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DIARIO IN PUBBLICO
Poltrone e posizioni

 

Una bellissima foto del raduno dei grandi in Cornovaglia per la foto ufficiale [Qui], con in mezzo the Quenn Elizabeth dà la visione plastica dell’importanza dei partecipanti. A lato della sovrana sulla destra del riguardante Johnson e dopo di lui Biden. A sinistra Macron e accanto a lui la Merkel. In piedi tra questi due Ursula von der Leyen e alla sua destra il ministro giapponese Yoshihide Suga. Quasi dietro la regina l’altissimo Justin Trudeau per il Canada quindi Mario Draghi e infine per l’Ue Charles Michel. La regina si è lasciata andare a un bon mot tipico della tradizione inglese “dobbiamo fare finta di divertirci?” che molto ci dice sullo spirito inglese.

Quale è stata la scelta delle posizioni?

Probabilmente si tratta di una sottile strategia che dovrebbe mettere in luce in che modo il vertice si rapporta con i maggiori rappresentanti del raduno. E lo dimostra la posizione di Biden (invitato) che siede all’estrema destra della fila di seggiole. Ancora una volta la vista supporta il discorso non detto e i gesti assumono un carisma che probabilmente viene indotto dalla lettura che ne viene fatta.

Tuttavia non sono quelli i rappresentanti del potere, ma lo sono i fantocci che attraverso una serie conosciuta solo a coloro che frequentano il calcio conoscono e apprezzano gesti, sudori, puzze e strofinamenti oltre naturalmente il gioco con le sue regole. L’uomo e la donna di media levatura giù, giù a scendere, s’identificano con questi ragazzotti, il cui potere mediatico e ideologico ha superato ogni confine di dignità e di consapevolezza.

E che nell’ignobile deturpazione della facciata dell’antica chiesa di San Giacomo in via del Carbone a Ferrara si legga “Maradona vive” ce la dice lunga sulla grandezza italiota. Se è vero – ma la leggenda fa parte della verità – che uno qualsiasi di loro abbia fatto una festa a Skorpios, lasciando 30 mila euro di mancia, ci rendiamo conto dove batte il cuore degli sportivi e non solo.

Così tra gesti scaramantici, ululi, asciugamenti di faccia, abbracci, saltelli tutti insieme appassionatamente, ecco dalle cronache sportive riappare il verbo magico: ‘soffrire’. Non appariva nemmeno nelle cronache dei peggiori momenti della pandemia; ma oggi un giornale nazionale così titola la vittoria «Agli europei soffre, lotta e vince 2-1 con l’Austria nei supplementari. Una lezione per il paese che da domani torna alla normalità». E in grandissimo: «L’Italia che ci piace». Però! Il Corrierone scrive «Cuore e grinta» e ancora «Sofferenza e felicità».

Poi a qualche pagina di distanza una delle confessioni più straordinarie del mio carissimo amico Riccardo Muti, su cui tornerò in un prossimo Diario. Qui basti il titolo: «Muti: “Mi sono stancato della vita. I direttori gesticolano e studiano poco» [Qui]. E alla domanda se crede in Dio, ad Aldo Cazzullo che lo intervista, dà questa strepitosa risposta: «Sento che l’universo è attraversato da raggi sonori che arrivano fino a noi; ed è la ragione per cui abbiamo la musica. I raggi sonori che hanno attraversato Mozart sono infiniti». Altro che inseguire una palla e ‘soffrire’! Sono consapevole che queste note amare diminuiranno la stima dei miei cinque lettori. Ma come diceva un grande “Ad ognuno il suo”. Ed il mio non passa attraverso la sofferenza di una palla.

Notizie stimolanti ci arrivano frattanto dal Palazzo. Le lettere, i fatti, gli intrighi dell’odierno governo ferrarese lasciano un sapore di deja vu. Ascolto con interesse anche le proteste della parte avversa, quella che un tempo consideravo mia. Ma non mi convincono. Vedo anche con tristezza consumarsi il ruolo delle associazioni culturali sempre meno incisivo. E mi domando se quel poco o molto che ho fatto per questa città sia un rimprovero o una dimenticanza.

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DIARIO IN PUBBLICO
Scarpe e balene

 

Vorrei iniziare l’articolo titolandolo ‘Scarpe e balene’. Si tratta di configurare il ‘ritmo’ delle scarpe dei leaders che in Cornovaglia si apprestano alla foto di gruppo dei potenti del mondo e, accanto a questa indicazione visiva, l’incredibile vicenda della balena che a Cape Cod in Massachusetts ha ingoiato un pescatore e lo ha risputato, perché forse ritenuto da lei stessa indigesto.

