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DIARIO IN PUBBLICO
Perdite e ricordi

 

Un tempo maledetto mi/ci strappa amicizie feconde e insostituibili, che hanno ritmato la nostra vita. Il senso del ricordo diventa allora la chiave di volta per capire la realtà esistenziale, ma non solo.

Uso consapevolmente il termine ‘ritmo’ perché, come ci ha insegnato Proust [Qui], lo scadenziario dei ricordi modella ciò che siamo o chi vorremmo essere.

Elettra Testi [Qui] l’insostituibile amica ci ha lasciati silenziosamente, potrei dire con discrezione. E a lei dedicherò, a breve, un saggio che cercherà di interpretarne vita e opera.

Alla sua scomparsa si aggiunge il trapasso di un altro insostituibile amico: Adalberto Ciaccia, in famiglia ‘Adal’, con la consonante elle gorgogliante alla ferrarese. Personaggio straordinario non solo per l’importanza scientifica del suo lavoro ma perché, nella mia famiglia, considerato alla stregua di un fratello.

Giovanissimo, giocava a tennis al Circolo della Marfisa con mio cognato Vanni; poi prese un posto fondamentale nella nostra vita. Assieme, quando ci conoscemmo, si commentava non solo la qualità medica del bellissimo Centro pneumologico di Tresigallo, ma con spirito di curiosità si cominciò ad allargare i nostri comuni orizzonti.

Nella mia attrazione per tutto ciò che aveva a che fare con le cure mediche regolarmente lo interpellavo per qualsiasi piccolo disturbo pensassi mi avrebbe distrutto la vita; lui rideva e mi confortava. Ma quando c’era da curare seriamente era insostituibile.

Con il suo matrimonio il circolo degli affetti si allargò ai figli, ai nipoti. E per Michele e sua sorella Isabella siamo ancora ’zio’ e ‘zia’. Si aggiunse l’incontro e la conoscenza con Manù, Manuela degli Uberti, compagna musicale di mio cognato Romano Guzzinati, sempre in giro per festival e concerti.

Quando mi era possibile, ne facevo il resoconto ad Adal con tutte le punture ironiche insite nel suo spirito burlone. E che festa il giorno che laureò un carissimo allievo, che altro non è che nostro nipote Ippolito Guzzinati, che con tanto impegno ne prosegue la strada.

Ciao Adal! Il nostro ricordo ci inciterà alla vita anzi a una buona vita.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Se vuoi leggere e firmare la petizione popolare SAVE THE PARK che ha già superato le 23.500 adesioni [firma qui la petizione]

Il cuore dov’è
…un racconto

Il cuore dov’è
Un racconto di Carlo Tassi

Primavera dell’ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.
È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: “Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!”, poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
A me piace Roberta… Sì, lo so che è cotta di Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui seni che bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. “Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?” mi dice.
“Ok” gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. “Ciao Mary, hai visto Roberta?” chiedo.
“No, non l’ho vista” dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, “È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!” gli dico.
“Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!”
“Ok grazie, vado e te lo porto!”

Esco fuori.
È buio e fa fresco. Vedo due ombre dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa. Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, si sistema la camicetta e abbassa lo sguardo. “Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle, stai andando alla grande!” dice lui.
“Grazie Marco, ma vado a casa. Non mi sento un granché bene, devo aver mescolato troppa roba da bere”, mi trema la voce, “Gepry m’ha sostituito, se vuoi dargli il cambio… ti saluto, ciao!”
Affretto il passo, vorrei dare un ultimo sguardo a Roberta ma non ce la faccio.
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto.
Immobile, svuotato.
Il cuore dov’è…
È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

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biglietto pacifista stracciato

La pace non si straccia

 

L’immagine di questa settimana non è una sola, ce ne sono molte altre da mostrarvi. Perché, in questo caso, vanno fatte vedere, e più ce ne sono, più fiducia potremo avere nel futuro. Si tratta di volantini sparsi e incollati un po’ ovunque, per la città di San Pietroburgo, la città considerata ancora oggi il centro culturale di tutta la Russia. Le sue mostre, dalle icone ortodosse alle opere di Kandinsky, l’opera e il balletto, il famoso Teatro Mariinsky con i suoi spettacoli, le tante iniziative culturali lo stanno a dimostrare.

traduzione: Pace e bene (un saluto dai francescani)

Sì, perché la Russia è anche cultura, e non dobbiamo dimenticarlo, soprattutto di questi tempi. Queste foto sono state pubblicate su facebook da una cara amica (naturalmente non farò il suo nome), conosciuta proprio durante un incontro culturale gemellato con la Russia. Lei è russa di San Pietroburgo, traduttrice dal russo all’italiano. Un ragazza giovane e bella che non ha mai visto la guerra. Passeggiando per la città, ha fotografato questi biglietti, attaccati sui muri, dai pacifisti russi.  Aveva manifestato per la pace. Ora è scappata in Serbia. Molti suoi amici stanno ancora manifestando in piazza, rischiando multe salate e l’arresto da parte della polizia russa. Rischiando botte e abusi di potere ogni giorno.

traduzione: Fin tanto che siamo lontani da spari e medaglie, ricordate che Dio è amore

Lei è amica dell’Italia e soprattutto dell’Ucraina. Proprio con una sua cara amica ucraina, aveva pensato che questa primavera, sarebbe stato il momento giusto per partire e fare il cammino di Santiago. Dopo una pandemia è quello che sognano molti giovani; un viaggio che possa rimanerti dentro per la vita e scacciare via le paure, ricominciare a vivere. Invece il suo viaggio è stato verso la Serbia per mettersi al sicuro. Mentre l’amica è dovuta rimanere a Kiev, intraprendendo tutt’altro viaggio nell’orrore. Dalla Serbia scrive ancora, dice che alcuni volantini sono stati stracciati; come molte parole che la diplomazia internazionale cerca di mettere in campo.

Dalla Serbia, lei mi manda traduzioni, le poesie ucraine della sua amica di Kiev. Vuole conoscere e far conoscere, che ci sono tante Russie e tante Ucraine. Mi dice della sua preoccupazione per i suoi cari amici, che si nascondono nelle metropolitane di Charkiv, e non sa quando potrà rivedere. E di un’altra amica, maestra elementare a Kiev, che sfida la guerra continuando a fare lezione ai suoi bambini.

traduzione: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio

Questi biglietti parlano. Parlano di una generazione di giovani russi che è contraria a questa guerra indecente; nuove generazioni che si sentono parte di un mondo intero e non di una sola nazione. E anche se nel 2022 le guerre imperversano ancora, non solo in Ucraina, ma in molte parti del globo: c’è ancora speranza nel futuro, c’è ancora il nuovo e il bello,  per creare invece di distruggere. Un mondo giovane che combatte senza imbracciare le armi, ma solo le parole. Sarà poco, ma Gandhi, sicuramente, avrebbe sorriso.

 

 

 

 

 

 

cane

“Il cane che ha visto Dio” e altri animali

 

Si chiama Galeone il cane che ha visto Dio nel lungo omonimo racconto di Dino Buzzati [Qui]. E poi c’è Nanà, la cagnolina abbandonata che Giovanni Eterno adotta a Roma. Infine Cane blu, il peluche che, nell’ultima puntata della serie tv Doc.Nelle tue mani, compare come un amuleto di bene a dare forza ai malati gravi di Covid 19.

la boutique del misteroGaleone è il cane-coscienza, che nel paese di Tis tutti credono sia stato il compagno fedele dell’eremita morto in un luogo isolato fuori dal paese e lì sepolto dalla comunità. Si aggira tranquillo per le strade e nella piazza senza fare altro che fissare gli uomini, poi riprende con passo dinoccolato il suo cammino di cane senza più padrone.

Siccome deve avere visto Dio nelle notti in cui dal rifugio dell’eremita si irradiavano raggi di luce bianca, una luce soprannaturale, ora i paesani lo percepiscono come il controllore dei loro comportamenti. Ne temono il giudizio, perché dentro di lui deve esserci una scheggia di Dio. Temendolo, rigano dritto. Col tempo la chiesa si ripopola durante la messa, il fornaio riprende a distribuire con onestà il pane ai poveri e così via.

hotel padreternoAnche Nanà dal canto suo compie un miracolo. Per capirlo dobbiamo spostarci dentro un’ altra narrazione, Hotel Padreterno di Robert Pazzi [Qui]. Si tratta dell’ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore ferrarese: la stesura è durata tre anni, ma alla fine ha prodotto un racconto intenso e al tempo stesso leggero alla lettura, tra realismo e visionarietà , giocato come è sul piano umano e su quello divino, con la città di Roma al centro.

Dio si è preso una “vacanza dall’eternità” e ora passeggia per le strade e le piazze della città dentro al corpo di Giovanni Eterno, un anziano signore di 78 anni. È Dio nella sua versione umana a osservare la vita, a incontrare persone di ogni tipo, a fare amicizia con un bambino speciale e la sua famiglia.

Nanà arriva in un giorno qualunque ed è lei a scegliere, con uno sguardo adorante, questo anziano signore che la porta con sé e la fa adottare dalla famiglia del bambino. Le procura cibo e affetto, ora che Nanà ha partorito i suoi cuccioli e li deve allattare.

Tra tutti i sentimenti e i patimenti umani, che Dio sta provando in queste settimane, Nanà sa infondergli il più forte, quello della maternità. Giovanni, che è Padre nei cieli e padre di Emmanuele qui sulla terra, riceve dalla cagnolina il senso del suo essersi umanizzato e la consapevolezza della missione che è venuto a compiere proprio qui nella Città Eterna, prima di ritornare là dove i suoi santi lo attendono con ardore impaziente. E’ venuto a portare nuova linfa alla nostra nazione che invecchia e sente spenta la voglia di vivere.

doc - nelle tue maniCane blu” è stata la battuta condivisa da medici e infermieri dell’ospedale milanese in cui lavora il quasi-primario Doc, lanciata come un grido di guerra davanti ai casi difficili. Ci è stata fatta conoscere, sapientemente, solo nella puntata più recente di questa serie televisiva tanto seguita [Qui].

Attraverso un lungo flash back abbiamo ritrovato i nostri eroi del reparto di medicina generale  impegnati nella lotta contro il Covid, con le tute da astronauti e la scenografia distopica delle sale di terapia intensiva.

Fra spavento e voglia di catarsi assistiamo alle loro fatiche e se nella abnegazione dei loro gesti a un certo punto compare quello di consegnare a un papà intubato il cane di peluche del suo bambino è fatta: ci travolge un’empatia totale e cane blu entra nel nostro linguaggio. Non sarà una scheggia di Dio, ma è segno della resilienza a cui siamo chiamati. ‘Resilienza’, la parola è passata anche ai piani economici nazionali e si avvia a essere abusata.

Meglio cane blu, che oltre a indicare il bisogno di fare fronte ai guai indica anche come farlo, con la condivisione. Nel reparto a un certo punto Doc mette su una canzone ben ritmata e si mette a ballarla. Con lui medici e infermieri cominciano ad ancheggiare e a portare in alto le braccia e noi sorridiamo, scaricando con guizzo ariostesco tutta la tensione emotiva di prima.

Jerusalema è una preghiera espressa in lingua venda dal musicista africano Master KG [Qui] che ha avuto molto successo nel 2021; molti forse non sanno che contiene la richiesta di salvezza a Chi non è di questo mondo, tuttavia se l’hanno ascoltata oppure ballata in gruppo hanno compiuto il primo passo.

Fin qui ho chiamato in causa tre cani, tutti usciti da racconti sulla vita ma indiscutibilmente veri. Me li ha fatti incontrare nel quotidiano una nuova piccola sintonia con ciò che sto leggendo o guardando alla tv. Incontrare cani nella vita, come nelle fiction, del resto non è difficile.

Nella mia giornata incontro anche gatti, passerotti e merli:  sono “i sereni animali che avvicinano a Dio” – come li ha definiti Saba –  a cui preparo mattina e sera il cibo da lasciare in giardino. In realtà se qualcuno mi interrompe  mentre sbriciolo il pane dico: “ Un attimo che finisco la mia azione francescana e arrivo!”

E nel dire ‘francescana’ penso al santo e insieme a Papa Francesco, che intervistato da Fazio nella puntata di domenica 6 febbraio a Che tempo che fa ha pronunciato frasi tanto potenti quanto semplici sul bisogno che abbiamo di condivisione e di amicizia.

Potrei cambiare queste due ultime parole con ‘dignità’ e ‘rispetto reciproci.

Ora devo leggermi per bene gli articoli n. 9 e n.41 della Costituzione, che sono stati modificati di recente dal Parlamento; so che le modifiche apportate intendono garantire una maggiore sostenibilità ambientale, la tutela della salute e la sicurezza della collettività, la tutela degli animali. Ma vorrei saperne di più. Magari per scoprire un’altra scheggia di empatia tra un atteggiamento collettivo e le mie briciole di pane.

Fonti:

  • Roberto Pazzi, Hotel Padreterno, La nave di Teseo, 2021
  • Dino Buzzati, Il cane che ha visto Dio, in La boutique del mistero. Trentuno storie di magia quotidiana, Mondadori, 1968
  • Serie televisiva diretta da B. Catena e Martelli,  Doc. Nelle tue mani, seconda stagione, episodio di giovedì 10 febbraio 2021
  • Saba, A mia moglie, in Canzoniere, 1921

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

Ragazzi di favela
…un racconto

Ragazzi di favela
Un racconto di Carlo Tassi

Case su case. Capanne di latta con radio e tv. Vaniglia e immondizia, cemento e orchidee.
Fogna a cielo aperto e sopra il Paradiso che guarda e non fa nulla.
Giochi di strada con palloni ai piedi e pistole nelle mani…
Ieri Albino è morto ammazzato, due colpi in testa e ogni sogno se n’è andato.
Le guardie nere l’hanno ricattato, lui ha parlato e i compagni non l’hanno perdonato.

“Ma io e te siamo diversi, prima o poi ce ne andremo e una vita nuova inizieremo.”

Celino col pallone è davvero bravo, il suo idolo è Zico…
Lui vorrebbe diventare come il grande fuoriclasse, e stavolta il Mondiale lo vincerebbe a mani basse.
Ma per adesso gioca nel campetto di Vidigal, distante appena trenta baracche dalla sua. Vive coi nonni. Papà e mamma non sa dove siano…
A scuola ci va quando gli pare, solo il calcio un giorno lo farà volare.
Nair è mingherlino, a lui non importa giocare, a lui basta vedere Celino correre e calciare. E per ogni gol dell’amico del cuore, gridare e gioire.

Una volta Celino l’aveva difeso da un bullo. Il bullo aveva preso di mira Nair minacciandolo e dandogli del frocio…
Quando arrivò Celino, il bullo tentò una reazione per evitare la figuraccia, ma le prese di santa ragione beccandosi un pugno in faccia.
Celino sapeva che a Nair piacciono i trucchi e le bambole, ma non gli importava perché sono cresciuti insieme e Nair è il suo più grande tifoso.

Ma è arrivato il grande giorno e un tizio del Flamengo è venuto a parlare coi nonni di Celino…
Una busta con tanti real, sorrisi e strette di mano. Celino tenterà la fortuna col pallone e andrà via, in un luogo lontano.
Notte dopo notte Nair sognava e temeva questo giorno…
Ora va da lui per salutarlo e, nel farlo, abbracciarlo e baciarlo.
Lo bacia sì, ma con un bacio salato di lacrime e azzardato di labbra sulle labbra…
Celino lo fissa contrariato e stupito, per lui è solo un buon amico anche se da tempo aveva intuito.
Lo spinge via pulendosi la bocca, lo guarda di uno sguardo ostile e imbarazzato. Tace di un addio muto e sospeso, sanguinante di troppe cose non dette…
Si volta e se ne va, ferito dall’amore dell’amico che mai più rivedrà.
Nair è felice perché il suo amore ha dichiarato. Troppo tardi e senza speranza, ma non importa: meglio odiato che ignorato.
Il suo amico adorato, il suo amore segreto se n’è andato. Ma il suo dolce ricordo nel cuore sarà sempre conservato.
Così Nair s’allontana, pervaso di un’allegria strana, umiliato e abbandonato e tuttavia risoluto.

