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L’ascolto come espressione della nonviolenza:
i diari di Tiziano Terzani

 

Un’idea di destino è una raccolta di scritti tratti dai diari degli ultimi vent’anni di Tiziano Terzani. È l’ultimo grande dono che la moglie, Angela Staude, ha voluto condividere. Invito a leggerlo e insieme a leggere e rileggere anche altro di Terzani.

Tiziano Terzani, Un’idea di destino : diari di una vita straordinaria, Longanesi, 2014

Qui abbiamo la possibilità di uno sguardo più intimo, che mette in moto pensiero e sentimento assieme. Siamo introdotti ai viaggi che Tiziano ha compiuto nei luoghi più pericolosi e sconosciuti del mondo e dell’anima. Un piccolo esercizio che Terzani ha proposto in un momento importante della vita sua e dei suoi cari: “Niente succede mai per caso. Se siamo qui deve esserci motivo. Vedere come ognuno di noi ha una ragione di esserci e rintracciare che cosa ci ha portato qui è un bellissimo esercizio di umiltà e d’ammirazione per quell’’Intelligenza’ che tiene assieme il mondo.” È un esercizio che si raccomanda anche a chi su quest’intelligenza mantiene forti dubbi.

Tiziano Terzani e Angela Staude
Tiziano Terzani e la moglie Angela Staude

 

“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo”, ci ricorda Dietrich BonhoefferE ad ascoltare, vedere, sentire, interpretare, Terzani era bravissimo, dovendo poi riferire, secondo la prepotente vocazione che lo caratterizza. La sua è una straordinaria applicazione delle sette regole d’oro dell’arte di ascoltare (qui), ricordate da Marianella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé…

Monumento Aldo Capitini
Monumento Aldo Capitini

Aldo Capitinimi ha insegnato (è il motto dei suoi centri di orientamento sociale) che chi può parlare ascolta più profondamente e molto profondo è l’ascolto di Terzani che sente il dovere di riferire su quanto ha direttamente sperimentato.
Anche a noi è dovuto servizio di ascoltarci profondamente. Già ne L’ultimo giro di di giostra a questo particolare ascolto Terzani ci aveva introdotto. Il diario lo approfondisce ulteriormente. È un ascolto che accompagna nelle esplorazioni di paesi vasti e sconosciuti (a me totalmente Usa e India), in percorsi tra scienza e religione, salute e malattia, medicina e guarigione, tra mondo che sta fuori e mondo, non meno misterioso e decisivo, che sta dentro.

Ci passano davanti vent’anni, dai primi anni Ottanta ai primi del Duemila, nei quali molte speranze di una società migliore e più giusta sono ricomparse; magari in nuova veste, e assieme ricadute, dentro e fuori d’Italia. I diari si aprono con l’espulsione dalla Cina, un Paese molto amato da Terzani e ci accompagnano in Giappone, Thailandia, Birmania, Urss, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan – e qualcosa ho di certo dimenticato – e anche negli Usa, per curarsi dal cancro, e passaggi in Italia, dove trascorrerà gli ultimi tempi. Gli stessi vent’anni terribili anche per chi non ha viaggiato. Già qui moriva la repubblica negli anni ‘70. Un poeta Mario Luzi se n’era accorto (in Al fuoco della controversia, Milano, Garzanti,1978).

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

È un’agonia che non sembra terminare mai, considerato anche la bassezza e volgarità che hanno caratterizzato la campagna elettorale appena conclusa. Nei diari si coglie proprio in un suo passaggio in Italia nel 2001 tutta l’indignazione e la tristezza per le condizioni in cui la democrazia e la convivenza sono precipitate nel nostro Paese e la tentazione di tornare ad occuparsi di politica; mentre è nel pieno di un suo percorso di ricerca spirituale sulle pendici dell’Himalaya, non più Tiziano Terzani, ma Anam, il Senza nome. Ancora una volta è completamente immerso nella sua esperienza come quando, “cinese”, si chiama Deng Tiannuo. È una tentazione alla quale fortunatamente non resiste regalandoci le Lettere contro la guerra, preziose nel momento in cui non solo Oriana Fallaci con La rabbia e l’orgoglio (titolo più appropriato sarebbe stato L’odio e il rancore) ma molti intellettuali sostengono e incoraggiano, dentro e fuori d’Italia, la vendetta americana nella disastrosa guerra afghana dopo l’11 settembre. Sono lettere ancora e sempre basate sulla presenza nei luoghi, nonostante il disagio, la malattia, i pericoli. Dello svilupparsi dell’estremismo islamico e delle responsabilità nell’alimentarlo in ogni modo da chi ora ne vuole l’annientamento, e invece lo rafforza, aveva da anni documentato l’ascesa.