Commenta La Repubblica: “IN BOCCA alla balena! La crasi fra due dei più celebrati esclamativi beneauguranti di cui tradizionalmente disponiamo, è riuscita a un americano che si chiama Michael Packard. Ha cinquantasei anni, vive al nord della East Cost, nei paraggi di Provincetown, (Massachusetts), sulla punta adunca della baia di Cape Cod, dove impiega il suo tempo nel settore aragoste. Più precisamente è considerato un espertissimo pescatore subacqueo, forse l’ultimo veterano di un mestiere attualmente considerato un po’ troppo duro e pericoloso.”[Qui]

Come Giona o Pinocchio – quando si dice che la ‘realtà’ inventata è più vera di quella cronachistica! – il pescatore viene espulso dalla bocca del cetaceo, che non gradisce l’intrusione di un umano nella sua bocca. Ho vissuto in quei luoghi e so quanto quel paesaggio riesca a trasformare la capacità cronachistica in utopia e letteratura.

Dunque. La più straordinaria immagine è quella dei capi di Stato che, con passo marziale, tenendo per mano le loro compagne, salvo la brava Merkel che cammina da sola, vengono ritratti in atteggiamento guerresco, come se dovessero affrontare chissà quale lotta per la sopravvivenza e si dirigono tutti verso la linea del mare. Importante è seguire la sequenza delle scarpe. La severità di quest’ultima è ribadita dal lucore delle scarpe degli uomini accompagnati dalle vezzose scarpette delle mogli e fidanzate. Una, da sola, avanza con qualità e stile: la Merkel.

Dove sta allora il riferimento simbolico dell’avanzata delle scarpe? Probabilmente dalla visibilità di un particolare fisico, che assume significato simbolico. L’idea che il potere possa esprimersi anche con la lucidità delle scarpe e con l’uso di ciò che i piedi sanno dire, attraverso il loro abbrancancarsi al suolo esprime il senso della radicamento al suolo.

Tutto questo è bene espresso da un articolo apparso sull’Espresso della settimana scorsa, in cui si rimarca che il piede rappresenta il momento di agganciamento al suolo e quindi in qualche modo esprime la possibilità di riuscire a dominarlo. Le scarpe dei leaders sono dunque l’immagine di un dominio che si esercita sulla terra.

L’altro momento è rappresentato dalla incredibile avventura del pescatore del Massachusetts ingoiato dalla balena. Qui l’immagine simbolica propone pena e salvezza per chi osa scontrarsi col mostro. I riferimenti a Moby Dick sono talmente evidenti da suscitare il sospetto di una colossale bufala. Non a caso i luoghi sono quelli dove si svolge l’immane lotta tra il mostro e l’uomo, ma evidentemente la realtà dell’immaginazione coincide con quella della cronaca.

Ecco allora penso quanto sia mediocre la cronaca cittadina che ci parla di lettere minatorie, di espressioni di amore, intellettuali o meno, che agitano il campo politico, così come ancor di più la violenta polemica che ha coinvolto il critico Vittorio Sgarbi, l’assessore Marco Gulinelli e alcune tra le associazioni culturali ferraresi. Queste ultime si erano offerte di aiutare a comprare i disegni di un pittore settecentesco, un tempo appartenuti alla Biblioteca Ariostea e poi scomparsi; contestavano al critico l’acquisto dei disegni, ora ricomprati dal presidente di Ferrara arte, che li collocherebbe all’interno del rinnovato Museo di Schifanoia. Tuttavia le infelici e mediocri dispute ci rendono purtroppo compartecipi di un clima assai poco credibile per il concetto stesso di una città, che è vissuta e dovrebbe vivere d’arte e di cultura.

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SCHEI
Recovery Fund: dai Mister No alle Wonder Women

Recovery Fund: imperversano ovviamente le reazioni alla più importante trattativa tra Stati europei del secondo dopoguerra – o, se preferite, della prima guerra batteriologica della storia. Inizio citando l’europarlamentare della Lega Gianna Gancia, moglie di Roberto Calderoli, che scrive su Twitter (rivolta a Salvini e Meloni): “Che spieghino agli italiani da dove avrebbero preso i soldi loro”. Lodevole manifestazione d’indipendenza intellettuale. Parliamo dell’ex presidente della Provincia di Cuneo, leghista della prima ora. Giorgia Meloni, peraltro, da paracula-mica-scema-romana, afferma adesso che “Conte si è battuto” e che “l’Italia esce in piedi dalla trattativa”. Di Ursula Von der Leyen e del suo piglio e linguaggio nuovo ho già parlato: è stata la prima a chiedere scusa all’Italia e a cambiare l’atteggiamento della Commissione Europea verso di noi, i più colpiti economicamente dall’epidemia, ma perché siamo stati i primi a chiuderci a chiave. E di questa scelta si coglie tutto il drammatico valore adesso, che negli Stati Uniti le persone stanno cadendo come mosche e in Brasile si comincia a parlare di genocidio commesso dal proprio Presidente. Le due nazioni che più di ogni altra hanno rubricato per mesi la pandemia al rango di febbriciattola.

