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Nati con la camicia

Una storia, quella dei due giovani, Emiliano e Francesco, che attinge alle radici di quel lontano 31 dicembre 1950, il giorno della loro nascita.
Lo scrittore trentino Roberto Corradini ne scrive le vicende nel suo recente romanzo “Nati con la camicia”, collocandole e rendendole vive in molti avvenimenti che hanno caratterizzato gli anni ’50, ’60,’70 e via via, fino ad arrivare alla nostra epoca.
Ci si ritrova a leggere pagine piene di un’Italia che cambia, una società che sperimenta, gioisce e soffre di trasformazioni che la segneranno profondamente e anche i nomi non sono scelti a caso: dalla casa di ringhiera in Via della Pace, dove i protagonisti nascono e muovono i primi passi, che ricorda una guerra devastante appena lasciata alle spalle, si passa a Via del Progresso, il nuovo condominio in cui traslocheranno nell’adolescenza.
I due ragazzi crescono e percorrono insieme un tratto di vita, accompagnati dalle loro famiglie, gli amici, i personaggi caratteristici che compaiono e scompaiono entrando ed uscendo dalle pagine del romanzo, scandendo il tempo che passa e con esso lo scorrere della storia del nostro Paese.
I ricordi affiorano e portano alla luce stili di vita, abitudini, consuetudini ed eventi che hanno lasciato il segno: semplici esperienze di vita familiare e sociale che descrivono i rapporti interpersonali, le feste, i luoghi di aggregazione, i divertimenti, la scuola, la ricostruzione, l’economia che decollava dopo gli eventi bellici.
Ma anche i grandi avvenimenti che hanno segnato un’epoca nuova: i primi viaggi nello spazio, le trasmissioni popolari in televisione, i miti del cinema e della musica come Marylin Monroe ed Elvis Presley prima, Brigitte Bardot e i gruppi rock poi, l’elezione di papa Giovanni XXIII e la riforma della liturgia nel mondo cattolico, la legge Merlin del 1958 che chiudeva definitivamente le case di tolleranza.

Un romanzo che non sconosce rallentamenti o pause, che snocciola rapidamente eventi incisivi destinati a modificare la realtà italiana. Arriva il boom economico, gli elettrodomestici agevolano la vita e diventano lo status di un’Italia che corre, il ciclismo con Bartali e Coppi, il calcio e gli stadi pieni, la Fiat 1100, le vacanze di massa, i cambiamenti culturali, il benessere diffuso e il PIL che cresce, anche se, come sottolinea Francesco, “il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.
Non manca nemmeno la narrazione degli avvicendamenti politici, le sfide dei grandi partiti, l’instabilità, l’eversione, le relazioni internazionali e la guerra del Vietnam. I due amici fraterni si dividono e imboccano strade diverse: è la vita. Ci sono i viaggi nel mondo, l’Africa, le professioni da seguire, le famiglie da far crescere, ma ci si lascia e poi ci si ritrova, è il destino dei grandi legami.

Le storie di Emiliano e Francesco diventano lo scenario più ampio che ci permette di camminare attraverso il tempo senza sterili e piagnucolose nostalgie da ‘a m’arcord’ ma con un sorriso di tenerezza, perché noi lettori possiamo permetterci la libertà di amare quel passato da spettatori ormai lontani.

La mia soffitta

La mia casa ha tre piani e la cantina. Al  primo piano c’è la zona giorno, al secondo la zona notte e al terzo la soffitta. La soffitta è mansardata, centralmente ci sta in piedi una persona alta, ai lati potrebbe starci solo un nano. Sono quattro stanze una inanellata all’altra, senza corridoio. Ognuna ha un abbaino che guarda direttamente sul tetto e permette alla luce e all’aria di entrare. E’ una soffitta vecchia maniera, senza aria condizionata, senza pavimenti (solo la gettata di cemento), piena zeppa di cose inutili, che nessuno sa più da dove siano arrivate. La polvere imperversa e gli sporadici tentativi di Rosa di aspirarla, sono quasi inutili.

Rosa parla con la polvere: “vattene maledetta, cosa ci fai qui, sei peggio dei ragni e degli scarafaggi, puzzona”. E’ una soffitta autentica, a me piace così. Là dentro il tempo è fermo. Non ci sono segnali chiari che siamo nel 2020, fatto salvo che per i libri dello scorso anno di mia nipote Valeria che fa la seconda media. Guardando la data in cui sono stati stampati si capisce che siamo all’incirca nel doppio venti.

Il tempo fermo è sorprendente, insegna.  Nell’ultima delle quattro stanze c’è una vecchia libreria e scatoloni di cose inutili. Ne apro uno. Esce un lampadario. Tanti riccioli di ottone e dei porta lampadine vuoti. Sull’ottone si è appiccicata la polvere e il colore del lampadario è quasi nero. Prendo un giornale, lo appoggio sull’ottone, strofino. Ritorna color oro scuro, brilla di nuovo. Azzarderei a dire che è degli anni ’70. Mi siedo in terra, sopra un vecchio giornale di ricami all’uncinetto e cerco di fare mente locale su cosa è successo negli anni ’70.  Guardo dall’abbaino, vola un aereo nel cielo, si vede la scia bianca che diventa prima panna montata, poi nebbia chiara, infine scompare.

Negli anni ’70 ci sono state grandi novità in ambito musicale, si sono affermati cantanti che hanno fatto la storia, un pezzo di vita. Per i generi derivanti dal rock: Bruce Springsteen, Elton John, James Taylor, John Denver, Eagles, America, Paul McCartney. Per l’heavy metal: Deep Purple e Led Zeppeling. Per il rhythm and blues: Stevie Wonder e i The Jakson Five. Sempre negli anni ’70 è nata anche la disco music: Bee Gees, Abba, Village People. Quell’appariscente incantatore di Elvis Presley raggiunge l’apice del successo.
Un fermento musicale incredibile. Provo a battere con un bastoncino sul lampadario d’ottone, fa un rumore attutito ma piacevole. Dan, dan, din, diiin. Anche questa è musica. Tanti grandi artisti hanno iniziato suonando in soffitta, con strumenti artigianali, guadagnandosi l’ira dei vicini di casa e delle colf.

