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“QUEI TERRORISTI DEI NO TAV”:
Le calunnie di Maurizio Molinari nella notte della stampa italiana

 

Ecco le parole indecenti (e memorabili) del direttore di Repubblica Maurizio Molinariospite di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai 3 dello scorso 10 ottobre. “I no tav sono un’organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano degli anni settanta. Aggrediscono sistematicamente le istituzioni, la polizia, anche i giornali, minacciano giornalisti a Torino e la cosa forse più grave che sono in gran parte italiani che si nutrono anche di volontari che arrivano da Grecia, Germania e a volte dalla Francia…”.
Ma Molinari prosegue: “Per un torinese ‘No Tav’ significa sicuramente terrorista metropolitano, chiunque vive a Torino ha questa accezione…” [Qui l’estratto della trasmissione].

Dalla Val Susa la risposta non si è fatta attendere molto. Quei ‘terroristi’ dei No Tav hanno organizzato una simpatica iniziativa dal titolo “Una pioggia di Querele su Molinari”. Personalmente, spero che le querele vadano in porto. Frasi come quelle di Molinari si possono sopportare nella piazza del mercato o in qualche bar Sport: infatti la calunnia è spesso figlia dell’ignoranza. Un giornalista top, il direttore di un grande giornale, non ha però il diritto di essere ignorante.

Ma perché Molinari, che non né stupido né ignorante, calunnia i No Tav? Perché arriva ad arruolarli nelle Brigate Rosse? Eppure ha lavorato a Torino per parecchi anni. Sa bene che i No Tav sono un movimento popolare e democratico, con decine di migliaia di aderenti e militanti, con un grande radicamento sul territorio. E sa perfettamente che è un vasto movimento che da 30 anni oppone a una Grande Opera costosissima, basata su un progetto antiquato, criticata da più parti (e con pareri autorevoli) come inutile e dannosa, con un sicuro quanto tragico impatto ambientale ed antropico. Che cos’hanno mai di tanto pericoloso i militanti contro l’Alta Velocità? 

Per capire meglio questo accanimento, questo marchio d’infamia, non solo della Repubblica di Molinari ma di tutta tutta l’informazione mainstream del nostro Paese, occorre andare indietro di un paio d’anni.

Breve storia di un giornale che cambia padrone

Il 23 aprile 2020, John Elkann, tramite una società della famiglia Agnelli, diventa proprietario del 60,9% de La Repubblica, numero 2 dei quotidiani italiani. Lo stesso 23 aprile, la nuova proprietà – passando sulla testa dei giornalisti e collaboratori, compresi i rappresentanti sindacali – dà il benservito al vecchio direttore e nomina direttore Maurizio Molinari. Il quale è da tempo in rampa di lancio, essendo già in forza alla premiata ditta, in qualità di direttore de La Stampa (numero 3 dei quotidiani italiani) da sempre proprietà della famiglia. Proprio come la Juventus.

Fatto sta che in questi due anni la linea di Repubblica è cambiata radicalmente: siamo ormai lontanissimi dal giornale fondato da Eugenio Scalfari. Ora la “voce del padrone” deve farsi sentire, forte e chiaro.
Solo un particolare, ma molto rilevatore: fino all’ultimo cambio di proprietà, alla domenica, in prima pagina, c’era solo l’editoriale di Eugenio Scalfari, solo lui, anche se il vegliardo era ormai perso nel suo monologo narcisistico. Per i giornalisti che, da Ezio De Mauro in avanti, gli erano succeduti alla direzione, la prima pagina domenicale rimaneva off limits: il loro editoriale appariva il lunedì.
L’era Agnelli/Molinari ha imposto un nuovo stile. L’editoriale di Maurizio Molinari ha subito conquistato la prima pagina. Rimarcando una precisa linea editoriale, schierato senza se e senza ma con il falco Bonomi, l’infallibile Super Mario, il primato delle Grandi Opere, l’odio contro i no tav, la demonizzazione dei 6 milioni di no green pass, l’endorsement sul ritorno al nucleare proposto da Cingolani.

