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Da Robin Hood a Sceriffo di Nottingham:
lo sciopero generale visto da Marattin.

 

“Le faccio un esempio: una commessa di un supermercato che durante questo periodo ha continuato a lavorare, garantendo il servizio anche quando il Paese era in lockdown, non arriva a prendere 20 mila euro lordi l’anno, la metà se ha un contratto part time. Ed avrà un riconoscimento fiscale di poco superiore ai 100 euro annui, mentre chi prende tre volte il suo reddito ne riceverà oltre 600”. (Maurizio Landini).

Luigi Marattin è un ex enfant prodige della politica italiana. Ex, perché non può più essere considerato una promessa, ma una certezza. Ferrarese d’adozione: laureatosi nella nostra facoltà di Economia, è stato assessore al Bilancio al Comune di Ferrara durante una delle giunte Tagliani, nonchè responsabile economico del PD.
Attualmente è deputato di Italia Viva, avendo seguito Renzi nella fuoriuscita dal Partito Democratico. I suoi “spiegoni” di economia e politica hanno un comune denominatore: io vi spiego le cose con numeri e dati, gli altri (se non la pensano come me) sono ignoranti o ciarlatani. L’ultimo spiegone, apparso sul suo sito e sulla sua pagina social (eccolo in versione non commentata: [Qui] ) parla (ovviamente male) dello sciopero proclamato da Cgil e Uil contro la manovra economica del governo. Stilisticamente fa un salto di qualità: Marattin si fa le domande e poi si dà le risposte. Un botta e risposta solipsista. Marattin chiede e Marattin risponde. Siccome non la penso quasi mai come lui, ma mi sono stufato di essere considerato per questo un minus habens, (da lui e dai suoi fans) ho deciso di analizzare punto per punto le risposte che lui stesso dà alle domande che lui stesso si fa.

NB: LE DOMANDE (di Marattin) SONO IN MAIUSCOLO, le risposte di Marattin in corsivo.

1) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTI GLI 8 MILIARDI ANDASSERO ALL’IRPEF.
7 miliardi su 8 (87,5%) sono stati destinati all’Irpef: un solo miliardo all’IRAP, per eliminare l’imposta a circa un milione di piccoli contribuenti (autonomi, ditte individuali, persone fisiche).

Intanto: chi ha stabilito che 8 miliardi devono bastare? “Tutti gli 8 Miliardi” è un’espressione fuorviante: perché non potevano essere 10 miliardi, ad esempio? Ci sarebbe stato più spazio per una riduzione sia dell’Irpef che dell’Irap (che peraltro serve a finanziare la sanità pubblica).

Buona parte della maggioranza di governo chiedeva di destinare all’IRAP almeno 3 miliardi, ma questa richiesta non è stata accolta.
Questo passaggio è fantasmagorico: la maggioranza voleva destinare più soldi al taglio dell’Irap, ma la richiesta “non è stata accolta”. Da chi? Da Marattin? Da Draghi? Evidentemente “la maggioranza” ha cambiato idea, a meno che Marattin non intenda che la sua illuminata minoranza – Robin Hood –  ha convinto la riottosa maggioranza – Sceriffo di Nottingham – a dargli retta, per accontentare “i sindacati”.

2) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE LE RISORSE DESTINATE ALL’IRPEF VENISSERO DESTINATE INTERAMENTE A LAVORATORI DIPENDENTI E PENSIONATI.
Il 95% delle risorse Irpef (6,6 miliardi su 7) vengono destinate a lavoratori dipendenti e pensionati.

Con le percentuali Marattin fa il mago, tanto basta cambiare il totale di partenza: adesso i miliardi, che prima erano 8, sono diventati 7. Se fossero ancora 8, la percentuale di destinazione già scenderebbe all’82%. Ma siccome “le risorse destinate all’Irpef” sono 7 miliardi, allora 6,6 miliardi destinati a dipendenti e pensionati sono la quasi totalità. Che è come dire: io (sindacati) ti chiedo di darmi il 100% di 10, tu (governo) decidi di partire da 8 e mi dai 7,5, che è il 93,5%, ma di 8, non di 10.

3) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTE LE RISORSE FOSSERO DESTINATE AI PRIMI TRE SCAGLIONI DI REDDITO.
Il 90% delle risorse Irpef viene destinato ai primi tre scaglioni di reddito, cioè i contribuenti sotto i 55 mila euro annui.

4) E IN PARTICOLARE AL PRIMO SCAGLIONE?
Al primo scaglione (i contribuenti sotto i 15 mila euro annui) vengono destinate il 16% delle risorse.

5) NON È UN PO’ POCO?
Nel primo scaglione ci sono circa 17 milioni di contribuenti.
Di questi, 10 milioni non pagano neanche un euro di Irpef.
E tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese.

Scusi Marattin: se 10 milioni su 17 “non pagano neanche un euro di Irpef”, il “tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese” è una media del pollo alla Trilussa. Esiste un modo più lineare di dirlo: ci sono 10 milioni di persone (lo scrive Marattin, non io) che guadagnano fino a 8.174 euro l’anno e non pagano Irpef (no tax area).
Poi ci sono 7 milioni di persone che guadagnano da 8.175 euro a 15.000 euro l’anno. E costoro non pagano affatto una media di 27,78 euro al mese di Irpef. Ad esempio, uno che guadagna 15.000 euro lordi l’anno, di Irpef attualmente ne smena circa 134 al mese (al lordo delle detrazioni). Altro che “mediamente 27,78 euro”(che comunque, in un successivo spiegone dello stesso Marattin, sono diventati “mediamente 13”, a proposito di certezze sui numeri).

6) AH, HO CAPITO. E NON C’ERA UN ALTRO MODO PER AUMENTARE COMUNQUE LE LORO BUSTE PAGA?
Si, e lo hanno proposto i sindacati. E cioè agire non (solo) sul cuneo fiscale (cioè l’Irpef, su cui come abbiamo visto non c’era più tanto spazio disponibile), bensì sul cuneo contributivo: cioè ridurre i contributi obbligatori che vengono trattenuti ogni mese sulle buste paga dei lavoratori, in modo da incrementare lo stipendio netto.

7) E IL GOVERNO E LA MAGGIORANZA CHE HANNO DETTO?
Che va bene.
Si è deciso di impiegare per il 2022 un ulteriore miliardo e mezzo per ridurre dal 9,19% al 8,39% il cuneo contributivo per i lavoratori a basso reddito.
A cui ovviamente si sommeranno i benefici derivanti dalla riduzione dell’Irpef.

Qui vediamo che finalmente il Governo e la maggioranza che lo sostiene sono di nuovo d’accordo – mentre prima la minoranza illuminata, come abbiamo potuto dedurre, aveva convinto la maggioranza a “dare ascolto ai sindacati”. Questo, in effetti, sembra l’unico punto sul quale c’è una convergenza tra le parti – si può discutere sulla percentuale di riduzione del cuneo, ma si sa che il meglio è nemico del bene. Il “bene”, peraltro, vale per un solo anno, il 2022.

8 ) LANDINI DICE OGGI CHE NON È GIUSTO CHE CHI GUADAGNA 20 MILA EURO RICEVA 100 EURO, E CHI NE GUADAGNA 60 MILA NE RICEVA OLTRE 600. SONO GIUSTE QUESTE CIFRE?
No, sembra proprio di no.
Dalle uniche tabelle che considerano, correttamente, non solo il beneficio derivante dalla riduzione delle aliquote ma anche quello dall’aumento delle detrazioni (Il Sole 24 Ore, 4 dicembre) vediamo che chi guadagna fino a 20.000 euro avrà un beneficio medio annuo di 193 euro, mentre chi ne guadagna 60.000 uno di 559,8.

Marattin, come “sembra proprio di no”?
Magari c’è una differenza (basata su una approssimazione numerica) con il ragionamento di Landini, ma la sostanza è proprio quella lì. Quindi, sembra proprio di sì.
Una persona che guadagna 20.000 euro l’anno ha una riduzione di pressione fiscale di 193 euro all’anno, chi guadagna 60.000 euro avrà una riduzione della pressione fiscale di 559,80 euro l’anno.
Anche prendendo per buoni i conti di Marattin, vuol dire questo: se io guadagno 1.600 euro al mese, lo Stato mi restituisce con questa manovra 16 euro al mese (un centesimo del mio stipendio). Se guadagno 5.000 euro al mese, lo Stato mi ridà 46,65 euro al mese (poco meno di un centesimo del mio stipendio).