Nella mia soffitta dove oggi il tempo si è fermato agli anni ’70, si possono anche rivedere vecchi film. Sul riflesso d’ottone del lampadario che ho in mano si accendono insegne luminose, la luce fa un capriola e ridà forma a immagini di vecchie riprese. Il lampadario d’ottone fa da schermo, si riflettono i colori del tempo che fu.
Lo Squalo, Guerre stellari, La Febbre del sabato sera, Il Padrino. Dei veri blockbuster!. Guardo le luci della Febbre del sabato sera. Brillano di gioventù, di amicizia, di serate in discoteca. Un Jonh Travolta giovanissimo e danzante che sa di trasgressione e scoperta. La colonna sonora è fatta dai Bee Gees: “Stayin Alive, Stayn Alive u u u u Stayn Aleiiiiiiv”.
Ripensando alla trama del film, la trovo attuale: l’emigrazione, l’uso di sostanze stupefacenti, il razzismo, la violenza sessuale e la violenza tra bande. C’è tutto, da rivedere, lo farò. Intanto sul riflesso del lampadario d’ottone c’è un’astronave in avvicinamento. Una forma quasi sferica e bianca, che attraversa il nero dell’iperspazio. Uno strano mezzo di trasporto che si avvicina a velocità supersonica. Guardo meglio, metto a fuoco, è proprio lui: Guerre stellari! Star Wars!.  Questo è un film di fantascienza che ha davvero iniziato un’epoca. Ambientato in una galassia e in un tempo immaginario, rappresenta l’eterna lotta tra il Bene e il Male. Jedi (buoni) e Sith (cattivi) sono impegnati in una guerra all’interno di un campo di energia che si chiama ‘Forza’. L’ho visto molte volte, come milioni di altre persone e lo ritrovo adesso in soffitta.
La colonna sonora del film è stata composta da Johm Williams, il quale ha ancorato il suo lavoro all’uso di leitmotiv che ricorrono per accompagnare i personaggi e i temi della saga. Tra i più famosi il Main Theme, che apre il film e il The Imperial March che sottolinea le apparizioni di Dart Fener. Una storia da vedere più volte. Un viaggio in avanti, indietro, su se stessi, in fondo. Guardo sull’ottone del lampadario e l’astronave si allontana, velocissima come è arrivata. Viaggia verso nuove avventure, in uno spazio che è infinito. Corre incontro a una rinnovata fascinazione e possibilità e, contemporaneamente, ci permette di riscoprire ciò che di più antico e consolidato sappiamo. La genesi dell’universo, della terra, l’uomo. La lotta tra il bene e il male che dura da allora. Guardo l’astronave sul lampadario d’ottone. E’ diventata un puntino lontano, sempre più piccolo, molto piccolo, piccolissimo, non si vede più. Ora riguardo e vedo che una mosca ha lasciato il segno del suo passaggio. Mitici anni ’70, ci hanno regalato molto, c’è molto da riscoprire, da rimparare.

Ripongo il lampadario, cerco di chiudere la scatola. Mia madre dice che prima o poi a qualcuno quel lampadario servirà. Può sempre succedere una carestia mondiale, una glaciazione, una nuova peste (quella per la verità c’è già, ma non credo che possano essere utili dei lampadari).
Mi rimetto in piedi, raccolgo il giornale con i lavori all’uncinetto. Devo ricordare di dire a mia sorella che è lì. A lei piacciono i vecchi ricami e le vecchie carte.

La mia soffitta è sempre piena di polvere, la polvere è come una coperta leggera che ovatta tutto e lo invecchia, un po’ lo protegge con la sua opacità. Basta passare uno strofinaccio e tutti i ricordi contenuti in quella soffitta rinascono per qualche ora. Là si trovano storie che prendono vita, forma, consistenza, spessore. Come tante parole e immagini che si animano se qualcuno lo desidera, come tanti maghi che escono dalla lampada di Aladino, come tanti tesori che escono dagli scrigni incantati, come tanti specchi rivelatori che ti dicono come sarà il tuo futuro, dove andremo, dove torneremo, chi sarà il più bello del reame.
La polvere fa starnutire, nella mia soffitta si avverte sempre un po’ di fastidio al naso e dopo un po’ anche un po’ di prurito sulla pelle. Credo che un allergico alla polvere potrebbe morire.
Ma sotto la polvere c’è la storia della mia famiglia e di tanti di noi. E noi siamo anche la nostra storia. Nessuno di noi saprebbe chi è senza di essa.

Tropical blend… cocco, salsedine e crepuscolo nei Caraibi

Tropical blend spalmato tutt’addosso, profumo di cocco, di vaniglia e ananas, il vento leggero e costante, eterno portatore di messaggi odorosi, oracolo del tempo che farà. La luce residua del crepuscolo, un’aranciata sempre più rossa, accesa sul piano occidentale di questa spiaggia senza fine, solitamente bianca come zucchero a velo, ora rosata, quasi sanguigna. Le palme, le uniche alture di questo paradiso marino, perso tra il peccato originale e il giorno del giudizio del prossimo, imminente uragano universale. Le nuvole del crepuscolo, ombre grottesche, enormi fantasmi che si stagliano dall’orizzonte oceanico, mi dicono di stare in guardia, che presto la mia vacanza finirà.
Quell’estate del 1979, a Cattolica. Per me che avevo quindici anni, l’Adriatico e il Mar dei Caraibi erano una cosa sola. Le palme davanti all’hotel Miramare non davano frutti ma bastavano per sognare avventure lontane migliaia di chilometri.
No, non sono mai stato ai Caraibi, però con la musica giusta… del resto la vacanza più bella è quella dell’immaginazione. Poi, quando una fantasia è remota nel tempo, diventa ancor più vera nella memoria.
Magari chissà… la prossima estate ci vado per davvero.

Rotation (Herb Alpert, 1979)

Ricordo di un ricordo… nell’anno del gatto

Viaggio nel tempo e nello spazio. Il mio carburante è la musica, la mia musica. La inserisco nel serbatoio dei ricordi e parto. Questa volta è L’Anno del Gatto e avevo undici anni. Speravo ancora nelle domeniche silenziose, quando potevo correre e giocare a pallone sulle strade deserte, oppure con le bici a sfrecciare negli incroci coi semafori spenti. Noi, per un giorno alla settimana, padroni della città senza petrolio.
Poi quel sogno, durato il tempo di un film in superotto, finì, e tornammo a giocare nei nostri cortili, nei campetti recintati, lontani dai pericoli. Il ricordo di un ricordo. È vago, eppure è rimasto perché d’allora quei giorni strani, silenziosi, vissuti distrattamente da me e dai miei amici, non sono più ritornati.

Ovviamente il brano racconta tutt’altro, ma che importa? A che serve la musica se non a liberare le emozioni? E le emozioni non hanno argomenti, ma immagini in ordine sparso, attirate dalle note di una canzone ascoltata cent’anni prima.

Un luogo lontano, sconosciuto. L’orologio si è fermato e ho dimenticato dove devo andare, cosa devo fare. Non importa che sia un viaggio di lavoro o una vacanza, che sia un commesso viaggiatore o un turista in cerca d’avventure. Ciò che conta è che ora sei qui con me, nel tuo vestito di seta, pronta a sorridermi e a prendermi le mani per portarmi con te.

Nell’Anno del Gatto, oggi come allora, rivivo la nostalgia di una felicità forse mai posseduta. Eppure la musica mi dice altro. È un incantesimo da cui non voglio svegliarmi mai, e così prego di avere il coraggio di piangere ogni volta, nel sublime, meraviglioso ricordo di ciò che è passato.

The Year of the Cat (Al Stewart, 1976)

INSOLITE NOTE
Un viaggio nella memoria con Marco Cantini

Marco Cantini, cantautore fiorentino, è l’autore di questo viaggio nel tempo, diviso in tre atti, un concept storico-generazionale di 15 canzoni che racconta le vicende di un professore bolognese, “Siamo noi quelli che aspettavamo” è un bestiario rivoluzionario sul graduale passaggio da una condizione migliore a una peggiore, da ricercatore a insegnante a chiamata. La trasposizione temporale crea il pretesto per incontrare artisti e scrittori nei giorni in cui prendevano coscienza delle loro capacità: Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, Frida Kahlo, Filippo Scozzari, Tanino Liberatore, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli.
E’ la nostalgia o la voglia di comprendere i tanti fallimenti che porta il protagonista a voltarsi indietro e a sognare di ritornare a Bologna, nel 1977, tra le prime radio libere, i carri armati di Stock 84, le barricate del movimento studentesco e gli scontri con la polizia. Nei giorni in cui perde la vita Francesco Lorusso, il punk-rock domina i concerti giovanili e comincia ad affermarsi, attorno al Dams, un fermento artistico che condizionerà i decenni successivi.

