Tag: ambiente

PER CERTI VERSI
Le api

LE API

Le api
Le api
Sempre più rare
piovono
In una pioggia
Irreale
Annegando
Nell’aria
Come fosse il mare
Loro
Volanti scie
Della diversità
Naturale
I veleni ne
Spezzano
Il radar
Non tornano
A casa

E l’Europa cosa fa

Per altri sette anni
Di questi pesticidi
Rinnova l’uso

Ma come si fa

Anche le parole
Annegano
Con le api

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

felicità parchi

Perché togliere il bosco ai lupetti?
No al lockdown dei boschi della Liguria

 

Sono Genovese, ho quattro figli e tutti hanno fatto il percorso scout. La mia ultima è una lupetta. Ieri al mattino presto abbiamo ricevuto dai Capi Branco le indicazioni per la caccia di domenica 16 gennaio. Tutto programmato: i lupetti avrebbero fatto una gran bella gita sui nostri splendidi monti.
Dopo poco giunge un nuovo messaggio dai capi: “perdonateci siamo stati presi in contropiede dalla recente ordinanza che vieta di frequentare i boschi, pertanto gli avvisi appena inviati non sono più validi. Ci scusiamo e vi faremo avere il prima possibile notizie su cosa faremo domenica”.

La mia testa ha cominciato a macinare le parole “Vietato frequentare i boschi”. Sono rimasta li a ripetermele e ho sentito crescere dentro di me l’indignazione per questa ennesima decisione di un governo che tratta ormai da tempo le persone come fossero animali da allevamento. Non mi stupisce, nel piccolo e nel grande, lo sguardo antropologico va in questa direzione da molti anni nella inconsapevolezza dei più. Come madre di quattro figli il mio impegno è stato in particolare quello di lavorare per una città a misura di bambino, per la restituzioni di autonomie fondamentali ai più piccoli che le politiche, in nome della sicurezza (sine cura), hanno ridotto sempre di più impedendo ai nostri figli di fare quelle esperienze fondamentali per crescere e imparare a muoversi nell’ambiente che li circonda [leggi Qui] 

Alcuni anni or sono mi sono trovata a lottare contro un’ordinanza del nostro municipio che recintava, nei parchi, la zona giochi dei bambini per “difenderli dalle cacche dei cani”. Risultato: i bambini venivano recintati negli spazi con i giochi di plastica rigorosamente montati su pavimenti asfaltati, mentre ai cani e ai loro proprietari era permesso correre tra gli alberi e sui prati.

Non avrebbe dunque dovuto stupirmi che, in nome del bene supremo economico, da oggi noi tutti verremo recintati nelle nostre città. Non dovrebbe stupirmi che dopo due anni di pandemia, in cui gli umani sono stati catalogati in diverse specie di animali, ai quali, a seconda della loro buona condotta, valutata dai governanti come ne fossero i proprietari, cancellando di fatto i diritti naturali, è dato accesso a certi luoghi.

Non è accettabile impedire la fruizione degli spazi naturali dei boschi, spazio vitale per attività all’aria aperta a 360°. Tanto più che tale ordinanza non ha come scopo tutelare la nostra salute – la peste suina africana infatti non è trasmissibile all’uomo e come scritto nell’ordinanza “la peste suina africana può avere gravi ripercussioni sulla salute della popolazione animale interessata e sulla redditività del settore zootecnico suinicolo, incidendo in modo significativo sulla produttività del settore agricolo a causa di perdite sia dirette che indirette con possibili gravi ripercussioni economiche in relazione al blocco delle movimentazioni delle partite di suini vivi e dei prodotti derivati all’interno dell’Unione e nell’export;” [Qui].Queste le parole del nostro presidente della Regione Toti: “se si diffondesse danni incommensurabili rispetto a una mancata passeggiata nei boschi”.

La  buona salute è prioritaria e le istituzioni hanno il dovere e la responsabilità di salvaguardarla. Ma la credibilità delle istituzioni è ormai nulla. La vita a contatto con la natura è una medicina gratuita necessaria a tutte e tutti. A maggior ragione in questo periodo pandemico. A questo punto noi sappiamo bene quali sono gli stili di vita sani che vogliamo condurre. È necessario riconoscere che l’Occidente è affetto da una malattia ben più grave del Covid19, una malattia che uccide il senso stesso di essere umano e che questa malattia sta affettando i nostri piccoli, rendendoli dei piccoli robot ai quali dare ordini.

Ma c’è una speranza. Quella di non aspettare la risposta dall’alto, quella di saper fare scelte alternative, quella di avere il coraggio di disobbedire quando, quanto ci viene imposto, va contro la nostra ‘natura’. Forse oggi sempre più persone riescono a vedere e a metterlo in parole. E ciò che viene nominato esiste e cambia la realtà. Ognuno di noi ha un grande potere, ed è legato alla nostra capacità di fare delle scelte libere che ci corrispondono. Basta solo esercitarla questa libertà, costi quel che costi!

Qui sotto il testo di una mail che è stata inviata da moltissimi genovesi al Sindaco Bucci, al presidente Toti, al ministro Speranza e al Ministro Patuanelli pubblicata in questa pagina Facebook [Qui] 

NO AL LOCKDOWN DEI BOSCHI LIGURI

Come Cittadina/o ligure italiana/o voglio esprimere tutta la mia indignazione per le decisioni prese e calate dall’alto in materia di contenimento della peste suina che impongono di fatto un LOCKDOWN sui boschi dell’entroterra ligure. .

“Limitare il lavoro e il tempo libero di tutti cittadini italiani (poiché i nostri boschi rappresentano un territorio non frequentato solo dai liguri) e mettere in pericolo l’economia di interi comuni allo scopo di difendere gli allevamenti intensivi è una misura inaccettabile, senza alcuna logica e totalmente fallimentare.” (Paolo Rossi, fotografo di fauna selvatica, documentarista, collaboratore di guide ambientali) 

Infatti, siamo al corrente che cinghiali potenzialmente infetti sono già dispersi su tutto il territorio regionale e oltre, proprio a causa della caccia in battuta o braccata, attualmente in corso, che è la prima causa di rapida diffusione della peste. 

Sono norme che non garantiscono alcuna certezza se non quella di limitare il diritto al lavoro e al tempo libero di migliaia di persone.  

Se la preoccupazione è quella di tutelare gli allevamenti, i provvedimenti vanno presi nella direzione di messa in sicurezza degli stessi e non nella limitazione della fruizione degli spazi naturali dei boschi, spazio vitale per la  salute e il lavoro di tutte e tutti, che le istituzioni hanno il dovere e la responsabilità di salvaguardare, a maggior ragione in questo momento storico. 

Non si capisce di che cosa dovremmo avere paura, considerato che siamo costrette e costretti, da anni, a coabitare in città  con i cinghiali. Tutto questo  a causa della totale assenza  decennale di provvedimenti e azioni che favoriscano il rientro dei cinghiali nell’habitat naturale a vantaggio del loro e nostro equilibrio. 

Evidenzio inoltre che Piemonte e Liguria hanno due ordinanze diverse. In Liguria chiusura totale per 6 mesi, mentre in Piemonte  è vietata solo attività di  pesca, venatoria e addestramento.

Queste ordinanze inaccettabili nascono a supporto di stili di vita mortiferi voluti ormai  solo da poteri economici sostenuti dai governi. 

Dopo due anni di fallimentare gestione pandemica, noi sappiamo bene quali sono gli stili di vita sani che vogliamo condurre. 

Che non si pensi che questa volta staremo chiuse e chiusi in casa ad aspettare la fine dell’ordinanza.

 

Europa

UN’ALTRA EUROPA:
pensare e progettare un futuro solidale

Il futuro c’è se si progetta.
È ora di aprire un confronto perché l’occasione storica delle elezioni europee che si compirà tra due anni trovi spazio di scambio e di ricerca per la costruzione di un progetto all’altezza della storia. È ora che i mezzi di comunicazione e di informazione svolgano il compito che compete loro: essere al servizio dello sviluppo della società umana e del suo miglioramento e non quello di cavalcare le divisioni e le contrapposizioni di una società che sta affrontando un momento inedito sia per le difficoltà pratiche da superare sia per un futuro che, senza un progetto collettivo di sviluppo, si prospetta come catastrofico.

Tutti i mezzi di informazione da oggi dovrebbero dare spazio a questo tema centrale: come costruire il nostro futuro, anziché dilungarsi in maniera sfiancante e ripetitiva su un unico argomento che monopolizza l’informazione oggi, il problema del vaccino e della carta verde che, anche se importante e controverso in tanti modi, stiamo affrontando e risolvendo.

Il primo passo può essere la costruzione della comunità europea. Siamo di fronte alla possibilità di creare una nuova realtà politica capace di integrare le potenzialità dei suoi singoli stati e di imparare dagli errori del passato per dare origine ad una novità storica organizzata necessaria ad affrontare le nuove sfide che ci si prospettano e finalizzata al rinnovamento di una democrazia che porti allo sviluppo universale.

Per sviluppo non si intende un aumento quantitativo (del progresso, della tecnologia o di guadagno), ma un miglioramento delle qualità umane, delle relazioni sociali, economiche e lavorative. Lo sviluppo non può essere chiuso, deve essere aperto ad una prospettiva più evoluta.
Pensiamo a come vogliamo il nostro futuro invece che inseguire i problemi e le contrapposizioni dialettiche sollevate dall’emergenza pandemica.

L’attuale situazione ha messo in evidenza le carenze strutturali della nostra società. Carenze che, per altro, vengono da lontano: la necessità di una scuola che risolva le differenze e non che le accentui.

Una scuola che veramente dia gli strumenti a tutti i cittadini per capire in primo luogo il valore della libertà e della civiltà a prescindere dalla pur importante cittadinanza e poi il momento in cui si vive. Una scuola che sappia garantire a ciascuno gli strumenti per costruirsi il futuro sia come singolo individuo, che come società.
La necessità che all’Università sia restituito il compito di svolgere la ricerca di base, perché questa è l’unica garanzia che abbiamo a che sia pubblica e finalizzata al benessere dell’umanità e della natura e non al profitto.

L’emergenza in cui ci troviamo ha solo messo in evidenza la necessità di un uso delle risorse della Terra non basato sullo spreco e sul consumo, ma su un loro utilizzo oculato che non penalizzi l’organizzazione sociale o le fasce più povere ma che tenda ad una loro distribuzione equa a livello globale, anzi, che migliori la qualità della vita per tutti; poiché sappiamo che migliorando il rapporto dell’umanità con la natura, migliora la qualità della vita.

Questi sono già tre punti su cui si può iniziare a tracciare una bozza di progetto d’Europa, che consideri nuovi modelli per costruire una vita dignitosa per l’intera umanità e che risponda a queste proposte.

Va ripensato un progetto di Europa che si scosti dalla logica delleconomia di mercato come solo punto di riferimento, ma scelga invece la persona, la qualità – ormai improcrastinabile – dell’ambiente e la forma democratica di governo come prospettiva per la sua realizzazione, la sua costruzione e il suo sviluppo.

Oggi possiamo toccare con mano cosa ha voluto dire scegliere come modello unico universale l’economia di mercato e la sua potenza distruttrice nello scompenso ecologico, nella distruzione dell’equilibrio naturale che ha prodotto il cambiamento climatico e che ha conseguenze altrettanto disastrose sugli equilibri sociali.

Questa scelta, Infatti, ha innescato un aumento della povertà a tutti i livelli, da quello del cibo a quello culturale e sociale; ha portato al blocco del processo di emancipazione dell’umanità, che sembrava così raggiungibile, dalle molteplici necessità per una vita dignitosa almeno per la maggioranza di noi.

Come ha detto recentemente anche il nostro Presidente del Consiglio, questa scelta di cambio di direzione o è immediata o non avrà luogo affatto perché, scaduto questo tempo, lo squilibrio sarà irreversibile.
Dobbiamo muoverci immediatamente – e per fortuna le elezioni per l’Europa saranno tra due anni, giusto il tempo per preparare una campagna di informazione finalizzata a far eleggere il parlamento costituente che abbia come unico scopo quello di scrivere la Costituzione di una nuova Europa. Non perdiamo questa occasione che non si presenterà più così tempestivamente.

I mezzi di informazione dovrebbero veramente dare il maggior spazio possibile a questi temi determinanti per il futuro dell’Italia, dell’Europa ma anche per l’intera umanità, in modo da permettere un serio confronto tra le diverse visioni possibili per la costruzione di una nuova realtà politica e istituzionale. Sarebbe opportuno abbandonare, almeno per questo periodo, l’abitudine divisiva e sterile di sottolineare le contrapposizioni, spesso strumentali a interessi particolari e non a risolvere i problemi della nostra società. Non sono certo né i vaccini né il green pass che ci tolgono la libertà, ma piuttosto il non avere una realtà democratica all’altezza della complessità che dovremo affrontare.