Giudicate voi se questa restituzione è giusta, se opera una qualche forma di redistribuzione del reddito.

9) VABBÈ MA ALLORA HA COMUNQUE RAGIONE LANDINI! CHI GUADAGNA DI PIÙ PRENDE PIÙ VANTAGGI!
No, perché i vantaggi fiscali non si misurano in valore assoluto: una stessa riduzione di tasse di 10 euro non impatta allo stesso modo su chi ne pagava 20 ( = beneficio del 50%) e su chi ne pagava 1.000 ( = beneficio del 1%).

Qui il ragionamento comincia a zoppicare come un tavolo cui segano una gamba. Se abbiamo appena visto che non c’è una stessa riduzione di tasse, ma chi guadagna di più ha una riduzione maggiore, perché Marattin fa l’esempio parlando di “una stessa riduzione di tasse di 10 euro”? Se facesse il confronto sulle reali, rispettive, riduzioni, dovrebbe concludere che l’impatto, che lui chiama “beneficio”, è lo stesso. Il che, secondo me, grida un po’ vendetta.

10) AH GIUSTO. E ALLORA COME SONO I VERI BENEFICI?
Un lavoratore dipendente che guadagna 20.000 avrà un beneficio di circa il 25%.
Chi ne guadagna 60.000, di circa il 3%.

“Ah giusto” un piffero (vedi sopra). La sostanza è che chi prende 20.000 euro l’anno e chi ne prende 60.000 (come esposto sopra) ricevono indietro dallo Stato praticamente la stessa quota parte del loro stipendio mensile. Valutate voi se questo è giusto. Questa è la tabella pubblicata da Avvenire:

{1}

 

11) VABBÈ HO CAPITO… MA NON È COMUNQUE SEMPRE GIUSTO RIDURRE LE TASSE SOLO AI “PIÙ POVERI”?
No, per niente. Anche se, lo riconosco, suona molto bene come slogan.
Ma i dati ufficiali (Fonte: Dipartimento Finanze, Mef) ci dicono che i veri tartassati delle nostra Irpef sono altri:
i 2,3 milioni di contribuenti Irpef che guadagnano più di 50.000 euro annui ( = poco più di 2.000 euro netti al mese, e oltre) sopportano da soli il 42% di tutta l’Irpef italiana ( = imposta netta, al netto del bonus Renzi).

Sarà anche vero, ma di questa percentuale, quanta viene pagata da coloro che guadagnano oltre 75.000 euro annui? E come mai Draghi ha proposto un (modesto) contributo di solidarietà (spot) a carico di questa fascia e a favore dell’abbassamento del caro bollette, e quattro partiti della maggioranza (tra cui Italia Viva di Marattin) si sono opposti? Come mai in questo caso Robin Hood era Draghi, e Marattin è passato tra le fila dello sceriffo di Nottingham?

12) CIOÈ SCUSA…. QUELLI CHE GUADAGNANO PIÙ DI 2.000 EURO NETTI AL MESE PAGANO A MOMENTI QUASI LA METÀ DELL’IRPEF?Esatto. In realtà è pure peggio di così, perché gli ultimi dati disponibili si riferiscono al 2019, quando non era ancora entrato in vigore l’allargamento del bonus Renzi.
Che aveva ulteriormente alleggerito il carico fiscale effettivo sulle fasce dai 28 ai 40 mila euro annui, lasciandolo inalterato per coloro che ne guadagnano 50.000 o più.
Nell’immaginario collettivo di qualcuno, dipinti come ricchi nababbi privilegiati.

Non occorre descriverli come nababbi (peraltro si parla dei redditi oltre i 75.000 euro, ripeto) per ipotizzare l’equità di un contributo di solidarietà a loro carico, che non li avrebbe né danneggiati né favoriti rispetto alla tassazione attuale, ma avrebbe dato una mano a chi subisce maggiormente il caro bollette, ovvero le fasce di reddito più basse.