Ma la vera protagonista del cambio di passo è stata Angela Merkel, cancelliera di Germania. La ragione è molto semplice: se non fosse stata la Germania (la nazione di maggior rilievo economico dell’Unione) a cambiare atteggiamento verso l’ipotesi di un debito europeo mutualistico e condiviso (perché questo è il Recovery Fund), gli equilibri non si sarebbero mai modificati. Se lei non avesse spostato letteralmente il peso della Germania dai paesi cosiddetti “frugali” – con gli altri, visto che ad esempio i Paesi Bassi hanno il più alto debito privato pro capite dell’area, e sottraggono miliardi di euro di entrate fiscali ai paesi vicini con il loro dumping  – verso i paesi ad alto debito pubblico ma anche alta responsabilità sociale, come Italia (soprattutto), Spagna, Portogallo e Francia, questo accordo non sarebbe stato possibile. Non vogliamo annoiare con i numeri (li potete trovare un po’ dappertutto in questi giorni), ma non credo possa essere disinvoltamente e sbrigativamente definita una “fregatura” il fatto che più di un quarto delle risorse nuove stanziate andrà all’Italia. Non importano le ragioni che hanno spinto la Merkel a cambiare idea: a volte un sano egoismo da politica navigata, che può passare alla storia come l’affossatrice dell’Europa unita o come la sua salvatrice e sceglie la seconda strada (e non ce n’era una terza), è il veicolo che trasporta un concetto di solidarietà tra nazioni diverse e lontane culturalmente, socialmente, economicamente; nazioni che si ritrovano a firmare un compromesso fondato sull’idea che nessuno si salva da solo, e questa volta la frase non suona stucchevole, perché si tratta della pura verità.

Naturalmente le incognite sul campo rimangono tante. Ci sono delle condizionalità, c’è un ruolo lasciato al Consiglio europeo (i singoli Stati) anziché alla Commissione Europea nel valutare le riforme dei singoli paesi beneficiari. Ma è caduta l’idea che uno Stato singolo possa mettere il veto sulla destinazione dei denari: si decide a maggioranza. A questo punto tocca a noi. Il premier Conte ha dimostrato capacità negoziali niente affatto scontate: se la mettano via i sarcastici dei DPCM uno al giorno, avrei voluto vedere loro (o uno qualunque dei politici di mestiere sulla scena) a portarsi a casa un risultato paragonabile a quello che porta a casa lui. Adesso gli tocca un compito ancora più arduo, a lui e al suo fragile governo, che deve dimostrare la stessa tenuta nervosa: quello di cambiare alle fondamenta un paese che sembra immodificabile nei suoi difetti atavici. Non solo. La crisi economica più grave della storia moderna è già cominciata, e quando inizierà a mordere troppa gente (perché i soldi del Recovery non arriveranno certo a settembre) sarà già tardi, se non saranno state messe in campo misure contingenti di salvataggio (ricordiamo, rimborsabili quelle adottate da febbraio 2020) per garantire la sussistenza materiale delle persone. Dovranno essere un mix di varie cose, dalle moratorie fiscali a sovvenzioni alle persone fisiche, per fare la spesa, per comprarsi i vestiti. E’ un’impresa complessa, purtroppo, perché nel frattempo lo Stato deve incassare i soldi per la gestione corrente: che serve a pagare gli stipendi, le pensioni, l’assistenza sanitaria, le strutture scolastiche. Questo è il rischio più incombente che vedo, ed è un rischio che è capace in un baleno di distruggere anche il patrimonio di credibilità che Conte si è guadagnato. Perché quando la gente non ha più un euro in tasca tu puoi anche essere Gorbaciov (mi viene in mente lui, se penso ad un gigante politico che ha tentato un’operazione gigantesca), ma il tuo popolo se la prenderà con te.

In questo quadro, mi sembrano ingenerose le critiche di chi, anche dalle pagine di Ferraraitalia, lamenta un arretramento, una rivincita della Vecchia Europa, una vittoria dei mercatisti come messaggio di fondo dell’accordo raggiunto. In una Europa minacciata dai sovranisti, non solo nel blocco di Visegrad ma dentro gli stessi paesi del Nord, un accordo con questi contenuti è un ponte aperto per attraversare il baratro. Senza, ci sarebbe il baratro e basta. Mai come in questo caso, il meglio è nemico del bene.

Infine: sarà la pressione di questi mesi di lockdown e di paura del futuro che mi spinge ad alleggerire, e mi diverto allora a pensare ad alcuni dei protagonisti di questo negoziato come dei personaggi dei fumetti: Rutte – Mister No che viene piegato a più miti consigli da una batteria di donne combattenti: delle vere Wonder Women. Credo infatti che in questa occasione le donne forti della politica europea abbiano fornito un contributo di concretezza e pragmatismo che può essere ascritto a qualità “di genere”.

Copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

CONDOMINIO EUROPA
Un Continente di (Paesi) furbi non ha futuro

L’ideale è una casa in proprietà e fare quello che si vuole senza dover rendere conto agli altri.
Se si sta invece in un condominio perché, come nel caso dell’Europa, ci sono dei vantaggi (un mercato più grande dove esportare senza dazi, libera circolazione, moneta unica,…), non si può fare quello che si vuole.
Ma ci sono vantaggi a stare in Europa? In termini di soldi è sicuro. Le stime indicano in circa 5mila euro per abitante all’anno per i Paesi che sfruttano meglio il mercato comune (Olanda, Finlandia, Danimarca, Svezia, Germania,…) e circa 2mila euro per Italia e Spagna che sono quelli che si sono ‘specializzati’ meno e quindi sfruttano meno i vantaggi del mercato unico.
Se nessuno ci tenesse ai soldi, potremmo ritornare alle vecchie Nazioni e ciascuno potrebbe fare come vuole, ma se si tiene agli ‘schei’ allora uscire comporta un danno sicuro.

Nel momento in cui si propone da parte della Commissione Europea (su idea di Francia e Germania) un aiuto comune eccezionale per far fronte ad una crisi eccezionale (1800 miliardi di cui 750 di Recovery Found-Next Generation, di cui dovevano essere 500 a fondo perduto e 250 di prestiti a tasso bassissimo) è evidente che si apre una trattativa perché i Paesi del Nord non vogliono aiutare troppo quelli del Sud (Italia, Spagna) che sarebbero i maggiori beneficiari perché hanno avuto più morti per Covid-19 e più danni economici alle loro economie.

In queste ore. pare che si potrebbe arrivare ad un accordo in cui ci sono circa 400 miliardi a fondo perduto e 350 miliardi di prestiti (a tasso bassissimo). Questo tipo di negoziazione (ripartitoria, cioè una fetta della torta più grande per me, più piccola per te) mostra il bassissimo livello dei nostri politici di oggi. Se fossimo infatti tutti seri e ci tenessimo a stare insieme come comunità si dovrebbe cogliere l’occasione per una negoziazione win-win, in cui tutti vincono perché ci si impegna (ciascuno) a ridurre i difetti più vistosi di tutti. 3 esempi per tutti:
1 – L’assistenzialismo italiano che ha il più alto debito pubblico d’Europa (con la Grecia), la più alta spesa per pensioni e nonostante ciò introduce la quota 100.
2 – Le furbizie sui paradisi fiscali degli Olandesi che (insieme a Irlanda e Lussemburgo) succhiano solo dall’Italia 7 miliardi di imposte all’anno,
3 – le leggi liberticide e illiberali di Polonia e Ungheria che stanno in Europa solo per succhiare soldi.

Non avendo ancora gli Stati Uniti d’Europa, cioè un vero e proprio Paese federale (che consenta però ampi margini di autonomia per i singoli Paesi perché nessuno si fida –giustamente – di un nuovo Super Stato), non potendo votare a maggioranza (almeno qualificata: 55% dei Paesi e 65% della popolazione come pure si fa con Ecofin) ed essendo solo Merkel e Macron davvero intenzionati ad andare avanti, emergono i seri problemi che sono sotto gli occhi di tutti. Da qui la trattativa infinita di questi giorni (notti comprese).

Alla fine una soluzione si troverà, perché i vantaggi (economici) ci saranno per tutti e nessuno vuole davvero ‘tornare a casa’ e sfilarsi dall’Europa. Quello che si può sperare è che in futuro ciascun Paese faccia davvero le sue riforme e che la Commissione Europea metta in riga, anche se con la dovuta gradualità, tutti i Paesi, nessuno escluso..

La mia speranza è avere domani un Governo italiano che dice agli Olandesi: togliete i vostri paradisi fiscali perché noi ci impegniamo ad eliminare nei prossimi tre anni parte della nostra evasione fiscale, a ridurre il debito pubblico, ad eliminare la quota 100, ad introdurre metà-pensione metà lavoro al fine di favorire la produttività e l’ingresso dei giovani al lavoro, mantenendo le professionalità che servono al lavoro, investendo nella scuola (abbandonata da 20 anni) e sulla sanità pubblica. Allora si che potremmo essere più rispettati come italiani e avremmo più potere.

In questi giorni, sui lidi italiani, i nostri giovani sono pagati 2 o 3 euro l’ora per fare i camerieri in nero. In Usa, UK e Nord Europa, dove esiste questo stesso problema, la seconda volta che  trovano lavoratori irregolari, ti chiudono il locale per  6 mesi…invece noi diamo le spiagge gratis e non facciamo alcun controllo…
Insomma, gli olandesi saranno pure calvinisti e furbastri ma qualche ragione ce l’hanno: Il tempo delle furbizie dovrebbe essere finito per tutti…se no davvero tutti a casa, ma non per essere ‘padroni’ (o ladroni) a casa nostra (come si dice), ma alle dure dipendenze di Cina e Usa. Allora sarà davvero molto più doloroso per tutti.