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

Perché Terzani è uno straordinario giornalista, penetrante, documentato, sincero. Questo gli ha permesso di divenire un “permanentista”, secondo l’invito che l’orientalista Giuseppe Tucci gli aveva rivolto. I suoi primi articoli o rapporti mostrano le sue doti veramente straordinarie e precedono il mestiere di giornalista iniziato nel ’70 ne Il giorno di Italo Pietra e Giorgio Bocca (niente a che vedere con il giornale che di quell’esperienza ha mantenuto solo il titolo).
Ho ritrovato i suoi articoli su l’Astrolabio, la modesta, straordinaria pubblicazione, diretta da Ferruccio Parri, nata quindicinale il 25 marzo 1963, già settimanale quando Terzani comincia a scriverci nel ’66 e tornato quindicinale quando Terzani smette alla fine del ’70. Spesso i suoi pezzi ne ispirano le copertine, a partire dal primo Rapporto dal Sud Africa: Natale negro del 25 dicembre 1966. Ricordo bene l’attesa e il piacere della lettura dei suoi articoli, una lettura proseguita poi sul Giorno e quindi su Repubblica e l’Espresso, non ahimè sul Corriere. Ho ritrovato su Astrolabio anche due articoli di Alberto Angela del 1969 e mi rammarico di non avere mai letto suoi libri. Vedrò di colmare questa lacuna.

Se il periodo de l’Astrolabio è quello delle idee belle e chiare, che permettono di capire i problemi e di individuarne le soluzioni, gli anni dei diari sono quelli della disillusione a partire dalla Cina, che si rivela non il paradiso che lo studente Terzani aveva creduto (e con lui molti altri) ma l’inferno per i lavoratori e per la grande maggioranza dei cinesi, mentre lo slogan Servire il popolo si trasforma in Arricchirsi è glorioso. Così la tragedia della Cambogia e i deludenti esiti della guerra di liberazione del Vietnam, la situazione degli altri Paesi orientali molto amati e frequentati da Terzani non sono certo incoraggianti. Un Terzani che preferisce Mao a Gandhi al termine del suo percorso ha mutato pensiero, con la capacità di dirlo in modo netto e senza che questo tolga valore alle cose dette e scritte prima, che mantengono le positive caratteristiche di cui si è detto. Rilette ci dicono di possibilità diverse che non hanno avuto sviluppo, introducono a osservazioni più approfondite, sono esperimenti con la verità, secondo la bella espressione gandhiana, utili a spezzare pregiudizi, compito più difficile che spezzare l’atomo, ammonisce Einstein. Qualche disillusione avrebbe (avremmo) potuto risparmiarcela considerando che “Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto”. Non è Gandhi, è Marx, citato da Camus.

Mahatma Gandhi
Mahatma Gandhi

Il giornalista Terzani si volge al saggio, al piacere del racconto, a una scrittura, che meglio renda l’incerto mondo intravvisto al di là delle apparenze, pur tra ciarlatani, truffe e pure superstizioni, come in Un indovino mi disse. Proprio a conclusione di quel libro sta l’incontro con John Coleman, il meditatore della Cia, maestro di vipassana che gli consegna qualcosa di più di una tecnica (posso confermare che al termine di una seduta ben condotta la lettura della Lettera ai Corinti è particolarmente bella). La meditazione, in varie forme, lo accompagnerà nell’incontro con la malattia implacabile, occasione di svolta radicale di cui riferisce ne L’ultimo giro di giostra. Con Lettere contro la guerra sono questi i libri che aggiungono a La porta proibita, In Asia e Buonanotte signor Lenin, tutti realizzati nel periodo coperto dai diari.

Dalla lettura a me sono giunte diverse suggestioni, anche molto personali, sulla malattia, la vecchiaia, nei rapporti, e nella loro difficoltà, con le persone più care. La sua ricerca spirituale, la sua visione mi ha ricordato Capitini e la compresenza, termine che ha sostituito il Dio senza nome di primi scritti: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.” Non mi pare di aver trovato traccia di contatti, come invece per Balducci, La Pira, Spini, Ceronetti, a vario titolo in rapporto con Capitini. Né so se abbia avuto contatti con un altro “viaggiatore leggero” Alex Langer, (leggi anche qui) con il quale pure riscontro affinità, stremato fino a morirne dallo scavalcare muri e fossati, che dividono i popoli, dal costruire ponti e rapporti, contatti rispettosi delle differenze. Così mi pare Tiziano Terzani, cinese e poi indiano, ma sempre e più profondamente “fiorentino, un po’ italiano, europeo”, di un’Europa che sappia accogliere culture diverse, nella convivenza pacifica, accogliendone anche i portatori.
L’esperienza profonda dell’Advaita, della Nonseparazione, non lo ha reso indifferente alle sorti dei suoi simili; se mai lo ha reso più sensibile alla “orribile meraviglia che è la nostra razza: l’umanità”.