13) MA IN QUESTA LEGGE DI BILANCIO CI SONO ALTRE MANOVRE PER I PIÙ DEBOLI?
Si. L’introduzione dell’assegno unico universale, oltre a razionalizzare e semplificare il sistema, incrementa di 6 miliardi all’anno il sostegno alle famiglie.
Viene distribuito sulla base dell’Isee ( = indicatore di reddito e patrimonio), e non solo sul reddito (come i vantaggi Irpef), ma per come è disegnato andrà ovviamente soprattutto a vantaggio delle fasce deboli.

“Soprattutto”, appunto. Perché l’assegno unico universale è, appunto, universale (50 euro a figlio anche per Isee sopra i 40.000 euro).

14) QUINDI FAMMI CAPIRE… È GIUSTO LO SCIOPERO?
Non spetta alla politica dire se uno sciopero è giusto o ingiusto. Lo sciopero è un diritto costituzionale che va rispettato, se esercitato entro i limiti prescritti dalla legge.
Poi certo, ogni lavoratore dovrà valutare la situazione con la propria testa.

La mia testa infatti mi dice che:

la rimodulazione dell’Irpef è antiprogressiva: invece di beneficiare soprattutto le fasce deboli, la curva addirittura diminuisce verso l’alto;

non aumenta sostanzialmente la quota di detrazioni per le fasce più deboli;

non aumenta la base imponibile, lasciando immutate le imposte piatte sui capitali, sui lavoratori autonomi, cedolare secca;

non è stata varata una decontribuzione strutturale per le fasce di reddito basse;

non è passato nemmeno un modesto contributo di solidarietà per i redditi alti finalizzato a contenere l’aumento delle bollette.

La mia testa mi dice che questa manovra potrebbe rilanciare (poco) i consumi di chi già si può permettere di consumare, mentre non restituisce nulla a chi non si può permettere né di consumare, né di progettare un futuro – ricordiamo che i lavoratori con contratti precari sono tutti nella fascia bassa.
Tutto questo avendo a disposizione risorse eccezionali, che nei prossimi anni non arriveranno più, con 10 miliardi di sgravi alle imprese che vorranno assumere lavoratori provenienti da aziende in crisi, certo; tra queste, quelle come GKN che chiudono e delocalizzano senza che lo Stato possa metterci bocca, e continuerà a non mettercela (perchè non viene varata alcuna misura per contrastare le delocalizzazioni selvagge).

La mia testa mi dice che non andrà tutto bene, Marattin. E che uno sciopero è anzitutto un sacrificio per chi sciopera, mentre Bonomi fa il fenomeno dicendo che lui andrà in fabbrica a tirare la carretta (sottinteso, mentre gli operai vanno in gita). E che lo sciopero è un diritto costituzionale, e il modo democratico e non violento che hanno le parti deboli del conflitto sociale per far sentire il loro peso, e la loro voce.
Buono sciopero a tutti.

