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PRESTO DI MATTINA /
Marta e Maria di Betania

 

Marta e Maria di Betania

«Ti benedico, ospite mio, mio invitato – dice il santo rabbino – poiché il tuo nome è: Colui che cammina. Il cammino è nel tuo nome. L’ospitalità è crocevia di cammini» (Edmond Jabès [Qui], Il libro dell’ospitalità, Milano 2017, 11).

Due sorelle e un fratello, Lazzaro, gli amici di Gesù. Un piccolo e povero villaggio il loro, tanto che uno dei significati del nome Betania è “casa di povertà”. Posto sul versante orientale del Monte degli Ulivi, a circa mille metri dalla città santa, sulla strada che porta dalle alture di Gerusalemme agli sprofondi di Gerico.

Casa dell’amicizia ospitale, potremmo dire anche della loro casa. Per Gesù luogo delle confidenze, di intimità fraterna coi discepoli, di sororità e di famiglia; un luogo in cui riposare, una sosta lungo il cammino che stava compiendo verso il suo destino a Gerusalemme.

Queste due donne, Marta e Maria, pensate, sono state scelte dai vescovi quale icona evangelica per ispirare, orientare, accompagnare il secondo anno del cammino sinodale della chiesa italiana.

I cantieri di Betania: così hanno chiamato queste prospettive e riflessioni pastorali, nate – ci tengono a sottolinearlo – dalle interrogazioni del popolo di Dio, dalla consultazione delle comunità cristiane, e le loro risposte e i quesiti ne costituiscono il background, l’ordito testuale.

Come a dire: si costruisce la sinodalità solo a partire da un ascoltarsi ospitale. Così è emerso che questa ospitalità ha lo stile e i tratti di due donne postesi alla sequela di colui che si fa ospite per poter ospitarci.

Ancora oggi egli si fa ospite e pellegrino in mezzo a noi. E camminando egli svela il suo nome; accolto, ci fa conoscere il nostro nome nascosto, segreto. Egli è così colui che è sempre atteso perché «cammino è il suo nome».

Per quanto duri la notte la luce è sempre attesa così anche se avrà un lungo cammino davanti a se l’itineranza di un nomade non sarà privata dell’ospitalità: «Alla tua destra, il posto lasciato vuoto per l’arrivo dello straniero è sempre libero. Pazienta. Chi muove verso di te troverà libera la via».

Non importano le difficoltà ch’egli troverà nel cammino: «A un certo momento giungerà, poiché egli sa d’essere atteso, sinceramente. Davvero ospitale è, fino in fondo, l’attesa» (ivi, 23).

E alfine «il maestro disse, spostando la poltrona su cui sedeva: – È ora. Bisogna che parta. Mi lascerò guidare dai vostri pensieri. Di ciascuno rifarò il cammino. Continuerò così a vivere in voi. – E tu in noi, risposero i discepoli» (ivi, 82).

È appena di domenica scorsa la lettura di questo vangelo di Marta e Maria. A introdurlo la prima lettura dalla Genesi; il racconto di un’altra ospitalità, quella di Abramo alle querce di Mamre resa a tre forestieri nell’ora più assolata e calda del giorno.

La seconda lettura, che ha la funzione di attualizzare le scritture nell’oggi, ci ricordava con Paolo che il discepolo diviene lui stesso dimora di speranza quando ospita con ostinata determinazione dentro di sé la Parola di Dio: «Cristo in voi speranza della gloria», completando in se stesso i patimenti e le ferite di Cristo che continuano ad essere inflitti al suo corpo che è l’umanità:

«Auschwitz, cancellazione del Nulla, estrema cancellazione… Trema la mia voce, disse il vecchio. La parola umana e quella divina hanno preso atto allo stesso tempo della loro fragilità e della loro nascosta potenza.

Una parola di dieci lettere è il territorio dell’ospitalità. Abbi cura di ognuna d’esse, poiché dappertutto è inferno e sangue e morte. E il bambino s’asciugò le lagrime per sorridere al vecchio, che s’era nel frattempo un poco riconfortato. Razzismo. Antisemitismo. Esclusione. Tre sono le ferite. Tre le determinazioni» (ivi, 28-29).

In questo brano evangelico Luca ci presenta dunque un primo fotogramma: Gesù in cammino verso Gerusalemme. Seguiranno poi quelli all’interno della casa.

Attraversando strade e villaggi lui e i suoi discepoli hanno sperimentato ora il rifiuto, ora l’accoglienza, una volta vengono allontanati con sospetto, minacciati di morte pure, un’altra abbracciati da gioiosa gratitudine. A Betania sarà cosparso di preziosissimo unguento: una libbra di purissimo nardo.

Anche entrando a Gerusalemme avrà una grande accoglienza, da messia regale, ma poi ritornerà a Betania dai suoi amici.

Quasi subito, appena pochi giorni da quell’ingresso, gli osanna saranno mutati in grida: crocifiggilo, crocifiggilo; rifiutato da molti, misconosciuto e abbandonato dai discepoli, perfino tradito.

Troverà lacrime di ospitalità solo dalle donne, solo un velo di donna ad asciugare le sue sulla via della croce. E un cireneo, poi, costretto ad ospitare sulle sue spalle la sua croce sin sul Golgota. Là ai suoi piedi Giovanni e sua madre, chiede loro di restare ospitali, di accogliersi l’un l’altra come figlio e madre.

E il ladrone disse a Gesù: «Non merito l’ospitalità che ti devo. Accettala. Saprò che m’hai perdonato» (ivi, 18): inaspettatamente, proprio alla fine, sulla croce sarà riconosciuto e ospitato nella fede dell’altro appeso con lui al legno, e così non potrà, a sua volta, non accoglierlo pure lui dicendogli: «oggi sarai con me in paradiso».

Si risveglieranno entrambi tra le braccia del Padre, la loro nuova casa; e il centurione, senza saperlo, trapassando il costato di quel corpo morto, lascerà la porta di quel giardino per sempre aperta.

 

Betania, casa dell’obbedienza ospitale

«Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi» (Lc 10,38-42). Nel commento al vangelo Origene [Qui] scrive: «chiunque è di Betania, è amico di Gesù in quanto diventa intimo con l’obbedienza».

L’ascolto è la polla sorgiva da cui scaturisce ogni ospitalità. È nota la derivazione sia greca che latina della parola ‘obbedienza’: un ascolto in profondità, di colui che si abbassa fin alla radice dell’interiorità, come di discepola/o accovacciati ai piedi del maestro.

Maria, discepola che fa spazio, che fa tacere le sue parole, lasciando entrare le parole dell’ospite tenendole in grembo, adagiandole in quelle intimità senza limiti che sono le viscere di misericordia:

«Quale definizione potrebbe andar bene per l’ospitalità? – chiese il più giovane dei discepoli al maestro. – Ogni definizione è, di per sé, una riduzione e l’ospitalità non sopporta nessuna limitazione – rispose il maestro. Non chiedere la strada a chi la conosce, ma a chi, come te, la cerca» (ivi, 62).

Per accogliere bisogna uscire, da se stessi, dalle proprie parole, dai propri schemi e ragionamenti, non essere intenti alle cose, rivolti a se stessi; in un parola non essere noi al centro, come Marta, ma porre al centro colui che si accoglie.

La prima e più essenziale ospitalità, quella da considerarsi veramente buona, non è quella che ospita l’altro in casa, sotto il proprio tetto, o a tavola nel servizio della mensa, ma quella che accoglie dentro di sé, nella dimora che siamo noi.

La disponibilità all’ascolto profondo «ha come sbocco l’ospitalità», che è come dire tiene aperta l’aspettativa, la stessa speranza della vita: «- Hai il potere di prolungare la vita?, chiese un saggio a un altro saggio. – Ho il potere di prolungare la speranza, gli rispose costui» (ivi, 72).

 

«Il criterio è l’ospitalità»

L’ospitalità è misura smisurata di umanità; essa ci rende degni della nostra umanità, compie la nostra libertà come amore. L’ascolto dell’altro è la prima e fondamentale forma di ospitalità, che genera e alimenta ogni altra forma e servizio di accoglienza.

L’ascolto è come il lievito nella pasta di ogni servizio ospitale. Non c’è Maria senza Marta, come non c’è lievito senza pasta e pasta senza lievito. L’ascolto fa lievitare il bene di ogni diaconia e servizio proprio nella comunità cristiana.

Colui che ascolta impara lingue nuove, conosce nuovi mondi, si misura con linguaggi altri che acuiscono in lui l’arte dell’interprete, della mediazione per il desiderio di comunicare la gioia dell’ospitalità, che è gioia evangelica.

Di più: «L’ospitalità va letta come una buona notizia» (ivi, 84). Un vangelo non è solo per se stessi ma, come l’ospitalità, dono rivolto a tutti: «Se varco la soglia della tua casa, a chi offrirai ospitalità? Al tuo maestro o allo straniero del quale non sai nulla? – Come potrei non offrirla al mio maestro che m’ha fatto l’onore di venire da me? –

Il tuo maestro – disse allora il saggio – non ha bisogno di questo segno di rispetto. Il viaggiatore smarrito, invece, che bussa alla tua porta, spera con tutte le sue forze in questo segno, poiché non lo richiede soltanto per sé» (ivi, 66).

Al cuore dell’ospitalità sta dunque un vangelo nascosto, una buona notizia di liberazione, sia per chi ospita che per chi è ospitato. È la libertà stessa del vangelo generativa di fraternità.

In ogni ospitalità, come nella casa di Marta e Maria, è lui che incontriamo e ci dice: “ero forestiero e mi hai ospitato”: «Lo straniero forse capirà d’esser giunto nel paese, desolato delle sabbie, dove l’ospitalità è pegno di sopravvivenza”, insegnava ancora. E aggiungeva: “È il libro, questo paese”» (ivi, 96) e «smisurata è l’ospitalità del libro» (ivi, 108).

 

Ospitalità crocevia di cammini

Sinodalità si declina con ospitalità. Nel testo a più mani dei vescovi si ricorda dunque che per essere sinodali occorre essere ospitali. Le nostre chiese dovranno di nuovo uscire dai propri schemi e porsi con più decisione in ascolto.

Ascoltare è attraversare le frontiere dell’io del noi, queste barriere hanno i nomi di clericalismo e mondanità spirituale. Entrambi non conoscono ospitalità. Inospitale perché egotico è il primo, pone se stesso sopra tutti, abusando del suo potere; mortifica la dignità battesimale, la santità, vocazione, del popolo di Dio e il senso della fede dei battezzati.