Alex Langer
Alex Langer

L’esercizio che ho proposto all’inizio è l’avvio dei suoi appunti per il discorso del matrimonio della figlia (l’ultimo in pubblico, nel 17 gennaio del 2004). Più avanti leggiamo: “Mai il mondo si è trovato dinanzi a scelte più drammatiche. Noi, gli umani, siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione. In nome della civiltà il mondo occidentale, guidato da una superpotenza che non ha ancor imparato la lezione della Storia – che tutte le superpotenze sono transitorie, impermanenti, effimere come ogni altra cosa -, sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia ai trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto per la protezione dell’ambiente. In un mondo così instabile occorre che le sue componenti fondamentali siano salde.

L’umanità aveva lavorato con enormi difficoltà, dopo le due più catastrofiche guerre del secolo scorso, per rendere illegale la guerra, e trovare altri modi di risolvere i conflitti internazionali, al punto che molti Stati hanno incluso questo principio nelle loro costituzioni. Oggi la guerra è tornata ad essere un fatto accettato. La guerra non è più un tabù non soltanto per coloro che hanno deciso di romperlo, ma – fatto ancora più inquietante – per i tanti cosiddetti intellettuali, diventati lacchè dei potenti, che provano gusto a lodare la guerra; o per quelli che si servono della guerra e in nome del realismo godono della sconfitta di quelli che continuano a credere nella possibilità della pace. Per loro il pacifismo è una degenerazione dell’uomo, di cui dicono che è bellicoso per sua natura, che sempre è stato e sempre sarà violento. Ma vi prego, vi prego, riflettete su tutto ciò e rendetevi conto che non c’è futuro nella violenza. Vi esorto a educare i vostri figli alla nonviolenza, a educarli al rispetto alla vita, a tutta la vita…”

Sì la nonviolenza: apertura al vivente, alla sua esistenza, alla sua libertà, al suo sviluppo. La nonviolenza è il punto di applicazione più profondo per il sovvertimento di una realtà inadeguata. Così a Verona un mese fa nel giorno della Liberazione abbiamo detto che oggi Resistenza è Nonviolenza, Liberazione è Disarmo. Non saremmo dispiaciuti a Terzani, purché poi ci comportassimo coerentemente.

Questo articolo è già apparso su ferraraitalia con altro titolo il 28 maggio 2014

GRANDI OPERE e ALTA VELOCITÀ:
trionfa la finanza e l’oligarchia industriale

Nella vita mi sono occupato soprattutto di trasporti e mobilità essendo stato ferroviere; ho imparato che anche guardando il mondo e la società da un settore molto parziale è impossibile non confrontarsi con le politiche economiche e sociali sia nazionali che globali. À

Assieme ad amici e colleghi abbiamo vissuto i grandi cambiamenti avvenuti negli anni ‘90 che hanno visto affermarsi il modello TAV sia nei trasporti che nell’economia italiana; non abbiamo potuto fare a meno di constatare che quei profondi cambiamenti andavano assieme ad una ristrutturazione del mondo del lavoro ed a politiche che favorivano spudoratamente gli aspetti finanziari e gli interessi di una oligarchia industriale in crisi che trovava nell’invenzione dell’idea delle ‘Grandi Opere” – spesso sovradimensionate o inutili, molto diverse da quelle che hanno interessato il periodo precedente – una via sicura ed efficace di finanziarsi direttamente da risorse pubbliche.

Abbiamo constatato come la progettualità trasportistica stava passando dalle istituzioni pubbliche direttamente nelle mani delle grandi imprese collegate al sistema bancario, dove il ruolo politico diventava semplicemente quello di coordinamento e facilitazione per i desiderata del sistema privato.

La triste anomalia vista nel mondo dei trasporti era ed è solo un pezzo di una progressiva ristrutturazione economica generale; logiche simili  sono attente solo a garantire che crescita e profitti non trovino ostacoli, nemmeno quelli imposti dai limiti di un pianeta finito.

Nei decenni passati, le crisi e le catastrofi (terremoti, inondazioni, frane…) sono state sempre occasione non per risolvere i problemi, ma per smantellare pezzi di un sistema di welfare e di gestione del territorio al servizio della collettività; non che prima dell’era neoliberista fosse il paradiso, tutt’altro, ma negli ultimi decenni l’assalto dell’oligarchia è stato violentissimo.

La conferma la vediamo dalla gestione della crisi creatasi con la sindemia da covid-19; tutto pareva non dover essere come prima, ma purtroppo le speranze si sono trasformate in incubo.
Tutto il panorama politico si è piegato ai diktat degli interessi dell’élite lasciando increduli anche i più tenaci sostenitori del voto al ‘meno peggio’; le istituzioni ormai sono vuoti simulacri, il cosiddetto ‘governo dei migliori’ ha imposto la sua agenda senza alcun dibattito. Solo qualche raro mal di pancia e una falsa opposizione di destra.

Stanno nascendo le ‘riforme’ che vuole l’Europa e un programma di investimenti che, se non è scritto direttamente dalla Confindustria, certamente ne accontenta gli istinti più profondi.

