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Il buonismo all’eccesso è la benzina del razzismo

Voglio essere estremamente chiaro a proposito dei fatti accaduti a Ferrara sabato notte.

  1. Quel che è successo è gravissimo e non ha precedenti nella nostra città.
  2. Siamo di fronte a una pericolosa banda di criminali e spacciatori.
  3. Gli artefici dei disordini sfruttano la loro nazionalità e il colore della pelle come alibi.
  4. Nazionalità e colore della pelle non sono un’attenuante. Diritti e doveri sono gli stessi per tutti. Questo pone sullo stesso piano chiunque, di qualunque razza o credo religioso e politico sia. Le attenuanti valgono solo in ragione (per esempio) di uno stato di necessità o di estrema indigenza. E valgono per tutti alla stessa maniera. C’è una differenza abissale tra chi ruba o delinque per lucro e chi lo fa per sopravvivenza.
  5. I delinquenti che hanno creato una situazione di forte allarme sabato sera nell’area del grattacielo non agivano in stato di necessità, ma mossi dai loro loschi interessi e per la tutela dei loro traffici illeciti. Non meritano alcuna indulgenza.
  6. Chi sui social minimizza o esorta il ministro Salvini ‘a guardare piuttosto a quel che succede a Napoli’, usa un espediente arrugginito: non è cercando di spostare l’attenzione altrove che si risolvono i problemi. E, anzi, in questa maniera si inaspriscono gli animi e si inducono reazioni altrettanto insensate, come quelle di chi, esasperato, finisce per assimilare indiscriminatamente tutti i migranti ai criminali.
  7. Va ribadito che la distinzione fra persone perbene e delinquenti è trasversale alle razze, alle religioni, alle ideologie. Ciascuno per sé è chiamato a rispondere di ciò che fa e di ciò che non fa. E nessuno può essere accusato di correità semplicemente per il fatto di condividere il colore della pelle oppure un credo politico o religioso.
  8. Per contrastare il fenomeno della criminalità è necessario creare un coordinamento tra le forze dell’ordine sotto il patrocinio della Prefettura, così come avvenne a Ferrara, con ottimi risultati, già una dozzina di anni fa fra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, quando, fra l’altro, fu sgominato lo spaccio di droga nel sottomura.
  9. L’Amministrazione comunale è chiamata prioritariamente a intervenire su due fronti: quello della mediazione culturale attraverso i propri operatori e quello dell’ascolto dei cittadini e delle loro esigenze, per fornire risposte concrete tenendo conto anche delle soggettive ‘percezioni di insicurezza’, ed evitando sterili predicozzi sociologici.
  10. In conclusione: un gruppo di delinquenti ha tenuto in ostaggio la città per qualche ora, come mai era accaduto prima, minacciando, creando impedimenti al traffico, ostruendo l’accesso alla stazione e generando un situazione di evidente pericolo. Se si nega questa evidenza (paradigmatica rappresentazione di altre, meno drammatiche ma analoghe quotidiane situazioni di pericolo), si finisce inevitabilmente per suscitare una reazione di rabbia che andrà ad alimentare il pregiudizio anche attorno ai migranti che agiscono correttamente e si arrabattano ogni giorno per sopravvivere in maniera onesta.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Aiuto, mi si è rotta la scuola!