Ma inospitale è pure la mondanità spirituale, perché vive al di fuori della vita reale, in un suo mondo a parte – come in una fiction – ridicolizza l’incarnazione e rifugge dal prendere dimora tra gli umili e i poveri, dall’abitare nel deserto sotto una tenda come Yhwh;

esalta l’esteriorità, vendendo l’effimero come fosse moneta sonante; vive sul pinnacolo del tempio una ritualità e liturgia vuote del mistero della fede; ama invece le piazze e i sagrati come luoghi delle sue ostentazioni ed esternazioni; confidando solo nelle proprie forze.

La mondanità spirituale non conosce l’abbandono alla grazia, il cuore fatto ardente, l’urgenza mite dell’annuncio, che la pone sulla strada samaritana, che è strada della prossimità compassionevole, del servizio, della corresponsabilità.

Il fatto che Marta svolga dei servizi, ma che li porti avanti ansiosamente e affannosamente è perché non li ha innestati nell’ascolto dell’altro, ma su se stessa, a misura del suo bisogno. Un servizio che manca dell’ascolto crea risentimento, dispersione, preoccupazione e agitazione.

Nel documento consegnato alle chiese locali «la centralità delle figure di Marta e Maria richiama esplicitamente il tema della corresponsabilità femminile all’interno della comunità cristiana»: l’ospitalità come crocevia di genere.

«Marta e Maria non sono due figure contrapposte, ma due dimensioni dell’accoglienza, innestate l’una nell’altra in una relazione di reciprocità, in modo che l’ascolto sia il cuore del servizio e il servizio l’espressione dell’ascolto».

Pertanto, dall’icona dell’ospitalità evangelica riproposta nel documento, emerge la necessità ancora disattesa di «curare l’ascolto di quegli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati… prestare ascolto ai diversi “mondi”, in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè “camminano insieme” a tutti coloro che formano la società.

Innanzitutto il vasto mondo delle povertà: indigenza, disagio, abbandono, fragilità, disabilità, forme di emarginazione, sfruttamento, esclusione o discriminazione (nella società come nella comunità cristiana);

poi gli ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore.

Sono spazi in cui la Chiesa vive e opera, attraverso l’azione personale e organizzata di tanti cristiani, e la fase narrativa non sarebbe completa se non ascoltasse anche la loro voce».

L’invito di Marta e Maria? «Scoprite che la fraternità ha un volto e l’ospitalità una mano». Anche senza gli incentivi del 110 per cento teniamo aperti i cantieri di Betania: il cantiere della strada e del villaggio, quello della chiesa come casa ospitale e il cantiere in essa delle diaconie e della formazione spirituale.

 “Quando la nostra responsabilità è messa alla prova”.
“Prendere la parola.
“Per quel ch’essa è.
“Per quel ch’ essa può.
“Far ricorso ad essa.”
A colui che parla abbiamo il diritto di chiedere
in nome di che cosa egli parla.
“E allo stesso modo chi ci interroga ha il diritto
d’aspettarsi da noi una risposta.
(ivi, 34)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

salvacondotto-Ivan-Harsanyi giorgio perlasca

Stefano Gargioni, Giorgio Perlasca e il silenzio del Comune di Ferrara

 

Il post antisemita e neofascista di Stefano Gargioni – dirigente scolastico dell’Istituto Giorgio Perlasca, Giusto fra le Nazioni – ha prodotto, a Ferrara e in Italia, molte reazioni di sdegno e condanna. Stiamo aspettando la decisione del Ministero retto dal ferrarese Patrizio Bianchi –  e sarebbe bene che la sospensione fosse perpetua, tanto da impedire a una persona del genere di metter più piede in una scuola della Repubblica.

Oggi, però, la notizia più inquietante è un’altra. A più di  48 ore dall’uscita delirante di Gargioni, non registriamo nessuna reazione (stupore? presa di distanza? condanna?) da parte del Sindaco e Vicesindaco di Ferrara. Sappiamo che entrambi amano parlare tramite social, ma le loro seguitissime pagine Facebook si gingillano ancora riportando la ‘buona stampa’ sul governo cittadino e non spendono una parola sul preside fascista. 
(Francesco Monini)

Non intendo scrivere sulla vicenda del dirigente scolastico fascista Stefano Gargioni che paragona il Green Pass all’Olocausto, non perché non abbia pensieri al proposito ma perché credo che la vicenda, nella sua macroscopica gravità, non dovrebbe aver bisogno di parole ma di vere e proprie manifestazione civili di indignazione (che durino molto di più del tempo che serve per scrivere un commento sui social) da parte dei genitori, del personale scolastico, dei altri Dirigenti Scolastici, degli amministratori, dei cittadini.
Bene hanno fatto i dirigenti scolastici di Ferrara e Provincia ad inviare ai giornali una lettera di presa di distanza dell’accaduto. Bene hanno fatto le organizzazioni sindacali e le RSU/RSL dell’istituto Perlasca a comunicare pubblicamente il loro pensiero critico verso l’operato del preside.
Come in tutti i casi in cui una goccia, seppur grande, fa traboccare il vaso mi chiedo come mai siano state sottovalutate tutte le altre gocce che quel vaso hanno riempito: le messe in orario scolastico, i giudizi pesanti sul Presidente della Repubblica, gli organi collegiali convocati in presenza nonostante le disposizioni ministeriali, i protocolli di sicurezza non rispettati, i rapporti sindacali resi difficoltosi, il mancato controllo del green pass, eccetera.
Mi chiedo anche perché il sindaco non sindachi, il vicesindaco non vicesindachi, l’assessore non assideri ma soprattutto perché i consiglieri di destra di Ferrara non consiglino?
A volte il loro silenzio è davvero assordante. Speriamo almeno che il Ministro dell’Istruzione: Bianchi, provocato da simili comportamenti indecenti, provi almeno un po’ a “sbiancare” il troppo “nero” che sta dilagando a scuola oltre i limiti del civile confronto democratico.
In copertina: Salvacondotto collettivo Famiglia Harsanyi. Documento rilasciato dal finto console spagnolo Giorgio Perlasca che attestava la cittadinanza spagnola e il diritto all’ospitalità in case protette affittate dall’Ambasciata spagnola che godevano dell’extraterritorialità.  – Tratto dal sito della Fondazione Perlasca: www.giorgioperlasca.it

Israele frutto amaro

Israele. Bisogna stare attenti ad esprimere un’opinione fortemente critica verso un governo che è l’espressione di uno Stato, quando questo Stato costituisce il frutto (amarissimo) di una pianta del risarcimento per la cattiva coscienza dell’Occidente nei confronti della più atroce, sistematica e pianificata strategia di distruzione di un popolo: quello ebraico. Strategia nata e prosperata nel cuore dell’Europa. Stato risarcitorio piazzato a tavolino, nel 1947, con risoluzione delle Nazioni Unite concretizzatasi in una spartizione da cartina geografica tra la Palestina (sotto protettorato inglese) e il nuovo stato di Israele, sulla terra di una ipotetica (e dall’esistenza mai dimostrata) “Grande Israele”, tra la Siria, il Libano, La Giordania e l’Egitto, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che Israele ha progressivamente occupato, espropriando terreni, cacciando dalle proprie case le famiglie residenti, prevalentemente arabe, che già abitavano quelle terre, con una politica di espansione militare e violenta ispirata alla dottrina sionista.

Bisogna stare attenti, perché parlare contro Israele è percepito ancora come un tabù, come se essere antisionisti significasse essere antisemiti. Allora, ad evitare equivoci, conviene usare le parole di un semita.

“I nazisti mi hanno fatto provare la paura di essere ebreo, e gli israeliani mi hanno fatto provare la vergogna di essere ebreo”
Israel Shahak

Le scarpette rosse di Joyce Lussu
Una poesia sulla Shoah

La tragedia della Shoah ha toccato il cuore di moltissimi poeti e autori e quindi sono innumerevoli le poesie e i testi dedicati allo sterminio ebraico. La sottoscritta, negli ultimi anni, soprattutto su questa testata giornalistica, ha pubblicato decine di articoli sugli ebrei e sulla Shoah e, per non ripetermi, quest’anno la mia scelta è caduta sulla struggente e veritiera poesia della scrittrice Joyce Lussu, datata 1944: non esiste nulla di più emozionante e terribile, nella Giornata del Ricordo della Shoah, per non dimenticare. Sì, perché non si può dimenticare lo sterminio di oltre un milione e mezzo di bambini. Un bambino di soli tre anni e mezzo a Buchenwald, con il numero ventiquattro di scarpe, che non potrà più indossare le sue scarpette rosse, praticamente nuove. Lui non sapeva nemmeno cosa significasse essere ebreo, come tutti i bambini nei campi di sterminio. La demenziale politica nazista nei confronti dei bambini fu ancor più crudele e devastante poiché erano proprio i bambini i primi ad essere eliminati.

C’è un paio di scarpette rosse 

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald.
Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane a Buchenwald.
Servivano per fare coperte per i soldati.
Non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald.
Erano di un bimbo di tre anni, forse di tre anni e mezzo.
Chi sa di che colore erano gli occhi bruciati nei forni,
ma il suo pianto lo possiamo immaginare,
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare.
Scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald,
quasi nuove,
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…

Esisterà mai una Giornata della Memoria senza atti di antisemitismo, dichiarazioni deliranti a carico di certi personaggi, senza dimenticare i patetici negazionisti? Purtroppo la cronaca ne è piena, dandoci la dimostrazione che la macchina della menzogna e dell’odio verso le diversità è ancora troppo potente. Gli odiatori del popolo ebraico vanno considerati degli Ignorantoni con la i maiuscola, come gli autori della lettera anonima di carattere antisemita recapitata giorni fa al Meis (Museo Ebraismo e della Shoah) di Ferrara a dimostrazione che non è vero che nella nostra città non succede mai niente…

La maturità di Bassani, un monito contro i razzismi

“Chi è Bassani?”. Si calcola che su mille ragazzi, tre su quattro non conoscano lo scrittore ebreo, a differenza dei ragazzi del Liceo Ariosto di Ferrara, dove anche il romanziere affrontò la maturità e fra gli studenti è ben noto.
Il Miur sceglie le persecuzioni razziali con Il Giardino dei Finzi Contini tra le tracce della prima prova di italiano della maturità 2018. Ai maturandi, che hanno fatto questa scelta, si chiede di analizzare un brano in cui compare la figura di Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica di Ferrara dal 1930. Una storia vera e tragica, dove l’epilogo sarà la deportazione e la morte ad Auschwitz di tutta la sua famiglia. Prima della deportazione, Magrini racconterà l’amarezza e la rabbia nel momento in cui, a causa delle leggi razziali, verrà cacciato dalla sua amata biblioteca di Ferrara.
Il tema principale è l’antisemitismo, una scelta prevista, quella del Miur, in occasione della ricorrenza degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Una giusta attenzione accompagnata forse ad un collegamento alla politica attuale? A tal proposito, ecco alcuni commenti: “Quanto mai attuale!”, “Siamo in tema direi”, “Un caso?”. Ogni giorno giornali, tv e istituzioni fanno allusioni alle leggi razziali del 1938 e alla Shoah per futili motivi politici che offendono tutti coloro che sono stati perseguitati e uccisi nei campi di sterminio. Bisognerebbe evitare manipolazioni del passato e strumentalizzazioni al presente.
Auguriamoci, invece, che la scelta della traccia possa essere un invito rivolto alle nuove generazioni, alla riflessione affinché ciò che è stato non si ripeta o, come suggerisce Ruth Dureghello, presidente della comunità Ebraica di Roma, agli studenti: “Cogliete l’occasione di comprendere meglio come si arrivò a quella tragedia e soprattutto raccogliete quel testimone per impedire che si verifichi di nuovo”.