Disinnescare le clausole Iva o dar da mangiare ai minori in difficoltà

Save the Children è tornata a denunciare l’aumento della precarietà nelle condizioni di vita dei bambini italiani. Lo ha fatto in occasione del lancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa “Illuminiamo il futuro”.
Sebbene la fase più critica sia stata tra il 2011 e il 2014, quindi in piena crisi economica, quando il tasso di povertà assoluta tra i bambini passa dal 5% al 10% nonostante il decreto “salva Italia” di Mario Monti, il trend si è prolungato fino ai giorni nostri. Si è passati dal 3,7% del 2008 al 12,5% del 2018, ovvero da 375 mila a un milione e 260 mila. In termini di “povertà relativa”, invece, si passa dal milione e 268 mila del 2008 ai due milioni e 192 mila del 2018.
Quello che si evince dunque è che la situazione non sta affatto migliorando, sia nei dati che nella capacità di reazione dello Stato, dei politici e dei cittadini.
E lo spread sociale di cui stiamo parlando, e che vede i ricchi sempre più ricchi in concomitanza all’aumento dei poveri, viene misurato anche in termini di disuguaglianza regionale.
Si passa dall’Emilia Romagna e dalla Liguria, dove mediamente ‘solo’ un bambino su 11 si trova in condizioni di povertà relativa, alla Calabria, che detiene il primato negativo. In questa Regione infatti, addirittura un minore su 2 è in povertà relativa (47,1%). Poi ci sono la Campania, la Sicilia e la Sardegna che si mantengono sopra la media nazionale, con un minore su tre in difficoltà economiche e sociali.
Nelle Marche un bambino su cinque è in situazione di povertà relativa, in Friuli invece più di un minore su 6 (17,4%) vive in questa condizione proprio mentre il governatore Fedriga è costretto a “difendere i confini orientali dell’Italia” dai migranti, come ha avuto modo di dire dal palco di San Giovanni durante il raduno del centrodestra a Roma.
Save the Children, Istat, e associazioni a vario titolo coinvolte, ci mostrano dati che fotografano lo stato dell’arte di questo Paese ma che ottengono raramente la nostra attenzione.
Poca attenzione anche nei discorsi dei politici di opposizione impegnati a contrastare l’inesistente tassa sulle merendine o nelle pagine del documento programmatico di bilancio (Dpb) redatto dai politici di governo, impegnati a disinnescare le clausole Iva.
Mentre i dati sulla povertà peggiorano e il Paese inevitabilmente si ritrova più disuguale e in difficoltà, tutti gioiamo del fatto di aver messo da parte 23 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva. Da qualche parte però che non vedremo mai, se non nelle parole dei ministri dell’Economia. 23 miliardi con cui si poteva invece alleviare la sofferenza di quei minori.
Disinnescare le clausole Iva è diventato parte del nostro patrimonio genetico e risale ai tempi del governo Berlusconi, quando l’esecutivo, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse un patto con l’Unione Europea pressoché impossibile da rispettare. Cioè si impegnò a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali.
In altre parole ogni anno dal 2012 si sottraggono al benessere collettivo 20 miliardi di euro, che moltiplicati per 8 anni fanno 160 miliardi, in ossequio ad un autoimposto vincolo di bilancio. Tutto in nome del debito pubblico, anche se non esiste al mondo una ragione perché uno stato non debba averlo. Anche se il debito pubblico è solo la spesa dello stato, cioè la spesa per dare pensioni, ospedali, istruzione, ricerca, ponti e strade ai cittadini. Anche se senza debito pubblico non ci sarebbero nemmeno i soldi per pagare le tasse.
Certo, fatti i calcoli ad economia ferma come sanno fare bene a Bruxelles, si dirà che il debito pubblico sarebbe aumentato di 160 miliardi. Ma se anche la Bce continua a chiedere che gli stati incomincino a spendere visto che la politica monetaria da sola non è sufficiente per rimettere correttamente in piedi il ciclo economico, allora sarebbe il caso di chiedersi di quanto sarebbe aumentato il Pil in caso si fossero utilizzati tutti questi soldi in investimenti e in supporto dell’economia reale, piuttosto che a tutela dell’economia dei ragionieri.
In Europa si comincia a parlare di spesa, di politica fiscale espansiva, ma noi sappiamo di non poterlo fare perché abbiamo il debito pubblico troppo alto ma il debito pubblico cresce anche quando non cresce il Pil, e il Pil non cresce se si lascia scorrere indisturbata la recessione e se lo Stato non interviene con politiche anticicliche, cioè spende. Ma se lo fa, nell’immediato si fa deficit e il debito aumenta.
Destra, sinistra, centro e opinione pubblica concordi nell’accettazione del dogma dell’equilibrio di bilancio e nella riduzione dello Stato ad azienda privata, il che, inesorabilmente, toglie qualsiasi difesa a chi nella società non è abbastanza forte da potersi difendere da sé, come i minori descritti da Save the Children.