È ora che i mezzi di informazione siano veramente strumenti per la ricerca di una realtà comune, nella realizzazione della quale ciascuno si senta coinvolto in prima persona. Questa è la sola condizione necessaria affinché ognuno si assuma la responsabilità di una riuscita del progetto, personale e comune, nel quale ciascuno trovi finalmente la sua dimensione di senso della vita e di soddisfazione.

PER CERTI VERSI
Ecorequiem

ECOREQUIEM

Ogni giorno
Si Scuote
L’albero della vita
Della natura
Della Terra
Ognuno piange
I suoi disastri
Li piange localmente
Le parole
Mangiano le promesse
E viceversa
Poi
Avanti come sempre
Avanti?
Chissà
Forse indietro
Forse a tutto gas
In ogni senso
Sordi
Al dovere di invertire
La rotta Geocida
Noi viviamo
Come se
Tutte le cose
Fossero morte
Credendo
Di essere
Dei re Mida

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

COSTRUIRE L’EUROPA POLITICA
per una democrazia basata sul benessere e la giustizia sociale

 

Torino – Ci risiamo! I mezzi di informazione per convincere della necessità della vaccinazione facendo riferimento a un sistema organizzativo unico nazionale riguardo alla pandemia e chi ci governa presentano le loro argomentazioni usando un linguaggio tipo ‘siamo in guerra’. Ancora una volta un linguaggio bellico, un pensiero di aggressione e prevaricazione, per affrontare problemi che esigono invece collaborazione e coordinazione.

Il virus non è un nemico alieno che invade la terra, ma è il risultato di nostre scelte, la conseguenza dell’aver posto il profitto e i privilegi di alcuni al di sopra della qualità della vita umana per tutti. Realizzare una buona qualità di vita richiede un ambiente che abbia altrettanta qualità; non si può prescindere dal rispetto delle risorse naturali, per realizzare una vita dignitosa non solo per pochi ma per tutti.

L’aver messo il profitto al vertice dei valori a cui l’umanità tende è all’origine della pandemia. Il privilegio di pochi su molti corrisponde allo squilibrio con cui è stato trattato l’ambiente. L’inquinamento è il terreno di coltura di virus e batteri. La terra non può diventare il contenitore dei nostri scarti: se non la pensiamo come il luogo da abitare, e abitare piacevolmente, invece che come terreno di conquista, questi effetti pandemici si susseguiranno a ritmo sempre più frequente, con le conseguenze disastrose che stiamo vedendo e possiamo immaginare.

Le tante morti che la nostra nazione ha subito sono anche conseguenza dello smantellamento del sistema democratico avvenuto negli ultimi anni. La distribuzione dei servizi alla totalità dei cittadini, base della democrazia, è stata una prerogativa italiana distribuita su tutto il territorio efficiente ed efficace. La sua realizzazione aveva richiesto anni di lavoro civile a partire dal secondo dopoguerra e il suo obiettivo era ottenere una eccellente qualità del servizio accessibile a tutti.

È importante ricordarlo, perché nelle democrazie i governi sono eletti dai cittadini. Non dobbiamo dimenticare quali sono state le scelte che hanno portato a questo disastro, perché in una democrazia siamo tutti corresponsabili delle azioni sociali. Ricordiamocelo al momento di tornare alle urne: quante persone sono morte perché tanti hanno votato chi proponeva la supremazia di alcuni su altri e ha trovato consenso? E chi ha dato questo consenso sono stati proprio quelli che, per primi, si sono visti togliere i servizi pubblici che garantivano la loro qualità di vita e la loro salute.

L’Italia è riuscita a restare al passo con lo sviluppo della società occidentale perché ha costruito la propria unità politica e, dopo il blocco dello sviluppo conseguenza al fascismo, ha scelto la via democratica, l’unica forma di governo a garantire sviluppo umano e sociale. Ora la sta distruggendo per seguire le sirene, prima della secessione, ora dell’autonomia. E questo anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione che indiscriminatamente propugnano la cultura del vacuo. In questa ultima fase di gestione della pandemia si può vedere bene fino a che punto sia inefficiente questo sistema di frammentazione amministrativa. Spero che quanto succede in Italia, con le autonomie regionali che lavorano l’una contro l’altra, anziché all’unisono, sia un monito per l’Europa. Nelle due realtà il problema è lo stesso: la necessità di mettere d’accordo un puzzle di territori reciprocamente diffidenti rallenta qualunque procedimento. Un esempio lampante è la distribuzione dei vaccini per il Covid-19 che, tanto in Italia quanto in Europa, sta procedendo così a rilento.

Il mondo è ormai organizzato in potenze dalle dimensioni di continenti: le piccole nazioni sono destinate a contare sempre meno nelle relazioni internazionali fino a sparire del tutto. Il comportamento dell’Egitto nei confronti dell’Italia, mi riferisco ai casi Regeni e Patrick Zaki, è emblematico – come pure quello del caso del ricercatore scientifico Ahmedrez Djalali in Iran – l’Italia in quanto nazione singola, senza l’appoggio dell’Europa non ha forza sufficiente a esigere il rispetto delle norme diplomatiche.

Finalmente, con la Next Generation EU abbiamo fatto un primo passo necessario per rispondere ai problemi creati dalla pandemia, però non è sufficiente: ci vuole la costituzione dell’Unità europea politica, un unico governo forte e presente che non esiste ancora: siamo in ritardo di 70 anni nella realizzazione del progetto d’Europa promesso da Schuman, De Gasperi e Adenauer e ne stiamo pagando le conseguenze.

Molti problemi del bacino del Mediterraneo, da quelli legati alle migrazioni alle tensioni con la Turchia, sono diretta conseguenza dell’atteggiamento passivo dell’Europa, che non ha la forza di uno stato unitario; i flussi migratori sono connaturati alla natura umana, la storia dimostra che ci sono sempre stati, non si possono frenare, ma vanno governati: se non lo si fa in modo democratico, alcune nazioni stanno già progettando l’unione delle democrazie illiberali che danno al concetto di democrazia un valore solo quantitativo di maggioranza e non qualitativo di libertà.

Ma come è possibile una democrazia senza libertà? Cosa stiamo aspettando ancora? Oppure vogliamo che altri casi come quello del dittatore turco Erdogan e la Presidente della commissione europea von der Leyen si ripresentino nella prevaricazione e nella mancanza di rispetto e decenza nei riguardi di governanti europei pienamente accreditati, solo perché donne? E non finisce qui. Se l’Europa finalmente riconoscesse, lei per prima, il valore di essere nazione unita chiederebbe a Charles Michel le dimissioni immediate.

Bloccare la costruzione dell’Europa politica ci condanna a diventare terra di conquista di tutte le grandi potenze e non è solo una sconfitta territoriale: è la stessa democrazia a essere messa a rischio, perché molte di queste potenze sono dittature. Vogliamo proprio distruggere la più bella conquista del Novecento: la democrazia basata sul benessere e la giustizia sociale?

LA MIGLIORE SICUREZZA:
rispondere ai bisogni di tutti, a partire dai più deboli

 

La pandemia ha messo in evidenza tutte le fragilità delle nostre società diseguali, dissipatrici, e senza regole. Molti sono i pericoli ai quali ci siamo assuefatti: dai morti per incidenti stradali, alle guerre che hanno andamento endemico in ampie aree del mondo. Tuttavia, l’improvvisa e rapida comparsa di un nemico sconosciuto, come il coronavirus, nei confronti del quale non ci sono ancora sufficienti difese, ci trova impotenti.

Questo virus scuote profondamente i miti del progresso e della crescita illimitata, la fiducia nella possibilità di controllo e di dominio da parte della tecno-scienza, mettendo in discussione alcune fondamentali certezze e ribaltandone il significato.

Il primo concetto che perde di significato è quello di difesa: siamo abituati a pensare che ci si difenda alzando muri, chiudendo porti e confini con eserciti militari. Ma di fronte a questo nemico invisibile le armi non servono. Anzi, proprio l’aver destinato grandi risorse alle spese militari, sottraendole ad esempio alla sanità e alla ricerca, ci rende più indifesi. Il nostro sistema sanitario universalistico, che pure è uno dei migliori al mondo, vacilla e lamenta la mancanza di attrezzature e di medici.

Il COVID19 ci insegna dunque che il modo migliore di creare sicurezza è avere una società organizzata in modo tale da rispondere ai bisogni di tutti, a partire dalle fasce più deboli. Una società di questo tipo saprà garantire anche le proprie ‘difese immunitarie’ contro i pericoli, interni ed esterni, che possono minacciarla, sviluppando l’uso corretto del potere da parte di ciascuno, le capacità di autogoverno e di resilienza, nonché forme organizzate di difesa popolare nonviolenta che i movimenti per la pace da tempo propongono.

Un altro importante ribaltamento di significato è quello del concetto di isolamento. Da Trump a Salvini a Orban, le destre sovraniste di tutti i continenti hanno rispolverato un nazionalismo pericoloso e fondato sulla cultura individualista imperante, legittimata dal pensiero unico neo-liberista. Espressioni come ‘Prima gli Italiani’ o ‘America first’, creano un isolamento, una barriera tra noi e gli altri, visti come nemici e dai quali distinguerci e separarci. È un isolamento che chiude agli altri, teso a difendere i propri privilegi, e interessi, a scapito della propria umanità.

L’isolamento al quale ci costringe il COVID19 ha invece una diversa connotazione. Serve sì a proteggere noi stessi, ma allo stesso tempo, protegge anche gli altri, perché nessuno sa se potrebbe essere un veicolo di diffusione dell’epidemia. Il COVID19 non risparmia nessuno, colpisce poveri e ricchi, giovani e anziani, al Nord come al Sud, non fa differenze di sorta. Anche chi pensa di essere più forte, potente, attrezzato, in realtà è fragile come tutti: non c’è ricchezza, potere, posizione che tenga.

Tutti hanno bisogno dell’aiuto degli altri, perché NESSUNO SI SALVA DA SOLO.

È la rivincita della solidarietà contro l’individualismo. Riusciremo a realizzare, dopo questa emergenza, un diverso rapporto tra noi e con l’ambiente che ci ospita?
Queste emergenze, climatica, sanitaria, migratoria, ci obbligano a cambiare passo, recuperando valori di solidarietà e sobrietà, che aprono una possibilità di futuro sostenibile per tutti. Proprio come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, quando si è avvertita l’esigenza di creare istituzioni, come le Nazioni Unite, che si ponessero come strumenti alternativi per la risoluzione delle controversie internazionali. In realtà l’ONU oggi è una istituzione troppo debole e priva di reale potere nel gestire le relazioni internazionali.

Oggi il vaccino ci porterà forse fuori dall’emergenza, ma non ci risolverà il problema di una diversa consapevolezza che richiede un ambiente inclusivo.

Per leggere tutti gli articoli di Elogio del presente, la rubrica di Maura Franchi, clicca [Qui]

Riscaldamento globale o cambiamento climatico?
L’importanza del framing

Siamo nel 2002, George W. Bush è arrivato da un anno alla Casa Bianca e ha un problema: come minimizzare la questione ambientale.
Il riscaldamento globale era stato infatti al centro della campagna elettorale del suo sfidante, Al Gore, e anche se era stato sconfitto, il tema si era ormai radicato nel discorso pubblico.
È quindi il momento di entrare in azione per il mago delle parole Frank Luntz. Repubblicano, consulente politico e di comunicazione, maestro del framing. Si tratta dell’azione di creare frame, ovvero cornici mentali cariche di significato che inquadrano i concetti; il formato nel quale ci viene presentata una determinata informazione incide sulle nostre decisioni. Una volta inoculata la cornice nel discorso pubblico, essa sarà il nuovo “campo di gioco”.
L’idea geniale di Luntz è la seguente: il Presidente, i suoi collaboratori e, con l’effetto domino, anche chi è politicamente più distante non dovranno parlare di “riscaldamento globale”, bensì di “cambiamento climatico”.
L’espressione “riscaldamento globale” richiama immediatamente il nocciolo del problema: la temperatura globale si sta alzando, ciò porta e porterà a disastri naturali, l’essere umano è responsabile. Parte della strategia infatti è deresponsabilizzare l’uomo, facendo leva sulle incertezze scientifiche (per quanto invece esista un generale consenso da parte della comunità scientifica).
Al contrario, l’espressione “cambiamento climatico” è apparentemente neutra e, come ha notato il linguista George Lakoff, la parola “clima” è capace di suscitare alla mente qualcosa di piacevole, come una spiaggia o delle palme al mare.