L’antisemitismo esiste ancora e non minaccia solo Israele (che da ieri si trova sotto attacco missilistico nell’indifferenza totale dei media, italiani compresi, pronti a “colpire” solamente quando Israele reagisce e si difende), come dimostrano le violenze e le uccisioni nei confronti anche di giovanissimi in Francia e in Germania. L’unica loro ‘colpa’? Essere ebrei.
Come possiamo insegnare ai giovani il rispetto quando li costringiamo ad assistere a violente manifestazioni antiebraiche come è accaduto e continua ad accadere anche in Italia, da parte di estremisti politici antisemiti?
I giovani devono comprendere che l’antisemitismo diventa pericoloso quando in uno Stato europeo si forma una forza politica che crede che gli ebrei siano la causa di tutti i mali della società.

N.B,. Questo articolo è uscito per la prima volta su Ferraraitalia il 23 giugno 2018 

LA SCOMODITA’ DI ISRAELE

“Hashanà haba’a b’Yrushalayim” (L’anno prossimo a Gerusalemme) è il saluto augurale che per secoli si scambiavano gli ebrei della Diaspora. E chiunque sia stato a Gerusalemme racconta un’esperienza che poco a che fare con il turismo. Negli occhi, nel cuore, nella memoria, la Città Santa ti rimane dentro, ti segue per il resto della vita.

Veduta di Gerusalemme

Gerusalemme, centro pulsante delle tre grandi religioni monoteiste – sorelle, perché figlie del medesimo padre, ma nemiche nella storia e sporche di molto sangue – è anche la capitale del nuovo Stato di Israele (la Terra promessa alla fine raggiunta) e l’ombelico di un Medio Oriente che da molti decenni conosce solo la guerra.
Parlare di Israele, soprattutto: farsi ascoltare, cercare di discutere con animo libero da pre concetti e pre giudizi, non è solo un argomento ‘scomodo’ ma un esercizio rischioso. Per questo, quando l’amica e collaboratrice di
Ferraraitalia Laura Rossi mi ha inviato questo suo intervento (polemico? Sì, penso si possa definirlo così) si è detta pronta a ritirarlo se la sua pubblicazione mi avesse creato qualche imbarazzo. Eppure, se un piccolo giornale può dare un minimo contributo alla causa della pace (Peace Now) è proprio di non evitare i discorsi scomodi, di affrontare anche gli argomenti pieni di spine, di uscire dagli schieramenti ideologici preconfezionati. Prendendosi anche qualche rischio. Ma può esistere una stampa libera senza coraggio e senza rischi?
Parlo per me – altri la pensano diversamente – non riesco a trovare alcuna giustificazione (nella storia, nella morale ma anche nella ragione e nella ragionevolezza) alla politica espansionista e imperialista della Destra israeliana al potere e del suo campione Bibi Netanyahu. I nuovi insediamenti, i territori occupati (‘occupati’,  secondo tutta la comunità internazionale, non semplicemente ‘contesi”), il tallone di ferro sulla Striscia di Gaza allontana sempre di più la pace. Una pace che ogni bambino del Medio Oriente, israeliano o palestinese, ha diritto di vivere. Subito. Adesso. Quella pace che David Grossman, Abraham Yehoshua, il compianto Amos Oz e tanti intellettuali israeliani chiedono (voce che grida nel deserto) da anni.
Dall’altra parte – e in questo mi sento di accogliere gli argomenti, se non la vis polemica, di Laura Rossi – esiste nella Sinistra (italiana ed europea) una posizione filo palestinese
tout-court che in molti casi si spinge ben oltre il giusto appoggio alla causa di un popolo oppresso e senza terra. C’è insomma una vulgata anti Israele, un ritornello politically correct che occulta i fatti, che non assume la drammatica complessità della Questione Mediorientale, che non considera la vita concreta degli uomini e delle donne: una vita durissima per i palestinesi ma anche per gli ebrei israeliani. Nei fatti, questa posizione, questo preconcetto a sinistra, non è semplicemente anti sionista, ma va involontariamente a sommarsi allo spettro del negazionismo e dell’antisemitismo fascista che per l’ennesima volta è tornato prepotentemente in scena, nella cronaca e nella storia del nuovo millennio.
(Francesco Monini)

Ultimamente si leggono molti articoli ed opinioni sulla religione ebraica, soprattutto sullo Stato d’Israele, senza nessuna cognizione. Una grande responsabilità è dell’informazione, o meglio della disinformazione, spesso deviante e di parte, di cui ho già scritto tempo fa.
Continuano le manipolazioni contro Israele, fomentando odio a iosa con bugie e faziosità dei fatti. A questo proposito voglio citare un intervento di Umberto Eco, alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo Il cimitero di Praga, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo, troppo spesso mascherato da antisionismo: “Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli”, scrive Eco.
Dobbiamo o non dobbiamo dare il diritto ad Israele di difendersi dagli attacchi terroristici? Per questo motivo, se la colpa israeliana è quella di aver ecceduto nella sua legittima difesa, dall’altra parte gli arabo-palestinesi hanno ecceduto in attacchi terroristici. Se fra la popolazione palestinese vi sono stati bambini innocenti come vittime, anche dalla parte israeliana vi sono state altrettante vittime, sempre bambini o giovani innocenti, ma che vengono spesso dimenticati negli elenchi dell’informazione.
E’ sempre questo tipo di stampa che è solita informare solo sui bombardamenti su Gaza e non sulle centinaia di missili che piovono su Israele. Una stampa che non informa che i soldati israeliani tendono a colpire obiettivi terroristici e che anticipatamente, prima di colpirli, avvisano la popolazione palestinese di mettersi ai ripari. I responsabili palestinesi, invece, utilizzano i civili e spesso i bambini come scudi umani, per poi ‘piangere’ davanti a tutto il mondo che i “cattivoni e sanguinari israeliani” uccidono i loro figli.
E’ risaputo che Yahya Sinwar, il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, si nasconde deliberatamente dietro ai civili. divenendo così l’unico e vero responsabile. Bisognerebbe chiedere a questo individuo perché, nonostante i milioni di euro donati dalla Comunità Europea, dagli Stati Uniti e da infiniti altri donatori da tutto il mondo, quello arabo in particolare, a Gaza vi è l’energia elettrica solamente perché erogata gratuitamente dalla società israeliana? Bisognerebbe chiedere a Yahya Sinwar perché egli vive in un enorme palazzo con piscina e aeroporto personale mentre scarseggiano medicinali e viveri per la popolazione? Vorrei ricordare a certi signori e signore della politica italiana che si stanno interessando ai ‘territori occupati’ (che non esistono, perché la forma corretta è quella di ‘territori contesi’, per una sostanziale differenza fra “occupati” e “contesi”) che la demonizzazione non aiuterà mai a porre fine al conflitto israeliano-palestinese o a portare la pace in Medio Oriente.
E’ fin troppo facile prendere la via della menzogna e partecipare al coro di demonizzazione di Israele che si basa su pochissime realtà e un mare di menzogne. Sarebbe consigliabile che questi signori si occupassero dei fatti di casa propria, dove gravissimi problemi abbisognano di soluzioni. A questo proposito, proprio in questi giorni, Marco Rizzo, segretario del partito comunista, ha affermato che “questa sinistra fa rivoltare Gramsci nella tomba”. Non lo ha dichiarato uno di destra, lo ha dichiarato un comunista. Un altro importante e indimenticabile uomo di sinistra, Pier Paolo Pasolini, dovrebbe insegnare qualcosa: “Compagni perché non capite?”, scrive nel 1967 su Argomenti. “In questi giorni leggendo l’Unità, ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta, invece della “scelta con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Perché l’ Unità ha condotto una vera e propria campagna per “creare un’opinione”? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato ora libero e sovrano non è nato male? E chi di noi, inoltre potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più nessun Hitler? O che gli Ebrei potranno continuare a vivere in pace nei Paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità o qualsiasi altro intellettuale comunista? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei Paesi in via di sviluppo, compresa in parte l’Italia, ha classi dirigenti, polizie, magistrature indegne? I comunisti hanno una sete insaziabile di autolesionismo? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?”. Pasolini ci insegna che nulla è cambiato e che è tremendamente identico a circa 50 anni fa, se non peggio.

PER CERTI VERSI
Di Anna, Enrico e d’altre memorie

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’.