DIARIO IN PUBBLICO
Il passo dei politici visti da un criceto

Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. E’ un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.” Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione. Sul passo da processione, in forma benedicente, Zingaretti e Berlusconi, imitatissimi dal sindaco ferrarese Alan Fabbri. Sul distratto, esitante, cammina Del Rio mentre con passo fermo e cadenzato procedono Toti e Zaia, molto imitati da Nicola Naomo Lodi vicesindaco di Ferrara. Altre mille e diverse forme del procedere (metafisico e non) ci offre la classe politica, soprattutto quella europea tra cui la mia scelta cade sulla Merkel, perfetta nell’avanzo, esibente maestose cime e rotondi pianori, guance, giro vita, leggermente sbilenca la postura, dovuta al fatto che sempre porge la parte destra all’ascolto. Non commento l’andatura trumpiana che definirei tronfia, come una coca cola gasatissima, munita di gambe, nascosta sotto un pagliaio.

Se dovessi commentare la mia? Beh, sarei molto perplesso perché conoscendola abbastanza capisco sia legata ai momenti della giornata. Dal lento solenne dell’alzata, al presto del bagno, all’andante mosso della vestizione e al clip clop della discesa in strada, fino a – quando si poteva – assumere l’andatura saltellante con improvvisa fermata, simile allo schiacciamento delle noci. Sempre invidiata, quella dei radical chic, posata e apparentemente distratta: purtroppo non ci riesco.

Nel mio walk about giornaliero tuttavia noto che qualcosa sta cambiando. Si fanno sempre più evidenti segni di livore, o meglio di stizza, che infarciscono i commenti nelle pagine di fb, luogo deputato allo sfogo rapido e spesso immotivato, ma anche nei commenti agli articoli pubblicati dal giornale su cui scrivo, cioè questo. Così a giuste considerazioni, o perlomeno che ritengo giuste, si accoppiano scatti spesso illogici. Una mi ha colpito, che sbrigativamente tacciava di ‘fesserie’ un ragionamento con cui non si esigeva ci fosse un accordo, ma che andava calibrato con più ‘finesse’. Ma chi son io per emettere giudizi? Se non un criceto che aspira alla dignità canina, ma che sempre più vede allontanarsi la sua aspirazione. Ora leggo inorridito che qualche scienziato prova la trasmissibilità del virus sui gatti!!! E sarà un’ulteriore ipotesi di un mondo che sarà da ora in poi tutto fondato sull’ipotesi della vita. E non è poco.

Attendo, sempre più stanco, l’appello delle 18, dove ci danno l’esatta situazione del procedere del virus, ma ora credo che sia meglio rifugiarmi come il criceto nel mio tempo sospeso, per non incorrere in quella sopraffazione del sentimento che ieri sera mi ha impedito di rivedere Il pianista di Roman Polanski perché, nel frattempo, soffocato dalle lacrime, ricordavo i viaggi a Varsavia, città amatissima dove ho trascorso indimenticabili soggiorni.

Ritorno dunque a una andatura saltellante; cerco di rompere le noci col piede, ma a volte sbaglio la mira. M’impongo, mi sforzo di stare in casa tutto il giorno ma, per fortuna ogni tanto vado in giardino ad accarezzare i petali ormai sfioriti delle mie camelie attendendo con ansia l’esplosione dei profumi dei mughetti e dei gelsomini.

LE TRE SIGNORE: QUELLO CHE LA STORIA GLI CHIEDE
Lettera aperta di una donna a Christine Lagarde, Ursula von der Leyen e Angela Merkel

Torino, aprile 2020

Alle tre donne più potenti d’Europa, da donna, vorrei mandare un messaggio per me molto importante ed urgente per il futuro dell’Europa e della democrazia nel mondo; per questo molto più importante della lotta al nazifascismo degli anni ’40.
Vorrei ricordare alle tre signore che oggi governano in Europa, che le dodici stelle della nostra bandiera rappresentano la corona di stelle della Donna dell’Apocalisse. Questa Donna, che riempie l’intero universo con la sua presenza, viene attaccata durante il parto dal drago che vuole mangiarle il figlio nascituro. La donna allora scappa dal drago rifugiandosi sulla Terra, che li custodisce entrambi.
Questa immagine nella sua forma simbolica ci dice, secondo me, che sarà la donna a salvare l’umanità, prima di tutto perché è lei che l’ha partorita e poi perché, in quel simbolo, si fa riferimento all’intera creazione, cioè al valore della vita in tutte le sue espressioni.

Vorrei suggerire a queste importanti signore che in questo momento storico c’è in gioco proprio l’umanità, tutta la sua storia e la sua forza: la solidarietà. Perché il valore è la vita umana in tutta la sua complessità di evoluzione storica. Questo valore origina la storia e genera tutte le sue conquiste.