La copertina dell'album Siamo noi quelli che aspettavamo
La copertina dell’album Siamo noi quelli che aspettavamo

“Pazienza” è il titolo del pezzo dedicato ad Andrea Pazienza, il fumettista e pittore scomparso a soli 32 anni, autore di “Zanardi” e “Gli ultimi giorni di Pompeo”, disegnati con il caratteristico tratto essenziale, così come questo brano e il video che ne è stato ricavato. Canini tratteggia un ritratto di avanguardie sospese o, come recita il testo: “La più bella striscia di fumo sulla terra”, partendo dal ritorno a Montepulciano, ultimo tratto del suo cammino.
“Cinque ragazzi” riporta ancora al mondo dei fumetti, tanto in voga in quel periodo, ai tempi delle riviste “Cannibale” e “Frigidaire”, che rivoluzionarono la satira italiana, proseguendo l’esperienza de “Il Male”. La canzone pur struggente è quasi ballabile, grazie al ritmo imposto dalla fisarmonica suonata da Giacomo Tosti.
“Technicolor” introduce il secondo atto e porta il professore negli anni ’80, dove l’edonismo e la televisione commerciale spazzarono via il bianco e nero della perduta innocenza. Cantini canta con Giorgia Del Mese, proponendo una ballata dal sapore cantautorale, in cui elenca i miti di quel periodo, accompagnato dall’evocativo piano Hammond di Lele Fontana e dal malinconico violino di Francesco Moneti.

Il Professore incontra Pier Vittorio Tondelli in “Soffia profondo Pier”, uno dei brani più belli e centrali del disco, arricchito dall’intervento al sax di Claudio Giovagnoli. Il passo successivo, nella canzone “L’esilio”, vede la pittrice messicana Frida Kahlo accogliere Trockij nella casa Azul, con la voce di Letizia Fuochi che affianca quella di Cantini.
Prima del risveglio, ancora nella seconda parte, l’incontro è con Federico Fellini nel brano “Vita e morte di Federico F.”. Qui il sogno si sposta in Messico alla ricerca di Castaneda, per la sceneggiatura di un film che non sarà mai girato.

Marco Cantini
Marco Cantini

Il terzo atto porta “Fuori dal sogno” e la decisione di andare via dal paese, un “Preludio all’addio” che si compirà con “In partenza”, l’ultimo brano che ci lascia con un paradosso: “Pensa liberamente, ma ubbidisci per sempre”.
L’opera si avvale di importanti collaborazioni: da Erriquez della Bandabardò e Francesco Moneti dei Modena City Ramblers a Giacomo Tosti, Bernardo Baglioni, Luca Lanzi della Casa del Vento.

Il secondo disco di Marco Cantini compie un viaggio nella memoria, dove luoghi, situazioni e personaggi sono soltanto apparentemente lontani dal presente. Il progetto musicale è fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato, ma Cantini riesce a compiere il suo ambizioso viaggio nel tempo con lucidità intellettuale e talento musicale. Quegli anni ce li racconta un ragazzo nato nel 1976 e noi, che abbiamo qualche anno in più, cogliamo l’occasione per ricordare e riflettere.

Il video ufficiale di “Pazienza”

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Le luci di Massenzio fra le ombre dello stragismo

2. SEGUE – E’ il 1979: è trascorso un anno dall’uccisione di Aldo Moro, e la pressione del terrorismo e dello stragismo è ancora forte; lo Stato democratico ha tuttavia retto e ha dimostrato la sua fermezza; si ha la sensazione che la scelta di uccidere Moro sia stato un grave errore strategico da parte delle Br, e che da qual momento sia iniziata la sua parabola discendente.

Quell’estate, Massenzio, la grande arena cinematografica ideata da Renato Nicolini, riapre e propone due sezioni, “Visioni”, e a seguire “Prometeo – I miti della ragione della conoscenza e del dominio”, che fu curata, tra gli altri, da Massimo Forleo che ci racconta di quel periodo e dell’importanza delle iniziative culturali della cosiddetta Estate Romana.

Com’era quella estate del 1979, che clima si respirava?

Erano ancora anni difficili: il ’79 era l’anno dell’arresto dei leader di Potere operaio e Autonomia operaia Oreste Scalzone, Toni Negri e Franco Piperno; era anche l’anno dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli il liquidatore della banca di Sindona; a Palermo veniva ucciso dalla mafia il commissario Boris Giuliano; si formava il primo governo “Kossiga”, come fu battezzato dalla estrema sinistra. Ma tra la gente c’era voglia di vivere, di uscire, di rompere l’assedio della paura, e Massenzio era ormai un mito.

Ti occupasti della programmazione di settembre denominata Prometeo; come fu concepita?

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Massenzio, la prima arena cinema estiva in Italia
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Le proiezioni duravano intere notti

Erano serate a tema, in cui contaminavamo cinema diciamo alto con altri generi; lo schermo era diventato gigante, circa 30 metri di larghezza; inserito tra i monumenti della basilica lo spettacolo era fantastico. Ispirandosi all’idea di fare intere notti di cinema, per cui a qualsiasi ora si poteva fare un salto e trovare gente e lo schermo acceso, le maratone divennero una abitudine: ricordo ad esempio una serata con “Barry Lindon” di Stanley Kubrick e “L’uomo che volle farsi Re” di John Huston, circa 6 ore di proiezione, si fecero le 4 del mattino.

Se non sbaglio, faceste un grande colpo con un mito del calcio…

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Migliaia di persone al cinema durante gli anni dello strgismo

Beh, in quel caso facemmo davvero un gran colpo. Eravamo ragazzi nati intorno agli anni ’50, e tutti avevamo nella testa la prima diretta televisiva vincente, dopo la sconfitta con la Corea nel 1966: i Mondiali Messico ’70, Italia-Germania 4-3. A quei tempi non c’era internet né le tante tv, e nessuno aveva più visto quella partita; cercai inutilmente la copia, finché un usciere della Fgci di Roma mi disse che il mitico dottor Fini, medico degli azzurri, ne aveva una copia che utilizzava per gli stage; andai a Coverciano, e ricevetti da lui una pizza in bianco e nero, che fu custodita per tutto il tempo da un suo addetto, per dire quanto era preziosa.

E come andò?
All’apertura del botteghino c’era una fila mostruosa; arrivati a 5.000 spettatori, i vigili intimarono la chiusura: quelli restati fuori premevano, ricordo uno che diceva “vengo da Frosinone”, un altro “da Firenze” e tutti “entriamo o con le buone o con le cattive”. Momenti difficili, alla fine tutto andò bene, erano tempi fantastici. Riuscii a tenerli tutti intrattenendoli con “Nashville” di Robert Altman, oltre 3 ore con cori bandiere e trombe. Passando dal 35 mm. al 16 mm., mandammo “Mexico e Nuvole” di Jannaci e poi partì la pellicola: un boato indimenticabile, una festa.

