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Futuro, collaborazione, comunità

UN’OCCASIONE FORMIDABILE
“ripartire” cambiando il nostro modo di vivere?

La brusca frenata imposta dall’emergenza Covid 19 non è stata assolutamente facile ma forse è la migliore occasione che madre natura ci ha presentato per cambiare il nostro modo di vivere.  Certamente lo ha fatto con il suo metodo che di democratico ha molto poco, ma è certamente efficace, soprattutto, si spera, per coloro che non vogliono sentire o non vogliono vedere perché o troppo attaccati ai loro privilegi o perché si sentono impotenti di fronte a questa enormità.
Siccome sono convinta che gli esseri umani si trovano a vivere nel mondo che si sono costruito, ritengo che abbiano anche sempre la possibilità non solo di modificarlo, ma soprattutto di migliorarlo e renderlo via via più adatto alla vita che ciascun di noi desidera, ovunque si trovi. Per questo sarebbe auspicabile che ciascuno cogliesse l’occasione per interrogarsi su come e perché i nostri comportamenti ci hanno portato a questa situazione e che, ciascuno con le sue competenze, si ponesse le domande così da poter trovare, confrontandosi tra tutti, una soluzione.

Già prima della manifestazione di questa pandemia si parlava di ‘crisi della democrazia’. Pur ritenendo che sia sempre utile mantenere vivo il dibattito su questo tema importante una puntualizzazione va fatta: non è la democrazia ad essere entrata in crisi, ma il modello con cui si è realizzata. Un modello che è stato utile e ha portato la società a compiere significativi passi avanti, ma che, proprio grazie ad essi, da una trentina d’anni a questa parte ha esaurito la sua efficacia, ha consumato tutta la prospettiva del suo progetto. Il modello che si utilizzava era funzionale a quel momento storico: ha permesso il passaggio dalla monarchia alla repubblica, ha permesso il confronto tra liberismo e comunismo. Oggi che la logica liberista si è affermata, non può portarci oltre la logica del profitto come espressione della qualità della vita. Siamo arrivati ad una maggiore consapevolezza del valore della vita e della sua qualità e quindi non riconosciamo più come validi gli equilibri costruiti sui rapporti di forza e sui privilegi.
Inoltre una volta toccato il culmine distruttivo della bomba atomica, abbiamo abbandonato il rapporto di forza militare che reggeva l’ambito politico, ma questo si è trasferito all’ambito commerciale e finanziario, che usa la tecnologia e i nuovi brevetti per spostare gli equilibri di supremazia, a livello mondiale.

Si assiste per l’ennesima volta ad uno scontro frontale che vuole stabilire chi deve svolgere il ruolo di leadership mondiale con cui tutti gli altri Stati dovranno misurarsi in una competizione, se non tra nemici, per lo meno tra contendenti l’uno contro l’altro armati.
E’ auspicabile che questa volta l’Europa non si ritragga o, peggio ancora, si allinei – come ha fatto dopo l’attentato alle torri gemelle nel 2001- allo schema del rapporto di forze, ma capisca finalmente che può svolgere il ruolo di proporre un modello di organizzazione sociale che mette al centro la vita umana e la sua qualità nel suo complesso, che ponga al centro l’essere umano soggetto attivo di relazioni armoniche con gli altri e con l’ambiente.

Spero che il mondo non dimentichi quale occasione ha perso, quando non si è opposto alla decisione di proseguire con la logica del dover rispondere a difesa dell’onore con l’offesa, continuando insomma nella logica del dente per dente, occhio per occhio, quasi che non fossero passati due millenni di civilizzazione e di consapevolezza sul senso della vita e del suo valore.
Spero soprattutto che non vengano dimenticati i buoni propositi che lo shock dell’isolamento totale ha suscitato in tutti noi e che ci ha fatto capire con chiarezza il valore della relazione umana, cioè il gusto di poter condividere gli spazi che senza le persone perdono il senso non solo della loro bellezza ma addirittura della loro esistenza.
Spero che in questa nuova fase che stiamo affrontando ci si ricordi pur nelle difficoltà economiche e sociali da affrontare, della lucida consapevolezza che questa pandemia ha prodotto in tutti noi, cioè che quello che sta capitando è la diretta conseguenza del modello di vita frenetico del mondo che nessuno aveva il coraggio di fermare, pur sapendo che stavamo andando a sbattere contro un ignoto terribile.
Spero che si continui a mantenere viva la determinazione iniziale, manifestata in molti ambiti, a scegliere un modello di vita alternativo. Un modello che metta al centro il valore degli esseri umani nella loro specifica qualità di soggetti profondamente liberi, unici e per questo desiderosi di relazione a tutti i livelli. Questo a partire da quello dell‘ambiente che si fonda sulla memoria biologica della nostra evoluzione che si è sempre modulato sulla reciprocità del contatto e della mutua necessità, per sapersi regolare nell’evoluzione.

Come mai la maggioranza delle persone chiuse in casa, avendo tutto il tempo a disposizione ma non lo spazio esterno nella sua interezza, non hanno saputo sfruttare il tempo per studiare, scrivere, leggere cose che avevano accumulato senza riuscire a farlo? Si sono continuati solo i lavori già iniziati e che coinvolgevano gruppi che si sono aiutati a mantenere un legame di continuità, come mai?
Gli esseri umani – nonostante tutta la letteratura che li descrive come una specie animale pensante, che risponde al bisogno e alle necessità ed è legata alla relazione per costituzione biologica – sono qualcosa di più.  Non siamo vincolati a una relazione di specie, abbiamo in noi non la costrizione, ma il desiderio di realizzare noi stessi e di comunicare e condividere per costruire qualcosa di nuovo.  Ci riconosciamo solo quando condividiamo una prospettiva futura: l’essenza della nostra natura è di essere liberi e creativi per creare quello spazio che ci mette in relazione con l’altro. Per avvicinarci all’altro dobbiamo costruire un ponte e lo facciamo volontariamente, non certo per costrizione dell’istinto.
Per questo si può dire che ogni individuo è specie a sé, e che questa nostra realtà esistenziale ci pone davanti a una scelta: o considerare l’altro come modello a cui dobbiamo adattarci, rinunciando alla nostra unicità per farci riconoscere, oppure sceglierlo come occasione per esercitare la nostra unicità creativa che può essere raccolta anche dall’altro in uno scambio reciproco, in una realtà del tutto nuova per entrambi.

Siamo capaci, ora che tutto sta cambiando, di raccogliere e mantenere questa consapevolezza sulla qualità unica di ogni essere umano? Riusciamo quindi a pensare e a costruire una nuova realtà che rispetti questa nostra qualità? Saremo in grado di superare l’angoscia dell’urgenza economica con tutte le sue conseguenze o, addirittura, di un ritorno forzato ad una normalità che comunque non ci soddisfaceva?
Penso che abbiamo raggiunto una sufficiente coscienza del valore della vita umana, e abbiamo anche imparato che la nostra libertà ci rende responsabili della terra e dell’ambiente di cui dobbiamo prenderci cura per indirizzare quella forza inconsapevole della vita vista come natura. Infatti, la vita prevede la legge del più forte e in questo è brutale perché non ammette debolezza. Il gusto umano della relazione tra le diversità è ciò che può trasformare la forza in una convivenza armoniosa fino a creare bellezza

MEDITERRANEO
L’identità e la natura italiana di fronte alla pandemia

Questa pandemia ci ha ricordato la nostra natura ‘mediterranea’, ha richiamato i tratti riconoscibili del nostro popolo che accomunano Nord e Sud, sorvolando sulle distinzioni delle quali solitamente ci fregiamo – spesso luoghi comuni – che nascono a partire dalla latitudine di appartenenza. Abbiamo dimostrato di essere una nazione che, al cospetto di un evento di gravità spropositata, reagisce con emotività, slancio, inventiva, passione, generosità, anche insofferenza, talvolta, al rigore e alla disciplina che si traduce in superficialità, inclinazione alla critica infondata e alla detrazione.
Dalle Alpi all’Italia insulare e meridionale, con concessioni più marcate in alcune zone anziché altre, siamo uniti in una visione d’insieme che crea comunanza e permette di riconoscersi per una volta senza distinzione e pregiudizio, senza rinunciare però all’individualità che ci contraddistingue.

Non siamo la Germania monolitica in cui il senso di ‘Heimat’, la Patria, è intoccabile, ferreo storico punto di riferimento che crea e cementa coesione e compattezza del ‘Volk’, il popolo.
Noi siamo gente ‘di pancia’, che non cede facilmente davanti a ragionamenti, dimostrazioni oggettive, argomentazioni circostanziate e approfondimenti perché emerge in noi quell’istinto guerriero reattivo che ci vuole protagonisti della scena, ciascuno a dire la sua, sostenere una propria tesi, demolire quanto ritenuto scomodo o sconveniente, pontificare e sentenziare, dare sfoggio di competenze anche laddove non ne siamo titolati, intraprendere ciascuno una propria battagli ma anche lanciare bellissime campagne di solidarietà e sostegno ai più vulnerabili, chi decidiamo noi.
Offriamo un’immagine caratteristica che ha colorato e movimentato questo interminabile periodo di sospensione da ciò che sembrava dovesse essere indiscutibile e immutato.
Non siamo compassati, freddi, assertivi, sufficientemente obbedienti, inquadrati, rigorosi, coerenti: siamo vivaci, irruenti, empatici, attivi, ingegnosi, impulsivi, dei creativi spiazzati dal cambiamento di schemi che prevedono un grado di libertà controllata, monitorata, sottoposta a vaglio continuo e viviamo la quotidianità scalpitando impazienti per tornare a riappropriarci dei nostri spazi, delle nostre attività ferme, di nuove forme e opportunità di lavoro.

Vogliamo ricominciare ad esprimere ciò che siamo, partendo dalla nostra identità, per dare fondo a tutti i nostri sforzi, le nostre risorse, i sacrifici, la volontà, le idee, i progetti nuovi che forse potranno ossigenarci e toglierci dall’apnea per allontanarci dallo spettro della recessione più nera.
Discutiamo ininterrottamente sui social – dal momento che altri luoghi di aggregazione ci sono interdetti – dei nostri comportamenti, delle nostre decisioni, delle convinzioni che ci guidano, delle scelte e dei nostri ‘credo’, spesso a paragone con altri popoli, formulando ipotesi sul perché siamo come siamo.

Scriveva Luigi Barzini  nel suo libro  ‘Gli Italiani, vizi e virtù di un popolo’, (1964): “[…] Ho scoperto che tutti, istintivamente, riconosciamo come talune abitudini, taluni tratti di carattere, certe tendenze e certe pratiche siano inequivocabilmente nostre. Le chiamiamo ‘le cose all’italiana’. Queste parole vengono talora pronunciate con fierezza, talora con affetto, con ironia, con compassione, con aria divertita, o con rassegnazione, molto spesso con ira, sdegno, o sarcasmo, ma sempre con un sottofondo di tristezza. […]”. E col suo accenno di sarcastico sorriso,
Paolo Villaggio ci descriveva nel suo esilerante romanzo ‘Fantozzi’, regalandoci una nota di colore e leggerezza:
“Gli Italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna.”

BUONGIORNO PROF, LE SCRIVO PERCHE’…

Alice:
Buongiorno prof,
le scrivo perché so di essere ascoltata e perché probabilmente nessuno meglio di lei in questo momento può capirmi. L’attesa è molto peggio dell’azione. Noi ragazzi continuiamo a brancolare nel buio, non sappiamo di che morte dobbiamo morire; continuiamo ad aspettare risposte da febbraio. Mi mancano le aule, gli atri, i corridoi. I miei ritardi brevi, che stavo ormai collezionando attentamente dalla prima. Mi mancano i cambi d’ora, le ore buche, ma anche l’ansia di un’interrogazione a tappeto. Mi manca pensare “quanto mi mancherà tutto questo”.
Non avrei mai pensato mi mancasse così tanto il liceo ancora prima di finirlo, forse mi manca proprio, perché mi è stato portato via prima del previsto. Eppure, sembra che cinque anni non siano abbastanza per darci una valutazione completa: il sistema esige un esame conclusivo.
Ho chiesto a molti miei amici che cosa ne pensassero della didattica online e i risultati sono tutti pressoché simili: i maturandi dicono no, gli universitari dicono sì. La risposta che mi sono data, considerando il risultato, è stata molto semplice in realtà. L’ambiente universitario ha un modus operandi completamente diverso dalla scuola superiore, l’autonomia è un’esigenza, mentre alla scuola superiore è semplicemente una qualità aggiuntiva. Su alcuni social, sono state aperte pagine che rifiutano la maturità 2020 e con le quali, personalmente mi trovo in completo accordo. Non per l’esame in quanto tale, ma per quello che sta diventando. Un unico orale ridotto a brandelli e che è solo la parodia dell’esame di stato, eppure non sia mai, non ci si può rinunciare.
Spero che la scuola, una volta per tutte glorifichi quello che siamo e che siamo stati da cinque anni a questa parte e che, se proprio dobbiamo farlo, abbia più importanza del nostro orale claudicante.
Non so più in cosa sperare, scusi il disturbo, le auguro una buona giornata, a domani.

Roberta:
Cara Alice,

sei stata ascoltata. Dal Miur arrivano ormai quotidianamente ordinanze, voci, sussurri e grida. Direi che è più di una voce il meccanismo del voto, che sarà in centesimi, ma con i pesi capovolti: peso del curricolo nel triennio fino a 60 punti e peso del colloquio d’esame fino a 40. Rischiate poco. Una sorta di garantismo più o meno palpabile farà sì che usciate poco segnati dalla esperienza dell’esame. Ti manca, però, l’ambiente della scuola. Senti la mancanza dei piccoli riti di ogni giorno, sia i tuoi (ahimè, i piccoli ritardi), sia quelli collettivi e piuttosto antichi che chiami ‘interrogazione a tappeto’ (dove l’idea di ‘strage’ regna sovrana). Se interpreto bene la parte in cui dici che ti manca il liceo perché ti è stato portato via prima del previsto, vorresti averlo assaporato fino in fondo, esame compreso. Lo accetteresti come un rito di passaggio che fa paura, ma al tempo stesso vi marchia e vi promuove a una fase più adulta della vita; e come te lo affronterebbero molti tuoi compagni. Lo vorresti regolare. Con tutte le sue fasi. Tu che ami scrivere, vorresti affrontarla la sfida degli scritti, vorresti svelarti. A che scopo allora ridurre tutto ad un esamino? Resta il rischio, resta la paura prima di affrontare il colloquio, ma si annulla ogni sentore epico. O tutto o niente. Finiamola così, con uno scrutinio. Me ne avevi fatto cenno e io ci ho riflettuto. Sento che hai ragione. Sarebbe plausibile che ad una emergenza tanto carnevalesca corrispondessero soluzioni altrettanto decise e radicali. Su questa spinta, ti dico che potrebbe anche essere modificato il calendario scolastico. Potremmo accorciare la lunga pausa estiva, per esempio. Potremmo modificare, oltre ai tempi, anche i metodi dell’attività didattica. Ricorderai le tante volte in cui la rigidità dell’orario scolastico è stata un impaccio alle nostre iniziative fuori dalle mura della scuola. Torno all’esame che dovremo affrontare, ognuna di noi due nel suo ruolo. Sono aggiustamenti, Alice. Svolgere un colloquio davanti ad una commissione di soli docenti interni con un presidente esterno è un aggiustamento; non sappiamo ancora con certezza se da remoto o ‘in praesentia’. Lo voglio dire così, con l’espressione latina che mi fa assaporare fino in fondo il piacere, almeno quello, di vederci mentre parliamo. Spero almeno di varcare la soglia del liceo per un po’ di giorni, quelli così luminosi di giugno. Spero che potremo  vederci e giocare con gli sguardi e sorriderci per darci accoglienza reciproca. Vorrei sentire il profumo che avete messo per l’occasione, percepire le vostre mani sudate. Questo colloquio salverà il valore legale del vostro esame, almeno credo. E se ripenso alla mia carriera, non è certo  la prima volta che sono chiamata a riempire di senso un’esperienza che sulla carta sembra averne poco. Vedi, anch’io vado per aggiustamenti, mi assesto su alcune sfumature di grigio, laddove tu opti per il bianco o per il nero. Non ho da un pezzo la tua età, ma l’ho avuta e ne ricordo bene il paesaggio interiore. Voglio dirti con questo che eserciteremo insieme il nostro senso critico verso quello che siamo chiamati a fare, ma lo faremo. Ce la faremo.

P.S. Domani, mentre siamo connessi, ne parliamo anche con i tuoi compagni

Su questo stesso quotidiano leggi anche: 
PANDEMIA E CLAUSURA di Loredana Bondi
BUONGIORNO RAGAZZI, SIETE CONNESSI? di Alice & Roberta

PANDEMIA E CLAUSURA
La parola ai ragazzi: Maria, Klea, Giorgia, Iris

Nell’articolo che ho scritto qualche giorno fa su ferraraitalia [Qui]  mi ponevo il problema di come vivono, cosa sognano i bambini e i giovani in questo lungo e strano periodo di pandemia. Si è praticamente chiuso il loro rapporto diretto con la scuola, con lo sport, con i loro interessi e con gli amici, stravolgendo le relazioni interpersonali che facevano parte del loro quotidiano. Me lo sono chiesta anche perché, sfogliando la rassegna stampa dal mese di febbraio ad oggi, di scuola, di ragazzi e di insegnanti si è parlato ben poco. Quel che è certo è che tutte le scuole e i servizi educativi resteranno chiusi almeno fino a settembre. Nell’articolo dicevo che mi sarebbe piaciuto più di ogni altra cosa – abituata come sono a pensare al valore della educazione permanente e dell’apprendimento in qualsiasi momento della vita, basato anche e soprattutto sulla qualità delle relazioni fin dai primi anni di vita – sapere cosa pensassero di questa nuova condizione i nostri bambini, i nostri giovani, costretti loro malgrado a starsene in casa, agganciati perennemente alla comunicazione in rete. Credo sia importante sentire la voce dei giovani, dei ragazzi e delle ragazze, dei bambini e delle bambine. Ho raccolto alcune testimonianze, che vorrei condividere su questo network, alcuni spunti e riflessioni che ritengo utili a sollecitare un approfondito confronto.