Alessio Bolognesi e le antiche carte ferraresi

Alessio Bolognesi è un artista ferrarese, membro dell’ artistic street art and graffiti collective Vida Krei (VKB). Ama sperimentare, far evolvere il suo linguaggio ed esplorare nuove tematiche e soggetti.
Qualche anno fa un altro artista ferrarese, Daniele Cestari, gli regalò alcuni pacchi di antichi documenti d’archivio destinati al macero provenienti dal consorzio di bonifica di Bondeno. L’età di queste carte va dagli anni Quaranta dell’Ottocento alla metà del Novecento. Dopo circa un anno dalla ricezione del dono, Bolognesi provò a utilizzarle come sfondo dei suoi disegni; le prime prove furono alcune rappresentazioni del suo alter-ego Sfiggy, il personaggio con cui iniziò la sua carriera. Il risultato fu notevole e venne subito apprezzato: veniva a crearsi un contrasto interessante tra il disegno e il documento ingiallito, scritto a mano in bella grafia. Inoltre, lo sfondo non necessitando di importanti ritocchi permetteva all’artista di far cadere maggiormente l’attenzione sul soggetto disegnato. I documenti antichi ferraresi diventarono così uno sfondo frequente per molte sue opere appartenenti a diversi progetti.
Molti dei progetti di Bolognesi sono percorsi di comunicazione attraverso gli animali e il mondo naturale, legati a tematiche ambientali. Uno di questi è [R]evolve[r], in cui rappresenta la natura che si arma e si ribella contro i soprusi degli umani. È stata esposta per la prima volta nel 2018. Da questa serie ho scelto come immagine di copertina L’uccello che girava le viti del mondo, opera di tecnica mista su carta antica, che rappresenta un colibrì intento a far scattare l’allarme: “il mondo va a fuoco”. Il titolo è la citazione di uno dei romanzi di Murakami Haruki preferiti dall’autore. Ora quest’opera, insieme al suo remake a colori Open fire, appartiene a una collezione privata.

PER CERTI VERSI
Amazzonia

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

AMAZZONIA

E’ difficile
Portare il cuore
Dove manca
Ci vuole tanto fiato
Lungo respiro
Un fazzoletto
Per le lacrime
Il ghiaccio in tasca
Per sopportare
Per reggere
Lo scempio
Vedere bruciare
Il nostro polmone
Quella foresta
Divorata dalle fiamme
Dalla arsura
Del crimine di stato
Dalla smania degli affari
E la strenua difesa
Dei suoi abitanti
Amazzonia

italia

LETTERA APERTA DI UNA SEMPLICE CITTADINA:
“Egr. Sig. Presidente del Consiglio, ecco cosa ci dovrebbe insegnare questo dramma”

Mi voglio rivolgere direttamente a Lei, egregio Presidente del Consiglio on. Giuseppe Conte, perché vorrei poterLa guardare negli occhi e chiederLe a cosa mai sia servito questo dramma così inaspettato ed eloquente rispetto alle scelte sbagliate compiute dai governi precedenti e a quelle che si sarebbero dovute compiere in modo non solo sollecito ma urgente.
Come può essere, signor Presidente, che non siano state concentrate il massimo delle risorse economiche per finanziare, finalmente, la scuola ed il mondo universitario e della ricerca? Questo dopo che si è constatato che ciò che è successo è dovuto in gran parte proprio all’ignoranza nei riguardi della realtà del mondo: della natura umana e della terra. E’ stato solo grazie alla responsabilità dei cittadini che si sono potuti arginare con relativa efficacia i danni avvenuti a causa di scelte irresponsabili e miopi del passato.

Come è possibile che non si sia capito che senza la risposta responsabile degli insegnanti, degli allievi e delle famiglie, nessuno degli obiettivi del governo, rispetto all’emergenza, si sarebbero realizzati?
Come può non tenere conto del fatto che solo grazie agli insegnanti, che si sono messi a disposizione senza chiedere niente in cambio per questo nuovo impegno, parte dei ragazzi ha potuto continuare a usufruire del servizio scolastico, diritto costituzionale. E anche che molti, nonostante questo impegno, sono rimasti scartati da questo servizio per insufficienza di risorse umane e tecnologiche?

Le faccio notare, signor Presidente del Consiglio, che la sospensione delle libertà personali a cui si sono assoggettati tutti i cittadini, ma soprattutto i ragazzi, cioè i meno responsabili di quanto è successo, deve essere giustificata e compensata da un riconoscimento di pari valore e dignità di attenzione e rispetto affinché ciò non debba più accadere in uno Stato democratico degno di questo attributo.

Per questo motivo mi sarei aspettata, e credo non solo io, che le scelte di investimento per far ripartire l’Italia avrebbero riguardato l’ambito dell’educazione, formazione, ricerca e cultura in generale, almeno per il cinquanta per cento delle risorse disponibili. Davvero pensiamo che il mondo futuro possa fare a meno dell’arte, dei musei, della musica, dei teatri, della cultura e della bellezza in generale? Anche questi sono da considerarsi beni primari.
Investire in questo sarebbe il segnale che molti italiani si aspettano per poter capire che le cose stanno cambiando e rinascendo davvero.
Questa scelta dimostrerebbe che qualcuno fra coloro che ci governa ha finalmente capito cosa serva per costruire un mondo più a misura della qualità di una vita all’altezza della nostra evoluzione.

Come può essere che non si capisca che siamo arrivati a questo punto perché precedentemente si è scelta la logica del profitto a tutti i livelli, compreso quello della rendita politica?  I cittadini in maggioranza oggi sanno che il valore di uno Stato democratico sta nell’avere accesso ai servizi necessari perché ciascuna persona abbia la possibilità di realizzare i propri desideri, i propri sogni, cioè poter avere speranza nel futuro che è ciò che dà senso alla vita.
L‘indifferenza di un Governo che si dice  progressista mi indigna, perché è segno di scarsa considerazione per la storia e la cultura del popolo italiano sia recente che rispetto alle sue radici dalle quali nascono le attuali civiltà e democrazie che tutto il mondo ci riconosce.
Se questo governo vuole distinguersi dalla retorica del mondo consumistico, per altro chiaramente in declino per la sua irrazionalità e sconfitto dalla forza stessa della natura, deve fornire quegli strumenti che questa diversificazione garantisce. La natura, lo sappiamo, esige rispetto per le diversità e propende verso una sempre maggiore diversificazione per garantirsi un futuro migliore del presente. Questi strumenti sono quelli dell’educazione finalizzata a riconoscere e sviluppare la capacità creativa e di immaginazione delle giovani generazioni che sono quelle che più si intendono di futuro perché nuovo e imprevedibile. I giovani non si riconoscono più in uno stereotipo che li dipinge come consumatori instancabili e divoratori di risorse, ottusi e inerti, ma si riconoscono attori che desiderano costruirsi un mondo che corrisponda ai loro sogni e alla loro libertà e gusto della vita.

Se vuole distinguersi, egregio Presidente del Consiglio, e dare un vero segno di cambiamento in questo momento di rinascita, metta al centro del suo progetto di governo le persone nella loro dignità di cittadini. Interpreti, nella ricostruzione, la loro insoddisfazione e, partendo da quel centro di valore, costruisca la sua prospettiva di governo. Riconosca i cittadini come coloro che possono trasformare i limiti derivati dalla natura in opportunità di cambiamento e sviluppo, e non soltanto come consumatori che la logica del profitto disegna e costringe in una dimensione di pericolosi parassiti.
Mettendo al centro le persone e avendo a cuore il loro benessere, le priorità delle scelte per un governo che progetta un futuro possibile, ma anche desiderabile si evidenziano quasi spontaneamente. Tutti desiderano vivere una vita con soddisfazione perché ci permette di trasformare ciò che non ci soddisfa. Tutti desiderano vivere in un ambiente armonioso e accogliente di cui si possono assaporare gusti e profumi e contemplare le bellezze insieme agli altri con il piacere di poterlo consegnare alle prossime generazioni. Tutti desiderano vivere in pace e considerano inutili i soldi spesi in armamenti.

Cosa si aspetta, quindi, a scegliere la strada di una finalmente riconosciuta umanità e progettare seriamente una strategia di investimenti veri e utili alla società? Invece di investire sull’Alitalia che tutti sappiamo bene essere una industria in perdita, perché non investiamo su una compagnia Europea?
Rispondere a queste legittime aspettative di avere dei governanti che riconoscono l’urgenza di mettere mano al dissesto territoriale italiano, al patrimonio paesaggistico oltre che ambientale indispensabile alla qualità della vita, sarebbe un’occasione da non perdere, in questa fase, per creare molti posti di lavoro dei quali alcuni anche molto qualificati.
Queste scelte avvierebbero anche un cambio di comportamento di quei giovani che non potendo esprimere il loro sapere e il loro entusiasmo in Italia se ne vanno all’estero, dando ad altri Paesi il loro valore aggiunto.

Spero, signor Presidente del Consiglio, che le sue prossime scelte e i suoi programmi di governo e di investimenti siano veramente lungimiranti e perciò riguardino il reale benessere delle persone, riuscendo a considerare i cittadini capaci di scegliere il loro futuro. La fiducia nell’onestà e nell’intelligenza delle persone è la base per la costruzione di una società democratica che possa sperare che il futuro sia migliore del presente.
Le auguro perciò un buon lavoro e confido nella sua intelligenza di persona non solo lungimirante ma coraggiosa e intraprendente, capace di decidere e di condividere la propria aspirazione e di lasciare in eredità la possibilità di un futuro degno della nostra storia. 

PANDEMIA E CLAUSURA
La parola ai ragazzi: Maria, Klea, Giorgia, Iris

Nell’articolo che ho scritto qualche giorno fa su ferraraitalia [Qui]  mi ponevo il problema di come vivono, cosa sognano i bambini e i giovani in questo lungo e strano periodo di pandemia. Si è praticamente chiuso il loro rapporto diretto con la scuola, con lo sport, con i loro interessi e con gli amici, stravolgendo le relazioni interpersonali che facevano parte del loro quotidiano. Me lo sono chiesta anche perché, sfogliando la rassegna stampa dal mese di febbraio ad oggi, di scuola, di ragazzi e di insegnanti si è parlato ben poco. Quel che è certo è che tutte le scuole e i servizi educativi resteranno chiusi almeno fino a settembre. Nell’articolo dicevo che mi sarebbe piaciuto più di ogni altra cosa – abituata come sono a pensare al valore della educazione permanente e dell’apprendimento in qualsiasi momento della vita, basato anche e soprattutto sulla qualità delle relazioni fin dai primi anni di vita – sapere cosa pensassero di questa nuova condizione i nostri bambini, i nostri giovani, costretti loro malgrado a starsene in casa, agganciati perennemente alla comunicazione in rete. Credo sia importante sentire la voce dei giovani, dei ragazzi e delle ragazze, dei bambini e delle bambine. Ho raccolto alcune testimonianze, che vorrei condividere su questo network, alcuni spunti e riflessioni che ritengo utili a sollecitare un approfondito confronto.

MARIA – 10 anni da Milano:
“Questo articolo secondo me è molto, molto bello. Tratta argomenti veritieri e di cui si dovrebbero occupare tutti. Mi è piaciuto molto il fatto che la signora Bondi abbia cercato il parere dei bambini. Non molti adulti infatti prendono in considerazione il nostro parere. Ma sbagliano. Secondo me, la voce di un bambino, piccolo o grande che sia, è priva di favoritismi e quindi più sincera. Lo dico in tutta sincerità, non credo che questa sia la ‘semplice diffusione di un virus’, questa è una pandemia! Ed è anche grave! Quindi penso che sia doveroso fermare questo mondo. La colpa non la do a nessuno, neanche al virus. Espandersi è nella sua natura e noi non dobbiamo e non possiamo dare la colpa a lui. Anche se dobbiamo impegnarci per sconfiggerlo. Il web sicuramente aiuta molto ma, essendo una persona che riesce anche a stare in solitudine, non credo sia cosi necessario. I miei insegnanti hanno iniziato relativamente tardi a fare le video-lezioni; una settimana dopo l’inizio della quarantena hanno inviato i compiti sulle piattaforme scolastiche, ma solamente ieri hanno iniziato a fare le video-lezioni. La scuola secondo me sta facendo quello che deve fare, cioè continuare a fare lezione. Certo, se facesse qualcosa in più le sarei grata, per esempio interrogarmi, perché io adoro essere interrogata. Sento la mancanza delle relazioni dirette, anche se riesco a parlare con quattro/cinque amici, che però sono ‘veri’. Il telefono con le video-chiamate aiuta, ma ovviamente non è lo stesso rispetto al parlarsi faccia a faccia. Sarebbe importante che le scuole riaprissero –naturalmente in sicurezza- e che i ragazzi provassero insieme ai loro insegnanti a rivedere il modo di fare scuola .Bisognerebbe iniziare già da subito ad adattarsi a questa nuova situazione.
Il futuro sicuramente non sarà lo stesso, perché come ogni malattia, questo virus lascerà il segno e probabilmente, quando se ne andrà, dovremmo attenerci a precauzioni molto più rigide. Ma personalmente penso che alla fine dovremmo accettarlo. Perché non mi faccio mica delle illusioni: è naturale che non tornerà tutto come prima. Penso che il comportamento umano debba e possa cambiare, usando le misure restrittive e stando molto attenti all’igiene personale. Sicuramente stare più attenti a se stessi e agli altri.
La lettura mi aiuta molto soprattutto perché io la adoro. Inoltre penso che molte persone stanno abusando della tecnologia; insomma è utile, certo, ma pensiamo magari ai videogame: molti bambini giocano alla playstation due o tre ore nei tempi normali, ma adesso ci giocheranno molto di più, fermandosi solo per dormire, mangiare e occasionalmente fare i compiti. E questo non credo sia salubre. In queste settimane ho notato che molte persone danno molta più importanza a coloro con cui parlano, persone che prima quasi non consideravano, passandoci anche delle ore. Quindi penso che almeno una cosa positiva c’è nelle relazioni: stiamo iniziando a dare importanza a ciò che prima consideravamo superfluo e scontato.”