Altri aneddoti?

Dovete pensare che al tempo eravamo ragazzi di 25 anni, alle prime esperienze; una sera con tema “Il mostro” in cui programmavamo “Psyko” di Alfred Hitchcock, “Il collezionista” di William Wyler e “L’inquilino del III piano”, non so se mi spiego, alla cassa si presentano Isabella Rossellini e Martin Scorsese e chiedono due biglietti; era troppo, tutto doveva essere un sogno, e Massenzio dei primi anni era davvero un sogno.

E siccome tutti i sogni finiscono all’alba, come finì?

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Estate Romana, Basilica di Massenzio, Festival delle letterature 2012

Il 19 settembre, durante la proiezione di “West Side Story”, a Roma fu avvertita una scossa di terremoto; in sala non fu percepita, ma in via dei Fori Imperiali gli sfollati dalle case si incontrarono con gli spettatori, le due maree si fusero e sciolsero la tensione. La scossa però lesionò la volta della Basilica, che così non poté più ospitarci. Il cinema si trasferì al Colosseo, con il super evento della proiezione di “Napoleon” di Abel Gance su tre schermi e l’orchestra diretta dal padre di Coppola, poi a Circo Massimo e altre location; ma l’incanto era finito, e pian piano una eccessiva commercializzazione portò al declino della manifestazione.

Cosa resta di questa esperienza?
La consapevolezza che il cinema è amato dalla gente, che il buon cinema può essere per tutti e non solo per le élites; a Massenzio, forse, dobbiamo i mille schermi di cinema che ogni estate illuminano le nostre città…

La foto in evidenza è di Chiara Visconti ©

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IL RICORDO
Paolo Morelli e il tramonto degli Alunni del sole

Paolo Morelli, musicista, pittore, poeta e leader de Gli Alunni del Sole, il gruppo italiano le cui canzoni ci hanno accompagnati nella vita di tutti i giorni dalla fine degli anni Sessanta, si è spento ormai un anno e mezzo fa, il 9 ottobre 2013. Ma la sua scomparsa è passata quasi inosservata, annunciata soltanto da qualche lancio di agenzia e da flash dei telegiornali nostrani. Abbiamo perso un autore che ci ha descritto le sue passioni, per mezzo di canzoni dotate di una musicalità particolare, riconoscibili già dal primo accordo, ricche di parole che descrivevano amori, gesti, oggetti, ricordi e ossessioni.

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Gli Alunni del sole

Paolo era semplice nelle sue espressioni, una semplicità che ne misurava proporzionalmente la grandezza. Le sue parole nascondevano processi di pensiero non convenzionali ma unici e allo stesso tempo recepiti dalla maggiore parte delle persone, come parte del proprio immaginario; da qui il successo, l’amore e la stima per questo artista.
Ci piace ricordare le parole che lui stesso ha scritto nel libretto del suo ultimo album di inediti: “Per molto tempo ho fatto un sogno fantasioso e ricorrente. Una bambina cammina lungo una spiaggia senza fine tra cielo e mare e, con una decisa interpellazione di tipo cinematografico, mi dice: Ciao… io sono la tua storia… tutte le canzoni di questa mia nuova raccolta sono legate a questo tema del sogno a me tanto caro. Ho sempre scritto canzoni d’amore e ho cantato sempre l’amore”.
L’idea del sogno forse è la stessa della bambola di cartone di “Jenny” o di “Dov’era lei a quell’ora”, un originale concept album che racconta la storia di un uomo accusato di omicidio, parlando delle sue riflessioni di uomo, non importa se colpevole o innocente. Per chi non lo sapesse, il nome del gruppo è stato tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marotta.

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L’ultimo album di inediti

Qualche mese fa è uscito in sordina l’ultimo doppio Cd degli Alunni del sole, intitolato “La storia… il sogno”. Nel primo disco sono rappresentati 45 anni di storia, con quindici tra i maggiori successi del gruppo napoletano. La track list inizia con “L’aquilone” (il primo 45 giri pubblicato nel 1968), per chiudersi con “Liù” (vinse il Festivalbar nel 1978), passando per “Cantilena”, “La stanza dei ricordi”, “’A Canzuncella”, “Concerto” e tanti altri successi. Tutti i brani sono in versione originale, molto gradita la presenza di “Carezze”, che rappresenta la produzione realizzata sotto il marchio Rca, dopo gli anni in Ricordi, raramente proposta in digitale. Un’altra caratteristica degli Alunni è di non avere mai inciso cover straniere, come facevano abitualmente i gruppi della loro epoca. Naturalmente non poteva mancare “Jenny”, brano principale di “Jenny e la bambola”, ermetico concept album del 1974, ristampato soltanto recentemente su Cd (direttamente dal vinile), che racconta l’uscita dall’adolescenza di una ragazza, passando per metafore e figure ricorrenti quali maschere, sguardi, bambole, specchi e fiori.
La perla di questo cofanetto è senza dubbio l’album intitolato “Il sogno che svanisce” (quasi una premonizione), che contiene dieci tracce inedite. Si tratta di canzoni d’amore, come nella sua consuetudine, tra queste “‘Na canzone”, incisa anche da Patty Pravo, nel suo album intitolato “Meravigliosamente Patty”.
Le canzoni sono in lingua italiana e napoletana, tutte scritte da Paolo Morelli, che il fratello Bruno definisce “un cantautore all’interno di un gruppo”. Il disco d’inediti è intrigante, malinconico, allegro, poetico, frutto d’ispirazione e coinvolgimento da parte del suo autore.
Forse la nostalgia può avere influito su questo giudizio, ma ascoltando ” ‘Na Canzone” o “Ci vorrebbe un altro caffè”, i dubbi spariscono: “… ci vorrebbe un altro caffè, sposo così anche te, volo con nostalgia, a un soffio di malinconia, ma son sicuro che tu, ti prendi gioco di me…”. E come non emozionarsi con “La storia infinita”, sound anni ‘70 e un testo quasi sussurrato, tra il gioco e il sogno: “Conoscerai una stella cadente e un amore blu, finché la stella sarà lucente, la seguirai di più… fino alla fine di un dolce sogno, forse t’illuderai”.
Dalla fine degli anni ‘60 sino all’inizio del decennio successivo, le melodie e le parole de Gli Alunni del Sole hanno riempito l’etere radiofonico e televisivo, per poi uscire dalla scena dei grandi network, ma restando sempre a portata di fan e con qualche album uscito in punta di piedi.

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I dieci Cd del repertorio storico pubblicati da Sony nell’ottobre 2014

Lo scorso ottobre l’opera quasi integrale de Gli alunni del sole è stata racchiusa in un boxset di 10 Cd, venduti a un prezzo speciale. Tra gli inediti, in digitale, anche gli album “Jenny e la bambola”, “Dov’era lei a quell’ora” e quelli della Rca Italiana. Le canzoni di Paolo Morelli sono state interpretate, tra gli altri, da Ornella Vanoni, Enrico Ruggeri, Patty Pravo, Franco Simone, Placido Domingo e Joe Dassin, quest’ultimo ha inciso in lingua francese “‘A canzuncella”, con il titolo di “Quand on sera deux”, inserita nell’album “Les femmes de ma vie! del 1978: “Faut mettre des rideaux et des coussins fleuris des rayons pour les livres, un grand canapé-lit où il fera bon vivre, où l’on aura bien chaud, quand il y aura du givre ou de la pluie sur les carreaux… “.