Le aliquote irpef, la flat tax e la Lega Nord: come la politica promuove l’ingiustizia sociale

In un contesto in cui la distribuzione del reddito è altamente disuguale l’opera di una politica consapevole dovrebbe tendere a riequilibrare il sistema. Uno dei metodi per farlo è sicuramente la progressività nella tassazione dei redditi cioè chi guadagna di più contribuisce in misura maggiore di chi guadagna di meno. La progressività della tassazione, del resto, è prevista dalla Costituzione del ’48 per cui il sistema era ben noto ed auspicato già dai nostri Padri Costituenti.

La tassazione è un’arma in mano allo Stato che dovrebbe essere usata per difendere gli interessi collettivi dei cittadini. Infatti con una modifica alle aliquote Irpef si può distribuire ricchezza (o un po’ di respiro) alle classi più basse senza impoverire (togliere troppo ossigeno) a quelle più alte. Questo non in chiave, ovviamente, punitiva ma semplicemente in chiave distributiva e in modo da evitare la creazione di oligopoli e l’accentramento di ricchezze tali da compromettere gli equilibri sociali. Inoltre, la tassazione serve per stabilire il principio che il controllo del sistema economico (e di conseguenza sociale) spetta solo allo Stato, che lo esercita per il bene comune e in difesa dei più deboli, di quelli cioè che da soli non potrebbero farcela contro attori economici troppo potenti né potrebbero competere con l’interesse privato dei grandi oligopoli.

Le tasse servono anche per regolare la quantità di moneta in circolazione, in tempi di deflazione si potrebbe ad esempio diminuire l’Iva per stimolare i consumi e, di converso, alzarla quando invece ci fosse un fenomeno inflazionistico in modo da togliere moneta dal circuito economico. Del resto una tassa che colpisce indistintamente i consumi senza fare nessuna distinzione tra milionari e pensionati al minimo (di fatto una flat tax) è quanto di più disuguale si possa immaginare e nelle mani colpevoli dei nostri politici sta diventando sempre più una vera mannaia sulle teste dei cittadini.
Ultima annotazione sul tema “a cosa servono le tasse”: poiché le tasse si pagano con la moneta in circolazione in un determinato Paese, tutti accettano di essere pagati soltanto in quella determinata moneta, ovvero, se siamo in Italia, non accetterò di essere pagato per il mio lavoro in “pizza di fango del Camerun” altrimenti non avrò euro per pagare l’Imu e il bollo dell’auto.

Concetti questi un po’ difficili da far passare in un Paese dove fin dalle elementari si studia che gli ospedali vengono costruiti con i soldi delle tasse dei cittadini, ma come arriviamo dalle tasse alla disuguaglianza? Attraverso la constatazione che si sta usando l’arma della tassazione per difendere gli interessi del capitale e non quelli della cittadinanza e questo fenomeno, benché non crei tutta la disuguaglianza in circolazione, la protegge e la sostiene. Le dà impulso.

La storia ci dice che nel 1974 c’erano ben 32 aliquote che andavano dal 10% al 72% poi dal 1983 iniziarono i cambiamenti e le aliquote da 32 passarono a 9, la prima aliquota sui redditi fino a 11 milioni di lire (5.681 euro) dal 10 passò al 18% e l’ultima sui redditi oltre 500 milioni (258.000 euro) passò al 65%.
Si arriva al 1989 e le aliquote si riducono a 7, la prima aliquota sui redditi fino a 6 milioni di lire (3.000 euro) ritornò al 10% e l’ultima sui redditi oltre 300 milioni di lire (155.000 euro) passò al 50% e, finalmente, ad oggi, dove le aliquote sono solo 5. La prima aliquota sui redditi minimi fino a 15.000 euro corrisponde al 23%, mentre l’ultima aliquota, la più alta, riguarda i redditi oltre i 75.000 euro e corrisponde al 43%.

Cosa è successo dunque? Semplicemente che dal 1974 le aliquote sono progressivamente andate a diminuire per i redditi alti e ad aumentare per i redditi bassi.

Insomma “abbiamo il debito pubblico alto” e dobbiamo fare i sacrifici, ma esattamente chi li deve fare? Nel 1974 chi guadagnava più o meno l’equivalente di 250.000 euro contribuiva per il 72% mentre oggi contribuisce per il 43% allo stesso modo di chi guadagna 75.000 euro che non è esattamente la stessa cosa, anzi un bell’aumento di ricchezza per la fascia già alta della popolazione.