KLEA PEROCI – 15 anni liceale di Ferrara:
“Ritengo fermamente che il lockdown, a cui siamo stati sottoposti sia dovuto ad una tutela della salute pubblica e perciò assolutamente lecito. Sarebbe più appropriato parlare di mancata responsabilità della gente, più che di colpa effettiva. Infatti, ad oggi, dopo quasi due mesi da quando è stata dichiarata la situazione di emergenza da Covid-19, il numero dei contagiati rimane elevato. Alla luce di ciò, si deduce che i decreti non siano stati adeguatamente rispettati da una parte della popolazione. Per quanto riguarda i sistemi comunicativi, sicuramente il web rappresenta uno strumento attraverso il quale è possibile continuare ad intrattenere le relazioni personali. Tuttavia non sostituisce affatto il contatto diretto. Purtroppo sono costretta ad affermare che utilizzo maggiormente la comunicazione virtuale, a discapito della lettura. Infatti, avendo numerosi impegni scolastici, i momenti in cui mi fermo a leggere un libro sono quantomeno rari. Raramente mi ritrovo a discutere con la mia famiglia di quanto mi manchino le mie amiche ed i miei compagni di classe, ma credo che se ne rendano conto dal fatto che spendo parecchie ore della mia giornata, chiacchierando con loro in video-chiamata. Al momento svolgo le video-lezioni esclusivamente con l’insegnante di matematica e fisica e con la docente di italiano e storia. Senza dubbio, la mia realtà attuale non corrisponde a quella a cui si assisterebbe in classe. L’immagine dell’insegnante, appiattita sullo schermo del mio pc, non coincide con l’insegnante ‘in carne ed ossa’, così come chiedere la parola, attivando un microfono, non sostituisce l’alzata di mano durante la lezione. Ritengo che il comportamento umano possa cambiare, anzi sarebbe auspicabile un tale cambiamento. Spero che gli uomini imparino ad essere più rispettosi nei confronti del prossimo, meno intransigenti ed indifferenti rispetto a quello che li circonda, e che imparino a non sottovalutare l’importanza dei piccoli gesti, capaci di renderli felici.”

GIORGIA – 17 anni, studentessa liceale di Ferrara:
“In questo periodo di reclusione, non posso vedere le mie migliori amiche, i miei parenti. Tuttavia, grazie ai social media, posso sentirli ogni giorno. Ritengo però che ciò non sia assolutamente un ‘degno sostituto’ delle relazioni sociali ‘dal vivo’: preferisco mille volte abbracciare una persona a cui voglio bene, chiacchierarci per ore, uscire a prendere un gelato in centro…Ma dato che ora non posso farlo, almeno cerco di mantenere i contatti. Vivendo con i miei genitori, ho comunque un po’ di compagnia e discutiamo spesso di questa situazione così ‘paradossale’: dobbiamo solamente resistere e pensare positivo, non facendoci contagiare dal panico collettivo, che talvolta si intravvede nella gente, anche solo appena si esce di casa. Questo periodo di quarantena, può essere un periodo di intensa riflessione, che può cambiare a livello interiore, ma non solo. A livello esteriore, fisico, si può cercare di mangiare più sano, facendo attività fisica, o in ogni caso  dedicarsi alla lettura, oppure ascoltare la musica o, ancora, suonare uno strumento. Questo può aiutarci molto a capire il mondo. Nei nostri atteggiamenti, anche verso gli altri, bisognerebbe incoraggiare la solidarietà, il rispetto, l’educazione, che purtroppo sono spesso tralasciati dagli adolescenti, ma anche dagli adulti (e ciò è ancor più grave). A mio parere, questa pandemia è come se fosse un modo da parte di Mother Earth di dirci di fermarci, perché stiamo esagerando: inquinamento, surriscaldamento globale… La scienza ci dice che, riducendo gli spostamenti per via della quarantena, è possibile diminuire l’intensità dei fattori inquinanti e alcuni grafici ci dimostrano quanto sia notevole il cambiamento rispetto a prima. Questo deve servirci da incentivo a comportarci meglio anche nei confronti dell’ambiente. Eppure, persino in questo difficile periodo della nostra vita, che stiamo vivendo tutti insieme (e forse questo ci rende meno soli), io riesco a sperare in un futuro diverso: un futuro in cui possiamo tornare ad abbracciarci, ad uscire insieme, a viaggiare e visitare i posti più belli del mondo. Ma non tutti  la pensano come me: molti ragazzi della mia età sono più pessimisti e non riescono, in questo momento e in queste circostanze, ad intravvedere un loro futuro. Suggerirei, a chiunque di  prendere questo periodo come un momento di riflessione, di meditazione, un modo per conoscerci meglio e cercare di migliorarci, di essere sinceri con noi stessi ed accettarci per ciò che siamo.”

IRIS – 17 anni  studentessa liceale di Ferrara.
“…Nonostante non frequenti la scuola oramai da un mese, le attività scolastiche proseguono a distanza e tengono impegnati gli studenti di tutta Italia. Tutte le mattine frequento le lezioni, anche se comodamente da casa e non vi sono variazioni rispetto al carico di compiti assegnati. Probabilmente gli insegnanti desiderano conservare gli stessi schemi della vita quotidiana, da noi spesso sottovalutata e di cui sentiamo sempre più la mancanza. In effetti, mi chiedo perché riusciamo ad apprezzare ‘la normalità’ solo quando questa viene a mancare. Passiamo il tempo a lamentarci degli innumerevoli impegni scolastici, che sottraggono tempo prezioso alle attività che più preferiamo svolgere, senza renderci conto dell’importanza che esercitano su di noi un’amichevole chiacchierata a scuola, una battuta che scatena grasse risate, o una passeggiata in bicicletta. Attività semplici, quasi banali, ma essenziali. Tuttavia, devo anche sottolineare che è stato proprio durante queste ultime settimane che ho riscoperto il piacere di guardare un film in famiglia, di dedicarmi alla lettura di un libro, di rispolverare un gioco da tavolo e tanto altro. Talvolta mi sono fermata a riflettere e mi sono convinta che l’emergenza da coronavirus rappresenta una vera e propria lezione di vita.  È in queste situazioni che scopriamo di non essere invincibili, ma fragili e vulnerabili. Ripensiamo a quanto avremmo potuto essere più pazienti, più cortesi, più generosi nei confronti del prossimo, così come molti paesi hanno dimostrato in questo periodo (Cina, Russia, Cuba e Albania), inviando staff medici in soccorso dell’Italia. Altri ancora si sono mobilitati donando al nostro paese milioni di mascherine e preziose attrezzature sanitarie. Sempre più spesso, mi tornano in mente gli appelli di medici e scienziati di non vanificare lo sforzo sanitario restando in casa. Dunque una questione di responsabilità e altruismo: tutelare tutti coloro che curano e che tutti i giorni rischiano la propria vita. Tuttavia, devo ammettere che l’immagine che più di tutte mi ha commossa è stata quella di vedere i due paramedici del Magen David Adom, il servizio di soccorso sanitario israeliano, pregare insieme. Uno ebreo, Avraham Mintz, in piedi e rivolto verso Gerusalemme, e l’altro musulmano, Zoher Abu Jama, in ginocchio con il volto in direzione della Mecca. Riporto le parole di quest’ultimo, degne di nota: “Questa è una malattia che non fa distinzione di religione o di altro genere. Le differenze le mette da parte. Lavoriamo insieme, viviamo insieme; questa è la nostra vita. Il virus non fa distinzioni di età, sesso, razza e religione, perché noi uomini invece siamo sempre propensi a farle e spesso in senso negativo?”

Monocolture

Capita di pensare spesso, negli ultimi tempi, all’impatto umano sull’ambiente. Si sente parlare di riscaldamento, inquinanti, rifiuti. Capita che, qualche volta, una persona decida di fare una corsa, o una semplice passeggiata, perché anche di salute si sente parlare spesso. Capita, raramente, che si possa incontrare il rottame di un auto incendiata ma ciò che più dovrebbe far riflettere è il dettaglio che non si nota: le monocolture di mais distruggeranno il pianeta?

Gli umani come i lemming? No, molto peggio!

È sconcertante, irritante, desolante, incomprensibile come l’umano essere che si fregia d’acume, intelligenza e saggezza, perseveri così diabolicamente nella sua distratta acquiescenza in materia d’ambiente e clima.
Bla, bla, bla e ancora bla, bla, bla. Solo parole e dichiarazioni d’intenti. Nessun fatto concreto, non dico per invertire il processo ma almeno per rallentarlo. Nessuna vera contromisura al disastro ambientale e climatico prossimo venturo, solo gocce nell’oceano. Sebbene un’oceanica letteratura ne abbia già descritto i pericoli e le tragiche conseguenze per noi e soprattutto per le prossime generazioni.
Il collasso è già in corso, lo vediamo ogni volta che piove. Non si tratta di pioggia ma di un vero bombardamento d’acqua con raffiche di vento capaci d’abbattere alberi vecchi di decenni. Dura solo pochi minuti, ma è sufficiente per provocare danni enormi. Fenomeni che erano eccezionali fino a qualche lustro fa ora sono purtroppo normali e sempre più frequenti.
Intanto l’umano essere prosegue stupidamente il suo rapido cammino verso il baratro esattamente come facevano i lemming suicidi dell’artico. Con la sola differenza che quella dei lemming era una leggenda, perché in natura non esistono specie così stupide… tranne la nostra, naturalmente!