MARIA – 10 anni da Milano:
“Questo articolo secondo me è molto, molto bello. Tratta argomenti veritieri e di cui si dovrebbero occupare tutti. Mi è piaciuto molto il fatto che la signora Bondi abbia cercato il parere dei bambini. Non molti adulti infatti prendono in considerazione il nostro parere. Ma sbagliano. Secondo me, la voce di un bambino, piccolo o grande che sia, è priva di favoritismi e quindi più sincera. Lo dico in tutta sincerità, non credo che questa sia la ‘semplice diffusione di un virus’, questa è una pandemia! Ed è anche grave! Quindi penso che sia doveroso fermare questo mondo. La colpa non la do a nessuno, neanche al virus. Espandersi è nella sua natura e noi non dobbiamo e non possiamo dare la colpa a lui. Anche se dobbiamo impegnarci per sconfiggerlo. Il web sicuramente aiuta molto ma, essendo una persona che riesce anche a stare in solitudine, non credo sia cosi necessario. I miei insegnanti hanno iniziato relativamente tardi a fare le video-lezioni; una settimana dopo l’inizio della quarantena hanno inviato i compiti sulle piattaforme scolastiche, ma solamente ieri hanno iniziato a fare le video-lezioni. La scuola secondo me sta facendo quello che deve fare, cioè continuare a fare lezione. Certo, se facesse qualcosa in più le sarei grata, per esempio interrogarmi, perché io adoro essere interrogata. Sento la mancanza delle relazioni dirette, anche se riesco a parlare con quattro/cinque amici, che però sono ‘veri’. Il telefono con le video-chiamate aiuta, ma ovviamente non è lo stesso rispetto al parlarsi faccia a faccia. Sarebbe importante che le scuole riaprissero –naturalmente in sicurezza- e che i ragazzi provassero insieme ai loro insegnanti a rivedere il modo di fare scuola .Bisognerebbe iniziare già da subito ad adattarsi a questa nuova situazione.
Il futuro sicuramente non sarà lo stesso, perché come ogni malattia, questo virus lascerà il segno e probabilmente, quando se ne andrà, dovremmo attenerci a precauzioni molto più rigide. Ma personalmente penso che alla fine dovremmo accettarlo. Perché non mi faccio mica delle illusioni: è naturale che non tornerà tutto come prima. Penso che il comportamento umano debba e possa cambiare, usando le misure restrittive e stando molto attenti all’igiene personale. Sicuramente stare più attenti a se stessi e agli altri.
La lettura mi aiuta molto soprattutto perché io la adoro. Inoltre penso che molte persone stanno abusando della tecnologia; insomma è utile, certo, ma pensiamo magari ai videogame: molti bambini giocano alla playstation due o tre ore nei tempi normali, ma adesso ci giocheranno molto di più, fermandosi solo per dormire, mangiare e occasionalmente fare i compiti. E questo non credo sia salubre. In queste settimane ho notato che molte persone danno molta più importanza a coloro con cui parlano, persone che prima quasi non consideravano, passandoci anche delle ore. Quindi penso che almeno una cosa positiva c’è nelle relazioni: stiamo iniziando a dare importanza a ciò che prima consideravamo superfluo e scontato.”

KLEA PEROCI – 15 anni liceale di Ferrara:
“Ritengo fermamente che il lockdown, a cui siamo stati sottoposti sia dovuto ad una tutela della salute pubblica e perciò assolutamente lecito. Sarebbe più appropriato parlare di mancata responsabilità della gente, più che di colpa effettiva. Infatti, ad oggi, dopo quasi due mesi da quando è stata dichiarata la situazione di emergenza da Covid-19, il numero dei contagiati rimane elevato. Alla luce di ciò, si deduce che i decreti non siano stati adeguatamente rispettati da una parte della popolazione. Per quanto riguarda i sistemi comunicativi, sicuramente il web rappresenta uno strumento attraverso il quale è possibile continuare ad intrattenere le relazioni personali. Tuttavia non sostituisce affatto il contatto diretto. Purtroppo sono costretta ad affermare che utilizzo maggiormente la comunicazione virtuale, a discapito della lettura. Infatti, avendo numerosi impegni scolastici, i momenti in cui mi fermo a leggere un libro sono quantomeno rari. Raramente mi ritrovo a discutere con la mia famiglia di quanto mi manchino le mie amiche ed i miei compagni di classe, ma credo che se ne rendano conto dal fatto che spendo parecchie ore della mia giornata, chiacchierando con loro in video-chiamata. Al momento svolgo le video-lezioni esclusivamente con l’insegnante di matematica e fisica e con la docente di italiano e storia. Senza dubbio, la mia realtà attuale non corrisponde a quella a cui si assisterebbe in classe. L’immagine dell’insegnante, appiattita sullo schermo del mio pc, non coincide con l’insegnante ‘in carne ed ossa’, così come chiedere la parola, attivando un microfono, non sostituisce l’alzata di mano durante la lezione. Ritengo che il comportamento umano possa cambiare, anzi sarebbe auspicabile un tale cambiamento. Spero che gli uomini imparino ad essere più rispettosi nei confronti del prossimo, meno intransigenti ed indifferenti rispetto a quello che li circonda, e che imparino a non sottovalutare l’importanza dei piccoli gesti, capaci di renderli felici.”

GIORGIA – 17 anni, studentessa liceale di Ferrara:
“In questo periodo di reclusione, non posso vedere le mie migliori amiche, i miei parenti. Tuttavia, grazie ai social media, posso sentirli ogni giorno. Ritengo però che ciò non sia assolutamente un ‘degno sostituto’ delle relazioni sociali ‘dal vivo’: preferisco mille volte abbracciare una persona a cui voglio bene, chiacchierarci per ore, uscire a prendere un gelato in centro…Ma dato che ora non posso farlo, almeno cerco di mantenere i contatti. Vivendo con i miei genitori, ho comunque un po’ di compagnia e discutiamo spesso di questa situazione così ‘paradossale’: dobbiamo solamente resistere e pensare positivo, non facendoci contagiare dal panico collettivo, che talvolta si intravvede nella gente, anche solo appena si esce di casa. Questo periodo di quarantena, può essere un periodo di intensa riflessione, che può cambiare a livello interiore, ma non solo. A livello esteriore, fisico, si può cercare di mangiare più sano, facendo attività fisica, o in ogni caso  dedicarsi alla lettura, oppure ascoltare la musica o, ancora, suonare uno strumento. Questo può aiutarci molto a capire il mondo. Nei nostri atteggiamenti, anche verso gli altri, bisognerebbe incoraggiare la solidarietà, il rispetto, l’educazione, che purtroppo sono spesso tralasciati dagli adolescenti, ma anche dagli adulti (e ciò è ancor più grave). A mio parere, questa pandemia è come se fosse un modo da parte di Mother Earth di dirci di fermarci, perché stiamo esagerando: inquinamento, surriscaldamento globale… La scienza ci dice che, riducendo gli spostamenti per via della quarantena, è possibile diminuire l’intensità dei fattori inquinanti e alcuni grafici ci dimostrano quanto sia notevole il cambiamento rispetto a prima. Questo deve servirci da incentivo a comportarci meglio anche nei confronti dell’ambiente. Eppure, persino in questo difficile periodo della nostra vita, che stiamo vivendo tutti insieme (e forse questo ci rende meno soli), io riesco a sperare in un futuro diverso: un futuro in cui possiamo tornare ad abbracciarci, ad uscire insieme, a viaggiare e visitare i posti più belli del mondo. Ma non tutti  la pensano come me: molti ragazzi della mia età sono più pessimisti e non riescono, in questo momento e in queste circostanze, ad intravvedere un loro futuro. Suggerirei, a chiunque di  prendere questo periodo come un momento di riflessione, di meditazione, un modo per conoscerci meglio e cercare di migliorarci, di essere sinceri con noi stessi ed accettarci per ciò che siamo.”

IRIS – 17 anni  studentessa liceale di Ferrara.
“…Nonostante non frequenti la scuola oramai da un mese, le attività scolastiche proseguono a distanza e tengono impegnati gli studenti di tutta Italia. Tutte le mattine frequento le lezioni, anche se comodamente da casa e non vi sono variazioni rispetto al carico di compiti assegnati. Probabilmente gli insegnanti desiderano conservare gli stessi schemi della vita quotidiana, da noi spesso sottovalutata e di cui sentiamo sempre più la mancanza. In effetti, mi chiedo perché riusciamo ad apprezzare ‘la normalità’ solo quando questa viene a mancare. Passiamo il tempo a lamentarci degli innumerevoli impegni scolastici, che sottraggono tempo prezioso alle attività che più preferiamo svolgere, senza renderci conto dell’importanza che esercitano su di noi un’amichevole chiacchierata a scuola, una battuta che scatena grasse risate, o una passeggiata in bicicletta. Attività semplici, quasi banali, ma essenziali. Tuttavia, devo anche sottolineare che è stato proprio durante queste ultime settimane che ho riscoperto il piacere di guardare un film in famiglia, di dedicarmi alla lettura di un libro, di rispolverare un gioco da tavolo e tanto altro. Talvolta mi sono fermata a riflettere e mi sono convinta che l’emergenza da coronavirus rappresenta una vera e propria lezione di vita.  È in queste situazioni che scopriamo di non essere invincibili, ma fragili e vulnerabili. Ripensiamo a quanto avremmo potuto essere più pazienti, più cortesi, più generosi nei confronti del prossimo, così come molti paesi hanno dimostrato in questo periodo (Cina, Russia, Cuba e Albania), inviando staff medici in soccorso dell’Italia. Altri ancora si sono mobilitati donando al nostro paese milioni di mascherine e preziose attrezzature sanitarie. Sempre più spesso, mi tornano in mente gli appelli di medici e scienziati di non vanificare lo sforzo sanitario restando in casa. Dunque una questione di responsabilità e altruismo: tutelare tutti coloro che curano e che tutti i giorni rischiano la propria vita. Tuttavia, devo ammettere che l’immagine che più di tutte mi ha commossa è stata quella di vedere i due paramedici del Magen David Adom, il servizio di soccorso sanitario israeliano, pregare insieme. Uno ebreo, Avraham Mintz, in piedi e rivolto verso Gerusalemme, e l’altro musulmano, Zoher Abu Jama, in ginocchio con il volto in direzione della Mecca. Riporto le parole di quest’ultimo, degne di nota: “Questa è una malattia che non fa distinzione di religione o di altro genere. Le differenze le mette da parte. Lavoriamo insieme, viviamo insieme; questa è la nostra vita. Il virus non fa distinzioni di età, sesso, razza e religione, perché noi uomini invece siamo sempre propensi a farle e spesso in senso negativo?”

Il mio cortile

Il mio cortile è molto grande, preceduto da un portico, affiancato dall’orto, chiuso da una muraglia su tutti i lati. E’ una specie di grande stanza all’aperto che assicura la lontananza da sguardi indiscreti, da intromissioni non necessarie, garantisce tanto silenzio. Sotto il portico sono posizionati un divano di vimini e tre poltrone, la voliera con gli inseparabili, uccellini graziosi, colorati e canterini. Sono cinque: la coppia di genitori e tre figli nati in due nidiate diverse. Avrebbero dovuto essere quattro, ma purtroppo uno è morto neonato, soffocato dai suoi fratelli. La natura è feroce e crudele, si sa. Il cancello che dà sulla strada è di ferro verniciato di verde. L’aveva voluto così mio nonno e così è rimasto. Il cortile è un po’ in pendenza, rasenta le mura della città medioevale che non sono lineari e presentano un dislivello importante. La strada che passa davanti al cancello è in discesa. Una discesa bella ripida, in bici si può scendere a velocità folle e divertirsi da matti, rischiando la pelle. Da matti, appunto.

In questi tempi di epidemia, il cortile è una grande risorsa, ti permette di stare all’aria aperta senza uscire di casa. Se mai qualche proprietario di cortile non avesse avuto chiara la sua fortuna, i tempi odierni gliel’hanno svelato in tutta la sua verità. Enrico, mio nipote, pedala con la sua bicicletta rossa verso il sole e non sa che è un bambino fortunato, lo percepisce a livello fisico, non razionalmente. A volte salta dalla bici al monopattino, un altro dei suoi mezzi da cortile e, altre volte ancora quando pensa che nessuno lo veda, si rotola per terra come un maialino. Corre felice nel cortile, verso il tempo della sua vita, verso un mondo di fiabe che solo lui conosce, verso la sua infanzia inviolata. Nel cortile non entra la peste. La malattia è chiusa fuori con tutto il suo fardello di morte. La peste non perfora il cortile, non lo attraversa con il suo odore putrido, con il suo mantello nero e viola.  Enrico è piccolo, moro, con le gambe lunghe e un sorriso aperto. Parla e scrive, nonostante abbia quattro anni. Ama correre e saltare, vuole fare ginnastica con sua sorella. Come afferma Jean Piaget: “L’educazione dovrebbe avere come obiettivo la formazione di adulti creativi, pieni di idee e per niente conformisti”. Direi che con Enrico, siamo sulla buona strada.

Spesso mi chiedo come molti genitori educhino i lori figli. A volte non fermano delle abitudine malsane (guardare per ore tv, tablet e pc, usare continuamente il telefono, mandare messaggi all’universo, …), altre volte sgridano i figli  perché non obbediscono al loro volere, qualunque questo sia. Spesso la disobbedienza che tradisce la volontà dell’adulto sfocia in punizioni legittimate da un generico: “lo faccio per il tuo bene”. Bene di chi? Dell’adulto che sfoga la sua rabbia o del bambino che imparerà che le punizioni, a volte anche le sberle, hanno una loro legittimità? Trovo questa questione dell’obbedienza davvero pericolosa. L’obbedienza a tutti i costi che non dipende dalla ragionevolezza della richiesta, ma dalla imposizione della volontà di un adulto su un bambino, è vicino a qualcosa che io chiamo prevaricazione. Non credo che un bambino debba fare quel che vuole l’adulto perché è quest’ultimo a chiederglielo, ma perché quello che vuole l’adulto è una richiesta ragionevole. E’ il bambino che la deve considerare tale. Questo dovrebbe essere il senso dell’educazione quotidiana che si perpetra ogni giorno nei nostri cortili, tra le mura delle nostre case. Spesso i genito non interrompono comportamenti ‘negativi’ dei figli, perchè non li vivono come forme acute di disobbedienza. E’ questo il vero nocciolo della questione, ciò che ciascuno di noi ingloba nella categoria ‘disobbedienza’, nel suo senso, nelle sue conseguenze. Tenendo conto che come tutte le categorie, è anche questa appresa (‘disobbedire’ dipende spesso da comportamenti imitativi di quelle che sono le figure di riferimento), gli adulti hanno una grande responsabilità. Tralasciano spesso di intervenire in situazione dannose per il semplice motivo che non dipendono dal seguente postulato: “io ti dico cosa fare e tu fai quello che io decido, perché la decisione è presa per il tuo bene”. Credo sia ora di abbassare la presunzione di possedere la verità e di poterla imporre. Per dirla alla Jean Piaget: “ L’educazione dovrebbe avere come obiettivo principale la formazione di donne e uomini capaci di inventare cose nuove, che non finiscano per ripetere semplicemente ciò che le generazioni precedenti hanno fatto. Donne e uomini creativi, inventivi e amanti delle scoperte, che abbiano uno spiccato senso critico, che verifichino senza prendere per buono tutto quello che viene detto loro”. E per dirla alla Don Milani: “L’obbedienza non è una virtù”. Condivido questo pensiero, lo sposo in pieno.

Enrico è un bambino curioso, sempre molto attento. Coltiva l’orto con la nonna, mia madre. Piantano insieme i piselli e ridono del loro lavoro. Cucinano anche in coppia, puliscono la verdura, preparano la cena. A volte fanno merenda con i succhi di frutta alla pera e cantano le canzoni di Natale, anche quando è quasi Pasqua. Nel cortile, in questi giorni, Enrico vive tutte le sue giornate. Non può andare altrove, non ci prova nemmeno più. Racconta alle sue macchinine che la gita dell’asilo quest’anno non si farà, che al parco giochi non si può andare perché là c’è un virus che fa ammalare le persone. E allora è meglio il cortile con tutte le sue risorse. Enrico corre con la sua bicicletta rossa verso il tramonto. Scompare quasi nel rosso e sembra un pomodoro maturo. Lo guardo allontanarsi e vedo i suoi folti capelli e il collo rosa. Quel cucciolo d’uomo sembra da lontano una piccola pantera. E’ veloce, scattante, flessuoso, attento. Lo guardo pedalare e penso che anche per lui un futuro ci sarà. Forse lui diventerà un adulto diverso. Dovrà essere forte e determinato, dovrà lavorare per gli altri,  per la sua città e per tutti gli uomini della terra. Lui non sa cos’ha sulle spalle, un mondo intero che grava anche su di lui. Quel bambino è il cuore del mondo, è la sete che si sazierà, è il freddo che troverà il fuoco, è la nostra speranza per il futuro che verrà. Nel nostro cortile c’è un po’ del futuro di tutti.  E’ quel bambino che gioca tutto il giorno, corre felice, si rotola, canta. E’ quel bambino che ruba le fragole dall’orto e sorride a tutti, come se in ciascuno di noi ci fosse almeno qualcosa di bello che vale la pena di essere scoperto e ricordato. In quel bambino vedo tutti i bambini del mondo con i loro occhi limpidi, perché più vicini di noi alla verità. In questo periodo il cortile è una grande risorsa, permette di preservare i bambini dal pericolo del male e di concedere loro un angolo sicuro dove giocare. Vorrei poter regalare a tutti i bambini un cortile. Questo fazzoletto di terra recintato è un grande antidoto all’invecchiamento precoce, è un libro vivo dal quale si possono imparare molto cose. Nel cortile ci sono i lacci per legare alla vita ciò che è e  ciò che sarà, il tempo e il vento, il sorriso e le fragole. Sono contenta per Enrico, per com’è e per come diventerà. Poi resta il caso nefasto e la malattia mortale, ma questo nel cortile non ci sta.

SCHEI / La morte in banca.
Governo, banchieri, bancari, clienti… chi sono i paraculo?

‘Paraculo’, ovvero “chi sa abilmente e con disinvoltura volgere a proprio favore una situazione, o fare comunque il proprio interesse”.
La definizione della Treccani è fin troppo benevola, e si attaglia come un abito di sartoria alla catena del denaro. Come da Decreto liquidità, come da Cura Italia, la catena del denaro dovrebbe farlo arrivare presto e senza inutili complicazioni. La catena del denaro invece lo fa arrivare tardi, male e con (a volte) inutili complicazioni. Governo, banchieri, bancari, clienti. Ma a che altezza della catena possiamo localizzare i ‘paraculo’?

Iniziamo con il Governo. Lì la paraculaggine è istituzionale. “Diamo milioni di euro ai cittadini bisognosi di un sostegno economico in questa fase drammatica nessuno verrà lasciato solo eccetera”. E’ talmente smaccato che uno non può credere che sarà esattamente così. Tuttavia, tradizionalmente l’italiano tende a credere alle promesse impossibili da mantenere, per cui il governo di turno adatta la comunicazione. Nel cosiddetto Decreto liquidità, ad ogni modo, di denaro fresco erogato dallo Stato non ce n’è. Di erogazioni a fondo perduto poi nemmeno l’ombra. C’è una importante (e non totalitaria, salvo pochi casi) copertura dello Stato a garanzia di denaro, che deve comunque essere erogato dalle banche.