Dieci anni son passati e tutta Rio è ferma davanti alla tv…
La finale del Mondiale con l’eroe nazionale pronto a battere il rigore della vittoria. Celino è sul dischetto a tre secondi dalla storia. Il ragazzo ne ha fatta di strada, ricco, famoso, pronto per la gloria.
Nella sua stanza d’albergo la squillo più bella di Copacabana guarda la tv e piange di gioia per il gol segnato. Il Brasile l’ennesima coppa ha meritato e Celino è da tutti osannato.
E per un po’ la mora, la splendida Naira, ricorda il suo vecchio amore impossibile e il gusto salato di un bacio rubato, un attimo prima di quell’addio mai dimenticato.

Era un’altra vita, erano due metà della stessa mela.
Era una storia ormai sbiadita, erano due ragazzi di favela.

Velha Infancia (Tribalistas, 2002)

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ferrara notturna

Celati forever (5) :
“Nei pomeriggi Pucci e Bordignoni pascolavano per le strade”

 

Pucci [Costumi degli italiani I]

Pucci da giovane era mingherlino, timido e anche vestito male, e andava via con la testa bassa, anche storta da una parte. Forse teneva la testa così perché aveva il cervello fuori squadra, come diceva suo padre. E il primo periodo della sua vita che mi viene in mente è quando ha avuto la terza bocciatura di fila, nella scuola dove andavo anch’io.

L’edificio doveva essere un’antica prigione o forse un antico convento, e al primo piano c’era un grande salone con soffitto affrescato, dove lassù nella volta si vedevano le fatiche di Ercole.

Sui due lati maggiori di questo che ho detto salone c’erano le porte delle aule. Ogni classe chiusa nella sua aula, dalle finestre non si vedeva il cielo ma si vedevano altre finestre di altre aule dove erano chiuse altre classi. Le femmine sempre nei primi banchi perché erano più brave dei maschi, salvo qualche maschio che era bravo come le femmine. Ah quelle teste là davanti, con le mani sempre alzate per dire qualcosa! Quelle mani facevano pensare ai cani che si alzano sulle zampe di dietro per far piacere al padrone. Pucci non ha mai alzato la mano neanche una volta in vita sua, e stava nascosto nell’ultimo banco perché non aveva niente da dire.

Il primo giorno di scuola eravamo tutti come delle bocce lanciate a caso su un biliardo, qualcuna un po’ prima e qualcuna un po’ dopo, secondo l’ordine d’arrivo nei banchi. Ma Pucci notava che gli scolari arrivati nei banchi più avanti erano quelli che andavano avanti bene negli studi, e gli scolari arrivati nei banchi più indietro erano quelli che restavano indietro. Lui si trovava all’ultimo banco insieme al compagno di nome Bordignoni, ed erano i peggiori scolari di tutta la scuola, non voglio esagerare. Se lo sono mai chiesti quei due cos’erano lì a fare? Non se lo sono mai chiesti. La scuola sembrava a Pucci un posto strano, molto strano, a cominciare dal nome, «liceo-ginnasio». Bordignoni non aveva fatto caso neanche a quello e diceva che era lì per un errore di sua mamma, che voleva iscriverlo a una scuola tecnica ma aveva sbagliato portone.

L’estate che l’han bocciato per la terza volta, Pucci andava in visita dalla compagna di scuola Veratti. Stagione al bello fisso, erano venute le vacanze e ogni scolaro circolava liberamente. Però se c’era una cosa molto chiara per Pucci, era che lui non capiva a cosa serve la scuola e di conseguenza neanche a cosa servono le vacanze scolastiche. L’unica cosa che gli piaceva era andare in giro tutto il giorno per le strade a caso, trascinando i piedi lentamente e fermandosi ogni tanto a guardare la facciata di una casa a testa in su. Girando per la città in quel modo, capitava in una strada con un portico fatto a U ribaltate, dove abitava la compagna Veratti.

Portone di legno scuro, scale di marmo, terzo piano, una servetta col pizzo apriva la porta. La Veratti era una compagna che a scuola andava benissimo, mentre Pucci era stato bocciato tante volte che nella scuola non lo volevano più. Ma lei aveva una certa simpatia per quel compagno randagio che le capitava in casa senza essere mai stato invitato; il quale tra l’altro non era gradito a sua madre, signora corrosa nei nervi, che quando doveva far un sorriso a Pucci si trovava la bocca paralizzata sul lato destro. Invece la figlia lo accoglieva con quei grandi sorrisi che allargavano il cuore, e dopo si metteva a suonare il piano per fargli sentire come suonava bene.

Ragazza ben piantata che tutti dicevano bella, la compagna Veratti oltre al pianoforte e alla bravura scolastica aveva la specialità dei sorrisi smaglianti di buona educazione. Cosa che faceva molto colpo a quei tempi, perché noi non lo sapevamo ancora che si potessero fare dei sorrisi così per niente. Per cui tante volte uno si faceva delle idee, credendo di esserle simpaticissimo, mentre magari lei non l’aveva mai guardato. Può darsi che Pucci andasse a casa sua perché caduto anche lui in quella malia? Può darsi. La ascoltava suonare il pianoforte e finita la suonata andava via senza mai aprire bocca. Va anche notato che i genitori di Pucci erano contenti che il figlio fosse ricevuto a casa della compagna Veratti, perché il papà della Veratti era l’ingegner Veratti.  

In quel momento di evoluzione della sua vita il più grande amico di Pucci era Bordignoni. È Bordignoni che gli ha ispirato la famosa constatazione, che quando uno nasce gli è già successa la quota quasi totale di quello che deve succedergli. Questo si capiva bene guardando Bordignoni che era grosso dappertutto, e aveva i denti grossi, la fronte grossa, il naso grosso, gli occhi grossi, le mani grosse, i piedi come due badili, il collo che non si distingueva dalle spalle da tanto che era grosso. Poi aveva le palpebre calate sempre a metà occhio, che non riusciva a vedere il cielo, Bordignoni. Non riesco a immaginare perché volesse andare anche lui a casa della Veratti. Forse era sempre per via dei sorrisi smaglianti di buona educazione, che avevano incantato molti compagni, e figuriamoci se non facevano colpo su di lui, ragazzo popolare del quartiere Mame.

I sorrisi di buona educazione scombussolavano completamente Bordignoni, essendo per lui delle novità assolute come poniamo il telefono per quelli della Papuasia. Comunque c’è andato una volta sola a casa della Veratti, perché lei lo trovava troppo grosso e non sopportava che dicesse sempre la sua esclamazione preferita, ogni volta che qualcosa colpiva la sua immaginazione. Il sole entrava attraverso le belle tende di lino dalle finestre di casa Veratti, e Bordignoni diceva: «Càcchioli quanto sole!». Per arrivare nella stanza del pianoforte bisognava trascinarsi i piedi nei pattìni di feltro sui pavimenti incerati, e Bordignoni diceva: «Càcchioli come si scivola!». Anche ascoltando la Veratti suonare il pianoforte aveva detto: «Càcchioli come suoni bene!». Quella è stata la sua condanna e dopo Pucci doveva andarci da solo a casa della Veratti.

Nei pomeriggi Pucci e Bordignoni pascolavano per le strade, ma non sapevano mai dove andare. Andavano dove li portavano le scarpe e Pucci stava sempre zitto. Invece Bordignoni apriva la bocca, ma solo per ripetere la sua esclamazione preferita: càcchioli qui e càcchioli là, per tutto quello che vedeva in giro. Sempre così, nonostante che le palpebre calate a mezza saracinesca gli nascondessero una buona parte del panorama. Un giorno non sapevano dove andare e hanno deciso di seguire i binari del tram, per strade che uscivano dalla città, tra quartieri mai visti, giardini con grandi alberi, villette di periferia, gente in bici, camion che passano. Vanno e vanno ma i binari del tram non finivano mai e Bordignoni diceva: «Ma dove càcchioli stiamo andando?». Però non mi ricordo come sia andata a finire quell’avventura estiva.

Invece mi torna in mente una cosa che faceva sollevare le palpebre di Bordignoni più del normale, ed erano le donne con larga conformazione di petto. Qui la sua esclamazione preferita gli sgorgava dritta dal cuore: «Càcchioli, guarda quella lì che due mammelle!». Pucci aveva capito che non c’era bisogno di rispondergli per tenere in piedi le loro conversazioni: bastava trascinare le scarpe con lo stesso passo seguendo il borboglio di esclamazioni dell’amico. Pucci lo ascoltava con la stessa tranquillità che aveva ascoltando sua madre, ossia come il ronzio d’una radio che va avanti per ore e non si sa neanche di cosa stia parlando. Nelle loro camminate estive non avevano mai niente da dirsi, ma Bordignoni ogni tanto si metteva a borbogliare.

Adesso penso a quei giorni d’avvicinamento all’estate che avevano le ombre così lunghe di primo mattino, con poca gente per strada e un’aria di stanchezza dappertutto che era un piacere. Strade assolate col silenzio dei giorni vuoti, case addormentate e pacifiche allo sguardo. E il frescolino degli androni? Tra i migliori ricordi. Qualcuno passava in bicicletta nel sole e ti sembrava di essere all’equatore. Qualcuno stava affacciato alla finestra e subito ti veniva da sbadigliare. In quei giorni si stava bene ad essere svogliati e ronzare come le mosche nelle cucine di campagna, poi trascinare le scarpe verso nessuna meta come cani che vanno a zonzo in cerca di ossi. I pensieri si scioglievano nel moto dei piedi, e uno non si ricordava più di avere un padre e una madre, di avere una famiglia, neanche di avere un nome e un cognome.
[…]
Pucci e Bordignoni avevano degli itinerari che sembravano uno scarabocchio: dalla piazza centrale alla stazione e dalla stazione ai giardinetti dietro il municipio, dai giardinetti dietro il municipio al campo sportivo, dal campo sportivo al quartiere Doro e poi indietro alla stazione e alla piazza centrale.

Gianni Celati, Costumi degli italiani I, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 11-18

Per leggere tutti i testi di Gianni Celati su questo quotidiano, clicca [Qui]

Puoi visitare l’esposizione NEL MIO DESTINO DI DISAVVENTURE PERPETUE: OMAGGIO A GIANNI CELATI presso la Biblioteca Bertoldi di Argenta fino al 31 gennaio 2022.

cane gatto amicizia

Diario in pubblico: Amitiés

 

L’impulso primario è certamente quello di riferire sulla conferenza dantesca intitolata “Narrare l’indicibile. Vedere l’invisibile. Dante e la funzione della memoria “, che ho tenuto venerdì 15 ottobre 2021 presso la sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara.
Il luogo era totalmente fruibile e m’immaginavo una presenza media. Lo stupore è stato sommo quando la sala si è praticamente riempita e si contavano 72 ascoltatori.

E che ascoltatori! I ‘giovani’ allievi ora importanti studiosi della scuola fiorentina di Mario Vayra a Claudio Cazzola, l’affermatissimo critico Stefano Prandi dell’Università di Lugano, i miei ‘ragionieri’ da Fiorenzo Baratelli a Roberto Cassoli a Marcello Folletti che mi presentava. E ancora il ‘primo amico’ Ranieri Varese, Luisella Genta che mi aprì le porte della mente e della casa a Lipari, Cristina Felloni, amica di una vita e compagna fedele nella mia esperienza nell’Associazione Amici dei Musei e tanti altri amici, tra cui commovente la presenza di Alessandra Chiappini ed Enrico Grandi che nonostante un importantissimo avvenimento non hanno rinunciato a presenziare almeno ad una parte della conferenza. E con loro tanti altri amici incuriositi dall’argomento. Una prova e conferma dei valori dell’amicizia? Certamente sì!

Sono naturalmente orgoglioso del commento che Marco Ariani mi ha spedito dopo la lettura della mia conferenza e che qui riporto integralmente non perché sia ‘laudabile’ ma per il coinvolgimento intellettuale che ne deriva:
“Caro Gianni, mi hai veramente commosso per il mysterium simplicitatis con il quale hai mediato ad un pubblico certo non esperto una materia così complicata. Davvero efficace, emozionante, perfettamente adeguata all’occasione e precisa scientificamente nella sostanza. Belle le suggestioni fotografiche e la rievocazione di tante auctoritates dimenticate (l’immenso Curtius!). Lettura limpidissima di quei canti, profonda pur senza vezzi di elucubrazioni accademiche. Capisco davvero il grande successo. Grazie per le lodi, anche se un po’ esagerate. Ribadisco che la retorica medievale non faceva tutte queste differenze tra similitudini e metafore (che si fanno oggi per un’eredità sostanzialmente romantica), perché si sapeva che la metafora altro non è che una similitudine raccourci e, viceversa, la similitudine altro non è che una metafora in extenso. Complimenti. Un abbraccio, Marco.”.

Ma la complessità della parola ‘amicizia’ diventa palpabile allorché per cognizione di causa continuo a consultare i programmi televisivi dove la parola ‘amici’ assume le più diverse (e stravaganti) interpretazioni.
Dai vecchi compagni di un mondo musicale degli anni’80 del secolo scorso alla seriosa compresenza in tante reti di amici che ad una più attenta disamina non sembra lo siano del tutto.

Si vedano i programmi che analizzano la sconfitta nelle amministrative dei rappresentanti del centro destra: Salvini, Meloni, Berlusconi e le loro dichiarazioni a proposito dei fatti che hanno portato ai gravissimi incidenti dell’assalto alla sede nazionale della CGL. Alla cautela con cui appoggiano o negano la possibilità di sciogliere un associazionismo di marca prettamente ‘fascista’.

Al proposito va pienamente condivisa l’analisi di Fiorenzo Baratelli di cui riporto parte del suo ottimo commento: “La destra ha subito una disfatta, ma il suo popolo non è scomparso. L’astensione ha colpito soprattutto la sua parte. La confusione è grande tra i suoi leader, ma le elezioni politiche sono cosa ben diversa da elezioni parziali amministrative, per altro svoltesi in un contesto particolare. 3) L’astensione è un problema drammatico, anche se non è una sorpresa. Sono decenni che la talpa della crisi della rappresentanza scava: rischiamo una democrazia senza popolo.”.
Nelle nostre quotidiane telefonate, Baratelli tenta, non sempre raggiungendo lo scopo, di leggermi le vicende politiche in chiave pragmatica. Anche questo è un segno di amicizia e di responsabilità, ma a volte il mio pensiero sfugge alla comprensione della prassi.

Altri amici in quella giornata commemoravano all’Istituto di cultura parigino Giorgio Bassani. Ero dispiaciuto di non poter essere con loro ma la ricompensa sarà quella di poter parlare del grande volume sulle poesie di Bassani il cui commento è affidato alla carissima amica Anna Dolfi. La possibilità che mi è stata data di una recensione al volume e la conduzione della presentazione ferrarese al Centro studi bassaniani mi rendono orgoglioso di questo incarico.

Allora. Viva l’amicizia, viva la cultura e le sue forme. Naturalmente pensando che una grandissima prova di amicizia è quella di vaccinarci. Tutti e senza se e senza ma.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

 

sguardo bambina brasile

PRESTO DI MATTINA
Francesco, “pastore degli sguardi”

 

Cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
(Ungaretti, Vita d’uomo, 206).