“L’orbita della Terra attorno al Sole vi è estranea, vi vestite allo stesso modo quando soffia il blizzard e quando il sole cuoce il cranio, avete relegato il tempo atmosferico tra i dettagli che bussano vanamente sulla superficie del vostro bozzolo.”
Michele Serra

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

AMBIENTE & BUSINESS – intervista esclusiva a Nicolai Lilin
Foreste in fiamme, quattro milioni di ettari inceneriti: in Siberia bruciano i polmoni dell’umanità

In Siberia si annega o si brucia: immagine contraddittoria ma tragicamente reale di un vasto territorio in ginocchio, di cui su stampa e Tg si parla troppo poco o si tace. La terribile alluvione del mese scorso e l’incendio che continua a imperversare attualmente offrono un panorama apocalittico di proporzioni vastissime e senza precedenti che riguarda le regioni siberiane di Krasnoyarsk, Irkutsk e la Yakuzia, tutto l’estremo Nordest della Russia.
Una catastrofe ambientale senza precedenti per estensione, virulenza e impatto sui delicati equilibri di quei territori, a cui si aggiungono anche le coste del mar Artico, la Groenlandia, il Canada e l’Alaska, dove si segnalano incendi e focolai. Una cortina di fuoco e fumo che invade il Nord del mondo, proprio quei Paesi freddi in cui è difficile immaginare un fronte ardente preoccupante. Cambiamenti climatici che vedono salire le temperature oltre i 30°, accompagnate da venti forti? Responsabilità umana legata a comportamenti dolosi e pratiche poco chiare?
Scorrono ipotesi, convinzioni, illazioni, chiavi di lettura differenti di questi fenomeni che chiedono chiarezza innanzitutto, risposte e spiegazioni accreditate e attendibili. Nella regione di Krasnoyarsk la popolazione ha dato vita in questi giorni a una grande manifestazione di protesta, chiedendo le dimissioni del governatore che aveva cinicamente dichiarato che “combattere gli incendi non è redditizio”.
Abbiamo raggiunto telefonicamente lo scrittore Nicolai Lilin, che in Siberia ha lasciato parenti, amici e un pezzo del suo cuore, impegnato quotidianamente a seguire a filo diretto ciò che accade nelle regioni colpite dalla devastazione con notizie di prima mano, trasmesse da coloro che stanno vivendo il dramma. “Le proporzioni dell’incendio sono impressionanti – racconta – le ricadute non sono solo ambientali ma anche sociali, umane, perché quelle foreste, tutte le foreste sono i polmoni dell’umanità. Le fiamme stanno trasformando il paesaggio in un enorme buco nero con pesanti conseguenze sull’habitat e la salute della gente di cui vedremo gli effetti. Siamo vicini ai 4 milioni di ettari spazzati via dal fuoco, destinati a crescere ogni giorno se non arginato e circoscritto. Un disastro sociale, economico e ambientale a cui non si sta dando voce in tutta la sua rilevanza nei media internazionali. Arrivano foto satellitari sempre più allarmanti e il vento che soffia è come un lanciafiamme che alimenta ulteriormente il rogo. Il fumo arriva fino in Alaska e Canada e la fuliggine viene trasportata dall’aria e raggiunge zone anche lontane centinaia di chilometri, come il Tatarstan, dove alla gente è consigliato di indossare mascherine. La resina degli alberi e la torba emettono esalazioni che si respirano; la torba, in particolare, per la sua conformazione conserva il calore e le braci e continua a covare e bruciare sottoterra.
Chiediamo a Lilin della gente, la sua gente, e lui racconta degli sforzi che i civili stanno facendo perché, fino qualche giorno fa dovevano contare solo sulle loro forze. “Si sono formate squadre di volontari locali che fanno del loro meglio, poco. Ivan, un mio amico, ha usato i suoi soldi e il suo mezzo agricolo per contrastare il fuoco e, insieme agli altri tentare di salvaguardare il villaggio. Inutilmente, perché è bruciato tutto. Le persone sono profondamente colpite, arrabbiate e impotenti davanti alle autorità locali che non intervengono. L’oro verde, il legname, che è un business enorme legale e sommerso, porta un indotto di 49 miliardi l’anno come esiti della vendita in Cina. E i treni carichi di tronchi non smettono di viaggiare. Nel frattempo, la gente è costretta ad abbandonare i luoghi in cui è sempre vissuta”.
Lilin specifica che i primi incendi sono divampati già a marzo e molte persone segnalarono il pericolo: “La Taiga è la loro vita, la loro casa, il loro sostentamento, il loro futuro. Ma che futuro può avere un territorio grande due volte il Belgio che arde perennemente e che avrà la prospettiva di ricrescere e ripopolarsi della fauna nell’arco di 100 anni? “Danni enormi alla flora e alla fauna, alla qualità di acqua e aria – ribadisce Lilin – Non si è parlato di numeri riguardanti vittime umane ma ci sono dispersi, persone scomparse, che sicuramente saranno andate incontro alla morte, date le circostanze. Solo in questi ultimi giorni il presidente Putin, in una riunione straordinaria, ha dato ordine di impegnare l’aeronautica militare per contrastare dall’alto le fiamme, e di inviare mezzi di terra per intervenire. Merito, forse, anche della mobilitazione sul web che ha attirato l’attenzione sulla drammatica situazione”.
“Non si sta togliendo futuro solo alla Taiga, ai suoi villaggi, alla gente che la popola da sempre in un rapporto ancestrale col territorio, alla sua potente foresta boreale, alla sua fauna costituita da lupi, orsi, linci, visoni: si sta togliendo futuro a tutti noi – conclude Lilin – con i cambiamenti del clima, l’incuria, l’indifferenza, il cinismo di chi predilige il business alla salvaguardia della vita”.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanità in liquefazione

È condizione d’ogni esistenza iniziare e finire, migrare tra questi confini da un prima a un dopo, da uno spazio all’altro, da un’assenza a una presenza, da un vuoto a un meno vuoto. Difendiamo i nostri confini non è l’appello ad un presidio geografico, quanto piuttosto a conservare i propri ambienti psicologici, a partire dalle tradizioni, i territori culturali delle nostre nascite e delle nostre morti, nulla di fisico, ma i recinti dei nostri luoghi interiori, con i materiali immateriali accumulati nel tempo.
Non c’è spazio per fare “luogo”, non ci sono spazi da condividere né quelli pubblici né quelli privati, né i luoghi di incontro né i luoghi della preghiera. Ci sono solo i corpi che ci appartengono a baluardo dei nostri recinti interiori.
Neghiamo lo spazio fisico per difendere i nostri spazi psicologici. Temiamo che i luoghi del nostro spirito possano cedere all’urto di chi fugge dai “non luoghi”, da territori inospitali, incapaci di accogliere le esistenze, di contenere i propri recinti interiori. Aiutarli a casa loro è problematico, perché casa loro, per ogni esistenza degna di questo nome, è un luogo che non c’è.
Il confine non è il luogo della separazione, dello iato, è al contrario il punto dell’incontro, lo spazio per guardarsi in volto, per mettere insieme i propri fini: il cum-finis dei latini.
Il confine è l’intersezione dell’entrare e dell’uscire, dell’andare e del venire, la regione delle contaminazioni, la contrada del parlarsi e del conoscersi, la zona della accoglienza, il termine d’ogni distanza. Il confine è valico da a per, è varco, è l’approdo della libertà di spostarsi.
Proprio per questo chi teme il riconoscimento dell’altro pone i divieti, alza i muri e le barriere di filo spinato.
Chiudere i porti è impedire di giungere ai nostri confini, al luogo in cui le esistenze si incontrano e possono guardarsi negli occhi. Perché come scriveva Benjamin: “nello sguardo è implicita l’attesa di essere ricambiato”. È questo che occorre evitare, è necessario impedire che la massa indistinta dei migranti si faccia umanità.
La società liquida si liquefà per la fatica di stare insieme, dell’essere comunità, la comunione umana ci è divenuta grave da reggere, ogni giorno mette a repentaglio le nostre individualità, i nostri soggettivismi, i diritti dell’io, le sue ragioni, i suoi pensieri, le sue radici radicate, le identità minacciate da identità disperate che cercano se stesse, in fuga dai non luoghi perché luoghi di annullamento.
E allora si mettono in campo primogeniture, diritti di prelazione, gerarchie storiche e geografiche con cui ogni tribù difende il suo territorio dall’occupazione dell’altro.
Ai confini si comunica, si mette in comune, la parola si fa sociale, servizio e valore, divulga pensieri e sentimenti.
Se i confini si cancellano, si tolgono di mezzo per innalzare barriere invalicabili, muri, le paratie dell’isolamento, anche il parlare viene meno, il trasporto della parola cede all’antiverbo: l’infrazione, lo scontro, l’angheria, l’offesa e la minaccia. La verità si muta in menzogna e la menzogna si vende per verità.
L’uomo perde la socialità, il suo essere animale sociale, snatura se stesso, la sua storia, la sua esistenza. Mentre ritiene di salvaguardare i propri recinti interiori precipita verso la loro decomposizione, procede a demolire la sua storia e le ragioni delle sue geografie territoriali e culturali. Ai confini non si possono sostituire le sanzioni, le chiusure, negare agli altri il viaggio significa negarlo a se stessi.
La nostra liquefazione è in corso, non solo l’ambiente snatura, ma anche la nostra umanità. La mutazione procede per cancellazioni di ciò che ci ha resi umani. Umani non siamo nati, umani siamo divenuti, la nostra umanità ce la siamo costruita e ci è costata milioni di anni della nostra storia. Basta poco a dissiparla, lo sappiamo da tempo. Le individualità che rivendicano la primazia senza sociale, senza una comunità che le contenga e che consenta loro di essere, sono monadi svuotate della “substantia” umana.
Il mondo è la nostra rappresentazione, il mondo è la nostra volontà, per dirla con Schopenhauer, il mondo esiste per noi.
Inseguire l’illusione di difendere i propri territori materiali e immateriali, rinserrandosi in essi, comporta la negazione del mondo, scegliere di dissociarsi dalla propria umanità, avviarsi verso una metamorfosi kafkiana, tutti ridotti a bacherozzi a cui la pancia comanda, vittime di se stessi e del proprio fallimento.
Dalla società liquida alla società liquefatta, il solo verbo legittimo è digitale, gli unici confini che è lecito varcare sono quelli consentiti da Google, le sole migrazioni ammesse, quelle delle navigazioni in rete.
Privo di volontà, il genere umano si va liquefacendo nel virtuale, ormai incapace di vivere e affrontare un reale sempre più complesso, ha ceduto alle tre doppia vu la rappresentazione del mondo.

Fuoco e fiamme

Il progresso sembra un dato inesauribile che deve necessariamente puntare in avanti. In questa ottica positivistica rientra lo scenario che stiamo costruendo intorno a noi: auto sempre più veloci, computer sempre più performanti, cellulari sempre più smart, tv sempre più grandi. L’ottimismo che pervade questa visione occulta momentaneamente il prezzo da pagare, quello che ci circonda, poi, nella realtà dei fatti: incendi, mari inquinati, animali uccisi nei modi più barbari o solo per sport. Su questo scenario l’unico aforisma degno di nota per questa settimana, da recitare interiormente, come un severissimo mantra, non ha una ben definita origine, ma chiunque ne sia stato l’autore, ha avuto una lungimiranza a dir poco terrorizzante.

“Quando avrete inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora vi accorgerete di non poter mangiare il vostro denaro.”
Tatanka Yotanka (Toro Seduto)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’abbuffata di plastica

Sono convinta che molto spesso un’immagine comunichi più di tante parole.
Parlare in termini generici di certi argomenti non ci fa percepire il loro peso e quanto incidano sulla nostra vita.
Per esempio sappiamo tutti che essendo l’ambiente circostante fortemente inquinato dalla plastica, sicuramente anche ciò che mangiamo lo è a sua volta.
Ma se vi dicessero che ogni settimana ingeriamo una quantità di plastica pari ai grammi di peso di una carta di credito? La reazione sarebbe la stessa?
Cinque grammi di micro particelle che mandiamo giù ad esempio con l’acqua del rubinetto ma anche in bottiglia, con la birra, con il pesce e con il sale.
Lo studio “No plastic in nature: assessing plastic ingestion from nature to people”, condotto dall’università australiana di Newcastle e commissionato dal Wwf, ha combinato i dati di oltre 50 ricerche precedenti, calcolando di quante micro particelle ci nutriamo.
Ho già avuto modo di raccontare di isole galleggianti di plastica nell’oceano o montagne che noi immaginiamo come luoghi incontaminati che sono invece ricoperte di spazzatura, ma forse finché non percepiamo il pericolo proprio dietro la porta non ci allarmiamo e non corriamo ai ripari.
Questo studio a mio avviso dimostra che il pericolo purtroppo è già entrato in casa.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

VERSO LE ELEZIONI: IL DIBATTITO
“Così governerei Ferrara”: Modonesi, Fusari e Firrincieli a confronto

A cura di Sergio Gessi e Francesco Monini

– prima parte –

Abbiamo invitato nella redazione di Ferraraitalia i candidati a sindaco del centrosinistra per rivolgere loro alcune domande. Andrea Firrincieli, Roberta Fusari e Aldo Modonesi hanno gentilmente accolto l’invito. Solo Alberto Bova ha declinato l‘invito, ritenendosi equidistante tra i due schieramenti in campo a Ferrara.

SERGIO GESSI
Vi ringraziamo per la disponibilità a questo confronto. Il dibattito elettorale è vivo e siamo ormai alle ultime battute, ci è parso opportuno e necessario sollecitare alcune riflessioni mirate su punti che consideriamo rilevanti, in modo da fornire agli elettori alcune risposte più precise e concrete, al di là dei valori e delle idee che stanno alla base dei programmi che ciascuno di voi ha elaborato.

FRANCESCO MONINI
La prima domanda che vi farei è questa. Il dibattito impostato dalla destra e da Alan Fabbri si è concentrato sul tema della sicurezza. Quali sono le tre priorità per Ferrara che vi sentite di indicare? Convenite che la sicurezza sia il problema fondamentale, il più sentito dai cittadini, oppure se ci sono temi più importanti, più decisivi su cui puntare, su cui porre l’attenzione?
Infine: tutti dicono che, per la prima volta, il governo di Ferrara è ‘contendibile’, e potrebbe toccare alla destra? Che ne pensate?