Passiamo ai banchieri. Lì la paraculaggine è ontologica. Il presidente dei banchieri dichiara: “abbiamo passato la notte in ABI per emanare la circolare applicativa”, “Il Paese ha bisogno di un sostegno rapido”, il rilascio della garanzia “è automatico e gratuito”. Qui il concetto assume una maggiore raffinatezza: “l’erogazione dei 25.000 euro avverrà in 24 ore se i documenti saranno completi”, afferma ineffabile. Il presidente dei banchieri fa il fenomeno, ma presiede dei banchieri, appunto. La circolare dell’ABI, come tutte le circolari a destinatario collettivo, lascia margini interpretativi (In Italia poi). Il banchiere allora parte con il gioco dell’oca. Se salti un documento, riparti dal via. La casella ‘imprevisti’ è prevista con regolarità, come una mina ogni mille metri in un ettaro di terreno. Qualcuno ti chiede la dichiarazione dei redditi del 2020 su 2019, o il bilancio definitivo 2019: impossibile in tempi normali visto che siamo ad aprile, figuriamoci sotto Covid. Qualcun altro cambia le istruzioni tre volte in tre giorni, anche perché l’ABI del presidente fenomeno ci mette del suo, cambiando un modulo in corso d’opera. Qualcuno chiede dieci moduli di cui sette inutili, salvo dimenticarsi di scrivere nelle istruzioni ai suoi impiegati di consultare la Centrale Rischi; con il risultato che c’è qualcuno che riceve i soldi perché ha diligentemente firmato e depositato tutti i moduli, ma è a sofferenza e nessuno se n’è accorto. Peccato che una delle poche cose chiare del decreto è: chi è a sofferenza non può avere credito.

Il bancario. Arriva dopo un Governo che racconta le cose col dolo dell’imbonitore, dopo un presidente dei banchieri che fa il fenomeno col suo sedere, dopo un banchiere che pretende di farsi firmare il superfluo, ma non l’essenziale. Ma il cliente se la prende con lui. E del resto con chi può prendersela? Prendersela con il Governo e i banchieri è astratto, pigliarsela con chi è costretto a farti tornare tre volte, o a comunicarti che la tua garanzia non è stata accettata, o che non avrai il denaro “rapido e certo”, è concreto. Almeno ha una faccia da insultare, e lo fa per tutti gli altri, e a nome di tutti.

Ai bancari resta l’aneddotica autoreferenziale sui clienti ignoranti che storpiano i termini della finanza, misera vendetta paraintellettuale, oppure la rabbia contro gente disperata che sta peggio di loro, e che assume quindi un sapore meschino. E gli psicofarmaci. Perché nessuno, nemmeno il Papa, si ricorda di loro, tranne quando una banca fallisce o truffa i suoi clienti, dopo aver drenato il carattere dei propri dipendenti con pressioni a vendere quotidiane, la nuova frontiera dello stress correlato al  lavoro. O magari quando qualche ex dirigente trombato – la razza peggiore – dopo essersi fatto le budella d’oro in premi, vessando i suoi, si vendica dalle pagine di un giornale contro le banche cattive.

IL LIBRO DELLA MIA COSCIENZA
Lettere di condannati a morte della resistenza europea

Oxford, 26 aprile 2020
L’ANPI di Copparo mi ha chiesto di fare un video di due minuti su cosa significhi il 25 aprile per me. Per ricordare questa data, il mio personalissimo rito laico consiste nel riprendere in mano un libro straordinario, Lettere di condannati a morte della resistenza europea, pubblicato per la prima volta in Italia da Einaudi, nel 1954. L’epistolario contiene alcuni dei testi politici e morali più eloquenti che siano mai stati scritti: alcuni da persone “che hanno letto un milione di libri” (De Gregori), la maggioranza da chi non aveva mai scritto nulla prima di allora. Sono testi immediati, spesso scritti poche ore prima della fucilazione, che raccolgono l’essenza di una vita, del proprio credo politico o religioso, dignitosi, fermi, struggenti, ma senza rimpianti. Non è certo la quantità e qualità di istruzione, oppure altre variabili socio-economiche, che distinguono coloro che si sono opposti al nazifascismo. Rischiare la propria vita per difendere la libertà è una scelta etico-morale difficilissima, ma cui non possiamo sottrarci se vogliamo continuare ad essere persone degne di questo nome, ci dicono i condannati a morte della resistenza europea.

Questo libro mi accompagna sin da bambino. Quando l’ho visto per la prima volta sugli scaffali della biblioteca di mio padre, nell’edizione originale con la copertina rossa, nella collana dei Saggi. Lo ritrovavo poi sugli scaffali di moltissime case che mi capitava di frequentare da adolescente, a Ferrara come a Firenze, a Viareggio come Roma. Questo testo è la mia coscienza, una voce che non è sempre facile ascoltare, ma che mi ricorda quello che conta al momento giusto. Ovviamente ne ho possedute molte copie, sparse oggi nei luoghi dove ho vissuto negli anni che mi separano dalla mia infanzia ferrarese. Oggi leggo Lettere in un’edizione tascabile, del 1995, che per fortuna ho nella casa inglese, dove sono in quarantena.

A pagina 515 si trova la biografia di Pietro Benedetti, ebanista di 42 anni, militante politico antifascista, commissario politico della Zona I di Roma dopo l’8 Settembre, processato due volte nel 1944, prima condannato a 15 anni e poi a morte in un processo farsa, che snatura l’essenza del diritto e della legge, condotto dalle SS e durato pochi minuti. Benedetti viene fucilato il 29 aprile 1944 da un plotone di esecuzione della polizia italiana.
Nella lettera, struggente, Ai miei cari figli, datata 11 aprile 1944, Benedetti esorta ad amare lo studio e il lavoro. Scrive: “una vita onesta è il miglior ornamento di chi vive.” E poi aggiunge: “Amate le libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita.” La frase che più mi ha colpito quest’anno è la seguente:
“Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili …Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo, e ovunque vi siano vostri simili vi sono vostri fratelli.”

Ecco, per me questa è l’essenza del 25 aprile nell’anno 2020: la solidarietà che supera i confini, le classi sociali, i luoghi di appartenenza, i generi. È la solidarietà nella lotta contro un nemico comune, un valore che alla fine salverà il mondo.
In questo periodo stranissimo, con molti di noi confinati a casa e altri che lavorano in ospedali e servizi pubblici, questo messaggio è fondamentale. Contro ogni razzismo, ogni nazionalismo gretto, contro slogan come ‘Italians first’ o financo ‘Ferraresi first’, contro principi che privilegiano il luogo di nascita al bisogno (vedi la vicenda dei buoni spesa a Ferrara), la solidarietà mondiale è il bene supremo. Questa lettera ci ricorda che la resistenza non è solo un evento storico, ma ha un significato universale. Nella fine di quelle donne e di quegli uomini è il nostro principio. Lettere di condannati a morte della resistenza europea continua ad essere il libro politico fondamentale per la nostra epoca.

DENTRO LA CRISI
Una specie animale in estinzione o una nuova umanità?

La definiscono la crisi simmetrica, cercando con questa definizione di metterla in fila a altri momenti critici della nostra storia recente, come la crisi del 2008, quasi a renderla più gestibile, ma si rendono ciechi.
Con questa definizione che vuole essere tranquillizzante si rendono ciechi, più o meno in buona fede, e incapaci a riconoscere in questo momento storico una novità e una complessità che secondo me ha l’eguale o per lo meno il comparabile, nella comparsa dell’homo sapiens sulla terra.

C’è la crisi del sistema climatico che ha stravolto la ciclicità delle stagioni su tutto il pianeta mettendo a rischio il mondo agricolo e dell’allevamento che da quel sistema dipende direttamente, che prelude a tempi di grande siccità a momenti di grandi alluvioni sempre più frequenti e violenti nel loro manifestarsi. Queste rappresentano in maniera molto esplicita la qualità del pensiero che ispira i nostri comportamenti che sono di sopraffazione del più forte sul più debole che preferisce la violenza del bisogno e la fatalità della necessità, alla ricerca e costruzione delle relazioni umane e sociali.
Questo dissesto è stato provocato e costruito dalla logica del consumo di cui l’essere umano è l’origine, pur sapendo che queste risorse sono finite e che per rigenerarsi richiedono un tempo che non corrisponde certo alla velocità dei nostri spostamenti di cose e di persone.

C’è la crisi economica accelerata e resa più devastante e violenta perché simultanea in tutto il pianeta. La pandemia ha messo in evidenza la stratificazione degli elementi di squilibrio non solo economico ma logistico e distributivo della cosiddetta globalizzazione e conseguente finanziarizzazione che ha creato spazi di desertificazione non solo di territori ma di città.
Tutto questo è stato possibile isolando le città  dai loro territori, assediandole con i capannoni dei centri commerciali e ponendole in questo modo in contrapposizione tra loro, il mondo rurale contro il mondo urbano, il mondo tradizionale con il moderno, lo statico contro il dinamico, come se queste realtà fossero realmente così, come se queste contrapposizioni fossero vere.
Conseguenza logica e diretta dell’aver ridotto la complessità della qualità della vita alla logica del profitto, scopo ultimo del consumo. Si è ridotta la diversità dei territori del mondo, ad un unico modello quello statunitense, che ha a disposizione larghi spazi omogenei di territori e di clima, la produzione agricola e la sua raccolta e distribuzione, sacrificando la diversificazione delle colture.
Soprattutto in Italia che ha un territorio composto da molteplicità di situazioni territoriali, climatiche e perciò storico-sociali assolutamente diversificate e che vede questa sua ricchezza di diversità come elemento negativo che è di ostacolo al modello produttivo dominante. Questo, oltre a desertificare i territori, in Italia ha desertificato le città, trasformandole quando va bene in musei all’aria aperta, trasformando la nostra storia in una nostalgica memoria di un tempo perduto, invece di considerarlo il nostro patrimonio sociale, culturale, politico ed economico a cui attingere e far riferimento per la nostra evoluzione storica e di civiltà.

C’è la crisi della democrazia che fino ad oggi rimaneva sottotraccia e poco visibile ai più perché troppo presi a guadagnare la sopravvivenza che in questi ultimi vent’anni è diventata il problema principale per la maggior parte dell’umanità compresi i paesi più evoluti e ricchi che, per un piatto di lenticchie, hanno svenduto la loro primogenitura di società in grado di realizzare nella storia un mondo di giustizia e di  qualità umana degna di questo nome. Infatti hanno svenduto la loro capacità di vivere la libertà per un briciolo di sicurezza, per mantenere i loro privilegi, senza capire a quale dono rinunciavano, senza capire che sopprimevano la speranza per la maggior parte dell’umanità.

C’è la crisi sociale che ha raggiunto livelli insostenibili sia per le società che costringono all’emigrazione i propri cittadini, sia per quelle che subiscono immigrazione che vedono sempre più velocemente ridursi gli spazi di sopravvivenza di un minimo di qualità della vita sempre più insostenibile per la diffusione planetaria degli avvenimenti.

C’è la crisi sanitaria che ha messo in evidenza gli squilibri che la scelta liberista ha prodotto nel mondo e il conseguente impoverimento culturale necessario all’invadenza di questo modello economico -sociale che vuole una umanità definita dal bisogno della condizione del presente senza alcuno spazio aperto ad un futuro possibile e diverso.

A questo è funzionale lo strapotere della burocrazia che in nome della norma e della sicurezza ha reso quasi impossibile l’evoluzione sociale esercitando un controllo sempre più stringente degno dei regimi totalitari e trattando i cittadini come bambini incapaci di intendere e di volere, salvo che per pochissimi privilegiati. Tutto questo aggravato dalla velocità dell’accadimento degli avvenimenti e dalla centralizzazione degli strumenti tecnologici che invece di essere utilizzati per distribuire ricchezza e conoscenza vengono utilizzati a privilegiare sempre meno individui e a concentrare sempre di più il loro governo e i loro profitti a tutte le dimensioni.

A conseguenza diretta di questa centralizzazione tecnologica c’è la crisi dell’informazione che non è più  libera perché le agenzie sono tutte private quindi non al servizio della democrazia ma del profitto. Perciò chi possiede la proprietà non sempre ha interesse a divulgare le informazioni, se non quelle che sono funzionali al suo business.

C’è una inusitata convergenza a livello planetario di tutte queste sfaccettature della società umana in una crisi culturale e antropologica che molto probabilmente più che essere un effetto è la vera causa di questo sconquasso globale che viene definita l’era dell’antropocene dove l’essere umano viene descritto come il vero cancro del mondo naturale che non deve far altro che programmare la propria estinzione o per lo meno il proprio drastico ridimensionamento fino a diventare una realtà irrilevante nell’ordine naturale. Siamo arrivati al punto che dobbiamo decidere cosa vogliamo essere e diventare come esseri umani: vogliamo estinguerci come una specie animale violenta e predatrice o vogliamo inaugurare la storia  di una nuova umanità? Possiamo continuare a definirci esseri limitati fin dalla nostra origine dal nostro essere malvagi, incapaci di fare autonomamente scelte costruttive se non guidati da qualcuno più grande di noi oppure dal caso che per sua natura sceglie il più forte, oppure iniziamo a riconoscere la nostra umanità desiderante di bene e perciò capace di operare scelte che trasformano in meglio la realtà.
Possiamo  iniziare a riconoscere nella nostra umanità il senso dell’intera creazione, che è in attesa che l’umanità trasformi la singolare libertà di essere, in espressione della propria unicità come un ulteriore spazio di libertà per tutti. Questo può avvenire solo nella reciproca capacità di riconoscersi come meravigliosa novità e sceglierci come amici.

DI MERCOLEDI’
Camminare con in testa una Passeggiata. Quella di Palazzeschi

Oggi, anche in assenza del mercato nella piazza del mio paese e in barba al lockdown che decide della nostra vita da sei settimane, sto per fare una passeggiata. E’ diversa da come la immaginate, diversa dalle passeggiate che tutti abbiamo fatto ‘prima‘. Non vi serve vestirvi, servono gli occhi. Dunque massaggiateli per bene, chi porta gli occhiali se li pulisca e li inforchi (Pirandello avrebbe detto li “inselli” sul naso).
Rileggiamo alcuni passi dal celebre testo di Palazzeschi che porta questo nome, La passeggiata: una lista straordinaria di nomi, insegne, numeri, réclame che due protagonisti colgono per strada durante la loro passeggiata.
Andiamo?
Andiamo,
[…]
Cioccolato Talmone.
Il più ricercato biscotto.
Duretto e Tenerini
Via della Carità.
17. 40. 25. 88.
Cinematografo Splendor
[…]
Lavanderia,
Fumista,
Tipografia,
Parrucchiere,
Fioraio,
Libreria,
Modista.
[…]
Affittasi quartiere,
rivolgersi al portiere
dalle 2 alle 3.
[…]
Antico forno,
Rosticcere e friggitore.
[…]
Torniamo indietro?
Torniamo pure.

Provo a fare come Palazzeschi dentro casa mia. Cammino da una stanza all’altra, leggo tutto il leggibile e lo metto in fila. Ecco davanti a me le prime scritte:
“Casa dei nonni. Qui si viziano i nipoti”
“Sfortunatelli pelosi, sezione gatti e conigli”
Barilla. Sedanini rigati n.53
APRILE 2020
L’Enciclopedia della cucina italiana: 1 Gli Antipasti 2 Le Carni bianche 3 La pasta.
Dizionario Italiano Sabatini Coletti.
Un disegno fatto per me da Chloe (lei dice: ‘una bicicletta’) con una grande C di lato.

Mi basta, e non funziona. Non ne esce una poesia. Come avrà fatto Aldo Palazzeschi a mettere in una lista quello che si può leggere camminando lungo una strada di città e a ricavarci uno straordinario testo poetico? Pieno di avanguardismi. Con le parole più prosaiche – insegne, numeri civici e cognomi – che acquistano cittadinanza poetica, alé. Lo dovrei sapere cosa fa di un testo un testo poetico, e magari ne posso parlare un’altra volta.
Una volta di più mi colpisce lo ‘straniamento’, eccolo di nuovo portato dalla energia della letteratura che abita con me in ogni stanza della mia casa, alla pari con la figura del gatto (quadri, portapenne, segnalibri, statuette in terracotta e, perfino uno scopino in bagno, recano l’immagine di un micio). Vedo come se fosse la prima volta le scritte sul calendario che ho nello studio, i titoli sui volumi di cucina, quelli sì dimenticati da un pezzo. Passando davanti allo specchio ho ‘letto’ anche la mia faccia perplessa, e chi non lo è in queste settimane?Avviene lo stesso se ripenso a cosa ho visto le poche volte che sono uscita di recente.
Il vicino di casa con una invadente mascherina, diventato più corpulento in tutta la parte superiore del corpo, forse più autorevole.
La strada deserta a metà mattina.
Il silenzio.
Il ciclista frettoloso che ha controllato di avere in tasca l’autocertificazione per circolare fuori di casa…”

Volete provare anche voi a elencare le stranezze racchiuse nelle immagini di solito così ovvie delle nostre giornate? Ci invita così spesso la pubblicità televisiva a riscoprire la nostra casa. Provate, proviamo a sorridere delle piccole stranezze che abbiamo sistemato nelle nostre stanze senza più notarle. Belle, brutte e chi le vede più? Rispolveriamole. Dal soprammobile orribile alle tende scelte col gusto di vent’anni fa. Oppure le novità: i grembiuli da grande chef lasciati in cucina, a portata di mano per chi si è buttato a far da mangiare e sforna dolci tutti i giorni; il volto impegnato della prof di scienze che ci insegue dal monitor, mentre ci allontaniamo dalla lezione, ma solo un minuto no?
Fate la lista e mettetela da parte. Ci strapperà un sorriso quando potremo rileggerla ‘dopo. Ci ricorderà come eravamo, cosa vedevano i nostri occhi all’intorno. Sarà una lista di cose, la nostra piccola avanguardia. Ci legittima sempre Palazzeschi a farne un testo dotato di una sua importanza, il piccolo divertimento che abbiamo acceso come una fiammella dentro le case e nelle consuetudini. Leggo dalla sua poesia Lasciatemi divertire: 

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Dilettiamoci!

(Testi tratti da:  Aldo Palazzeschi, L’incendiario, Edizioni Futuriste di poesia, Milano, 1910)

Cover: Aldo Palazzeschi (a sinistra) con Arnoldo Mondadori e Giorgio Bassani – Archivio Mondadori (Wikimedia commons)

COME VIVONO, COSA SOGNANO I GIOVANI?
Vorrei sentire le nuove voci, anche su questo giornale.

I fiumi di parole e di immagini che scorrono sui quotidiani, su media  e social, in questa sorta  di ‘cattività sociale‘ in cui ci ha confinato il Coronavirus, portano qualcuno di noi a preoccuparsi, non tanto per le conseguenze anche letali a cui questa pandemia ci può portare, quanto a pensare alla condizione di isolamento in cui siamo, dichiarandoci addirittura in regime di ‘libertà violata’. In  questa  condizione di isolamento ‘carcerario’ così come molti lo dipingono, forse qualcuno comincia ad accorgersi quanto manchino i rapporti interpersonali, pur riconoscendo al digitale un ruolo nuovo e alla comunicazione quello di essere veicolo importante per allentare quel senso di paura che ci ha costretto a fermarci. Una condizione mai provata e tanto meno mai pensata prima.