Italia maglia nera

Ma l’operazione lampo di John Elkann, e la conseguente eclissi di Repubblica, è stato tutt’altro che un fulmine a ciel sereno. È invece l’ultimo, definitivo tassello che porta a compimento un processo di concentrazione editoriale italiana, che non ha paragoni in qualsiasi paese occidentale.
Basta fare il conto. Famiglia Agnelli: La Stampa e La Repubblica, Gazzetta dello Sport (numero 4 tra i giornali Italiani). Urbano Cairo: Corriere della sera (numero 1 dei quotidiani italiani), Rcs Media Group e i 3 canali di La 7. Silvio Berlusconi: Mediaset (con ascolti superiori alla Rai), Mondadori e il quotidiano di famiglia Il Giornale. Infine Andrea Riffeser Monti, attualmente presidente presidente della Fieg (la Confindustria dei giornali, ndr), proprietario de Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno.

Questi 4 moschettieri hanno oggi in mano l’informazione. Quella scritta: bisogna infatti aggiungere almeno un centinaio di periodici settimanali (da L’Espresso, a Panorama, fino ad arrivare a Gioia, Gente, Di Più, Donna Moderna, Sorrisi e canzoni Tv…). E quella televisiva: 9 canali su 9, più una bella presenza nelle gerarchie Rai. Non mancano naturalmente i network radiofonici. E una costellazione di case editrici, più meno illustri, Einaudi in primis.

Ci sarebbe un altro grande giornale in Italia, un quotidiano molto ben fatto, ma si chiama Il Sole 24 ore, ed è proprietà di Confindustria. Quindi suona la medesima musica. Anzi, il più delle volte dirige il coro di tutta la stampa mainstream. Cioè governativa. Cioè padronale. Cioè senza libertà: libertà di informazione, libertà d’inchiesta, libertà di opinione.

Non c’è quindi da stupirsi se l’Italia risulta a livello mondiale al 41° posto per la Libertà di Stampa [Vedi qui]. Dietro Norvegia e Finlandia (1 e 2 posto), dietro a Portogallo (12), Germania (13), Irlanda (15). Ma anche dietro Uruguay (19), Namibia (23), Lettonia (24), Ghana (27), Sud Africa (31), Burkina Faso (36)…

Dare spazio a ogni voce, coltivare il dubbio

Dentro la grande gabbia di una informazione controllata da poche e potenti mani vivono e lavorano diverse centinaia di giornalisti. E molti sono bravi giornalisti. Possono scrivere liberamente del Festival del Cinema di Venezia, dell’ultimo libro di Bruno Vespa o Fabio Volo, dar conto delle parole del Papa, indignarsi per l’ennesimo femminicidio.
Possono scrivere di tante cose. Non di tutto. Possono intervistare e dare la parola a tanti. Non a tutti. Possono dar spazio a tante opinioni. Non a tutte. Su alcuni argomenti esiste una narrazione ufficiale a cui attenersi. Non c’entra con il segreto di stato. Semplicemente: di alcune cose non si parla. Non si chiama censura, basta e avanza l’autocensura. 

Da tempo, ad esempio, la nostra piccola testata denuncia la generale disinformazione sulle ragioni e gli obiettivi del movimento No Tav. Nella narrazione dei grandi giornali e dei canali televisivi chi si oppone alle Grandi Opere e ai suoi effetti devastanti sul tessuto sociale e sull’ambiente è dipinto come un anarchico, un violento, un estremista, un terrorista.
Poco importa se questo movimento – in Val Susa come in tante parti d’Italia – interessi decine di migliaia di persone, intere comunità con Sindaci in testa, e tecnici, geologi, urbanisti, economisti, professori universitari. Poco importa che il movimento No Tav abbia molte volte dimostrato non solo il devastante impatto ambientale e antropico delle Grandi Opere, ma anche la loro inutilità e il loro costo folle, buono solo a saziare gli appetiti dei soliti grandi player economici. Non basta che il movimento stesso abbia prodotto studi scientifici e progetti alternativi, ispirati al rispetto e non alla rapina del territorio e delle comunità che lo abitano.

Per il governo – ora più che mai che, assieme alla pandemia, è arrivata la prima pioggia di miliardi del PNNR – il primo grande obbiettivo è ‘riaprire i cantieri’, e riaprirli in fretta. Accelerare, assegnare gli appalti eliminando i lacci e lacciuoli delle norme anticorruzione.
In questo quadro, il movimento No Tav rappresenta una fastidiosa pietruzza, un intralcio da levare dal sentiero, con le buone o con le cattive… E per cattive, leggasi: le cariche, le botte, gli arresti. Di cui, seguendo il copione stabilito, si parla e si scrive pochissimo.
Che il governo Draghi, un inedito incrocio tra un governo di Unità Nazionale e un governo dell’Alta finanza, si muova secondo questa direttrice è abbastanza scontato. Meno scontata è che i media italiani si siano piegati a questa direttiva senza un lamento. Ripetendo il mantra delle Grandi Opere fattore di progresso e soprattutto oscurando completamente la voce dei movimenti antagonisti.