ROBERTA FUSARI
Le mie priorità: 1) Ambiente che vuol dire anche Salute; 2) Economia che vuol dire Lavoro; 3) Partecipazione che vuol dire un modo diverso di rapportarsi dei cittadini tra loro e con l’Amministrazione, e viceversa naturalmente.
La sicurezza non è sicuramente tra le mie priorità. Anzi, affrontare le tre priorità che dicevo e dando risposta al tema dell’ambiente, del lavoro e della partecipazione per me significa rispondere anche al tema della sicurezza. Agitare il tema della sicurezza come fa la destra significa solo fare vuota propaganda.
Certo, anche nella nostra città, nella nostra comunità, i cittadini vogliono sicurezza, ma occorre affrontare il problema in modo serio e articolato e andando nel merito dei problemi, delle situazioni, proporre soluzioni concrete, caso per caso. Non basta scandire slogan come fa la destra di Alan Fabbri.

ALDO MODONESI
Vorrei fare alcune considerazioni sulla contendibilità di Ferrara. Io penso che non ci sia un comune in Italia che oggi non sia contendibile. E questo accade da almeno una decina di anni a questa parte, a causa di tanti fenomeni, compresa una estrema volatilità dell’elettorato. Quindi penso che il tema della contendibilità ci sia anche in queste elezioni amministrative, c’è a Ferrara come nel resto dei comuni che vanno al voto anche in questi mesi. Non bisogna essere preoccupati di questa sfida, anzi bisogna essere consci della situazione e trovare ancora più stimoli rispetto a quelli ai quali eravamo abituati nelle tornate elettorali precedenti.
Se devo descrivere la mia città in estrema sintesi, penso che Ferrara abbia due problemi:
Il calo demografico. Una città in cui nascono 750 bambini e muoiono 1.900 persone è una città che se non immagina per se stessa delle politiche di medio e lungo periodo è destinata ad implodere nel giro di qualche decennio.
Il secondo problema è un problema di natura ambientale. Guardiamo al cambiamento climatico che riguarda il nostro territorio: erano 3 forse 4 mesi che non pioveva: il livello del Po fino a 15 giorni fa era più basso di quello medio dei mesi estivi. Ci si aggiunga anche la situazione particolare geografica della nostra città e del nostro territorio: siamo in fondo alla valle padana e quindi serve non solo curare quello che produci ma guardare anche a tutto quello che viene prodotto a monte, che ti arriva via terra, via aria, via acqua, via sotterranea.

MONINI
Dunque, calo demografico e questione ambientale. Quali risposte mettere in campo?

MODONESI
Ci sono due sole risposte a questo tipo problemi.
La prima si chiama lavoro: aumentare la capacità attrattiva del nostro territorio. Vuol dire invogliare gli studenti universitari a fermarsi, vuol dire attivare politiche serie ed efficaci di integrazione per i nuovi cittadini, quali essi siano, migranti extracomunitari, cittadini europei, o anche solo persone che decidono di spostarsi da una parte della nostra provincia per venire in città. Vuol dire dare le sicurezze giuste e necessarie per mettere su famiglia.
L’altra risposta è la riorganizzazione dei servizi. La riorganizzazione dei servizi socio-sanitari, politiche educative e per la famiglia, politiche di accesso alla casa, una modifica della politica dei trasporti in modo da ridurre le distanze tra il centro e le periferie, tra le generazioni, tra le professioni. Questo, preso tutto insieme, vuol dire immaginarsi un welfare di comunità diverso, che dia opportunità a chi cresce e certezze a chi invecchia.

ANDREA FIRRINCIELI
Per me la prima priorità è il benessere della persona. Per benessere della persona si intende tutto quello che include la sanità, la salute, l’ambiente. Basta sfogliare i giornali e si capisce come la situazione stia lentamente, ma neppure tanto lentamente degradando. Sull’obbiettivo persona e il suo benessere occorrono iniziative efficaci e urgenti
Poi c’è il tema dell’economia, del lavoro. Occorre rendere più attrattiva la nostra città e legare in maniera più forte il momento dell’istruzione al momento del lavoro. L’integrazione scuola-lavoro spesso viene vissuta come un momento di passaggio, senza darle il peso e il significato che deve avere se vogliamo migliorare la situazione attuale.
Il benessere sociale, la possibilità per tutti di vivere insieme in modo armonico e positivo, dipende soprattutto dai presupposti che ricordavo: la cura del benessere della persona e lo sviluppo dell’integrazione scuola-lavoro. Per mettere mano a tutto questo dobbiamo partire prima di tutto dalle famiglie, dar loro un sostegno maggiore. Anche i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto c’è una distanza abissale. C’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, come pure il dramma delle truffe agli anziani. In una città sempre più vecchia come Ferrara, chi si occupa degli anziani? Lo facciamo troppo poco. Dobbiamo farlo molto di più e meglio.

MONINI
Vorrei sentire il tuo parere sul tema sicurezza

FIRRINCIELI
Sulla sicurezza, che nemmeno io considero la priorità, dobbiamo però ascoltare attentamente i cittadini. Non possiamo raccontarcela: se uno va a parlare con le persone sente che esiste ed è diffuso un allarme sicurezza. Allora c’è da chiedersi come mai improvvisamente la gente percepisca così questa situazione anche in assenza di episodi di criminalità diffusa. Perché siamo arrivati a questo punto? Se non partiamo da questa domanda, se non ci mettiamo in ascolto, non potremo risolvere il problema.
Tornando al benessere sociale, lasciando da parte l’integrazione, intendo anche la cura di qualcosa di fondamentale. Perché è vero che i nostri indici demografici sono in calo, ma è vero che ci dobbiamo curare di quello che abbiamo. Nelle famiglie dobbiamo mettere mano, dare loro un contributo importante. Non dobbiamo fare in modo tale che tutte queste iniziative di enti e di organizzazioni rimangano sulla carta: i protocolli sul bullismo e il cyberbullismo, i protocolli contro la violenza sulle donne e gli abusi ai minori, alla fine sono troppo spesso scollati da quella che è la ricaduta sulle famiglie. Io ho percepito, avendoci lavorato per tanti anni, che tra quello che si vorrebbe fare e quello che in realtà viene fatto ci sia una distanza abissale. E quindi c’è un problema enorme che è quello della violenza familiare che non si riesce a gestire, le truffe agli anziani. Visto che abbiamo un calo demografico e il numero degli anziani aumenta, perché non ci preoccupiamo di loro? Chi è che si occupa di loro? Noi continuiamo a leggere di questi anziani che hanno 3.000 euro da parte, i soldi del funerale e improvvisamente spariscono.

MONINI
Aggiungo una considerazione. L’ultima ‘grande idea’ per Ferrara è quella di “Ferrara città d’arte e di cultura”, lanciata quasi 30 anni fa da Roberto Soffritti , sindaco di Ferrara per 16 anni e che qualcuno ricorda come ‘il Duca’. Grazie anche al ‘maestro’ Franco Farina, a Paolo Ravenna, a Carlo Bassi e tanti altri, è stata una grande intuizione, una idea che ha avuto successo e che ancora oggi da i suoi frutti. Certamente Ferrara ha fatto dei passi in avanti: sul turismo e l’indotto del turismo, il recupero del centro storico, Abbado al Comunale, le grandi mostre, eccetera. Oggi però molte città hanno seguito la stessa strada, Ferrara ha tante concorrenti: non sto parlando di Venezia o Firenze, ma della stessa Rovigo…

GESSI
Siamo nel terzo millennio. Forse occorre una nuova idea forza. Quale considerate essere la precipua vocazione di Ferrara e come immaginate la città nel 2030?

FUSARI
C’è la necessità di avere una visione d’insieme. Io sono venuta a Ferrara nel ’91 quando non c’erano neppure le Mura. Credo che occorra partire proprio dalla specificità del territorio ferrarese, dal nostro non essere – e io dico per fortuna – sulla via Emilia, una posizione che da un certo punto di vista ha consentito di preservare questo territorio e che da sempre è stato letto invece come un punto di debolezza. Ora è venuto il momento di trasformare questo punto di debolezza in quello che veramente è: un valore. Noi abbiamo una caratteristica territoriale, un valore riconosciuto addirittura dall’Unesco, città e Delta del Po, e un territorio straordinario. Allora la vocazione del futuro, questa città nel 2030, è accettare un’altra sfida come fu allora quella di 30 anni fa. Fare di Ferrara la capitale del verde europea. Capitale europea del verde quest’anno è Oslo, il prossimo sarà Lisbona. Lavorare su quello significa darsi una strategia per poter arrivare a questo obiettivo. Dobbiamo darci una strategia sulla sostenibilità, quindi intendo il termine ‘verde’ nel senso più ampio, una sostenibilità intesa non solo come ambientale ma anche economica e sociale. Una strategia comune da perseguire tutti assieme, ognuno nelle sue peculiarità: istituzioni pubbliche, privati, associazioni di categoria, università. Una strategia per far sì che il nostro territorio non sia più il fanalino di coda dell’Emilia Romagna. E la prima ricaduta pratica per noi cittadini, se lavoriamo sull’ambiente è avere più salute per tutti.

GESSI
Stai sostenendo come priorità la scelta della green economy? E come si finanzia un passaggio epocale del genere?

FUSARI
Se seguiamo questa strada, d’ora in poi, sempre di più la green economy e l’economia circolare saranno settori che porteranno lavoro. Nuovi settori, nuovi mestieri, nuova occupazione. Per affrontare il cambiamento climatico e la promozione della green economy sicuramente servono risorse extra bilancio comunale, ma l’Europa da tempo finanzia questo tipo di interventi. Dobbiamo lavorare su questo tema e con questo obbiettivo. Poi: diventiamo capitale europea del verde? Sì, no, non importa. Lavoriamo in questa direzione che ci porterà comunque lavoro e intanto miglioriamo la qualità del nostro ambiente.

MODONESI
Io penso che si debba fare un percorso assolutamente condiviso con tutte le forze in campo per lavorare sulle peculiarità del nostro territorio. Farlo in un’ottica profetica come un po’ è stata la visione di quella proposta ormai trent’anni: dal grande progetto Mura , al potenziamento dei percorsi museali, al parco urbano che oggi stiamo fruendo nel loro pieno sviluppo. Si tratta di proseguire su questa strada, rafforzando quello che è un percorso che in questi mesi abbiamo definito all’interno del Patto del lavoro, ovvero ottenere l’insediamento di nuove imprese, anche all’interno dell’area del petrolchimico. Vuol dire fare percorsi sostenibili dal punto di vista ambientale, sia per quanto riguarda le produzioni che per quanto riguarda le tipologie di impianti. Significa ottenere la creazione di nuovi e buoni posti di lavoro, significa una maggior integrazione tra formazione e avvio al lavoro.

MONINI
Il problema è sempre quello del come avviare questa nuova stagione. Con quale strategia, con quali alleati? Con quali fondi?

MODONESI
Rendere attrattivo il nostro territorio per le imprese vuol dire sfruttare a pieno quelle che sono le nostre caratteristiche. Vuol dire avere il coraggio di dire che c’è la necessità di una marcia diversa da parte in modo particolare dello Stato su quelle che sono le politiche di infrastrutturazione. Il tema delle infrastrutture è un tema che c’è. Oggi chi va a Bologna in treno capisce quanto sia necessario avere un potenziamento su quella linea e non solo per quanto riguarda le Frecce o Italo. Per chi va a Bologna oggi in auto sembra di essere su una camionabile: è necessario mettersi in corsia di sorpasso e una volta su due si creano incidenti. Sono interventi non più rimandabili, perché da sempre interventi di questo tipo si collegano con quelli che sono i punti nevralgici dello sviluppo di un territorio.
Vuol dire certamente un maggior coinvolgimento dell’Università, nel rispetto delle sue autonomie. Le Università sono gelose delle proprie autonomie e forse la nostra lo è ancora di altre. E’ giusto che faccia i propri percorsi di sviluppo e di crescita, però c’è la necessità non solo di immaginare un rapporto con l’ente pubblico, un rapporto non semplicemente legato ad una messa a disposizione di servizi. Ci vuole anche qui una programmazione per aiutare gli studenti ad insediarsi in città, dove sicuramente si deve studiare e si deve studiare anche bene, ma si deve offrire a questi studenti di rimanere, una volta che diventano laureati. Quindi se c’è un limite è quello dell’accompagnamento al lavoro. Quindi: più impegno su questo versante dell’Università come del mondo produttivo ,
Facendo campagna elettorale, sto girando il territorio e sto parlando con tanti imprenditori. Mi sono accorto che ci sono, ci sarebbe, necessità di nuove assunzioni. Tante imprese della zona della piccola e media industria hanno bisogno di ingegneri o di personale con alte qualifiche, ma scontano un percorso di inserimento lavorativo molto faticoso, che potrebbe invece essere molto più semplice se strutturato con un dialogo intermedio tra sistema delle imprese e l’Università.