E’ altrettanto evidente che la paura porta costantemente alla ricerca di informazioni e di comunicazioni, le più disparate, sulla condizione attuale e qui non abbiamo che da aprire social, media e news, che ci sbattono in ogni istante della giornata quantità iperboliche di informazioni, spesso anche senza alcun filtro critico. Ma la razionalità imporrebbe che, anche in queste condizioni, non dovremmo farci prendere da questa insofferenza e paura. Come? Certo le ricette non sono facili, soprattutto quando dietro la paura c’è davvero un’emergenza economica. Stiamo assistendo a cosa produce la privazione dei beni di prima necessità, cioè i beni che ci consentono di sfamarci. Si tratta di elementi concreti, che consentono a molte persone di vivere, o quantomeno di sopravvivere, perché chi vive in condizioni indigenti per aver perso il lavoro, o chi si trova su una strada, davvero non fa elucubrazioni sulla tristezza della solitudine che tanti  ‘costretti a restare in casa’ oggi lamentano, ma è piuttosto alla disperata ricerca di continuare ad esistere. Abbiamo, infatti, una miriade di situazioni concrete che mettono soprattutto le classi più deboli e emarginate di fronte ad un ulteriore e più complesso problema di sopravvivenza.

La sensazione tuttavia è quella che qualcosa di inspiegabile abbia trasformato il mondo anche a nostra insaputa e che l’invasione della informazione, a prescindere dalla qualità dei messaggi, ci lasci comunque in condizioni di minor capacità di reagire rispetto al passato. Cercando di razionalizzare, credo che l’uso o abuso distrattivo della rete non sia poi tanto di aiuto alla complessità del momento.

Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere  un articolo  comparso sulla rivista MicroMega del 29 marzo scorso e mi parso molto interessante quello che i due autori (Nicola Grandi e Alex Piovan) hanno scritto rispetto a ciò che sta accadendo alle persone con la diffusione del Coronavirus:
“[…] Nelle ultime settimane, il COVID-19 ha stravolto le nostre abitudini, ha drasticamente modificato le nostre priorità e anche la nostra percezione della realtà. Il mondo, visto dalla finestra di casa e dal monitor del PC, ha un aspetto diverso. Questa vicenda, si dice, segnerà una generazione in modo irreversibile, come è accaduto per i nostri nonni con la guerra (o le guerre, in qualche caso). C’è però un aspetto che distingue la situazione che viviamo attualmente dalle poche situazioni paragonabili verificatesi negli scorsi decenni: alla pandemia, oggi, si associa quella che viene definita un’infodemia, cioè la diffusione di una quantità di informazioni enorme, provenienti da fonti diverse e dal fondamento spesso non verificabile Esattamente come i virus, oggi le notizie si diffondono in modo rapidissimo e attraverso canali molteplici. Il ‘contagio informativo’ ha l’effetto di rendere assai più complessa la gestione dell’emergenza, in quanto pregiudica la possibilità di trasmettere istruzioni chiare e univoche e di ottenere, quindi, comportamenti omogenei da parte della popolazione […]”

Condivido appieno che l’aspetto invasivo della comunicazione via web di un fenomeno come la diffusione del Covid 19 possa anche essere pericoloso, soprattutto perché si diffonde in modo rapidissimo (forse ancor più del virus) e non concede tempo e modalità di verifica della veridicità dell’informazione di qualsiasi tipo. Questo virus ci ha posto dinnanzi a difficoltà mai prima incontrate e il bombardamento di notizie che non riusciamo quasi mai a controllare, rischiano talora  di deformare la realtà dei fatti provocando paure, sottovalutazioni e comportamenti contraddittori, anche sul piano della difesa della salute. In pratica, per la stragrande maggioranza di noi, subire la sudditanza di un isolamento forzato e di una non precisa informazione su ciò che ci capiterà durante e dopo questa condizione, è senza dubbio preoccupante.

Insomma stiamo forse cominciando a capire che il nostro futuro non lo possiamo dare per scontato, abituati come eravamo a fare, continuando a vivere in un unico tempo, quasi ormai senza storia né passata, né da costruire. Paradossalmente, in modo inaspettato e violento, ci stiamo accorgendo che un meccanismo del nostro modo di vivere si è inceppato. La realtà vicina è sempre più lontana e, di fatto, molti sentono una solitudine e un isolamento mai prima conosciuto, nonostante la ‘infodemia‘ stia invadendo l’etere e renda ancor più ansiogena la condizione di attesa di una fine di questo nuovo virulento fenomeno,come se proprio a noi non avesse mai potuto capitare un problema del genere!

Mi interesserebbe  più di ogni altra cosa, abituata come sono a pensare al valore della educazione permanente  e dell’apprendimento in qualsiasi momento della vita, basato anche e soprattutto sulla qualità delle relazioni fin dai primi anni di vita, cosa ne pensano di questa nuova condizione i nostri bambini, i nostri giovani, costretti loro malgrado a starsene in casa, agganciati perennemente alla comunicazione in rete. Credo che  sarebbe interessante avviare un colloquio, con chi lo volesse fare, per sentire quali pensieri, quale idea si sono fatti di questa inaspettata condizione di forzata reclusione in casa, quali sentimenti e riflessioni suscitano loro l’essere effettivamente distanti dagli amici, dallo sport, dai loro interessi quotidiani.

Soprattutto mi piacerebbe sentire le loro voci rispetto a come giudicano questo mondo di adulti, come e cosa si aspettano dal mondo che sarà per loro. C’è qualcuno che pensa al perché questo mondo che si sono ritrovati, si ferma per una ‘semplice’ diffusione di un virus? A chi e a cosa danno la colpa (se di colpa vogliamo parlare)  di tutto questo disastro che sta capitando? Pensano che la loro vita di relazione si sia improvvisamente fermata o ritengono che il web ne sia il degno sostituto? Come convivono in famiglia questo tipo di condizione, ne parlano direttamente con i genitori o familiari? Com’è il rapporto con gli insegnanti? Sentono la mancanza delle relazioni dirette, di guardarsi negli occhi, di parlare? Come se lo immaginano un loro futuro dopo questa ‘nuova  pestilenza’? Tutto tornerà come prima o sono portati a ragionare sul fatto che il comportamento umano potrebbe o dovrebbe anche cambiare? E come? Cosa sarebbe per loro importante fare? Utilizzano solo la comunicazione virtuale o la lettura li ha aiutati a capire e supportare l’isolamento?

Insomma mi piacerebbe  e credo che sarebbe importante per molti, sentire la voce dei giovani, dei ragazzi e delle ragazze, dei bambini e delle bambine. Sono convinta che le loro riflessioni potrebbero aiutarci ad uscire da questa situazione davvero strana e pericolosa. Perché non lanciare l’idea di ricevere le loro riflessioni su questo network per poi farne oggetto di vero e approfondito confronto? Chi ha figli, nipoti, amici, potrebbe veicolare quest’idea e ritengo che potrebbe essere un modo per rimettere in moto un pensiero critico, utile a riflettere su come stiamo vivendo, anche e soprattutto, per noi adulti.

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LA “NUOVA SCUOLA” VA IN VACANZA
E’ sempre la vecchia scuola che naviga a distanza

Così della didattica in presenza, quella fatta di aule di pietra e cemento, di banchi e lavagne, di lezioni, interrogazioni e voti, se ne parlerà a settembre. Cosa accadrà nel frattempo, a parte esami e scrutini, non si hanno notizie. Sarà un fiorire di compiti per le vacanze online con la speranza di improbabili recuperi. Neppure l’eccezionalità del momento è in grado di produrre eccezioni.
Ad esempio, visto che ci si è attrezzati, perché non continuare con la didattica a distanza anche nei mesi che ci separano da settembre? Non è necessario mantenere il rigore degli orari scolastici, collegarsi con l’aula virtuale ancora in pigiama per fare l’appello, si possono praticare modalità più soft. Non è che i professori hanno tre mesi di ferie; con una buona organizzazione delle risorse umane si possono coprire anche i mesi di giugno, luglio e agosto. La didattica a distanza in questo caso servirebbe ad accorciare le distanze dai programmi da svolgere, come dai recuperi e dai debiti da colmare. Pensare che un anno scolastico, già stravolto dall’emergenza, debba seguire le date del calendario scolastico in tempi normali è per lo meno discutibile.

Più dei debiti di ragazze e ragazze, ci sarebbe da ragionare del debito che la scuola tutta ha accumulato nei confronti dei suoi studenti, dall’infanzia alle superiori. È la scuola che deve pensare a come colmare il debito che ha contratto con questa generazione sconvolta dalla pandemia. Il tempo, che è la risorsa più preziosa nell’età della crescita e della formazione, che qualità ha avuto, come è stato investito?
La questione non è di poco conto perché chiama in causa la responsabilità che noi adulti portiamo verso i più giovani. Se avessimo coltivato la pratica dell’apprendimento permanente, anziché relegarlo al recupero dell’istruzione degli adulti, ora potremmo disporre dei mezzi in grado di garantire le opportunità formative a tutti i nostri ragazzi.

L’idea dell’autosufficienza del sistema scolastico denuncia tutta la miopia e l’angustia di questa prospettiva. Abbiamo ignorato per anni gli inviti della Commissione Europea, da Lisbona 2000, a tessere una rete di apprendimenti formali e non formali, di capitalizzazione delle risorse formative dalle scuole al territorio. Cosa servono i depositi del sapere, dai musei alle biblioteche, dalle università ai centri di ricerca, se ora non sappiamo metterli al servizio di un grande progetto di apprendimento e di formazione capace di oltrepassare le pareti di un’aula per offrire in modo intelligente, coinvolgente, epistemologicamente corretto le conoscenze disciplinari che costituiscono il nerbo dei nostri programmi scolastici.

Il progetto di una società a rilevanza formativa è rimasto sulla carta dei manuali di pedagogia, dove avevamo letto che si apprende per tutta la vita, dalla nascita alla morte, perché tutto è apprendimento e tutto può essere appreso a qualunque età, come non più di quattro secoli fa ci ammoniva il polacco Amos Comenio e la chiamava “nuova didattica”. Quanta vecchia didattica ammuffita abbiamo al contrario coltivato negli orti delle nostre scuole, mentre si tagliavano le risorse per l’istruzione e la formazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi veniva affidata alle mani di sempre più improvvidi ministri dell’istruzione. Ora la responsabilità non è dei ragazzi, che non si impegnano e accumulano debiti, ma tutta nostra che mai ci siamo impegnati accumulando i debiti che ora sono giunti al dunque.
Avevamo inaugurato il secolo della società della conoscenza, invece abbiamo praticato e guidato società di piccolo cabotaggio, senza respiro e senza immaginazione e che il male ci accumuni ad altri non è certo una consolazione. Il nostro difetto peggiore è la mediocrità e nonostante tutto non abbiamo ancora imparato ad evitarla.

Il ministro in carica nomina una task force perché a settembre la scuola torni il più possibile come prima. La progettazione di come riempire i mesi estivi di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi è saltata a piè pari, così la riflessione su come usare le risorse dei territori per una formazione permanente, con scuole ad orario continuato, usando laboratori, spazi, risorse e opportunità sul territorio da mettere al servizio dell’istruzione. Occorrerebbe dotare il sistema formativo di una comune piattaforma e-learning,  anziché ricorrere episodicamente alle offerte della rete, come sarebbe necessario pensare a come frantumare le classi in piccoli gruppi di studenti da seguire e curare.

Ma tutto ciò pare non aver sfiorato la mente del ministro e dei dirigenti di viale Trastevere. L’ottusa chiusura nei confronti di quanto non sia scuola come da sempre l’abbiamo conosciuta resta inscalfibile. All’appello mancano soggetti importanti, portatori di intelligenze e di competenze. Le intelligenze e le competenze che suggeriscano al Paese come si potrebbe cogliere oggi l’occasione di una scuola nuova, profondamente rinnovata e di come realizzarla. Anziché progettare un sistema formativo con un ampio respiro sociale, che faccia delle risorse presenti in ogni territorio i gangli della sua missione, si prospetta una vecchia scuola blended, ad apprendimento ibrido, metà aula, metà connessa con l’isolamento di ogni studente a casa propria.
E tutto con gli ottanta milioni messi a disposizione dal ministro per la didattica a distanza, che divisi per il numero delle istituzioni scolastiche statali e paritarie, fa poco più di mille euro a istituzione scolastica, neanche ci paghi le connessioni.

CRISI PANDEMIA: LA VERA SFIDA E’ LA COMPLESSITA’
Invece l’informazione e la scienza hanno prodotto confusione.

Di questi tempi di clausura che molti definiscono come ‘tempo sospeso’, faccio molta difficoltà ad ordinare le idee, che mi si accavallano in pensieri sovrapposti e a cui tento, con grande sforzo, di dare un ordine logico. Sarà dovuto alla mancanza di contatto con altre persone che, solitamente, con la loro fisicità, mi aiutavano a dare confini all’indefinito dello spazio. O forse al fatto che la realtà, pur restando sempre complessa, nella singolarità della condizione a cui questa pandemia costringe il mondo, mostra la mancanza di un pensiero complesso che di questa realtà sappia essere specchio e descrizione. Provo a trovare il bandolo delle mie riflessioni, per capire cosa stia succedendo e pensare ad una possibile via d’uscita.

Intanto, questa situazione, questa crisi in quanto tale, conferma, secondo me, che la definizione di complessità che mi sono data è quella che più mi permette di capire il momento attuale. Cioè che la complessità non è un insieme di giustapposti avvenimenti e circostanze, ma è un momento di sintesi che comporta un salto di qualità da cui solo si può comprendere ciò che è accaduto, a patto, però, di leggerlo da quel punto di novità.
Non si può pensare che una città sia la somma dei suoi edifici più la somma dei suoi abitanti più la somma delle sue strade, dei suoi ponti e parchi. La città è più complessa di una semplice somma e, per capirla e coglierla nella sua complessità, occorre salire sulle montagne e guardarla da un punto di vista nuovo, con l’orizzonte di fronte a sé.

Un fatto emerge, ed è anche, a mio avviso, in parte causa di questa crisi: siamo tutti inesperti circa la simultaneità (e perciò anche complessità) che sperimentiamo oggi tra la realtà dei fatti che avvengono nel mondo e l’informazione globale, e credo che dovremmo avere l’umiltà di ammetterlo.
Nessuno sa ancora con chiarezza cosa significhi vivere nel mondo in modo simultaneo. Un mondo in cui ciò che avviene in ogni suo punto, influenza direttamente e simultaneamente ogni altra parte del pianeta. Non solo come conoscenza scientifica o generica informazione, ma come esperienza diretta. Non c’è esperienza, non c’è linguaggio, non c’è pensiero su questa complessità.

Dovremmo fermarci a riflettere per sviluppare la cultura della complessità.
Questo implica un cambiamento radicale: a livello politico ogni paese come l’Italia dovrebbe, e anche urgentemente, elaborare progetti di governo che abbiano almeno la dimensione dell’Europa. L’Europa dovrebbe pensarsi almeno a livello intercontinentale e così via per arrivare in futuro a pensare a come poter governare l’intero globo.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo che richiede tempi di crescita insopprimibili. Un processo di apprendimento durante il quale è fondamentale mantenere i punti di riferimento della democrazia e dei diritti umani già conquistati. Abbiamo sufficiente creatività per poterlo fare.
Tutto ciò che c’era prima, è solo il punto di partenza, ed è insufficiente e inadatto alla nuova realtà che dobbiamo costruire. Tutto quello che manca è da reinventare.

Un ambito in cui gli operatori devono prendersi urgentemente un momento di riflessione è il mondo dell’informazione. Un mondo che utilizza gli strumenti tecnologici che sono il mezzo per cui si vive questa condizione di simultaneità ed è quindi direttamente coinvolto in questa trasformazione.
In questa contingenza, i giornalisti hanno dimostrato di non rendersi conto dell’effetto che la simultaneità dell’informazione produce sugli avvenimenti che accadono nel mondo. Hanno raccontato l’epidemia come se fosse uno scoop, un’indagine giornalistica da Premio Pulitzer. Avrebbero, invece, potuto e dovuto prepararci ad affrontare quello che sarebbe capitato a noi in tempi brevissimi. Non hanno potuto farlo perché, a loro come a noi, manca ancora l’esperienza della simultaneità. Il rapporto tra la notizia e la ricaduta sulla realtà complessa è responsabilità del professionista dell’informazione; poiché è questo che fa capire il valore trasformativo della notizia, nel bene e nel male.

L’altro elemento che mi ha fatto riflettere molto su ciò che è avvenuto è che l’informazione istantanea si sia fusa con i comunicati degli scienziati che volevano informare su cosa stesse succedendo. Solo che ciascuno raccontava la verità scientifica che la sua propria specializzazione gli faceva conoscere come verità assoluta, mentre era una verità solo parziale: col risultato che le informazioni sono entrate in contraddizione proprio perché comunicate simultaneamente. Questo ha prodotto sia confusione, nei più informati, ma soprattutto sfiducia o paura nelle persone comuni, finendo così per ridicolizzare la scienza: togliendo la percezione del pericolo o, al contrario, aumentando la psicosi. In questo particolare caso, l’ossessività dell’informazione ha amplificato l’informazione stessa, ma al contempo non ha lasciato lo spazio per riflettere sulle implicazioni del fatto. Ha provocato da una parte estraneità e dall’altra panico e questo ha avuto un effetto devastante sulla vita dei popoli dei vari paesi coinvolti.

Tutti noi dobbiamo imparare a non pensare alla scienza come se fosse magia; non dobbiamo pretendere che predica il futuro: anche la scienza è un processo di conoscenza che si sviluppa in un tempo. Il compito della scienza è conoscere la natura e la natura umana e come mettere in relazione, e non in conflitto, queste due complessità. Per fare questo, deve renderci consapevoli che la conoscenza fortemente specializzata della cultura scientifica ha bisogno di mettersi in relazione con tutte le altre specializzazioni per avvicinarsi alla descrizione della realtà. Questo traguardo è la responsabilità della scienza.

In ultimo, mi fa sempre meraviglia che, nonostante sia evidente che il mondo della scuola e  dell’educazione, della ricerca, della cultura e dell’arte abbiano permesso e continuino a permettere che la società non cada nel caos e nella violenza, i governanti non pensino di metterle al primo posto nel programma di investimenti e sembra non abbiano cura nel farne oggetto di un massiccio progetto di investimento e di sviluppo. Come non capire che scuola, ricerca e cultura, come ambito, hanno lo stesso valore prioritario per la sopravvivenza della civiltà e della qualità della vita, alla pari del primato della necessità delle produzioni alimentari?
Mi chiedo quando i politici capiranno che l’unico strumento di sviluppo per la società è investire in modo prioritario nel fornire strumenti di riflessione e di consapevolezza della vita, nel vasto mondo della cultura. E mi rispondo che ci vuole per prima cosa il coraggio. Il coraggio di considerare prioritaria l’educazione alla conoscenza di sé e del mondo come strumento per sapersi relazionare e vivere una vita degna di essere vissuta. Il coraggio di prendere coscienza del fatto che solo così, potranno esserci davvero pace e prosperità per tutti.