Può anche darsi che i No Tav non abbiano tutte le ragioni dalla loro parte. Ma una informazione (e un giornalista) può dirsi libera solo se sceglie il dubbio come stella polare. Solo se ascolta la voce e le ragioni di tutti. Solo se ricerca e riporta le fonti e non si basa sui sentito dire o sulle veline dei padroni dei giornali o delle segreterie di partito.
Altrimenti rimangono gli insulti e le calunnie come quelle del direttore Maurizio Molinari. Ma Molinari non è un giornalista.

alta velocità

GRANDI OPERE e ALTA VELOCITÀ:
trionfa la finanza e l’oligarchia industriale

Nella vita mi sono occupato soprattutto di trasporti e mobilità essendo stato ferroviere; ho imparato che anche guardando il mondo e la società da un settore molto parziale è impossibile non confrontarsi con le politiche economiche e sociali sia nazionali che globali. À

Assieme ad amici e colleghi abbiamo vissuto i grandi cambiamenti avvenuti negli anni ‘90 che hanno visto affermarsi il modello TAV sia nei trasporti che nell’economia italiana; non abbiamo potuto fare a meno di constatare che quei profondi cambiamenti andavano assieme ad una ristrutturazione del mondo del lavoro ed a politiche che favorivano spudoratamente gli aspetti finanziari e gli interessi di una oligarchia industriale in crisi che trovava nell’invenzione dell’idea delle ‘Grandi Opere” – spesso sovradimensionate o inutili, molto diverse da quelle che hanno interessato il periodo precedente – una via sicura ed efficace di finanziarsi direttamente da risorse pubbliche.

Abbiamo constatato come la progettualità trasportistica stava passando dalle istituzioni pubbliche direttamente nelle mani delle grandi imprese collegate al sistema bancario, dove il ruolo politico diventava semplicemente quello di coordinamento e facilitazione per i desiderata del sistema privato.

La triste anomalia vista nel mondo dei trasporti era ed è solo un pezzo di una progressiva ristrutturazione economica generale; logiche simili  sono attente solo a garantire che crescita e profitti non trovino ostacoli, nemmeno quelli imposti dai limiti di un pianeta finito.

Nei decenni passati, le crisi e le catastrofi (terremoti, inondazioni, frane…) sono state sempre occasione non per risolvere i problemi, ma per smantellare pezzi di un sistema di welfare e di gestione del territorio al servizio della collettività; non che prima dell’era neoliberista fosse il paradiso, tutt’altro, ma negli ultimi decenni l’assalto dell’oligarchia è stato violentissimo.

La conferma la vediamo dalla gestione della crisi creatasi con la sindemia da covid-19; tutto pareva non dover essere come prima, ma purtroppo le speranze si sono trasformate in incubo.
Tutto il panorama politico si è piegato ai diktat degli interessi dell’élite lasciando increduli anche i più tenaci sostenitori del voto al ‘meno peggio’; le istituzioni ormai sono vuoti simulacri, il cosiddetto ‘governo dei migliori’ ha imposto la sua agenda senza alcun dibattito. Solo qualche raro mal di pancia e una falsa opposizione di destra.

Stanno nascendo le ‘riforme’ che vuole l’Europa e un programma di investimenti che, se non è scritto direttamente dalla Confindustria, certamente ne accontenta gli istinti più profondi.

Qua non si tratta di ideologia, ma dell’osservazione empirica di cosa accade anche a livello locale. Nella Toscana in cui vivo la politica del Partito Democratico – e di una opposizione che si lamenta solo di come si tutelino troppo poco gli interessi delle imprese – incarna perfettamente lo spirito di questo tempo.
Nei mesi passati, nelle sale della Regione Toscana si sono susseguiti intensi incontri tra politici, esponenti di Confindustria e fondazioni bancarie: lì si sono decise le sorti dei fondi del PNRR previsti, alla faccia della tanto sbandierata ‘partecipazione’.

In questo quadro di restaurazione sociale ed economica, la cosiddetta ‘transizione ecologica‘ non è solo un vuoto bla-bla-bla, ma una ghiotta occasione per mettere le mani su un gruzzolo fornito – poco generosamente – dall’Unione Europea. Che molti di quei soldi diventino in futuro debito pubblico non interessa, bene trasformare subito il malloppo in profitti e lasciare poi che siano i cittadini a ripagare i debiti. Intanto si prendono i soldi, poi ci rimprovereranno che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Che la transizione ecologica si trasformerà in distribuzione a pochi di risorse pubbliche, lo si vede guardando ai progetti messi in campo: la “mobilità sostenibile” prevista è smentita dalla scelta di grandi progetti di alta velocità.