È il grido d’allarme, l’appello-sentenza contenuto nella lettera di oltre 600 docenti universitari che chiedono al governo e al parlamento interventi urgenti per rimediare alle carenze in italiano dei loro studenti. I nostri studenti leggono e scrivono male e si esprimono ancora peggio. La colpa della scuola di base, maestre e maestri che non fanno più dettati, riassunti, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.
Per essere il pensiero dei nostri docenti accademici, sa molto di “signora mia, le stagioni non sono più quelle di una volta!”.
Poi, che la colpa di tutto questo sia della scuola è un refrain che ormai si propaga come un’eco ben dagli anni ’70. Da quando, cioè, ha preso avvio un processo legislativo di profondo rinnovamento dell’istruzione di base fino ai programmi della scuola elementare del 1985, una scuola che allora ci poneva ai primi posti nel mondo e che i vari governi della destra con i ministri Moratti e Gelmini hanno provveduto a smantellare nel nome dell’ideologia del maestro unico.
Ci si aspetterebbe da docenti universitari delle riflessioni un poco più meditate o per lo meno documentate, perché tutte le ricette che loro propongono, per rimettere insieme i cocci della preparazione dei nostri giovani, sono ampiamente contenute in modo chiaro e dettagliato, con obiettivi, competenze e traguardi da raggiungere rispettivamente al termine della classe terza e quinta della scuola primaria e al termine della secondaria di primo grado da pagina 28 a pagina 36 delle Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo dell’istruzione del 2012.
Sarà una coincidenza, ma The Telegraph del 31 gennaio scorso pubblicava il rapporto dell’Ocse sulle competenze base in lingua madre e matematica degli studenti universitari inglesi, competenze dall’Ocse valutate al disotto di quelle di Australia, Irlanda, Polonia, Italia e Spagna.
La conclusione del rapporto è, sempre per pura coincidenza, la stessa suggerita dai nostri seicento accademici, cioè la scarsa preparazione degli alunni al termine della scuola di base.
Non vorremmo che avendo già la percentuale più bassa di giovani laureati in Europa, qualcuno fosse tentato di ridurla ulteriormente, proponendo altri imbuti, oltre a quelli che già ci sono, per l’accesso ai corsi di laurea.
L’appello dei nostri professori pecca di imperdonabile superficialità, già vista e già sentita.
Preoccupa che parte dell’intelligenza di cui dovrebbe disporre il paese sia in grado solo di suggerire la presenza degli insegnanti di scuola media alle verifiche al termine della classe quinta della primaria, quasi a riproporre, una volta abolito l’esame di quinta elementare, il ripristino dell’antico esame di ammissione alla scuola media e agli esami di terza media la presenza di insegnanti delle superiori. Con l’unica idea guida che esami e prove irrobustiscono gli alunni, fanno bene per formarli alle difficoltà della vita. È sempre il passato che in queste ricette torna a puzzare.
Quello di questi 600 docenti pare uno sfogo più che un contributo di idee, che sono decisamente deboli e scarse. Uno sfogo sponsorizzato dal gruppo fiorentino di “Scuola del merito e della responsabilità”, impegnato contro “la crisi dell’educazione nella famiglia e nella scuola che ha indebolito la capacità di genitori e insegnanti di educare con fermezza e non solo con affetto”.
Allora dietro all’appello degli universitari in realtà ci sta il pregiudizio che impedisce loro di dare un contributo reale cercando di analizzare in profondità le ragioni di un sistema di istruzione che non funziona non solo come fenomeno del nostro paese ma di una intera epoca.
Questi signori invece di riproporre i luoghi comuni di cui abbiamo piene le orecchie, dovrebbero incominciare a studiare, perché di idee nuove su come rinnovare insegnamento e apprendimento per il mondo ne girano tante che le nostre università continuano a ignorare.

La passeggiata della tigre

“Ho trovato l’uscita e me ne sono andato, voi che avreste fatto?
Non si può rinchiudere tutta la vita qualcuno in tre metri per tre e pretendere che questo ti dica pure grazie!
La cosa che mi ha dato più fastidio era il rumore di tutte quelle sirene. Mi trapanavano il cervello, – Se non la smettono, finisce che sbrano il primo che mi capita a tiro! – mi dicevo.
Il posto non era neanche granché: pochi alberi, poca erba, tanto cemento e tante scatole di ferro e vetro, puzzolenti e chiassose che rotolavano e mi inseguivano, e dentro queste scatole le solite scimmie nude coperte di stracci che mi stuzzicavano coi loro versi strani.
– Siete fortunati che ho appena mangiato – mi son detto – Sennò vi farei fare la fine delle vostre bistecche… e senza passare dal macellaio! –”

Libero pensiero (tradotto) di una tigre bianca a passeggio a Monreale, nei pressi di Palermo, la mattina di sabato 28 gennaio.

