrebbe averci lasciato qualcosa. Auguriamoci che prevalga quel senso civico di equità sociale che dovrebbe ormai caratterizzarci e ci permetta di veicolare un corretto e onesto messaggio lontano dalla fuorviante e sterile caccia agli untori.

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