Sono progetti che richiedono lavori imponenti, soprattutto la linea prevista a sud; ci si affida alla retorica del trasporto su ferro, ma non si fa mai il calcolo di quanta CO2 viene prodotta nello scavare gallerie, nel fare grandi colate di cemento e nel consumo energetico per raggiungere alte velocità.

Basta una spolveratina di verde per rendere tutto ‘sostenibile’.

Che poi la maggior parte del trasporto su ferro sia su brevi e medie distanze, cioè per i pendolari, è cosa che si ignora da decenni e niente cambia in questa presunta transizione.

Non ci si vuol nemmeno ricordare che oggi le grandi infrastrutture sono uno dei comparti dove si creano meno posti di lavoro, ma si presentano questi mega progetti come meccanismi di redistribuzione di ricchezza. Niente di più falso: come ci insegnava l’ “ingegnere comunista” Ivan Cicconi [Vedi qui] le grandi opere inutili sono un keinesismo a rovescio, per i ricchi, non per i poveri.

Alla fine di settembre si è tenuta a Genova una sessione del G20 dedicata alle infrastrutture, dove la retorica è grondata doviziosamente. Si è ancora inneggiato al ‘modello Genova’, con cui è stato ricostruito il ponte crollato sulla città, da applicare a tutte le opere previste, nonostante le forti critiche di tanti movimenti, esperti e anche del presidente dell’ANAC.

Per contro,  del disastro infrastrutturale dovuto alla grave carenza di manutenzione non si parla più.
Anzi, il colosso delle costruzioni Webuild (nuovo nome della Salini Impregilovuole accaparrarsi anche la manutenzione di tutte le strade italiane; si rafforzerebbe un monopolio privato, distruggendo un gran numero di piccole imprese che oggi garantiscono il servizio, anche se in maniera insufficiente.

L’emergenza in cui viviamo ha consentito che nel DL 77/2021, all’articolo 44, si prevedessero “semplificazioni” tali da potersi definire deregolamentazione degli appalti e dei processi di approvazione dei progetti.
Nessuno vuol vedere che molti cantieri non sono fermi per la burocrazia, ma per gli errori progettuali dovuti a insufficienti controlli.

Il 30 settembre – il giorno dopo l’incontro tra il governo italiano e Greta Tunberg – un gruppo di qualche decina di giovani ambientalisti a Milano ha provato a fare un presidio al passaggio di Draghi; immediati i manganelli si sono levati in risposta per disperdere i pacifici ragazzi.
Sarà bene ricordare cosa ci dicevano persone come André Gorz e Alex Langer: se non accompagniamo la conversione ecologica con profondi cambiamenti sociali andremo verso una triste forma di ecofascismo.

Qua pare che di ecologico ci sia molto poco, forse ci rimane solo un nuovo fascismo.

Nota: questo articolo è uscito il 10.10.2021 sulla rivista online La Città invisibile dell’associazione perUnaltracittà di Firenze.

LA SBORNIA DA RECOVERY PLAN:
Non è tutto oro quello che luccica

 

Più di un anno di pandemia ci consegna un Paese con meno lavoro, più diseguale e più povero, con un forte decremento del PIL e una grande crescita del debito. I numeri sono impietosi in proposito: nel 2020 sono stati persi circa un milione di posti di lavoro, per lo più di lavoratori precari, indipendenti, giovani e donne.
Per quanto riguarda le disuguaglianze, già un anno fa il governatore della Banca d’Italia Visco avvertiva che “per le famiglie che prima dell’emergenza sanitaria erano nel quinto più basso della distribuzione (del reddito), la riduzione del reddito sarebbe stata due volte più ampia di quella subita dalle famiglie appartenente al quinto più elevato”. Ancora: nel 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta era al 7,7 % della popolazione, mentre nel 2020 esso è arrivato a toccare il 9,4 %. Il 2020 si è chiuso con una caduta del PIL pari all’8,9% in termini reali rispetto al 2019, mentre il rapporto tra debito pubblico e PIL ha subito un’impennata al 155,8 per cento dal 134,6 per cento del 2019. Il debito aggiuntivo cumulato già oggi autorizzato da qui al 2026 raggiungerà la cifra astronomica di 496,8 miliardi (confrontate questa cifra con le risorse provenienti dal Recovery Plan).