La donna di questo ha esperienza, perché biologicamente il suo corpo è predisposto a generare. La donna sa di essere originata perché essa stessa dà origine. Quindi la sua sapienza è l’assumersi la responsabilità di tramandare alle generazioni future il patrimonio storico che ha ereditato, migliorandolo con la propria vita ed esperienza.
E’ l’esperienza che ogni donna conosce perché può partorire la vita. Inoltre nella famiglia è capace di accudire la vita in ogni sua espressione, proprio mantenendola in relazione di condivisione, di collaborazione e di responsabilità verso l’altro, che è la vera caratteristica della cultura femminile. Questo è il nostro patrimonio, forte dell’esperienza della nostra umanità.

Credo che sia giunto il momento di attingere a questo nostro patrimonio senza dover dimostrare agli uomini la nostra capacità di governare la vita e di guidare la storia, perché l’abbiamo sempre fatto. Soprattutto sappiamo che dobbiamo rendere conto soltanto a noi stesse, alla nostra umanità e alla nostra consapevolezza, perché siamo consapevoli che senza l’essere umano ogni ricchezza è vana e ogni realtà non ha nessun senso.

La responsabilità dei governanti, in questo momento di cambiamento radicale  e mondiale, è di rendersi conto che non è con la tracotanza e la prepotenza del più forte sul debole che si uscirà da questa prova, ma mettendo al primo posto il valore dell’umanità. Perciò vi chiedo di mantenere fede al progetto europeo nato dal desiderio di pace e fratellanza così forte dopo lo sfacelo della guerra. Mi sembra giunto il momento di agire da donna per l’umanità intera, questo è ciò che la nostra storia ci sta chiedendo.

Grazie per l’attenzione,

Figlia di Ernesto Baroni – partigiano nella IV Brigata Garibaldi e amico di Eugenio Curiel – Grazia Baroni è nata a Torino nel 1951. Laureata in architettura, ha insegnato per un trentennio nella scuola superiore e partecipato a vari progetti di ricerca e formazione. E’ socia e collaboratrice del Centro Culturale Nova Cana. Partecipa al gruppo Molecole, un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, provando a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nel 2020 ha iniziato una collaborazione con il quotidiano online Ferraraitalia.
Scrive Grazia Baroni: “Mi sono sempre impegnata come cittadina in ambito sociale e politico. Madre di quattro figli e nonna di cinque nipoti, anche per loro mi sento impegnata a mantenere la democrazia in Italia per poter realizzare gli Stati Uniti d’Europa, facendo così fruttare il patrimonio di libertà e benessere che mi è stato consegnato non solo dai genitori, ma anche dai padri della Repubblica.”.

 

“NON COME GLI ITALIANI”
Cosa pensavano (e cosa pensano ora) i tedeschi degli amici d’Oltralpe

da Monaco di Baviera

Forse sarà una sorpresa per tanti Italiani: in Germania, in questi giorni di feroce, quasi rivoluzionaria, ‘Corona-Crisi‘, si parla molto spesso dell’Italia, come non era mai successo negli ultimi anni. Ma questa esplosione d’interesse è molto ambigua, si alimenta di vecchi clichè e di una nuova ignoranza. Un giudizio, questo, che può essere esteso anche a tanti italiani, che della Germania ammirano la potenza tecnologica ed economica, ma non sanno nulla o quasi nulla dei problemi sociali del paese della Mercedes, di Adidas e di Angela Merkel.

All’inizio dell’epidemia emergeva l’immagine stereotipata del paese sotto le Alpi: gli italiani che sono in grado godere la ‘dolce vita’ sul balcone durante i giorni di coprifuoco; gli italiani che cantano nel cortile, O sole mio‚ Azzurro, Volare o l’inno nazionale quando, fuori dalle case in cui sono bloccati, c’è l’inferno.
Tutti i tedeschi, anche quelli che normalmente sono molto riservati, addirittura anche gli xenofobi, gli anti stranieri sempre e comunque, in quel primo periodo del contagio, hanno elogiato ‘gli amici italiani‘, che fanno pizze fantastiche, quelli che ci hanno donato il Va pensiero di Verdi, lo splendido tenore Luciano Pavarotti, la musica rock di Gianna Nannini o il gentile e amatissimo allenatore Trappattoni. Quel cliché degli Italiani allegri malgrado tutto è sempre stato molto diffuso fra i tedeschi: valeva anche per la mia personale biografia, poiché sono cresciuto in una piccola città del Nordovest, dove i primi stranieri erano i camerieri italiani di una gelateria. Sempre allegri, sempre gentili, parlavano tedesco con un accento strano e divertente. Questo atteggiamento verso gli italiani non si è mai interrotto in Germania, nemmeno nei primi  giorni della Corona-Crisi.  BILD, il giornale boulevard più diffuso in Germania, aveva pubblicato una decina di giorni fa, una pagina intera dedicata solo agli italiani che piangono migliaia di morti a causa del virus orrendo. Lì si leggeva: ”Ciao Italia. Ci rivedremo presto. A bere un caffè o un bicchiere di vino rosso. In vacanza oppure in pizzeria. Italiani, siamo con voi.”