Al cantón fraréś
inizia su Ferraraitalia una nuova rubrica sul dialetto

Comincia oggi su Ferraraitalia una rubrica, e una collaborazione, a cui molto tenevo e che, credo, molto sarà apprezzata dai lettori: dai  ferraresi ma anche dai parlanti un altro dialetto, o da chi non parla e non capisce alcun dialetto. Il dialetto, ormai dovemmo averlo imparato, non è una ‘cultura minore’ – anzi per questo giornale le culture, le letterature, i generi  ‘minori’, non esistono proprio. Quel che conta è la qualità della scrittura e di quello che scrivi. Grazie dunque a Ciarìn che ha accettato di curare questa rubrica.
(Effe Emme)

Da bambino, negli anni ’50, non parlavo dialetto ma lo sentivo intorno a me: lo usavano i più grandicelli, gli adulti, i nonni. Era normale al mercato, in bottega, in piazza.
I miei lo parlavano fra di loro, come pure le famiglie intorno. Impossibile non assorbirlo.
Io non potevo. Se mi scappava una parola ricevevo una cépa… si doveva usare l’italiano in casa come a scuola.

Un giorno, imparando a pedalare in biciclino senza ruotine, mio padre mi lasciò andare. Quando mi accorsi che ero solo, gridai: “Faccio la voltata?”, e lui: “An as diś briśa voltata, as diś curva!” Patapùm, per terra. Ma avevo imparato una nuova parola in lingua. E sei parole in dialetto, da tenere in serbo!

Andando d’estate ‘in parenti’, nel bar/latteria di Gualdo ero al zitadìn (al fiòl ad Mario) che i grandi prendevano in giro: “El vera che a Frara agh è i tram col tiràch?” e ridevano, perché io non sapevo rispondere. Però invidiavo la libertà dei miei coetanei: si esprimevano in dialetto, giravano scalzi, pescavano i noni con un buslòt.

Quando si andava con i genitori nei vari campsànt, poi si faceva una visita a zii e cugini nella campagna copparese, a la Bera o a Ughiéra. Avvertivo nelle loro parlate sfumature e accenti differenti.
Un giorno avrei saputo che si trattava di varianti dialettali.

Successe, nel 1995 circa, quando nella biblioteca dove lavoravo conobbi Melanie Hinds, studentessa gallese dell’Università di Reading nei pressi di Londra a cui Giulio Lepschy, linguista di fama internazionale, aveva proposto una tesi proprio sul dialetto ferrarese. Per aiutarla, con la collega Arianna Chendi, iniziammo una ricerca di documenti storici, letterari, saggistici, sul nostro vernacolo. L’iniziativa sfociò in una corposa sezione bibliografica: poesie, commedie, manoscritti, studi, almanacchi, periodici. Inoltre compilammo l’elenco di tutte le compagnie teatrali del territorio.
Ora tutti i materiali, con ulteriori arricchimenti, sono consultabili nelle biblioteche comunali Ariostea e Bassani.

Il lavoro è diventato anche un mio interesse personale. Ho potuto conoscere autori, frequentare manifestazioni dialettali, ascoltare le storie di un tempo, partecipare in giuria ai concorsi di lingue locali, leggere poesie di ieri e oggi.
In sostanza, cogliere con passione il valore del dialetto ferrarese, della parlata dei miei genitori, della voce dei ricordi.

Iniziamo questa rubrica con l’autore Mendes Bertoni che ci porge, in versi, la sua visione del dialetto.

Dialèt fraréś

Fra i tant dialèt ch’as ciàcara in Italia
agh n’è, aη so quanti, ch’is fà dar dal sgnór;
al squaquarot, pr’esempi, nisùη l’uguaglia
tant l’è pin d’festa, ciàr, ricamadór.

L’ardent napulitàη, ch’al mónd l’incanta
coη chi sò tòη varià, pin ad calór;
e quel ad Meli, ad Porta, chi jè na canta,
e quel d’Trilussa ch’al va drit al cuór.

Ma agh’è anch quel ch’as ciàcara chi a Frara
che l’è al più sćet ad tut i sò fradié.
L’è crud, murdént e dur… na perla rara,

senza bliη bliη, né fróηzul, né pretesa.
D’na graη zinzerità ch’fà maravié,
al spècia pròpia l’anima fraréśa.

Mendes Bertoni

Dialetto ferrarese
Fra i tanti dialetti che si parlano in Italia / ce n’è, non so quanti, che si fanno dare del signore; / il veneziano, ad esempio, nessuno l’uguaglia / tanto è pieno di festa, chiaro, ricamatore. / L’ardente napoletano, che il mondo incanta / con quei suoi toni variati, pieni di calore; / e quello di Melli, di Porta, che sono un canto, / quello di Trilussa che va dritto al cuore. / Ma c’è anche quello che si parla qui a Ferrara / che è il più schietto di tutti i suoi fratelli. / È crudo, mordace e duro… una perla rara, / senza moine, né fronzoli, né pretese. / Di grande sincerità che fa meraviglia, / rispecchia proprio l’anima ferrarese.
[Tratto da: Antologia della Divina commedia (Inferno) ; e In zzà e in là : composizioni in vernacolo ferrarese / Mendes Bertoni ; tavole fuori testo di Attilio Orlandini. – Ferrara [s.n], 1986]

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Mendes Bertoni (Ferrara 1905 – 1987)
Socio fondatore del Tréb dal tridèl, cenacolo di cultura dialettale ferrarese. Autore di poesie e commedie dialettali fra le quali La sbragunzona e Tut a l’arversa in tre atti, molto rappresentate. Si è cimentato con divertente risultato nella traduzione in ferrarese di alcuni canti della Divina Commedia.

Sole Nero

Molti di noi hanno subito avvertito  la sensazione, niente di più, per lo meno all’inizio della pandemia,  di essere di fronte a qualcosa di inedito.
Abbiamo assistito, in seguito, al succedersi di provvedimenti di distanziamento sociale e di limitazione della libertà personale, sempre più restrittivi, che hanno modificato profondamente  la vita quotidiana personale di ognuno di noi.

Ad un certo punto poi  è come se qualcuno avesse tolto il fermo, collegato alla televisione, che viene attivato ogni sera a cena mentre ascoltiamo un notiziario e che impedisce alle immagini di morte e sofferenza, provenienti da ogni angolo della terra, di essere sentite dentro, oltre che guardate con gli occhi dall’esterno. Le inquadrature quotidiane delle persone vittime del virus, nei reparti di terapia intensiva, pur pietosamente filtrate, hanno assunto un aspetto dolorosamente reale per tutti. L’assenza di vita nell’ospedale diventa ben presto speculare a quella delle strade delle nostre città.

Cambia tutto. Improvvisamente… dentro e fuori di noi.

Tutto quello che c’era prima, dai problemi più piccoli a quelli più grandi, sembra essere quasi del tutto scomparso: l’angoscia per l’attesa di un referto, le violenze tra le mura di casa, i problemi economici, le liti coi figli…di tutto ciò in giro non si sente più nulla, sembra essere  evaporato sotto una nuova dimensione angosciante che a fatica riusciamo ad accettare come la nostra nuova realtà.
Scrive Massimo Recalcati su la Repubblica dell’11 aprile: “Questa nuova angoscia assume i caratteri di una sorta di lutto collettivo. Abbiamo perso il nostro mondo, le nostre abitudini, la possibilità di vivere insieme come prima. E’ l’atmosfera francamente depressiva in cui tutti siamo finiti di fronte al ritratto delle città del mondo trasformate in deserti”. [Qui]

Comprendiamo allora che non è stato aggredito solo il corpo, ma è stato raggiunto anche lo spirito. Sulle malattie dello spirito c’è sempre un certa ritrosia a invocarne l’attenzione, quasi che possano essere ancora considerate inevitabili effetti collaterali di altre e ben più importanti, concrete priorità, mentre le prime sono spiacevoli conseguenze da accettare con umana sopportazione.
Le certezze del nostro ’io‘ traballano sopraffatte da innumerevoli dubbi riguardanti la correttezza della gestione tecnico-sanitaria dell’emergenza, la sostenibilità dell’entità dei danni economici presto  da pagare e in modo particolare viene annichilito dai fantasmi dell’insicurezza, dell’angoscia e della paura che, cacciati nel retrobottega da diversi consolidati meccanismi psicologici, escono fuori oggi ad aggredire drammaticamente la relazione con l’altro.

Sin dal principio ‘l’Altro’ è sempre stato un problema. Ma è sempre stato anche la soluzione!
L’Uomo nella Genesi, signore assoluto del Giardino, scopre, con la creazione della Donna, di non essere più tale: gli viene posto a fianco un termine di confronto che ridefinirà per sempre il suo potere. L’esistenza dell’altro ricorda al nostro io che non può possedere tutto, non può avere tutto per sempre; la presenza dell’altro pone così un limite alla soddisfazione dei propri desideri. Non posso evitare di crescere; non posso tenere presso di me i miei amori per sempre; non posso evitare di invecchiare; non posso evitare la perdita. Se non si riesce ad elaborare questa perdita il rischio è quello di perdere se stessi: la depressione mi segnala che visto che non so ‘perdere’, ‘perdo’ me stesso; visto che non so lasciare andare, mi lascio andare.

“Piuttosto che cercare il senso della disperazione, confessiamo che non si ha senso fuori della disperazione.”(J.Kristeva, Sole Nero, Roma, 2013, p.9).
Della ‘Cosa’ di cui sentiamo la perdita, percepita quale oggetto ambivalente odio-amore, Nerval ne dà una splendida metafora come un sole sognato, chiaro e nero insieme. (vedi G.de Nerval, Le figlie del fuoco, Milano, 1979, p.223)

Il  mio sentirmi inadeguato mi porta ad essere attratto dall’oggetto del mio ‘amore’, attraverso una sorta di processo di identificazione con l’altro; oggetto allo stesso tempo anche del mio ‘odio’, poiché la mia inadeguatezza lo ha eretto a mio giudice tirannico, che desidero liquidare. E’ questa ‘mancanza’ che mi definisce in senso depressivo, che mi devasta dentro, che non mi fa abitare il mondo su cui vedo sorgere ogni mattina il sole, un sole nero.

Per capire meglio la natura di questa mancanza pensiamo alla famosa battuta del film Ninotchka di Lubitsch:
“Cameriere! Vorrei un caffè senza panna!”
“Mi dispiace signore la panna è finita abbiamo solo latte, posso darle un caffè senza latte?“
(citato in S. Zizek, Come un ladro in pieno giorno, 2019, p.79).
Questo è quello che combiniamo: un caffè semplice e un caffè senza panna a livello fattuale, sono la stessa cosa. Siamo noi che aggiungendo una negazione abbiamo trasformato ‘un normale caffè’ in ‘un caffè a cui manca qualcosa’.

E questa negazione diventa la cifra nella nostra vita! La nostra vita sarà quindi una vita connotata dalla mancanza: non faremo mai abbastanza, non saremo mai all’altezza. Gli altri non si accorgeranno di nulla, vedranno un semplice caffè…noi vedremo un caffè a cui manca la panna.
Questa mancanza a livello profondo genera angoscia, angoscia di non aver seguito il proprio desiderio, di non essere in grado di poterlo fare.
Il desiderio per Lacan è sempre desiderio dell’altro, è una relazione profonda di contatto con qualcuno. Se si dovesse  rappresentarlo con un’immagine si potrebbe dire che è un ‘tendere verso’.(M.Recalcati, Ritratti del desiderio, 2012).
Se l’angoscia proviene dall’incontro con il proprio desiderio, la depressione annulla l’angoscia e di conseguenza proietta il desiderio nello stagno immobile di un tempo senza avvenire. Consiste in questo per Lacan la viltà etica che accompagna l’affetto depressivo, ossia la scelta di indietreggiare di fronte al proprio desiderio e di preferire ad esso il rifugio in un godimento solitario e distruttivo capace di sottrarci al campo delle relazioni umane”. (M. Recalcati, Un desiderio di desideri, in Il manifesto) [Qui] 

Nel racconto di Dino Buzzati Nuovi strani amici  il protagonista, Stefano Martella, si ritrova, dopo la morte, in una città tanto bella e pulita che pensa di essere giunto in Paradiso. Nel posto dove si trova il Martella c’è proprio tutto; il problema è proprio questo, non c’è nulla da desiderare. Arrivato al circolo della città ritrova cari amici e uno di questi alla fine gli rivela: “Sei venuto qui a marcire, non hai ancora capito? A migliaia ne arrivano come te, ogni giorno lo sai?… e non hanno  né ansie, né paure, né rimorsi, né desideri, né niente… Ma non l’hai ancora capito che noi siamo all’inferno?” ( Dino Buzzati, Nuovi strani amici, in Paura alla scala, Oscar Mondadori, 1984).

Riporto, alla fine di questo breve viaggio nella nostra interiorità profonda, gli angelici versi di questa lirica di Emily Dickinson, con l’augurio che possano sostenere, almeno loro, chi continua ad aprire ogni mattino con mano tremante e occhi socchiusi, le finestre della propria anima all’altro,  sperando di non vedere più sorgere all’orizzonte un sole nero, ma finalmente una luce … una luce molto più viva.

Non conosciamo mai la nostra altezza
Finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
Arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
Sarebbe quotidiano, se noi stessi
Non c’incurvassimo di cubiti
Per la paura di essere dei re

DIARIO IN PUBBLICO
Il passo dei politici visti da un criceto

Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. E’ un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.” Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione. Sul passo da processione, in forma benedicente, Zingaretti e Berlusconi, imitatissimi dal sindaco ferrarese Alan Fabbri. Sul distratto, esitante, cammina Del Rio mentre con passo fermo e cadenzato procedono Toti e Zaia, molto imitati da Nicola Naomo Lodi vicesindaco di Ferrara. Altre mille e diverse forme del procedere (metafisico e non) ci offre la classe politica, soprattutto quella europea tra cui la mia scelta cade sulla Merkel, perfetta nell’avanzo, esibente maestose cime e rotondi pianori, guance, giro vita, leggermente sbilenca la postura, dovuta al fatto che sempre porge la parte destra all’ascolto. Non commento l’andatura trumpiana che definirei tronfia, come una coca cola gasatissima, munita di gambe, nascosta sotto un pagliaio.

Se dovessi commentare la mia? Beh, sarei molto perplesso perché conoscendola abbastanza capisco sia legata ai momenti della giornata. Dal lento solenne dell’alzata, al presto del bagno, all’andante mosso della vestizione e al clip clop della discesa in strada, fino a – quando si poteva – assumere l’andatura saltellante con improvvisa fermata, simile allo schiacciamento delle noci. Sempre invidiata, quella dei radical chic, posata e apparentemente distratta: purtroppo non ci riesco.

Nel mio walk about giornaliero tuttavia noto che qualcosa sta cambiando. Si fanno sempre più evidenti segni di livore, o meglio di stizza, che infarciscono i commenti nelle pagine di fb, luogo deputato allo sfogo rapido e spesso immotivato, ma anche nei commenti agli articoli pubblicati dal giornale su cui scrivo, cioè questo. Così a giuste considerazioni, o perlomeno che ritengo giuste, si accoppiano scatti spesso illogici. Una mi ha colpito, che sbrigativamente tacciava di ‘fesserie’ un ragionamento con cui non si esigeva ci fosse un accordo, ma che andava calibrato con più ‘finesse’. Ma chi son io per emettere giudizi? Se non un criceto che aspira alla dignità canina, ma che sempre più vede allontanarsi la sua aspirazione. Ora leggo inorridito che qualche scienziato prova la trasmissibilità del virus sui gatti!!! E sarà un’ulteriore ipotesi di un mondo che sarà da ora in poi tutto fondato sull’ipotesi della vita. E non è poco.

Attendo, sempre più stanco, l’appello delle 18, dove ci danno l’esatta situazione del procedere del virus, ma ora credo che sia meglio rifugiarmi come il criceto nel mio tempo sospeso, per non incorrere in quella sopraffazione del sentimento che ieri sera mi ha impedito di rivedere Il pianista di Roman Polanski perché, nel frattempo, soffocato dalle lacrime, ricordavo i viaggi a Varsavia, città amatissima dove ho trascorso indimenticabili soggiorni.

Ritorno dunque a una andatura saltellante; cerco di rompere le noci col piede, ma a volte sbaglio la mira. M’impongo, mi sforzo di stare in casa tutto il giorno ma, per fortuna ogni tanto vado in giardino ad accarezzare i petali ormai sfioriti delle mie camelie attendendo con ansia l’esplosione dei profumi dei mughetti e dei gelsomini.

Dopo Covid: SI PUO’ IMBOCCARE UNA STRADA NUOVA?
Cominciamo dalla domanda di Troisi-postino al poeta Neruda

 

Postino: “Cioè voi che volete dire allora, che il mondo intero no? il mondo intero proprio… dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole…”
Neruda: “Ora tu puoi già dire eccetera eccetera…”
Postino: “Eh, eccetera eccetera… cioè il mondo intero allora è la metafora di qualcosa?

Chi ha amato Massimo Troisi avrà riconosciuto senz’altro uno dei dialoghi più belli tra il poeta Pablo Neruda (Philippe Noiret) e Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) presenti nel film Il postino, vero e proprio testamento spirituale della sua parabola umana e artistica. Nelle righe seguenti vorrei giustificare come, nella domanda posta da Troisi-postino al poeta Neruda, possa essere ritrovato l’inizio di un percorso che conduca ad un ‘mondo diverso’, auspicato anche da quel #andràtuttobenesenontorneràtuttocomeprima,  lanciato pochi giorni or sono da questo giornale.

Il vecchio modello deterministico

Possiamo riconoscere, nella logica sottesa ai numerosissimi contributi comparsi sui media nelle ultime settimane sugli scenari successivi alla fase emergenziale della panidemia, l’adesione ad una impostazione deterministica, causa/effetto, dove in modo automatico si fanno discendere conseguenze positive nel caso in cui verranno presi certi provvedimenti o, al contrario, situazioni problematiche, in caso di scelte opposte.
Scrive sulle pagine del Financial Times Y. N. Harari [Qui]:L’umanità deve fare una scelta. Vuole proseguire sulla strada della divisione o prendere quella della solidarietà globale? Se sceglierà la divisione, non solo prolungherà la crisi ma probabilmente provocherà catastrofi ancora peggiori in futuro. Se sceglierà la solidarietà globale, la sua sarà una vittoria non solo sul nuovo coronavirus, ma anche su tutte le epidemie future e sulle crisi che potrebbero scoppiare in questo secolo.”.
In questa, ma in tantissime altre analisi, si presuppone cioè un cambiamento del modello produttivo e sociale così radicale e profondo che, per essere attuato, dovrà vieppiù basarsi su una mobilitazione sociale e politica sostenibile, a meno di dover pensare ad una auto-correzione del sistema decisamente poco credibile. Ma se da un lato si può convenire sulla direzione tracciata, auspicandone peraltro calorosamente la realizzazione, dal’altra parte il modello di interpretazione utilizzato, quello meccanicistico, lascia per forza di cose, muti sullo sfondo, i soggetti a cui consegnare tale portata innovativa, affidandone le modalità attuative alle stesse istituzioni economiche e politiche, le stesse che hanno condotto il pianeta a tale impasse, delegando proprio a loro l’eventuale conversione.
Il rischio sotteso a tale impostazione è che, dopo un primo periodo di esaltazione riformatrice seguente alla presa di coscienza nelle diverse comunità della profondità dei danni causati dal modello di sviluppo fin qui seguito, vi sia un riassestamento dei ‘poteri forti’, tendente solo ad un restyling economico-finanziario, i cui costi sarebbero semplicemente redistribuiti su più Paesi, ma sempre sui medesimi soggetti e soprattutto al di fuori di una differente presa in carico istituzionale delle nuove responsabilità politiche che un tale nuovo corso comporterebbe. Scrive S. Zizek che: “per cambiare davvero le cose bisognerebbe ammettere che all’interno del sistema esistente niente può esser davvero cambiato” (Come un ladro in pieno giorno,2019, p.22) .
Proviamo, quindi, a modificare l’approccio metodologico. Le soluzioni adottate dai governi per uscire dall’emergenza ci hanno posto di fronte a delle grandi novità, che prefigurano una soluzione basata su rapporti completamente diversi dal mondo fino ad oggi conosciuto. Un mondo fondato sostanzialmente sulla centralità dell’individuo, sull’interesse e sul mercato globale. Si vorrebbe invece dare inizio, prefigurare un mondo diverso, completamente nuovo.