A questo ermetico verso, che ci ricorda come il linguaggio degli occhi sia il più istantaneo, ‘primordiale’, nel riflettere l’altro e il suo mistero, è sembrato a me fargli eco un’espressione non meno ermetica e profonda, «Nei tuoi occhi è la mia parola», di quel “pastore degli sguardi” che è papa Francesco, specie quando sollecita la chiesa ad essere capace di tessere sguardi di attenzione, di prossimità e tenerezza. Egli infatti è convinto che «lo sguardo di Gesù ridoni dignità ad ogni sguardo. Gesù li aveva guardati e quello sguardo su di loro è stato come un “soffio sulla brace”; hanno sentito che c’era “fuoco dentro” e hanno anche sperimentato che Gesù li faceva salire, li innalzava, li riportava alla dignità», (Santa Marta, 21/09/2013).

E lo sguardo d’altri poi.

Dai loro occhi silenziosi scaturiscono parole nuove, vere. Un incontro di sguardi che fa rinascere le nostre parole logore; che feconda le nostre parole sterili, ripetitive, senza gioia, rendendole parole di affezione, prossimità e condivisione: e dunque credibili per annunciare la gioia del vangelo. Lo stesso che si cela nello sguardo altrui: un vangelo nascosto dentro la vita degli altri, come un tesoro nascosto una perla preziosa, dal quale occorre lasciarsi evangelizzare.

Uno sguardo evangelico lo riconosci subito. Non è uno sguardo anonimo: vive in relazione all’altro, da persona a persona, tramite sguardi di reciprocità, che si voltano quando chiamati per nome. Da loro passa la grazia e il mistero della Parola e delle parole nostre, quelle capaci di generare. Non per caso Nei tuoi occhi è la mia parola è il titolo di un libro che raccoglie le omelie di Bergoglio quando era vescovo a Buenos Aires. Ed esprime l’attenzione di papa Francesco a cercare negli occhi dell’altro le parole da rivolgergli, affinché esse ne riflettano la realtà e non già l’idea che abbiamo di lui. Più grande dell’idea che abbiamo di lui, infatti, è la realtà che parla attraverso i suoi occhi.

Questo sguardo inclusivo, che alimenta e trattiene la presenza dell’altro dentro di noi, è capace di generare parole così autentiche da diventare ‘preghiera di intercessione‘. Tanto che, anche quando non hai più l’altro davanti agli occhi, o perché egli e lontano, o perchè non lo vedi da tanto tempo, quelle parole ne ricordano la presenza accanto a te. Quando chiudi gli occhi nella preghiera, come se chiudessi, evangelicamente, la porta della tua stanza, si apre uno sguardo interiore, che continua a vedere i luoghi, i volti, gli sguardi; a sentire le parole di coloro che hai incontrato nel tempo e nello spazio. E proprio lì non si è più soli, ma vi è anche il Padre tuo che vede nel segreto ed ascolta. L’intercessione, in tutte le sue molteplici forme ed espressioni, situa te e gli altri nella sorgente della preghiera di Gesù al Padre – nei tuoi occhi di Padre le parole mie – e quelle ascoltate fermandosi con le persone incontrate lungo la via.

Durante la discussione sul documento finale di Aparecida alcuni vescovi volevano inserire all’inizio del primo capitolo l’espressione “con uno sguardo crudo sulla realtà”. Fu invece approvata la mozione di Bergoglio che sottolineava la dimensione contemplativa del discepolo missionario di fronte al mondo. Quello che non affronta in modo anonimo la realtà, che si affida a uno sguardo generalizzato privo d’anima e di relazionalità con i volti e persone reali e situazioni concrete, ma ascolta  nel profondo le narrazioni delle storie di ciascuno.

Lo sguardo della fede è sguardo in relazione, che nasce dalla contemplazione. Cresce ogni volta contemplando la Parola e praticandola nell’intreccio, o meglio nell’abbraccio con le parole altrui. Contemplativa e poetica insieme, la parola della fede si origina negli occhi del vangelo e si incarna nelle parole e negli sguardi della gente per poter “vedere”, “discernere” ed “agire” nella realtà, nella storia, aprendo strade per la condivisione dell’annuncio.

«Lo sguardo che voglio condividere con voi è quello di un pastore che cerca di approfondire la propria esperienza di credente, di uomo che crede che “Dio vive nella propria città”. Perché lo sguardo di fede scopre e crea la città. Le immagini del Vangelo che più mi piacciono sono quelle che mostrano ciò che Gesù suscita nella gente quando la incontra per la strada. Lo sguardo della fede ci porta ad uscire ogni giorno e sempre di più all’incontro del prossimo che vive nella città. Ci porta ad uscire all’incontro, perché questo sguardo si alimenta nella vicinanza. Non tollera la distanza, perché sente che la distanza sfuma ciò che desidera vedere; e la fede vuole vedere per servire e amare, non per constatare o dominare. Uscendo per strada, la fede limita l’avidità dello sguardo dominatore e aiuta ogni prossimo concreto, al quale guarda con desiderio di servire, a focalizzare meglio il suo “oggetto proprio e amato”, che è Gesù Cristo fatto carne».

Lo sguardo della fede che spera «non discrimina né relativizza perché è misericordioso. La misericordia crea la maggiore vicinanza, che è quella dei volti e, poiché vuole davvero aiutare, cerca la verità che più fa male – quella del peccato – ma per incontrare il vero rimedio. Questo sguardo è personale e comunitario. Si traduce in agenda, segna tempi più lenti di quelli delle cose (avvicinarsi ad un ammalato richiede tempo) e genera strutture accoglienti e non repulsive, cosa che esige anch’essa del tempo».

Lo sguardo della fede che ama «non discrimina né relativizza perché è sguardo d’amicizia. Gli amici si accettano così come sono e gli si dice la verità. È anche questo uno sguardo comunitario. Porta ad accompagnare, a riunire, ad essere qualcuno in più al fianco degli altri cittadini. Questo sguardo è la base dell’amicizia sociale, del rispetto delle differenze, non solo economiche, ma anche ideologiche. È anche la base di tutto il lavoro del volontariato. Non si può aiutare chi è escluso se non si creano comunità inclusive. Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è creativo», (Incornare Dio nella città, Omelia, 2011).

Papa Francesco riprenderà questo tema anche nell’Esortazione Evangelii gaudium del 2013: «In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario, per rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale».

“Arte dell’accompagnamento”, la chiama Francesco nello stile di Mosè che si toglie i sandali di fronte a quel roveto ardente, che è ogni persona. Uno sguardo, dunque, «rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo che sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana», (EG 169).

Così Francesco riconosce ammirato come innumerevoli siano le risorse offerte dal Signore e i carismi suscitati dallo Spirito, per dialogare con il suo popolo e renderlo partecipe della missione e del Regno: «Credo che il segreto si nasconda in quello sguardo di Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze e cadute: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32); Gesù predica con quello spirito. Benedice ricolmo di gioia nello Spirito il Padre che attrae i piccoli. Il Signore si compiace veramente nel dialogare con il suo popolo e il predicatore deve far percepire questo piacere del Signore alla sua gente» (EG 141).

A una chiesa in stile sinodale e in riforma missionaria Francesco chiede anzitutto una “conversione dello sguardo”, capace dire sì alla realtà e riconoscerla come più importante dell’idea. Sì al tempo come superiore allo spazio. Sì all’unità che non si rassegna alle divisioni, ma cerca vie per ricomporre i conflitti. Sì alle diversità sapendo che le parti formano e vivono nell’orizzonte e nell’interesse del tutto che è superiore alle parti, il bene comune al di sopra degli interessi di parte.

Alla conclusione del Sinodo sulla famiglia nel 2015, che ha determinato una discussione libera tra i vescovi e per questo non priva di contrasti e conflittualità, è seguita l’esortazione di Francesco Amoris laetitia del 2016. Che si prefigge di portare avanti un processo di riforma pastorale capace di guardare con realismo alla situazione delle famiglie nel mondo attuale, così da ridare ai pastori uno sguardo e tempi lunghi per continuare ad approfondire con libertà le questioni ancora aperte. Nel documento si chiede una “conversione dello sguardo” sulle abitudini familiari, sulla dottrina matrimoniale, sul conseguente agire pastorale. Lo stile di questo discernimento è all’apparenza molto semplice: occorrerebbe adottare lo stesso sguardo che Gesù riservava alle persone che incontrava in Palestina. Ma farlo con coerenza è tutt’altro che semplice, esigendo una conversione del cuore e della vita al vangelo.

Anche per il recente sinodo regionale Pan-amazzonico del 2019, l’esortazione apostolica di Francesco, Querida Amazonia del 2020 [Qui] riprende lo stesso stile aperto, proprio di chi è consapevole di esser di fronte a un processo di coscientizzazione delle questioni problematiche emerse. La sua è un’esortazione, che incoraggia a proseguire un cammino. Non si pone come chiusura del documento finale dei vescovi, quasi fosse l’ultima parola, ma si mette accanto ad esso. È lo sguardo del Papa sull’Amazzonia, che si unisce ad altri sguardi anche non coincidenti.

Scrive: «Tanti drammi sono stati legati ad una falsa “mistica amazzonica”. È noto infatti che dagli ultimi decenni del secolo scorso l’Amazzonia è stata presentata come un enorme spazio vuoto da occupare, come una ricchezza grezza da elaborare, come un’immensità selvaggia da addomesticare. Tutto ciò con uno sguardo che non riconosce i diritti dei popoli originari o semplicemente li ignora, come se non esistessero, o come se le terre in cui abitano non appartenessero a loro. Persino nei programmi educativi per bambini e giovani, gli indigeni sono stati visti come intrusi o usurpatori. La loro vita, i loro desideri, il loro modo di lottare e di sopravvivere non interessavano, e li si considerava più come un ostacolo di cui liberarsi che come esseri umani con la medesima dignità di chiunque altro e con diritti acquisiti», (QA 12).

Francesco invita così ad una mistica degli sguardi e delle relazioni che faccia entrare nei propri occhi il mistero di Dio rivelato negli occhi dell’altro. In contemplazione dei volti delle persone concrete, che incontriamo ogni giorno. Esorta al senso della contemplazione che per lui è senso “sinodico”, che cammina insieme e insieme si intona “sintonico al senso della poesia.

«Poesia: intendendo con questa bella parola proprio il senso della contemplazione, del fermarsi e donarsi un momento di apertura verso se stessi e gli altri nel segno della gratuità, del puro disinteresse. Senza quel “di più” della poesia, senza questo dono, senza la gratuità, non può nascere un vero incontro, né una comunicazione propriamente umana. Gli uomini “comunicano” non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione. Le parole devono essere quindi come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita». In Fratelli tutti si afferma la possibilità di un cammino di pace tra le religioni perché «il punto di partenza dev’essere lo sguardo di Dio. Perché Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore» (FT 281).

Nello sguardo poetico e contemplativo di papa Francesco, la profezia del Regno e la realtà storica devono nuovamente incontrarsi come narra il salmo 85: «La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno». L’incontro inizia sempre di nuovo quando donne e uomini alzano lo sguardo per vedersi l’uno nell’altro.

Querida Amazonia ha anche inserito nel testo parole di poeti e scrittori; Francesco è convinto che l’arte della parola poetica abbia la capacità di comunicare una più alta visione del reale. «Le parole devono divenire come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Rizzoli Milano 2016).

Dove abitò la tortura

Molti sono gli alberi
dove abitò la tortura
e vasti i boschi
comprati tra mille uccisioni.
(Ana Varela Tafur, Timareo, in Lo que no veo en visiones, Lima 1992)

Esiliano i pappagalli

I mercanti di legname hanno parlamentari
e la nostra Amazzonia non ha chi la difenda […].
Esiliano i pappagalli e le scimmie […]
Non sarà più la stessa la raccolta delle castagne.
(Jorge Vega Márquez, Amazonia solitária, in Poesía obrera, Cobija-Pando-Bolivia 2009).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PER CERTI VERSI
A te amica unica

A TE AMICA UNICA

Essere amico tuo
È un privilegio
E un miracolo laico
Avere te come amica
Non è come avere
Un amico
Sarebbe una frase banale
Se non ci fosse
Una differenza
Incolmabile
Abissale
Tu mi fai pensare
Che mai soli…
Meglio essere accompagnati
Dalle tue mani
Ma soprattutto
Dal tuo cuore
Lo sai che il mio
All’ombra del tuo
Della tua cura
Sbatte meno sulla scogliera della paura
Guarda la strada
Bianca
Dei ciliegi
E aspetta i tigli
Per respirare insieme a te
Quel profumo
Che mescola
Gentilezza
Calma
Oriente
Occidente
La gioia
Sensuale
Di trovarti sempre
Ovunque
Mezzala di vita
Carnevale

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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bambini, bambino e bambina, prato

Guido, il primo

 

Guido è stato il primo dei miei fidanzati. Siamo stati fidanzati un anno e poi ci siamo lasciati perché eravamo troppo giovani e troppo diversi. Da allora gli eventi della vita si sono susseguiti, indifferenti ai nostri sentimenti mutati ma rilevanti per altri aspetti dell’esistenza, facendo sì che il legame che ci accomunava abbia continuato a mantenersi buono e un po’ alla volta si sia trasformato in un’importante amicizia.
Guido abita a Pontalba vicino al fiume e a Villa Cenaroli, la bellissima villa che costeggia il Lungone. Proprio grazie a quell’antica costruzione, il nostro paese è conosciuto anche fuori dai confini Lombardi. La sua casa, come tutte quelle antistanti Villa Cenaroli,  è della contessa Malù che gliel’ha affittata a un prezzo vantaggioso perché le sta simpatico Guido e ama Reblanco, il suo cane. L’abitazione si trova di fronte all’ingresso principale della Villa ed è una vecchia casa con i mattoni a vista, ristrutturata di recente. Ha un ingresso ampio, una cucina-soggiorno, un bagno e un ripostiglio al primo piano, una camera da letto, lo studio e un secondo bagno al secondo piano. Inoltre ha una soffitta mansardata, un cortile, un piccolo orto e un garage. Per una persona sola è una reggia, impegnativa da pulire, molto accogliente e adatta per gli ospiti che Guido invita spesso a casa. Guido è un professore di Storia, insegna in università a Trescia.

Reblanco (Re) è il cane di Guido. Un Akita Inu interamente bianco dal pedigree importante. I suoi genitori sono stati dei campioni di bellezza ed eleganza e, guardando Reblanco, si capisce quanto la genetica influisca sull’aspetto fisico e sul carattere dei discendenti.
Guido e Reblanco sono una coppia fissa. Abitano nella stessa casa. Reblanco ha anche una piccola casa di legno nel cortile, ma non ci sta quasi mai. E’ l’ombra di Guido. Di giorno sta nello studio su una stuoia posizionata vicino alla scrivania dove Guido lavora e, di notte, dorme nella stanza del suo padrone in una specie di ‘cuccia’ di lattice, fatta apposta per le dimensioni e le esigenze degli akita, che gli garantisce uno standard di confort molto alto.
Quando vanno a spasso per Pontalba li guardano tutti. Camminano sicuri, sempre ben tenuti, maestosi nel loro incedere. Guido tiene Reblanco al guinzaglio perché così si deve fare. Ma credo che sia per lui una sofferenza, preferirebbe vedere il suo cane correre libero anche per strada. Appena la strada provinciale finisce e si arriva a quella sterrata che porta agli argini del fiume, Gudo libera Reblanco che comincia a correre felice fermandosi ogni tanto ad annusare la terra o a osservare il fiume, come se fosse indeciso se buttarsi in acqua oppure no.