Ma oggi, e sono passati solo pochi giorni, l’attuale Realpolitik della Germania verso gli amici italiani in crisi è diventata diversa, molto diversa. Appena la pandemia è arrivata anche in Germania, con un po’ di ritardo rispetto all‘Italia, il vento della grande amicizia è cambiato profondamente nell’opinione pubblica. Si è iniziato a sentire sempre più spesso, con il ritmo di un rosario: “Non vogliamo una situazione come in Italia“. Una frase che sintetizza quella parte di sentimento negativo che accompagna da sempre il cliché positivo dell’italiano allegro.

Quando le cose vanno molto male (e non solo nel contesto dell’attuale pandemia) tra tantissimi tedeschi, sia al vertice della classe politica, sia nei media, sia tra la gente comune della strada, circola e si ripete sempre la stessa frase: “Non dobbiamo fare le cose come le fanno gli italiani“.
Questo pregiudizio non è un osservazione meramente folkloristica (pregiudizio che in forma diversa esiste anche in Italia contro i Teutonici), ma si concretizza in una proposta di politica fiscale dura, chiusa, tutta indirizzata a difendere gli interessi propri, contro i non tedeschi, anche se costoro, come gli italiani appunto, fanno parte di un stato fondatore dell’Europa d’oggi.
Dire ‘Deutschland zuerst (‘Prima la Germania’) è per i tedeschi, a causa della storia del nazismo, giustamente un tabù. Neppure qualcuno della estrema destra direbbe quello slogan in pubblico. Ma il leitmotiv della politica reale, soprattutto della politica fiscale, in Germana, è sempre un modo per blindare l’economia tedesca, quella delle Grandi Banche, di Mercedes, di BMW, e di Volkswagen. Sono loro ad essere diventati, durante gli ultimi anni del boom, i veri sovrani della politica tedesca. Ne Schröder, il cancelliere del Centro Sinistra, né Angela Merkel, la cancelliera del Centro Destra, potevano e possono fare qualcosa in politica senza l’approvazione da Wolfsburg (VW), da Stoccarda (Mercedes), da Monaco (BMW) o da Francoforte (sede della borsa e delle grandi banche tedesche).

Contro questo blocco di potere è cresciuta negli ultimi anni anche una opposizione nuova: da parte della sinistra e pro Europa, i Verdi, molto forti soprattutto nelle grandi città della Germania Ovest, da parte dell’estrema destra, l’AfD (Alternative für Deutschland), forte soprattutto nella Germania dell’Est. Il partito dei Verdi respinge il ‘Fiscalnazionalismo’ (Philipp Ther) della Grande Coalizione contro l’Italia e la Spagna, ma davanti al ‘matrimonio di fatto’ fra Realpolitik e grandi aziende a Bruxelles, i Verdi non contano molto. Per l’estrema destra invece, la Merkel o la  Von der  Leyen sono rappresentanti odiati di una politica troppo molle verso gli emigrati e anche verso quegli Stati del Sud Europa che non sono in grado di curare il proprio sistema sanitario (vedi la diffusione dell’epidemia) e di eliminare la corruzione nello Stato.

In ogni caso, al di là delle simpatie ed antipatie dell’opinione pubblica tedesca, al di là delle opposizioni di destra e di sinistra, in questo momento storico buio e molto incerto per tutti i paesi d’Europa, cresce anche in Germania un malumore diffuso, che ha trovato voce soprattutto fra i tanti intellettuali, artisti, musicisti, giornalisti, scrittori, scienziati. Al centro delle loro preoccupazioni non è la Germania, né l’Italia o la Spagna, ma l’Europa. Per loro (firmatari di un appello per il Coronabond lanciato anche dalle pagine di questo giornale [Qui]), l’Europa fondata dopo la Guerra era, e resta ancora, una roccaforte contro la rinascita di un nazionalismo che ha distrutto la civilizzazione umana e democratica del Continente, con conseguenze che si sentono ancora oggi. Come europei abbiamo un grande bisogno di una politica comune per risolvere i danni enormi causati dallo tsunami Covid19.
Grande ed emozionante è stato lo spettacolo delle canzoni sui balconi, nobili sono gli atti di Caritas e dei tanti che sono in prima linea nella lotta contro la pandemia, ma per salvare non solo le vite ma anche i valori fondamentali d’Europa ci vuole di più. Per gran parte dell’elettorato tedesco l’Europa è troppo importante anche nel gioco dei grandi poteri globali per lasciarla ai nazionalisti, ai populisti d’ogni genere e ai Big Boss dell’economia capitalistica.

