Tag: alfabetizzazione culturale

GLI SPARI SOPRA
Ulisse non aveva Facebook

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, questo dice Ulisse al canto XXVI° dell’inferno ai suoi prodi titubanti nell’attraversare le colonne d’Ercole, fine del mondo e inizio del precipizio verso il nulla in una terra piatta, sospesa nell’aere a due dimensioni. Dante (forse con rammarico), mette Odisseo nell’ottavo cerchio infernale, quello riservato ai consiglieri di frode.

Ne è passato di tempo da allora. L’uomo si sarebbe dovuto evolvere, avrebbe dovuto seguire i consigli del prode scettico, ma non è andata così. Decisamente, non tutta la specie umana ha seguito i dettami del re di Itaca.

Certo i dogmi, le religioni, le ideologie, le intemperie, lo smog, non ci hanno facilitato.

Ma come è possibile avere imboccato il secondo millennio già da una ventina d’anni ed avere alla guida di nazioni che occupano posizioni di prestigio personaggi degni della fattoria degli animali, dove, tra gli uguali, i maiali sono più uguali degli altri? Come è possibile sentire storie di complotti che negano i fondamenti della scienza, della storia, persino della geografia e doverle mettere sullo stesso piano della scienza, della storia, della geografia? Dell’antropologia? Come può Darwin non avere lasciato nemmeno una traccia?

I negazionisti, i creazionisti, i terrapiattisti, i revisionisti, i complottisti, sono tra noi, votano come noi, sono eletti, governano parti di mondo. Aiuto!

Mi sembra di soffocare stando a galla su questa sfera, sempre più piccola e sempre più affogata nella melma delle scorie dell’analfabetismo di ritorno.
Già mi immagino le schiere di adepti additarmi come sapientino, radical chic, buonista, piddino, sinistro, zecca, eccetera (a me, che mi sono diplomato al liceo, con l’aiuto degli amici dell’ultimo banco, con un misero trentacinque e due figure). Non importa: devo per forza esprimere il mio disagio nei confronti un mondo che non mi appartiene.

Non vorrei parlare troppo della pandemia e del virus in corso, per non passare, pure io, per virologo da facebook. Nel corso di questo fetido 2020 abbiamo avuto una esplosione di sapienti, informati dal cuggino, studiati su youtube, analisti da wikipedia, o profondi conoscitori delle teorie dell’esimio professor Cazzetti, luminare dei luminari boicottato dagli energumeni di Big Pharma e dai prezzolati della scienza ufficiale.

Mi chiedo (e non ho risposte), perché? Cosa spinge una parte dell’opinione pubblica ad avere per forza delle certezze su tutto, dai fatti di cronaca nera, ai virus, alla geologia, alla politica, all’ economia, alla scienza, alla cucina? Che sia un virus?

La curiosità, e la voglia di imparare e dire la nostra non fanno di noi degli esperti in ogni settore dello scibile umano. Io potrei parlarvi di Spal e di pesca con profonda cognizione di causa.

Mi sento un socratico, sono curioso e mi piace leggere, non mi piace studiare e questo è stato un limite, ai tempi della scuola tendevo a galleggiare sul pelo della sufficienza, a volte finendo sott’acqua, ma amo la lettura, sono onnivoro con una predilezione per i classici, poi politica, biografie, poesia, una volta leggevo saggi ora preferisco i romanzi. Non tutto ciò che leggo mi piace, non tutto lo capisco, poco mi ricordo, per quello cerco di leggere molto (almeno per un italiano), questo fa di me un ordinary man, parafrasando Ozzy Osbourne.

Provo fastidio nei confronti di chi copia e incolla pensieri altrui. Credo sarebbe più dignitoso per tutti noi leggere, verificare una notizia e poi magari farci un’opinione.

“Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri” diceva Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali italiani. Mi permetto di aggiungere, per gli ignoranti come me, che la cultura è pure conoscere i propri limiti, averne consapevolezza. Voler per forza dibattere su tutto e tutti, negando spesso le evidenze, fa di noi i giudici di Ulisse, senza averne la benché minima competenza.