Qua non si tratta di ideologia, ma dell’osservazione empirica di cosa accade anche a livello locale. Nella Toscana in cui vivo la politica del Partito Democratico – e di una opposizione che si lamenta solo di come si tutelino troppo poco gli interessi delle imprese – incarna perfettamente lo spirito di questo tempo.
Nei mesi passati, nelle sale della Regione Toscana si sono susseguiti intensi incontri tra politici, esponenti di Confindustria e fondazioni bancarie: lì si sono decise le sorti dei fondi del PNRR previsti, alla faccia della tanto sbandierata ‘partecipazione’.

In questo quadro di restaurazione sociale ed economica, la cosiddetta ‘transizione ecologica‘ non è solo un vuoto bla-bla-bla, ma una ghiotta occasione per mettere le mani su un gruzzolo fornito – poco generosamente – dall’Unione Europea. Che molti di quei soldi diventino in futuro debito pubblico non interessa, bene trasformare subito il malloppo in profitti e lasciare poi che siano i cittadini a ripagare i debiti. Intanto si prendono i soldi, poi ci rimprovereranno che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Che la transizione ecologica si trasformerà in distribuzione a pochi di risorse pubbliche, lo si vede guardando ai progetti messi in campo: la “mobilità sostenibile” prevista è smentita dalla scelta di grandi progetti di alta velocità.

Sono progetti che richiedono lavori imponenti, soprattutto la linea prevista a sud; ci si affida alla retorica del trasporto su ferro, ma non si fa mai il calcolo di quanta CO2 viene prodotta nello scavare gallerie, nel fare grandi colate di cemento e nel consumo energetico per raggiungere alte velocità.

Basta una spolveratina di verde per rendere tutto ‘sostenibile’.

Che poi la maggior parte del trasporto su ferro sia su brevi e medie distanze, cioè per i pendolari, è cosa che si ignora da decenni e niente cambia in questa presunta transizione.

Non ci si vuol nemmeno ricordare che oggi le grandi infrastrutture sono uno dei comparti dove si creano meno posti di lavoro, ma si presentano questi mega progetti come meccanismi di redistribuzione di ricchezza. Niente di più falso: come ci insegnava l’ “ingegnere comunista” Ivan Cicconi [Vedi qui] le grandi opere inutili sono un keinesismo a rovescio, per i ricchi, non per i poveri.

Alla fine di settembre si è tenuta a Genova una sessione del G20 dedicata alle infrastrutture, dove la retorica è grondata doviziosamente. Si è ancora inneggiato al ‘modello Genova’, con cui è stato ricostruito il ponte crollato sulla città, da applicare a tutte le opere previste, nonostante le forti critiche di tanti movimenti, esperti e anche del presidente dell’ANAC.

Per contro,  del disastro infrastrutturale dovuto alla grave carenza di manutenzione non si parla più.
Anzi, il colosso delle costruzioni Webuild (nuovo nome della Salini Impregilovuole accaparrarsi anche la manutenzione di tutte le strade italiane; si rafforzerebbe un monopolio privato, distruggendo un gran numero di piccole imprese che oggi garantiscono il servizio, anche se in maniera insufficiente.

L’emergenza in cui viviamo ha consentito che nel DL 77/2021, all’articolo 44, si prevedessero “semplificazioni” tali da potersi definire deregolamentazione degli appalti e dei processi di approvazione dei progetti.
Nessuno vuol vedere che molti cantieri non sono fermi per la burocrazia, ma per gli errori progettuali dovuti a insufficienti controlli.

Il 30 settembre – il giorno dopo l’incontro tra il governo italiano e Greta Tunberg – un gruppo di qualche decina di giovani ambientalisti a Milano ha provato a fare un presidio al passaggio di Draghi; immediati i manganelli si sono levati in risposta per disperdere i pacifici ragazzi.
Sarà bene ricordare cosa ci dicevano persone come André Gorz e Alex Langer: se non accompagniamo la conversione ecologica con profondi cambiamenti sociali andremo verso una triste forma di ecofascismo.

Qua pare che di ecologico ci sia molto poco, forse ci rimane solo un nuovo fascismo.

Nota: questo articolo è uscito il 10.10.2021 sulla rivista online La Città invisibile dell’associazione perUnaltracittà di Firenze.