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IL FATTO
Muore Talus Taylor, l’ideatore dei Barbapapà: “Resta di stucco, è un barbatrucco”

Chi di noi, da bambino, non l’ha pronunciata almeno una volta, alla mamma che rimproverava per la marachella compiuta o a un amichetto che chiedeva indietro qualcosa che non si voleva restituire. “Resta di stucco, è un barbatrucco”. La frase cult dei bellissimi fumetti dei Barbapapà (dal francese ‘Barbe à papà’, zucchero filato) ci salvava dalle situazioni più difficili. Oggi quella frase la ricordiamo e la pronunciamo con un velo di tristezza, perché il creatore della colorata, gommosa e morbida famiglia di Barbapapà, Barbamamma e i sette Barbottini (o barbabebè), è scomparso a Parigi all’età di 82 anni. Talus Taylor, artista statunitense (nato a San Francisco) di origine irlandese, da sempre residente a Parigi, è stato uno dei fumettisti più noti degli ultimi tempi. Con un passato giovanile hippy, Taylor aveva creato, con la futura moglie Annette, i personaggi dei Barbapapà nel pieno del Maggio francese, ma di politico quella storia ha ben poco. Era un giovane insegnante di matematica e biologia e la sua Annette era una studentessa di architettura alla Sorbona. In un’intervista Taylor aveva detto che in quel bistrot francese, mentre gli studenti parlavano di filosofia e rivoluzione, lui cercava di conquistare Annette, iniziando a fare disegni semplici sulla tovaglia. Era nato così il personaggio e anche il loro matrimonio. Una storia carina e romantica.
Il fumetto di Barbapapà, è stato anche considerato come una delle prime opere portatrici di un messaggio ecologista, nato per caso in quel bistrot parigino dalla fantasia di quei due autori, l’architetto e designer francese Annette Tison e il professore di matematica e biologia americano. Dopo oltre 45 anni, il mondo di Barbapapà continua ad affascinare: semplice e coccoloso, con una vocazione ambientalista d’attualità. La serie a fumetti, firmata da Annette e Talus, fu pubblicata in Francia a partire dal ’70, edita in tutto il mondo in 30 lingue (in Italia da Mondadori) e ha dato vita a un film e a varie serie televisive ancora oggi molto amate, trasmesse anche dalla Rai: la famiglia dei Barbapapà sembra non conoscere crisi. Il cuore di tutti ne è stato toccato, non solo di noi bambini negli anni ’70 e ’80 ma anche di quegli stessi bimbi oggi genitori. Un messaggio che si trasmette a figli e che si trasmetterà ai figli dei figli, perché abbraccia un forte senso di appartenenza a una famiglia calda e accogliente, oltre che e a un ambiente da rispettare.

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Barbapapà

Ricordiamo tutti quel Barbapapà, una sorta di grosso e amichevole “blob” a forma di pera dal curioso colore rosa, che nasce spuntando dal sottosuolo del giardino di una normale casa di provincia. L’arrivo di questo essere alto quanto la loro casa spaventa gli adulti che vi risiedono ma non i due bambini che vi abitano, Francesco e Carlotta (in originale François e Claudine), che diventeranno i primi amici di Barbapapà. Questo nuovo amico diventerà uno speciale compagno di giochi, capace di modellare a suo piacimento il proprio corpo, assumendo la forma della cosa o dell’animale più indicato per risolvere una situazione. Guadagnatasi la fiducia del mondo in cui vive, il secondo problema è quello della solitudine: egli infatti è l’unico essere della sua specie che si conosca. Con l’aiuto di Francesco e Carlotta, Barbapapà parte per uno stralunato e poetico viaggio alla ricerca di una “Barbamamma”. La ricerca si conclude felicemente proprio nella casa dei due bambini: dallo stesso giardino da cui un giorno è misteriosamente spuntato lui, nasce infatti anche la Barbamamma, dalle forme più aggraziate, più “femminili”, di colore nero, alla quale Barbapapà dona subito un mazzetto di fiori rossi che andranno a comporre la vezzosa coroncina che Barbamamma porta sul capo. Barbapapà e Barbamamma decidono, dunque, di crearsi una famiglia: dall’unione dei due nascono quindi sette barbabebé, ognuno con una caratteristica ben definita: Barbabella, viola, la bella della famiglia che ama gioielli e profumi e odia gli insetti; Barbaforte, rosso, lo sportivo della famiglia; Barbalalla, verde, la musicista di casa che sa suonare praticamente ogni strumento; Barbabarba, nero, l’artista di casa, con una pelliccia nera imbrattata dei colori che usa per dipingere; Barbottina, arancione, stereotipo dell’intellettuale, che porta gli occhiali e ama leggere; Barbazoo, giallo, amante della natura, un ecologista convinto, anche dottore e veterinario; Barbabravo, blu, scienziato e inventore della famiglia.

Erano davvero carini, teneri, simpatici, allegri, curiosi, divertenti, originali. Abbiamo tutti giocato con quelle figurine, le abbiamo plasmate con Pongo e Das, le abbiamo colorate, disegnate, guardate alla TV o sfogliate nei giornalini di fumetti. Ci mancheranno, ci mancherai Talus. Sparito come in un barbatrucco. Buon viaggio.

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IL RICORDO
L’officina ronconiana degli anni ’70 Ferrara, la capitale della sperimentazione

Eccolo! L’ho ritrovato il programma di sala dell’ “Orfeo ed Euridice” diretto da Riccardo Muti, in apertura del XXXIX Maggio musicale fiorentino. Cinque spettacoli, la prima Venerdì 18 giugno 1976, regia di Luca Ronconi, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi. Che vidi tutti e anche le sessioni delle prove!

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Copertina del libretto dell’ ‘Orfeo e Euridice’ di Gluck

Alla notizia della morte del grande regista, Riccardo Muti da Chicago dove dirige il Requiem di Mozart annuncia: “”Questa sera a Chicago dirigerò il Requiem di Mozart e voglio dedicarlo a Luca Ronconi, grande amico e grande uomo di teatro”. E prosegue dichiarando all’Ansa: “E’ il regista con cui ho lavorato di più”, spiega. La prima volta, dice, “fu a Firenze con l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck. Erano gli anni Settanta, fu un successo strepitoso, una regia che rivoluzionava il modo di intendere il teatro d’opera. Dopo, tanti registi europei hanno seguito questa sua indicazione”.
In quegli anni, che significarono per me la flaubertiana “éducation sentimentale”, poter essere ammesso nell’officina ronconiana fu una straordinaria occasione di accostarmi alla sperimentazione più raffinata del teatro. Ronconi veniva dall’esperienza dell’Orlando Furioso adattato da Edoardo Sanguineti, realizzato per il Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1969 e immediatamente portato a Ferrara in Piazza Municipale.
In quegli anni la nostra città era la capitale della sperimentazione teatrale. Qui approdarono negli anni Sessanta Judith Malina e Julian Beck, fondatori del Living Theatre con “The Bridge”. Qui approdò Carmelo Bene, e Ronconi fino a tempi recentissimi sperimentò spettacoli che hanno fatto la storia del teatro. Tra i più famosi “Il viaggio a Reims” di Rossini e lo stupefacente “Amor nello specchio”, irripetibile in altri luoghi che non fossero stati Corso Ercole d’Este e il Palazzo dei Diamanti, come lui stesso ha dichiarato.