ANNA FRANK

Vi scongiuro
non rilascio interviste
a novant’anni
faccio fatica
a fare la bisnonna
e nonostante tutte
le tecnologie
i fili e i satelliti
non arrivano di là dal cielo
lo so che parlano di me
sono in tanti
che ringrazio
mi chiedono perché il male si ripeta
non si guarisce mai
dal male fatto
e patito
gli uomini hanno dentro di loro
le stelle
per meravigliarsi
o per usare il loro fuoco
per mandare in fumo la storia e le vite
di altri uomini
con truce e fulgida
alternanza
non chiedetemi perché
ho novant’anni
faccio fatica a fare la bisnonna
e niente funziona bene
di là dal cielo

LAKOTA

Era la memoria del popolo Sioux
Me lo hai detto tu caro amico
O dei Dakota dei Lakota
Dei loro bambini
Scomparsi come una nuvola nel cielo rosso
Di gelo e sangue
Poi nevicava
Ma non era Dio che la mandava
Dio era assente
C’erano solo bambini indiani
E camicie blu
Sì i soldati blu
Con le loro mani madide di morte
Nuvola Rossa Alce Nero Toro Seduto
No lui non c’era non c’era più
Il cuore sepolto come gli altri a caccia mentre i soldati blu falciavano gli indifesi per una guerra alle spalle
Vigliacca e decorata di merda e feccia gialla come piscio
A Washington
Loro non chiedono mai scusa
La storia però non è chiusa
Vivono ancora i Lakota fieri discendenti
Nelle riserve
Della memoria
Della vita
Della loro arte
Di oggi e di ieri

ENRICO BERLINGUER

Prima veniva il noi
Prima dell’io
L’ombrello della Nato
Piuttosto che Mosca
La questione morale
Intuita e già fosca dentro ai partiti
Pensando ad oggi come sono finiti
Statista vero
E uomo di stato
Il socialismo dal volto umano
Come una stretta di mano
Uomo del dialogo
Della solidarietà nazionale
Nobile d’animo
Figura universale
Una persona perbene
Amato dal popolo
un milione di persone gli dissero addio
Morto sul palco
Morto di politica
Pertini la sua bara baciò
trentacinque anni or sono
Berlinguer Enrico
Uomo antico
Fermo e mite
Se ne andò

Antisemitismo: i bambini ci imitano

Attenzione, i bambini e gli adolescenti osservano le nostre azioni e ascoltano le nostre parole. Per Durkheim “l’educazione è l’azione esercitata dalle generazioni adulte su quelle che non sono ancora mature per la vita sociale”.
Nonostante il bullismo si presenti come un fenomeno dilagante, esiste una molteplicità di fattori che influisce sulla genesi del comportamento prepotente.
Il grave atto di aggressione avvenuto in una scuola media di Ferrara, da parte di un gruppo di giovanissimi nei confronti di un loro coetaneo di religione ebraica, al grido di “quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di…”, purtroppo non è un episodio nuovo né a Ferrara né in altre città.
Riferisce il prof. M.L.: “Anni fa insegnavo in un istituto della nostra città e, durante l’intervallo, un ragazzo inneggiava ai forni crematori. E’ stato punito con una nota e un rimprovero verbale, ed è finita lì”.
Altra testimonianza della prof. E.R.: “la vicenda potrebbe essere stata divulgata per sollevare il problema dell’antisemitismo, che c’è da sempre fin dalle medie, ovunque (sono testimone diretta in quanto ex insegnante). Non dobbiamo sottovalutare neppure l’annoso problema dell’emulazione.”
Non è possibile condannare ovviamente i bambini, che ci osservano e tendono ad emulare il mondo che li circonda, ma l’antisemitismo di certi adulti che non si vergognano a manifestare odio contro Israele e contro tutti gli ebrei. Ed è successo anche nella nostra città, che si vanta di Bassani e del Meis. Chissà se i nostri bambini e adolescenti, anche quest’anno, in occasione del 25 aprile, saranno costretti alla visione di insulti e spintonamenti verso gli ebrei, in alcune città italiane, rei di sfilare con la bandiera della” Brigata Ebraica, a cui è stata consegnata la Medaglia d’ Oro al Valore Militare per la Resistenza e per il notevole contributo alla Liberazione della Patria”. Questa la motivazione espressa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Chissà se questo riconoscimento riuscirà a fermare le vergognose e ignobili contestazioni antisemite e a ribadire che chi offende il simbolo della Brigata Ebraica si pone definitivamente fuori dalla storia.

DIARIO IN PUBBLICO
Vivere a ‘Ferara’

Quando arriva il giornale al mattino un sottile brivido d’angoscia si concretizza mentre si sfogliano le pagine. Una valanga di catastrofi s’abbatte sulla città senza interruzione né sosta. A cominciare da Igor, poi spaccio, furti, scandali politici. E ancora la ‘ruina’ dantesca della Spal che faticosamente s’inerpica con altalenante cammino, secondo l’icastica immagine del Poeta: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli/montasi su in Bismantova e in Caccume/con esso i piè; ma qui convien ch’om vol” (Purg. IV, vv. 25-27). Per finire, i deliziosi bocconcini alla stricnina offerti ai pelosi in passeggiata o la conoscenza del luogo dove vivevano e di come vivevano gli ottantacinque cani ospitati abusivamente in un appartamento in cui risiedeva una coppia che non pagava l’affitto.
Meno male che ci sono Bononi e le imperanti sagre del cibo.

Ma la storiaccia dell’insulto alla memoria di Anna Frank mi rende furioso al pensiero di come possa l’abiezione umana allignare nei luoghi che dovrebbero essere di esempio al senso del gioco e della competizione come stimolo morale a una sana crescita: mi produce sconforto e indignazione. Come è potuto accadere che i nostri figli e nipoti possano ancora riferirsi nelle loro manifestazioni ai più mostruosi esempi della non-umanità? Come è possibile che dai tanti che, suppongo, non condividono questa banalità del male che nasce dall’ignoranza, cioè dal pervicace rifiuto della conoscenza, non debba essere partita consapevolmente e spontaneamente una risposta a una simile indegnità, immediatamente seguita dai cori della canzonaccia fascista ‘me ne frego’ mentre si commemora Anna negli stadi oppure dai bracci alzati nel saluto fascista o l’attesa di entrare nello stadio se non dopo la cerimonia della consegna del Diario conclusa?

Ecco che allora tra tutti noi, per pigrizia o per cautela, benevolmente può levarsi questo commento: “E’ stata una goliardata”. In questo modo tutti accettiamo l’ondata di un neo fascismo consapevole o indotto, e su tutti, anche tra coloro che si son battuti per le idee liberali e democratiche, ricade la responsabilità di non aver saputo dare risposte: se non dopo . Me compreso.
Per esempio, la telefonato di Lotito – che prima di recarsi alla sinagoga di Roma per portare una corona di fiori s’informa ansiosamente se saranno presenti il rabbino e/o il suo vice e alla risposta sospira e dice “Famo ‘sta sceneggiata” – fa il paio con il comportamento tenuto, in altro luogo forse meno sportivo e più istituzionale, da pagliacci per fortuna non ancora orrorosi come il protagonista di It, che si strappano i vestiti, si bendano, urlano, vengono alle mani. Sono coloro che dovrebbero rappresentare er mejo della politica. Poi esci e nella piazza del Pantheon e vedi, ma soprattutto senti, il comico genovese che si ‘sgargatta’ ( che nel gergo ferrarese sta per “urla fino allo sfinimento”) per confermare come si debba elaborare un progetto politico attraverso la violenza verbale. Quelle stesse parole che i frequentatori delle curve non sanno leggere ma solo sentire, sommersi come sono dalla loro ignoranza. “Ma mi faccia il piacere!” direbbe l’immortale Totò
Francesco Merlo, in un articolo apparso su ‘La Repubblica’ del 25 ottobre, totalmente condivisibile per l’acutezza del giudizio e per la profondità di un pensiero acuminato dall’arma di distruzione più efficace per combattere la stupidità, l’ironia, scrive: “La signora ebrea che mi accompagna [alla visita alla Sinagoga di Lotito, ndr] è convinta che gli ultrà romanisti e gli ultrà laziali, solitamente divisi dalla stupidità del calcio, sono invece uniti nell’uso di un antisemitismo cieco che non capiscono, e che a loro arriva come un’eco. E poiché sono, anche loro, cretini intelligenti visto che smanettano google, invece di mettere la maglietta giallorossa al solito Shylock [protagonista dell’opera di Shakespeare “Il mercante di Venezia”, ndr] con il naso adunco che si fa pagare in libbre di carne umana, tirano fuori Anna Frank”.

Ecco dove si misura il nostro fallimento ancora più palpabile se si pensa che tra gli imputati del gesto c’è un ragazzino di 13 anni. Ecco perché mi sento coinvolto nel mio mestiere di insegnante. Come e dove abbiamo sbagliato nel tollerare simili indegnità?
Nel frattempo la Ministra dell’Istruzione emana un provvedimento che impone ai genitori l’obbligo di accompagnare i propri figli a scuola fino a tutte le medie, di solito sono frequentate da ragazzi e ragazze tredicenni. Orbene tra coloro che hanno diffuso i poster di Anna con la maglia laziale c’è un tredicenne. Anna aveva tredici quando venne nascosta nella soffitta per uscirne a sedici ed essere immediatamente uccisa nel lager. E si proibisce ai tredicenni di percorrere il tragitto casa-scuola se non accompagnati?
Ecco perché trovo non utili le commemorazioni e le riparazioni negli stadi. La storia di Anna Frank non deve né può passare da lì o solamente da lì. Ma solo nella Storia e nella conoscenza di questa.

C’è un racconto di Giorgio Bassani, ‘La lapide in via Mazzini’ dove il protagonista Geo Josz internato in un lager riesce a ritornare nella sua città dopo la liberazione. Passa per la via dove ai lati della sinagoga stanno per essere scolpite le lapidi che commemorano i morti ebrei e tra questi vede scritto il suo nome. Si fa riconoscere e riceve una specie d’imbarazzata compartecipazione da parte della città. Specie da chi era stato un alto rappresentante del Fascio. Geo prova una specie di vergogna di fronte al silenzio dei suoi concittadini, finché incontrando il mandatario della sua incarcerazione che gli si avvicina con modi amichevoli lo schiaffeggia e lancia un urlo che risuona oltre le mura della città. Il silenzio ha coperto sia la storia di Anna sia l’urlo di protesta. Se c’è stato, non è scoppiato investendo tutta la città, ma è risuonato semmai solo dentro gli stadi. Ecco perché la responsabilità di quel gesto ricade su tutti noi anche quelli che avrebbero dovuto lanciare quell’urlo di avvertimento che avrebbe dovuto risvegliare la nostra città, tutte le città.
Sempre più Ferrara sembra avere imboccato la via che conduce a ‘Ferara’.

Per ritornare a momenti meno gravi, ma rivelatori di una certa mentalità, riporto questo episodio.
Un commento di Michele Serra ne ‘L’Amaca’ del 7 ottobre su ‘La Repubblica’ così si esprime su coloro che, specie su fb, dicono o scrivono “le cose come stanno”. Sembrerebbe una virtù e invece è un pericoloso gioco in questa società di smemorati.
“C’è però una complicazione – scrive Serra – se uno pensa una cazzata o una porcheria, dirla non lo redime né lo soccorre. Se si è convinti – mettiamo – che gli ebrei devono essere deportati, o che una donna che divorzia è una zoccola… è evidente che il grosso problema non è quello che si dice. E’ quello che si pensa”.
E per reazione mi sovvengono ovviamente quei tanti politici che dicono “le cose come stanno” e pensano solo a come dire che bisogna respingere e in che modo…

In città inoltre si assiste a fatti a dir poco immondi. Come si fa nella bella Ferrara a spargere bocconi avvelenati in piccoli parchi pubblici o privati per tenervi lontani i cani? E semmai, filmarne l’agonia? Per fortuna il caso non è avvenuto nella nostra provincia e in città, come si è visto sui media dopo averli avvelenati. Che si fa allora? Le forze dell’ordine avvertono i compagni dei pelosi del pericolo e tutto finisce qui. Altro che carta smeraldo e divisione della spazzatura. Per dire che son convinto che l’inciviltà non proviene solo dalla, nel complesso, inutilità delle soluzioni Hera, quanto dalla pervicacia con cui i miei concittadini esprimono la loro rancorosità (molto spesso confusa con ferraresità) di proposito e con certa soddisfazione. Esempio di ieri. Diligentemente metto fuori dalla porta il sacco giallo della plastica. Dopo dieci minuti ritorno e vedo sul sacco una giacca e un vestito da donna in buone condizioni che avrebbero potuto essere messi nel cassone della Caritas a cento metri di distanza. Sarà stato forse quell’incazzato signore che al ritiro della carta smeraldo sbraitava che lui non avrebbe data niente alla Caritas perché quella è gente che si fa soldi vendendo i vestiti usati? Chissà!