PER CERTI VERSI
Per Alex Langer

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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PER ALEX LANGER

Un quarto di secolo
Sembra ieri
Sembra una vita
Un altro secolo
La tua dipartita
In un cielo di Tiepolo
Il tragico conflitto
Tra ciò che vogliamo
e ciò che riusciamo
A compiere

DOPOELEZIONI Oggi come nel 1946: “Ascoltare e parlare”.
Serve una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città

Con un bell’intervento di Francesco Monini [leggi qui] si è aperto sul “dopo elezioni” con
contributi interessanti. Consapevole del rischio di ripetere cose già – e meglio – dette, provo a scrivere qualcosa. A me pare – nel mondo, in Europa, in Italia, in Emilia Romagna evidente e conclamata – la crisi della democrazia rappresentativa e dei suoi istituti. Mi sembrano sempre più chiare tendenze naziste delle quali ha scritto l’amico Giuliano Pontara nel suo L’antibarbarie, pubblicato nel 2006, e riproposto, aggiornato ed ampliato lo scorso anno. Sia della prima che della seconda edizione ho curato la presentazione, con Pontara, a Ferrara. Ne consiglio la lettura.
La mia esperienza è limitatissima, la mia riflessione modesta. Praticamente non mi muovo da questa piccola città, alla periferia dell’Impero. I problemi però ci vengono però a trovare. Impossibile non vederli anche per un vecchio. Quello che accade perciò non mi meraviglia. Ci avevano avvertiti, negli anni Settanta, un poeta e un socialista. Un ultimo avviso nei primi anni Novanta ce lo aveva dato un nonviolento, amico del vivente. Mario Luzi era stato dettagliato:
“Muore ignominiosamente la repubblica. / Ignominiosamente la spiano / i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti. / Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto. / Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani, / si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli./ Tutto accade ignominiosamente, tutto / meno la morte medesima – cerco di farmi intendere / dinanzi a non so che tribunale / di che sognata equità. E l’udienza è tolta.”.

I guardoni bastardi, i corvi dal becco tagliente, gli orfani rissosi, gli sciacalli voraci da oltre quaranta anni continuano, affaccendati, le loro occupazioni, come prima e peggio. Già Lelio Basso aveva avvertito: “Nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello ‘proletari di tutti i paesi unitevi’, i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati. […] La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fanno e disfano quello che vogliono. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente.

Infine Alex Langer, poco prima del suo brusco congedo, aveva scritto:
“Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi, deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici mortali che sparano dal nulla […] Oggi più che mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori […] E soprattutto ripetere quel “mai più” che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra mondiale […] Bisogna che l’Europa testimoni e agisca! L’Europa può farlo, l’Europa deve farlo. L’Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo”.
.
Così la nostra Repubblica fondata sul lavoro è morta, così l’economia mondiale è controllata da un pugno di extra ricchi, così l’Europa prosegue nella sua agonia e non presenta alcuna alternativa rispetto a grandi potenze guidate da leader autoritari, razzisti, promotori di guerre. Se il quadro è questo, e le tendenze sono quelle indicate da Pontara, perché mai Ferrara non potrebbe tornare ad essere fascista? Rimpiangerà magari di non avere un capo a livello di Italo Balbo, che raccomandava che le bastonate fossero “di stile”. Sembrano ripetersi gli anni Venti del secolo passato, volti in tragedia farsesca o in farsa tragica, con in scena i personaggi che il tempo ci offre e con i quali, incredibilmente, molti amano farsi selfie, oltre a votarli. Come questo sia avvenuto e stia avvenendo lo sappiamo benissimo. William Davies in “Stati nervosi” chiama a supporto della sua analisi la ricerca storica, economica, politica, sociologica, psicologica, filosofica per dirci che siamo in preda a nevrosi contagiose.

La sua lettura ci riporta anche più indietro del secolo, a Gustave le Bon, La psicologia delle folle è del 1895: “Ogni sentimento, ogni atto è contagioso in una folla […] Il contagio è abbastanza potente per imporre agli uomini non soltanto certe opinioni, ma anche certe impressioni dei sensi […] Esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunché con il ragionamento sono espedienti familiari agli oratori nelle riunioni popolari.”.

Nulla di nuovo quindi: la folla diventa una grande rete neurale attraverso la quale le emozioni viaggiano da un corpo all’altro ad altissima velocità. L’uso dei social la estende e la potenzia. Efficienti untori, sovranisti e populisti, sono all’opera. Un vaccino non si trova. Già lo psicoanalista Luigi Zoja ci aveva spiegato come, morti i partiti e le ideologie, alla politica non restasse che la paranoia, un delirio cronico con convinzioni persecutorie, non corrispondenti alla realtà. Paranoici siamo un po’ tutti, ma qui si esagera, avrebbe detto Totò. Gli immigrati sono il nemico da abbattere, loro e i loro complici. È un messaggio semplice, comprensibile, di successo. Le sole cose che in politica contano.

Incapace di mutare la situazione socioeconomica, di portare libertà e giustizia tra i cittadini, il potere politico alla dimensione nazionale e locale non può che sfogarsi in potere diretto sulle persone, sulle più deboli naturalmente, ricercando tra loro consenso e complicità. Sappiamo bene dunque cosa è successo alla nostra democrazia, accidentale, in Italia e in Europa. Sappiamo anche come è successo. È successo come succede sempre.