officina-ronconianaofficina-ronconianaTornando all’opera di Gluck, attesissima dal raffinatissimo mondo musicale fiorentino, i ricordi si concretizzano nelle lunghe discussioni durante le prove. Ronconi e Pizzi erano ospiti di Paola Ojetti nella sua affascinante casa di via de’ Bardi a un passo dal Ponte Vecchio. Figlia del grande giornalista Ugo, svolse un’intensa attività come sceneggiatrice di film; le sue conoscenze erano legate a quel mondo culturale che vedeva ancora in Croce l’espressione più alta della cultura. Ricordo che Paola trascrisse una copia meravigliosa dell’epistolario di D’Annnunzio e Barbara Leoni, Barbarella, affidatale da Croce che potei consultare a lungo.
Riccardo Muti ormai era l’enfant prodige della musica, adottato da Firenze dove approdò nel 1969, spessissimo ospite nella villa di Bellosguardo dove ho passato venticinque anni della mia vita e dove s’incontravano i più grandi artisti del tempo: da Slava Richter con cui giovanissimo eseguì un concerto memorabile a David Oistrack, a Eugene Ormandy a cui Riccardo successe nella direzione della Philadelphia Orchestra.
Ci eravamo sposati nello stesso anno e per molto tempo, a settembre, nel giardino dove Foscolo passeggiò e scrisse “Le Grazie”, la nostra ospite festeggiava i nostri matrimoni. In quel momento studiavo il Settecento letterario tra Metastasio e Ranieri de’ Calzabigi e spesso nelle fervide discussioni venivo interpellato.
Al gruppo si associava poi Tirelli “la sarta nera” come veniva chiamato, autore dei meravigliosi costumi dell’opera. E la sera dell’inaugurazione, all’apparire della scena stupenda inventata da Pizzi, con i coristi che commentavano la tragedia come nell’antichità, sistemati in palchetti sul palcoscenico, vestiti con costumi neoclassici o ottocenteschi, venne giù il teatro. Una magia si era compiuta. E poi per le strade di Firenze nel dopo spettacolo, a sperimentare dal vivo quella Bellezza che le pietre di Firenze evocavano in armonia col mondo.

Ho incontrato Ronconi altre volte. Per la presentazione del volume da cui Sanguineti estrasse il racconto dell’ “Orlando furioso”, assieme ad Ezio Raimondi al ridotto del Teatro comunale di Ferrara o all’Auditorium del Louvre per il convegno “L’Arioste et les arts” a cui venne dedicata una sezione speciale. Non arrivò ma la sua opera era lì a testimoniare per lui. In una serata organizzata, mi pare, da Ferrara sotto le stelle, una serata di letture dell’Orlando furioso letto da Ottavia Piccolo e Ivano Marescotti e da me condotta, la Piccolo ricordò come anche nella seconda riproposta dell’Orlando avrebbe voluto impersonare Olimpia, cavallo di battaglia della divina Melato. Ma non le fu concesso, così per una sera la giovane Angelica poté leggere le ottave dedicate ad Olimpia.

Ed infine “Amor nello specchio” il risultato sicuramente più magico della lunga carriera ronconiana. Arrampicato lassù nella vertiginosa scala da cui in basso nuvole e palazzi si riflettevano negli specchi che coprivano corso Ercole d’Este e i primi piani dei palazzi fino a raggiungere e congiungersi con il più ariostesco dei palazzi: quello dei Diamanti. E poi a discutere con la Melato mentre la si accompagnava nel residence dove stava a due passi dal Castello. Posso ben dire allora che una volta tanto il ricordo non tradisce e Ferrara come direbbe de Pisis si trasformò nella città delle cento meraviglie.

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LA CURIOSITA’
Infanzia sovietica

Da MOSCA – Sono curiosa, i bambini e i loro giochi mi sono sempre piaciuti. Se poi si tratta di vedere come si è giocato nell’infanzia, considerata uno dei periodi più belli e spensierati della vita, sono davvero pronta. I giocattoli mi hanno sempre incuriosito, sono l’espressione della fantasia, dei sogni, dell’immaginare quello che si vorrebbe fare veramente da grandi.

infanzia-sovieticainfanzia-sovieticaEccomi, allora, alle porte del Museo della città di Mosca che, dal 28 Novembre scorso al 15 marzo 2015, ospita una mostra dedicata all’’infanzia sovietica’. Qui potrò vedere giochi, libri, vestiti, mobili, che circondavano i bambini dell’Urss degli anni ‘60-‘80. Dal momento in cui si entra in casa, appendendo abiti e guantini, fino a quando si gioca con pentolini, bambole e macchinine, si ascolta la radio e si guardano i cartoni animati alla televisione.
Quando siamo bambini, non si hanno preoccupazioni e problemi, non ci affannano un lavoro da trovare o da coltivare, una famiglia da sfamare e ci si può dedicare a giocare con gli amici, a mangiare, a dormire, insomma a godersi la gioventù, se si ha la fortuna di nascere nel posto giusto (con questo pensando almeno a un Paese dove non ci siano guerra ed estrema povertà…). Cosa non daremmo per tornare a quegli anni spensierati!

infanzia-sovieticainfanzia-sovieticaLa mostra che mi trovo davanti ci presenta quanto hanno in comune generazioni di moscoviti, nonostante le loro differenze di stili di vita e di interessi, pur nei cambiamenti del paese e delle città avvenuti nel tempo. Molti sono cresciuti tutti sugli stessi libri, imitato gli stessi eroi del cinema, comprato per decenni gli stessi giocattoli. Oggi la vita è diversa, si comprano nuovi giochi, ma per molti moscoviti l’esperienza infantile li unisce e li accomuna. La mostra vuole ricordare un mondo infantile ricco e variegato, un’ideologia sovietica che si prendeva molta cura dei bambini, per vederne gli aspetti positivi.

infanzia-sovieticaMolti di noi, per restare alla mia generazione, coglieranno elementi comuni della nostra infanzia (e suona strano ritrovarne alcuni elementi in una mostra… siamo già, ahimè, da esposizione ???), se non altro perché, con gli stessi giochi, non avevamo preoccupazioni, inquietudini o paure, provenienti dal mondo esterno, stavamo all’aria aperta, trascorrevamo l’intera giornata fuori casa a giocare, andando in bicicletta, pattinando, rincorrendoci, giocando a palla, a tennis e a nascondino o semplicemente passeggiando.

infanzia-sovieticainfanzia-sovieticaNon esistevano telefonini né custodi e ci era permesso andare ovunque desiderassimo senza doverlo dire ai nostri genitori, bastava rimanere nel quartiere, finché mamma ci chiamava dalla finestra. Anche noi facevamo parte degli scout, o della banda delle giovani marmotte, se pur con una filosofia ideologica diversa da quella del partito comunista sovietico, che addestrava i propri membri sin da giovanissimi (dalla prima elementare, ai bambini veniva conferito il titolo di “oktyabrenok”, “figlio dell’Ottobre Rosso”, e consegnata una piccola spilla a forma di stella sulla quale c’erano Lenin da bambino e la scritta ‘sempre pronto’). Si diventava poi ‘pionieri’, con al collo una sorta di bandana rossa).