Insomma: siamo dentro la più grande crisi ecologica, economica e sociale dal dopoguerra del secolo scorso ad oggi. A cui si aggiunge la crisi democratica provocata dal governo Draghi, ben testimoniata dal totale esautoramento del Parlamento, che è stato convocato per discutere del Recovery Plan alle 16 di lunedì pomeriggio scorso, dopo aver ricevuto la sua ultima versione alle 14, due ore prima, un documento di più di 300 pagine, che, come ha sottolineato lo stesso Presidente Draghi, segnerà il destino dell’Italia per i prossimi anni.
in realtà, questo documento non aveva bisogno di essere discusso, essendo già stato concordato nei giorni precedenti tra il Presidente del Consiglio e la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Un esempio perfetto di tecnocrazia al lavoro, del resto confezionato da esperti di questa tecnica di governo, come Draghi, che già nella precedente crisi economica-sociale del 2011-2012 si proclamava non preoccupato, perché tanto c’era una sorta di ‘pilota automatico’ al comando, ben rappresentato dai vincoli prodotti dall’Unione Europea in tema di politiche di austerità.

Comunque, oggi arriva la ‘risoluzione dei nostri problemi’, con l’approvazione del Piano di Ripresa e Resilienza Nazionale (PNRR). Vale la pena approfondirne i contenuti, gli assi di riferimento di fondo, la sua utilità ed efficacia.
Come sufficientemente noto, esso prevede uno stanziamento complessivo di circa 235 miliardi, suddivisi nelle sei missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (50 mld), Rivoluzione verde e transizione ecologica (70 mld circa), Infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,4 mld), Istruzione e ricerca (33.8 mld), Inclusione e coesione (29,6 mld), Salute (19,6 mld), non discostandosi di molto, sia per i capitoli che per le risorse assegnate, da quanto a suo tempo elaborato dal governo Conte.
Su ciascuna di queste scelte ci sarebbe molto da dire, e in termini sostanzialmente molto negativi.

Mi limito ad alcune considerazioni parziali ed esemplificative: su digitalizzazione e innovazione, si assume questa priorità in modo acritico, senza alcuna riflessione sul modello sociale e produttivo che la diffusione dell’utilizzo delle tecnologie informatiche e dei Big Data comporta, in termini di controllo sociale e limitata creazione di occupazione. A quest’ultimo proposito, mi pare particolarmente suggestiva e passibile di utili riflessioni la notizia uscita recentemente per cui Apple ha varato il suo piano industriale da qui al 2026, prevedendo investimenti giganteschi, per ben 430 miliardi $, quasi il doppio del PNRR, per potenziare il proprio impegno nella ricerca hi-tech e nell’intelligenza artificiale, che, però, sono destinati a generare in tutti gli Stati Uniti solo 40.000 posti di lavoro, confermando la tendenza al disaccoppiamento tra investimenti e occupazione nei settori ad alta tecnologia.
In questa missione è inserita anche la voce “Cultura e turismo”, scelta che potrebbe apparire curiosa, ma che viene chiarita dallo stesso testo quando si scrive che ci si prefigge “l’obiettivo di rilanciare i settori economici della cultura e del turismo, che all’interno del sistema produttivo giocano un ruolo particolare, sia in quanto espressione dell’immagine e brand del Paese, sia per il peso che hanno nell’economia nazionale (il solo turismo rappresenta circa il 12% del PIL)”, vale a dire considerandoli sostanzialmente come fattori produttivi.