Emily Dickinson lo ha scritto più di 150 anni fa:
Crumbling is not an instant’s Act / A fundamental pause  / Dilapidation’s processes  / Are organized Decays -‘Tis first a Cobweb on the Soul / A Cuticle of Dust / A Borer in the Axis / An Elemental Rust -Ruin is formal – Devils work  / consecutive and slow –  / Fail in an instant, no man did  / Slipping – is Crashe’s law.
Sgretolarsi non è Atto di un istante / Una pausa fondamentale / I processi di Disgregazione / Sono Decadimenti organizzati – È prima una Ragnatela nell’Anima / Una Cuticola di Polvere / Un Tarlo nell’Asse / Una Ruggine Primordiale – La Rovina è metodica – i Diavoli lavorano / Costanti e lenti – / Nessuno, si perde in un istante / Scivolare – è la legge del Crollo.

La strada per uscirne – posto che si voglia, a molti piace così – è come per il passato lunga e faticosa, come lungo è stato il processo che ci ha portato a questo punto. Quando le cose crollano occorre ricostruire. Qualche buona pietra, nella Costituzione, c’è. Si può recuperare. Occorre “Una buona politica per riparare il mondo”, come si intitola una antologia di scritti commentati di Langer, alla quale ho contribuito. Non sembra alle viste.

Alla liberazione di Perugia nel 1944, Aldo Capitini, che aveva visto la fragilità delle istituzioni liberali davanti al fascismo, si era inventato i Centri di Orientamento Sociale. “Il C.O.S. è la comunità aperta. La caratteristica della comunità aperta, di contro alle società esistenti, tutte più o meno chiuse, è di essere in movimento, di non ripetere se stessa, il proprio passato, la propria tradizione, le proprie abitudini, ma di aprire continuamente se stessa […] Nella comunità aperta del C.O.S. tutti debbono avere pane e lavoro, e per questo si attua uno scambio di servizi e di aiuti, di pane e di lavoro […] Se ci si impegna a non collaborare e a lottare contro l’oppressione delle libertà di espressione, di stampa, di associazione, di religione; contro la tortura per qualsiasi ragione; contro il nazionalismo; contro lo sfruttamento capitalistico; si ha un impegno interiore che si consolida per il fatto di non subire eccezioni, di non essere sottoposto a criteri di tattica. Pur agendo nel cosìdetto mondo politico, lo si apre continuamente ad altro”.

Così Capitini scriveva agli amici intenti alla Costituzione, ma questi erano già rassegnati o consapevoli della piega presa dalla Repubblica. Su Carta intestata dell’Assemblea Costituente, 23 settembre ́46: “Caro Capitini, in un paese come il nostro, dove i CLN, i consigli di gestione, i circoli, le sezioni, se ancora esistono, somigliano già a uffici del dazio, istituire i COS obbligatori, come tu chiedi, significherebbe agli occhi dei più aumentare il numero delle istanze larvali.” Tuo, Ignazio Silone.
.
Lo stato della nostra democrazia, dei partiti, era questo nel 1946. Non è granché migliorato poi. Né hanno giovato comportamenti del ceto politico, visto con qualche ragione come ‘casta’ separata. Perfino Presidenti di Regione hanno amato chiamarsi Governatore, i Consigli regionali Assemblea legislativa, sembrando troppo modesta la dizione di legge. E un acclamato Capitano ha chiesto pieni poteri. Importante anche è non illudersi che sia passata la nottata, che l’alba sia vicina. C’è chi l’ha creduto, nel 1984, elezioni europee, quando il Pci, sulla scorta dell’emozione per la morte di Berlinguer superò la Dc, raggiungendo il 33,33%. O nel 2014, sempre alle elezioni europee, quando il Partito Democratico attinse il 40,8%. In quelle occasioni l’emotività favorì un campo che ora appare sfavorito.

Ascoltare e parlare era il motto dei Centri di Orientamento Sociale. Una politica capace di riparare i guasti del mondo e della nostra città è fatta da persone che ascoltano le paure, le ansie, i dolori, le paranoie proprie e di chi è vicino e cercano di affrontarle assieme, senza confermarle in rancore e risentimento, senza indirizzarle verso capri espiatori. Non fanno come i violenti che si dicono vittime per giustificare come autodifesa la loro violenza. Così facendo danno però una prova del peso che ha l’argomento morale nell’azione politica. Tenere conto di questo peso è della nonviolenza: apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo degli esseri. Può confortare che accurate analisi abbiano mostrato il successo delle lotte condotte con metodi nonviolenti rispetto a quelle condotte in modo violento (Ne ha scritto Antonino Drago in Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo,2010).

Continua a occuparsi dei questi aspetti Erica Chenoweth, che con Maria Stephan ha scritto Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict. La ricerca – 323 campagne violente e non violente – mostrerebbe che i movimenti nonviolenti hanno il doppio delle possibilità di creare cambiamenti sociali duraturi. Se poi il 3,5% della popolazione partecipa, il successo è garantito. Ha scritto recentemente Civil Resistance: What Everyone Needs to Know.
Mentre aspettiamo la traduzione italiana converrà darsi da fare.