Metafora di qualcosa d’altro

Nel dialogo proposto all’inizio di queste note, il postino Troisi chiede se il mondo della quotidianità presente “è metafora di qualcosa d’altro“. Proviamo a riproporre qui, all’interno di questo percorso, la stessa domanda. Nella nuova realtà che stiamo vivendo oggi, vediamo agire una comunità scientifica mai come ora così disposta a mettere in comune conoscenze utili a tutti; governi che nelle sedi internazionali tentano di superare tabù economici mai messi in discussione prima; cittadini che toccano con mano tutta la differenza esistente, di fronte a problemi vitali per la sopravvivenza, dall’essere guidati da leadership responsabili rispetto a imbonitori capaci solo a soddisfare pulsioni del momento. Bene, questa nuova realtà può essere considerata ‘metafora’ di qualcosa d’altro?
In un testo di H.J.Berman veramente fondamentale per la comprensione dello sviluppo delle istituzioni politiche e sociali, testo che fu molto amato dallo storico Paolo Prodi, troviamo scritto: E’ stato detto che le metafore dell’altro ieri, sono le analogie di ieri, e i concetti di oggi.” (H.J.Berman, Diritto e rivoluzione, Il Mulino,1998,p.175).
Ecco il percorso: dalla ricerca di ‘metafore‘, attraverso il riconoscimento di ‘analogie , per arrivare infine ai ‘concettiutili per passare dall’ignoto al noto. Pensare per metafore e analogie porta, nel corso del tempo, a superare una logica causale, a poter accogliere via via nuove relazioni che, collegando il ‘nuovo’ con il ‘vecchio’, possono individuare le altre idee che sono in grado di mantenere il cambiamento.
Negli ultimi tempi, è sempre più evidente e tangibile come gli aspetti del linguaggio siano fondamentali per comprendere la dinamica dei cambiamenti: non solo per gli apporti letterari, ma anche per quelli scientifici in generale. Osserva a tal proposito Alessandro Pascolini (uno ricercatore senior dell’Università di Padova, già docente di fisica teorica e di scienze per la pace) in una sua straordinaria relazione dal titolo Metafore e comunicazione scientifica: “Mentre le metafore proiettano il ‘noto’ verso ‘l’ignoto’, le analogie si sforzano di riportare ‘l’ignoto’ al ‘noto’: davanti a un oggetto o a un fenomeno ancora largamente sconosciuto ne tentano la spiegazione ricorrendo all’analogia con un oggetto o con un fenomeno conosciuto.”  [Qui]

Con la metafora viene attuato un  procedimento di trasposizione simbolica di immagini, ed ecco che, ad esempio,le spighe di grano ondeggiano, come se fossero un mare. Con tale espediente, da una realtà conosciuta (nella domanda di Troisi “dal nostro mondo”), dal mondo in cui viviamo, possiamo arrivare ad avere immagini di realtà non conosciute. Quello di cui siamo alla ricerca. Sempre seguendo l’interrogativo del film, attraverso la lettura metaforica, il mondo e tutto ciò che ci appare, lo possiamo interpretare come un indice dell’esistenza di ‘Qualcuno’ o ‘Qualcosa’ che, attraverso la natura e i suoi i dati sensibili, ci svela la sua esistenza.
Rapportato tutto ciò al nostro ragionamento, possiamo leggere quindi  la realtà di condivisione e di superamento degli interessi personalistici (‘nessuno si salva da solo’), che stiamo sperimentando nella situazione di epidemia, quale metafora di un mondo ancora a noi sconosciuto e di cui stiamo cercando la tracce. Con la trasposizione metaforica, quindi, ci è consegnato  l’elemento ignoto, il nuovo ordine che vorremmo costruire perché ci salva, e di cui già oggi abbiamo manifestazioni embrionali ma concrete nelle politiche collaborative tra le società coinvolte.
Adesso si pone il problema della costruzione di quel mondo nuovo e del come fare ad acquisirne altri elementi caratterizzanti la sua definizione.

L’analogia: come utilizzare il nostro passato per orientarci nel presente

Ed ecco il secondo momento con l’utilizzo dell’analogia. L’analogia, sfruttando elementi di somiglianza già accaduti in passato, permette di leggere un fenomeno ‘ignoto’ alla luce di uno ‘noto’, ci aiuta a comportarci in una situazione sconosciuta ma che abbiamo visto essere analoga ad una che abbiamo già sperimentata. L’analogia è lo strumento che ci permette di usare il nostro passato per orientarci nel presente. Quindi, per riferire tutto ciò ai fini del nostro discorso, a cosa ancoreremo quel mondo nuovo che oggi solo metaforicamente stiamo conoscendo? A quali analogie potremmo ricorrere? La ricerca è del tutto libera e aperta. Si propone qui a titolo di esempio un percorso tra i tanti possibili, con cui legare in modo concreto ‘analogie utilizzabili’ tra passato e presente.
Molto stimolante risulta essere il riferimento al processo di formazione dello Stato moderno, un processo che, avviatosi tra il 1400 e il 1600, si è concretizzato grazie al superamento delle frammentazioni politiche e delle frammentazioni territoriali precedenti, arrivando a compimento con lo Stato assoluto e poi via via, fino all’approvazione delle Costituzioni.

A tal riguardo, le analogie da prendere in considerazione sono molto interessanti. Certo, non rapportandosi più allo Stato nazionale ma ad una comunità più vasta, come l’Unione europea. Proponiamo di cominciare con la Carta  Costituzionale, punto di arrivo dello Stato nazionale moderno e punto di ri-partenza per la costruzione di una autentica comunità sovranazionale. Non a caso l’attuale establishment, legato soprattutto a tutelare propri interessi economici, non è riuscito fino ad ora ad arrivare all’approvazione di una  Carta Costituzionale Europea, che costituisce il nuovo ‘concetto’ simbolico di cui abbiamo bisogno per legarci anche politicamente in modo serio.
Come le Carte Costituzionali liberali hanno sancito, con il riconoscimento dei diritti  alla libertà e alluguaglianza, la protezione del diritto fondamentale alla proprietà privata dell’individuo rispetto allo Stato, analogalmente una condivisa Carta Costituzionale Europea dovrebbe sancire il diritto delle comunità ad interessi superiori a quelli dei singoli Stati di appartenenza. In realtà, un tentativo di redigere tale Costituzione Europea è già stato fatto, ma definitivamente abbandonato nel 2007 [per approfondire] a seguito dello stop alle ratifiche imposto dalla vittoria del ‘no’ ai referendum in Francia e nei Paesi Bassi.

Tutto questo però prima. Adesso si aprono nuove possibilità, poiché stiamo facendo esperienza diretta di quello che vorrebbe significare per ognuno di noi andare in senso contrario. Utopia? Possiamo ancora rispondere con le parole di Slavoj Zizek, pensatore sloveno oggi tra i più impegnati e propositivi in questa ricerca di possibili vie di uscita e che sta lavorando a un libro aperto dal titolo emblematico, per l’appunto Virus. Scrive Zizek in un recente intervento apparso su Internazionale:Non sono un utopista, non invoco una solidarietà idealizzata tra esseri umani. Ma la crisi attuale dimostra chiaramente che la solidarietà e la collaborazione globale sono nell’interesse di tutti e di ciascuno di noi”[Qui]  
Si tratta quindi di cominciare a cercare sulla Terra, ma anche metaforicamente anche sopra, di andare per l’universo e di guardare non solo a ‘terre nuove’ ma anche a ‘cieli nuovi’, perché lassù è impossibile costruire muri.

FERRARA IN QUARANTENA:
la cultura è una rete vuota, senza pesci e pescatori

Un giorno, ho messo in fila sulla carta i luoghi che disegnano il profilo delle occasioni culturali che offre la città di Ferrara, una sorta di rete dell’apprendimento di cui istituzioni culturali, associazioni,  teatri e cinema formano i nodi.
L’inventario mi portò ad elencare, senza dubbio per difetto, duecentocinquanta luoghi di apprendimento formale e non formale. Una rete che attende di essere riconosciuta e valorizzata dentro un progetto di città intelligente.

In questi giorni di clausura, questa rete, che potrebbe essere utile per riempire le nostre giornate, è invece silente, come se non fosse mai esistita. Eppure questa era una buona occasione per stare interconnessi, diffondere le proprie proposte, i risultati delle proprie attività, organizzare webinar. C’è da chiedersi quanto smart sia la nostra città. Se è possibile, oltre allo smart working, la smart knowledge. La risposta ahimè è decisamente negativa.

La rete offre link alla visita virtuale di decine di musei, da quelli Vaticani alla Galleria degli Uffizi, alla Pinacoteca di Brera, oltre ai più importanti musei nel mondo dal Metropolitan di New York  alla National Gallery di Londra. Fino alla visita virtuale alle mostre, a partire da quella di Raffaello.

A Ferrara non c’è museo che offra tutto questo. Nulla a Palazzo Schifanoia, nulla per la Pinacoteca Nazionale; il Museo archeologico nazionale di Spina, più attento alla digitalizzazione, propone percorsi molto statici con fotografie, spiegazioni con audio guide, più una documentazione che una visita virtuale vera e propria. Così il Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara si presenta con alcune pagine che sembrano più un album di figurine commentate, anziché essere una scoperta in 3D delle sue sale. I siti del Castello e del Palazzo dei Diamanti non oltrevalicano la dimensione della promozione dei loro eventi. La pagina del Teatro Comunale che pure potrebbe mettere in rete i video di concerti, di prosa e di danza non propone nulla. Per non parlare delle sale cinematografiche, che non riescono a concepirsi, se non per la programmazione in presenza; attraverso i loro siti potrebbero invece offrire rassegne e remake, anche a pagamento, ovviamente. Eppure nulla si muove, come se il Covid 19 oltre a colpire i corpi avesse colpito anche le menti.

Resta attiva la rete delle biblioteche per l’accesso alle librerie digitali. Ma le biblioteche avrebbero potuto farsi promotrici di seminari, conferenze, presentazioni di libri online. Invece di essere creativi si è scelto di essere routinari; eppure sono servizi che dovrebbero fare cultura, ma non sono ancora in grado di concepirsi al di fuori delle loro quattro mura, della loro autoreferenzialità istituzionale.
Neppure associazioni come gli Amici della Biblioteca Ariostea o del Musei e Monumenti Ferraresi brillano per iniziativa, presenza e fantasia. Quasi fossero altro che una accolita di affezionati. Eppure questa era un’occasione per offrire dalle loro piattaforme web iniziative e proposte culturali per tutta la città.
Uniche a  dimostrare intelligenza, iniziativa e invenzione sono le scuole e il CPIA, il Centro Provinciale di Istruzione per gli Adulti, che continuano nella loro offerta di didattica online.

Le attività culturali in rete andrebbero viste come una importante funzione strategica che dovrebbe far parte normalmente dell’impegno e del lavoro corrente delle istituzioni culturali ferraresi: musei, biblioteche, archivi, soprintendenze. Invece tocchiamo con mano quanto siamo distanti, quanto è il ritardo accumulato, quanta miopia nella gestione della cultura. La città della conoscenza, per la quale da queste pagine ci battiamo da anni, è ancora lontana dall’essere compresa, l’idea del sapere diffuso e permanente non appartiene alla città e alle sue istituzioni culturali.

In rete ci sono siti come POSSO, il portale dove ognuno mette a disposizione degli altri il proprio tempo e le proprie conoscenze. Una community dove imparare e condividere ciò che si sa fare, che permette il contatto tra le persone disposte a condividere le proprie competenze quali che siano. Bella idea per condividere una cittadinanza, ma la città interconnessa non esiste e ora ne sentiamo la mancanza.
Da questo punto di vista Ferrara non è una smart city, il sito del Comune non offre nessuna iniziativa, nessuno strumento, nessuna piattaforma per dialogare tra cittadini, perché è un’idea che non si è mai concepita, perché non si è in grado di lanciare il proprio sguardo oltre la gestione della quotidianità. Perché l’idea di una città diversa non è passata a nessuno per la testa  a partire dai nostri amministratori. Perché solo gli eventi straordinari ci fanno scoprire l’ordinarietà delle nostre giornate, dei nostri programmi, la miopia delle nostre prospettive, l’ordinarietà delle politiche nella gestione della città. Ma se non si nutre la creatività nei tempi ordinari, quando giungono quelli straordinari si resta con un pugno di mosche in mano. E qui a fregare è ancora una volta l’assenza di cultura.

L’AUGURIO DI ANGELA VOLPINI, L’ULTIMA MISTICA:
Come trasformare la pandemia in opportunità.

Si dice che una volta, durante le grandi epidemie, la gente trovasse rifugio nelle chiese e cercasse ristoro dall’angoscia della morte nella preghiera, nella penitenza, nella celebrazione religiosa e nel rito. Oggi molte chiese sono chiuse, le celebrazioni interrotte per non alimentare il contagio e, per chi è più devoto, l’unica partecipazione liturgica concessa è quella a distanza, resa possibile dalle tecnologie della comunicazione. Anche oggi però l’inquietudine, che fa emergere lo spettro della morte con modalità inattese per i tempi, si diffonde e si sviluppa man mano che i numeri del contagio e delle morti aumentano.

La quarantena, ancora unico antico rimedio alla diffusione del virus, con la forzata inattività e la privazione di alcuni diritti fondamentali dati per scontati nel tempo normale, obbliga comunque a riflettere, forse oggi come e più di allora. In questi periodi, colorati di disagio e di paura per molti, si aprono per altri, forse per tutti, spazi inattesi dove riprendere contatto con sé stessi, con la propria interiorità e con quella che potremo chiamare la componente spirituale della vita; essa sale alla coscienza di molte persone, proprio ora; ora che sono ridimensionati gli obblighi del lavoro, che sono cambiati i riti del consumo, che sono minati i presupposti della libertà obbligatoria cantata da Giorgio Gaber; ora che l’ansia egoistica per il domani è un poco sostituita da un certo affanno e da un’incertezza sconosciuta e di più vasta portata.
Proprio in questi giorni, le parole di chi ha vissuto esperienze spirituali autentiche, possono risuonare con esemplare chiarezza nelle anime liberate dal peso dello scontato quotidiano così caratteristico di un mondo troppo veloce, troppo competitivo, troppo impersonale, troppo materialista: il mondo in cui siamo vissuti fino a pochi giorni fa. Esperienze spirituali che nella forma della mistica – con la sua millenaria, concretissima tradizione che abbraccia tutti i popoli – mostrano vie di conoscenza sorprendenti, percorsi capaci di suscitare il senso del divino nel cuore, traiettorie di crescita personale che non di rado portano copiosi frutti nella società e nella cultura, danze che sembrano connettere le più estreme acquisizioni scientifiche con le più antiche sapienze tradizionali; sentieri infine, percorrendo i quali si può vivere la pienezza della felicità,  finalmente indifferenti alle manipolazioni di una propaganda martellante che ha fatto della vita comune un deserto spirituale, una prigione soffocante e non di rado triviale.

Angela Volpini, nata nell’Oltrepò Pavese nel 1940 fu protagonista negli anni 1947-1956 di una straordinaria sequenza di esperienze mistiche, che per anni riempi le pagine di riviste e giornali dell’epoca. Tra le rare donne, giovanissima, a partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II, più volte accolta all’Accademia di Francia, ha avuto modo di conoscere e frequentare personaggi notissimi che vanno dal Vescovo Romero a Padre Pio, da Edgar Morin a don Zeno Saltini; è stata amica di protagonisti anche controversi quali Pier Paolo Pasolini, Raimon Panikkar, Gianni Baget Bozzo, Autrice di numerosi libri ha dedicato la vita a diffondere in modo originalissimo un messaggio d’ispirazione mariana estremamente innovativo e quanto mai attuale: una visione profetica, che si radica nella responsabilità  dell’autocreazione e che delinea la possibilità concreta di una comunità umana fondata sull’unicità di ogni persona, sulla incoercibile libertà  personale e sulla creatività umana che si manifesta incessantemente nella storia.
Ecco quel che ci dice Angela di questa pandemia globale che, toccando tutti in varie forme, interroga ognuno personalmente.

“Sento la paura collettiva del morire come il grido di un bambino quando è tolto dal suo gioco preferito.
Tutti vivono nella speranza di trovare il senso della propria vita, e questo è quanto basta alla vita stessa, quando la morte è lontana.
Ma quando questa si avvicina, soggettivamente e collettivamente, ci prende la disperazione del nostro fallimento.
Forse tutti abbiamo intuito che potremmo vivere diversamente e che questa possibilità l’abbiamo toccata molte volte, ma mai afferrata come nostra vera opportunità.
La mia speranza è che quanto sta accadendo ora, ci convinca che siamo un’unica famiglia umana che vive in un piccolo mondo, e che il comportamento di ogni singolo può trascinare il mondo intero.
Se però uniamo la nostra creatività per il bene comune, forse potremmo vincere ciò che oggi sfida la nostra convivenza, e potremmo vivere ancora a lungo su questo pianeta, facendolo ancora più bello e più giusto.
E’ la condivisione che deve motivare le nostre singole creatività, per fare di questo mondo, non una pattumiera, ma il giardino di tutti i viventi.
Approfittiamo di questo male comune per comprendere che, o ci si salva insieme, oppure non ci resta che lottare gli uni contro gli altri per difendere il nostro piccolo spazio ammalato di egoismo e di violenza.
Ricordiamoci sempre che ogni persona, nel suo profondo, desidera essere amata.
Abbiamo l’occasione per incominciare a farlo, e questa scelta ci aprirà il cuore, non solo alla speranza, ma anche alla felicità”.

Poche parole, che parlano al cuore, espresse con la semplicità di chi ha avuto un’esperienza autentica travolgente che ne ha plasmato la vita.  Frasi su cui riflettere con calma, da leggere e rileggere
Parole che ci ricordano la potenzialità che si cela in questo periodo che può e deve essere occasione di cambiamento: personale innanzitutto e poi collettivo.
In questi giorni possiamo provare a prendere coscienza, a lavorare sullo spazio di quel potere interiore che ci consente di ritrovare la nostra qualità e regolare, valorizzandola, ogni tipo di pressione che viene dall’esterno; non siamo affatto meri individui fungibili, ma siamo invece – tutti, e lo ribadisce con forza Angela Volpini – esseri unici; in questa unicità, della quale ognuno può e deve  scoprire personalmente la cifra e la qualità, risiede il nostro valore: un valore che possiamo gustare quando, scopertolo in noi, riusciamo a riconoscerlo nell’altro e farne dono reciproco. Qui ed ora e proprio con chi abbiamo fisicamente vicino.
In questi giorni possiamo e dobbiamo prendere coscienza che non siamo necessariamente e non dobbiamo più essere in balia di un potere esteriore che ci domina in tutto e ci rende impotenti; questo potere abbiamo invece la responsabilità di capirlo prima, e di provare poi a cambiare un assurdo modello di vita basato sulla competizione ad ogni livello; è un sistema che non è in grado di creare un mondo giusto ed umano, un modello di sviluppo che non è più sostenibile su questo magnifico pieneta dalle risorse limitate.