infanzia-sovieticaAnche a noi, però, come a quei giovani ‘pionieri’, s’insegnava a prenderci cura e a proteggere la natura, a sopravvivere nei boschi e ai ruscelli. Una delle attività preferite dei ‘pionieri’ sovietici era quella di fingersi infermieri e curare gli alberi. Armati di valigette della Croce Rossa fornite di bende, forbici, cotone e disinfettante, i bambini partivano in missione per ‘curare gli alberi’. E quando trovavano dei rami rotti, dei tronchi piegati o dei cespugli spezzati applicano disinfettante e fasciature. Era un gioco che faceva sentire bene e sviluppava un senso di attenzione e amorevolezza. Se ci si faceva male, i rimedi della nonna erano pronti a soccorrerci. Noi in Italia come loro in Urss. Noi andavamo in villaggi a piedi di Alpi o Dolomiti, loro nelle foreste siberiane. L’importante era, per tutti, il contatto con la natura, conoscerla, toccarla e conviverci, respirare aria fresca e pura e starsene lontano dalla città.

infanzia-sovieticaLa disciplina c’era, orari, ginnastica e regole. Ma un po’ ci vuole e l’ideologia sovietica dava molto peso ad essa. Il tempo ai campeggi era organizzato in base a un programma quasi di tipo militare: sveglia alle sette, ginnastica e poi colazione tutti insieme, prima di dedicarsi ad attività manuali, alla musica o alla danza. Le giornate trascorrevano così, semplici. Il momento più bello era la sera, quando con la chitarra ci si sedeva accanto al falò per cantare o fare giochi di gruppo. Lo ricordiamo anche noi. Molti giocattoli, poi, che vediamo qui sono davvero simili a quelli dei nostri anni ‘70. Non si è tanto diversi, quando si è bambini.

infanzia-sovieticaNella mostra di Mosca, si espongono pure tanti libri: il retaggio più prezioso dell’epoca sovietica è rappresentato dalla diffusione dell’istruzione gratuita. Per i cittadini sovietici il socialismo si tradusse nell’opportunità di studiare, imparare e conoscere. Belli poi i manifesti che ricordano ai bambini l’importanza dell’igiene quotidiana (lavarsi regolarmente i denti, fare esami della vista, avvertendo la maestra se non si vede bene…).

infanzia-sovieticaDopo un periodo in cui si è demolito tutto quello che aveva a che fare con quell’epoca, oggi la maturità di una riflessione culturale più attenta e oggettiva ne fa risaltare i valori positivi. Perché non è tutto da dimenticare e da gettare alle ortiche. Il bello di questa mostra è proprio questo, l’aver saputo cogliere la bellezza di quell’infanzia, da ricordare, nei suoi valori e nella sua allegra e leggera spensieratezza. Vale per loro, come per noi.
Se poi l’anziana signora all’uscita ti chiede se la mostra ti è piaciuta, e, in tal caso, di tornare con i tuoi amici, significa che un po’ di nostalgia c’è e che può fare anche bene…

“Infanzia sovietica”, al Museo della città di Mosca, Bd. Zubovsky 2, fino al 15 marzo 2015, visita il sito della mostra [vedi].

Ringrazio la responsabile dell’ufficio stampa del Museo di Mosca, Anastasia Fedorova, e la guida del Museo, Anna Ludina, per avermi condotto in questo viaggio nel passato e per averci fornito alcune delle foto (le altre sono di Simonetta Sandri).

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IL TEST
Walkman, hi-fi & co: il design giapponese anni ’70

3. SEGUE – Sanyo Electric Co. Ltd. era una società giapponese di elettronica, con sede a Moriguchi in Giappone, fondata il 1° aprile 1950 da Toshio Iue, cognato di Konosuke Matsushita proprietario della Matsushita (Panasonic), che rilevò e sviluppò una vecchia fabbrica in disuso per avviare una propria attività.

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Walkman della Sanyo

Negli anni ’70 il design giapponese s’indirizzò verso le esigenze degli utenti, studiandone i comportamenti sociali e cercando di incidere sul loro modo di vivere. Fu grazie a quest’attenzione che nel 1979 Sony, presto seguita su questa strada da Sanyo, produsse il walkman, che ben rappresenta il modo di vivere sempre in movimento dell’era moderna, oltre ad innescare la spirale di miniaturizzazione che influenzerà i decenni successivi.

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Registratore a cassetta RD-5300

Negli anni ’70 si stava compiendo un processo di omologazione estetica degli apparecchi Hi-Fi, salta quindi subito agli occhi il lavoro di stilizzazione e ingegnerizzazione che c’era dietro ai componenti Sanyo. Tra questi il deck a cassette RD-5300 del 1976, dal design basato sul contrasto tra alluminio e plastica nera, ora tanto di moda nei notebook di importanti marchi.

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Sintoamplificatore Sanyo fine anni ’70

Il sintoamplificatore Sanyo modello DCX 2000L del 1977, oltre ad avere un suono brillante, è l’esempio della qualità costruttiva degli anni settanta. Il frontale e le manopole sono interamente in metallo, la protezione della scala della sintonia è di vetro, lo chassis è di legno, tutti materiali da tempo sostituiti dalla plastica.

La radiosveglia a cartellini Sanyo 6ca-t45z, mostrata recentemente anche in uno spot televisivo di una nota banca italiana, rappresenta quel filone del design anni ’70 denominato “Space Age”. Questo stile, tra gusto pop e desiderio di avanguardia, prende piede tra gli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sulla scia delle imprese spaziali che, nell’immaginario collettivo, dovevano rappresentare l’inizio di una modernità creativa e progressista. Esempi di quel modo di intendere il design (oggetti e abiti futuribili) li ritroviamo nel cinema e nella Tv di allora, basti pensare a “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick e alla serie “UFO S.H.A.D.O.”.

Design 'Space Age' per la Phonosphere di Sanyo
Design ‘Space Age’ per la Phonosphere di Sanyo
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Sanyo Decorator Clock Radio

In quel periodo furono realizzate lampade che sembrano missili, televisori simili al casco degli astronauti, poltrone a forma di guscio, compatti Hi-Fi (Phonosphere), come se fossero progettati per l’interno di una navicella spaziale. In un certo senso si può affermare che la corrente di gusto denominata “Space Age” trasformava il salotto di casa in un’astronave. Osservando la radiosveglia di Sanyo, la Phonosphere e l’orologio Decorator ci si accorge come le forme tonde e morbide prendano il sopravvento, rispetto a quelle squadrate del decennio procedente, con un massiccio utilizzo della plastica, materiale ideale per generare superfici prive di asperità e lisce. I designer di riferimento di quell’epoca sono il milanese Joe Colombo, il danese Verner Panton e il finlandese Eero Aarnio (creatore della famosa sedia Palla o Globo per Asko, vista anche nella serie cult “Il prigioniero”).