IL RICORDO
Alex Langer: una vita a costruire ponti per la pace

di Daniele Lugli

Alex-Langer
Alex Langer

Forse nessuna metafora è più usata a proposito di Langer di quella del ponte. E’ nella sua biografia forse anche da prima ma, almeno, da quando, ventunenne, fonda la rivista bilingue “die brücke – il ponte”, e scrive su “Il Ponte” di Enriques Agnoletti, già di Piero Calamandrei, un lungo articolo sul Sudtirolo. E’ parso perciò naturale a un amico consigliere comunale promuovere  l’intestazione a Langer  di un piccolo ponte a Ferrara, una passerella ciclo pedonale, come già si è fatto a Bolzano.
Quello di Ferrara, più largo che lungo, scavalca un fosso, dove scorre il Gramicia, un tempo pieno di vita dove i ragazzi pescavano e facevano il bagno. Il ponticello collega alla città un grande parco che giunge fino al Po. A Ferrara c’è un Ponte della Pace su un vecchio ramo del fiume, ma molti, forse i più, lo chiamano ancora Ponte dell’Impero. Almeno quello intitolato ad Alex non avrà questo ricordo.
Lui stesso si sentiva ponte e scriveva: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”. Ponte lui stesso dunque e di ponti costruttore ovunque si è portato, viaggiatore leggero come nessun altro. Generoso costruttore per noi, lui non ne aveva bisogno: saltava i fossi per la lunga! Straordinario esempio di leggerezza, come nella lezione di Italo Calvino: “Cavalcanti che si libera d’un salto “sì come colui che leggerissimo era”. Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”. Nel salto Alex non abbiamo saputo, né sappiamo, seguirlo, ma neppure proseguire in ciò che era giusto, come ci ha raccomandato nel suo congedo. E come ci ricorda Nadia Scardeoni Palumbo presentandone un’ antologia di scritti: “Ed è dalla sua storia – se possiamo intuire la fatica del vivere separati nella casa comune – da quel suo essere una sorta di laboratorio armonico di organi propedeutici la formazione dei cittadini del mondo, che si innalza la sua creatura: il ponte, la più ardita e la più fragile delle costruzioni relazionali. Il ponte per il superamento delle diversità, degli ostacoli naturali, delle fratture anche le più violente. Ovunque le storie degli uomini sono divise e cieche di fronte al loro indivisibile destino, Alex lavora, studia, analizza, progetta, propone. Ed era un fiorire di ponti”.

Dobbiamo essere capaci di essere ponti quando ci viene richiesto e riconoscerli dove sono, per improbabili che appaiano. Alla fine del Novanta, mentre si preannunciava il crollo del regime, ci invitava a essere per gli albanesi come loro ci vedevano “dirimpettai italiani … un ponte verso tutta l’Europa”. Loro ci apparvero solo molto fastidiosi e pericolosi invasori. Nel 1991, è in Palestina-Israele, come costantemente diceva e scriveva: “Quanto più sacra la terra, tanto più aspra la contesa”, riconosceva. Ma vedeva un aspetto positivo in quello che ai più, e anche a me, pare un punto particolarmente critico: “la competizione demografica può costruire il ponte tra Israele e i Palestinesi”. Sempre in quell’anno, prima del dono del “Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica”, ha scritto: “gli immigrati che rappresentano la diretta sporgenza ed ingerenza del Sud (e dell’Est) nel nostro mondo, sono oggi anche il primo banco di prova di tutti i nostri discorsi sulla cooperazione equa e solidale e sul risarcimento, e possono diventare un importante “ponte” tra le nostre società e le loro comunità di provenienza”.

Non vuol dire che non si possa o debba prendere posizione di fronte all’aggressione. La vicenda dei Balcani è forse quella che ha più dolorosamente colpito Alex. E’ quando il ponte sembra separare il bene dal male: succede, è successo.
Calvino in “Oltre il ponte” canta: “Avevamo vent’anni e oltre il ponte/ Oltre il ponte che è in mano nemica/ Vedevam l’altra riva, la vita,/ Tutto il bene del mondo oltre il ponte…/ Tutto il male avevamo di fronte,/ Tutto il bene avevamo nel cuore,/ A vent’anni la vita è oltre il ponte,/ Oltre il fuoco comincia l’amore”.

Ma poi i ponti vanno ricostruiti e come i suoi amici della Fondazione, a partire da Edi Rabini, ricordano: “un ponte si regge su due sponde, e identificarsi con una soltanto è uno sbilanciamento esiziale, come lo è illudersi che il ponte esista ancora mentre è invece crollato”. E i ponti necessari sono tanti: “fra memorie amaramente contrastanti”, come fa Adopt Srebrenica, premio Langer 2015 o un ponte fra chi soffre e chi può imparare a condividere il dolore, secondo l’azione di Borderline Sicilia, per una fratellanza euromediterranea, premio Langer 2014.