Siate realisti: chiedete l’impossibile” recitava un famoso aforisma di Albert Camus; dunque, quello che vogliamo in esito a questa pandemia, è nulla di meno che un salto di coscienza, un passaggio di livello, laicamente parlando (in periodo di settimana santa che prepara la strana Pasqua dell’Anno Domini 2020) una resurrezione.  Per questo, per dare speranza al futuro e dar voce al nostro desiderio di felicità, dobbiamo cogliere tutte le nostre risorse e metterle in gioco, come dice Angela porgendo misticamente a tutti e ad ognuno gli auguri di Buona Pasqua alla fine del suo ultimo videomessaggio [Qui].

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

SCHEI
Un incantesimo, anzi un incubo:
economia domestica durante la quarantena

Ti ci è voluta una settimana di clausura perché ci facessi caso. Poi hai iniziato a renderti conto, e poi hai cominciato proprio a farli, i conti. Come se fosse un gioco, anche perché dovevi pure trovarlo un modo per far passare il tempo.

Di benzina, risparmi circa quaranta euro la settimana. Fa centosessanta euro al mese. La spesa la fai, ma la concentri una volta ogni dieci giorni e compri le cose essenziali – quelle definite non essenziali tanto non si possono acquistare. Anzi, compri cose che nessuno comprava più e che adesso vanno a ruba. Farina, lievito: introvabile, sei fortunato se lo trovi sottobanco da qualche fornaio. Lievito e farina, il nuovo petrolio. E’ bizzarro, ma a pensarci non sembra così irragionevole. Col petrolio non ti fai la pizza a casa, la torta di mele, il pane. All’improvviso Masterchef diventa un programma datato. Tutta questa competizione tra veri o presunti fenomeni dei fornelli ti appare sotto una luce diversa, meno sinistramente affascinante di prima. Hai appena scoperto che anche tu sai farti da mangiare, quindi hai ridotto le distanze.

Confronti i tre scontrini con quelli del mese prima. Per la spesa alimentare, in un mese avrai risparmiato cento euro. Non ti sembrano tantissimi, meno di quelli che pensavi, visto che a casa tua non inviti più nessuno per cena (ovviamente catering a domicilio, per fare bella figura) e che non compri più i preparati pronti o le buste surgelate che ti fanno risparmiare tempo ma ti fanno spendere soldi. Sono prodotti costosi non per la loro qualità, costano perché sono comodi: ci paghi sopra il tempo che risparmi a farti la cena, ma adesso di tempo ne hai da vendere. Quindi cucini tu, con acqua, farina, uova, zucchero, sale… Allora, perché non hai risparmiato di più? Ah, ecco. Per il vino. Un buon vino adesso è un genere di prima necessità, e per una bottiglia decente sei euro almeno al supermercato li devi spendere. Al giorno? Sì, al giorno. E che cazzo. Comunque, già duecentosessanta euro risparmiati.

I bar sono chiusi. La colazione con cappuccio e cornetto era uno dei pochi lussi che ti permettevi. Adesso non puoi, e non puoi nemmeno farti al bar il caffè di metà mattina. Sono tre euro e mezzo risparmiati al giorno, trentatrè euro al mese. Duecentonovantatrè. A pranzo adesso sei a casa. Saresti fuori, di solito. Altri dieci euro a botta, vuol dire circa duecentoventi euro non spesi. Aggiungici un paio di pizze e cinque aperitivi al mese, altri cento euro. Somma trecentoventi a duecentonovantatré, fa seicentotredici euro.  Il giornale non lo prendi più. Dovresti uscire apposta, trovare un’edicola aperta, e poi quello che c’è scritto lo ascolti a tutte le ore in televisione. Altri trenta euro abbondanti che ti tieni in tasca. Seicentoquarantatrè.

In casa consumi qualcosa in più di luce, ma le tariffe nel frattempo sono calate. Inconsciamente, visto che sei in modalità spartano, inizi anche a risparmiare sull’acqua. Non è che non ti lavi, ma consumi meno acqua possibile. Dove non è arrivata Greta, è arrivato il virus. Coi consumi domestici tutto sommato fai una patta, via. E poi risparmi quel libro al mese, quella mostra, quel cinema, quel teatro. Siccome non sei un tipo mondano, facciamo che ti tieni in saccoccia altri cinquanta euro. Dimenticavi la palestra. Adesso fai corpo libero a casa, quindi risparmi altri quaranta euro di tessera.

In totale hai risparmiato settecentotrentatré euro. In un mese, il primo mese. Se continua così, in tre mesi ti sei tenuto in tasca uno stipendio. Roba da anni sessanta, quando con sei mesi di cinghia tirata tuo padre si era potuto permettere il Fiat millecento. Ah. Quest’anno non andrai in vacanza. Altro stipendio risparmiato.

A questo punto ti accorgi di quattro cose. Una dietro l’altra. Fino alla terza, sembra un incantesimo.

La prima cosa di cui ti accorgi è che la quantità di oggetti o servizi che hai sempre considerato primari nella tua vita, non lo sono. Ne stai facendo a meno, e non stai morendo (sempre se non finisci in terapia intensiva. Se finisci lì vuol dire che stai rischiando di morire, anche se probabilmente non morirai, perché sei comunque nel posto migliore per evitare di finire sottoterra). Anzi, stai scoprendo che puoi godere di altri piaceri che ti sei sempre negato, perché la tua vita era piena di cose che dovevano farti risparmiare tempo, ma te lo riempivano al punto da non averne mai abbastanza.

La seconda cosa di cui ti accorgi è che il tuo stipendio non è quella miseria di cui ti lamentavi. Improvvisamente, ti basta e avanza. I soldi che guadagni non ti servono tutti, anzi ne puoi mettere da parte per chiudere i debiti, mandare a quel paese i banchieri che ti vogliono prestare soldi e i consulenti che, per farti guadagnare il tre per cento, mettono a rischio il tuo cento per cento. Il cento per cento ti basta e ti avanza, del tre per cento non te ne fai niente.

La terza cosa della quale ti accorgi è che questa condizione, dopo alcuni giorni di comprensibile smarrimento, ti sembra d’incanto incredibilmente naturale, raggiunta senza alcun particolare sforzo, senza alcuna terribile privazione.  Una condizione preindustriale, ma con le comodità della società industriale a portata di mano, pur con le dovute cautele. Una fortuna.

La quarta cosa di cui ti accorgi è che la tua fortuna è a tempo. La data di scadenza non ti è nota, ma arriverà di sicuro. Questo incantesimo non durerà per sempre, soprattutto perché il tuo stipendio, che fino ad un certo momento ti garantisce questa situazione prodigiosa, non è una variabile indipendente. Anzi, più tempo passa in questa situazione, più le fonti di finanziamento del tuo stipendio si assottigliano. E questo nonostante il tuo stipendio, se sei arrivato fino a qui, sia uno di quelli che risentono per ultimi della paralisi totale di tutte le attività economiche legate ai bisogni dell’uomo. Per ultimi, certo. Perché mentre tu sei lì che continui a risparmiare, nel frattempo un mucchio di gente ha già perso un pezzo del suo, di stipendio, oppure ha perso addirittura il lavoro. E tutta questa gente che perde stipendio e lavoro prima di te, inevitabilmente farà sì che, prima o poi, non ci sia più modo di pagare nemmeno il tuo, che dipende, in maniera diretta o indiretta, ma inesorabile, dal loro. Ti rendi anche conto che più la lista dei bisogni dell’uomo si riduce all’essenziale, più breve sarà il tuo incantesimo. Perché il mondo nel quale vivi è troppo interconnesso, troppo incistato al tuo, da permetterti di vivere consumando in autarchia i prodotti del tuo orto (sì, nel frattempo avrai anche iniziato a coltivare un orto). Perché tra un po’ non troverai nemmeno un posto dove acquistare i semi e le piantine.

Tutte e quattro le cose di cui ti accorgi sono vere. Tutte e quattro potrebbero essere uno spunto per un futuro possibile – il tuo futuro, certo. Che poi, ti piaccia o no, è anche quello degli altri.

La prima cosa, se avrai sufficiente memoria per ricordartene quando tutto sarà rientrato (in qualche modo, tutto questo rientrerà, anche se nulla sarà esattamente come lo hai lasciato), è un invito alla sobrietà. Tu pensavi di essere un tipo con poche pretese, ma non è vero. Puoi essere molto più parco nei confronti delle cose, ti lascerà molto più tempo ed energia per dedicarti alle persone. Mica tutte, quelle importanti. Anche sulle persone infatti dovresti operare una selezione, e questo incantesimo, se ti ci concentri, ti ha già consegnato le persone da tenere e quelle da mollare.

La seconda cosa potrebbe suggerirti che i soldi che guadagni, da un certo punto di vista (che chiameremo zenith), non sono mai abbastanza, mentre da un altro punto di vista (che chiameremo nadir) sono sempre abbastanza (naturalmente entro certi limiti, che però questo periodo potrebbe averti indicato come individuare). Il problema non sono i soldi che guadagnavi, ma come li spendevi.

La terza cosa ti suggerisce che ogni condizione è transitoria, e in continuo movimento. Sia essa una situazione che ti fa stare bene, sia essa una situazione che ti mette a disagio, entrambe passeranno, per lasciare il posto ad una situazione nuova, e poi ancora, e ancora. Se questo è lo stato dell’arte fuori di te, e non lo puoi cambiare, il problema è dentro di te. E’ lì che puoi lavorare.

La quarta cosa ti dice che la ‘decrescita felice‘ è un’espressione bucolica ma puramente pubblicitaria, alla quale non corrisponde la realizzazione di un’utopia, piuttosto assomigliando alla concretizzazione di una distopia; una specie di incubo lovecraftiano, che passa dall’inquietarti dalle pagine di un romanzo a morderti direttamente i polmoni in una corsia d’ospedale, o ti sorprende in fila con la tua gavetta ad un centro della Caritas, dove non avresti mai pensato di mettere piede. Però ti suggerisce anche che non esiste una crescita infinita, e che anche se esistesse non sarebbe un obiettivo degno della tua vita. E, pare, nemmeno della vita del pianeta nel quale vivi.

“NON COME GLI ITALIANI”
Cosa pensavano (e cosa pensano ora) i tedeschi degli amici d’Oltralpe

da Monaco di Baviera

Forse sarà una sorpresa per tanti Italiani: in Germania, in questi giorni di feroce, quasi rivoluzionaria, ‘Corona-Crisi‘, si parla molto spesso dell’Italia, come non era mai successo negli ultimi anni. Ma questa esplosione d’interesse è molto ambigua, si alimenta di vecchi clichè e di una nuova ignoranza. Un giudizio, questo, che può essere esteso anche a tanti italiani, che della Germania ammirano la potenza tecnologica ed economica, ma non sanno nulla o quasi nulla dei problemi sociali del paese della Mercedes, di Adidas e di Angela Merkel.

All’inizio dell’epidemia emergeva l’immagine stereotipata del paese sotto le Alpi: gli italiani che sono in grado godere la ‘dolce vita’ sul balcone durante i giorni di coprifuoco; gli italiani che cantano nel cortile, O sole mio‚ Azzurro, Volare o l’inno nazionale quando, fuori dalle case in cui sono bloccati, c’è l’inferno.
Tutti i tedeschi, anche quelli che normalmente sono molto riservati, addirittura anche gli xenofobi, gli anti stranieri sempre e comunque, in quel primo periodo del contagio, hanno elogiato ‘gli amici italiani‘, che fanno pizze fantastiche, quelli che ci hanno donato il Va pensiero di Verdi, lo splendido tenore Luciano Pavarotti, la musica rock di Gianna Nannini o il gentile e amatissimo allenatore Trappattoni. Quel cliché degli Italiani allegri malgrado tutto è sempre stato molto diffuso fra i tedeschi: valeva anche per la mia personale biografia, poiché sono cresciuto in una piccola città del Nordovest, dove i primi stranieri erano i camerieri italiani di una gelateria. Sempre allegri, sempre gentili, parlavano tedesco con un accento strano e divertente. Questo atteggiamento verso gli italiani non si è mai interrotto in Germania, nemmeno nei primi  giorni della Corona-Crisi.  BILD, il giornale boulevard più diffuso in Germania, aveva pubblicato una decina di giorni fa, una pagina intera dedicata solo agli italiani che piangono migliaia di morti a causa del virus orrendo. Lì si leggeva: ”Ciao Italia. Ci rivedremo presto. A bere un caffè o un bicchiere di vino rosso. In vacanza oppure in pizzeria. Italiani, siamo con voi.”

Ma oggi, e sono passati solo pochi giorni, l’attuale Realpolitik della Germania verso gli amici italiani in crisi è diventata diversa, molto diversa. Appena la pandemia è arrivata anche in Germania, con un po’ di ritardo rispetto all‘Italia, il vento della grande amicizia è cambiato profondamente nell’opinione pubblica. Si è iniziato a sentire sempre più spesso, con il ritmo di un rosario: “Non vogliamo una situazione come in Italia“. Una frase che sintetizza quella parte di sentimento negativo che accompagna da sempre il cliché positivo dell’italiano allegro.

Quando le cose vanno molto male (e non solo nel contesto dell’attuale pandemia) tra tantissimi tedeschi, sia al vertice della classe politica, sia nei media, sia tra la gente comune della strada, circola e si ripete sempre la stessa frase: “Non dobbiamo fare le cose come le fanno gli italiani“.
Questo pregiudizio non è un osservazione meramente folkloristica (pregiudizio che in forma diversa esiste anche in Italia contro i Teutonici), ma si concretizza in una proposta di politica fiscale dura, chiusa, tutta indirizzata a difendere gli interessi propri, contro i non tedeschi, anche se costoro, come gli italiani appunto, fanno parte di un stato fondatore dell’Europa d’oggi.
Dire ‘Deutschland zuerst (‘Prima la Germania’) è per i tedeschi, a causa della storia del nazismo, giustamente un tabù. Neppure qualcuno della estrema destra direbbe quello slogan in pubblico. Ma il leitmotiv della politica reale, soprattutto della politica fiscale, in Germana, è sempre un modo per blindare l’economia tedesca, quella delle Grandi Banche, di Mercedes, di BMW, e di Volkswagen. Sono loro ad essere diventati, durante gli ultimi anni del boom, i veri sovrani della politica tedesca. Ne Schröder, il cancelliere del Centro Sinistra, né Angela Merkel, la cancelliera del Centro Destra, potevano e possono fare qualcosa in politica senza l’approvazione da Wolfsburg (VW), da Stoccarda (Mercedes), da Monaco (BMW) o da Francoforte (sede della borsa e delle grandi banche tedesche).

Contro questo blocco di potere è cresciuta negli ultimi anni anche una opposizione nuova: da parte della sinistra e pro Europa, i Verdi, molto forti soprattutto nelle grandi città della Germania Ovest, da parte dell’estrema destra, l’AfD (Alternative für Deutschland), forte soprattutto nella Germania dell’Est. Il partito dei Verdi respinge il ‘Fiscalnazionalismo’ (Philipp Ther) della Grande Coalizione contro l’Italia e la Spagna, ma davanti al ‘matrimonio di fatto’ fra Realpolitik e grandi aziende a Bruxelles, i Verdi non contano molto. Per l’estrema destra invece, la Merkel o la  Von der  Leyen sono rappresentanti odiati di una politica troppo molle verso gli emigrati e anche verso quegli Stati del Sud Europa che non sono in grado di curare il proprio sistema sanitario (vedi la diffusione dell’epidemia) e di eliminare la corruzione nello Stato.

In ogni caso, al di là delle simpatie ed antipatie dell’opinione pubblica tedesca, al di là delle opposizioni di destra e di sinistra, in questo momento storico buio e molto incerto per tutti i paesi d’Europa, cresce anche in Germania un malumore diffuso, che ha trovato voce soprattutto fra i tanti intellettuali, artisti, musicisti, giornalisti, scrittori, scienziati. Al centro delle loro preoccupazioni non è la Germania, né l’Italia o la Spagna, ma l’Europa. Per loro (firmatari di un appello per il Coronabond lanciato anche dalle pagine di questo giornale [Qui]), l’Europa fondata dopo la Guerra era, e resta ancora, una roccaforte contro la rinascita di un nazionalismo che ha distrutto la civilizzazione umana e democratica del Continente, con conseguenze che si sentono ancora oggi. Come europei abbiamo un grande bisogno di una politica comune per risolvere i danni enormi causati dallo tsunami Covid19.
Grande ed emozionante è stato lo spettacolo delle canzoni sui balconi, nobili sono gli atti di Caritas e dei tanti che sono in prima linea nella lotta contro la pandemia, ma per salvare non solo le vite ma anche i valori fondamentali d’Europa ci vuole di più. Per gran parte dell’elettorato tedesco l’Europa è troppo importante anche nel gioco dei grandi poteri globali per lasciarla ai nazionalisti, ai populisti d’ogni genere e ai Big Boss dell’economia capitalistica.

 

IRROMPE NEL MONDO L’INVISIBILE
Questa scienza ha fallito: per un mondo nuovo, serve una nuova scienza

In questi ultimi giorni molti sostengono che dobbiamo fidarci della Scienza. Io, però, vorrei porre una questione. Cosa vuole dire fidarsi della scienza? La scienza è una disciplina umana e come tale  fallibile. Dopo tutto oggi è particolarmente evidente: assistiamo in modo quasi distopico a svariate conclusioni, per niente univoche, sulle grandi questioni contemporanee, malattie, pandemie,  disastri ambientali, crisi climatiche etc.

Ebbene dunque cosa vuole dire fidarsi della scienza?  Personalmente diffido di quella scienza che ha fatto del  materialismo scientifico  il suo orizzonte fino a enunciare che solo ciò che ha un peso, che si tocca, che si vede, esiste. Un’idea meccanicistica del mondo, dei nostri stessi corpi, che cancella dal reale  il valore dell’invisibile. Come donna so bene che l’invisibile prende corpo nel mio corpo per rispondere all’imperativo della continuazione della specie. Prende corpo dentro al nostro corpo e dà la vita. Dunque per me ciò che non è visibile è importante tanto quanto ciò che è visibile e fa parte della realtà.