No cari ultras… non ci siamo!

di Francesca Ambrosecchia

Urla, cori, striscioni, bandiere… questo e altro quando si deve sostenere la propria squadra del cuore!
Nel nostro paese, il calcio è sicuramente lo sport più seguito. Tante sono le sue componenti e immancabili sono le tifoserie. Ma cosa significa essere tifosi? Andare allo stadio per vedere tutte le partite, senza perdersi nemmeno una trasferta? Forse c’è qualcosa di più. Il sostegno per una certa squadra, unisce! Crea veri e propri gruppi sociali.
Si tratta di un fenomeno che l’antropologia e la psicologia sociale continuano a studiare approfonditamente negli stadi e fuori.
Il tifo organizzato è pura partecipazione sociale: un gruppo più o meno ampio di persone si trova nelle stesso luogo, alla stessa ora e tutti spinti da una motivazione comune. Non si tratta di qualcosa di passivo, bensì di attivo a tutti gli effetti.
Oggetto di studio è anche ciò che avviene di frequente, nonostante i sempre maggiori controlli e la sorveglianza presente in tutti gli stadi, ovvero reazioni e comportamenti fuori dal comune: momenti in cui l’autocontrollo viene meno e in cui si realizza l’abuso di violenza e insulti. Ma non solo.
Le parole di Anna Frank invadono gli stadi prima del fischio iniziale: si vuole diffondere un messaggio importante, contro l’antisemitismo. Non si contano le discussioni e i dibattiti da quando alcuni ultras laziali hanno attaccato in curva, adesivi raffiguranti Anna Frank con la maglia della Roma.

“Il calcio è un valore dominante per moltissime persone nel mondo e impatta le vite di più gente di quanta immaginiamo”
Gianni Infantino

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

IL LIBRO
‘Il cimitero di Praga’ , il romanzo di Umberto Eco che condanna l’antisemitismo.
O è tutta una mistificazione?

“Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli. Per questo sarebbe difficile, per gli imbecilli, trovare un nemico migliore. Il nemico serve a chi soffre di un’identità debole e un malinteso spirito di gruppo o un malinteso patriottismo sono spesso, purtroppo, l’ultimo rifugio delle canaglie. L’antisemitismo è un tarlo mentale, di chi ha bisogno di prendersela sempre e comunque con qualcuno, per vigliaccheria, o per pochezza”.

Così interveniva il professor Umberto Eco alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo ‘Il cimitero di Praga’, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo. Il libro riporta le deliranti ossessioni e le trame di un antisemita gonfio di odio. Racconta una storia rigorosa, ma scritta in forma di romanzo popolare ottocentesco affollata di ‘falsari dell’odio’ al cimitero di Praga. E’ gente capace di dire tutto e il contrario di tutto. Secondo loro, gli ebrei sono pieni di malattie, eppure più longevi degli altri, controllano la natura, le arti e l’economia, sono repellenti, eppure l’unica ragazza ad attrarre il protagonista antisemita Simonini sarà proprio una giovane del ghetto di Torino.
Il protagonista del romanzo incarna l’apoteosi della mistificazione, così abituato a imbrogliare e a falsificare da credere, alla fine, egli stesso ai propri inganni. Non ha pietà per nessuno e non possiede scrupoli morali. L’unico punto fermo della sua esistenza è l’odio profondo per gli ebrei e un’avversione particolare per i Gesuiti.

In cosa consiste il messaggio del “Cimitero di Praga”? Il romanzo è tutto concentrato sulla falsità di un documento in possesso del protagonista Simonini, ‘I Protocolli dei Savi di Sion’. Il messaggio intrinseco che ci arriva è proprio quello di non dare credito a suggestive ipotesi campate in aria. ‘I Protocolli’ descriverebbero ad arte una presunta congiura giudaico-diabolica, progettata nei minimi dettagli con il fine della conquista del mondo intero, diventando così la descrizione inventata di un incontro nel 1897 fra dirigenti ebrei, che volevano sovvertire la società cristiana e che miravano al dominio ebraico nel mondo. Con i ‘Protocolli’, la massoneria e gli ebrei, la triade su cui si fonda il romanzo di Eco è completa e si crea una messinscena per gli eventi rabbinici nell’antico cimitero di Praga. Fin dall’inizio del romanzo, Simonini associa al popolo ebraico un marchio d’infamia e di pericolo per la società. “Degli ebrei, so solo ciò che mi ha insegnato il nonno e cioè che essi assumono le colpe di tutti i mali del mondo: si sono avvicinati alle città per arricchirsi, sono traditori, gli ebrei uccidono i giovani cristiani per spalmare di sangue il pane azzimo, gli ebrei sono capitalisti ecc…”
Fra le osservazioni dell’autore: “Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie, chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza”.
Umberto Eco in questo romanzo si scaglia contro i pregiudizi razziali e lo fa nel modo migliore, risvegliando la coscienza e nel far odiare la meschinità del protagonista, il falsario Simonini.

La vicenda di Simonini è interessante, soprattutto fa comprendere come già molti anni prima della seconda guerra mondiale l’antisemitismo fosse una piaga ben radicata nella società, e fa riflettere il fatto che nell’ottocento, come ai giorni nostri, facesse comodo trovare un “capro espiatorio” a cui dare la colpa di tutti i fallimenti di una classe politica mediocre. Un forte odio e una grande fantasia possono costruire false notizie e inganni, a quel tempo tramite i libri, oggi con l’avvento di internet, colmo di bufale e fandonie, dove attorno alle tragedie vengono costruite false notizie pur di assicurarsi momenti di popolarità.

In molti continuano a chiedersi se questo romanzo di Umberto Eco condanni veramente l’antisemitismo o se possa provocare un antisemitismo involontario. Nella sua “ambiguità” i pareri restano discordanti.

L’INTERVISTA
Vicenza, il Comune vuole chiudere il cimitero ebraico. Piovono proteste. Il sindaco: “Mai avuto tali intenzioni”

“Lasciate in pace i miei morti che io non disturbo i vostri. Questo cimitero deve vivere perché è tutto ciò che rimane in città delle nostre radici”. Queste sono le parole della vicentina Paola Farina, di religione ebraica, nei confronti dell’amministrazione comunale di Vicenza che propone lo smantellamento dell’ex cimitero ebraico. Con questa proposta si intende cancellare la memoria ebraica della città. Su invito della stessa Paola, stanno giungendo lettere di sdegno e proteste al sindaco, da ogni parte d’Italia e dall’estero.

Perché questa proposta di smantellamento dell’ex cimitero ebraico nella tua città, Vicenza?
E’ ciclico, Laura, da quando avevo vent’anni… ogni dieci anni arriva il genio di turno. Il Cimitero è in stato di abbandono, questo è vero, ma verso fine anni Novanta il Comune rifiutò una sepoltura, quella della signora Lattes, che venne poi sepolta a Ferrara. Il Cimitero si trova a ridosso delle Mura della città: taglia via i perimetri di cemento, perché non si può costruire a ridosso. Un parco giochi o un’altra destinazione aprono i portoni per una cementificazione di massa.

A Vicenza esiste ancora una Comunità ebraica?
No, a Vicenza non c’è una Comunità Ebraica e quella che c’era prima della guerra era molto spartana, credo sia l’unico cimitero ebraico dove un marito si è portato con sé la moglie non ebrea e dove un ex ebreo si è fatto mettere una croce. Le tombe hanno raffigurato le immagini dei defunti: rarissimo e del tutto fuori dalle regole. Per questo mi piacciono le mie radici, perché atipiche: io sono parente di pari grado di un rabbino e di un santo. Sono cresciuta tra mille contraddizioni e mille sfaccettature, ho avuto un’adolescenza difficilissima e molto sofferta per questo, ma ora da diversamente giovane sono ricca di cultura, di ironia e di versatilità, pur rimanendo molto ancorata alle mie radici ebraiche. Non ci sono dubbi che la Comunità di Vicenza sia stata importante e fosse ben inserita nel contesto, perché l’appezzamento di terreno è piuttosto grande, forse si sperava in una crescita, ma sia il clero, sia la deportazione hanno contribuito ad annientare una cultura e una religione. Però mi ricordo ancora alcune vecchie signore che incontravo da bambina con mia nonna al Caffè la Triestina e poi di un pellicciaio Diamantish che era un ex internato dalla Jugoslavia e che poi andò in America.

L’atteggiamento dell’amministrazione comunale, compreso il sindaco?
Per il momento silenzio assoluto. So che in questo periodo godo di grandi antipatie, accadde così anche nel 2004 quando usai la stessa strategia con il sindaco Enrico Hullwech (FI). Non credo che il sindaco Achille Variati (Pd-Lista Civica) sia una persona con sentimenti antisemiti, penso invece che si sia scelto collaboratori sbagliati. Del resto chi vuole piacere a tutti non è esente da simili errori.