Io sarò sempre con la tigre bianca, con la mangiatrice di uomini, spietata e implacabile assassina… Paroloni… che paroloni! Semplicemente una tigre: splendida creatura che non chiede nulla, non teme e non supplica nessuno.
Da sempre pronta a lottare, a uccidere o a essere uccisa. Fiera e sincera fino alla morte. È la sua natura, da sempre!
E finché ci sarà una tigre al mondo, quell’ultima tigre avrà lo sguardo freddo e spietato di un nobile re furente, pronto a vendere cara la pelle nell’imminenza della fine, affilando le sue lame per l’ultima battaglia.
Ci sono cose che noi ometti non potremo mai capire e mai controllare, esattamente come i terremoti, le inondazioni, gli uragani, le eruzioni, il gelo, il vento, la pioggia, la siccità… Come le sette piaghe d’Egitto, come ogni cosa che piove dal cielo (aerei esclusi), lo spirito della tigre non si può domare.
Si può rinchiudere in una gabbia un animale di trecento chili, una perfetta macchina da guerra vivente fatta di muscoli, zanne e artigli progettati per ghermire, dilaniare, squartare e divorare?
Certamente! La si può umiliare, una tigre, rendendola un’attrazione da baraccone; si può pure ucciderla trasformandola in un trofeo da salotto.
Ma il suo spirito no, rimarrà sempre irraggiungibile e incontrollabile.
Fin dall’inizio, per noi sapiens, è sempre risultato a dir poco irritante non avere il completo controllo di qualcosa. E quando succede preferiamo risolvere il problema agendo alla radice, come? Semplice: se una cosa non riesci a controllarla la elimini! È di questi giorni la notizia dell’autorizzazione all’abbattimento di una quota “ragionevole” (ragionevole per chi?) dei lupi nostrani… abbattimento selettivo lo chiamano. Qualcuno del Ministero dell’Ambiente ha cercato di giustificare questa scelta dicendo che così si tutela il lupo dalle azioni illegali e cruente del bracconaggio, che ultimamente si stanno intensificando a macchia d’olio in tutto il territorio, dall’Appennino alle Alpi. Come dire che, siccome non si riescono ad arginare gli omicidi, lo Stato si fa carico di eliminare una quota ragionevole di cittadini per impedire ai killer di continuare a esercitare le loro pratiche illegali e cruente!
Il fatto è che i lupi vivono da sempre nelle nostre montagne, ancor prima che arrivassero i pastori e le loro pecore, e pure tutti gli altri compari al seguito. Ma si sa, il progresso esige i suoi sacrifici (progresso e pastorizia?).
In bocca al lupo allora!
E la tigre? La tigre è tornata sana e salva nella sua gabbietta. Per una volta non c’è stato bisogno né di mitragliarla né di addormentarla con siringoni di narcotico. Una breve passeggiata e poi a casa, tra i confortevoli carrozzoni della premurosa famiglia circense che distrattamente l’aveva persa per strada. Non prima di aver allertato vigili del fuoco, guardie forestali, carabinieri, polizia municipale…
Caro homo faber, padrone del mondo, spogliato dei tuoi gingilli rimani soltanto tu e il tuo dannato, meschino e incontrollabile senso d’inferiorità.