Questo aspetto non è sfuggito a due giovani, Jacopo Frey e Nicola Gobbi, che per la loro età non hanno potuto conoscerlo, ma lo hanno studiato, ne hanno scritto e disegnato e il risultato è: “In fondo alla speranza. Ipotesi su Alex Langer”. E’ scritto nella recensione su l’Alto Adige: “Ed eccolo allora, costruttore di ponti, a ricostruire il ponte di Mehemed Pascià, un ponte ideale e simbolico che assomma il ponte sulla Drina e quello sulla Zepa, raccontati da Ivo Andrich, tanto amato da Langer. E poi ancora il ponte di Mostar e perfino compare il ponte Talvera, durante la famosa manifestazione contro le gabbie etniche e il censimento”. Li ho visti quei ponti in Jugoslavia negli anni Sessanta e non più dopo. Di quello sul Talvera ho ricordi più recenti: separava nettamente, e credo separi ancora, dal centro tedesco la zona nuova, italiana. Ci stavano miei parenti, ora scomparsi, e ancora qualche amica e amico cari. Nell’autunno del 1980, Langer, con alcuni compagni, al ponte, ferma i passanti e chiede “Italiano o Tedesco?”. Secondo la risposta li fa a passare da una parte o dall’altra del ponte, segno di una separazione persistente nella sua terra amata e ribadita dal censimento etnico.

Quanto ha puntato Alex a un’ Europa unita, ponte capace di superare ogni confine, di ogni tipo, nel continente e di promuovere diritti e unità anche oltre, a partire dal Mediterraneo. Siamo ben lontani da questo necessario obiettivo che apparve più chiaro nell’immediato dopoguerra. Anche a questo ci riporta Goffredo Fofi, introducendo “Il viaggiatore leggero”: “Piero Calamandrei fondando, a guerra appena conclusa, una rivista che si chiamava Il Ponte, il significato metaforico ma anche concreto dei ponti, da riedificare dopo le distruzioni della guerra che si era accanita a distruggerli. Ponti veri, che gli uni o gli altri avevano fatto saltare, e che dovevano mettere di nuovo in comunicazione e in commercio persone e città, culture e territori. Ponti ideali, che potessero permettere ai vinti e ai vincitori, tutti infine perdenti, sopravvissuti ai conflitti e alle stragi e cioè al dominio della morte, di ritrovare nell’incontro e nel dialogo la possibilità di un futuro migliore”.

Sempre Fofi ci ricorda “Il progetto semplicissimo e immenso di far da ponte tra le parti in lotta, che ad Alex costò infine la vita, è fallito e continua a fallire”. E’ un desiderio che l’amico e compagno Franco Lorenzoni ha visto in lui di essere ponte, di incarnare del ponte quella linea leggera che regge il peso delle pietre in virtù della sua curva, grazie all’intuizione di una forma e di un azzardo. E’ una linea che rintracciamo a fatica, ma nella consapevolezza anche che la linea non basta. Ci vogliono pietre capaci di tradurla nella realtà, di renderla effettiva e percorribile. Queste pietre siamo noi, con le nostre istituzioni, le nostre relazioni. E anche qui, con l’attenzione al dettaglio e nella sua capacità analitica, ci è d’aiuto Alex, ma c’è tanto da lavorare.
L’ha detto, ancora una volta, bene Italo Calvino ne “Le città invisibili”: “Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan. – Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano. Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? è solo dell’arco che mi importa. Polo risponde: – Senza pietre non c’é arco”.

Riprendo ancora da Fofi: “Alex Langer ha svolto una funzione di ponte in due direzioni prioritarie: quella di accostare popoli e fazioni, di attutirne lo scontro e di promuoverne l’incontro, e quella dell’apertura a un rapporto nuovo tra l’uomo e il suo ambiente naturale. E se nel primo caso, quello più determinato dalle pesanti contingenze della storia (per Alex, la guerra interna alla ex Jugoslavia), si trattava di far da ponte ma anche da intercapedine, da camera d’aria dove potesse esprimersi un dialogo assai difficile, nel secondo si trattava piuttosto di additare nuovi territori all’azione politica responsabile, allargandone il significato da città a contesto, da polis a natura”.

Il piccolo ponte che collega la città di Ferrara, patrimonio dell’Unesco per l’impianto urbanistico, a un grande parco fortemente voluto da Italia nostra (intitolato a Giorgio Bassani, che ne fu agli inizi presidente) risponde bene a questa seconda direzione. L’intitolazione di una scuola, alla quale si pensa, può richiamarsi alla prima.

L’inaugurazione è prevista per la mattina di sabato 23 aprile. Seguirà il programma dettagliato dell’iniziativa.

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