Per leggere le altre ‘esternazioni’ di Cristiano Mazzoni nella rubrica Gli spari sopra [Vedi qui]

Quando la Cultura entra in Rete: Orizzontale vs Verticale.
Molti pericoli e una grande opportunità

Oggi la cultura ha assunto dimensioni geometriche e coordinate spaziali. Si è fatta da verticale sempre più orizzontale e i suoi fili si intersecano come nella tela di un ragno. La tela è la Rete, quella digitale, che cattura i nostri occhi e le nostre menti, nutrendo i neuroni dei nostri cervelli di virtualità, di mondi frammentati, di rimandi e distrazioni, di salti da palo in frasca.
Per qualcuno internet ci rende stupidi, perché produce una profonda mutazione del modo di funzionare del nostro cervello: dalla assimilazione alla dispersione. La frammentarietà della rete predilige la semplificazione, la superficialità del messaggio, la disabitudine alla fatica della lettura profonda, il rifuggire dalla complessità.
L’era delle TIC ha prodotto la orizzontalizzazione della conoscenza: è sufficiente cercare in rete, non occorre né risalire alle fonti né scendere in profondità. Il movimento verticale della cultura con il quale noi vecchie generazioni siamo stati formati è soppiantato dalla orizzontalità di Wikipedia e Wikiquote, di Google libri, di Europeana, di Archive e tanti altri replicanti del patrimonio di saperi accumulato dall’umanità.
La metamorfosi democratica della cultura prodotta dalla sua digitalizzazione, insieme alle luci, rivela però anche le ombre.
Non è colpa della tela di ragno che ci attira e ci cattura, tutto dipende dal modo in cui ci avviciniamo ad essa per non esserne imbrigliati.
La rete si presenta come un banchetto attraente, l’abbondanza di cibo offerto al nutrimento del sapere ci induce un senso di sazietà che in realtà occulta la sua scarsa capacità di nutrirci realmente. Il rischio è quello di sapere tutto senza capire niente. Ci illudiamo che gli ingredienti equivalgano ad una pietanza, senza dover fare la fatica di amalgamarli e di cuocerli.
Questa è la sfida che oggi hanno di fronte a sé – e hanno il dovere di affrontare – le istituzioni formative. a partire dalla scuola e dalle università, ma non solo, tutte le istituzioni culturali in generale. Affiancare all’orizzontalità della rete la profondità verticale della conoscenza. Far crescere le nostre capacità di elaborare e utilizzare le enormi potenzialità della rete, che non vanno demonizzate, ma salutate come conquista e innovazione, per questo abbiamo bisogno di metodo, di menti curate al di fuori della rete, fornite degli anticorpi necessari.
I depositari della cultura verticale, del sapere organizzato, gli atenei  e le istituzioni culturali in genere, non possono restare chiusi nella loro superiore verticalità, nelle torri d’avorio dove si confeziona il sapere, hanno la responsabilità di mobilitare le conoscenze, di diffonderle come antidoto alla frammentarietà e superficialità della rete.
Spetta a loro un accorto lavoro di divulgazione che consenta ai cittadini di maturare opinioni ‘informate’ anziché ‘informatizzate’ per partecipare responsabilmente alle scelte ‘eticamente sensibili’, al dibattito su tutte le questioni da cui dipende il loro oggettivo benessere. Dall’altra parte, la rete si nutre di presunzione, di senso di superiorità, nell’illusione di aver conquistato una dimensione orizzontale della cultura, solo apparentemente democratica, perché gli strumenti di approccio e di uso non sono per tutti gli stessi. L’inganno di una cultura che nasce dal basso perché la rete piega in orizzontale la verticalità di ogni sapere.
L’uso della cultura, che una volta demarcava le gerarchie sociali e le divisioni di classe, è stato sconfitto dalla rete. Ma la verità non è stata piegata. La verità continua ad essere quella, e non può essere decisa a maggioranza attraverso i plebisciti a cui la rete ci sta abituando.
La cultura è la nostra appartenenza, è la nostra identità, è la condizione per essere comunità, per essere individui sociali partecipi di una intelligenza collettiva. Da questo non si prescinde. Il rischio è di ridurre la cultura al suo consumo, all’usa e getta, senza soste, senza riflessioni, senza apprendimenti. Una cultura non più percepita come bene comune, come patrimonio, ma esclusivamente come un servizio.
Fin dal 2006, l’Unione Europea ha inserito la competenza digitale tra le otto competenze di base dell’apprendimento, necessarie al pieno esercizio della cittadinanza. La rete ci serve, è una grande conquista, ma non è detto che sia democratica. Come tutte le cose dipende dall’uso che se ne fa. Occorre essere attrezzati prima di tutto contro la deriva di una cultura troppo orizzontalizzata.
Gli attrezzi ce li abbiamo, a partire dai libri, che devono tornare a passare di mano in mano, dalle biblioteche, luoghi di alfabetizzazione culturale e di ‘bibliodiversità’, fino alle scuole, che devono tornare ad essere i centri della ‘cultura organizzata’, della ‘cultura della complessità’, dove si apprendono i processi di discernimento.
In questi giorni è uscito, per i caratteri della Laterza, un saggio da cui ho attinto per scrivere questo articolo è, appunto, La cultura orizzontale di Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini a cui rimando i miei lettori.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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