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Storica pubblicità della Sanyo a Piccadilly Circus, Londra

L’archeologia tecnologica trova spazio tra retrò e vintage, riscoperta e nostalgia ma, soprattutto, rappresenta l’occasione per rivedere giudizi e teorie senza l’influenza di antichi condizionamenti.
La nostra inchiesta ha evidenziato la validità di numerosi componenti Hi-Fi del colosso giapponese, progetti interessanti come quelli della “Series plus” e del cosiddetto “CCI”, la collaborazione con Grundig, l’innovazione e la ricerca nell’ambito dei riproduttori di audiocassette, giradischi e amplificatori. All’epoca il marchio non fu apprezzato come avrebbe meritato, oggi, fuori da ogni logica commerciale e grazie alla disponibilità dell’usato, si ha la possibilità di esprimere un giudizio più obiettivo. Qualche mese dopo che Sanyo fu incorporata in Panasonic, lo storico pannello pubblicitario di Piccadilly Circus a Londra, è stato spento e ceduto alla società automobilistica coreana Hyundai. Era l’unico a non essere animato.
Goodbye Sanyo!

Per leggere la prima parte dell’inchiesta clicca qui.
Per leggere la seconda parte dell’inchiesta clicca qui.

Si ringraziano: Massimo Ambrosini [vedi], Lucio Cadeddu, Direttore della rivista “Tnt-Audio” [vedi], Innokentiy Fateev [vedi].

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Festival vintage.
La foto di oggi…

Un tuffo tra dischi in vinile, jeans a zampa di elefante, selezioni di moda e oggetti del secolo scorso. A offrirci questo piccolo viaggio nel tempo è il festival “Officina del vintage”, organizzato all’interno degli imbarcaderi del castello estense. Tra le iniziative di oggi il set fotografico di Giacomo Brini e Rita Bertoncini per un ritratto d’epoca (ore 15-17) e l’incontro con la doppiatrice Laura Boccanera (ore 17), che ha dato la voce a Candy Candy e Maria Antonietta nei cartoni animati di “Lady Oscar”. Ingresso a pagamento, largo Castello 1, ore 10-19,30.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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Anche un set fotografico con macchine d’epoca per il festival “Officina del vintage” a Ferrara dal 21 al 23 novembre 2014

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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Radiofreccia, ovvero il fascino nascosto della provincia

Quasi vent’anni dopo (il film è del 1998), vogliamo ritornare all’esordio della regia di Luciano Ligabue, al suo Radiofreccia che descrive perfettamente la provincia emiliana, quel luogo dove molti di noi sono nati e cresciuti, quel posto odiato-amato dal quale tanti sono fuggiti e scappati, ma al quale sono spesso ritornati con amore per le proprie antiche radici, con nostalgia per i luoghi caldi, chiusi, protettivi, amichevoli e familiari che ci accoglievano da adolescenti, per quel movimento che c’era e che mancava.

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La locandina del film

Ligabue descrive i fossi, i bar, che si possono tranquillamente chiamare Mario, Sport o Laika senza cambiare sostanza, ma narra anche la fine di una stagione, di quegli anni ’70 vissuti sul filo tra voglia di libertà, bramosia di comunicare col mondo, sete di nuove idee ed eroina, bombe, violenza e tradizione. In quel momento storico, difficile e complesso per il nostro Paese, nascevano anche le radio libere che diffondevano un senso di sogni, di respiro libero, di scelte svincolate da legami commerciali e da censura.
Ci sono poi gli amici, le emozioni vissute e traspirate con loro e attraverso di loro, un microcosmo di nomi, cognomi e soprannomi. Come non ricordare l’abitudine tipica della provincia di affibbiarsi nomignoli strani o di chiamarsi per cognome. E allora ecco Bonanza, fissato con il cinema, Kingo, che sente di avere affinità con Elvis, Virus, che cerca di attirare l’attenzione ingurgitando qualsiasi cosa gli capiti a tiro, e il barista, che è anche l’allenatore della squadra di calcio del paese, interpretato da Francesco Guccini.
Il primo a prendere sul serio le parole del barista-filosofo è Bruno che, con passione e coinvolgendo qualche amico, cerca di creare il proprio spazio on air. Finalmente Bruno (Luciano Federico) riesce ad avere la sua radio che i suoi amici Iena (Alessio Modica), Boris (Roberto Zibetti), Tito (Enrico Salimbeni) e Freccia (Stefano Accorsi) riescono a sentire anche a Brescello, a oltre 30 km a Correggio. Finalmente Bruno può trasmettere la sua musica, le sue canzoni, perché le canzoni sono quelle che non tradiscono mai. Bruno alla radio ci crede, perché in qualcosa bisogna pur credere. Anche con tanta voglia di divertirsi insieme e di ritagliarsi la propria libertà.
Freccia e i suoi amici vanno avanti, ognuno per la sua strada, chi passando dalla galera, chi giudicando il prossimo, chi sposandosi, chi raccontando e chi cadendo nella “nuova” moda dell’eroina per poi uscirne, ma per poi cadere ancora, per amore, per ossessione, per rabbia o perché non ci si è nascosti a sufficienza dal mondo. Già perché, come afferma Freccia, il mondo fuori è brutto e pericoloso, nel senso che “la vita non è perfetta, solo nei film la vita è perfetta, nei film la vita non ha tempi morti”.

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Ligabue durante le riprese del film

Ligabue racconta con i ritmi della commedia questa storia tratta dalla sua raccolta di racconti “Fuori e dentro il borgo”, una storia semplice, ritmata dall’accento emiliano. La colonna sonora coglie nel segno, passando da David Bowie (“Rebel rebel”), ai Doobie Brothers (“Long Train Running”), a Lou Reed (“Vicious”) fino ai Creedence Clerawater Revival (Run Throught The Jungle”); aggiungendo il suo tocco personale con “Ho perso le parole” (perse in seguito a una di quelle morti senza senso e giustizia di Freccia che, deluso da questioni amorose, si rifugia nell’eroina) e “Metti in circolo il tuo amore”, per passare alla scelta di accompagnare l’ultimo cammino di Freccia, il vero protagonista, con “Can’t help falling in love”, suonata dalla banda di Correggio.
Film meritevole per la profondità psicologica di trama e personaggi, per lo spaccato della provincia e degli anni ‘70, per i sogni e le delusioni che accompagnano la vita di ciascuno di noi e che ci accomunano, senza alcuna distinzione.

di Luciano Ligabue, con Luciano Federico, Stefano Accorsi, Francesco Guccini, Serena Grandi, Patrizia Piccinini, Italia, 1998, 112 mn.

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Lolli in scena.
La foto di oggi…

“Ho visto anche degli zingari felici” canta Claudio Lolli, anni ’70  E in quegli anni di contestazione lo zingaro felice diventa simbolo dell’uomo che si contrappone al modello sociale unico e globalizzato. Nomade del pensiero, “lo zingaro” più famoso della canzone impegnata torna oggi a Ferrara. Alle 20,45 sul palco della Sala Estense, in piazza Municipale, Lolli sarà insieme con Massimo Altomare (del duo Loy e Altomare) e i Meseglise. E’ la 3a “Rassegna storica della nuova canzone d’autore” dell’associazione Aspettando Godot.

OGGI – IMMAGINARIO MUSICA

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Claudio Lolli in un’immagine storica del cantautore di “Ho visto degli zingari felici”

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