Per quanto riguarda la transizione ecologica, le risorse a favore delle energie rinnovabili sono decisamente insufficienti, con l’obiettivo di installare impianti per circa 5 GW da qui al 2026, mentre ne servirebbero almeno 25, supportando le politiche di ENI e SNAM che continuano anche per per il futuro a puntare sulle energie fossili, in primis il gas, e a progettare impianti come il CCS di Ravenna per ‘catturare’ e sotterrare la CO2 emessa, anziché evitare di produrla.
Sempre in questo capitolo, non è previsto un intervento efficace per contrastare il dissesto idrogeologico, mentre in tema di acqua e servizio idrico non si ragiona per risparmiare seriamente la risorsa, per esempio costruendo un vero Piano per la riduzione delle perdite delle reti, e si prospetta un nuovo intervento di ulteriori privatizzazioni, consegnando il Mezzogiorno alle grandi multiutilities di natura privatistica Hera, Iren, A2a e ACEA, cancellando così totalmente l’esito referendario di dieci anni fa.
Ancora: si stanziano risorse notevoli per l’Alta velocità, circa 28 mld, più di quanto va al tema della Salute, finanziato con un po’ meno di 20 mld, che non recuperano neanche i tagli effettuati negli ultimi 15 anni e che, soprattutto, dimostrano quanto poco si sia imparato dalla vicenda della pandemia.
Infine, vengono delineate una serie di cosiddette “riforme”, il vero oggetto del contendere con l’Unione Europea, ben più stringenti rispetto al documento del governo Conte: Riforma della Pubblica Amministrazione, riforma della Giustizia, Semplificazione e promozione della concorrenza, Riforma Fiscale e altre ancora, tutte ispirate ad una logica di apertura al mercato e di “liberazione” dai vincoli che lo ostacolano. Qui, in fondo, sta l’anima del Recovery Plan: un’idea di modernizzazione, trainata da una spinta all’innovazione e legittimata da una presunta conversione ecologica, che, però, ancora una volta assume come parametri e obiettivi l’idea della crescita quantitativa, della competitività e della concorrenza, della centralità dell’impresa e del mercato come regolatore fondamentale, peraltro da sostenere con il debito “buono” quando la crisi diventa troppo grave.

Il punto di fondo è che, però, non si vuole vedere – e tanto meno ammettere – che questo meccanismo non funziona più. Ce lo dicono gli stessi numeri del PNRR e del Documento di Economia e Finanza 2021: al di là della propaganda e della grancassa suonata in questi giorni, le stesse pagine del Recovery Plan stimano, nello scenario più ottimistico,  una crescita aggiuntiva cumulata proveniente dallo stesso da qui al 2026 del 3,6%, che vuol dire circa una media dello 0,6% in più ogni anno, mentre l’occupazione, sempre in termini cumulati, dovrebbe aumentare del 3,2%, il che, però, significa che solo nel 2024 si dovrebbe ritornare ai livelli occupazionali del 2019.
Non una grande prospettiva, che poi viene decisamente aggravata se consideriamo l’andamento del debito pubblico: i dati – contenuti nel DEF ma non nel PNRR – dicono che nel 2024 saremo ancora agli stessi livelli registrati alla fine del 2020, attorno al 152% del PILe si ritornerebbe alla situazione pre-Covid, vicino al 135% del PIL, solo nel 2032.
Qui sta un punto decisivo, quello che, passata la sbornia delle “più grandi risorse a nostra disposizione”, nel giro di qualche anno, potrebbe improvvisamente far diventare  ‘cattivo’ il debito che oggi viene chiamato buono, riproponendo nuovi scenari di lacrime e sangue. Soprattutto se non verrà cambiato radicalmente il paradigma del Patto di Stabilità europeo in vigore fino all’inizio della pandemia e oggi sospeso probabilmente fino alla fine del 2022, che però comporta la revisione dei Trattati, la modifica profonda dell’ortodossia economica, che appare anch’essa solo sospesa e non abbandonata, la messa in campo di un’altra idea di Europa e del suo modello produttivo e sociale.
Questo, sia detto per inciso, sarà probabilmente il vero terreno di scontro nei prossimi anni, utile a verificare una possibile svolta, che non c’è stata, a differenza dei tanti che l’hanno esaltata, con la creazione del Next Generation UE, fatto più per necessità che per virtù, come del resto è successo nella gran parte delle economie capitalistiche, a partire dagli Stati Uniti.

All’inizio del suo discorso alla Camera, il Presidente del Consiglio Draghi ha invitato a giudicare il Recovery Plan con gli occhi dei giovani, delle donne, delle persone sofferenti durante la pandemia. Sono d’accordo nel seguirlo lungo questa strada ma, proprio per questo, non posso che essere, nel contempo, preoccupato e distante da chi, come questo governo, non riesce a usare lenti diverse, se non un po’ riverniciate, rispetto al passato per pensare al futuro. Che reclama, invece, un cambiamento radicale e la messa in discussione delle scelte di fondo che ci hanno condotto sino a qui e che si ritrovano, sia pure aggiornate, in questo Recovery Plan. E che per questo va respinto, anche con la mobilitazione sociale e politica, e riscritto.
Stanno provando a farlo un insieme di soggetti e movimenti che si sono aggregati ne La società della cura [Vedi qui]. Ne va, appunto, del nostro destino futuro.

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