siccita

ECOLOGICAMENTE
La sottrazione del bene acqua

Aiuto! Non c’è più acqua pulita! Non c’è più acqua dolce! La crescita della industrializzazione e della popolazione le sta distruggendo. Cresce la domanda di acqua, ma diminuisce l’acqua pulita per colpa dell’inquinamento degli ecosistemi e la riduzione degli acquiferi di acqua fossile. Abbiamo alterato i flussi naturali dei fiumi. Purtroppo spesso restiamo indifferenti a questo grido dall’allarme e non comprendiamo bene che la vera sfida futura è la capacità che avremo di gestire gli ecosistemi necessari per il benessere umano.
L’agricoltura è la maggiore utilizzatrice di acqua, ma non si devono dimenticare la produzione industriale e in modo inferiore l’uso domestico. L’agricoltura è infatti la principale responsabile dei cambiamenti nei cicli ecologici e idrologici. Più di un terzo delle terre coltivate italiane si trova in quattro regioni: Emilia-Romagna, Lombardia, Sicilia e Puglia. Nella pianura padana si utilizzano quasi venti miliardi di metri cubi ogni anno (circa la metà della portata annua del Po) per coltivare mais, frumento, riso, orzo, avena, pomodoro e zucchero.
L’inquinamento è diventato un fattore critico ambientale nel bacino padano in cui forti rilasci di fosforo prima e contaminazione di nitrati poi hanno influenzato la qualità delle acque interne. Nei tempi attuali le colpe principali vanno ai pesticidi, agli idrocarburi aromatici, ai metalli pesanti.
“Nella sua pubblicazione più significativa, la serie dei “Living Planet Report”, il Wwf sottolinea come l’impronta ecologica dell’umanità stia ormai eccedendo la biocapacità del pianeta. La domanda esercitata dall’umanità sulle risorse del pianeta è più che raddoppiata negli ultimi 50 anni come risultato della crescita della popolazione e del consumo di beni e servizi.” Lo spiega il Wwf nel suo recente testo dal titolo “L’impronta idrica dell’Italia”. L’impronta idrica totale della produzione in Italia ammonta a circa 70 miliardi di m3 di acqua l’anno. Ciò equivale a 3.353 litri pro capite al giorno.
La Direttiva Quadro sulle Acque (Direttiva 2000/60/Ce) tra le tante considerazioni ci chiede la Riduzione dell’inquinamento, la prevenzione di un ulteriore deterioramento ed un miglioramento dello stato degli ecosistemi acquatici e terrestri e delle aree umide per quanto riguarda i loro bisogni idrici, ma ci chiede anche di svolgere un’analisi economica degli usi idrici all’interno di ciascun Distretto Idrografico.
Questa analisi permette di attuare una valutazione scientifica della Sostenibilità economica delle misure per il raggiungimento degli obiettivi ambientali per ciascun corpo idrico.
Da un punto di vista legislativo, i tre livelli di pianificazione (Piano di Gestione del Bacino Idrografico, Piani Regionali di Tutela delle Acque e Piani Territoriali Ottimali) richiedono forti interconnessioni: i principali componenti dei Piani Territoriali Ottimali, gli interventi programmati, sono alla base dei Piani Regionali e conseguentemente dei Piani di Gestione; pertanto i Piani Territoriali Ottimali devono essere coordinati così da permettere il raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale definiti dai Piani di Gestione.
Questo per me è il vero ciclo idrico integrato. Conoscenza, responsabilità e scelte consapevoli; questi sono i valori che il professor Stefano Zamagni ci propone. Io aggiungo che la cultura, intesa come sinergia fra cultura tecnologica e cultura umanistica, gioca un ruolo determinante nel progettare e nel pianificare il percorso di “erogatori responsabili” di servizi di pubblica utilità e di comunicatori impegnati nel campo della comunicazione ambientale e di impresa. La sfida del futuro si gioca sia sul piano economico che su quello sociale. La qualità ambientale è un diritto fondamentale dei cittadini per raggiungere quel benessere che si ottiene rafforzando gli strumenti della qualità della vita.

SPECIALE – Mafia a Ferrara

Gli audio integrali dell’incontro “Mafia a Ferrara, allarmismo o rischio reale”, organizzato da Ferraraitalia il 16 febbraio alla biblioteca Ariostea.

Prima parte

Seconda parte


Articoli e interventi
di Ferraraitalia sul tema mafia [clic qua per leggere la rassegna]

Il nostro resoconto del 17 febbraio sull’incontro Mafia a Ferrara

NOTA A MARGINE – “Il rischio mafia esiste, compito di tutti è mantenere sana la città”

“Nelle zone di origine e presenza endemica, oltre a un vero e proprio controllo del territorio le organizzazioni mafiose hanno una funzione di mediazione sociale che permette loro di acquisire consenso; i risultati sono perdita di competitività del tessuto produttivo e deficit di cittadinanza. Ma il nord è diverso, è zona di colonizzazione: qui si fanno investimenti per riciclare i proventi delle attività illecite e sempre di più il metodo di infiltrazione non si basa sulle intimidazioni, ma su corruzione e strumenti del credito, con la costruzione di un sistema di connessioni in loco attraverso la connivenza di quell’area grigia formata da burocrati, politici, professionisti e imprenditori. Ecco perché Giovanni Tizian scrive di ‘holding finanziaria’ e il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parla di ‘una visione politica del radicamento’”.

Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)

A sottolinearlo è stato Fulvio Bernabei, intervenendo al secondo incontro del ciclo “Chiavi di Lettura, opinioni a confronto sull’attualità” organizzato da Ferraraitalia con lo scopo di chiarificare nodi controversi del nostro vivere quotidiano. Ieri, in biblioteca Ariostea, si è dibattuto di mafia a Ferrara fra allarmismo e rischi reali, per cercare di capire quanto la nostra provincia è davvero permeabile e quali siano i segnali a cui dobbiamo porre attenzione.

Bernabei (Guardia di finanza) e Federico Varese (Oxford university) hanno fornito un inquadramento generale di cosa significhi mafia oggi: un fenomeno complesso e diversificato a seconda delle differenti aree della nostra penisola.
Il problema della diffusione al nord è noto. Il più recente documento che si occupa di illegalità diffusa nel nostro territorio è il rapporto “L’economia illegale in Emilia Romagna”, realizzato per Osservatorio della legalità e Unioncamere regionali dal professor Andrea Mazzitelli di Universitas Mercatorum. E proprio questo documento è stato il detonatore dell’appassionato confronto che ha attratto in biblioteca un folto e attento pubblico. “La nostra ricerca – ha spiegato Mazzitelli in collegamento Skype da Roma – indaga in particolare la presenza del fenomeno illegale nel tessuto produttivo legale, reso più fragile dalla crisi economica di questi anni: attraverso l’individuazione di indicatori e di campioni statistici ripetibili, si sono resi evidenti ‘i fattori di rischio’ e ‘la vulnerabilità economica e sociale’, considerandoli segnali anticipatori dell’infiltrazione”. Ed è “l’ormai palpabile sfilacciamento del tessuto sociale e produttivo”, fotografato anche dal rapporto di Mazzitelli, che ci deve preoccupare, non solo come ferraresi ed emiliani, ma a livello generale, perché è fra queste crepe di illegalità diffusa che le mafie si infiltrano con agilità.

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Varese – criminologo noto a livello internazionale in collegamento Skype da Oxford – ha però preso le distanze dalle conclusioni dello studio di Unioncamere, sostenendo che il giudizio è “falsato dalla considerazione di troppe fattispecie di reato non propriamente ascrivibili alle modalità d’azione delle organizzazioni mafiose e che, al contrario, nei settori tipicamente infiltrati dalla mafia (edilizia, movimentazione terra, stoccaggio rifiuti) a Ferrara si è registrata negli ultimi anni una contrazione del volume di attività”. Acqua sul fuoco dunque, accompagnata però dalla raccomandazione di non abbassare la guardia perché le insidie sono reali, come dimostrano le vicende delle vicine province di Reggio e Modena.

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Sintetico ma significativo ed eloquente è stato il contributo di Tito Cuoghi (Anpar) sui rischi di presenza e le modalità d’azione delle ecomafie negli appalti, con specifici riferimenti alla ricostruzione dopo il sisma dell’Emilia.

Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)

Infine, il referente del coordinamento provinciale di Libera, Donato La Muscatella, ha concluso che il problema del radicamento in Emilia Romagna ormai è innegabile e anche a Ferrara “il rischio esiste: è necessario quantificarlo”. Per quanto riguarda il contrasto e la prevenzione, La Muscatella ha sottolineato che “il fenomeno criminale è competenza di magistrati e forze dell’ordine, ma il fenomeno sociale riguarda tutti; perciò benché non ci sia un vero e proprio allarme, la guardia va tenuta alta ed è compito di tutti i cittadini farlo per ridurre le occasioni di infiltrazione”. (Federica Pezzoli)

Il fotoservizio è di Aldo Gessi

Fulvio Bernabei (foto di Aldo Gessi)
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Tito Cuoghi (foto di Aldo Gessi)
Donato La Muscatella (foto di Aldo Gessi)
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IL FATTO
Bambini del mondo,
l’infanzia negata