E’ vero che stanno giungendo al sindaco, da ogni parte, numerose lettere di sdegno e protesta, dopo il tuo appello?
Parecchie, in copia a me una quarantina, ma il mio obiettivo era 100 (però sono disordinata, potrebbero essercene altre che non ho spostato). Mi sono piaciute tutte, anche quelle di poche parole, il mio obiettivo era sensibilizzare le persone alla Memoria della presenza ebraica a Vicenza. Hamos Guetta ha scritto in un italiano arcaico: “Signor Sindaco Variati. Non un cimitero ma un vero monumento storico, guai a toccarlo, noi ebrei tripolini che abbiamo visto distrutto il nostro cimitero a Tripoli (Libia) ed abbiamo seguito la serie di disgrazie succedute al popolo Libico. Dobbiamo salvare Vicenza da tali disgrazie. Distruggere un cimitero ebraico secondo la ghemara attrae sul luogo e sugli autori disgrazie. Scusate il tono che può sembrare una minaccia, ma è ciò che è scritto ed avvenuto altrove sempre. Ho saputo da Paola Farina dell’intento di adibire a parco giochi il Cimitero Israelitico. Io sono stato con Paola ed ho visto quel cimitero. Salvate il cimitero e con esso l’anima di Vicenza e della sua gente”.
E quella di una ex vicentina, ormai israeliana da tantissimi anni: “egregio signor sindaco Variati, non capisco con che diritto lei abbia deciso di distruggere le tombe ebraiche di Vicenza. Ha lo stesso diritto che ha l’Isis di distruggere Palmira. Le tombe ebraiche sono a perpetuità, non possono essere spostate. Può togliere invece tutte quelle degli intrusi che sono stati messi lì, mi sembra soldati tedeschi e la pacchianeria fatta da una famiglia di convertiti e fare lì il suo parco giochi. Certo il cimitero ebraico di Vicenza non è bello come quello del Lido di Venezia o di Praga, ma può essere restaurato e valorizzato. I cimiteri sono un luogo di riposo e meditazione e possono diventare anche meta di visite, come il Père Lachaise a Parigi, i parigini non si sognerebbero certo di distruggerlo. Distruggere le cose antiche è facile, peccato che non si possano ricostruire. Cordialmente una ex-vicentina. Carla Valpiana”.
E quello della mia amica Penina Meghnagi Salomon dalla California: “No al furto delle radici ebraiche di Vicenza. Sei un Tikun per noi anche questa volta. Mi unisco a Paola. Sei benedetta. Chiedi qualsiasi dichiarazione e firmerò sempre. Questo più di tutti perché ha detto che sono benedetta, ma onestamente non ci sono parole che possano valere l’una sull’altra, tutte le mail sono state una manifestazione di affetto e di solidarietà. Noi siamo una grande famiglia, noi Ebrei e quelli che la pensano come noi anche se di religione diversa.

Come pensi che evolverà questa situazione?
Devo rispondere da persona educata? Ci provo. Sarebbe ora che i “politicicantesi” prima di parlare studiassero. Il Cimitero non potrà venire smantellato: il 27 febbraio 1987, il Presidente del Consiglio, Bettino Craxi e la Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, Tullia Zevi firmarono un accordo, trasformato in Legge 8 marzo 1989, n. 101 (modificata) Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane.
Articolo 16, punto 3: “Le sepolture nei cimiteri delle Comunità e nei reparti ebraici dei cimiteri comunali sono perpetue in conformità della legge e della tradizione ebraiche“.

Mercoledì, il sindaco di Vicenza, Achille Variati, tramite un comunicato stampa e una telefonata privata alla stessa Paola Farina, ha rassicurato riguardo le sorti del Cimitero Ebraico di Vicenza: “Voglio assolutamente tranquillizzare Paola Farina, la comunità ebraica di Vicenza e Verona, la presidente provinciale di Italia Nostra e tutti i firmatari della lettera in cui si ipotizza che il Comune voglia trasformare in parco il cimitero ebraico, che noi non abbiamo in nessun modo avuto simili intenzioni. Smantellare quel cimitero sarebbe un oltraggio”.

ATTUALITA’
Dal Messico a Israele: c’è muro e muro…
Fenomenologia delle fortificazioni odierne
 

Oggi vorrei affrontare un argomento, quello dei muri e delle barriere, non di facile comprensione ed espressione, soprattutto quando il mondo sembra concentrato esclusivamente sul conflitto israeliano-palestinese e dalle mura vaticane papa Francesco invita a “non costruire muri, ma ponti”.
Lo sguardo critico del mondo si sposta anche sugli Stati Uniti, dove l’attuale presidente Trump intende portare a termine ciò che i suoi predecessori Bush e Clinton avevano iniziato nel 2006, con tanto di approvazione da parte dei 25 senatori democratici, tra cui gli stessi Hillary Clinton e Barack Obama: la costruzione di un muro atto a separare Stati Uniti e Messico. In questo momento, il confine tra i due Paesi è intervallato da una serie discontinua di muri supportati da spiegamenti di forze militari. L’idea della costruzione del muro sembra attirare critiche rivolte unicamente al nuovo presidente. Vogliamo ricordare che durante l’amministrazione Obama vennero espulsi due milioni e mezzo di latinos?
Quando fu abbattuto il muro di Berlino (1989), esistevano nel mondo 15 muri, oggi sono circa 70, comprese le barriere difensive. Fra questi muri va ricordato anche la barriera difensiva lunga 600 miglia che Riyad sta costruendo al confine tra l’Arabia Saudita e l’Iraq. A questo si aggiungono il muro marocchino, eretto oltre trent’anni fa e lungo quasi tremila chilometri, il muro Spagna-Marocco, Bulgaria-Turchia, Ungheria-Serbia, Melilla-Marocco, Irlanda Belfast cattolica- Belfast protestante, India-Pakistan ecc…

Nonostante la lunga lista di mura e barriere esistenti, i soliti detrattori, pieni di livore antisraeliano e supportati da una cattiva e ipocrita ‘disinformazione’, che non verifica, appositamente, fonti e notizie con senso di responsabilità, sono la causa dell’aumento dell’antisemitismo, che in chiave moderna prende il nome di “politica israeliana”, come è stata definita ultimamente da uno scrittore rumeno.
Questi personaggi sono sempre pronti a colpire, ogni giorno, le barriere di difesa israeliane, senza nessun distinguo con altri Paesi in cui i muri impediscono l’ingresso ai migranti clandestini, mentre in Israele servono a garantire alla popolazione il diritto alla vita. E’ d’obbligo sottolinearne l’utilità, in quanto è un dato di fatto il netto decremento di attentati da parte degli arabi-palestinesi.
Bisogna considerare che troppi sono coloro che non conoscono la storia, o quantomeno non conoscono la vera storia di Israele e della Palestina.
‘Palestina’ indica la terra che, per migliaia di anni, è stata incubatrice dell’identità ebraica; sulla bandiera della Palestina, vi era disegnata la stella di David. Il popolo della Palestina è il popolo ebraico e gli ebrei sono i veri palestinesi. Infatti, fino alla creazione dello Stato d’Israele, gli ebrei erano noti come “palestinesi”. La Palestina è sempre stata ebraica, non araba.

Nel novembre del 1947, l’assemblea dell’Onu approvò a grande maggioranza il piano di spartizione della Palestina, dove gli ebrei e gli arabi si trovavano esattamente nella stessa posizione: non esisteva uno Stato, ma solamente due movimenti di liberazione contrapposti. Di fronte alla soluzione di compromesso proposta dall’Onu, il popolo ebraico ha accettato, sia pure a malincuore, mentre gli arabi hanno rifiutato. Il popolo ebraico, dunque, si erige a Stato, ma il popolo arabo cerca con tutti i mezzi possibili di impedirne l’esistenza, non mettendo mai fine agli attentati fino ai giorni nostri.
Israele deve sempre convivere anche con le minacce di essere raso al suolo, in passato dall’Iraq e oggi dall’Iran, e per questi motivi non può permettersi di dormire su comodi guanciali, visto che ha anche la consapevolezza che nessuno Stato europeo interverrebbe in suo aiuto. L’antisemitismo ha spalancato le porte alla Shoah e ha continuato a esistere anche dopo la sconfitta del nazismo, grazie anche a certi personaggi e a certa disinformazione che ogni giorno giocano sporco con il solo fine di fomentare odio.

L’antisemitismo di Lutero

da Giorgio Fabbri

Il “giorno della memoria”, che ricorda a noi tutti la terribile vicenda dell’Olocausto, è caduto quest’anno nel cinquecentesimo anniversario della riforma luterana, ma nessuno – a quanto ho potuto verificare – ha posto in luce alcuni aspetti inquietanti dello spirito anti-ebraico (oltre che anti-romano) che animò Lutero e i suoi seguaci.
Forse lo spirito ecumenico induce a sottacere ciò che può urtare il dialogo inter-religioso, ma la verità va detta sempre e comunque.
Da tempo è di moda parlar male di Pio XII e dell’atteggiamento tenuto dalla Chiesa di Roma circa la persecuzione hitleriana contro gli Ebrei (omettendo i riconoscimenti e i ringraziamenti che quel Pontefice ricevette proprio dagli Israeliti), ma nessuno ricorda le terribili parole scritte da Martin Lutero contro il popolo di Abramo e di Isacco.

Il riformatore tedesco manifestò in più occasioni il suo odio verso gli Israeliti, che troviamo espresso nel libro Degli Ebrei e delle loro menzogne, da lui pubblicato nel 1543 e che secoli dopo sarà usato da Adolf Hitler per avvalorare e diffondere il suo odio verso i “giudei”, tanto è vero che sotto il nazismo (!) questo libro di Lutero ebbe diverse edizioni.

Cito una sola frase, fra le tante che disse Lutero contro gli Ebrei, tratta dal libro citato. Frase che lascerà molti sbigottiti e sconcertati, ma che è doveroso conoscere : “In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto”. Proprio quello che fecero Hitler e i suoi seguaci…

L’Olocausto non è nato per caso, ma è il frutto dell’odio seminato nel corso dei secoli contro gli Ebrei. Ed è giusto ricordare (“Chi non ha memoria non ha futuro”) che anche Martin Lutero diede il suo robusto contributo a legittimare la persecuzione contro i figli d’Israele.

Una poesia, un disegno, un’amicizia.
Storie di ordinaria bellezza nella “banalità” del Male

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La Memoria va preservata affinché il passato possa diventare lezione presente e futura, e ci aiuti a “superare” certi fatti di cronaca che, purtroppo ancor oggi,raccontano l’odio inspiegabile verso un popolo, dimenticando, troppo spesso, che nei campi di sterminio il popolo ebraico ha segnato col sangue la via verso la pace e l’amore tra gli uomini. Il sacrificio non sarà stato consumato inutilmente se i figli capiranno che togliere la libertà e uccidere sono manifestazioni dei peggiori istinti umani. L’odio antisemita è un motivo conduttore del nazismo. Che cosa si nasconde dietro l’antisemitismo? Secondo lo scrittore tedesco Hesse l’odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei, certi strati meno saggi di un’altro gruppo etnico sentirebbero nascere dalla concorrenza invidia e inferiorità umiliante.