I poveri invece sono passati dal 10% al 23% senza proteste particolari, sindacati in piazza, scioperi o contestazioni ma anzi con l’accettazione tipica dell’uomo moderno che preferisce dibattere per i nomi delle strade o l’abbattimento delle statue del periodo fascista, che vuol dire trattare la storia come i talebani e l’isis, solo che loro sono i cattivi.

Le aliquote Irpef, insomma, potrebbero essere una buona chiave per capire chi deve fare i sacrifici.

Io credo che le tasse non debbano essere né un furto né un ostacolo alla libera iniziativa e quindi che non dovrebbero mai superare un certo limite, ma sono anche consapevole di questa assenza generalizzata della politica che continua a dimostrare insofferenza alle prescrizioni delle norme costituzionali ed indifferenza alla giustizia sociale e che, inoltre, la proposta del partito della Lega Nord peggiori una situazione già pessima. Un partito che nonostante venga definito populista agisce in questo caso proprio contro il popolo quando propone il sistema di tassazione denominato flat tax, ovvero una sola aliquota fiscale buona per tutte le stagioni.

La flat tax metterebbe pace definitivamente a tutti i calcoli cancellando pezzi di costituzione e di giustizia sociale. Anche il ricorso alle previste deduzioni nel contesto di questa proposta darebbero sì un po’ di respiro alla maggior parte dei contribuenti ammassati verso il basso, dando persino a qualcuno la sensazione del miglioramento, ma sostanzialmente andrebbe a dare ulteriore potere economico (e quindi sociale) a chi avrebbe meno bisogno di tutela.
Non si considera una cosa semplicissima, che a un reddito di 24.000 euro all’anno con famiglia a carico, anche 100 euro al mese possono fare la differenza mentre per redditi da dirigente statale di 240.000 euro valgono un caffè al bar. E un top manager alla Marchionne può arrivare anche a 50 milioni all’anno. Ci sono delle differenze che non bisogna nascondere e la politica dovrebbe mediare fra i vari interessi in campo assicurando a tutti la giusta considerazione. Esiste il bisogno del pane, delle scarpe e della casa e il desidero di volare con aereo privato da Londra a Palermo che possono essere entrambi legittimi ma rimangono sempre bisogni o desideri.

Sono concetti diversi e vanno mediati con le esigenze di appartenenza al genere umano, di cittadinanza e di giustizia sociale. Se viviamo tutti sullo stesso pianeta abbiamo degli obblighi reciproci e nessuna parte ci guadagna a vedere l’altra soccombere, bisogna riconoscere l’interdipendenza degli uni con gli altri.

Proporre una flat tax assicura solo che qualche auto di lusso o aereo da crociera o yacht in più sarà venduto, un appiattimento (flat) sempre più marcato delle classi sociali in ricchi e poveri, un aiuto al fenomeno della disuguaglianza. Molto più “popolare” o “populista” sarebbe proporre un sistema di tassazione progressiva che tenga conto degli interessi in gioco e laddove viene evidente che il 72% è un furto ed un invito a delinquere sia anche evidente che non si può considerare alla stessa stregua un reddito di 28.000 euro con uno di 55.000 e uno da 75.000 con un altro di 240.000 e oltre.
Poi ovviamente si assicuri la certezza della pena per chi evade, si aiutino le aziende locali a prosperare difendendole anche con la fiscalità, oltre che con l’accesso al credito, dalle multinazionali, si consideri i prodotti nazionali come ricchezza e prospettiva di lavoro perché solo una buona domanda interna può dare impulso ad un reale miglioramento della situazione economica. Le esportazioni servono a pochi e dimostrano altrettanto poca progettualità e visione del futuro, così come pensare di lasciare più soldi ai ricchi con la speranza che questi li spendano investendo o comprando e aspettando che arrivi qualche briciola di pane ai pesci rossi significa aver fatto passare invano 200 anni di storia (e quindi Smith, Ricardo, Say, Marx, Keynes e poi Mussolini, Hitler, Bretton Woods e il muro di Berlino).

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