Bambini, questi sconosciuti, questi ignorati-cannibalizzati-feriti-uccisi-dimenticati.
Proprio i bambini, che nulla possono contro la cattiveria dei grandi, che nulla sanno dei mali del mondo, che vogliono solo giocare, scherzare, divertirsi, correre e ridere.
Proprio i bambini che invece si trovano, loro malgrado, in mezzo a tanto nero. Il nero del fumo, della paura, del terrore, delle armi, del pianto, del dolore, della morte.
Così, a Gaza, la tregua appare ancora incerta e fragile. E mentre si stimano in oltre 370mila i bambini che hanno bisogno di sostegno psicologico ed emotivo urgente, le organizzazioni umanitarie non riescono più a rispondere a questa situazione catastrofica, almeno finché non ci sarà un cessate il fuoco permanente. L’allarme è di ‘Save the children’, che stima in più di 450 i bambini uccisi finora a Gaza. In mezzo a tanta distruzione, i bambini non hanno alcun senso di normalità e la continua violenza potrà solo aggravare e approfondire la loro paura e il trauma. Le ferite non potranno essere così facilmente sanate e l’impatto a lungo termine di questa violenza sui più piccoli sarà terribile. In Ucraina, in un asilo colpito dai bombardamenti, sono volati in cielo dieci bambini. In Iraq, molti altri, per non parlare della Siria. Una vera contabilità dell’orrore. Ma il problema non è dato dai numeri, 450, 100, 200 o 1000. Anche un solo bambino ucciso dalla guerra è già troppo.

Tanti sono gli strumenti internazionali esistenti, dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, alla Carta africana sui diritti e il benessere del bambino del 1990, fino alle Risoluzioni 1539/2004 e 1612 /2005 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite sui bambini e i conflitti armati, ma i principi in essi contenuti sono sistematicamente violati. Strumenti di tal tipo non servirebbero nemmeno, se solo ci si fermasse a riflettere sulla sacralità stessa dell’infanzia. Che uomini siamo mai diventati?
I bambini, con il loro candore e la purezza, sanno trasferire semplicemente le emozioni più profonde con facilità e spontaneità. E’ difficile insegnare ai nostri figli a sognare e a esprimere i propri sentimenti per migliorare il mondo davanti a tanta crudeltà, diretta proprio contro di loro. Le loro camerette colorate dovrebbero farci ribellare a tanta ingiustizia, spingerci a gridare, urlare, protestare, strappare promesse a chi deve e può agire. In molte parti del mondo questi bambini non giocano più, devono fare i conti con mine, spari, scoppi, bombe. Piccole pedine indifese, parte di un gioco sporco degli adulti, il loro cuore non ha spazio per pulsare, per i semplici sentimenti di ogni giorno, per scavalcare muri, arrampicarsi sugli alberi, giocare con la sabbia, con secchielli e palette, con biglie e palline, con vento e aquiloni, con bambole e macchinine, per trovare un nascondiglio diverso da quello necessario a scampare a una granata.
Piccoli e rosei burattini, molti bambini non possono più avere alcun entusiasmo, correre nei prati per inseguire un fiore. Li stiamo privando dell’infanzia, non è giusto, non è tollerabile, non è naturale, non è umano. E’ ora di fare qualcosa. Anche se è davvero difficile capire cosa, in un ingranaggio tanto complesso, misero e meschino…

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”,
Il piccolo principe, (Antoine de Saint-Exupéry)

“Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo. Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te. […] Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo». Quando un bambino cade correndo e tu gli avevi appena detto di muoversi piano su quel terreno scivoloso, ha comunque bisogno di essere abbracciato e rassicurato; punirlo è un gesto crudele, purtroppo sono molte le madri che infieriscono in quei momenti. Avrai modo più tardi di spiegargli l’importanza del darti ascolto, soprattutto in situazioni che possono diventare pericolose. Lui capirà. Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta. Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu. […] Un bambino che si veste da solo abbinando il rosso, l’azzurro e il giallo, non è malvestito ma è un bambino che sceglie secondo i propri gusti. […] Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte. Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere. Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua. […] Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.” (Federica Morrone)

IL BRANO INTONATO: Non insegnate ai bambini, Giorgio Gaber

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