Va custodita la Memoria della Shoah, e non solo il 27 gennaio, ma ogni giorno, senza dimenticare i figli, i nipoti di queste vittime, che vivono in mezzo a noi. Dobbiamo smuovere le coscienze affinché non solo la memoria di un passato in cui il mondo è tornato ad essere foresta di ombre e belve, ma anche la contemporaneità infinita dei tempi e dei destini, sia finalmente percepita. “Del male si può essere forzatamente vittime, ma non forzatamente autori”. La Shoah intende ammonirci e invitarci alla riflessione, divenendo il simbolo della tragica divaricazione che spesso si verifica tra le leggi della politica e della storia e le esigenze naturali della coscienza e della morale dei singoli individui, quando, come scrisse Goya, “il sonno della ragione genera mostri”.

Insieme alla Shoah vanno ricordati anche tutti coloro che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte e quanti, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati. Fra i Giusti è doveroso ricordare Giorgio Perlasca che a Budapest, fingendosi Console spagnolo, riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ebrei ungheresi.

La politica nazista nei confronti dell’infanzia fu ancor più crudele e devastante che rispetto al resto della popolazione. I bambini erano i primi a dover essere eliminati. Purtroppo in guerra, i bambini sono le vittime più indifese della persecuzione e dello sterminio, come sta accadendo da alcuni anni anche in Siria. La guerra, la fame, ma soprattutto la distruzione fisica e psicologica sono i mali che da sempre gettano buio sul mondo.

Sono stati più di un milione e mezzo i bambini uccisi nei campi di sterminio nazisti. L’unica colpa era quella di essere ebrei! Ricordando l’assassinio di questi poveri innocenti, si evince in quale abisso il mondo possa precipitare quando a dominare oltre all’odio è l’indifferenza. Quindicimila furono i bambini “ospitati” nel campo-ghetto di Terezìn, situato a circa 60 km da Praga. In questo “speciale” campo di concentramento venivano raggruppati i bambini ebrei prima dello smistamento nei vari campi di sterminio. I sopravvissuti sono meno di un centinaio. La maggior parte dei bambini trovò la morte nelle camere a gas di Auschwitz.

Quattromila disegni e poesie sono stati recuperati in questo campo di Terezìn, dove i bambini, seppur in condizioni terribili, riuscivano a dare sfogo alla loro fantasia e spontaneità come risposta al progetto criminale nazista.

Dei 776 bambini ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, corre l’obbligo citare, tra i pochissimi sopravvissuti, Samuel Modiano (detto Sami) e Piero Terracina, diventati amici proprio nell’inferno di Auschwitz, dove avvenne anche l’incontro con Primo Levi, più grande di loro di circa dieci anni e morto suicida nel 1987.

Primo Levi è l’autore della più celebre testimonianza sulla “vita” nel campo di Auschwitz-Birkenau, “Se questo è un uomo”. “C’è acqua ad Auschwitz, ma non è potabile. Ci sono le docce, gelate, ma in alcune esce il gas…berretto su, berretto giù, correre alla zuppa, andare alla latrina. Andare a morire correndo”.
L’immensa sofferenza di tante crudeltà è conservata nelle parole di questi testimoni che hanno avuto il coraggio di condividere le terribili esperienze attraverso la scrittura. Descrivere l’indescrivibile affinché tutti sappiano e tutti si chiedano “perché?”.

Scrive Modiano:”Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino: la notte mi addormentai come un ebreo”. Questa frase si riferisce alla promulgazione delle leggi razziali: frequentava la terza elementare e si vide espulso in quanto ebreo. Per molti anni, da sopravvissuto, Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dar voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato a Rodi,un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Modiano non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma all’indomani delle leggi razziali,all’improvviso si trova bollato come “diverso”.

Piero Terracina:”Ci misero in sessantaquattro in un vagone. Fu un viaggio allucinante, tutti piangevano, i lamenti dei bambini si sentivano da fuori, ma nelle stazioni nessuno poteva intervenire, sarebbe bastato uno sguardo di pietà. Le SS sorvegliavano il convoglio. Viaggiavamo nei nostri escrementi: Fossoli, Monaco di Baviera, Birkenau-Auschwitz”.

Degli otto componenti della sua famiglia, Terracina sarà l’unico a fare ritorno. “Dove sono i miei genitori? chiesi a un altro sventurato nel campo di Auschwitz-Birkenau. E lui rispose: Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì”.

(Le opere di Laura Rossi sono tratte dalla Collezione ‘Shoah’, 1984)

LA NOTA
Rispettare i vivi

In questi giorni del ” Ricordo” abbondano eventi, convegni, visite nei lager, conferenze al grido di :” Mai più”. Mai più, mai più…
Sembrerebbe un’ipocrisia visto il dilagare, in Europa, di un antisemitismo pericolosissimo. Difatti, a causa di questo, oggi in Europa circa 700.000 ebrei vogliono lasciarla, ovvero un terzo degli ebrei. Oserei dire che la situazione è gravissima.
A questo punto sarebbe il caso di dire che non ha più senso rivolgere il pensiero esclusivamente a coloro che da oltre 70 anni furono vittime del più atroce genocidio che la storia ricordi, ma bisognerebbe anche rispettare tutti gli ebrei che sono fra noi, combattendo per distruggere l’antisemitismo. Il rispetto per i vivi è l’unica via d’uscita, non ne vedo altre.
Credo che questo sia l’unico modo per Ricordare degnamente e onestamente il 27 gennaio.

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PUNTO DI VISTA
Polonia, ma che fai?

Che cosa sta accadendo in Polonia? La stampa internazionale ci trasmette due vergognosi episodi che trasudano di antisemitismo. Sta dilagando la pazzia o c’è in corso un piano europeo ben stabilito? La Polonia, in questi giorni sta facendo molto parlare di sé: il 22 giugno sarebbe stata fissata la data della messa all’asta per soli 39mila euro, dell’ex Kommandantur (campo di sterminio nazista di Belzec), e precisamente il secondo centro di sterminio nazista. In questo campo furono sterminati circa 434.500 ebrei e un numero indeterminato di polacchi di religione cristiana e di rom. La maggior parte delle vittime era costituita da ebrei provenienti dai ghetti polacchi, tedeschi, austriaci, cecoslovacchi e italiani.
A Belzec, i nazisti, utilizzarono una macchina speciale che riduceva in polvere i frammenti delle ossa, dopo la cremazione: sempre all’avanguardia i criminali!

Questo fatto ha allarmato l’Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti), la quale intenderebbe impedire lo smantellamento di questo luogo di memoria, rivolgendo un appello alla Mogherini come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri.
L’Aned, in una nota, confermerebbe la propria partecipazione all’asta del 22 giugno, impegnandosi anche a promuovere una sottoscrizione popolare.
A questo punto viene da chiedersi: la Ue bloccherà la vendita, o costringeranno l’Aned a comperarlo per non disperderne la memoria?
Non solo questo in Polonia, in questi giorni, che fa vergognare il mondo intero. Al Museo di arte moderna di Cracovia, vi è una mostra intitolata: “Polonia-Israele-Germania: l’esperienza di Auschwitz”, inizialmente anche con la collaborazione di Israele, il quale ha ritirato immediatamente la sua adesione dopo aver visionato il video, che sta facendo il giro del web, dove uomini e donne – completamente nudi – giocano a nascondino e ad acchiapparello in una vera camera a gas!
Come si può ridere e giocare in luoghi dove sono stati sterminati milioni di uomini, donne, vecchi e bambini? Polonia: cosa stai combinando?

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L’OPINIONE
Contro ogni forma di discriminazione. Pensieri in libertà sulla giornata della memoria

di Michael Sfaradi

Sono passate decine di anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla scoperta dell’enorme tragedia umana dell’Olocausto ma ancora ci è difficile capire come degli uomini in preda a deliri di onnipotenza siano riusciti da una parte a auto-convincersi di essere razza superiore e dall’altra, proprio in nome di questa superiorità, a programmare a tavolino l’annientamento totale di popolazioni intere. Grazie a Dio non ho conosciuto direttamente gli orrori delle leggi razziali e delle persecuzioni, ma come tutti i figli e i nipoti della Shoah ho preso coscienza del dramma vissuto dal mio popolo solo attraverso i racconti delle persone che sono riuscite a salvarsi dalla deportazione o che sono tornate dai campi di sterminio. I loro racconti, la loro memoria storica è un bene che la mia generazione e le generazioni a seguire hanno il dovere di conservare e mantenere vivo per far sì che ci sia sempre un campanello di allarme, una spia che si accenda ogni volta che ci si avvicina, pericolosamente, a situazioni che possono permettere il ripetersi di fatti storici come questo o simili a questo. Ogni volta che mi sono trovato davanti a discussioni dove c’erano delle persone che facevano parte di gruppi etnici o religiosi diversi da quelli che allora furono colpiti, ho notato che ognuno di loro cercava di dare a se stesso una risposta per rendere accettabile l’inaccettabile… tutto andava bene, anche, per assurdo, accusare le vittime. Questo perché nelle menti degli esseri veramente umani non è accettabile l’idea che sia stata creata una macchina distruttrice, una fabbrica di morte nei confronti di qualcuno e che questo qualcuno sia totalmente innocente.

Se a distanza di tanto tempo ancora ci si chiede attoniti perché e come può essere accaduto, e si rimane increduli e senza risposte soddisfacenti davanti alle prove inconfutabili che l’essere umano può arrivare a livelli di malvagità senza limiti nei confronti dei suoi simili, l’unica cosa veramente chiara, per chi la vuole vedere, è che quello che accadde nel buio di quegli anni degradò l’umanità al di sotto di ogni livello accettabile. Quando poi se ne prende coscienza quello che rimane è solo un senso di impotenza profonda davanti alla storia e alla follia. È impossibile per noi capire cosa abbia abitato in quegli anni nella mente e nel cuore della maggioranza delle persone, e questo non solo in Germania, ma in tutta Europa. Quello che accadde non fu un caso isolato, non fu un’eccezione, non fu un cortocircuito, quello che accadde fu la conseguenza di un’azione studiata a tavolino, finanziata e programmata fin nei più piccoli particolari. Un’azione che prese il via in Germania ma che trovò adepti in ogni angolo d’Europa, un’azione che riuscì a portare allo scoperto l’odio profondo e radicato nei confronti di una minoranza, un odio che per secoli era stato, a più ondate, alimentato da chi nell’ebraismo e nella sua cultura, che è sempre stata la radice su cui poggiava e poggia il mondo moderno, vedeva un affronto se non un pericolo. In quegli anni si aprirono le dighe e l’odio che da sempre bolliva in larghi strati della popolazione europea straripò in tutta la sua lucida violenza.