GESSI
Anche l’economia della cultura, cioè tutto l’indotto che vive attorno a ‘Ferrara Città d’Arte e di Cultura’ andrebbe qualificato e potenziato. Ho l’impressione che abbiamo ancora tanta strada da fare.

MODONESI
Hai ragione, c’è ancora un grosso lavoro da fare attorno alla vocazione culturale della nostra città. Noi abbiamo strutturato un progetto organico in questi anni che mirava ad ampliare la presenza turistica a Ferrara. Lo sviluppo del polo museale: il primo è quello dell’arte moderna e contemporanea Diamanti e Massari, il secondo legato al polo di Schifanoia sulle arti antiche, il terzo con il Meis e il quarto legato al Castello. Abbiamo messo in campo idee e progettualità, ed è un’esperienza positiva e che ci viene riconosciuta a livello non solo nazionale ma internazionale. Da Roma abbiamo avuto recentemente alcuni ‘no’, ingiustificati, ma continueremo a insistere, perché bloccare i fondi di questo o quel progetto significa un colpo non solo allo sviluppo della rete museale cittadina, ma allo sviluppo economico complessivo di Ferrara.
Alla fine se vuoi avere più visitatori devi metterli nelle condizioni di avere musei con spazi adeguati con book-shop ecc. E non c’è un museo con questo tipo di ambizione che non abbia accettato la sfida di innestare un pezzo di contemporaneo in quella che è una scrittura storica. Il primo selfie che ci facciamo al Louvre è con la Piramide, il secondo con la Gioconda.

FIRRINCIELI
Vorrei parlare di un’altra vocazione di Ferrara. Di come l’ho vissuta io in tanti anni di attività. Attraverso il mio ruolo ma anche vivendo in prima persona il mondo del volontariato.
La vocazione di Ferrara secondo me, in questo momento, si manifesta molto nel volontariato e nella solidarietà. Io vedo che Ferrara è piena di associazioni, di volontariato, di gente che si dà da fare nel campo sociale, nel settore delle persone con difficoltà, nel settore dell’aiuto agli emarginati. Sul cuore di Ferrara bisognerebbe puntare molto di più. La vocazione di Ferrara è avere un cuore importante, un cuore grande. E questo tipo di vocazione è trasversale a tutto: al mondo della cultura e a qualsiasi altra situazione. Ferrara nel 2030? Mi viene in mente La città volante di Roberto Pazzi: se noi non cerchiamo di radicare un po’ di più la città e la sua Amministrazione alla realtà che le persone vivono ogni giorno, rischiamo di arrivare a quella città volante.

1.continua – leggi qui la seconda parte del dibattito

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

I murales ecologici di Roma

Si trova a Roma il più grande murales ecologico di tutta Europa. Un palazzo decorato con un disegno dai colori sgargianti, cattura indubbiamente l’attenzione e arricchisce il quartiere Ostiense. In tal caso però, non ci si limita al semplice decoro artistico: la street art ha un grande impatto e valore dal punto di vista ambientale.
Federico Massa, in arte Iena Cruz, ha utilizzato, per realizzare la sua opera, una vernice speciale “cattura inquinamento”: le pareti diventano veri e propri depuratori dell’aria circostante, attraverso l’azione della luce, sia naturale che artificiale.
“Hunting Pollution” fa dell’airone tricolore, specie in via d’estinzione, il suo protagonista, che si innalza per tutto l’angolo dell’edificio e ci ricorda ad ogni sguardo, l’importanza di salvaguardare l’ambiente e i suoi abitanti.

Una ragazzina di nome Greta

Lei è Greta Thunberg e con il suo cartello “sciopero scolastico per il clima” ha fatto il giro del mondo. Ha iniziato saltando la scuola tutti i venerdì per recarsi di fronte al parlamento svedese per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei cambiamenti climatici, causati dall’arroganza e dall’incuria dell’uomo, e soprattutto per scuotere i politici nel tentativo di ottenere risposte concrete.
La sua protesta in un primo momento isolata, è diventata virale grazie ai social, come ormai sempre più spesso accade. Ed effettivamente le si deve attribuire il merito di aver dato origine ad una manifestazione mondiale che, pochi giorni fa, ha richiamato in piazza un numero tale di ragazzi che da molti tanti anni ormai non si vedeva più.
Lungi da me voler fare la disfattista e ben venga che una ragazza così giovane si preoccupi di temi ambientali con così tanto fervore, ma di fronte ad eventi che manifestano cosi platealmente il loro aspetto positivo, e sul quale quindi si tende spontaneamente a concentrarsi tralasciando il resto, io, per mia abitudine, cerco di non lasciarmi accecare o guidare solo dall’aspetto emotivo, perché alle cose si può attribuire il giusto valore solo se si valutano a tutto tondo. E allora mi trovo a domandarmi se sono davvero disposta a credere che una sola bambina possa ottenere dai politici del mondo ciò che anni di accordi e trattati non hanno ottenuto, ed interessi economici hanno impedito.

Prima di Greta ci fu Suzuki: ecco il suo discorso all’Onu in difesa del pianeta

Prima di Greta ci fu Severn: Severn Suzuki, una bambina canadese che il 22 marzo 1992 parlò davanti all’assemblea dell’Onu in occasione del Word water day. Aveva 12 anni, allora, la piccola Severn, e non fu meno efficace della ormai celebre Greta Thunberg ad esporre dinanzi ai rappresentanti delle Nazioni unite, riuniti in Brasile, le ragioni sostenute da un gruppo di suoi coetanei, in particolare per sensibilizzare i delegati sui temi della fame nel mondo, dell’ambiente (già allora vi era l’allarme destato dal buco nell’ozono) e la necessità della salvaguardia di tutte le creature animali insidiate dall’inquinamento e dai rischi di estinzione.

Allora, come ora per Greta, grandi apprezzamenti, tanta emozione, molte promesse. Ma poi, nulla di fatto… tutto svanì sotto la coltre dell’ipocrisia che sempre cela la difesa dell’interesse dominante: quello di sua maestà il profitto. Si ripeterà la storia?

Ecco il testo integrale del suo discorso:

“Buonasera, sono Severn Suzuki e parlo a nome di Eco (Environmental Children Organization). Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte, Vanessa Suttie, Morgan Geisler, Michelle Quaigg e me. Abbiamo raccolto da noi tutti i soldi per venire in questo posto lontano 5000 miglia, per dire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo di agire.Venendo a parlare qui non ho un’agenda nascosta, sto lottando per il mio futuro. Perdere il mio futuro non è come perdere un’elezione o alcuni punti sul mercato azionario. Sono a qui a parlare a nome delle generazioni future. Sono qui a parlare a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Sono qui a parlare per conto del numero infinito di animali che stanno morendo nel pianeta, perché non hanno più alcun posto dove andare. Ho paura di andare fuori al sole perché ci sono dei buchi nell’ozono, ho paura di respirare l’aria perché non so quali sostanze chimiche contiene. Ero solita andare a pescare a Vancouver, la mia città, con mio padre, ma solo alcuni anni fa abbiamo trovato un pesce pieno di tumori. E ora sentiamo parlare di animali e piante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono per sempre. Nella mia vita mia ho sognato di vedere grandi mandrie di animali selvatici e giungle e foreste pluviali piene di uccelli e farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vedere tutto questo.
Quando avevate la mia età, vi preoccupavate forse di queste cose? Tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi e ciò nonostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizione tutto il tempo che vogliamo e tutte le soluzioni. Io sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedo se siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi. Non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c’è un deserto. Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo. Qui potete esser presenti in veste di delegati del vostro governo, uomini d’affari, amministratori di organizzazioni, giornalisti o politici, ma in verità siete madri e padri, fratelli e sorelle, zie e zii e tutti voi siete anche figli. Sono solo una bambina, ma so che siamo tutti parte di una famiglia che conta 5 miliardi di persone, per la verità, una famiglia di 30 milioni di specie. E nessun governo, nessuna frontiera, potrà cambiare questa realtà.
Sono solo una bambina ma so e dovremmo tenerci per mano e agire insieme come un solo mondo che ha un solo scopo. La mia rabbia non mi acceca e la mia paura non mi impedisce di dire al mondo ciò che sento. Nel mio paese produciamo così tanti rifiuti, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, e tuttavia i paesi del nord non condividono con i bisognosi. Anche se abbiamo più del necessario, abbiamo paura di condividere, abbiamo paura di dare via un po’ della nostra ricchezza. In Canada, viviamo una vita privilegiata, siamo ricchi d’acqua, cibo, case abbiamo orologi, biciclette, computer e televisioni. La lista potrebbe andare avanti per due giorni.
Due giorni fa, qui in Brasile siamo rimasti scioccati, mentre trascorrevamo un po di tempo con i bambini di strada. Questo è ciò che ci ha detto un bambino di strada: “Vorrei essere ricco, e se lo fossi vorrei dare ai bambini di strada cibo, vestiti, medicine, una casa, amore ed affetto”. Se un bimbo di strada che non ha nulla è disponibile a condividere, perché noi che abbiamo tutto siamo ancora così avidi? Non posso smettere di pensare che quelli sono bambini che hanno la mia stessa età e che nascere in un paese o in un altro fa ancora una così grande differenza; che potrei essere un bambino in una favela di Rio, o un bambino che muore di fame in Somalia, una vittima di guerra in medio-oriente o un mendicante in India.
Sono solo una bambina ma so che se tutto il denaro speso in guerre fosse destinato a cercare risposte ambientali, terminare la povertà e per siglare degli accordi, che mondo meraviglioso sarebbe questa terra! A scuola, persino all’asilo, ci insegnate come ci si comporta al mondo. Ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari. Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare? Non dimenticate il motivo di queste conferenze, perché le state facendo? Noi siamo i vostri figli, voi state decidendo in quale mondo noi dovremo crescere. I genitori dovrebbero poter consolare i loro figli dicendo: “Tutto andrà a posto. Non è la fine del mondo, stiamo facendo del nostro meglio”. Ma non credo che voi possiate dirci più queste cose. Siamo davvero nella lista delle vostre priorità? Mio padre dice sempre siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo. Ciò che voi state facendo mi fa piangere la notte. Voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole.”

(con la collaborazione di Andrea Cirelli)

 