La presenza di un docente di Storia in un paese piccolo come Pontalba è un evento raro. La gente si ferma spesso a parlare con Guido e lui racconta loro delle stranezze che sta scrivendo e elargisce bizzarri consigli sulla vita politica del paese, sulla salute della gente, sulla salvaguardia dell’ambiente e sul modo in cui una società debba essere sana, generante, rigenerante. Ha una madre e un fratello sposato che abitano a Trieste, quattro nipotini: due maschi e due femmine.  Suo fratello si è sposato due volte e, sia dalla prima moglie che dalla seconda, ha avuto una coppia di gemelli: due bambini nel primo caso (Claudio e Cesare), due bambine nel secondo caso (Bianca e Viola). Le femmine sono le figlie di Emma, la sua attuale moglie, mentre i maschi sono i figli di Aurora, la prima. Siccome Aurora fa la reporter e non c’è quasi mai, anche Claudio e Cesare stanno quasi sempre con la seconda famiglia del padre. Una famiglia allargata che, per fortuna, sembra funzionare. Bianca e Viola hanno sei anni. Claudio e Cesare dieci. Vengono spesso tutti e quattro a Pontalba e dormono in letti a castello che si trovano nella mansarda dello zio Guido. Si divertono molto e credo preferiscano Pontalba ad una vacanza in Sardegna. Sono ancora piccoli. Il “piccolo” ama il “piccolo” perché lo riconosce come simile a lui, della stessa misura.

Questi quattro bambini sono uno dei motivi che rendono il mio legame con Guido perenne. Due coppie di gemelli sono una delle cose più curiose e interessanti che io abbia mai visto. Si comportano in maniera simbiotica due a due. Sembra inoltre che i due maschi che sono più grandi,  abbiano sviluppato un’importante senso di protezione nei confronti delle bambine, le difendono a spada tratta da tutto ciò che considerano un’insidia alla loro incolumità. Ciò che un bambino di dieci anni considera un’insidia è terreno di scoperta. E’ un modo unico per studiare l’infanzia da vicino. Non solo, i due maschi hanno una particolare forma di protezione per una sola delle due gemelle. Ognuno di loro se n’è scelta una. Claudio protegge Bianca e Cesare è il parafulmine di Viola. Le coppie si ricompongono sempre allo stesso modo, non sbagliano mai, così si sono organizzati e così stanno crescendo tutti e quattro. Ognuno di loro con un doppio legame insostituibile. Uno col gemello, l’altro con uno dei due componenti l’altra coppia gemellare. Una cosa del genere non può non stupire, ci si potrebbe fare una tesi di laurea.

Anche a Guido, che è alquanto intelligente e curioso, i suoi quattro nipoti piacciono e incuriosiscono non poco. Li ospita sempre volentieri nella sua casa e li porta lungo gli argini del Lungone appena può. A Pontalba si vede spesso uno spettacolo che esercita un grande fascino su tutti. Guido, Reblanco trainato al guinzaglio da Claudio e Bianca o in alternativa da Cesare e Viola, e gli altri due gemelli che inseguono i primi quattro liberi e divertiti. Questa è la famiglia di Guido. Come sempre lui batte tutti, è sopra le righe, vive così, sa vivere solo così.

Un giorno li ho incontrati mentre anch’io passeggiavo lungo l’argine del Lungono. Mi ero fermata sulla stradina dei castagni per fotografare un albero che aveva alcune foglie illuminate dal sole. Guardando dal basso verso l’alto si vedevano piccoli bagliori di luce che filtravano fra i rami e le grandi foglie del castagno. Piccole fiammelle che accecavano e morivano subito dopo. Ho orientato la macchina fotografica verso l’alto e, stavo cercando di metter a fuoco, quando ho visto l’allegra brigata di Guido in avvicinamento. Reblanco era libero e correva sulla stradina, i quattro bambini erano allineati tenendosi per mano ed erano sfalsati come sempre: un maschio e una femmina e poi ancora un maschio e una femmina. Camminavano in mezzo alla strada. Devono aver imparato da Guido, anche lui cammina sempre in mezzo alla strada. Il vialetto dei castagni è sterrato, macchine non ne passano, al massimo bisogna spostarsi perché passa qualche mezzo agricolo che procede lentamente e si vede da lontano. Dietro alla quadriglia si vedeva Guido che camminava per ultimo in modo da godere di una panoramica privilegiata dei suoi quattro nipoti. Siccome mi conoscono bene, mi hanno riconosciuto da lontano e i  bambini e il cane si sono  messi a correre per venirmi in contro, mentre Guido ha continuato a camminare con il suo solito passo. I piccoli sono arrivati vicino a me tutti affannati. Claudio e Bianca hanno messo il guinzaglio a Reblanco per evitare che si buttasse in acqua, visto che ansimava ed era agitato.
“Cosa stai facendo?” mi ha chiesto Viola.
“Sta facendo una fotografia” gli ha risposto Cesare.
“Perché stai facendo una fotografia al castagno?” mi ha chiesto Bianca.
“Perché le piace” ha risposto Claudio.
“Perché ti piace?” mi ha chiesto Viola.
“Perché è romantico” gli ha risposto Cesare.

Mi sono sentita inutile. E’ stata una conversazione che ho sentito, ma dalla quale sono stata esclusa. Questo è l’incredibile mondo dei gemelli. Sono autonomi, protettivi, curiosi, a volte un po’ assenti. Quasi sempre felici perché bastano a loro stessi e non si sentono mai soli. L’incrocio tra diverse età e la differenza di sesso completa l’opera. Questi quattro bambini sono un mondo, una visione della vita. Un mondo di affrontare le responsabilità, un modo di essere curiosi, una rarità.  Sono affascinanti.

Nel frattempo è arrivato Guido.
“I gemelli sono spettacolari” gli ho detto.
“Certo” ha risposto lui.
“Forse ho fatto un’affermazione banale” ho detto.
“Si” mi ha risposto.

Ci siamo fermati a guardarli mentre sono corsi via tutti e quattro seguendo Reblanco. Sono belli, vivi, giovani e appartengono a un mondo un po’ diverso dal nostro. Forse migliore, sicuramente differente.
“Domani se ne vanno tutti e quattro” mi ha detto Guido.
“Passi da me? Ti faccio vedere il mio ultimo lavoro.”
“Ok” gli ho risposto e poi ho guardato di nuovo i quattro gemelli.
“Loro faranno la storia” ho detto.
“Già loro” mi ha risposto Guido e poi ha sorriso guardando Reblanco che stava abbaiando felice.

 

DI MERCOLEDI’
Libri o persone? Tutti e due: persone & libri.

 

Nella foto in bianco e nero c’è un bambino sulla giostra insieme a me; occupa la moto alla mia sinistra e guarda l’obiettivo a occhi sgranati. Io invece sono concentrata a guidare una macchinina, con le mani ben strette sul volante. Di Marco si notano il giubbino fatto a mano con la lana piuttosto grossa e i capelli corti e ispidi, da monello. Oggi è il giorno di San Michele Arcangelo, patrono del mio paese, e la mia pettinatura è quella delle grandi occasioni: il concio o come si dovrebbe dire lo chignon che mia madre abbina ai vestiti eleganti, come questo che è di velluto. Il colore non si può vedere nella foto, ma la memoria mi soccorre e lo ricordo color bordeaux.

Stamattina al mercato del mio paese il giro tra le bancarelle è durato poco: mi hanno assorbita altre commissioni attorno alla piazza, tra cui quella in banca. Lunghissima. Meno male che, nell’attesa di conferire con il cassiere, Marco e io ci siamo ritrovati dopo tutti questi anni e abbiamo rimesso in piedi alcuni ricordi della nostra infanzia. La foto sulla giostra è venuta in mente quasi subito a tutti e due. Con le nostre facce di oltre mezzo secolo fa, ma almeno sono facce complete e non questi ovali coperti dalle maschere anti Covid, che portiamo come segno dei tempi.

Penso che abbia fatto bene a entrambi incontrarci. Certo, la sensazione che lascia il calore umano scambiato dal vivo porta una piccola beatitudine, perché ci fa sentire parte di una tribù a cui abbiamo preso parte fin da piccoli, con i suoi riti identitari; ci fa ricordare insieme e credo sia già una forma di dialogo. Combatte la solitudine della caverna nella quale abbiamo trascorso gli ultimi mesi. Come è accaduto a molti di noi, nell’ultimo anno ho esercitato più che mai la mia capacità ricettiva. Sento e leggo a lungo ogni giorno le news di politica interna ed estera; come avrebbe detto Galileo conosco estensive le cose che accadono nel mondo, molto più di quando insegnavo e lavoravo tutto il giorno per fare lezione da casa e tentavo in qualche modo di salvare la qualità della relazione con i ragazzi. Ora però rielaboro di meno, soprattutto per la carenza di interlocutori. I mass media consentono assai poco la reciprocità del dialogo: ascolto e basta. E mi manca il dialogo quotidiano con le amiche colleghe, compagne di avventure didattiche e dello spirito.

Diciamo che frequento libri e rifletto sulle sollecitazioni che mi dànno con una grande sete di parole. Chissà se in Italia è aumentata la lettura durante il lockdown e di quanto.
Libri o persone? Ho bisogno di tutt’e due. E allora eccomi a comprare appena è stato possibile l’ultimo libro di Marco Balzano, Quando tornerò, e ad aspettare di sentirlo parlare di questa nuova storia durante il collegamento con la sede ferrarese di Libraccio il 15 aprile scorso. Ho conosciuto Balzano un paio d’anni fa quando è venuto a incontrare i ragazzi dei Licei cittadini al Museo di Spina nel salone delle Carte Geografiche. Che bel momento. Lui generoso e attento ai ragazzi come un docente, che è anche scrittore, sa fare, il suo libro, Resto qui, bellissimo.

Volevo riascoltare la persona Balzano, lo scrittore in carne e ossa. In un gioco chiarissimo di complementarità tra autore e narratori, Balzano dice “Io” per tre volte nel nuovo romanzo: parla nelle vesti di Daniela, la madre di famiglia che lascia la Romania per venire a Milano a fare la caregiver (da evitare la parola riduttiva badante, meglio curante o il termine equivalente inglese), poi assume il punto di vista dei due figli, che Daniela ha lasciato soli, con un padre evanescente che riesce solo a fuggire le responsabilità e ad andarsene a sua volta senza lasciare traccia. Lei per prima, poi Manuel e infine Angelica danno la loro versione degli anni in cui da Daniela ha lavorato a Milano, con l’unico scopo di mandare loro i soldi necessari a farli studiare.

E’ la storia dello spaesamento da cui sono stati travolti: lei che come tante donne dell’Est si è trasferita in Italia a prendersi cura di una persona anziana, i figli che per questo sono stati lasciati senza cura. È una storia contemporanea e internazionale: sul tema della partenza e poi del ritorno alla famiglia, dopo un’ intensa esperienza di lavoro e di emancipazione femminile vissuta in un altro paese; sul senso di colpa che divora chi è andato lontano. Lo sa bene Daniela, anche se è stata spinta a venire in Italia dalle necessità economiche e dall’immenso amore per i figli. Ogni sacrificio è stato fatto per loro, che però non possono capire e sentono la ferita dell’abbandono.

Come nel precedente romanzo, mi sembra di nuovo straordinaria la capacità di immedesimazione dell’autore nei suoi personaggi: là era protagonista e io narrante, la maestra di un paese in Alto Adige, Trina; ora lo sono una donna matura e i due figli adolescenti. Ognuno racconta la propria versione della storia con le caratteristiche espressive che gli sono peculiari e con il proprio grado di comprensione della scelta che Daniela ha compiuto. In particolare Manuel, che, a differenza della sorella maggiore avrebbe voluto andare via con la madre, sbanda sotto il peso dell’abbandono.

Nella mia vita ho conosciuto alcune curanti occupate in famiglie del mio paese, poi ho conosciuto da vicino Sofia quando ho avuto bisogno che si prendesse cura di mio padre. E’ stata una guida imprescindibile per me, lungo un cammino senza tracciato in cui rischiavo di sbandare. Ho avuto lei come bussola: la sua laurea in medicina e la sua dedizione l’hanno resa indispensabile a mio padre e al resto della famiglia. Dopo nove anni, anche ora che è tornata a vivere in Polonia, non passa giorno che non ci scambiamo una parola tramite whatsapp. Di lei mi ricordo quotidianamente e dunque il libro che parla di Daniela e dei suoi figli mi suona familiare.

Sofia è venuta in Italia per cercare lavoro, ma soprattutto per lasciarsi alle spalle una storia famigliare dolorosa; ha lasciato in Polonia i due figli maggiori e ha portato con sé il più piccolo, di soli otto anni. Mi viene in mente la sua parabola di vita, nella fase che ho conosciuto, perché ricorda da vicino i sacrifici e le privazioni di Daniela. Nel caso di Sofia, però, l’attaccamento dei suoi figli non è mai stato scalfito dalla lontananza. Il maggior segno di amore le è stato dato dal più piccolo, che ormai trentenne l’ha seguita nel suo ritorno in patria. Lui, più italiano che polacco per il modo di vivere e di pensare, ha ripreso la via di casa insieme a lei, complici anche la precarietà del lavoro qui in Italia e qualche problema di salute.

Mi domando di nuovo: persone o libri? La risposta è la stessa: persone e libri. Perché, come ha detto Balzano a chi gli chiedeva come avesse scelto il tema del badantato per questo romanzo, la letteratura ha la forza di guardare il mondo dall’interno e con efficacia, di trovare empatia nel rapporto con gli altri. Sa andare oltre gli stereotipi. Sa procurare avvicinamento.

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DIARIO IN PUBBLICO
Settimane letterarie

 

In questi frangenti pandemici si accavallano, si esigono, si compiono a ritmo serrato, presenze in streaming per tener dietro alla fame di cultura attuata in lontananza; purtroppo devo rinunciare anche ad impegni presi molto tempo fa, come il simposio su Parini filosofo dell’educazione tenuto a Brera il 15 aprile e per il quale rimando agli atti.

Stringente ma necessaria invece era la mia presenza alla Giornata di studi organizzata da Italiques LECEMO-Sorbonne Nouvelle Paris 3 Historia Magistra il 16 aprile 2021: Pavese settant’anni dopo Un bilancio critico. Questo convegno aveva lo scopo, come sottolinea il titolo, di tracciare un bilancio dell’attività critica nel giro dei settant’anni trascorsi dalla morte dello scrittore. Organizzatrice dell’incontro una studiosa resasi meritevole per i suoi studi nicciani e per l’encomiabile commento all’ormai celebre Taccuino segreto, pubblicato per la prima volta dal suo ritrovamento tra le carte pavesiane da parte di Lorenzo Mondo in edizione critica dalla casa editrice Aragno nel 2020:
Cesare Pavese, Il Taccuino segreto a cura di Francesca Belviso. Con una testimonianza di Lorenzo Mondo. Introduzione di Angelo d’Orsi, Nino Aragno Editore, Torino 2020.

A tre giorni dal Convegno la BUR pubblica una riedizione del diario pavesiano dal titolo ormai ufficializzato de Il mestiere di vivere con l’aggiunta del Taccuino:
Cesare Pavese, Il Mestiere di vivere. Diario1935-1950 con Il Taccuino segreto. Prefazione di Nadia Terranova. A cura di Salvatore Renna. Introduzione di Enrico Mattioda. Con una testimonianza di Lorenzo Mondo, Bur contemporanea/Rizzoli, Milano, aprile 2021.

E qui scoppia e deflagra un caso che diverrà la ragione principale del Convegno parigino. Leggendo l’introduzione, la bibliografia generale, le note al Taccuino nel volume edito dalla BUR, mi rendo conto dell’improprietà dell’edizione. Ad esempio nella stesura della Bibliografia generale il mio nome è totalmente assente e anche rilevo la trascuratezza con cui vengono usate le note della Belviso al Taccuino senza darne conto critico. Così il tema della mia relazione, che si titolava «L’eterno ritorno». Pavese e il mito in una dimensione europea, si trasforma in un’analisi precisa delle gravi responsabilità dei curatori del volume BUR. A darmi man forte la coordinatrice del pomeriggio, l’amica e collega Anna Dolfi e gran parte dei relatori, tra cui spiccava per acume e comprensione del tema Giuditta Isotti Rosowsky relatrice di Tra i testamenti traditi, il caso Pavese. In conclusione, la giornata pavesiana nello streaming si è protratta dalle 10 di mattina alle 19, con un’ora di intervallo per un frettoloso pasto.

Oggi 25 aprile mi fa piacere trovare sul canale televisivo della Effe riproposto un documentario sul mio autore curato da Paolo Di Paolo, valente studioso che assume particolare importanza nell’essere trasmesso in una data importante come quella in cui si ricorda l’anniversario della Liberazione. Alla sera del Convegno francese mi abbatto sull’accogliente poltrona che nulla ha a che vedere con la tremenda opera di Pesce esposta alla Fiera di Ferrara. Essa mi ha accolto e consolato mentre accarezzavo un libro meraviglioso, la cui importanza è paragonabile per la conoscenza dell’autore ai proustiani Le soixante –quinze feuillets, che l’attivissima amica Dolfi mi aveva spedito con il corriere dalla Biblioteca francese di Firenze il giorno stesso dell’uscita.

Nel caso del volume che accarezzo si tratta di un inedito di Thomas Mann, che è l’autore in assoluto a me più vicino. Il libretto Resoconto parigino, traduzione di Marco Federici Solari, L’Orma editore, Roma 2021, racconta di un viaggio a Parigi fatto nel 1922 dallo scrittore in compagnia della moglie per una serie di conferenze che avrebbero avuto il compito di collegare la cultura francese allo spirito germanico. I nomi che vi compaiono sono quelli che hanno nutrito i miei giovani anni di studioso. C’è perfino citato in positivo Benedetto Croce!

Nel libro si riscontrano alcune scelte linguistiche operate dal traduttore-commentatore assai interessanti, come l’uso reiterato di “suntuoso” in luogo del più comune “sontuoso”. E’ una  rievocazione superba della cultura entre deux guerres che rimanda – e non è un caso – alla straordinaria rievocazione di Oxford in quegli stessi anni, mai uscita in Italia se non in questo 2021 scritta da Evelyn Waugh A Little Learning  (1964), reso in italiano con Autobiografia di un perdigiorno nella ottima traduzione e cura di Mario Fortunato.

Continuo a seguire con evidente interesse trasmissioni assai popolari sulla tv, sia che si chiamino Forum, dove le vicende quasi incredibili dei contendenti dimostrano, se ce ne fosse bisogno, il grado quasi infimo delle relazioni sociali e parentali, quasi tutte legati all’uso del danè, o la serale dose de L’eredità, che mi appassiona per il gioco mnemonico, dove la mia preparazione accademica svanisce nel nulla allorché il soggetto dell’interrogativo da risolvere diventa lo sport o le notizie da social.

Imperdibile invece uno spettacolo che seguo con fedeltà e apprezzamento, il Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio, il quale purtroppo è caduto in una imbarazzantissima gaffe allorché, nel presentare il romanzo della mia amatissima amica Edith Bruck, Il pane perduto, la chiama Cruck; forse misteriosamente attratto dal rumore del pane spezzato! Il suo evidentissimo imbarazzo e le sue scuse ne hanno poi dimostrato l’intelligenza e la sensibilità.

Nei miei sempre più brevi spostamenti per raggiungere la libreria e al venerdì la bancarella dei fiori noto tristezza e rassegnazione. Non mi piace nulla questo atteggiamento rinunciatario. Aspetto con ansia dunque le aperture, che avverranno da domani 26 aprile, riponendo ancora una volta la fiducia e la volontà del ritorno in due importanti colonne della vita sociale: l’amicizia e la lettura di ogni forma artistica.

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DI MERCOLEDI’
Sullo scrivere di sé: Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza”

 

Ho letto anche Sembrava bellezza. Nello scorso numero dicevo di avere scoperto Teresa Ciabatti, autrice di una autobiografia che ho trovato coinvolgente, La più amata, uscita nel 2017.

Svelo subito perché anche questo secondo libro mi ha attratta: perché “è scritto meravigliosamente”. Tra virgolette metto le parole che ha scelto Michela Murgia per presentarlo insieme a Chiara Valerio in un incontro a cui ha partecipato l’autrice. Tutto si può rivedere su Youtube digitando ‘Teresa Ciabatti’, peggiorata in Ciaby dal diminutivo usato durante l’intervista: l’unica nota stonata di una conversazione a tre per me divorante. Sulla femminilità e sull’essere donna, sulla adolescenza come tempo supremo della inadeguatezza, sul valore del corpo, sul rapporto tra bellezza e percezione della bellezza (la propria, soprattutto).

Tre figure di donna occupano anche il centro del romanzo: la narratrice e la sua amica storica Federica si ritrovano quando hanno quasi cinquant’anni, si aggiunge a loro la sorella di Federica, Livia, che è stata la più bella ragazza del liceo quando erano adolescenti, ma a diciassette anni ha subito un grave incidente che le ha procurato un ritardo mentale. Le altre due nell’adolescenza non sapevano riconoscersi belle e ora che sono cresciute e sono diventate madri, una di loro anche  famosa come scrittrice, rinsaldano la loro amicizia con una solidarietà tutta nuova.

È la narratrice a scavare nel passato suo e delle altre e a dare di sé un’immagine di acuto spaesamento: “Metto in scena la proiezione più bassa di me e scrivendo dipingo la mia adolescenza come l’età della sofferta percezione di me; ero la brutta e inadeguata ragazzina venuta a Roma dalla provincia che nessuno dei compagni di scuola ha mai voluto degnare di considerazione”. Le parole sono più o meno queste, ho messo io “dipingo” per riprendere un’altra osservazione di Murgia: se questo libro fosse un quadro sarebbe un quadro dell’impressionismo, tutto pennellate pesanti che ritraggono con frasi fulminee la percezione che della realtà ha la narratrice.

E io che percezione ho avuto del valore di un romanzo come questo? Un romanzo che si pone in continuità con La più amata e torna insistentemente su come si è da adolescenti, sulla insoddisfazione verso il nostro corpo. Sulla figura dei genitori che ci hanno fatto violenza in qualche modo mentre ci facevano crescere; sulle ferite che ci hanno inferto i compagni di scuola con la loro indifferenza spietata. Su quest’ultimo aspetto merita di essere letto il bel romanzo autobiografico di Diego Marani, Il compagno di scuola, ambientato negli anni Settanta tra la campagna di Tresigallo e il Liceo Classico di Ferrara.

Ci penso da parecchi giorni e di proposito ho centellinato la lettura delle ultime pagine di Sembrava bellezza per lasciar sedimentare la mia reazione di lettrice. Poi stando al mercato del mio paese lo scorso mercoledì ho fatto chiarezza: c’era una bella luce nella piazza e le bancarelle di ogni tipo tornavano a occupare le consuete postazioni. Soprattutto i capi primaverili messi in mostra sprigionavano colori nuovi, tinte pastello per lo più. Ho incontrato amici e conoscenti e ho scambiato più chiacchiere del solito, in cerca di un piccolo risarcimento emotivo dopo le restrizioni dovute al Covid, che ci hanno tenuti in casa per alcune settimane. Nel resto della giornata ho ripensato a come è stato piacevole ritrovare la socialità paesana.

Ho fatto l’appello delle persone incontrate con la loro sana psicologia e ho preso via via le distanze dalla personalità di Ciabatti, o dalla narratrice che senza avere nome è il suo alter ego dentro al romanzo. Quella che dice solo e sempre ‘io’, si guarda nel presente e poi si volta indietro a recuperare l’adolescenza e ne riassapora il tormento, senza superarla mai. Senza fare sintesi tra le fasi della propria vita: ora che è una scrittrice e una giornalista di fama non si sente risarcita e non sa guardare avanti; ora che la figlia è adulta non si perdona di essere stata una cattiva madre e torna ciclicamente ad accusarsi. Non mi trova d’accordo ciò che ha detto Chiara Valerio, che la conoscenza è una forma di perdono; almeno non mi pare che questo accada nel libro.

Dopo averla vista su Youtube conosco il volto dell’autrice e allora mi domando come possano i suoi lineamenti tanto regolari e una gestualità così gradevole racchiudere il tarlo della incompiutezza come persona, come donna. Ha detto alle sue interlocutrici di essere più avanti rispetto ai personaggi che mette nei romanzi e di voler scrivere sulla mancanza di reciprocità tra sé e gli altri, sulla esclusione che l’ha ferita negli anni del liceo. Per me lettrice una ragione di più per tenere separate autrice da una parte e narratrice-protagonista dall’altro. Eppure ci sono cascata e confesso che anche ora se ripenso al libro tendo a sovrapporle. Anche perché a una certo punto dell’intervista lei dice: “La adolescenza la odio e meno male che ora è lontana”.

Per ristabilire un patto chiaro con entrambe mi serve che Ciabatti scriva altri romanzi. Storie che vadano oltre l’autobiografia. Occorre che lei rinunci a provocare i lettori con questa ambiguità di ruoli e si travesta magari da narratore di genere maschile, di un’età diversa, che ambienti la nuova storia in un’epoca lontana. Mi occorre che si stacchi da sé stessa e dalla narratrice che è stata.

Intanto tutte le persone incontrate stamattina mi riportano a queste giornate che viviamo. C’è una ferita collettiva che taglia la carne del mondo, ci attraversa una paura ancestrale per la nostra salute e per quella dei nostri cari. La nota stonata in questa scrittura insistita sul sé, in questo scavo alla ricerca dei traumi subiti nella adolescenza è che rasenta il solipsismo. La trovo fuori tempo come proposta culturale. Però mi convince e mi avvince in quanto scrittura sincopata e sincera fino alle estreme conseguenze espressive; mi piacciono le frasi brevi che denudano persone e cose, mentre le inondano di una luce bianca come sotto interrogatorio.

Alla fine torno a ciò che ho detto nel mio incipit, a ciò che ha detto Michela Murgia: “Questa scrittura vale tutto il libro”.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti romanzi:
– Diego Marani, Il compagno di scuola, Bompiani, 2005
– Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, Mondadori, 2021 (finalista al Premio Strega 2021)

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Un ricordo di Andrea Marchi

 

Ricordo una gita domenicale, dopo la maturità, al parco del Delta del Po. Eravamo in quell’età di mezzo in cui non vuoi abbandonare chi è stato con te per cinque anni, ma sei già proiettato verso il nuovo mondo dell’università. Per non sbagliare, passi ancora le domeniche e il venerdì sera con la presenza rassicurante dei compagni di classe, quelli che hai selezionato perché in cinque anni ti sei fatto un’idea con chi vuoi stare. E Andrea Marchi era il compagno della fila dietro con cui volevamo stare, anche dopo la fine del liceo, anche dopo che le strade avevano preso corsi diversi.

Andrea Marchi nel suo ufficio di Sindaco di Ostellato

Andrea Marchi c’era a suggerirti la risposta giusta a un’interrogazione e a dirti, molti anni dopo, cosa fosse meglio fare in un momento qualsiasi della vita. Penso a certe domande che mi faceva per invitarmi a ragionare assieme, la sua era una maieutica dell’amicizia da cui non voglio allontanarmi. So di averlo interrotto durante riunioni di giunta, mentre prendeva decisioni importanti per il suo Comune o mentre si stava facendo carico di un problema della comunità, quindi suo.
Eppure mi rispondeva, rideva con quell’autoironia di cui pochi sono capaci, nel raccontarmi cosa un sindaco di campagna debba fare. Ma conosceva bene la nobiltà del suo incarico istituzionale. Lo sapevano tutti che il suo essere sindaco era, per dirlo alla greca come piaceva a lui, il syndikos, il patrocinatore che mantiene insieme, tiene unità una comunità. Andrea ne era capace, come era stato capace di portarci in gita al Delta in quell’afosa domenica d’estate, in un giorno e in un luogo in cui mai avremmo pensato di andare. Ma lo aveva proposto lui. Era stato il nostro viaggio oltre le colonne d’Ercole, ci perdemmo, tornammo esausti ma felici.
Oggi e domani saranno i giorni in cui chi vuole potrà portargli un saluto nella sua Ostellato. Il viaggio insieme non è finito, chi lo ha conosciuto, anche solo per poco, conserverà qualcosa, per sempre.

Il tempo delle uova d’oro

A casa mia, in fondo al cortile e vicino alla legnaia, c’è la stanza-dispensa. Ha il pavimento di smalto rosso e le pareti di cemento bianco. Due finestre tondeggianti, un piccolo camino che nessuno accende più da almeno dieci anni. Lo aveva voluto mio padre e un suo amico muratore lo aveva aiutato a costruirlo. La sua parte incavata contiene adesso un piccolo deposito di fiori secchi che io porto al cimitero sulle tombe dei nostri parenti morti.
All’interno c’è un grande tavolo su cui sono posizionati cesti di vimini che tengono separate le scorte alimentari, le scorte di frutta e verdura, i detersivi, le uova che ci porta la mia amica Teresa che ha il pollaio. Noi le diamo il pane raffermo per il suo cane e lei ci regala le uova. Lo scambio è impari, ci guadagniamo sicuramente noi. Ma Teresa è una mia amica da sempre. Lo scambio diventa apprezzabile per entrambe, in nome di tale appartenenza.
L’amicizia permette di trovare una parità, dove parità non c’è. Permette di trovare aiuto e tolleranza là dove altrimenti ci sarebbe diffidenza. E’ un sentimento autentico che non si basa su vincoli biologici, parentali o di appartenenza sociale, ma si basa su qualcosa che è molto meno scontato e molto più fondante: la complicità.

Scrittori e scrittrici hanno dedicato tante pagine a questo tipo di relazione, che tutti noi conosciamo. Alcune storie sull’amicizia sono molto conosciute: ‘Uomini e Topi’ di John Steinbeck, ‘Il cacciatori di aquiloni’ di Khaled Hasseini, ‘Occhio di gatto’ di Magaret Atwood, ‘Parlarne tra amici’ di Sally Rooney.
A Teresa non piace quasi nulla di quel che piace a me. Ma questo non è essenziale. Condividiamo però un passatempo, che circa trent’anni fa era diventato un lavoro: il nuoto. Ci eravamo messe ad insegnarlo. Passavamo le estati con bambini schiamazzanti e bagnati che puzzavano di cloro, il disinfettante che si usa per le vasche d’acqua. Amiamo entrambe l’odore del cloro, che per noi evoca ricordi estivi, belle giornate, tanti giochi, i vent’anni di entrambe. Riparliamo sempre del tempo dei corsi di nuoto, di Vincenzo, il direttore della piscina dove insegnavamo che ci regalava un ghiacciolo ogni pomeriggio, a fine lavoro. A Teresa azzurro e a me rosso, tanto per non fare mai nulla di uguale. Insegnare nuoto ai bambini ci piaceva molto, non ci sembrava nemmeno un impegno.
Quella piscina era diventata casa nostra, ci conoscevano tutti, piacevamo a tutti.  Era uno spazio privo di risentimento dove si poteva sentirsi sicuri, dove il futuro appariva ricco di buone promesse.

Sto guardando le uova nella mia dispensa. Stamattina Teresa ne ha portate trenta. Hanno tutte scritto a matita sul guscio la data in cui sono uscite dalla gallina. Lo scrive sua madre, prima di riporle nel cesto dove le conserva. E’ come se in ognuna di quelle uova io potessi vedere un po’ del tempo di questa amicizia.
Prendo in mano un uovo. È bianchissimo, di media misura, ha una crepa. Quella crepa seghettata mi ricorda l’ingresso della piscina. Il cancello era fissato a due colonne di cemento bianche, diroccate. Da quella porta entravano bambini a frotte, insegnanti, inservienti, badanti, istruttori di nuoto, animatori, personale delle pulizie, amministratori e Vincenzo. Pover’uomo non so cosa gli sia successo. A forza di bere Fernet si è rovinato il fegato. Gli è venuta la cirrosi epatica. L’ho incontrato lo scorso anno. Mi ha davvero impressionato. Magrissimo e color marrone. Anni fa era grasso e bianco come un gelato al limone, come una nuvola solitaria nel cielo d’estate. L’alcol uccide, un po’ alla volta, in maniera spietata, senza tregua, lavora sempre.

Ripongo l’uovo, ne prendo un altro.  Il secondo uovo è rosa e piccolo. E’ come Teresa: rosa e piccola. Teresa ha una sclerodermia che assottiglia la pelle, per questo il suo colorito è molto roseo e le sue labbra rossissime. Terry sa tutto di me, siamo cresciute insieme e abbiamo sempre passato molto tempo assieme. Ricordo che quando insegnavamo nuoto, dopo aver finito il lavoro e dopo aver fatto la doccia, Teresa si asciugava i piedi con una meticolosità impressionante. Un dito alla volta. Se le restava tra le dita qualche goccia di acqua e cloro, la pelle le si screpolava, assottigliava, fino quasi a sanguinare. Per questo problema della pelle ammalata, era sempre l’ultima ad uscire dallo spogliatoio. Stava là fino a quando Vincenzo chiudeva l’impianto. Alla fine le avevano dato una chiave di scorta e lei poteva tranquillamente entrare per prima e uscire per ultima.

Il terzo uovo è chiaro, liscio e stranamente grosso. Probabilmente conterrà due tuorli. Quando lavoravamo in piscina avevamo due piccoli nuotatori fratelli gemelli. I fratelli Baffi. Sebastiano e Silvestro Baffi. Erano bambini piccoli, abbronzati, scattanti, dei grandi nuotatori, dei grandissimi divoratori di gelati. Chissà che fine hanno fatto. Teresa ha saputo che uno dei due si è sposato, abita a Verona, si è laureato in scienze motorie, insegna educazione fisica. Assaporiamo l’orgoglio. Forse anche noi abbiamo contribuito a far crescere in quei due cuccioli d’uomo l’amore per il nuoto, per lo sport in generale, per la vita. Un grande risultato, un bel ricordo tra i tanti che condividiamo.

Nella mia stanza-dispensa ci sono sempre le uova di Teresa e con loro un po’ della nostra amicizia, un po’ dei ricordi che rendono questo rapporto insostituibile. Le immagini del passato sono il fondamento e il contenuto del nostro bagaglio amicale, sono il tampone per i momenti di crisi. Se mai ci dovesse capitare di litigare sono sicura che basterebbe ripensare al periodo dei corsi di nuoto, a Vincenzo, ai nostri piccoli campioni e anche  alle sue galline e al suo golden retriver. (la presenza del cane  è una costante della vita di Terry, ne ha avuto diversi nel corso degli anni). Basterebbe ripensare ai ghiaccioli che abbiamo mangiato e alle  molte giornate passate assieme, nuotate con stili diversi, ma prossime nel desiderio di sperimentare e fare.

Guardo le uova e poi penso che devo ricordarmi di portare a Teresa il sacco del pane raffermo per il suo cane. Questa è una delle tante differenze tra noi: io ho due meravigliosi gatti arancione e lei un cane marrone.
Nel frattempo mi sono ricordata di altri  scrittori illustri autori di libri sull’’amicizia:
Niccolò Ammaniti “Io non ho paura”; Elena Ferrante “L’amica geniale”; J. K. Rowling “Harry Potter”; Fred Uhlman“ L’amico ritrovato”; Andrea De Carlo “Due di due”; Siegfried Kracauer “Sull’amicizia”; Herman Hesse “Narciso e Boccadoro”; Joseph Epstein “Amicizia ”. Credo che se ne scrivessi uno io si intitolerebbe: “Il nuoto e le uova”.
Ci sono anche delle splendide canzoni che parlano di amicizia: Lucio DallaCaro amico ti scrivo”; Lucio BattistiUna donna per amico”; Francesco GucciniGli amici”; Giorgio Gaber  “L’amico”; Laura PausiniUn Amico è Così”.

Una volta o l’altra scriverò una canzone sull’amicizia. Ho ben presente una storia amicale che vale la pena di essere raccontata. Può servire da esempio e da conforto. Ho già deciso il titolo: Il tempo delle uova d’oro. Le riguardo adagiate nel loro cesto e le vedo proprio così: d’oro. Le mie uova sono preziosissime, contengono ricordi, permettono di comunicare, di vivificare in ogni momento un sentimento importante, duraturo e sicuro.
Come dice sempre Teresa: “Ciò che è stato nessuno può cambiarlo ed è questo che fa la differenza”.
Ha ragione.

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FERRARA SI CONFRONTA SUI NUOVI PAESAGGI MIGRATORI
Un convegno che diventa piazza dell’amicizia sociale

Meno male che il numero 19 è ancora possibile associarlo  a eventi straordinariamente belli come il Convegno Franco ArgentoCulture e letteratura dei mondi. Si è tenuto venerdì 4 dicembre grazie  all’impegno costante del CIES Ferrara e della Associazione Cittadini del mondo, con la collaborazione del Comune di Ferrara e dell’IT “V.Bachelet” e con il  patrocinio del MIUR. Il titolo: Nuovi paesaggi migratori.
Si è tenuto nella forma del collegamento su piattaforma Youtube, ma dico subito che è stato possibile percepirlo non come un evento “a distanza”, al contrario. Si sono avvicendati relatori di provenienza, età e formazione culturale diversa: tutti generosi nel far sentire la loro voce e le parole, tutti capaci di coinvolgere gli uditori come attirandoli dentro uno spazio comune, dematerializzato ma palpabile. Ho provato entusiasmo.

Ora vorrei andare con ordine e dare conto della impeccabile conduzione di Paolo Trabucco e degli interventi, anzi mi verrebbe la tentazione di scrivere gli atti del Convegno. Non ho qui lo spazio per farlo e non è detto che ne darei il resoconto più efficace. Alessandro Manzoni insegna: ha evitato di scrivere un secondo libro, pienissimo di ragionamenti, obiezioni e risposte alle obiezioni sul suo I Promessi Sposi, nella convinzione “che di libri basta uno per volta”.
Mi allineo e decido di riportare i momenti che mi hanno entusiasmata. Tanto, il convegno è stato una fucina di idee, di dati rigorosi e di scenari sulla contemporaneità, una rete di pensieri liberi che mi fanno muovere dentro a una piazza ideale. In qualunque punto avvenga il mio ingresso, qualunque sia il percorso che faccio dentro la piazza posso assorbirne le voci e portarle a mia volta in giro caricandole di altre conoscenze, di aspettative e di speranza. Potrebbe essere intitolata all’orizzonte semantico del Convegno e chiamarsi Piazza dell’amicizia sociale. Ci potrei incontrare due insegnanti che hanno, il primo creato, il secondo animato le precedenti edizioni del Convegno: Franco Argento e Alberto Melandri.

Ascolto l’intervento dell’antropologo britannico Iain Chambers, autore tra gli altri del testo Paesaggi migratori, uscito in Italia una prima volta nel 2003 e di nuovo nel 2018, a cui si ispira il titolo del Convegno. La parola migrazione è utilizzata da lui  in modo ampio e libero: la migrazione non riguarda solo il nostro presente, è fenomeno antico, allo sguardo esperto del relatore risulta essere un elemento centrale nella formazione della modernità. La migrazione non segue e non ha seguito soltanto le rotte dall’Africa verso l’Europa, ma linee di movimento diverse e direzioni di marcia opposte a quelle che ci dicono gli stereotipi da cui siamo bendati. L’esempio che fa Chambers riguarda l’Algeria,  dove nel secolo scorso si erano trasferiti circa un milione di stranieri, tra cui numerosi nostri connazionali.
Algeria, così come Tunisia e Libia,  significano Mediterraneo, quel Mare Nostrum che da due millenni almeno viene mappato sulla base di categorie culturali ed economiche eurocentriche. Chi ha diritto di definire, di narrare la storia del Mediterraneo? Perché non superare l’ottica del colonialismo e attivare punti di vista differenti, restituendo simmetria al potere della narrazione, e riconoscendo per esempio alla lingua araba la legittimità di leggere l’assetto attuale di questa area del mondo? E poi, insieme alle lingue e alle letterature, quali mondi e quali integrazioni possono mettere in luce le altre arti! Quale viatico per leggere la complessità del nostro presente. Scorrono sul video immagini di danze, ascoltiamo un brano musicale intenso.  Mentre avverto che la voce e la musica della cantautrice palestinese Kamilya Jubran non mi sono familiari, penso che lo possono diventare.

Intervengono alcuni studenti del Liceo Carducci e più tardi altri del Liceo Ariosto e dell’Istituto ITI Copernico. Scopro che ‘gli Ariosti’ sono di una classe meravigliosa che ho lasciato due anni fa. Ora sono in quarta e li ritrovo sempre sensibili e preparati. Sono commossa, ma questa è un’altra storia.
Qui tutti i ragazzi che parlano sono informati, intensi e propositivi. Riportano l’attenzione al mondo che ci è più vicino, alla nostra provincia, alla nostra città, al Quartiere Giardino sul quale sono stati pubblicati due testi: la Guida turistica e Il viaggio in un quartiere multietnico. Nei loro interventi  sondano le cause della integrazione difficile tra ferraresi e immigrati, forniscono dati ma soprattutto aprono nuovi scenari in cui le differenze sono fonte di ricchezza per la comunità. Espongono le tante attività svolte negli ultimi tre anni da classi di ogni ordine di scuola, da circa mille studenti del nostro territorio. Raccontano le loro esperienze di incontro e di scambio con giovani come loro, con giovani stranieri carichi di storie. Come Kelvin, che viene da una città del Brasile e a Ferrara ha frequentato i corsi del Centro per l’istruzione degli adulti. Kevin propone di rivalutare il Quartiere Giardino anche attraverso le attività artistiche; come lui i ragazzi dell’ITI Copernico sembrano essersi messi d’accordo con Chambers e si esprimono cantano un pezzo rap di cui hanno composto il testo, un intenso testo poetico.

Si alternano ai giovani altri relatori esperti. Resto colpita dal taglio che Federico Faloppa ha dato al suo progetto Beyond the border, dove il concetto di confine viene presentato come uno spazio complesso che non coincide con la linea di frontiera comunemente intesa, ma comprende le aree in cui sostano le persone che migrano, le condizioni in cui vivono nel momento del passaggio, le azioni di controllo su di loro, le sovrapposizioni di lingue e di culture in movimento. I confini sono inoltre di vario tipo: ci sono confini visibili, quelli tracciati sulle carte geografiche, e confini che non si vedono, come quelli interni alle società, segnati per esempio dalle isoipse socioeconomiche.
Ce ne sono nella stessa città di Ferrara, come è emerso dalle parole degli studenti, e separano non solo i ferraresi rispetto agli immigrati ma anche i ferraresi tra loro.
I confini sono altresì studiati da Faloppa  come luogo di interrelazione, come spazio sociolinguistico della intermediazione. Quante lingue parlano correntemente molti migranti, che andrebbero valorizzate e condivise; quanti cartelli scritti in più lingue nei punti di passaggio tra un paese e l’altro, sulle barriere che i migranti cercano di superare mentre sono in fuga da guerre e violenze. Osservo le immagini di individui aggrappati a grappoli alle reti che li separano dalla loro meta, dal paese a cui vorrebbero accedere. Sono senza individualità e senza nome.

Sono flussi, ci ricorda Tahar Lamri: un’altra parola tutt’altro che innocente con cui sono designati. Da chi? Dalla lingua corrente con il suo appiattimento lessicale, dalle testate di alcuni giornali e da altri media. Occhio ai media, allora. Ecco i contributi del gruppo che si è costituito a Ferrara  nel 2010 per costituire un osservatorio sulle discriminazioni verso gli stranieri  che appaiono sui giornali e sugli altri mezzi di comunicazione. Ritrovo Adam e Shazeb: quanta strada hanno fatto le loro indagini sugli stereotipi, sulle fake news, sui titoli dei quotidiani che demonizzano i migranti; quanti incontri nelle scuole, quante pubblicazioni. L’ultimo loro report si occupa di etnic profiling, cioè della tendenza delle forze dell’ordine a intensificare i controlli sulle persone che appartengono a minoranze etniche. In questo periodo Covid, i giornali si sono occupati spesso dei controlli effettuati a causa della emergenza sanitaria; spesso questi controlli sono  mirati sugli stranieri e finiscono per includere i loro documenti e i permessi di soggiorno, come evocando il binomio immigrato uguale contagio.

Eppure, come anche Ibrahim Kane Annour ribadisce col suo stile accorato, sono migranti anche gli svizzeri, i canadesi o gli statunitensi che vengono in Italia. La migrazione resta il sintomo inevitabile degli squilibri tra le aree del pianeta, smettiamola con lo stereotipo del migrante che viene dall’Africa e magari porta con sé il pericolo di malattie. I migranti portano altresì nuove risorse, contribuiscono alle economie dei paesi di arrivo, hanno diritto di esserne parte come cittadini a pieno titolo.

Poi parla Nader Gazvinizadeh: è graffiante come lo ricordavo e attorno alla sua voce il silenzio sembra rapprendersi in una concentrazione totale su di lui. Ha ascoltato con attenzione tutti i precedenti interventi e dice agli studenti e ai giovani di Occhio ai media: per ognuno di voi ci sono migliaia di schiavi che lavorano nelle campagne del sud. Va guardata in faccia la realtà: il problema non è il razzismo, lo sono i crimini fatti in nome del razzismo. Dice: ammetto di essere razzista e per questo devo conoscere e combattere il mio razzismo; a questo scopo devo usare il mio coraggio, non per sbandierare il principio di uguaglianza e fuggire con ciò la diversità.
Come ha detto Chambers, le differenze possono coesistere in uno spazio senza separazione. I confini nel progetto illustrato da Faloppa sono aperti, sono porous borders.

Non posso non riportare almeno le fonti seguenti:
SITO CIES Ferrara: comune.fe.it/vocidalsilenzio/index.htm
Ultimo report di Occhio Ai Media [Vedi qui]

  • Iain Chambers, Paesaggi migratori: cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Meltemi editore, 2003 e 2018
  • AAVV, Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara, Este Edition, 2020
  • AAVV, Il Quartiere Giardino di Ferrara. Guida turistica. Edizione multilingue, Este Edition, 2019
Pioggia, ombrello

Il ritorno di Mary Poppins e di Costanza

Oggi torno, vedrò da lontano la mia casa, entrerò dalla porta e ritroverò mia madre, mia sorella, i suoi due figli più piccoli che giocano in cortile. Oggi torno sulle ali del vento come ha sempre fatto Mary Poppins (la protagonista di un libro e un film famosissimi che parlano di una tata sui generis e dei bambini che accudisce). Così canta Bert lo spazzacamino amico di Mary: “ Vento dell’est/la nebbia è là…/Qualcosa di strano/fra poco accadrà./Tempo difficile/capire cos’è…/Ma penso che un’ospite arrivi per me …” Oggi la persona che torna sono io.
Bello assomigliare anche solo vagamente a Mary Poppins quando  arriva con l’ombrello nero aperto, usato come uno striminzito paracadute in grado di muoversi nel vento e di atterrare in maniera perfetta. Un arrivo gradito a Bert, ai bambini Banks, agli abitanti di Viale dei Ciliegi. Davvero bello abitare in un viale che ha il nome di un albero che  fiorisce in maniera spettacolare, dà frutti succosi, dolci e coloratissimi, fornisce ombra, ripara.

Anche io ritroverò un Bert che assomiglia un po’ a quello del film.
Nel film lo spazzacamino Bert è l’amico preferito di Mary Poppins. Quando il tempo è bello, disegna con il gesso ritratti e paesaggi, quando piove vende fiammiferi ed è conosciuto come “L’uomo dei Fiammiferi”. Ogni tanto fa anche lo spazzacamino,  professione per cui è molto amato (dagli altri protagonisti del film/dalle persone reali che lo guadano). Mary Poppins va in giro con Bert nel suo secondo giovedì di riposo. Bert è anche un amico dei bambini Banks e degli altri residenti di Viale dei Ciliegi. Inoltre si prende cura di Albert, lo zio di Mary Poppins, e dà consigli al signor Banks.

Una saga familiare per bambini, divertente, a lieto fine. Una storia che racconta una magia: Mary che arriva col vento dell’Est, sulle ali del vento.
Io non torno in viale dei Ciliegi, torno in via Santoni Rosa. La signora Santoni era una partigiana che aveva un nome di battaglia: Nuvola. Qualcosa di atmosferico c’è comunque, le nuvole stanno in cielo e vengono spostate dal vento.
Il mio Bert si chiama Vittorio, Vito per gli amici. E’ un personaggio qui a Pontalba. I suoi genitori erano di Vicenza. Si è trasferito qui quando aveva dieci anni, solo lui e suo padre, sua madre è rimasta a Vicenza alcolizzata e tristissima. Dopo qualche anno è morta. Credo che per il piccolo Vito sia stata una liberazione. Un conto è pensare una mamma ammalata e trasandata che arranca in qualche città del nord Italia, un altro è pensarla in cielo che cena con gli angeli. Un orfano sereno, il piccolo Vito. Siamo diventati subito amici e lo siamo tutt’ora. Quando mi sono ammalata lui è sempre venuto a trovarmi, anche se ero pallida come un cadavere. Facevo impressione e, proprio per questo, non veniva quasi nessuno a farmi visita. Ma lui non ha avuto paura, ha affrontato quella malattia come se fosse anche un po’ sua e questo è stato per me molto salutare. Veniva al pomeriggio e faceva un po’ di chiacchiere, poi se ne andava. Quando incontrava mia madre le chiedeva sempre come stavo e appena era possibile tornava a trovarmi. Poi sono guarita e abbiamo ricominciato a ridere. E’ una delle specialità di Vito, sa far ridere. Fa imitazione di personaggi locali che sono degne della prima serata di Rai1: la sua vicina di casa, la preside della scuola media, suor Lucrezia,  Mirella. Ridono tutti. Inoltre gesticola, parla a voce alta e continuamente, va a zonzo in bicicletta cantando, a volte parla da solo. Vive da solo. Pulisce tutta la casa da cima a fondo appena può. E’ un patito dell’ordine.
Vito è gay. Non ha un fidanzato, dice che sta bene da solo, che ne ha passate abbastanza, che non riuscirebbe più a condividere le sue giornate con qualcuno. Ormai è abituato così e gli piace così. Ha un orto, una casa grande, un gatto bianco, una bicicletta elettrica e tantissimi cd. E’ un appassionato di musica, Edit Piaf è uno dei suoi miti.

Oggi tornerò a casa sulle ali del vento come sa fare Mary Poppins e porterò una valigia di regali. Dalla mia borsa uscirà quel che piace a loro, alle persone che amo. Per mia madre ci sarà un grande libro pieno di storie fantastiche e misteriose. Per i bambini due biciclette nuove, per Rebecca i roller, per mia sorella un vestito, per mio cognato una tromba, per Vito non so, forse un libro di ricette. Gli piacciono le torte. Tutti ciò uscirà dalla mia borsa esattamente come quando, da quella di Mary, esce un lampadario, un armadio, una bambola, il succo di mirtilli e il suo fantomatico ombrello nero con il manico fatto ad uccello. Chissà se alla mia famiglia piaceranno i miei regali. Secondo me sì, sono i loro desideri annunciati, sono aspettative che diventano realtà.

Il mio di oggi è un ritorno a tutto ciò che è normale, prevedibile, sicuro, accogliente. Un ritorno che sa di favola, eppure è reale.
Oggi aprirò la porta di casa, abbraccerò tutti e rideremo insieme della vicina di casa che mangia caramelle di nascosto, si colora le unghie di rosso, si veste sempre nello stesso modo, parla in maniera velocissima e aspira alcune lettere. Molto facile da imitare, Vito lo sa fare benissimo. Le imitazioni sono una delle sue grandi abilità e ha insegnato anche a me. Hanno accompagnato tutta la nostra infanzia, le facciamo ancora. Vito è magico quasi quanto Bert. Nonostante un’infanzia difficile si può diventare degli adulti responsabili, gentili e coraggiosi, altruisti e pasticcioni. Ha un lavoro, sempre quello da molto tempo, dice che i cambiamenti non gli piacciono, che ama la sua “normale normalità”.
Oggi ritroverò chi mi ha aspettato, dimenticherò per un po’ l’ansia, mi fermerò con loro e ricorderò che le uniche cose importanti della vita sono le persone che ti aspettano sempre, che ti hanno aiutato sempre, che sanno farti ridere perché sono anche un po’ bizzarre e originali, anticonformiste e determinate. Un ritorno speciale. Una giornata limpida e un ombrello nero che fa da paracadute. Un ritorno sulle ali del vento. Sembra una storia, una Mary-Costanza atterra in via Santoni Rosa. Apre la borsa e la magia è già là.
Supercalifragilistichesperiralidoso,supercalifragilistichespiralidoso, supercalifragilistichespiralidoso”.

 

PER CERTI VERSI
Dileguarsi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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DILEGUARSI

i pomeriggi ospedalieri erano – a volte –
Liberi dalle attese
E guardavo la luce schiantarsi
Sui vetri dei palazzi
Il mare dei colli ariosi
Dalla loro piccola sommità
Mi dileguavo anch’io
Nel loro grembo

LA SIMONA QUANDO VENIVANO

la Simona quando venivano
Portavano le robe di sempre
Da ospedale…
Ciccioli secchi crescenza e vino
Mentre io andavo a flebo
Era il loro modo
Di reagire al male

VINC E LA WILMA

Vinc e la Wilma
Venivano tutti i giorni
Sono stati assidui e cari
Quasi fuori tempo
Un cofanetto
Di Sperlari

IL VECCHIO LUGUS

il vecchio Lugus
In mezzo agli altri
E tace
Lui lo so
Non si dava pace

PER CERTI VERSI
A V.

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A V.

Eri un amico
Di un mio amico fraterno
In parte infermo
In una casa di riposo
Ah il riposo
È diventato sonno eterno
Il covid fu un soffio
A una farfalla morta

PER CERTI VERSI
A Stock

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A STOCK

Mi dà la zampa
E mi guarda
Con quegli occhi opachi di malattia
Ma come umani
Mi interroga
Ci mancano le parole
Non ci restano che i gesti
E una veglia
Sento il suo respiro chiede
Resti?

PRESTO DI MATTINA
Amici per sempre

Anche oggi, come nelle prime comunità cristiane, Agape fraterna esprime il legame che accomuna chi guarda con fede a Gesù: di tutti coloro che sono convocati e riuniti dalla Parola di Dio alla sua mensa, per rendere grazie, nel ricordo della frazione del pane. Eukharistía appunto (etim. rendimento di grazie’) per il dono della fraternità, dal quale non può essere disgiunto il desiderio di annunciare e vivere sparpagliati tra la gente questo stesso Spirito di Agape, amore non richiesto, non dovuto, spontaneo dunque, che trova in sé stesso la motivazione, senza attendersi altro se non la libertà di una risposta nello stile di una amicizia capace di gareggiare in gratuità e in reciproca ospitalità.

Non per caso, anche il Concilio ‒ l’ho ricordato altre volte ‒ quando parla dell’autocomunicazione di Dio nella storia degli uomini usa l’immagine dell’amicizia. Che anzi viene addirittura assunta come paradigma della relazione che Dio, incontrandoci nell’umanità del Figlio amato, ha intrapreso con l’uomo, per far conoscere la propria volontà e renderlo parte della sua vita: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr.Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum, 2).

Del resto, forse cogliendo lo stesso Spirito, già San Tommaso equiparava ‘la carità’ a una certa amicizia dell’uomo con Dio. Tanto che lo stesso mistero di Dio si lascia interpretare dall’esperienza di un’amicizia: della quale il Padre è la fonte, lo Spirito il vincolo sostanziale, l’amicizia stessa, il Figlio, l’Amico che conduce a mostrare e partecipare alla fonte stessa di questo amore amicale.

Non sorprende allora che Aelredo di Rievaulx (1110-1167) ‒ un monaco cistercense autore di un intenso libro sull’amicizia spirituale ‒ abbia potuto reinterpretare la nota espressione giovannea “Deus charitas est” (1Gv 4,16) con “Deus amicitia est”, soggiungendo che “colui che rimane nell’amicizia rimane in Dio e Dio in lui“. Ne nasce una relazione a tre: “Ecco io e te e spero che il terzo tra noi sia Cristo; un’amicizia simile alla comunione trinitaria che può arrivare fino al dono supremo della vita”.

Ma sono innumerevoli i richiami all’amicizia nelle pagine dei mistici contemplativi così come nelle sacre Scritture. Teresa d’Avila, per esempio, afferma che “Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia”. E l’evangelista Giovanni riporta le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Amici ‒ si badi ‒ non già nel senso corrivo del termine, ma legati da un’intensità amorosa di tale smisurata portata e capacità da risultare totalizzante: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13-15).

Di più, una “amicizia per sempre“. Così infatti la pensava Santa Teresa d’Avila: interpretandola nella sua autobiografia come frutto di un amore che pratica l’alterità, fiducia di un legame fraterno e sponsale. Un’amicizia ‘per sempre’ che infiammava la lettura delle vite dei santi da parte della mistica spagnola e del fratello, che assieme progettavano di spingersi nella terra dei Mori anche a costo del martirio pur di raggiungere quel fine: Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre!. E ancora: “Che vogliamo di più di un così fedele amico al nostro fianco, che non ci abbandonerà nelle sventure e nelle tribolazioni, come fanno quelli del mondo? Fortunato colui che lo amerà sinceramente e lo avrà sempre vicino a sé!”. E della preghiera Teresa di Gesù dirà: “per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate, cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi”.

Agapimu (amore mio, amico mio): non è solo il nome di un locale di specialità greche di via Saraceno. In me quella scritta accende la preghiera, mentre vado di fretta, tornando dalla piazza, a celebrare messa in santa Francesca. Proprio lì comincia il mio Introibo ad altare Dei. Salirò all’altare di Dio: al Dio che rende lieta (laetificat) la mia amicizia ‒ come si proclamava nel rito antico della messa che si ispira al salmo 43 (42). In quel punto rallento un poco con la bici, attratto da un altro Agapimu, una canzone di Mia Martini di cui ricordo solo i primi versi che recito come un salmo: “Torna con me. Non so rimanere senza di te, amore mio”.

Una domenica ‒ forse la gente della parrocchia lo ricorda ancora ‒ per esprimere l’aspirazione a un’amicizia ‘per sempre’, la costruzione di un amore con questo amico che non cambia, ho ricordato anche un’altra canzone della stessa artista, Almeno tu nell’universo: “Tu, tu che sei diverso/ Almeno tu nell’universo/ Non cambierai/ Dimmi che per sempre sarai sincero/ E che mi amerai davvero di più, di più, di più”. Così simili queste parole a quelle di un’altra anima innamorata: la Sulamita del Cantico dei cantici, che è chiamata amica dall’amato, storia segnata da un amore perduto e ritrovato “Sei bella, amica mia, iridescente/ con le colombe degli occhi. Sei bello amico mio, dolceridente” risponde l’amata.

Ma l’amicizia come agape è sempre sfidata dal disamore. Tanto che sino alla fine sarà un testa a testa con le potenze che tentano di farla fuori. L’ultima sfida, la più impegnativa, sarà con la morte, che il Cantico equipara in potenza ‒ forte come la morte è l’amore ‒ per dire la decisività dell’esistenza di fronte a entrambe, la necessità di schierarsi per l’una o per l’altra; non è possibile starsene indifferenti, si avrebbe come mercede il disprezzo. Ma proprio sul filo del traguardo, per una manciata di secondi, il sorpasso: Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo” (Ct 8, 6-7). Una sequenza trasposta in innumerevoli poetiche (di Andrea Ponso, Guido Ceronetti, Emilio Villa), tra le quali scelgo quella di padre Agostino Venanzio Reali, parole che attendendo ancora note amiche; chissà… qualcuno lassù contando le “Stelle” e poiché “Non finisce mica il cielo” ci sta già provando:

Come un sigillo imprimimi sul cuore,
come uno stigma portami sul braccio;
poiché l’amore è indomabile
più che la morte, inflessibile
la gelosia più che lo scheol.
Un rogo sono i suoi impeti
d’incoercibili fiamme: non vale
il mare a sopirne gli ardori,
né a travolgerlo i fiumi.

Ogni sabato mattina su Ferraraitalia, appuntamento con la rubrica di Andrea Zerbini PRESTO DI MATTINA.
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PRESTO DI MATTINA
L’amicizia è metà della vita

“L’amicizia è metà della vita”: così chiosava spesso mio padre mentre mia mamma, dopo avere aperto le finestre alla mattina, salutava tra le tende al vento la sua amica Solange, con animo grato e benedicente. E mi soprese un giorno don Ones – il precedente parroco di origini tanzaniane di Santa Maria in Vado – quando durante la chiusura del ‘fioretto’ di maggio, per le vie e le case della parrocchia, gli raccontai della frase ripetuta da mio papà e lui, sorridendomi, gli fece eco in Swaili: “Urafiki ni nusu ya maisha”, che significa proprio la stessa cosa.
L’episodio mi torna alla mente, oggi, pensando allo Spirito di cui furono pervasi gli apostoli, capace di declinare l’unico amore del Padre in tutte le lingue del mondo. Accadde a Pentecoste, festa del raccolto, mietitura della Pasqua, che come una benedizione compie il tempo del seminatore e ne ribalta le sorti: “Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia. Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni” (Sal. 126). Così, posso ben dire anch’io di questa benedizione e compagnia dello Spirito, dono di amicizia del Crocifisso Risorto, che essa ‘è la metà della vita’.

In verità, tale benedizione era già presente fin all’inizio. Aleggiava sulla terra e sull’uomo lungo i sette giorni della creazione, scandita dalle parole: “e vide che era cosa buona e molto bella” (Gn. 1,12-25). Una benedizione che di lì mai si è disgiunta dal cammino evolutivo e storico dell’umanità, come un dono capace di svelare al contempo la nostra chiamata alla relazione, a vivere in fraternità, anche con sorella terra, senza nascondere la nostra nudità e vulnerabilità, che nasce dalla consapevolezza e dall’esperienza che l’altro mi manca e non posso farne a meno per uscire da questa mortale solitudine. “Pas sans toi” direbbe Michel de Certeau.
Ma non è solo questa la forza benedicente dello Spirito. È anche dono perdonante, promessa di nuova ospitalità, abile nel legare relazioni e scogliere catene inique, liberatrice da ciò che asservisce lo spirito. È attesa paziente per ripartire da nuovo; rilancio della vita anche di fronte al rifiuto, alle chiusure, ai ripiegamenti e ai distanziamenti. Un inesauribile dono disponibile ed eccedente di creatività trasformatrice, generativo di meraviglia e ammirazione, perché la sua scaturigine è la gratuità. Dono di agape, forza dall’alto che solleva e dell’altro che si fa compagno di viaggio: amicizia irruente e benefica, consolatrice e ardente, umile e saggia. In breve: ‘proprio metà della vita’.

Benedizione: berakah in ebraico. La seconda lettera dell’alfabeto beth, con cui inizia la parola, è affasciante nella sua forma: ב. Un quadrato aperto sul lato sinistro, come una casa con la porta spalancata. E ‘casa è proprio il primo senso della parola beth; cosicché essa esprime pure l’interno, il sé, l’intimità, l’autonomia, la famiglia, il popolo, la tribù, la matrice, lo spazio che ospita la luce. Ma al contempo la beth è pure ‘memoria dell’esilio b-abilonese’ con il suo significato ancipite: che ci ricorda bensì l’importanza del passato, di ciò che sta sopra e sotto di noi, ma soprattutto la necessità di guardare in avanti, vivendo giorno per giorno il presente, protesi verso l’ulteriorità di una benedizione che il futuro ancora dischiude per noi.

Se l’amicizia è metà della vita, la terza lettera dell’alfabeto ebraico, ghimel  ג , è la metà della beth. Esse si fanno compagnia per istruirci: se la beth esprime dualità, differenziazione, riferimento all’altro, ma anche incompatibilità, la ghimel rappresenta la crescita spirituale verso la sua pienezza, l’armonia interiore, la capacità di neutralizzare forze contrastanti ed oppositive convergendo verso l’unità. Si spiega così il racconto di un midrash rabbinico, in cui ci si chiede: “Perché la Beth guarda la Ghimel e la Ghimel dà le spalle alla Beth? Perché Beth – si risponde – rappresenta la Bayt (casa) aperta a tutti. La Ghimel rappresenta il Ghever (uomo), che vede una persona bisognosa sull’uscio e si volge verso di essa per porgerle cibo”. (Otiot Rabbi Akiva). Un’immagine quest’ultima che richiama un altro insegnamento rabbinico secondo cui: “tre doni sono stati dati all’uomo come benedizione, come sementi da far fruttificare: l’essere clementi, fare spazio ritirandosi e agire con benevolenza” (Bamidbar Rabbà 8:4). Per questo il salmista chiama “beato” chi trova nell’amicizia la sua forza e decide nel suo cuore questo viaggio (Sal. 84), aggiungendo che costui, “passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente, anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni”. Benedire non può essere infatti disgiunto da ricreare, consolare, farsi carico, come l’amicizia con l’altra metà della vita.

Si narra che per lunghi anni Abramo dimorò in Bersabea. Lui, il benedetto, nel quale sarebbero stati benedetti tutti i popoli della terra passò la sua vita in benedizione per gli altri. Qui egli piantò un bosco, con quattro ingressi rivolti ai quattro punti cardinali – per dire la pienezza della sua ospitalità – e all’interno vi collocò una vigna. Ogni volta che giungeva un viaggiatore, costui era invitato a varcare l’ingresso che si trovava di fronte per ristorarsi nel bosco, dove beveva e mangiava a sazietà prima di rimettersi in cammino. Quattro porte sempre aperte ai viandanti aveva anche la casa di Abramo, che non dimenticava di essere stato anch’egli un errante, e non passava giorno che non ne ospitasse uno. Chi aveva fame riceveva cibo e bevande in abbondanza; chi arrivava nudo veniva vestito degli abiti che più gradiva e rifornito di oro e argento. Poi, il patriarca introduceva l’ospite alla conoscenza del Signore, che lo aveva creato e fatto venire al mondo. Dopo aver mangiato, i viaggiatori solevano ringraziare Abramo per la cortese ospitalità, ma egli replicava: “Non dovete ringraziare me! Piuttosto, Colui che mi ha benedetto ed è il vero padrone di questa casa. Ospitandomi, Egli mi ha reso ospitale perché tutti conoscessero la sua ospitalità». «Ma come potremo ringraziare il Signore, manifestarGli la nostra gratitudine?”. Al che Abramo impartiva il seguente insegnamento: Dite dunque: Benedetto è il Signore benedetto! Benedetto Colui che concede pane e alimento a tutte le creature!”.
È il Vangelo a portare a compimento questa benedizione, sollecitando in noi – grazie all’imitatio evangelii – a prendere come misura del nostro agire quella ‘perfezione‘ e quella ‘misericordia’ che nel discorso del monte delle Beatitudini – rispettivamente in Matteo e in Luca – Gesù indica essere proprie di Dio: “Siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste”. (Mt 5,45-48; Lc 6,36).

Nelle sue Catechesi sullo Spirito santo, Cirillo di Gerusalemme equipara questo dono all’acqua, che scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato e fecondato la terra. Così è l’operosità di questa benedizione discendente fin dentro le viscere della terra. Essa non genera uniformità, al pari dell’acqua che, pur essendo ‘una’ nella sua natura, fa sì che ogni realtà cresca e si sviluppi nella propria singolare diversità, generando armonia di prossimità e di vicinato.
“Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l’effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un’unica natura e non potendo essere diversa da sé stessa. La pioggia infatti non discende diversa, non cambia sé stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano. Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’animo ferito e umiliato dal male è abitato da questa benedizione viene consolato fino a portare grappoli di consolazione e di giustizia per gli altri”.
Ma l’acqua che irriga il mondo ha bisogno del suo tempo per produrre effetto. Lo ricorda un proverbio Bantu secondo cui “Nella fretta non c’è benedizione”. E così pure – aggiungo io – nella fretta, non c’è amicizia.

Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini vi da appuntamento tutti i sabati su Ferraraitalia.
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Scelte

Bisogna sempre aver ben presente che la propria condotta, per la gran parte, è un derivato culturale. Si cresce in un contesto, si cresce, e si viene plasmati. Non esiste la soggettività, ma, al massimo, una “collettività soggettivante”. Ma c’è anche una possibilità:la scelta. Si può scegliere quale direzione prendere, nonostante il nostro bagaglio culturale. Si può scegliere chi essere, in tutti i campi, persino in quello politico, dove alcune massime dell’antichità sembrano avere un valore profetico.

“Le cattive compagnie rovinano i buoni costumi”
Euripide

PRESTO DI MATTINA
SIAMO TUTTI CLAUDICANTI, TUTTI MIGRANTI:
Non cerchiamolo in cielo, è sulla Terra che troviamo Cristo

Anni fa, quando m’imbattei nell’opera pittorica di Georges Rouault (1871-1958), ne rimasi sorpreso. Le sue tele ‒ pensai ‒ riflettono bensì la disumanità dell’uomo, ma testimoniano al contempo anche il volto umano di Dio nel mondo. È nella realtà del suo tempo, segnata da profonde disuguaglianze sociali mascherate da un’ipocrisia dilagante, che egli trova la sua ispirazione, intrecciando il tutto con una spiritualità incarnata. Emerge così nella sua narrazione pittorica un carattere sacro generato da una duplice polarità: fede e vita, spiritualità e realtà, si fondono assieme inducendo lo stesso autore a definire la propria opera come un’ardente testimonianza della compassione di Dio per gli uomini. Con gli occhi della sua pietà, il pittore ritrae questa vicinanza di Cristo agli uomini e alle donne del proprio tempo sull’orlo di un abisso esistenziale; una prossimità che lo porta a condividere con loro, tanto l’esclusione e il rifiuto, quanto la speranza di un riscatto che proviene dalla Sua stessa vita.
Domani è l’ottava di pasqua. La settimana vissuta come fosse un solo giorno, quello di Pasqua, in cui facciamo memoria dell’incontro di Gesù Risorto con Tommaso: un episodio dipinto più volte proprio da Georges da Rouault in quadri che egli intitolò “Seigneur, c’est vous, je vous reconnais”. Vi si ritrae il riconoscere di un altro irriconoscibile, uno straniero del quale, come a Emmaus, il Risorto assume le sembianze. «Sei tu Signore, ti riconosco»: da allora questa frase risale in me ogni volta che accade un incontro, specie se difficile, l’incontro con il dolore e la sofferenza. Perché ormai queste parole si sono inestricabilmente intrecciate alle altre ‒ che parimenti tengono insieme fede e vita riflettendo l’opera di giustizia su cui riposa la benedizione del Signore ‒: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…».

Colpisce il fatto che nel Tommaso di Rouault alla fine le ferite non vengono toccate; il riconoscimento accade prima, senza dipendere dal vedere le piaghe nelle mani e nei piedi del Cristo o nel mettere la mano nel suo costato. Il riconoscimento del Risorto scaturisce dalla pietà, da quella compassione, da quell’amore verso la condizione umana calpestata  che supplisce ogni vedere e toccare ed è generativa del credere. L’amore come forma di fede, propria di quei credenti cui si rivolge la beatitudine finale di questo brano del vangelo: «beati quelli che non hanno visto ‒ e potremmo anche dire: amato ‒ e hanno creduto!».
Ecco l’invito della Pasqua: quello di vedere con il cuore, di riconoscere nell’altro noi stessi, e in lui vedere anche la nostra fragilità, il nostro dolore. Nel Risorto convergono, in fondo, il suo e il nostro destino, così come quello di ogni uomo. Per questo, come narrato ne La leggenda del Grande Inquisitore (il manifesto del pensiero religioso di Dostoevskij ndr.), Egli non è da cercare in cielo. Lo ricorda anche l’evangelista Luca negli Atti degli apostoli.«Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”». È qui, dunque, sulla terra, che Cristo va cercato e incontrato, perché egli è già qui e viene sempre. È da cercare claudicante con chi zoppica, sulle strade della nostra quotidianità, che egli percorre per rialzarci e così disvelare il valore della nostra claudicanza.
Pasqua è un essere rialzati: o meglio innalzati proprio perché, prima, ci si è abbandonati, come Gesù, nelle mani del Padre. Innalzati perché siamo stati amati e perché riusciamo ad amare nonostante la nostra fragilità, comprendendo che cercare le cose di lassù significa cercare il Risorto tra noi.

Alzarsi è il verbo della risurrezione; non più disteso ma in piedi, libero dalle bende, perché liberato dai legami della morte. Colui che si è abbassato fino alla morte e alla morte di Croce è stato innalzato dal Padre, che gli ha dato il nome sopra ogni altro nome, affinché in Gesù ciascuno di noi venga rialzato e rimesso in cammino.
La fede a Pasqua non è una fede trionfante ma claudicante: cammina zoppicando. Parola nuova per dire la nostra fragilità, il nostro farci e divenire, progredendo nella vita come nella fede. E se ci pensate bene, anche l’amicizia ‒ che «è metà della vita» come mi disse una volta don Ones , parroco prima di me a S. Maria in Vado ‒ è esperienza di claudicanza. Perché l’amicizia autentica ci rende consapevoli che senza l’altro si è zoppicanti. E parimenti anche la fede è zoppa senza uno a cui affidarsi.
Ma questa debolezza del credere è anche la nostra forza, rendendoci capaci di distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo oltre, al di fuori, vero l’incontro con l’altro.
È nella relazione, nella compagnia della fede, scoprendo che l’altro mi manca e non posso vivere senza, che avviene la crescita che ci trasforma. Come la pasta in compagnia del lievito, il cibo del sale, il seme in compagnia della terra, così anche noi in compagnia della dolce amicizia del Cristo che come uno straniero si accompagna mentre siamo in cammino, trasformiamo la nostra vita. Nella nostra condizione umana sta fortunatamente una claudicanza che ci impedisce di esistere da soli, come una torre senza porte e finestre, una vita vuota in solitudine.

Lo constatiamo anche in questa situazione di quarantena: cosa saremo senza gli altri? I malati senza i medici, noi senza farmacie e alimentari aperti, senza i vicini che ci rivolgono una voce. La nostra realtà più profonda, quella di esseri incompiuti ma orientati, in trasformazione verso una pienezza, in movimento verso un compimento, ci viene allora manifestata proprio dalla claudicanza: essa ci spinge a cercare sempre di nuovo e oltre, in profondità e fuori, in avanti e al di sopra. Ci distoglie dal nostro io, e se in apparenza ci sottrae a noi stessi, in realtà ci completa nella relazione, come il seme che diventa spiga, o il fiore frutto.
In fondo, siamo pellegrini e ospiti anche in questa città, di cui pure siamo responsabili. Lo sguardo resta però rivolto alla città di lassù, nella consapevolezza ‒ altro aspetto della nostra claudicanza umana ‒ che non abbiamo qui una città definitiva. Una condizione che ci rende per definizione precari, tutti indistintamente migranti, ridimensionando la nostra illusione di onnipotenza, scalzata dal desiderio di condividere e moltiplicare con gli altri il pane della Pasqua, che è pane per tutti, anzi pane di tutti.

Spezzate il pane alla vostra tavola oggi, e ricordate che così ha fatto anche Gesù condividendo con chiunque desiderasse stargli accanto. Forse che non ci si restringe quando nasce un figlio? E quando vien un ospite, non ci si rimpicciolisce e gli si lascia il posto più bello? Il tutto senza sacrificio, perché la loro presenza ci completa, ci fa evolvere, ci darà la stessa gioia che emozionò i due di Emmaus nel riconoscere il Signore. Vedete che si può rimpicciolire senza diminuirsi.
I discepoli a Pasqua sono come i bambini che hanno appena iniziato a vedere o a camminare, che stanno in piedi a malapena. È l’esperienza di Pietro e Giovanni: uno corre e arriva prima, ma si ferma e lascia entrare il secondo claudicante che lo segue. Vedete: la fede di uno aiuta la fede dell’altro, e così si completano. Per questo dobbiamo pensare  che anche la Chiesa è una realtà claudicante.
Ce lo ricorda il Concilio che paragona la Chiesa alla luna. Cosa sarebbe infatti la luna senza la luce del sole; resterebbe buia, non diminuirebbe ma non crescerebbe nemmeno, rimanendo spenta e invisibile. Così anche la Chiesa, senza rimpicciolirsi e far posto a Cristo e ai fratelli, non potrebbe riflettere colui che è la luce delle genti; non sarebbe più inviata né missionaria; non sarebbe più niente.

Per concludere, una piccolissima parabola nella quale ci si ricorda che chi si rimpicciolisce, come la luna, per fare spazio agli altri, ascoltarli ed aiutarli, e donare anche la vita, avrà la gratitudine di molti e la vita per sempre nel Signore risorto.
Si racconta che quando il Creatore fece i due grandi luminari del cielo, la luna protestò: “Due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona.”
“Hai ragione”, rispose il Creatore, “non ci avevo pensato, vai e rimpicciolisciti.”
La luna rimase a dir poco mortificata, allora il creatore riprese. “Vai, la tua incompiutezza ti darà una moltitudine di sorelle e fratelli. Rimpicciolirsi non significa diminuirsi ma aprirsi e fare spazio all’intero universo.”
La luna esitò un momento e in quell’attimo, come ogni chicco di grano che sta per essere gettato nella terra od ogni uomo che sta per morire, sentì una grandissima solitudine ed ebbe paura. Ma fu solo un attimo, perché subito ricordò quella parola, “Sia la luce”, che aveva illuminato ogni cosa, e senza più indugiare si tuffò nella luce. In quel momento l’oscuro denso orizzonte del nulla si aprì all’infinito, e una moltitudine di stelle, pianeti, galassie si dispiegò a perdita d’occhio, senza fine, sotto il suo sguardo, incredulo per la gioia.
Sono i mistici, i genitori e i poeti i più sensibili al dovere di rimpicciolirsi davanti al mistero della vita, al mistero di Dio e al mistero della parola generatrice di senso. La scrittrice Lalla Romano così ci racconta la fede: “Fede non è sapere / che l’altro esiste /  è vivere dentro di lui / Calore / nelle sue vene / Sogno / nei suoi pensieri / Qui aggirarsi dormendo / in lui destarsi.”.
Destarsi in lui: questa è la Pasqua.

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