In quegli anni lo sterminio era la normalità, perpetrare lo sterminio era la normalità, rimanere silenti davanti allo sterminio era la normalità. Gli ebrei, ad esempio, venivano accusati, come al solito, come oggi, di avere in mano l’economia mondiale, anche se le statistiche sia di allora che di oggi smentiscono questa diceria. Ma non era e non è sufficiente, perché chi vuole odiare ha bisogno di un motivo o una scusa per farlo, e non ha importanza se sia vera o falsa. Serve la fiamma per accendere la miccia, serve la scossa per far detonare la bomba carica di odio e cattiveria. Gli zingari, i rom, accusati di essere ladri, gente marcia, come gente marcia erano gli omosessuali e tutti coloro che non volevano o non potevano allinearsi all’interno di quel trita cervelli che è sempre stata la propaganda delle dittature, di tutte le dittature a prescindere dal colore dietro il quale si nascondono o si sono nascoste. I regimi, come è stato per il nazismo e per il fascismo, e a seguire dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni, con una lunga scia di dittatori e sangue, hanno continuato ad arrogarsi il diritto di decidere la vita o la morte di popolazioni intere, che per volere del tiranno di turno diventavano bande composte da esseri subumani, cancro della società.

Ecco allora calare il buio della ragione e le schiere degli sterminatori stringono i ranghi davanti al silenzio dei pavidi che ne diventano complici silenti. Il messaggio viene recepito come vero e con il tempo l’odio diventa normalità e da lì ai campi di prigionia, o di rieducazione il passo è breve, breve come è facile ritrovarsi dietro al filo spinato, con un proiettile in testa o dietro la schiena. Se vogliamo fare un piccolo esempio che possa aiutarci in un cammino di riflessione, in una chiave di lettura diversa che ci possa permettere di capire quali sono stati i meccanismi che hanno portato a una follia collettiva come quella che si è registrata in occasione della Shoah dobbiamo accettare che la “follia collettiva” non era in realtà una follia vera, ma freddo ragionamento di burocrati convinti che i vagoni blindati in viaggio verso i campi di sterminio fossero pieni di animali da eliminare quanto più velocemente possibile, in modo da rendere il mondo più pulito e vivibile. Proprio considerando che la Germania di quegli anni era il centro del sapere europeo, il centro della cultura europea, rimane ancora più difficile credere che tutto ciò sia partito proprio da lì, ma così è stato.

Rievocare in questa giornata 6 milioni di persone uccise con il gas e cremate nei famigerati forni dei campi di sterminio, rievocare le centinaia di migliaia di persone che sono state barbaramente torturate o inumanamente sottoposte ad ogni tipo di esperimento pseudoscientifico e, cosa ancora più dolorosa, rievocare 1 milione e mezzo di bambini ai quali fu tolto ogni diritto e ogni gioia della vita è un compito decisamente arduo che non si esaurisce in cerimonie rievocative una volta all’anno ma che deve essere spiegato nei minimi particolari affinché la memoria non vada persa… affinché il passato non ritorni ad essere un presente. È un compito che ci riguarda tutti da vicino e che abbiamo il dovere di insegnare ogni volta che capita l’occasione. Gli storici hanno provato, con il loro lavoro, a dare un senso alla tragedia, esistono decine di libri e di saggi dove vengono presi in considerazione aspetti del dramma e si prova a darne una spiegazione, ma io credo che a tutt’oggi non esista un’opera che possa racchiudere in sé il “fatto storico” nella sua interezza, che possa far capire la drammaticità di ciò che accadde.

Questo mi ha fatto giungere alla conclusione che uno dei pochi dati di fatto acquisiti è quanto sia stata grande, immensa, la tragedia, tragedia che l’uomo è riuscito a creare in un dramma che esso stesso non riesce a capire e al quale ancora oggi non riesce a dare una spiegazione valida. Gli storici da una parte hanno il compito di raccolta dei documenti, non passa giorno che non si scopra in qualche angolo d’Europa un nuovo archivio o un nuovo carteggio che mette i riflettori su altri massacri, e aggiungono così altri capitoli di questo libro ancora lontano dall’essere definito, ammesso che mai possa essere definito, dall’altra il nostro dovere, soprattutto ora che gli ultimi testimoni viventi ci stanno purtroppo lasciando e i negazionisti si fanno avanti con sempre più forza e tracotanza, è quello di non dimenticare. Lo stesso Yad Vashem il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, è stato di recente profondamente ampliato proprio per far posto a tutte quelle testimonianze che continuano ad arrivare con un flusso continuo.

Giorno dopo giorno, ancora oggi, escono dal buio dell’oblio nomi, cognomi, indirizzi, nazionalità, e si restituisce un minimo di dignità a persone che da innocenti hanno pagato ciò che erano e per quello che erano. Ma tutto questo non basta, il nostro compito non si esaurisce qui, noi che siamo uomini liberi, donne libere, dobbiamo fare in modo che il buio della coscienza non sia appropri più della nostra anima e dell’anima delle popolazioni cui apparteniamo. È troppo facile dire, o peggio ancora credere, che quello che è accaduto non accadrà di nuovo… non fatevi ingannare, succede ancora, ogni giorno, davanti ai nostri occhi troppo occupati per vedere le tristi realtà che si avvicendano in posti lontani che poi lontani non sono. Non avremo mai il numero dei morti, e sto parlando degli anni Settanta, che ci furono nei campi di sterminio cambogiani dove il regime dei Khmer Rossi ha prodotto risultati che variano da un minimo di 800.000 a un massimo di 3.300.000 morti. Questo conteggio riguarda le vittime delle esecuzioni, delle carestie e dei disagi. Il governo vietnamita parlò di 3.300.000 morti mentre Lon Nol si vantò di averne eliminati 2.500.000. L’Università di Yale giudica la cifra intorno al 1.700.000 unità mentre Amnesty International ne da qualcuna in meno 1.400.000, ultimo e non meno importante il dipartimento di Stato degli USA che ne considera solo 1.200.000.

Tutto questo può essere da noi considerato normale? 3 milioni, 2 milioni, 1 milione mezzo, ma qui non stiamo parlando di pecore alla vigilia della Pasqua, questi numeri, nella loro freddezza spersonificata, come i sei milioni di Auschwitz, nascondono volti di uomini, donne, vecchi e bambini. Persone che avevano nome, un cognome, una vita da vivere e tanti sogni irrealizzati. Qualcuno potrebbe pensare che tutto ciò è lontano, è successo dall’altra parte del mondo, era fuori dal nostro pianeta? Ma le fucilazioni di massa nella ex Jugoslavia sono state perpetrate proprio dietro la porta di casa nostra, nel cuore dell’Europa continentale, e nessuno ha mosso un dito se non quando era già troppo tardi. Anche in quel caso, mi duole dirlo, la comunità internazionale legata da mille laccetti più o meno seri, più o meno politici ha lasciato che città intere, e Sarajevo ne è il simbolo, fossero praticamente rase al suolo.

Sempre alle porte dell’Italia e nel cuore dell’Europa continentale abbiamo assistito a scontri armati che si consumavano all’interno delle stesse famiglie perché essere serbo o essere croato era un motivo sufficiente e necessario per essere eliminato. E ancora più vicino a noi nel tempo siamo testimoni di massacri dimenticati dove uomini uccidono altri uomini, donne vengono stuprate e vendute come schiave e teste vengono staccate dai corpi e rotolano in terra così come venivano staccate e rotolavano nel più terrificante Medio Evo, e tutto ciò in nome di un Dio diverso. Questo è il buio della ragione, questo è quello che noi più che combattere dobbiamo prevenire senza delegare questo lavoro a nessuno, perché nessuno può garantirci nulla. Solo noi stessi possiamo essere garanti, solo noi stessi possiamo insegnare alle future generazioni la luce della vita gettando il seme della convivenza pacifica e civile fra le genti.

Concludendo voglio ribadire il concetto a me caro, che il modo migliore per onorare chi sull’altare dei forni crematori ha sacrificato la vita, è una medaglia con due lati: da una parte il massimo impegno affinché il ricordo rimanga indelebile e, dall’altra, la nostra attenzione su tutte le manifestazioni di antisemitismo, di omofobia e di ogni razzismo possibile, palesi e no, senza sottovalutarle e impedendo che motivazioni politiche di ogni colore strumentalizzino il dolore per farne battaglie ad esso estranee.

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Antisemitismo e imbecillità

Mi è sempre piaciuta la storica frase di Lenin:” L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”.

Il duemila sta andando avanti o sta ritornando indietro al 1938 e oltre…? Dai segnali molto preoccupanti di un ritorno della vigliaccheria e della violenza, mi sembra che si stia ritornando indietro…

Il 16 ottobre di quest’anno nella giornata in cui a Roma si ricordava la deportazione degli ebrei del 1943 è avvenuta l’ennesima aggressione davanti alle scuole. Come si possono tollerare ancora questi vergognosi raid che continuano a susseguirsi nell’indifferenza delle nostre istituzioni? Bisognerebbe, seriamente, prendere in mano la situazione prima che possa sfuggire di mano… Ed invece ho l’impressione che tutto stia proprio sfuggendo di mano… Difatti, proprio pochissimi giorni fa in un liceo romano è accaduto l’ennesimo atto vergognoso e vigliacco con minacce di morte con svastica, ai danni di uno studente ebreo, alunno di questo Liceo, utilizzando un cartello con questa scritta:” EBREO DE MERDA TE DAMO FOCO”.

Come si può tacere di fronte a questa ondata di odio antiebraico che si nutre di menzogne e strumentalizzazioni?

Questi imbecilli non riescono a capire che più odieranno gli ebrei e più si avvicinerà la Sharia a Roma, Milano, Torino, Venezia ecc… Purtroppo vi è una considerazione molto penosa ma ormai troppo realistica: il vecchio antisemitismo lo possiamo ancora trovare tra i nazisti nostalgici e i giovani nazi-skins: il nuovo antisemitismo si trova nella sinistra. E’ cosa “vecchia”: Stalin è stato il miglior “insegnante” di Hitler in fatto di massacri a popolazioni inermi…

La sinistra favorisce la causa islamica, sotto agli occhi di tutti: soprattutto i comportamenti della Boldrini, della Mogherini e via discorrendo, che non lasciano dubbi… Tutti pro-islam. pro-palestina e contro gli ebrei italiani e israeliani. Se i comportamenti a livello governativo sono questi come è possibile educare i giovani, soprattutto, al rispetto di una minoranza dalla cui religione è nato anche il cristianesimo? Come è possibile educare i giovani italiani in un clima di odio e tensioni? Non è possibile! O si cambia o si arriverà ad un punto di non ritorno pericolosissimo per tutti, anche per gli stupidi che credono di sentirsi erroneamente al sicuro…

Laura Rossi (Italia-Israele)

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