 

EUROPA AL BIVIO. Appuntamento a domani, 7 aprile
L’Appello alla Merkel degli intellettuali tedeschi:
“Fate subito i Coronabond”

Cerchiate in rosso sul calendario il 7 aprile. Domani si riunirà l’Eurogruppo, composto dai ministri delle Finanze dellEurozona. Quello è un appuntamento fondamentale per capire dove vorrà andare l’Europa a fronte dello spartiacque della crisi sanitaria, economica e sociale originata dalla vicenda Coronavirus.
La discussione è aperta e anche forte, tra chi chiede una condivisione delle scelte e dei rischi, sostanzialmente un’idea di Europa maggiormente unita e solidale, rappresentata dalla richiesta di emissione degli eurobond (titoli di debito europeo garantiti dall’Unione europea stessa) avanzata da 9 Stati, in primis Italia, Spagna e Francia, e chi, Olanda, Austria, Finlandia ma anche la Germania, è sì disponibile ad aumentare le risorse da mettere in campo, ma confermando la vecchia logica, quella di oggi e di sempre, e cioè che ogni Stato risponde della propria situazione economica, a partire da quella debitoria. Con l’effetto che, dentro la crisi, le distanze tra i Paesi aumenteranno e, alla fine, inevitabilmente, porteranno al prevalere di impostazioni nazionalistiche e alla disgregazione dell’Europa stessa. La partita è aperta.

Per fortuna, però, il dibattito è acceso non solo tra gli Stati, ma anche all’interno degli stessi. Ne è buona testimonianza l’iniziativa di qualche settimana fa di Bild, il principale tabloid tedesco, che ha dedicato una pagina intera a una  ‘lettera d’amore’ (in italiano e in tedesco) per l’Italia. In verità, con l’arrivo della pandemia in Germania, il clima buonista e la simpatia per il l’Italia e gli eroici italiani sta cambiando rapidamente. L’Appello degli intellettuali (che sotto pubblichiamo in traduzione italiana) si rivolge, invece, direttamente alla indecisa cancelliera tedesca (‘uomo forte’ in Europa, rappresentando la grande Germania), chiedendole una politica di aperta solidarietà. E’ un appello accorato, che in sostanza dice: “Caro governo Merkel, fai i Coronabond”.
All’appello hanno già aderito più di 200 intellettuali, scrittori, uomini di teatro, artisti e musicisti tedeschi. Chiedono alla Merkel e a tutti i governi dell’Unione europea di serrare i ranghi e di dimostrare  “la più assoluta solidarietà”. In primo luogo, sottolineano i firmatari, “è necessario intervenire con l’emissione di Coronabond, obbligazioni comuni emesse dai Paesi dell’Unione”. Perché, continua l’appello, “la Germania è forte, ha un potere e mezzi enormi”, l’Europa  ci ha dato tutto quello che siamo, ora spetta anche a noi restituire”.

(Segue il testo dell’appello degli intellettuali tedeschi)

Lettera aperta al Governo della Repubblica Federale di Germania: corona bond europei adesso!

Nella crisi immane che stiamo vivendo su scala mondiale è in gioco tutto: in primo luogo dobbiamo salvare vite umane ed evitare un ulteriore tracollo delle economie nazionali e internazionali, che avrebbe conseguenze materiali e sociali catastrofiche. Al contempo dobbiamo preservare i principi umani, liberali e democratici, conditio sine qua non del nostro ordine sociale, di cui è parte anche la nostra “libera economia”. Solo come cittadine e cittadini
liberi possiamo affrontare la crisi adeguatamente. Per farlo c’è bisogno della massima cooperazione e solidarietà, a livello individuale, regionale, nazionale e internazionale, nonché di un coordinamento politico.
I Paesi dell’Unione Europea devono operare a livello economico con la più assoluta solidarietà, sostenendosi a vicenda, e questo anche nell’interesse della Germania. Devono impiegare tutti i mezzi a loro disposizione, utilizzare le risorse di ogni singola economia nazionale per creare una stabilità comune. La situazione richiede solidarietà concreta e immediata: è necessario intervenire con l’emissione di “corona bond”, obbligazioni comuni emesse dai Paesi dell’Unione. E ciò va fatto prima che la spirale discendente acquisti una propria dinamica di portata ancora maggiore. Le manovre economiche e finanziarie adottate dai singoli stati – pacchetti congiunturali, bonus e indennità ad hoc, crediti di emergenza, acquisti di obbligazioni e iniezioni di liquidità – non basteranno, né sarà sufficiente aggiornare il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, o le “linee di credito contingente” per i bilanci nazionali. La tragedia in atto ha una portata immane. Nella situazione che stiamo vivendo, chi può e vuole assumersi veramente la responsabilità di lasciare inutilizzato il più forte tra tutti gli strumenti di cui noi europei disponiamo?
L’imperativo del momento è: essere il più possibile forti, essere il più possibile solidali. Per ragioni etiche, culturali, sociali e, appunto, economiche. Essere forti implica anche avere una grande responsabilità: questo è un mandato. E la Germania è forte, ha un potere e mezzi enormi. L’Europa ci ha dato tutto quello che siamo – ora spetta anche a noi restituire.
Chiediamo espressamente al governo tedesco di approvare al prossimo vertice dell’UE la proposta del presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte e del presidente francese Emmanuel Macron di istituire “corona bond” – un appello che la Spagna e altri sei paesi dell’Unione già sostengono.

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