E allora chiedo, a chi mi intima che mi devo fidare della scienza, di quale scienza mi devo fidare? La scienza che è riuscita a mettere al centro della sua ricerca la narrazione dei corpi e del mondo come fossero solo oggetti meccanici? Quella scienza che oggi invita uomini e donne a ‘donare’ sperma e ovuli, in nome della ricerca per perseguire il sogno onnipotente dell’uomo perfetto?  e poi, andando  oltre,  che invita le donne a ‘donare’ ( immettere sul mercato) la loro  salute , il loro  tempo, il loro ecosistema interno e il loro  potere riproduttivo narrandolo come puro  atto di amore? Questa scienza main stream, ovviamente unitamente ai guru dell’economia, ha indicato ai potenti della terra  il mercato dei corpi come ultima frontiera conquistabile per un capitalismo che altrimenti collasserebbe, nello stesso modo in cui ha indicato la via dello sfruttamento indiscriminato  della natura come unica strada per dare da mangiare a tutti. Questa scienza non vede l’evidente: ha accettato, pur di perseguire il controllo sul tutto e in nome del progresso,  che la vita invisibile, come quella che  viene al mondo dentro un corpo di una donna, venga deliberatamente e violentemente staccata  dal ventre materno, dal suo ambiente. Questa stessa scienza è quella che  non pensa che la terra sia un organismo vivente, e l’umanità cellule viventi dentro a un grande grembo vivente.

Oggi, però, irrompe nel mondo l’invisibile e ci intima uno stop. Chiede a tutti noi di metterci in attesa per dare luce a un altro mondo, più sostenibile , più solidale, più umano, in una parola: vivente.  E, curiosamente, senza essere una scienziata , questo stop mi risuona nel profondo. Dunque, oggi più di prima il mio sguardo si rivolge a quegli scienziati e a quelle scienziate che lasciano spazio, nel loro orizzonte, all’invisibile; che lo contemplano con umiltà e cercano di aiutare l’umanità a orientarsi nel mistero della vita senza dogmi materialistici alle spalle. Molti di questi scienziati però sono tacciati di eresia e addirittura radiati dai loro campi di studi perché non in linea con certa ‘Scienza’.

Dunque torno a porre la questione, cosa vuole dire fidarsi della scienza? Perché io la mia scelta l’ho fatta; mi fido di quella aperta al mistero del vivente, una scienza che non smette di interrogarsi, consapevole di essere in cammino, e che ha il coraggio di cambiare assunti che fino a ieri sembravano verità assolute ma che oggi sono crollate miseramente.

DI MERCOLEDI’
L’Arminuta … ecologia e solidarietà

Non c’è che L’Arminuta per compensare il vuoto. Anche questo mercoledì la piazza del mio paese è deserta, non ci sono le vocianti bancarelle del mercato e la regola dominante rimane il distanziamento sociale. In realtà la regola numero uno è “Restate a casa”. Resto a casa e riapro L’Arminuta, il romanzo con cui Donatella di Pietrantonio ha vinto il Premio Campiello nel 2018. Uno di quei libri in cui mentre leggo e capisco che è perfetto divento ancora più vigile. Ingaggio con l’opera una sfida sotterranea: scorro le pagine, seguendo la storia ma sotto, più in profondità, controllo la forma, la sua orchestrazione, le scelte lessicali ed il ritmo, la potenza definitoria di ogni vocabolo, le combinazioni. Alla fine vince lei.

Ma andiamo con ordine. Non è per la scrittura ineccepibile che ho pensato a questo terzo bellissimo romanzo della Di Pietrantonio. La parabola di vita che vi si profila  mi è sembrata funzionale  a tante riflessioni sul presente che leggo dai giornali o sento nei dibattiti infiniti alla tv. Sono le proiezioni sul futuro che vivremo a farmi di nuovo avvicinare al libro. Al centro della storia c’è un regresso, un processo di peggioramento per la vita della protagonista: ecco la prima somiglianza col nostro presente. Abbiamo cambiato di colpo abitudini e convinzioni; lo spazio vitale coincide con la nostra casa e poco altro. Se c’è una parola che può riassumere la vita che facciamo è ‘rinuncia.

L’arminuta ha tredici anni e all’improvviso viene restituita, questo è il significato della parola nella parlata abruzzese, alla sua vera famiglia. Dalla bella casa in città, dove ha vissuto fino al giorno prima come figlia unica di una coppia borghese, il padre carabiniere la conduce in un paesino dell’entroterra di Pescara e la lascia coi suoi bagagli, “una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse”, dentro la casa povera dove vivono i suoi veri genitori e i fratelli che lei non ha mai saputo di avere. “La madre” e “il padre”, così per tutto il romanzo chiamerà i genitori che ora conosce e che non la baciano, non l’abbracciano, privi di qualunque comunicazione affettiva. Il padre lavora in una fornace e i soldi che guadagna non bastano a mantenere la moglie, i due figli maschi che sono già adolescenti, il terzo maschio solo nominato per la sua vivacità, la piccola Adriana che aiuta la madre nei lavori di casa ed è una bambina già adulta, l’ultimo nato Giuseppe, che ha pochi mesi di vita e manifesta i segni di un ritardo mentale e ora la figlia restituita da una cugina materna e dal marito, che se l’erano presa e portata a vivere con loro quando aveva solo sei mesi.
La casa è piccola, i figli dormono in un’unica stanza e  Adriana divide il letto con la sorella appena arrivata,  la restituita di cui non viene detto il nome. Lascio dire a lei, che narra la sua storia in prima persona, come sono le prime notti e i primi giorni nella nuova famiglia. Non è stato preparato il letto in attesa del suo arrivo: “Domani vediamo, aveva detto il padre, ma poi si è dimenticato. Io e Adriana non gli abbiamo chiesto niente. Ogni sera mi prestava una pianta del piede da tenere sulla guancia. Non avevo altro, in quel buio popolato di fiati.”
“Mi sono impegnata a pulire, quello non era difficile.. ..Le faccende che mi chiedeva di sbrigare non erano molte, in confronto a quelle di Adriana. Forse mi stava risparmiando, o forse si dimenticava che c’ero. Di sicuro non mi riteneva capace, e non aveva torto. A volte nemmeno capivo cosa ordinava, in quel dialetto veloce e contratto”. In città la sua vita era trascorsa tra la scuola, le amicizie, la danza. A questo pensa con dolore  quando comincia a darsi da fare per essere di aiuto in casa, dovendo rimanere lì dove è stata riportata, con la motivazione che sua madre (quella di città) è seriamente ammalata. Non capisce nemmeno la lingua che si parla in quella casa.

Anche noi ora viviamo in una casa, la nostra, che ci appare diversa, con risorse, angoli o passatempi che non sapevamo che avesse. Anche la nostra lingua si sta modificando, pensiamo ai termini finora poco usati che sono spuntati come funghi sulla bocca degli esperti intervistati dai media. Ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo: – E se fossi ‘un asintomatico’?- E intanto ci atteniamo alle ‘regole draconiane’ imposte dalla ‘pandemia’ e non sfuggiamo (come sarebbe possibile?) alla ‘infodemia’ del momento. E ora che la protagonista ci travolge col suo spaesamento cosa verrà fuori dalla sua storia? E dalla nostra clausura forzata, dalle nostre rinunce cosa risulterà? Ne usciremo peggiori o migliori di prima?

L’arminuta impiega mesi a entrare nelle dinamiche affettive dei suoi familiari, specie i fratelli. Adriana è il suo sostegno, è quella che le insegna a vivere nella povertà ma che le trasmette anche slanci e piccole felicità. In una delle anticipazioni sparse nel libro la protagonista dice che la somiglianza tra loro due, evidente quando erano piccole, dopo vent’anni non si sarebbe notata quasi più. Dunque  ce l’ha fatta. E’ entrata poco a poco nel cuore della  famiglia e la famiglia in lei; ha sofferto per la morte tragica del fratello maggiore; è rimasta a vivere nella stessa casa, pur continuando gli studi a spese della madre di città, la madre ricca. Adalgisa, questo è il suo nome,  non è mai stata ammalata: si è separata dal marito e si è sposata con un altro uomo, avendo anche un figlio da lui.
L’arminuta va a trovarla alla casa sul mare che era stata anche la sua casa. La accompagna Adriana, sempre solidale e preziosa nelle giornate faticose là in paese, e oggi pronta all’avventura di andare una volta tanto in città. Alla protagonista la casa  sembra uguale, ma anche irrimediabilmente cambiata, anche se ad essere cambiata è prima di tutto Adalgisa, felice di avere lì la “figlia”, ma al tempo stesso incerta e soggiogata dal nuovo marito.
Nell’andare via dalla città l’arminuta regala il mare ad Adriana, che non lo conosce. Il libro si chiude sulla scena del bagno che fanno insieme: sono di fronte le due sorelle e l’acqua arriva al petto di una, al collo dell’altra. L’una, l’arminuta, ha appena compreso qual è il suo posto e si è lasciata alle spalle la madre di prima, dell’altra, di Adriana, dice  una cosa bellissima, la definisce “un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”. E ammette: “Da lei ho appreso la resistenza”.

Ripongo il libro e mi dico che siamo anche noi messi alla prova nel nostro romanzo di formazione e abbiamo la possibilità di uscire dalle peripezie di oggi con una nuova consapevolezza. Per l’eroe di tanta narrativa è la consapevolezza dei propri limiti e della raggiunta maturità, per noi della necessità di ridimensionarci e di un bel po’ di altre cose. Le due più importanti è meglio non ripeterle qui, le ho messe nel titolo e lì devono stare, prima di ogni altra parola.

NON SENTO INCROCIAR DI SPADE
E non capisco questa guerra alla parola ‘guerra’

Diverse voci in questi giorni si sono levate a deprecare l’uso della parola ‘guerra’ a proposito della pandemia prodotta dal Covid-19. Sarebbe pericoloso e fuorviante, perché la parola guerra, insistentemente ripetuta, è destinata a diffondere un pericoloso clima bellico di contrapposizione, anziché alimentare i sentimenti di responsabilità e di solidarietà di cui ha bisogno ora il paese.
Perfino uno come Gesù Cristo usò termini violenti e, se vogliamo, anche inappropriati per un contesto che voleva significare la lotta contro il Male e contro Satana. Non sappiamo se effettivamente parlò così, o se queste parole gli sono state messe in bocca dagli evangelisti: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.” (Mt 10,32).

Da tempo all’uso semantico e sintattico delle parole si è aggiunto quello pragmatico, quello perlocutorio, per dirlo con Austin e Searle. Pertanto la scelta di una parola forte come guerra ha la sua giustificazione nel fine comunicativo di indurre tutti i cittadini a comprendere la pericolosità del momento e a combattere tutti insieme il nemico comune. E del resto perché mai edulcorare la realtà in un paese che, segregato nelle case, ogni giorno conta migliaia di vittime, con la sanità in trincea, sì ‘in trincea’, per difendere le nostre vite.
Mi sembra un esercizio futile, da chierici vaganti, da bacchettoni del linguaggio quello di preoccuparsi in questo momento di censurare una parola e di additarne un uso strumentale. Come se il termine guerra fosse, nella volontà di coloro che hanno dato inizio all’uso, un messaggio subliminale volto a renderci più violenti, o ad assuefarci all’idea di una guerra prima o poi.

Del resto lo spettro semantico della parola guerra è così ampio da comprendere diverse accezioni e sfumature. È sufficiente consultare un buon dizionario per rendersi conto che con la parola guerra si vuole significare la ‘lotta di forze contrastanti’, ad esempio la lotta dell’uomo contro gli elementi naturali e comunque tutte le azioni che mirano a rendere inefficace qualcosa. Esattamente quello che si sta facendo nel paese dall’inizio dell’epidemia. Se seguissimo il ragionamento di coloro che osteggiano l’uso della parola guerra, dovremmo pure condannare l’ossimoro della ‘lotta nonviolenta’ per la pace. Per i paladini anti bellum, termini come ‘pandemia’, ‘malattia’, ‘contagio’, ‘emergenza’ dovrebbero essere sufficienti al vocabolario del lessico, per descrivere questi giorni e il nostro impegno a debellare (ecco che ricado nel termine ‘guerra’) le cause di questa tragica parentesi della nostra vita.

Pandemia, malattia, contagio, emergenza sono tutti sintomi non sono le cause; la lotta intrapresa è appunto la guerra alle cause, che devono essere combattute, e quando si combatte si conduce una guerra, non il corpo a corpo della lotta, ma in questo caso con le armi della ricerca e della scienza. Allora anche l’uso del termine ‘armi’ a proposito di scienza e ricerca è inopportuno per i suoi rimandi. Il nemico va sconfitto, e per riuscire a sconfiggerlo bisogna combattere, che significa prendere parte attiva a una ‘lotta armata., Si combattono i virus e le malattie, è una guerra che non deve turbare gli animi troppo sensibili, perché si conduce con le armi della medicina.

In questo momento i sofismi non ci aiutano, all’appello è chiamata tutta la nostra intelligenza e la nostra forza d’animo. E che ci sia qualcuno, che pensa di vivere in un paese di sottosviluppati che non sanno attribuire significato alle parole a seconda del contesto in cui vengono usate, mi preoccupa molto di più dell’uso della parola guerra.
Il concetto di guerra non è la sua rappresentazione, non è la ‘guerra di religione’, come non è i ‘conflitti mondiali’. I significati sono quelli che noi attribuiamo alle parole nella costruzione della realtà, nella narrazione che ne facciamo. Adesso non si racconta di guerra ma semmai di ‘peste’, quale tra le due sia la peggiore nella portata semantica ed evocativa, nella diffusione del terrore, è difficile da stabilire. Comunque non si sente incrociare di spade o esplosioni d’armi, è invece un fiorire di citazioni dalla Tebe di Edipo al Decameron, da Manzoni a Camus, fino a Cecità di José Saramago.
In altre parole, più che nutrire spiriti belluini, questa guerra aiuterà qualcuno a farsi una cultura.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Il tempo circolare: i segreti e la lezione dei criceti

In un tempo lontano ho avuto a che fare con quelle bestioline chiamate criceti che era molto comune allevare in molte case ferraresi. Quello che mi affascinava era la presenza di una ruota all’interno della gabbia che come spiega Wikipedia ha una sua funzione precisa:
“La gabbia per un criceto nano (russo) (siberiano) deve essere di almeno 75×47 cm mentre per i roborosky, i dorati e i cinesi almeno 120×60. È essenziale la presenza di una ruota (20 cm per i siberiani e i russi, 28 cm per i dorati, roborosky e cinesi), perché si mantengano fisicamente in salute e di una tana per dormire.”
M’incantavo a vederli muovere con impegno la ruota, anche se la loro fisicità mi procurava un leggero imbarazzo, ma ancor più mi sorprendevo a pensare che quella ruota, che essi giravano con tanto impegno, creava uno spazio/tempo circolare e che, quando improvvisamente la abbandonavano, la dimensione spazio-temporale si fermava e quel che restava a loro era un presente assoluto.

Mentre compio il mio consueto giretto per casa in questi momenti della fase 2, ‘il pianoro’, come si dice usando una metafora paesaggistica, in cui è necessario non trasgredire ai severi provvedimenti per abbattere l’orribile virus (quello che la raffinata amica e grande linguista Portia Prebys mi suggerisce debba essere chiamato come in Inghilterra walk about) mi si presenta la condizione del criceto. A nulla serve per uscirne di pregustare gli impegni più interessanti che mi aspettano: scrivere questo Diario, affrontare il saggio su Magris, telefonare all’universo mondo, chiamare in video conferenza gli amici del cuore e i pronipotini, aprire il cd Steinway Legends rimasto inspiegabilmente inascoltato della mia Martha Argerich.
Mi fermo e rendo così il tempo un eterno presente senza passato e tantomeno senza futuro. Come un criceto che smette di girare la sua ruota. Sarà la mia reale condizione di vecchio che si prepara a sospendere il tempo? Per sempre?

Non è che ogni giorno rifletta sulla mia somiglianza con i criceti. Fossero almeno i miei adoratissimi pelosi cani, o in seconda scelta i gatti, lo tollererei. Ma i criceti….! Eppure questo è ‘ciò che passa il convento’, come sentenziava nonna Adalgisa, mettendomi davanti, io bambino, l’orrenda zuppa di cavolo tra le non amate verdure la più odiata.
E’ dunque meglio pensare ai segreti, una delle mie fissazioni da sempre. I segreti amatissimi che ho sempre adorato divulgare e che ovviamente non sono i ‘veri’ segreti, che non si confessano nemmeno a se stessi, oppure son tali da diventare materia di scrittura per il solito inesorabile principio di credersi helas! scrittore.

Il mio romanziere preferito in questi mesi si chiama Eshkol Nevo, che in L’ultima intervista (Neri Pozza, 2019) tra verità e fantasia spiega cos’è un segreto tremendo di cui il protagonista viene a conoscenza. Narra di uno scrittore famoso di polizieschi, lo svedese Axel Wolf, che viene trovato quasi morto nella sua camera d’albergo e da lui viene soccorso. All’ospedale incontra la moglie di Wolf, Camilla, alla quale chiede cosa significhi una frase che Axel pronunciava in continuazione. La moglie glielo rivela, ma gli dice che sarà costretta ad ucciderlo, perché a sua volta non lo sveli. E’ un segreto, terribile, ma ovviamente non lo spiattello qui per rispetto alla trama del libro. Ma invece è importante commentare, sentendo la rivelazione di Camilla, la sua interpretazione sul significato del segreto. Rivela la donna a p.369:
“Questo mi sembra veramente importante. Affrontare cosa debba essere la consapevolezza del segreto. E tutto il Novecento si nutre di segreti: da Proust a Joyce e soprattutto D’Annunzio, che non esita orgogliosamente di intitolare parte de Le faville del maglio:Secretum’, ponendosi in rapporto diretto con il primo e forse più straordinario custode e diffusore al tempo stesso del segreto, Francesco Petrarca“.

Ma i miei lettori l’avranno già intuito: io propendo per ‘i segretucci’, quelli cioè che sono di necessità svelabili. Sono l’essenza stessa di ciò che chiamiamo ‘cicaleccio’, ‘chiacchiericcio’, il ‘parlar improprio’, quello che è così straordinariamente diffuso tra i politici che ha dato luogo a ciò che la Treccani definisce ‘cicalecciocrazia’, cioè l’improvvisazione sul dilungarsi a parlare seriosamente di ciò che non si sa. E naturalmente gli esempi recenti sono così evidenti, che sarebbe un altro ‘cicaleccio’ esibire i nomi.
Tra costoro che sono poi i più attenti a parlare, usando quei neologismi di cui già riferimmo nel Diario precedente, quelli che fanno più male sono quelli usati dai politici, che s’intromettono nelle decisioni dei provvedimenti assunti dagli specialisti. Nascono così le storie più incredibili: dal virus prodotto in laboratorio, che sfugge al controllo degli scienziati all’uso della mascherina, dei guanti, del tampone. E in questo campo le storie, le rivelazioni, diventano oggetto di possibili e straordinarie novelle o racconti.
Allora rimando ad un delizioso spot dove la dottoressa di turno insegna, con fare suadente e convincente, come si sanificano le mascherine per riusarle, visto la quasi introvabilità delle stesse.
Ma in fondo, in fondo meglio rivelare i ‘segretucci innocenti’ come, ad esempio, che non avevo comprato le paste perché me ne ero dimenticato, mentre ne avevo fatto una scorpacciata terrificante e non lo volevo dire. Poi si sa amor vincit omnia alla fine ho confessato.

 

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