Le proteste antisistema che rigenerano il sistema

Il film tributo del 2018, Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, ci ha riproposto una delle più belle esibizioni dei Queen, quella al Live Aid di Bob Geldof. Una manifestazione organizzata allo scopo di raccogliere fondi per aiutare il popolo etiope che nel 1985 versava in una grave carestia. La ricostruzione cinematografica fa trasparire che la partecipazione fu dettata più da motivi personali che per la volontà di aiutare l’Etiopia. Un dettaglio che poco interessa quando si guarda a quelle meravigliose scene con Freddie Mercury che canta ad uno stadio pieno all’inverosimile.
Sul Live Aid e sulla Band Aid che ne seguì molti artisti espressero pesanti critiche, Morrissey degli Smiths disse “… uno può avere grande preoccupazione per il popolo etiope, ma è un’altra cosa rispetto a infliggere torture quotidiane al popolo inglese. E non è stato fatto timidamente, era la cosa più ipocrita mai fatta nella storia della musica popolare. Persone come Thatcher e la famiglia reale potrebbero risolvere il problema etiope in dieci secondi. Ma la Band Aid ha evitato di dire questo, rivolgendosi invece ai disoccupati”. Forse la critica più centrata a mio avviso. Coloro che dettano le regole, creano i problemi e traggono i profitti, non intervengono mai per risolverli definitivamente, anche se restano gli unici a poterlo fare.
I profitti sono per pochi e solo le colpe, inevitabilmente, sono solite essere distribuite.
Nelle campagne televisive di raccolta fondi vengono solitamente mostrati bambini straziati dalla fame e mamme dai seni vuoti per fare appello al senso di umanità dei disoccupati di Morrisey, un modo triste per distribuire le colpe anche con coloro che magari non sono mai usciti dal loro quartiere. Non si parla mai del fatto che se invece venissero semplicemente distribuiti i profitti non ci sarebbero bambini a morire di fame.
Nel tempo c’è stato anche Bono Vox degli U2 a chiedere con forza la cancellazione del debito pubblico dei paesi poveri. Cosa che aveva fatto anche il presidente del Burkina Faso Thomas Sankarà di cui pochi oggi ricordano il discorso all’Onu dell’ottobre del 1984 o quello del luglio del 1987, in occasione della riunione dell’Oua (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba. Esattamente tre mesi prima di essere ucciso da quel mondo che non voleva accettare si mettesse in discussione l’impianto neoliberista basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura e che utilizzava proprio il debito come strumento per accaparrarsi le risorse, e la finanza come mezzo per aumentare i profitti del capitale.
A fine anni ’90 fu la volta del Movimento studentesco “La pantera”. Si protestava e si occupava da Palermo a Bologna, passando dalle facoltà di Psicologia e Scienze Politiche di Roma, contro il progetto di riforma che prevedeva una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane. Il movimento della pantera prese poi una piega fondamentalmente pacifista districandosi tra i vari tentativi di strumentalizzazione.
Ci fu anche ampio spazio per il movimento no global nato intorno al 1999 in occasione della Conferenza Ministeriale dell’Omc (l’Organizzazione mondiale del commercio) a Seattle negli Stati Uniti. Un movimento che fu identificato come il “popolo di Seattle” e che si scagliava contro il sistema predatorio di banche e multinazionali che riducevano gli Stati a territori di conquista senza che questi mettessero in campo difese per limitare lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro minorile nei paesi del terzo mondo. Chiedevano che i governi la smettessero di attuare politiche non sostenibili da un punto di vista ambientale ed energetico, imperialiste, non rispettose delle peculiarità locali e dannose per le condizioni dei lavoratori. Una decina di anni dopo fu seguito da “Occupy Wall Street”, movimento più decisamente indirizzato contro gli eccessi della finanza.
Ma a precedere Greta Thunberg in tema di proteste per l’ambiente e di rimbrotto verso gli adulti insensibili, e anche a contenderle il titolo di attivista più giovane, ci fu la 12enne Sevren Suzuki, ovvero “la bambina che zittì il mondo per 6 minuti” con un bellissimo discorso all’Onu nel 1992 in cui chiedeva appunto ai potenti più o meno le stesse cose che si stanno chiedendo di nuovo in questi giorni. Non so se qualcuno se ne ricordasse, ma vale la pena di rileggerlo cercandolo su internet per scoprire quanto sia del tutto attuale e soprattutto quanto sia facile nascondere le cose mettendole alla portata di tutti.
Ma oggi la protesta si rinnova con le stesse parole e l’intensità dei nuovi e più potenti mezzi di comunicazione. È l’ora del Movimento per la salvaguardia del clima e della Terra di Greta Thunberg. Le istanze sono le stesse e in alcuni casi addirittura le parole, anche questa generazione è convinta di essere quella giusta per cambiare il mondo e per ricordare ai vecchi i loro errori, poi “… sei entrato in banca anche tu” cantava Antonello Venditti.
I film non anticipano la realtà, spesso descrivono quello che succede ma che solo alcuni riescono a vedere ed è il caso di Matrix, scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski. Alla fine della trilogia, il protagonista Neo si ritrova di fronte alla mente, il computer centrale che aveva preso possesso dell’intera pianeta. Gli vengono mostrate le immagini di centinaia di altri Neo che avevano già messo in discussione il sistema centinaia di volte e che erano giunti altrettante volte al suo cospetto.
Ma non erano nati per caso, erano nati per volontà del sistema stesso che aveva necessità di dare una speranza di cambiamento che però confermasse alla fine l’indissolubilità di tutto il costrutto. Dovevano lottare contro il sistema non per cambiarlo ma solo per mostrare che era possibile farlo, lasciando scorrere il dissenso in un solco preciso e controllabile.
Alle persone non piace sentirsi in gabbia, protestano o si ribellano solo quando è indispensabile e comprendono di non avere altre possibilità. Quindi basta nascondere la gabbia oppure rendere libera e democratica la protesta. Anche una ragazzina di 16 anni può cambiare tutto, i giornali lo dicono, le televisioni mandano immagini di grandi manifestazioni di piazza, i grandi della terra approvano e… noi ci crediamo.
L’ultimo Neo della serie riuscirà a cambiare davvero e distruggere l’infame sistema della Matrix tecnologica che aveva preso il sopravvento sugli esseri umani, riducendoli a batterie da Pc. Ma lo farà andando all’origine del male, togliendo la corrente e l’approvvigionamento di energia al sistema basato sui freddi codici binari.
Greta può essere davvero l’ultima dei Neo? Gli studenti richiamati in piazza che sfilano con i loro cartelli in una mano, sanno da dove vengono le materie prime per lo smartphone che stringono nell’altra? Scriveva qualche tempo fa Amnesty international “…pochi di noi però hanno la consapevolezza del fatto che il cobalto, elemento grazie al quale si riesce a produrre quelle batterie, viene ottenuto attraverso il lavoro sottopagato e inumano di adulti e bambini nelle miniere della Repubblica democratica del Congo (Rdc)…” e sono storia recente le polemiche sugli assemblaggi esteri dell’americano iphone, solo in parte risolte o dimenticate, il che nell’odierna Matrix ha lo stesso significato.
Non c’è bisogno di rinunciare alla tecnologia, c’è bisogno di rinunciare ai metodi disumani per renderla disponibile al mondo.
E il mondo, nella pratica rappresentato da tutto ciò che va in Tv, non si è risvegliato mentre Tony Blair chiedeva scusa ammettendo che l’Iraq non aveva mai avuto armi di distruzione di massa. E nemmeno quando venivano alla luce i retroscena dell’attacco francese in Libia ma anzi già incombe la scelta su un nuovo intervento militare in Venezuela per “motivi umanitari”. Il mondo, i giornali e le Tv e quindi i 16enni e gli studenti universitari di economia, non hanno approfondito una sola delle parole di Mario Draghi quando diceva che la Bce “ha ampie risorse per far fronte alle crisi” … e che … “i soldi della Bce non possono finire” mentre si negavano risorse per la ricostruzione dell’Aquila e mentre la disoccupazione ristagna all’11 percento perché le aziende chiudono per mancanza di credito.
La Nuova di Ferrara scrive che un italiano su due non riesce a curarsi perché non ha i soldi per farlo e lo Stato non può garantire un’assistenza completa a tutti mentre nessuno ha fatto caso che in audizione al Senato americano Alan Greenspan, governatore della Fed, dichiarava che i soldi non sarebbero stati un problema se si fosse voluto aumentare i sussidi. A Greenspan seguì, dopo la crisi del 2008, Ben Bernanke che in un’intervista spiegò che i soldi per salvare le banche non erano quelli dei contribuenti ma quelli creati schiacciando un pulsante, perché “così opera una Banca Centrale”. Il potere non si nasconde, chi potrebbe risolvere in 10 secondi i problemi ha uno stuolo di privilegiati a disposizione per confondere le idee anche quando dice pubblicamente la verità.
Il riscaldamento globale non si ferma perché poche persone perderebbero troppi soldi e quindi diventa accessibile a tutti l’aria condizionata, magari a rate.
Nessuno fa caso a quanto sarebbe semplice salvare il mondo dalla fame e dal riscaldamento globale mentre Greta sciopera e non va a scuola.
Sgombriamo il dubbio. Non c’è un complotto e non c’è una regia occulta che muove i fili, Matrix era solo un esempio. Ma Black Rock esiste davvero e gestisce un patrimonio di 6.000 miliardi di dollari, esistono multinazionali delle armi, dei farmaci e del cibo ed esistono amministratori delegati che hanno come missione quella di distribuire proventi agli azionisti. Ci sono borse valori che vedono girare in un giorno quanto uno Stato muove di Pil in un anno e soprattutto ci sono legislatori che studiano per depotenziare gli Stati. Ci sono Banche Centrali che possono creare denaro e controllare i debiti degli stati ma siamo stati convinti che queste non debbano essere strumenti degli stati, e quindi dei cittadini, ma un mezzo dei mercati per condizionare la democrazia.
A che serve lottare per lo scioglimento dei ghiacciai se non chiediamo che tutto questo cambi e comprendiamo che è solo il risultato di una scelta? A che serve scendere in piazza per il lavoro se il tasso di disoccupazione viene fissato in base al livello di inflazione desiderato dagli investitori?
E perché pensiamo non ci sia lavoro in un paese dove non ci sono abbastanza infermieri, medici, muratori, impiantisti, poliziotti, insegnanti, assistenti sociali e le città sono sporche? Sicuramente è tutta colpa nostra, perché non siamo competitivi, perché c’è la Cina, perché siamo piccoli e corrotti come l’inquinamento dipende dal fatto che andiamo a lavorare in auto invece di usare la bici.
Nessuno di noi è stato ascoltato veramente quando ha protestato in piazza anche se ha avuto l’impressione di aver fatto la sua parte. E non lo sarà adesso, anche perché a farlo è una ragazzina di 16 anni e cosa ci può essere di più innocente e innocuo in questo sistema malato su cui abbiamo incentrato il nostro sviluppo?
I governatori delle banche centrali, i grandi finanzieri, gli amministratori delegati della Black Rock non li ascolteranno mai. Non metteranno in atto cambiamenti epocali perché Greta glielo sta chiedendo, magari faranno qualche donazione insieme a qualche dichiarazione certo, ma poi tutto ritornerà come prima aspettando il prossimo Neo.
Il sistema si combatte in un solo modo: con la consapevolezza che si sta colpendo davvero il sistema. Riprendendosi in mano la capacità di trasformare le istanze in progetti politici a lungo termine. Si scende in piazza per contarsi e ritrovarsi intorno ad un’idea ma poi bisogna mantenere la linea nel tempo considerando che uno degli errori più classici degli ultimi tempi è allontanarsi dalla politica che invece è l’unico modo per cambiare le cose.
Banchieri, finanzieri e speculatori non ascolteranno mai ragazzini in protesta oggi come non lo hanno fatto ieri, quindi bisogna concentrarsi realmente su cosa chiedere. Ed è inutile pretendere dalla Cina o dal paese in ritardo con lo sviluppo rispetto all’Occidente di svilupparsi in maniera diversa e senza inquinare, in un mondo che si basa sul modello di sviluppo che eleva la concorrenza a valore trainante e considera la competitività una scelta ineluttabile. È una contraddizione in termini, non ha logica.
Non si può chiedere di non essere concorrenziali in un mondo basato sulla concorrenza e quindi l’inquinamento in questo mondo non si può fermare, facciamocene una ragione. Il neoliberismo si basa sullo sfruttamento di ogni cosa e ogni cosa diventa un bene e quindi prezzabile, anche l’essere umano e la luna.
Abbiamo scelto, o ci siamo ritrovati per scelte altrui, un modello di sviluppo. Studiamolo prima e poi contestiamolo. Smettiamola di chiedere il solito cambio delle tende all’edificio costruito sulla palude.
Quando si parla di alta velocità, si parla di arrivare 10 minuti prima da qualche parte, e per farlo siamo disposti a distruggere o trasformare interi territori. Il problema è capire perché oggi c’è tanto bisogno di correre e dove stiamo andando. Se quei 10 minuti servono a tutti noi, compresi i disoccupati di Morrisey o invece a qualcuno serve che noi corriamo come dei criceti sulla ruota. Tra aerei supersonici e treni superveloci che attraversano il mondo e che già ci permettono in una sola vita di fare centinaia di volte il giro del mondo, cosa ci siamo persi veramente?
Nel 2017 gli Stati hanno speso 1.739 miliardi in armi mentre i membri dell’Oecd spendono circa 150 miliardi per progetti di cooperazione allo sviluppo ma sarebbe ingenuo chiedere quello che sembrerebbe logico chiedere, ovvero che almeno il 10% della spesa militare venga destinato agli aiuti.
Ciò che va chiesto finalmente e coerentemente è ancora un cambio di modello antropologico di sviluppo, ripartire dagli anni ’70 quando ancora si stava sviluppando, tra le tante contraddizioni, la democrazia e mentre si lottava per il salario a differenza di oggi che si accetta la compressione salariale perché la colpa è dei mercati e dello spread, cioè anche qui si è spersonalizzata la responsabilità mentre i profitti scompaiono nelle mani sapienti di pochi. All’epoca si poteva forse pretendere democrazia perché c’era qualcuno o qualcosa a cui poterla chiedere: lo Stato. Oggi esiste la globalizzazione guidata dall’economia, ovvero la negazione della cornice democratica e le istanze vanno indirizzate ai mercati, allo spread o a entità sovranazionali che distribuiscono colpe e non soluzioni.
Ciò che impone il momento è la definizione delle cause reali dello svilimento dei valori dell’umanità per chiedere poi che siano ripristinati. Guardare a fari come la nostra Costituzione e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del ’48, studiare i principi della rivoluzione americana, quella inglese e quella francese. Ancorarsi a basi sicure, pretendere che l’azione politica sia indirizzata a questo, sapendo che l’arco temporale è lungo perché richiederà almeno la partecipazione consapevole di milioni di cittadini che vogliono tornare ad esserlo, smettendo di essere indirizzati anche quando protestano.

Per saperne di più http://www.noisappiamo.it/

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi