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Vecchi, ricchi, “condizionati” … e una gran paura della morte:
cronaca di un dialogo impossibile

 

Ieri mi sono ritrovata imbottigliata nel traffico. Dovevo portare la mia anziana mamma a pranzo da suoi vecchi amici. A causa di un incidente l’autostrada era bloccata. Siamo arrivate a destinazione alle 14. I due anziani amici di mia madre, genitori di amici della mia infanzia che non vedevo da molto molto tempo, mi hanno gentilmente offerto di rinfrancarmi dal caldo accettando il loro invito a sedermi a tavola con loro.  Tutti ultraottantenni apparivano poco cambiati rispetto ai miei ricordi d’infanzia. Certamente più incurvati, con l’artrite nelle mani,  con il passo meno sicuro, ma con l’ espressione del volto che non era non molto diverso da quello dei miei ricordi.

Una bella casa genovese, in una splendida zona di Genova, la tavola apparecchiata con la tovaglia, la  donna di servizio con il grembiule in cucina che trafficava. Insomma un ambiente che ricordavo, molto borghese e raffinato,  rimasto tale e quale a 40 anni fa, avvolto da muri pesanti separato totalmente dal fuori. Mi sono ritrovata in un atmosfera tipica della mia infanzia che però fa a pugni con la vita che si prospetta per il futuro. Almeno così l’ho avvertito io. Ci siamo seduti a tavola ed è iniziata la conversazione di rito. Il tempo passato, le nostre storie di vita, famiglia figli etc. poi la fatidica frase parliamo un po’ di politica.

Sapevo che stavo cadendo in una trappola ma non ho resistito e siccome gli anziani ospiti avevano un condizionatore  che andava a palla – fuori c’erano 35 gradi – mi sono arrischiata nella battuta “ vedo che avete il condizionatore che va al massimo e dunque devo presuppore che non siate affatto d’accordo con Draghi”. Non l’avessi mai detto… “ Draghi il miglior presidente che abbiamo avuto negli ultimi 30 anni, unico presidente  ammirato in tutto il mondo (e intanto il mio cervello si chiedeva” a quale mondo facevano riferimento?”).  Hanno poi continuato “Autorevole e capace di limitare le “ troppe libertà dei nostri giovani” che naturalmente andavano recintati perché se no portavano il virus in giro causando la  morte dei vecchi”.

Il condizionatore continuava a sparare aria fredda, e loro mi parlavano dei poveri ucraini che andavano aiutat,i perché il mostro Putin” andava fermato. E intanto mi dicevano che i miei figli avevano fin troppe libertà e che andavano contingentate, che il loro sacrificio di sottoporsi a un vaccino sperimentale per difendere la vita dei vecchi era il minimo che potessero fare per ringraziarli per tutto quello che avevano ricevuto – e di nuovo il mio cervello si chiedeva “ un pianeta a rischio estinzione?” Aggiungevano che tutte le mie contro argomentazioni erano irrazionali,  frutto di isteria. Avevo tentato timidamente di dire che una società che usa come cavie i bambini e i giovani adolescenti  con un siero di cui nulla si sa sugli effetti a lunga scadenza era una società che non aveva a cuore il futuro delle nuove generazioni. Hanno tuonato che non avevo fiducia nella scienza! Quando ho opposto a quale scienza facevano riferimento, a quel punto mi hanno detto garbatamente che ero una folle complottista,  che se avevo avuto il Covid senza quasi sintomi era solo culo e che dei loro tre figli solo uno la pensava come me  (per fortuna) e lo definivano appunto il complottista.

Il vecchio padre continuava a ripetermi di aprire una disputa socratica: ”argomentiamo ogni singola posizione e vedrai che fallisci”. Ho accettato la sfida. Mi sono sembrati dei folli come folle apparivo io ai loro occhi. I loro punti erano tutti fondati sul dogma della giustezza delle scienza, quella riconosciuta dal Potere ovviamente, e sul dogma  dello Stato Padre, che sceglie sempre per il bene di tutti al quale i cittadini onesti  devono obbedire ciecamente. Ciò che io reputavo una ragionamento logico per loro era irrazionale e ciò che loro reputavano un ragionamento logico a me pareva solo un modo per scansare la  loro paura della morte.

Mi sono alzata sorridente, mantenendo il più possibile la calma, ho addotto la scusa che avevo una figlia adolescente da recuperare, e con  un filo di ironia ho aggiunto che certamente avrei telefonato al loro figlio complottista per organizzare le barricate in difesa del principio di autodeterminazione così criminalmente calpestato in questi due anni dallo Stato Padre e che come femminista non mi stupiva affatto  dal momento  che da millenni il principio di autodeterminazione viene osteggiata,  a partire dal controllo dei corpi delle donne, dal Patriarcato  di cui massima espressione, oggi, sono le istituzioni .  La padrona di casa mi ha gentilmente accompagnato all’uscita con questa bella battuta “il femminismo; la malattia peggiore che esista e per il quale purtroppo un vaccino non c’è”. Quanto a carattere lo sfoderava con ancor più audacia della mia, chapeau, un bel calcio in culo con il sorriso sulla bocca.

Fuori dalla porta mi aspettava un sole rovente ma una luce intensa, radiosa e meravigliosa.  Mi sono detta che la paura della morte, se non riconosciuta e messa in parole produce queste aberrazioni: “se non si bucavano i giovani,  andavano in giro, mi infettavano e mi ammazzavano” questo avevano detto gli ultra 85enni, come se la morte non fosse presente se non attraverso lo spazio che i giovani portano via ai non giovani . Con questo schema i vecchi possono allontanare il pensiero della morte spostandolo all’infinito sulla colpa dei giovani di essere giovani. Mi è venuto in mente questa brillante riflessione di Franco Nembrini “l’educazione è un casino da mo” [vedi il video], due minuti esilaranti che vi consiglio di ascoltare.

Non cambia nulla, la storia si ripete, se non siamo capaci di andare in fondo ai tunnel delle nostre paure. Resta però il fatto che in tempi estremi come quelli che stiamo vivendo, non affrontare seriamente e profondamente queste nostre paure ataviche diventa criminale perché ci si macchia dell’assassinio vero e proprio e non simbolico della gioventù.

lo confesso, sono uscita schifata anche se sento e so che parte del loro modo di vivere appartiene anche al mio, è parte di  me. E che per liberarmene c’è bisogno di un vero atto di rottura. La babele che ci avvolge, l’incomunicabilità tra generazioni  è forse il castigo che ci spetta per non volere  fare fino in fondo  il salto quantico, il salto  dentro al futuro, con gli occhi di chi lo ha davanti tutto da vivere. Ho scritto questo pezzo perché spero davvero di non fare il loro stesso errore, spero di non macchiarmi di una colpa che non riesco a perdonargli, quella di non sapere accettare la finitudine della vita che porta alla cancellazione del diritto allo  spazio della vita di chi verrà dopo di noi.

Diario di un agosto popolare
3. Corpi dimenticati

 

CORPI DIMENTICATI
Roma, 2 agosto 2019

La storia di oggi purtroppo non fa ridere.

Stamattina vorrei andare in circoscrizione, ma appena giro l’angolo di casa, mi sorprende una scena spaventosa.

Una signora anziana, con uno di quei vestitini bianchi a fiorellini che le signore mettono in casa, a piedi nudi, senza un paio di scarpe vicino, è sdraiata sul marciapiede a faccia in giù, immobile.

Sono appena arrivate delle persone che le stanno accanto per capire cosa è successo.

E’ caduta dal secondo piano: dove? Dal balcone, quello là.

Com’è possibile? C’è la balaustra.

Avrà avuto un capogiro, si dev’essere sporta troppo.

Comincio ad avvertire una grande concitazione attorno a me.

Avete chiamato l’ambulanza? Chiedo io.

Si, abbiamo chiamato il 112, il numero unico, che poi ci ha mandato dal 118, che ci ha messo in attesa.

Un signore prende l’iniziativa e richiama. Cominciano a fargli tremila domande.

La signora è vigile? Si. Sembra che respiri, ma ancora non risponde.

Parlatele, non la muovete e lasciatela com’è.

Qualcuno si spazientisce: “Ma dateve ‘na mossa e venite, invece de perde tempo a chiaccherà!”

Ma forse l’ambulanza è già partita, il centralinista fa il mestiere suo.

Attorno si è formato un capannello, la maggioranza, vecchi.

Un po’ perché è estate e i giovani sono al lavoro oppure coi figli al mare. Un po’ perché siamo diventati tutti vecchi e i vecchi sono morbosamente curiosi riguardo alle tragedie e alle situazioni che gli ricordano la morte.

Io che in genere, in queste situazioni, se non sono d’aiuto mi allontano, considerando il ruolo del curioso un po’ indecoroso e spesso d’impiccio (ho sempre odiato gli ingorghi autostradali causati dal rallentamento voyeuristico di chi vuole godersi la scena raccapricciante di un incidente mortale). Ma stavolta, con l’impegno del cronista, decido di restare fino alla fine.

Noto che le signore parlano, sposando la teoria del capogiro. Dicono che la balaustra del balcone è troppo bassa. I maschi tacciono.

Io mi soffermo sul dettaglio dei piedi senza scarpe e immagino che, vestita così, avrebbe dovuto averle indosso: a meno che non se ne sia liberata per scavalcare più agevolmente.

Saranno considerazioni da romanzo poliziesco, ma per me la signora non è caduta per sbaglio.

Intanto il tempo passa e l’ambulanza non arriva.

Un rivolo di sangue esce dalla testa della donna e comincio ad allarmarmi, pensando che non agire sia già una responsabilità.

Chiamo il 113, stavolta, coordinandomi con quelli più attivi.

Il tempo di attesa, in questi casi è sempre insopportabile. La gente comincia a protestare, anche se sono passati appena 10 minuti.

Nel frattempo è arrivata la figlia, una donna dall’aria stordita, che non sa cosa fare.

Resta a guardare la mamma spiaccicata sull’asfalto, ma non riesce a dire una parola.

Anche qui le mie fantasie, forse proiettive, sono che al suo posto, non mi sarei staccato da mia madre. Mi faccio un’idea, giudico: ma poi penso che non ne ho diritto. Che ne so io? Sono un solo un passante curioso.

Noto però che la gente collabora in modo molto pratico, le consigliano di andare a prendere i medicinali della signora e i documenti, nel caso che arrivi la polizia.

Per fortuna c’è un uomo giovane che sa il fatto suo e non smette di parlarle.

La signora caduta comincia a rispondere con dei gemiti.

In effetti c’è qualcosa di morboso in questa platea di gente coi capelli bianchi che guarda una coetanea agonizzare, senza poterla neanche toccare, carezzarla, farle coraggio. Guardo i piedi nudi nodosi accavallati, il vestitino che si sta bagnando di sudore e la macchia di sangue che si allarga sul marciapiede.

E quest’uomo giovane, l’unico, che le parla con dolcezza, per farla stare sveglia.

Ogni volta che mi è capitato di assistere a una situazione difficile, c’è sempre qualcuno che sa come si deve fare e lo fa con decisione e umanità.

Insomma, c’è un senso civico più diffuso di quello che ci si aspetta, o perlomeno, nei momenti estremi, c’è spesso una parte di noi che reagisce e aiuta a metterci in salvo.

Forse, soprattutto per come lo rappresentano i media, può sembrare che questo spirito di reazione non ce la faccia ad avere la meglio. Che siano tutti – gli altri – diventati insensibili e indifferenti.

Dopo 15 minuti arriva l’ambulanza e poi la polizia.

Gli infermieri (quasi tutte donne) riescono a rovesciare la donna, bloccarla con un collare, tamponare la ferita e caricarla. La signora è ancora viva.

Forse domani sapremo se ce l’ha fatta.

Sapremo se è stato un incidente, o una scelta, tristissima come la solitudine di chi non ha più ragioni per vivere.

Rimangono molti pensieri, fantasie cinematografiche o morbosi interrogativi da romanzo giallo (qualcuno l’ha spinta?).  Arrivano altri parenti, ma non le si avvicinano.

Ormai la donna è un corpo in terapia intensiva, in balia di mani – speriamo – esperte.

E mi vengono in mente altri anziani, illustri e meno illustri, che a un certo punto hanno scavalcato il balcone e sono finiti di sotto. Per levare il disturbo.

(Continua domani, 3 agosto) 

Diario di un agosto popolare

  1. ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA
  2. STRANI STRANIERI
  3. CORPI DIMENTICATI
  4. NELLA CITTA’ DESERTA
  5. COCCIA DI MORTO
  6. FINCHÉ C’É LA SALUTE
  7. LA BOLLA SVEDESE
  8. STELLE CADENTI
  9. MEZZI PUBBLICI
  10. FREQUENZE DISTORTE
  11. CANNE AL VENTO
  12. L’OTTIMISMO DURA POCO
  13. LA TORBELLA DI ADAMO

Sono anziano, non idiota:
quando la digitalizzazione crea emarginazione

 

Maggio è il mese delle allergie. Personalmente ho un attacco di orticaria ogni volta che sento pronunciare la parola digitalizzazione. In Italia, paese nel quale l’apparenza prevale sulla sostanza, nel quale la programmazione ha l’orizzonte temporale di una tornata elettorale, abbiamo l’abitudine di rappresentare noi stessi come dei gran fighi semplicemente pronunciando come pappagalli una parola di moda. Che è tipo girare in Porsche in riserva e dal benzinaio fare sette euro di Gpl, come Checco Zalone in una scena iconica delle sue.

Allo stesso modo, giornalisti, ministri e sottosegretari si riempiono la bocca con questo vocabolo che sembra racchiudere tutto un mondo fantastico, digitalizzazione, un mondo di cui non sanno nulla. Invece, uno che lo sa è un medico in pensione spagnolo di nome Carlos San Juan, 78 anni, da Valencia. Ha lanciato su Change.org una petizione che veleggia verso il milione di firme – il che testimonia anche del suo fiuto per la comunicazione – contro la disumanizzazione delle banche, che colpisce soprattutto i clienti anziani e in genere fragili. Lui dice “soy mayor, no idiota”, ed ha ragione da vendere.

A chi non è capitato di dover rispondere ad una serie di domande astruse o incomprensibili, di non riuscire ad accedere ad un servizio perchè cade la linea (internet o telefono) e poi però avere la soddisfazione, dopo un gioco dell’oca interminabile, di firmare su un magnifico schermo digitale anziché su un pezzo di carta? Peraltro non hai nemmeno risparmiato la carta, perchè poi il contratto si deve stampare lo stesso. Le parole di Carlos San Juan che cito di seguito mostrano come cambia il panorama man mano che agli addetti fisici si sostituiscono le app o gli assistenti digitali, ma dietro non c’è nessuna pianificazione del passaggio ad un futuro digitale: “Ogni giorno è sempre più complicato ritirare o depositare soldi. O bisogna prendere appuntamento o fare tutto attraverso un’applicazione e le firme da fare sono sempre di piu”.

Appare evidente una prima contraddizione: la tecnologia complica le cose invece di facilitarle. E’ un fenomeno che smentisce quella che dovrebbe essere una funzione essenziale dell’ innovazione tecnologica nei servizi, ovvero semplificare la vita delle persone. A questo si aggiungono, specialmente nei paesi più arretrati dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche, due problemi.

Il primo è l’abbandono fisico dei territori più fragili. Proprio laddove ci sarebbe più bisogno di presenza, le grandi banche chiudono gli sportelli, in base all’assunto che si tratta di territori poco attrattivi (traduzione: dove i margini di profitto sono inferiori, con buona pace del ruolo sociale del risparmio e del credito). Sono “poco attrattivi” quei territori in cui l’economia è più fragile e dove l’età media dei clienti è più elevata.

Il secondo problema è l’arretratezza tecnologica del paese. Secondo una relazione commissionata dall’ONU, che ha esaminato i seguenti indici: la percentuale di brevetti concessi agli abitanti, le entrate sotto forma di royalties e diritti di licenza, il numero di host Internet, la percentuale di esportazioni di alta e media tecnologia, il numero di apparecchi telefonici, il consumo di elettricità, il numero medio di anni di istruzione, nonché il tasso lordo di scolarizzazione scientifica di terzo livello; i primi posti sono occupati da Finlandia (prima), Stati Uniti, Svezia, Giappone, Corea del Sud, Paesi Bassi e Regno Unito. Gli altri paesi dell’Unione europea che figurano nella sezione più alta della classifica sono Germania, Irlanda, Belgio, Austria e Francia. Il paese risultato al primo posto in base al criterio degli investimenti per ricerca e sviluppo tecnologico è la Norvegia. L’Italia è in fondo alla classifica.

Si potrebbe obiettare che questa ricerca è datata vent’anni. Guardiamo allora il recente Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI 2020) della Commissione europea: su 28 Stati membri dell’UE l’Italia risulta in 25° posizione, davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria.  Se si osserva solo l’indice denominato “capitale umano”, l’Italia è addirittura ultima. Dai dati riferiti al 2019, solo il 42% delle persone tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (58% in Ue, 70% in Germania); la percentuale di specialisti ICT occupati è solo del 2,8% (3,9% in Ue e in Germania); solo l’1% dei laureati italiani è in possesso di una laurea in discipline ICT, il dato più basso nell’UE (3,6% in Ue, 4,7% in Germania) [leggi qui].
Al basso livello di competenze digitali consegue, ovviamente, un altrettanto basso utilizzo dei servizi.

Questa è la situazione, almeno in Italia (e in Spagna ho il sospetto che siano messi uguale). Quindi, quando un politico ciancia di digitalizzazione in Italia, ricordiamoci che è come un elettricista che sostiene di poter costruire l’impianto elettrico dell’Empire State Building, ma se andate a casa sua le prese non sono a norma e i fili della corrente sono scoperti. La rivendicazione di Carlos San Juan non è contro la tecnologia, ma contro la finzione del racconto secondo il quale mettere una app al posto di una persona semplifica la vita di tutti.

Forse la semplificherà ad un finlandese di settant’anni, che ha sempre il wifi sotto casa, sa usare uno smartphone e riceve un’assistenza efficiente. Viceversa la complica ad un settantenne italiano o spagnolo, che spesso non ha accesso al wifi, non sa usare uno smartphone e non riceve un’assistenza efficiente. E’ chiaro che una buona alfabetizzazione informatica è strettamente legata al grado di efficienza e fruibilità della tecnologia nel posto in cui si vive. A meno che non si pensi che l’anziano spagnolo sia biologicamente più cretino dell’anziano finlandese. Personalmente è una tesi che non mi convince: a me, il signor Carlos San Juan sembra tutto fuorché un cretino.

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Il cantastorie degli anelli

Non amo i gioielli preziosi. Sono pigra, li cambio di rado perché ho paura di perderli, però mi piacciono gli anelli. Gli anelli mi parlano. Raccontano storie. Per me sono il continuum. All’anello associo sempre l’immagine di una catena di ferro che tiene ancorata una nave: tanti grossi anelli di ferro uniti fra loro. Forse è per questo che, per me, gli anelli sono importanti; tenere ancorata una nave non è cosa da poco! Contengono tante storie, una dentro l’altra e questo li rende affascinanti. Credo che un buon artigiano di gioielli sappia che ogni anello debba raccontare almeno una storia perché diventi quello dal quale non ci separeremo e deve saper recuperare nella forma la storia che gli viene raccontata. È capitato così all’anello di cui vi voglio parlare. Il mio amico Matteo lo ha reso speciale, infatti tutti dicono: “ma che bello e che strano che è, dove lo hai preso?”

Era l’anello di mio nonno, il nonno materno che non ho conosciuto, è morto un anno prima che nascessi. Mia madre me lo regalò per i miei venticinque anni di matrimonio; una fascia irregolare d’oro che sulla parte superiore portava impresse le cifre per la cera lacca. Cifre che il tempo ha sbiadito e reso quasi in leggibili. Mia madre dice che ci fosse una C e una R, Carlo Reverdi; la R stava per il cognome della mia bisnonna e già questo me lo ha reso, da subito, simpatico. Portava in sé le tracce delle radici matrilinee e non, come si usa dal concilio di Trento, quelle del padre, e poi la R si adattava bene a me, al mio nome. Si penserà che ho dita tozze e un po’ è vero, si narra, che le sue fossero, invece, bellissime e molto affusolate, e infatti l’anello era piccolo per il mio anulare ma grande per il mio mignolo. L’ho indossato subito. Al mignolo poteva andare anche se rischiavo di perderlo.

Mi ricordava le lettere che il nonno, appena diciottenne, era un ragazzo del ’99, aveva scritto dal fronte. Le avevo lette quando all’università avevamo fatto un corso monografico sulle testimonianze di chi era stato in guerra: la storia raccontata dal basso e non da chi l’ha governata, anche se oggi penso che non si governa la storia, la storia non la fa uno da solo al comando, la storia la facciamo tutti noi insieme, ma allora non si pensava così. Lui faceva parte di un corpo privilegiato, era ufficiale di artiglieria, calcolava la traiettoria dei cannoni. Il freddo, la solitudine, il silenzio della morte, quello sì lo ha compreso e vissuto. Era stato felice di partire, sarebbe andato a salvare la patria e eventualmente a morire compiendo il suo dovere. Alla fine le domande interiori aprivano dubbi e contraddizioni. Raccontavano la complessità conosciuta, vissuta sulla propria pelle e sulla pelle dei compagni.

L’anello l’ho indossato subito, dicevo, e uscita dalla casa materna, sono balzata sulla mia moto. Mentre guidavo sul ponte Monumentale – era una splendida giornata – ho sentito un ticchettio a rimbalzo… Din Din Din. Ho guardato il mio mignolo destro e l’anello non c’era più. Ci sono voluti pochi istanti per realizzare che il din din era dell’anello, ho accostato in fretta e furia e messo il cavalletto alla Vespa. Sono corsa indietro sul ciglio della strada. Confidavo che l’oro luccicasse e rispondesse al bagliore dei raggi solari settembrini. La strada, come la maggiore parte delle strade, era al centro leggermente più alta e digradava sui lati. Mi sono detta che fosse finito vicino al marciapiede, ma c’erano le macchine parcheggiate.

È iniziata una ricognizione che è durata più di un’ora. Ho guardato al centro della strada alla ricerca di un luccichio, ho guardato sotto le macchine, dietro ogni ruota, in ogni angolo buio. Ho iniziato dal lato destro, il lato del senso di marcia, dove mi pareva più logico fosse finito, poi sono passata all’altro lato. A tratti si univa un netturbino e un passante che vedendomi rannicchiata sotto le macchine, mi domandava cosa cercassi. Qualcuno provava ad aiutarmi, ma l’urgenza era mia e poco dopo desistevano, come era giusto che fosse.

Passata un’ora e mezza mi sono detta che dovevo telefonare alla mamma e confessarle la perdita del prezioso ricordo. Lei stava andando all’aeroporto a prendere un’amica, non poteva fare dietro front e mi disse: “se lo hai perso è perché doveva succedere, non ti preoccupare!”. Mi sollevò la coscienza ma io non volevo mollare; cominciai a controllare ogni tombino. Avevo scoperto che, anche se pesante, la griglia dei tombini riuscivo ad alzarla e così sono passata al vaglio di tutti quelli che c’erano. Dopo circa venti minuti si è palesata mia madre con una squadra di amiche tutte ottantenni.

Esilarante, la squadra femminile si mise sulle tracce dell’anello perduto, tanto più che avevano fatto voto a Sant’Antonio! Chi con gli occhiali, chi un po’ sorda, chi zoppicante, tutte decise a ritrovare il cimelio. Sono giunta all’ultimo tombino. Le speranze ormai un lumicino. Il tombino era più profondo degli altri e sul basamento stagnava acqua sporca, impossibile vederne il fondo.

Ho detto a mia madre che dovevano trovare un bastone nella speranza che rimescolando avrei potuto udire un ticchettio. Mia madre si è ricordata di avere una racchetta da sci nel portabagagli e si è diretta verso la macchina; è curioso quanto i portabagagli degli anziani restino pieni di cose impensate!
Ha attraversato in curva a monte della mia Vespa. Poco dopo è tornata sorridendo; tra le mani l’anello schiacciato in piccoli pezzetti. Luccicavano sulla linea di mezzeria proprio nel tratto in cui lei aveva attraversato.

Nessuna di noi aveva pensato di controllare il pezzo di strada a monte dell’improvvisato parcheggio della mia Vespa. Era distrutto. Ma la storia era intatta. Sono andata da Matteo* e gliel’ho raccontata nella speranza che me lo potesse sistemare. Matteo è il cantastorie dei gioielli.  lo ha fatto con la cura dei veri artigiani!  Non potendo riunire i pezzi li ha incastonati su una fascia color argento. Ognuno con la sua forma particolare. Oggi quell’anello mi riporta alla catena che tengono le navi ancorate: tanti pezzi, ognuno con la sua piccola storia; brillano uniti su un unico pezzo e tengono ancorata la mia nave!

* ) Matteo Bonafede orafo e artigiano di San Sebastiano Curone

Gli anziani al tempo della pandemia

 

E mentre il furbetto scavalca i diritti degli altri, i turni, le disposizioni per accedere più in fretta, prepotentemente e senza remore, ai servizi vaccinali, all’inserimento in quella o l’altra lista, ai posti disponibili nell’assistenza, o anche solo davanti a un supermercato, scavalcando e sgomitando, c’è anche chi mantiene dignità e compostezza in un clima di esagitazione.
Mi piacciono gli anziani, quelli che non spintonano per avanzare nella coda e attendono pazientemente il loro momento, in silenzio, o magari un po’ borbottando, ma saldamente attaccati al loro concetto di dovere’ nei confronti della comunità e a un’integrità morale costruita nel tempo, alla quale non rinunciano nemmeno nel pieno di una pandemia.

Sono sopravvissuti al laido gioco dei posti letto, della precedenza a categorie ‘più indispensabili’ alla società, all’indifferenza contenuta nelle parole di qualcuno che li voleva ‘morti’ ancor prima che succedesse, in una corsa forsennata a scegliere chi più conviene.
Parlano con voce stanca, a volte sommessa, ai microfoni di qualche giornalista che chiede opinioni e pareri sulla sanità tra i passanti. Qualche nonna stringe al petto con forza la borsetta, qualcuno regola istintivamente la mascherina sul volto, qualcun altro allarga le braccia sconsolatamente, altri raccontano orgogliosamente di aver avuto la fortuna di essere aiutati a farcela e ce l’hanno messa tutta anche loro.

Hanno uno sguardo diverso dagli altri, che contiene una profonda sapienza e tanta commozione. Non è insolito vederli aggirarsi – coloro che possono godere di autonomia di movimento – per le vie o i parchi pubblici con cautela, lentamente, passo dopo passo, misurando forze e spazi secondo le proprie risorse fisiche, reggendo una borsa della spesa non troppo pesante e fermandosi a fare due parole se appena trovano disponibilità.

I nostri anziani ne hanno passate tante e molti ricordano ancora echi ed esiti di una guerra che ha travolto nazioni intere e le loro giovani vite di allora; raccontano qualche episodio, quello più significativo ed emotivamente impattante e per un attimo ritornano i protagonisti di quella loro parentesi di storia, esclamando a volte ‘si stava meglio quando si stava peggio’ oppure ‘era la misera più nera, meglio adesso’ o ‘non avrei mai detto che succedesse questo’.

Forse non si abitueranno mai a quel nuovo linguaggio che sentono in TV e nei discorsi dei figli e dei nipoti, fatto di lockdown, smartworking, dad, cluster, spillover, il salto di specie che li ha fatti scoprire anche l’esistenza del pangolino (ma quest’ultima scoperta è trasversale ad ogni età). Il nuovo linguaggio della pandemia li disorienta, anche se va meglio con i colori delle regioni, almeno quelli sono facilmente riconoscibili e associabili e con i termini di vecchia memoria che suonano tanto familiari, come fronte, trincea, prima linea, eroe che andavano per la maggiore nella prima ondata e ora caduti un po’ in disuso.

Non parliamo di ‘resilienza’ e ’paucisintomatico’: sembrano perfino un insulto davanti a chi ha trascorso gli anni della resistenza vera, del rischio, della precarietà, della totale insicurezza in eventi incontrollabili. Io amo questi anziani che stanno assistendo al declino di un’epoca che stentano a riconoscere perché destabilizzante, eppure non rinunciano alla loro dignità e fermezza nei valori che hanno coltivato.

Apologia dell’anziano? No, soltanto una grande riconoscenza per ciò che rappresentano, i volti saggi della nostra storia che ci hanno preceduto, lasciandoci tracce di inestimabile valore, costruite anche attraverso errori, tentativi a volte non riusciti, sogni infranti e imperfezione, come chiunque, come tutti.

LA CURVA DELLA FELICITÁ
una questione di fiducia?

 

La Pandemia ha limitato fortemente la libertà di tutti e ha generato un clima depressivo. L’impatto del virus sulle diverse generazioni è diverso. Il Covid-19 minaccia gli anziani più dei giovani: il rischio di morire per aver contratto il virus raddoppia ogni otto anni di vita.
Eppure in tutto il mondo, confrontando il periodo 2017-2019 con il 2020, la felicità degli ultrasessantenni risulta cresciuta.[1]

Nel Regno Unito, un paese che generalmente registra livelli alti di felicità, tutte le fasce d’età hanno fatto passi indietro. Come in altri paesi ricchi, prima della pandemia, la curva della felicità ha la classica forma ad U: le persone arrivano all’età adulta di buonumore, la situazione peggiora verso la mezza età, poi, passati i cinquant’anni, tornano ad essere più felici. Chi arriva ad un’età molto avanzata, però, ripiomba nella tristezza.
Oggi la felicità sembra crescere con l’aumentare dell’età. I giovani sono meno soddisfatti delle persone adulte, che lo sono meno di quelle anziane. L’ultimo anno non ha cambiato questo trend. Le videochiamate hanno permesso a molti anziani di mantenere e aumentare i contatti con i loro familiari. Le misure di confinamento hanno offerto agli anziani il piacere di sentire che la società faceva dei sacrifici per proteggerli.

Il Rapporto mondiale sulla felicità rileva che gli anziani si sentono più in salute che prima. Su scala globale, solo il 36 per cento dei maschi ultrasessantenni ha dichiarato di aver avuto problemi di salute nel 2020, rispetto a una media del 46 per cento nei tre anni precedenti. Tra le donne, la quota di persone con problemi di salute è scesa dal 51 al 42 per cento. Quale effetto può avere avuto il Covid? Si può ipotizzare che gli anziani si sentono più in salute perché hanno evitato una malattia che poteva essere letale.
I giovani, invece, hanno vissuto un anno difficile. Molti hanno perso il lavoro mentre crescono le difficoltà di trovarlo. Le donne giovani di paesi ricchi hanno trascorso un periodo molto difficile. Spesso i settori del terziario – in cui si concentrano – hanno dovuto chiudere. Le scuole chiuse le ha costrette ad occuparsi di più dei figli.  Anche i giovani hanno visto peggiorare la loro vita sociale.

I dati ci propongono però alcune stranezze interpretative. Se la felicità dei britannici è diminuita nel 2020, la Germania è salita dal quindicesimo al settimo posto nella classifica dei paesi più felici del mondo.
Un fatto sorprendente è che i paesi che si trovavano in testa alla classifica della felicità prima della pandemia ci sono rimasti. I primi tre nel 2020 sono stati Finlandia, Islanda e Danimarca, gli stessi del periodo 2017-2019. Tutti e tre hanno registrato una mortalità in eccesso inferiore alle 21 persone su centomila. L’Islanda ha addirittura un tasso negativo: ovviamente essere un’isola aiuta.

Una delle considerazioni più interessanti che emergono dal rapporto delle Nazioni Unite è che i legami tra pandemia e felicità funzionano in entrambi i sensi. Gli autori non arrivano a dire che la felicità aiuta le persone a resistere al covid-19, ma sostengono che c’è un fattore che rende più capace di affrontare le pandemie: la fiducia. Secondo i sondaggi di Gallup tra i paesi che hanno affrontato meglio il covid-19 ci sono i paesi nordici e la Nuova Zelanda, dov’è forte la fiducia nelle istituzioni e negli estranei.

Vari paesi hanno invece manifestato forti difficoltà nel contenere il Covid-19. Alcuni sono poveri, altri sono amministrati male, altri non hanno avuto esperienza di malattie come la Sars o non sono in grado di sorvegliare i loro confini. Una miscela d’individualismo e scarsa fiducia nelle istituzioni ha indotto talvolta a non insistere sulle quarantene e l’obbligo d’indossare la mascherina, almeno finché la situazione non è diventata disperata. Un altro fenomeno strano riguarda il calo della felicità dell’America Latina e l’aumento della felicità in Asia orientale. Come spiegarlo?
Un’ipotesi chiama in causa la distinzione tra una felicità alimentata dai rapporti sociali stretti piuttosto che da livelli alti di fiducia nella società. Come è noto i livelli di fiducia sono assai variegate nelle diverse società. Inoltre le culture locali hanno un peso. Ad esempio, nei paesi in cui i rapporti sociali sono molto stretti e le persone sono di norma molto socievoli, è difficile per la gente mantenere le distanze.

Il rompicapo sono gli Stati Uniti. Il paese ha affrontato male il Covid-19. Eppure il sondaggio Gallup rileva un leggero aumento del livello di felicità nel 2020. Una ricerca della University of Southern California mostra che lo stress mentale e l’ansia sono aumentati nel paese tra marzo e aprile del 2020, ma poi sono scesi. Due ondate successive d’infezioni e di morti sembrano non aver turbato troppo gli statunitensi. Molti Stati hanno imposto dei lockdown lacunosi, almeno per gli adulti. Questo potrebbe aver tenuto alto il morale generale. Diverse ricerche hanno rilevato che la prima ondata di restrizioni nella primavera del 2020 ha peggiorato molto l’umore delle donne.

[1] “The pandemic has changed the shape of global happiness” The Economist”, Regno Unito, 25 marzo 2021

GLI SPARI SOPRA
Il governatore Toti e i pesi morti della società

“Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del paese, che vanno però tutelate” parole e musica di Giovanni Toti, governatore della Liguria.
Credo che queste parole non debbano essere solamente fonte di indignazione. Queste esternazioni devono essere studiate, perché sono la perfetta sintesi del nostro presente, del nostro sistema, la legge del capitale, dove chi è produttivo merita di essere salvato, mentre chi non lo è può essere sacrificabile: una specie di rupe di Sparta da cui gettare i pesi morti.
Il virus, non è affatto democratico, così come gran parte delle malattie, una infima percentuale di ‘paraculati’ al secondo colpo di tosse viene monitorato, testato, ricoverato e curato con i metodi più moderni, la cure sperimentali, i nosocomi migliori, solo perché possono permetterseli. Miliardari che ogni due giorni sono tamponati, controllati e verificati. Gli esempi si sprecano, dalle multinazionali in pantaloncini corti della serie A, dal Cavaliere mentore del governatore (che è pure ottuagenario, ma indispensabile), a Mr. Billionaire.
Tutti gli altri si ammalano, attendono, chiamano, aspettano, rimangono a casa, poi, quando si aggravano, dopo giorni possono iniziare il loro fottuto protocollo. Un sistema marcio dalle fondamenta. Gli anziani, gli immunodepressi, gli ammalati, possono essere gettati dalla rupe, con un po’ di dispiacere, ma meglio loro di noi. Così ragiona il governatore, così ragionano in molti, così è il sistema.
Una singola ora di vita, un singolo respiro, sono un valore inestimabile, ritenere gli anziani fonte di memoria, cibo contro l’ignoranza della storia, ricordo, favole ed esperienza non indispensabili è una delle più grosse merdate che sia stata partorita dalle menti semplici del nostro ceto dirigente.
Un sistema basato sulla competitività, sulla meritocrazia, sulla forza, sul vigore, sui soldi a discapito di tutto, è quanto di peggio il genere umano abbia mai potuto concepire. Questo è il sistema vincente, questo a detta di molti è la vittoria della storia, questo è quella merda che già da un paio di secoli viene denominato capitalismo.

Non credo in un lapsus o un refuso o in una mancata comprensione del testo scritto. Il governatore voleva dire altro, ma intanto ha scritto quello che aveva in testa e che molti pensano. La dittatura sanitaria, il cattivo governo che ci affama, noi vogliamo la libertà di non proteggerci, perché non ce n’è covid, oppure se c’è colpisce solo gli altri, i vecchi, gli ammalati.
A parte che non è così, i dati, i freddi numeri dicono altro, ma nel sistema che si basa sui tre pilastri del “produci, consuma e crepa” aleggia una sorta di eugenetica latente.

Non tutte le vite sono uguali, non tutti hanno la stessa dignità di esseri umani, la privatizzazione di tutto, spesso ci ha privato di tutto
La sanità pubblica, fortuna nostra che esiste ancora, è anch’essa stata aggredita dal privato, le Aziende Sanitarie Locali, che in questi tempi di pandemia stanno facendo i miracoli, grazie soprattutto alle persone che vi lavorano, sono state non a caso, trasformate in aziende. La sanità, come la scuola non può avere scopo di lucro.
Finanziare con soldi pubblici la sanità privata è ancora mille volte peggio, allo stesso modo dei finanziamenti pubblici alle scuole private. I governi di Centro Destra e Centro Sinistra che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni hanno fatto questo.

Produttività, profitto, target, budget, sono il motivo per cui la nostra società ci chiede di correre, come fossimo leoni o gazzelle indifferentemente. Così, quando il leone perde i denti, la gazzella si azzoppa o entrambi cominciano a sentire il peso degli anni nella savana, diveniamo carne sacrificabile sull’altare della ricchezza altrui.
La competitività, la ricerca di una vita performante, la meritocrazia, obiettivi che ci sono imposti dagli altri. Una vita, la nostra, gestita  dall’esterno, tutti petto in fuori, tutti con un ego alla Rocco. Ma è tollerato dal sistema chi invece non ha queste caratteristiche? E’ possibile essere pesci rossi in un acquario di squali? E’ possibile essere deboli o fragili, senza doverne rendere conto al format che ci viene imposto?

Deve per forza esistere qualcosa di meglio, io credo che le persone siano tutte indispensabili, anzi no, chi ritiene il contrario non lo è.

SCHEI
Non è un paese per vecchi

Oggi ho accompagnato mio padre ultraottantenne in Posta e in farmacia. Mio padre non è più molto lucido, ma oggi ho avuto la certezza che, anche se lo fosse, sarebbe impazzito lo stesso. Sarebbe impazzito nel tentativo di fare operazioni banali, essenziali, d’ordine e non di concetto. Lo dico perchè sono impazzito io per lui. In Posta dovevamo svincolare una polizza scaduta. Soldi suoi. Era il terzo appuntamento per la stessa operazione. Le prime due volte era andata male, la prima per un documento scaduto da rinnovare, la seconda perchè non trovavamo l’originale di polizza. Oggi avevamo tutto, documento in ordine e originale di polizza. Perfino l’imbarazzata consulente gongolava, felice di poterci accontentare, finchè, verso la fine della procedura telematica, il computer le ha messo un blocco. “La polizza è in stato anomalo”, “non so cosa significhi”, “forse perchè è scaduta”. Ha chiesto assistenza al numero verde – gli impiegati della Posta per risolvere un problema devono fare lo stesso numero dei clienti, quello che ti presenta sei opzioni commerciali e, se riesci a schivarle tutte come in un percorso di guerra, arrivi a poter parlare con un operatore. La conclusione è stata che dobbiamo mandare una raccomandata ad una sede centrale per chiedere lo svincolo, perchè la polizza è “radicata” in un altra sede – alias, mio padre la stipulò in un altro ufficio, del luogo dove allora risiedeva. Dopo la risposta alla nostra raccomandata, dovremo tornare la quarta volta pregando il dio delle scartoffie. Però intanto mio padre firmava sopra un display e non sulla carta, vuoi mettere. Una figata, il progresso tecnologico. Tempo trascorso nel bugigattolo che violava ogni norma sul distanziamento, un’ora e mezza. Mio padre che soffre d’insonnia nel frattempo si era abbioccato, e ridestandosi ha commentato: “Grazie signorina, la prossima volta che non riesco a prendere sonno so cosa fare, vengo in Posta”.

Poi ci siamo avviati verso la farmacia. Dovevamo acquistare un nuovo farmaco per un problema che il geriatra gli aveva diagnosticato. Ci aveva raccomandato, il geriatra, di andare dal medico di famiglia col suo responso perchè è il medico di famiglia che può fare la ricetta per ritirare il farmaco. Ci aveva raccomandato anche, il geriatra, di presentarsi in farmacia, oltre che con la ricetta, anche con il piano terapeutico, così ci avrebbero dato più di una confezione, in modo da coprire almeno i primi due mesi di terapia. Allo sportello, la farmacista ci ha detto, dopo un’affannosa telefonata di conferma dei suoi dubbi, che non poteva darci lei la prima confezione del farmaco, ma che avremmo dovuto recarci alla farmacia ospedaliera. La risposta alla mia domanda di spiegazioni è stata “perchè è la procedura”. Mentre ci recavamo alla farmacia ospedaliera mio padre fantasticava di farsi tagliare l’alluce del piede destro, perchè camminarci sopra gli dava un dolore acuto, e ormai di strada ne avevamo fatta. Allo sportello della farmacia ospedaliera, una giovane farmacista ci ha detto che della ricetta del medico di famiglia non se ne faceva nulla; che poteva darci solo una confezione del farmaco, perchè il geriatra aveva redatto un piano terapeutico mancante di un codicillo essenziale per poter avere il diritto di ritirare almeno due confezioni, e che quindi avremmo dovuto tornare entro un mese alla farmacia ospedaliera per ritirare la seconda confezione, ed andare di nuovo dal geriatra per farci correggere dallo sbadato il piano terapeutico. La giovane farmacista si è prodigata con ardore didascalico nello spiegarci l’assenza di questo codicillo, mostrandoci un facsimile di piano terapeutico corretto, contenente il codicillo. Mi sono sentito di dirle che se due esercenti la professione sanitaria (tra cui uno specialista) non parlavano tra loro la stessa lingua, non poteva pretendere che la parlassi io. Quale, poi? Quella dello specialista o quella della farmacista?

Preciso che nessuna delle persone con cui siamo entrati in contatto si è mostrata maleducata. Tutte hanno ricordato a me come andava compilato il loro compitino, e se il compitino di ciascuno non dialogava con il compitino dell’altro non era un problema loro, era un problema mio e di mio padre.

Il film “Io, Daniel Blake” di Ken Loach racconta di un carpentiere vedovo di 59 anni che ha un infarto, in seguito al quale il medico lo dichiara inabile al lavoro. Il film lo mostra alle prese con la richiesta di disoccupazione, presentabile solo via internet, e con una chiamata per il ricorso dell’indennità per malattia. Daniel si trova senza alcuna fonte di reddito, fra il medico che gli vieta di tornare a lavorare, l’attesa di indennità per malattia in seguito all’infarto e la ricerca di un lavoro per avere il sussidio di disoccupazione. Daniel riceve una telefonata dove viene informato che è stato dichiarato abile al lavoro, e che quindi non ha diritto al sussidio di disoccupazione. Deve però rinunciare a un lavoro per cui aveva lasciato il curriculum, visto il divieto del medico a lavorare. All’ennesimo incontro al Job Center, Daniel decide di dare un ultimatum alla struttura, che gli ha negato il sussidio accusandolo di scarso impegno nel cercare una occupazione, ma che non gli fissa mai una data per il ricorso. Si piazza davanti al palazzo e scrive con la vernice spray sul muro del Job Center “Io, Daniel Blake, esigo una data per il mio ricorso prima di morire di fame”. Così facendo si guadagna la simpatia dei passanti e l’attenzione della stampa, nonchè un ammonimento dalla polizia. Daniel trova un avvocato che decide di assisterlo nel ricorso, che visto come si sono svolti i fatti ha molte probabilità di vincere. Poco prima dell’inizio del processo, Daniel va in bagno ma lì ha un altro infarto e muore.

Le pellicole di Ken Loach hanno questa capacità di farti sentire che non sei lo spettatore di un film, ma colui al quale prima o poi accadrà qualcosa di analogo a quello che è successo a Daniel Blake. Infatti quando una piccola o grande sfiga, o il semplice fatto di invecchiare, ti costringe a prendere contatto con la rete dei servizi alla persona, se sei da solo sei già morto. La peculiare brutalità della burocrazia contemporanea risiede nella capacità di farti impazzire dentro un labirinto creato proprio da quella tecnologia che dovrebbe risolverti i problemi. Come si può pensare che un ottantenne medio possa gestire i propri adempimenti iscrivendosi a piattaforme telematiche, o scaricando una app? Come si può pensare che una persona anziana possa accendere un proprio fascicolo telematico e accedervi attraverso uno username, una password e un otp che gli arriva sul telefonino? Come si può pensare che una persona anziana possa riuscire a dialogare con un numero verde che ti tiene in attesa per ore o che ti consente di parlare con un essere umano solo se riesci a sgattaiolare oltre la miriade di opzioni puramente commerciali che fanno da barriera al servizio di assistenza?

La cronaca personale con la quale ho esordito (e che non ho arricchito, per non annoiare, coi tentativi di truffa legalizzata orditi ai danni degli over ottanta da sicarietti delle forniture che fanno semplicemente il loro sporco lavoro) non ha nulla di particolarmente tragico o anomalo, e proprio in questa normalità risiede la sua ordinaria ferocia. Il nostro non è un paese per giovani, e non è un paese per vecchi.

 

 

DIARIO IN PUBBLICO
Il Lido: terra di polpacci e vecchi stizzosi

Il lento e inesausto raschiare di scope e ramazze preannuncia l’imminente chiusura della stagione estiva ai Lidi ferraresi. Attentamente i diversamente giovani s’applicano alla rimozione degli aghi di pino, che inesorabilmente riempiono ogni luogo, anfratto, via piazza, tende e giardini, fino a spingersi, trascinati dal vento, sulla passerella che porta al mare lontano.

In città, quasi un risveglio da un lungo torpore s’aprono fronti di dissenso coordinati da Mario Zamorani, a cui hanno dato rilievo scritti  di alto valore quali – solo per citarne quelli a me più vicini – quelli di Fiorenzo Baratelli,  di Federico Varese e di Alessandra Chiappini. Un vento nuovo che promette finalmente un serio ripensamento sul perché della sconfitta politica.

Frattanto con mossa astuta il festival del Buskers s’apre con la partecipazione di Gianna Nannini, a sorpresa, che raduna folla compatta senza alcuna protezione e rispetto per la distanza. Ma si sa così accade tra musica live, discoteche, movide, come insegna la vicenda del locale del primo Naomo, che come ora è stato rilevato non è il vicesindaco di Ferrara, bensì Flavio Briatore proprietario del Billionaire e accanito negazionista della pericolosità del coronavirus.

Sulla spiaggia intanto l’affollamento si fa sempre più critico, con un’inesauribile passaggio di bagnanti e racchettanti. Dal mio punto di osservazione noto che dagli onnipresenti calzoncini a mezza gamba nella specie maschile escono polpacci mostruosi, che confermano l’assoluta prevalenza di un popolo di sportivi che ciabattano, strisciano le infradito, s’avanzano indolenti a raggiungere il tavolo pronto, dove s’avventeranno sulle delizie mangerecce.

Ma quest’ultima ondata a giudizio del vecchio stizzoso (la categoria a cui  appartengo) produce un allentamento, non tanto delle misure anti covid, ma della dignità vestimentaria. Così delle famigliole che s’aggruppano festanti, ignobilmente vestite, chi si salva sono solo i pelosi che li accompagnano. I loro compagni umani traversano, strade, viali, e luoghi di mercato semisvestiti, quasi nudi coperti dal solito zaino lasciando scie di profumo scadente, di olio da sole, di sudore.

Allora il vecchio stizzoso apre la tv per confrontare se il modello esce da quella fonte. E viene sommerso da orde di pseudo-cantanti vestiti in modo assurdo, accompagnati da schiere di chellerine (ah! Finalmente l’uso di una parola esatta), che servono loro la possibilità di un’esibizione ‘moderna’. Non parliamo poi dei gesti e delle pose dei calciatori con tutto il rituale di cui mi occupai qualche puntata fa.

Quindi la giustificazione dei ‘vestimenta laideschi‘ ha la sua origine e giustificazione dal modello televisivo, che impone come riferimento assoluto la volgarità. Non è dunque scontato che rifacendomi ad antichi studi e ad amatissimi poeti mi torni in mente il celebre incipit di Eusebio-Montale che così suona:
“Felicità raggiunta si cammina per te sul fil di lama” che potrebbe tramutarsi in “Volgarità raggiunta si cammina/per te ormai desnudo/e quindi non si vesta chi più t’ama”.

Chissà se il Laido mi rivedrà ancora negli anni futuri. Frattanto trasloco i libri nella casa-madre e, mentre raggiungo finalmente in ascensore, non più arrancando per scale sempre più difficili per raggiungere il luogo di studio, m’immalinconisco pensando cosa è e cosa avrebbe potuto essere il Laido degli Estensi.

DIARIO IN PUBBLICO
Le buone ragioni dei Lupi grigi

Grande giornata oggi! Decidiamo di uscire in coppia (permessa!) a comprare il pesce e la frutta. Mi rivesto di panni curiali, direbbe Machiavelli, ed esibendo una mascherina nuova e guanti violetti comincio a ciacolare con l’amico taxista che mi deposita al negozio dei miei desideri, dalle cui vetrine vedo trionfalmente esposto l’oggetto del mio desiderio. Faccio per entrare seguito dalla moglie, ma un lamento si alza dal banco: “No profe! O lei o sua moglie… se no mi fan chiudere”. Smarazzo la mia compagna e comincio le ordinazioni prontamente eseguite, nonostante che ancora non capissi che male c’era se eravamo in due. Alti lai invadono il negozio. “Non si può! Pena la multa. Un rappresentante a famiglia”. Comprendo e conforto e dopo una magnifica razzia ci avviamo di buon passo per le vie dello shopping (di un tempo), per entrare in un supermercato che ci fornisse di qualche bazzecola tra insalata e frutta. Ne scegliamo uno che ci dona gel, guanti, raccomandazioni sulla distanza e dopo una trentina di minuti vedo riapparire la mia compagna estenuata. Finalmente possiamo riordinare il taxi, rimpiangendo di non avere fatto come le altre volte quando, con un colpo di telefono, ordinavamo spesa, medicine, frutta e passavamo a raccogliere le compere senza aspettare. Per carità! Guai a criticare i metodi anzi la ‘metodologia’ (parola orrenda, che sta invadendo e torcendo le già poche corrette parole in italiano, che dovrebbero sostituire l’invadente presenza di un inglese d’accatto che fa fremere e vene e polsi), per ‘sanificarci’ e permettere un improbabile ritorno alla vita di un tempo, mentre si scatenano lotte furibonde tra il vicesindaco canterino e il prefetto sulla necessità di portare concerti nelle piazze di ‘Ferara’.

Una lettera sull’Espresso mi fa riflettere, lettera che si accompagna al racconto di ieri su La Repubblica della mia adorata Natalia Aspesi, la quale rinuncia ad uscire proprio perché anziana e saggia: un capolavoro di ironia e di stile. Questa lettera mi scuote e m’incuriosisce. E’ del professor Tomasz Nizegorodcew, ex primario di ortopedia all’ospedale Gemelli di Roma. Un medico anziano, che si interessa, come ben spiega, della gerontologia, una branca del sapere che negli ultimi anni ha fatto grandi progressi. La domanda che il professore si pone e pone è: quando ci si può scientificamente definire anziani? La risposta, provata dall’esperienza scientifica, è che si risulta tali ben al di là dei 70 anni. Nella professione accademica per esempio, come in molte altre, si va in pensione all’età di 75 anni. Straordinario l’esempio che il professore porta. Pablo Casals si esercitava ancora a 97 anni, poco tempo prima di morire, al violoncello, che gli rivelava nuove soluzioni, nuovi progressi. Perciò, asserisce il professore le indicazioni mediche prescrivono che gli anziani, ovvero gli ultraottantenni, come chi scrive, “hanno bisogno di rapporti umani, di aria, di sole, di movimento, pena riduzione delle capacità cognitive, fisiche, immunitarie cioè la strada verso la morte”.

E allora perché negarci l’uscita? E rinchiuderci nei casi migliori in casa, oppure per i più sfortunati negli orridi istituti di ricovero? Un medico settantenne può ancora passare otto ore in ospedale a curare i malati. Un critico ottantenne (il sottoscritto), può ancoro contribuire alla cultura con qualche saggio ben impostato. E se questo è dunque indubitabile perché negarci ad esempio le vacanze in montagna, in albergo, solo perché abito in un’altra regione? E facendosi pure controllare con la mascherina, i guanti e (dio non voglia) senza protezione ‘antipissa’ per chi ne ha necessità?

Ecco allora dovrebbe nascere una rivolta dei lupi grigi come chiosa Stefania Rossini. Un movimento che nella sostanza debba e possa riportare l’anziano, considerato l’untore, come una risorsa fondamentale per la nazione.
Ve lo immaginate il Parlamento e il senato senza la presenza degli anziani ultrasettantenni! Perfino le persone più straordinarie che ci fanno sperare in un futuro meno tetro: il presidente Mattarella e papa Francesco.
Due esempi di giovinezza. E che giovinezza.

DIARIO IN PUBBLICO
Parrucchieri-giardinieri, giornali e… Addosso ai vecchietti!

Non è proprio un venerdì 17 questo in cui dallo studio, circondato dai miei bambini-libri, amaramente devo constatare che il popolo italiota ne sta combinando più che Carlo in Francia, secondo il giudizio inappellabile di nonna Cisa.
Ma con ordine.
Finalmente arriva il parrucchiere di giardini, il grande Walter, che deve dare una sistemata all’arruffato e brontolante pezzo di verde. Il giardino mi rimprovera già da giorni che i vasi di limoni ancora sostino nel grande atrio, esalando profumi inebrianti che s’infilano nell’ascensore, fino a raggiungere il sottotetto dove vengono ricevuti dai libri in una gara scomposta a chi è più amato dal loro umano criceto. I grandi fiori arancioni delle clivie sotto la finestra sussurrano a bassa voce la loro indignazione nell’essere così trascurati. Ma alla fine, eccolo il Walter, che immediatamente s’impadronisce della situazione. Trepidante osservo il prato di margherite, che prepotentemente invadono i vialetti e, con lo sconforto del cuore, accetto la sentenza sempre dolorosa: “tagliare”. Sghignazzano le camelie rosse, appoggiandosi mollemente all’ortensia, a cui va tolto il fiore vecchio e hoplà!, con gesti da mago, Walter rimette a posto tutto e allora l’eleganza del giardino, come quella di una dame royale, s’impone, pretendendo amore, rispetto, gioia. Una lacrimetta invisibile mi cola all’interno e mi rimanda alla mia condizione di ‘VECCHIO’.

Prima
Dopo

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma cos’è questa storia, che dai sessanta in su te ne devi stare rinchiuso in casa? Immediatamente scatta la volgarissima frase, che era rituale al tempo dell’adolescenza, per esprimere il dissenso più assoluto: “ Fat dar….” . Poi ricordando cosa abbiamo offerto alla generazione dei nostri figli e nipoti, cosa abbiamo lavorato per offrir loro quel mondo spesso irreale di comodità, agiatezza, sollievo, ecco che stiamo precipitando nella più sozza condizione di ‘UNTORI’.
Che una donnina dal sorriso peggiore di quello di Crudelia Demon l’avesse ipotizzato in Europa, passi. Ma che anche gli stessi italiani, mammoni fin che si vuole, ma apparentemente legati ai loro ‘vecchi’, approvassero questa ingiustizia, questo è lo scandalo, questo è lo sconcio!

Certo qualcuno velenosamente, ma giustamente potrebbe obbiettare: che ti lamenti a fare? Hai una casa dove puoi esercitare il walk about in piena libertà, il giardino, i libri, una buona pensione. Cosa vuoi di più? Esercitare il mio diritto di scelta. Questo voglio. Che veda giorno dopo giorno trasportare cadaveri, ceneri e altro in uscita dalle case dell’(eterno) riposo, non mi convince della necessità di stare in case dove i meno fortunati di noi, che vivono in molti in pochi metri quadrati, possono infettare qualcuno dei loro cari senza avere diritto di scelta.

E allora TUTTI se lo si ritiene  necessario stiano a casa dopo i 60 anni: medici, politici, amministratori, scienziati. E vediamo come va a finire. Così già arrabbiandomi dentro se non mi permetteranno di andare in vacanza nell’amatissima Vipiteno e starmene confinato al ‘Laido estense’, ben che vada, mi domando che differenza fa, se rispetto tutte le regole di distanziamento, che passi i miei giorni qui o là? Vergogna!

Concludo con lo scandalo più clamoroso: il cambio di direzione dei giornali voluta da coloro che un tempo e da sempre hanno governato l’economia italiana. Dovrò rinunciare a leggere La Repubblica, La stampa e soprattutto il Corriere, come protesta all’indegna risoluzione fatta senza rispetto di nessuno, soprattutto di Verdelli e della povera Annunziata, la cui malattia viene sbattuta così, per giustificarne le ragioni. E’ un vero schifo! Così il criceto torna nel giardino e attende, attende
Cosa?

E GLI ULTIMI SARANNO GLI ULTIMI
Emergenza Alimentare: Il vergognoso Ordine di Priorità della Giunta ferrarese

“Beati gli ultimi saranno i primi”, la frase – evangelica per antonomasia – valeva per la ‘scandalosa’ parabola degli Operai della vigna (sono andato a cercare il passo: Matteo 20,1-16). Il loro capo Salvini si fa fotografare con in mano il rosario e la madonnina, ma noi non pretendiamo che Sindaco e Vicesindaco e Giunta di Ferrara si comportino come Don Bosco o Teresa di Calcutta. Pretendiamo solo – è il minimo – che si comportino da persone serie e responsabili. Da rappresentanti eletti dei cittadini. Da servitori della Costituzione e delle leggi dello Stato. Che non facciano a Ferrara il contrario di quanto Governo e Parlamento decidono a Roma.

Invece no. La decisione della Giunta, l’ordine di precedenza per la distribuzione dei buoni alimentari, è di una gravità inaudita. Secondo chi governa Ferrara, i soldi messi subito a disposizione dal Governo per far fronte alla Emergenza Alimentare – al nostro Comune sono arrivati quasi 700.000 Euro – devono essere distribuiti “prima agli italiani”, prima ai ferraresi con il pedigree in regola .

Credo che chiunque, una persona normale, leggendo dell’Ordine di Priorità deciso, davanti a una assurdità, a una bestialità, a una cattiveria del genere, faccia davvero fatica a crederci. Pensa a un pesce d’aprile. Spera si tratti di una “svista”: leggo nel comunicato di condanna dei sindacati ferraresi. E’ come vedere uno sulla spiaggia, che continua tranquillo a fare il suo castello di sabbia, mentre sta per essere travolto da un’onda di tsunami alta venti metri: “Ma che fa? E’ scemo?”.

Ferrara (il cuore e il cervello dei ferraresi) sta insorgendo contro questo insulto all’umanità. “Restiamo Umani”, questo è il messaggio chiaro, preciso, anche arrabbiato, che oggi percorre come un tam-tam tutta la città. E sotto l’appello che chiede al Sindaco di revocare immediatamente questa scellerata decisione, si allunga la lista delle firme: decine e decine di associazioni, sindacati, gruppi, parrocchie, cooperative, imprese sociali, sezioni di partito, circoli, centri sociali e culturali.

A me però – sarà che non sono arrabbiato, sono Molto Arrabbiato – non basta la revoca dell’ “Ordine di Priorità”. Non si puo’ continuare a governare una città, dentro il diluvio della tragedia del Coronavirus, come se niente fosse. Non si può continuare ad agitare gli slogan sovranisti, populisti, egoisti, quando tutta Italia sta dando incredibili prove di vicinanza, attenzione, solidarietà. Non si può continuare imperterriti con le vecchie campagne anti-immigrati, anti-nomadi, anti-povera gente.

L’ultima decisione del Sindaco, Vicesindaco & company, come del resto tante altre esternazioni e campagne di Nicola Naomo Lodi, sembrano rivolte solo ai 1.197 elettori dello stesso (le sue preferenze). Ma a Ferrara vivono (con o senza residenza, con o senza permesso di soggiorno) circa 140.000 persone. Sono loro Ferrara. Siamo noi Ferrara: donne, uomini, bambini, anziani, disabili, immigrati, poveri, senza fissa dimora.

E visto che non sapete cosa significa ‘spezzare il pane’ quando il pane per tanti non ce n’è. Visto che questo governo cittadino – regolarmente eletto, ma incompetente, dedito alla propaganda e ai favori, palesemente inadeguato – non si  ricorda che Ferrara è tutto questo, che siamo tutti noi, a cominciare dai più deboli, è bene (urgente) che se ne vada a casa. Meglio un commissario di governo che assistere ogni giorno a una nuova vergogna. Date le dimissioni. Applicate a voi stessi il fatidico ‘Metodo Naomo’: datevi da soli un calcio nel culo e togliete il disturbo.

Segue appello

L’ORDINE DI PRIORITA’ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Succede a Ferrara.
Sono finalmente arrivati dallo Stato 697.283 € per “misure urgenti di solidarietà alimentare (buoni spesa)” per soddisfare le necessità più urgenti dei nuclei familiari in difficoltà.
Il sindaco Alan Fabbri, dopo aver dichiarato “chi non ha mai chiesto aiuto non si vergogni a farlo” elenca i requisiti per poter avere questi buoni spesa.
Al primo punto, in ordine di priorità, non ci sono le difficoltà economiche, né le particolari situazioni famigliari o lo stato di necessità determinato dalle nuove tragiche situazioni, ma “avere la cittadinanza italiana”. A seguire, sempre in ordine di priorità, avere cittadinanza europea, permessi di soggiorno di lungo periodo, e via discriminando.
Il nostro Paese è travolto da una pandemia mondiale e sta facendo uno sforzo umano enorme, sforzo sostenuto innanzitutto degli operatori sanitari, per salvare vite umane e per mantenere la coesione sociale proteggendo le persone più esposte alla crisi, perché non si muore solo di covid-19.
La nostra Amministrazione Comunale non dà la priorità ai bisogni delle persone ma alle carte che possono esibire e non affronta le vistose disuguaglianze, ora ancora più evidenti ed odiose.
Stiamo parlando di buoni alimentari, stiamo parlando di cibo, stiamo parlando di fame, stiamo parlando di sopravvivenza.

La Giunta Comunale di Ferrara, vista l’emergenza, può dare un segnale positivo da subito per esempio, utilizzando i 400.000 € previsti per la recinzione parchi (per non parlare della spesa di un eventuale portavoce del vicesindaco) e convertirli in buoni pasto o in spesa farmaceutica o in vere mascherine sanitarie …. in beni di prima necessità.
Cerchiamo di avvisare i nostri amministratori: il virus non guarda i documenti e neanche la povertà guarda in faccia a nessuno.
Ci salveremo solo insieme.

CITTADINI DEL MONDO Nel mio Paese nessuno è straniero

Per firmare la petizione andate a questo link: 

[ APPELLO-PETIZIONE POPOLARE ]

:

Ferrara tra dieci anni
Un nuovo patto tra generazioni

2. SEGUE – L’allungamento della vita propone all’attenzione della futura Amministrazione locale diverse prospettive e nuovi bisogni. Cosa fare per una popolazione che invecchia fuori dai tradizionali modelli che aveva caratterizzato i cicli di vita del passato e che vedevano una dicotomia netta – segnata dal lavoro – tra stili di vita tra giovani e anziani? Per la seconda vita, che comincia nell’età anziana – e la cui soglia è sempre meno rigida – la questione decisiva è l’apprendimento: l’unica medicina efficace per allungare la vita buona e l’unica risorsa per evitare la marginalità.
Oggi, in un tempo così veloce, l’apprendimento è un’indispensabile risorsa per l’esercizio della cittadinanza. Le tecnologie ridisegnano i servizi e l’informazione: molti esempi potrebbero dimostrare che l’inclusione degli anziani passa anche dall’alfabetizzazione informatica. Ma l’apprendimento è anche l’occasione di socialità ed è, soprattutto, la via dell’integrazione. D’altra parte è evidente che una pratica di apprendimento continuo e produce intelligenza diffusa e contribuisce ad alimentare il capitale sociale di un territorio.

Le generazioni sono cambiate, ma come amo dire con una frase che sembra paradossale, a cambiare di più sono stati gli anziani. È destinata a crescere la percentuale di popolazione anziana che sarà variamente attiva e, come capita in molti paesi civili, sarà disponibile per diverse attività di volontariato.
L’approccio con cui si affrontano i temi dell’invecchiare devono essere ripensati. L’attenzione agli anziani non può essere ridotta al problema delle case protette. La non autosufficienza non può essere l’unico – per quanto encomiabile – punto di attenzione.
Uno dei temi da affrontare, oltre a quello già citato relativo alla formazione diffusa, riguarda le forme dell’abitare. Tra la completa autosufficienza e la disabilità vi è una gamma assai diversificata di condizioni. Nel mondo è ormai diffusamente sperimentato il cohausing, una modalità abitativa che consente di coniugare indipendenza e servizi in comune.
Auspico che la nuova Giunta si disponga ad affrontare il tema dell’ageing in un modo nuovo. Peraltro la generica definizione di anziani comprende condizioni assai diverse che sono influenzate dalla salute, dal livello d’istruzione e, non da ultimo, dalle condizioni economiche.

Sull’altro versante della catena generazionale, tra dieci anni la cosiddetta ‘generazione z‘ (i nati dopo il 2000) sarà quasi sulla trentina, sarà in condizione di governare. Pare che sia la generazione che vorrà recuperare la socialità nella vita quotidiana (non solo nella rete) e che sarà più attenta alla sostenibilità ambientale. Le cronache di questi giorni ci dicono che questa generazione ha un nuovo coraggio nell’assumere la responsabilità individuale sulle questioni del nostro tempo e anche di creare attorno a queste aggregazione, L’ambiente è un tema importante – come l’educazione del resto – potremo anticiparli o lasciamo da fare tutto a loro, ai quindicenni di oggi?

Credo che sia necessario un nuovo patto tra generazioni che a livello locale si fondi sulla costruzione di spazi di socialità e di scambio. Dovremo inventare nuovi luoghi di socialità, luoghi che mescolino cose da vedere (come cicli di film), cose da fare (per esempio corsi di pittura). Spesso si lamenta che la questione è la mancanza di risorse per coprire la mancanza di idee e di energie.
Ci sono a Ferrara associazioni culturali sorrette da generoso impegno che offrono straordinari appuntamenti culturali come l’Istituto Gramsci o come il Circolo del Doro, che opera nella periferia ma che da anni organizza, con intelligenza e apertura, incontri di egregio livello in clima di grande valore umano. Moltiplicare le occasioni di incontro è il migliore supporto a una democrazia inclusiva, è il migliore antidoto al populismo, è anche il collante sociale più importante di cui possiamo disporre nel futuro prossimo.
La città della bellezza, la città dell’apprendimento diffuso, la città della buona vita è una città che offre stimoli, favorisce relazioni e alimenta i legami sociali.

teatro off ferrara

Con “Futuro anteriore” Teatro Off mette in scena la fragilità della vita

Una continua fluttuazione di stato, fra giovinezza e vecchiaia, autonomia e inettitudine, dovere e bisogno. E quattro giovani attori a rappresentare i personaggi che si inseguono sul palco, vestendo idealmente i panni ora degli uni, ora degli altri, in un continuo carnevale di emozioni, vivendo e trasferendo al pubblico la costante tenerezza che si genera – e talora sconfina in tensione – fra il bisognoso, non sempre consapevole del proprio stato (o disponibile ad accettarlo), e il soccorritore che presta assistenza e talvolta, per frustrazione e sconforto, si intristisce o va in collera.
In platea si ride, si sorride e si riflette.

E’ uno spaccato di vita quotidiana quella messa in scena al teatro Off di Ferrara, un’opera che affronta il delicato tema della vecchiaia, della perdita di autonomia e della conseguente necessità di accudimento che genera tensioni emotive fra chi avverte il dovere di prestare aiuto e colui che talvolta, per inconsapevolezza o rifiuto della propria condizione, quel soccorso respinge. Fra il pubblico, con un sorriso velato di malinconia, si assiste alla perdita di coscienza dell’anziano e alla perdita di pazienza del giovane.

Ma i ruoli si scambiano di continuo sul palco, fra gli interpreti, e si ribaltano le situazioni, con l’anziano che rinsavisce e il giovane che repentinamente invecchia, a emulare l’imprevedibilità della vita, il continuo ribaltamento di stati a cui ciascuno è esposto e dunque a sottolineare anche l’instabilità – oltre alla caducità – del nostro essere e insieme la fragilità della vita.

E’ stata davvero convincente la prima messa in scena di “Futuro anteriore”, opera prodotta dal Teatro Off di Ferrara, con il sostegno del Mibac e Siae, che ha debuttato ieri sera nello spazio-laboratorio al baluardo del montagnone e che ha già fatto il tutto esaurito anche per le due repliche odierne.

Merita però attenzione questa proposta. Il tema, delicato, è affrontato con una garbata ironia che non urta la sensibilità, ma anzi la amplifica, poiché in questo sarabanda di ruoli interscambiabili e di situazioni continuamente incerte e mutevoli, lo spettatore viene coinvolto e avviluppato senza la possibilità di identificarsi in una specifica figura, ma, anzi, indotto a calarsi nei panni di ogni personaggio.
Il copione riproduce precarietà e alternanza di stati assumendoli come peculiarità proprie della vita, che non garantisce certezza ad alcuno e che ci rende oggi re e un attimo dopo schiavi, ora felici e domani affranti, ieri migranti e adesso signori…

Bravi e convincenti Matilde Buzzoni, Antonio De Nitto, Gloria Giacopini, Matilde Vigna guidati dal regista Giulio Costa che ha lavorato su un testo originale di Margherita Mauro. Con la loro recita hanno saputo significare e sottolineare la caducità della nostra umana condizione, alludendo al destino incerto che ognuno deve affrontare. Abili e convincenti nel passare a scena aperta, nel tempo di una battuta, e in una sorta di recita a soggetto, a interpretare contrapposte situazioni sempre ben caratterizzate nei toni, nei gesti, nella mimica peculiare delle figure evocate (figli e genitori, individui autonomi e soggetti non autosufficienti), rendendo credibili i propri personaggi. Il pubblico ha più volte sottolineato il proprio apprezzamento, durante e al termine della recita.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Appartenere fa la differenza

Le parole fanno significato e oggi viviamo in una società in cui le parole a volte finiscono per imbarazzare. Forse perché con la diffusione dei social la parola circola più scritta che orale e si sa, perché ce l’hanno insegnato i latini, che scripta manent mentre verba volant. Pertanto le parole perdono della loro leggerezza e finiscono per pesare come pietre miliari. Così non si può dire una cosa per un’altra, un pensiero espresso quando sta scritto è difficile da equivocare quanto da dimenticare.
Perché non considerare tutto questo come un vantaggio? Un aiuto a formulare pensieri meno fragili, più robusti e chiari, ad esempio meno sfuggenti al confronto delle idee, più corrispondenti al nostro reale sentire.
L’uso di certi termini è stato bandito dal nostro lessico sociale, specie quelli espressione di pregiudizi non più tollerabili, ma se sono state bandite le vestigia lessicali restano i loro monumenti nella psiche di tanti nostri simili. Ciò significa che la cultura non procede per editti che siano di riconoscimento o di condanna. I tempi dei pensieri e delle abitudini sono più lunghi e complessi.
È il caso dei diritti e dell’esclusione sociale. Razza, sesso, cultura, religione, disabilità sono ancora parole calde, capaci di suscitare emozioni, di far circolare il sangue, di farlo salire al cervello. Suscitano schieramenti, difese ed attacchi. Uomo del mio tempo sei ancora quello della pietra e della fionda, tornerebbe a scrivere Salvatore Quasimodo.
A proposito di significato delle parole, ultimamente mi sono trovato a parlare di integrazione e di inclusione come se i due termini fossero equivalenti. Tanto equivalenti poi nel dizionario che ognuno di noi reca con sé non devono esserlo, se la maggioranza dei miei interlocutori dimostrava di optare più per l’integrazione che per l’inclusione, riconoscendo implicitamente che l’inclusione si collocherebbe su un gradino più in alto rispetto all’integrazione.
Impegnarsi per favorire l’inclusione sociale è per l’Onu l’undicesimo degli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030: rendere le città più vivibili, sicure e soprattutto inclusive.
Pensare in termini di integrazione non è la stessa cosa che pensare in termini di inclusione. Ecco la responsabilità della cultura e della conoscenza. Ecco il peso delle parole, che come non sono leggere, non sono neppure intercambiabili, ognuna significa per sé.
Non è che inclusivo è divenuto di moda come traduzione dall’inglese “inclusive”, ma perché intanto includere è il contrario di escludere, di chiudere i porti o di innalzare i muri ad esempio. Includere significa che sei dei nostri, che fai numero con noi, quindi hai gli stessi diritti a prescindere dalla razza, dal sesso, dalla cultura, dalla religione, dalla disabilita o difficoltà.
È un concetto matematico, non fa una grinza, sei parte dell’insieme. Includere, uguale a inserire, mettere dentro. Ecco perché includere è più impegnativo e può rendere timidi, prudenti e timorosi, perché l’inclusione ci mette difronte con maggiore evidenza e responsabilità al diverso, alla diversità, all’altro.
Potremmo dire che l’integrazione è meno invadente, se volete meno compromettente, soprattutto meno scomoda. Integrare significa aggiungere ciò che manca, rendere completo da un punto di vista sia quantitativo che qualitativo.
L’integrazione è più da buon samaritano. I tanti che si rivolgono alla Caritas sono integrati di qualcosa di cui mancano, includerli, farli diventare dei nostri significherebbe essere in grado di risolvere i loro problemi, fare nostra la loro incompiutezza.
C’è l’esclusione sociale dovuta alla povertà e ci sono categorie maggiormente a rischio di esclusione sociale come i bambini e gli over 65. È un problema dell’Europa, ma la situazione è di gran lunga più grave nei paesi del sud del mondo e in molti paesi africani.
Il problema dell’inclusione riguarda le donne e il mondo del lavoro, i giovani e il loro futuro.
Qui non si tratta di integrare, ma di appartenere a qualcosa, di appartenere al mondo del lavoro, di appartenere al futuro.
Allora non abbiamo bisogno di una politica di provvedimenti ma di una politica di progetti. Di pretendere dalla politica nazionale come da quella locale che siano scritti progetti di inclusione, di appartenenza dove ciascuno è considerato, dove ciascuno è incluso, non integrato per poi essere escluso dal mondo del lavoro, dalla partecipazione al benessere, dalla costruzione del futuro.
Inclusione significa appartenere a qualcosa, al proprio Paese, alla propria città, sentirsi accolti. Questo oggi ancora ci manca.

FERRARA VERSO LE ELEZIONI
A cominciar dalla sicurezza

di Gaetano Sateriale

Anche a Ferrara, in vista delle prossime elezioni, emergono a sinistra, tra civiche e Pd diversi nomi, tutti rispettabili. Forse allora è il momento di aprire una discussione sui contenuti programmatici di ciascuno, in modo da valutare le candidature, verificare le possibili convergenze e le alleanze necessarie. Chi vota pentastellato pensa di sapere per cosa vota (giusto o sbagliato, reale o virtuale che sia il messaggio che arriva da Salvini o da Di Maio), chi vota a sinistra non lo sa ancora. E per amministrare una città non basta ostentare la propria opposizione al governo nazionale. E nemmeno, purtroppo, valorizzare quel che di buono si è fatto.

Chi segue la politica nazionale e locale, dice che alle prossime elezioni amministrative si vince o si perde sul tema della sicurezza. Se è vero, è giusto che si parta da qui. Con una precisazione (per altro già fatta): la distinzione tra sicurezza percepita e sicurezza reale è sbagliata. Se i cittadini che vanno a votare si sentono insicuri e tu ti limiti a dire, dati alla mano, che Ferrara è una città con bassa criminalità e che non c’è motivo per sentirsi insicuri, quei cittadini voteranno per la Lega. Quindi bisogna dare delle risposte, giuste, equilibrate, solidali, efficaci…, ma delle risposte che aumentino il senso di sicurezza, specie in una città anziana.

Siccome non tocca a me dare le risposte, comincio con qualche domanda. Intanto, dove sono finiti i “vigili di quartiere” e i “poliziotti di quartiere” di cui si parlava nei primi anni 2000? Ci sono ancora? E se, come sembra, non ci sono più, la loro eliminazione ha influito sulla sicurezza percepita? Io credo di sì…

Seconda domanda: e le circoscrizioni? Il luogo dove un cittadino ogni giorno poteva andare a segnalare qualche problema e qualche emergenza, è stato intelligente sopprimerle? Io credo di no.

Dice: cosa c’entrano i vigili e le circoscrizioni con la sicurezza? Se vigili e dipendenti comunali se ne stanno nei loro uffici, nulla. Se si limitano a controllare il rispetto (pur indispensabile) del codice stradale, nemmeno. Ma sono, dovrebbero essere, le braccia dell’amministrazione nei quartieri e nel territorio. Penso che dovremmo chiedergli di occuparsi anche di sicurezza (non solo stradale), di ascoltare e interrogare i cittadini. Quando, abbiamo messo un presidio di vigili urbani e una sede dell’assessorato alla sicurezza in un locale alla base del grattacielo (nel 2006, mi pare), la situazione è cambiata e la popolazione residente in quella zona ce ne ha dato atto.

So bene che il problema è più complesso e che non bastano i vigili urbani senza un accordo operativo con gli altri corpi di pubblica sicurezza, ma se il Comune si impegna in prima persona è più facile raggiungerlo l’accordo. Voglio essere provocatorio: un gippone dell’esercito davanti alla stazione non è in grado di cambiare la situazione sotto i portici di fronte o nei giardini del grattacielo. Un presidio H24, magari a rotazione, tra vigili urbani, polizia, carabinieri e finanza, insediato in uno dei negozi vuoti tra Piazzale della Stazione e Piazzale Castellina forse sì.

Conosco l’obiezione. Anche se riuscissimo ad allontanare gli spacciatori da lì, andrebbero poi in un altro quartiere a fare le stesse cose. Ma questa è un’obiezione incomprensibile per coloro che abitano nel GAD e hanno visto negli anni peggiorare le loro condizioni di vita e crollare il valore delle loro proprietà immobiliari. Risaniamo quel quartiere ed evitiamo, intervenendo per tempo, il degrado degli altri.

Azzardo un altro esempio di “interventismo”. In giro vediamo spesso i nostri bravi “gilet gialli”: gli ausiliari del traffico. Sono ragazzi che affiancano i vigili urbani, immagino dopo essere stati addestrati, per controllare il rispetto del codice da parte degli automobilisti: per far multa a chi parcheggia fuori dalle regole o senza pagare le tariffe di parcheggio, per intenderci. Perché allora, dopo averli addestrati, non mettiamo per strada anche degli “ausiliari alla sicurezza”? Dei ragazzi, magari non da soli, magari coordinati da un vigile urbano, magari collegati alla centrale di polizia o dei carabinieri, che percorrono in bicicletta o a piedi le strade dei quartieri a controllare che non vi siano rischi per le persone (a partire dagli anziani che vivono soli)? Certo se li facciamo girare tra le 10 del mattino e le 5 del pomeriggio, non conta nulla. Se li facciamo girare di notte, la cosa invece cambia radicalmente. Mi permetto di credere che sarebbe una risposta molto ben accolta dai cittadini. E persino partecipata dal punto di vista economico, se il motivo per cui non si è ancora realizzata è un motivo di scarsità di risorse.

Ultima considerazione. Io non credo che il popolo italiano sia improvvisamente diventato razzista. Ma una volta dicevamo che i problemi nascevano nelle città dove c’era il 10% di immigrati sulla popolazione residente. Ora sembra, senza che nessun governo abbia fatto nulla di significativo, che quel10%, soglia di allarme, sia diventata la media nazionale e quindi non possiamo sorprenderci se c’è un’emergenza nazionale. Ma chiediamoci una cosa: come mai la diffidenza (o il pregiudizio) scatta soprattutto verso gli africani (e non verso i cinesi, gli indiani, i pakistani, gli ucraini, ecc? La mia risposta è netta. Perché gli africani in genere non hanno un lavoro. Se è così, per superare i pregiudizi un lavoro dobbiamo trovarglielo. Penso, in questo caso, prima di tutto al verde pubblico, alla manutenzione urbana, a quelle attività che possono essere promosse da un Comune e dalle sue società di servizio. Insieme un investimento di giustizia e integrazione vera. Non è possibile né umanamente né politicamente che un giovane immigrato africano stia a Ferrara da 20 anni a vendere accendini nei ristoranti (o libri davanti alle librerie)… Oppure, come succede a Roma, che senso (sociale, culturale, politico, civico) ha vedere un ragazzo che spazza un marciapiede, che l’azienda municipale non pulisce, chiedendo 1 euro di elemosina ai passanti? È umiliante per lui e imperdonabile per noi.

Per dirla un po’ più in generale, con l’occhio anche all’attualità nazionale: certo i diritti delle persone, certo la libera circolazione, certo la solidarietà in mare, certo un’accoglienza dignitosa, certo la battaglia contro i muri e chi li sostiene. Ma la differenza sta nel processo di integrazione, non solo nell’accoglienza. Vogliamo che gli immigrati non siano un problema per la nostra sicurezza (reale o percepita che sia?) dobbiamo aiutarli a diventare cittadini pieni. Questo si fa con la scuola e il lavoro. Ma del tema del lavoro parleremo ancora alla prossima puntata…

1.segue – Ferrara verso le elezioni

giovane-anziano

Alla città che invecchia serve un patto del lavoro per attirare i giovani

Se c’è un problema che riguarda Ferrara, questo ha a che fare con le dinamiche demografiche. Ferrara è popolata da anziani. Lo è la sua provincia, dove – com’è noto – esiste un’area, una specie di quadrangolo delle Bermuda costituito dai comuni di Copparo, Berra, Ro e Jolanda, nella quale i giovani scompaiono nel nulla e l’età media tocca vette inespugnabili, attorno e oltre i 52 anni di età. Ma lo è anche nel comune capoluogo. I numeri parlano chiaro: età media 49 anni, un pelo più alta addirittura della media provinciale che, secondo i dati della Regione Emilia-Romagna, si ferma a 48,9 anni, e comunque molto sopra la media regionale di 46 anni. La media europea di 42,8 anni sembra appartenere a un’altra dimensione.
Ma quello che preoccupa forse maggiormente sono due dati più specifici: quasi il 15% degli abitanti nel capoluogo estense ha almeno 75 anni di età e solo il 17,1% ha tra i 15 e i 34 anni d’età. In quest’ultimo caso si tratta della percentuale più bassa (dati Istat) tra tutti i capoluoghi di provincia d’Italia. Se poi vogliamo usare un indicatore demografico più sofisticato possiamo fare riferimento al cosiddetto indice di dipendenza strutturale, che mette in relazione la popolazione in età lavorativa con quella in età non lavorativa (meno di 15 anni e più di 64). In pratica ci dice quanti residenti ‘pesano’ sulle spalle di 100 concittadini che sono in condizione di lavorare. Ebbene, arrotondando i decimali, si tratta di 54 persone in Europa, 56 in Italia, 59 in Emilia-Romagna e ben 62 e mezzo a Ferrara.

E’ chiaro che nel tempo una situazione demografica di questo tipo diventa insostenibile.
Non c’è solo l’aspetto strettamente economico, derivante dal numero sempre più limitato di persone che producono reddito. E neppure soltanto quello che deriva dalla necessità di rispondere ai particolari bisogni di assistenza di una popolazione sempre più anziana: assistenza famigliare, case di riposo, ecc.
Un aspetto spesso sottovalutato è infatti quello che riguarda la particolare fragilità sociale del segmento più anziano della popolazione, che si sente inevitabilmente più indifeso e quindi esposto a qualsiasi forma di minaccia e di criminalità. Soprattutto se accade, come accade a Ferrara, che oltre 11.000 persone con 65 o più anni di età, prevalentemente donne, vivano sole.
E’ una condizione che alimenta quasi inevitabilmente diffidenza e prevenzione verso tutto ciò e tutti coloro che vengono percepiti come ‘diversi’ o comunque potenziali portatori di una minaccia, reale o presunta che sia.
Forse è anche per questo, non solo per effetto di una propaganda interessata a ottenere qualche dividendo in termini di consenso, che cresce la sensibilità ai temi della sicurezza, nonostante il numero di delitti, come testimoniano i dati delle forze dell’ordine, sia da anni in costante calo.
La percezione è sicuramente distorta, ma non c’è dubbio che essa si fondi anche su una condizione oggettiva di fragilità e di isolamento che riguarda una parte crescente di cittadini.
Proprio per questo sarebbe sbagliato liquidare questi stati d’animo semplicemente come immotivati o incongrui, piuttosto bisognerebbe essere consapevoli della necessità di affrontarli su diversi versanti: su quello della sicurezza in senso stretto, ma anche su quello della riduzione del senso di solitudine e di isolamento che colpisce le frange più deboli della popolazione.

Un altro tema che ha bisogno di una maggiore focalizzazione è quello che riguarda le politiche per incentivare la crescita della popolazione giovanile.
Avere più giovani non significa solo avere più risorse umane da valorizzare nel mondo del lavoro, significa anche far crescere e qualificare sia la domanda, sia l’offerta di beni e servizi, compresa quella culturale, significa in ultima istanza rendere più dinamica e vivace la vita urbana e dunque innalzarne per tutti la qualità.
Le misure per favorire la genitorialità, a partire dalla qualificazione dei servizi per l’infanzia, sono certamente meritorie, ma non è realistico pensare che si torni mai più ai quozienti di natalità di 50 anni fa. Sarebbe molto più importante cercare di mantenere sul territorio i giovani che già ci vivono, o perché ci sono nati oppure perché sono arrivati qui provenendo da altre parti del nostro Paese o addirittura del mondo.

Un tema delicato, da questo punto di vista, è certamente quello delle soluzioni abitative.
Già da tempo questo costituisce un ostacolo importante per molti giovani che non riescono, anche se occupati, a soddisfare il loro legittimo bisogno di autonomia.
A Ferrara la situazione è recentemente diventata ancora più difficile da un lato per effetto dell’aumento delle matricole universitarie e dall’altro per la destinazione di una parte crescente dell’offerta abitativa alla locazione a breve termine rivolta soprattutto ai turisti.
In questo quadro gli unici sostegni pubblici esistenti sono quelli regionali destinati a giovani che vogliano acquistare o ristrutturare casa.
Particolari soluzioni e facilitazioni sono poi previste per gli studenti fuori-sede e questo è certamente importante per un ateneo, come quello estense, nel quale è altissima la percentuale di studenti che hanno la residenza in un’altra regione.
Ma non c’è nulla per chi, già residente o comunque non più studente, non abbia la possibilità o semplicemente la voglia di vincolarsi a un acquisto. Molto opportunamente il ‘Patto per il Lavoro-Giovani più‘ recentemente sottoscritto a livello regionale tra Regione, enti locali, università e parti sociali prevede tra l’altro che “sarà valutata la possibilità di realizzare interventi di sostegno alla locazione di immobili da parte di giovani che, in coppia o singolarmente, intendono avere un’abitazione autonoma senza dover ricorrere all’acquisto di un’immobile”. Ebbene, Ferrara sarebbe senz’altro il luogo ideale nel quale sperimentare questo tipo di intervento.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Un amore maturo, indissolubile…

Hanno ottant’anni, ma non importa, si cercano come ne avessero venti, già a trenta non ci si esplora più così. Siamo seduti vicini a teatro, una mano, un gomito, un ginocchio, un contatto che non deve mancare in quei novanta minuti. Come a dirsi sono qui, ti penso e questa straordinaria Maria Paiato ci sta unendo ancora di più.
Si sussurrano qualcosa, si scambiano le emozioni che non possono aspettare di essere dette dopo lo spettacolo. Si voltano a guardarsi quando una battuta o il pathos li richiama a chissà quale pensiero comune, a un frammento di vita condiviso che si affaccia nello stesso momento, per entrambi.
Non riesco a non guardare quelle due mani che sanno che l’amore è lì, non è dimenticato dalla fatica degli anni, non è ombreggiato dalla consuetudine perché è ancora alla luce del sole, speculare, evidente, concreto.
Sul divano di casa loro, dove i posti sono ben definiti e personali, lei mi racconta che ha concluso un romanzo, la storia gliel’ha passata lui. “Abbiamo iniziato a scriverlo insieme – dice – poi io volevo metterci l’amore, lui la politica, abbiamo litigato e io ho fatto da sola”.
Poi ci pensa e chiede guardandolo: “Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo litigato?”, “Oggi – risponde pronto lui – perché esci sempre senza cellulare e io mi preoccupo”.
E si guardano, lei ha gli occhi verdi, lui tartarugati e le sorride bonario. Il loro è un amore nato a cinquant’anni, lei lo sentiva nell’aria ed era attratta dalle sue parole scritte ancora prima di conoscerlo. A cinquant’anni, quando troppo spesso si batte la ritirata di fronte al campo minato dei sentimenti, quando è comodo dire di avere già dato abbastanza, come fossimo una batteria non più ricaricabile, loro si sono trovati, trovati per sempre.
Ricordo che anni fa lui mi disse “lei mi ha salvato”, sarà per quello che dopo tanto tempo non smette di cercarla, neanche per novanta minuti.

Avete mai conosciuto o vissuto un amore così? Un amore che non disperde i dettagli negli anni?

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

Senilità, l’immagine del tempo che passa

Senilità, vecchiaia, anzianità, età matura, terza età, sono tutti termini che assumono una valenza specifica a seconda del senso che diamo a quella fase della vita che costituisce un approdo dopo numerose esperienze, eventi, gioie e sofferenze, tentativi, successi, fallimenti, errori e intuizioni vincenti, innumerevoli relazioni con l’esterno, azioni coraggiose e fughe. Un mondo alle spalle che ci descrive, lascia capire chi siamo e dove abbiamo camminato, cosa abbiamo lasciato passo dopo passo e ciò che vogliamo ancora spendere per noi stessi e per gli altri. Un capitolo di vita che spesso tendiamo a esorcizzare, allontanare dai nostri pensieri, rimuovere o demonizzare perché abbiamo paura di prendere seriamente in considerazione l’immagine del tempo che passa e soprattutto una nuova realtà con cui dobbiamo fare i conti e convivere, nel delicato tentativo di un equilibrio fra passato, presente e futuro. In fondo, temiamo sempre l’imponderabile, quello che non riusciamo e non possiamo controllare, ma anche la fragilità, la vulnerabilità e la debolezza che portano a limiti scomodi e impattanti.

Assistiamo a rigurgiti di orgoglio e ribellione come in André Gide, che affermava: “La mia vecchiaia avrà inizio quando smetterò di indignarmi”. Oppure una pacata constatazione in Seneca, per il quale “La vecchiaia è una malattia inguaribile”. Per la forza dirompente e il realismo spietato di Nikolaj Gogol, la vecchiaia rappresenta una condizione “orrenda e minacciosa che non ridà nulla indietro”, mentre Rita Levi Montalcini era pronta ad affermare: “Contrariamente all’opinione corrente, il cervello non va fatalmente incontro con gli anni a un processo irreversibile di deterioramento. Sia Tiziano che Michelangelo e molti altri artisti di straordinaria capacità creativa – Picasso tra questi – continuarono a realizzare opere di eccezionale valore sino in tarda età”. La tragedia, per Oscar Wilde, non era nel fatto di essere vecchi ma di sentirsi ancora giovani col sopraggiungere dell’età avanzata, mentre per Giacomo Leopardi, che ebbe la sventura di non raggiungere mai quella fase, era vista come “il male sommo perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti”. Potremmo anche essere tutti d’accordo con Bette Davis, che ebbe a dire “La vecchiaia non è un posto per femminucce”, perché se la vita ci appare a volte in tutta la sua durezza, la vecchiaia tende a enfatizzare tutte le note più scomode e indebolisce spesso le nostre risorse reattive.

In letteratura la vecchiaia non appare un gran bel tema per la poesia che ne estrapola prevalentemente aspetti come la tristezza, la depressione, il senso di ineluttabilità e inutilità, la decadenza e la mancanza di spinta interiore, ma lo è in tutta la sua forza nei racconti e nei romanzi dove è possibile dipingere scenari e situazioni negli aspetti più disparati, così come nella realtà accade. In ‘L’amante giapponese’ di Isabel Allende (2015), la ricca ultraottantenne Alma Belasco sceglie di trascorrere ciò che resta della sua vita a Lark House, una residenza per anziani nei pressi di San Francisco. Ciò che le dà forza, vivacità e bellezza è il ricordo di Ichi, il figlio del giardiniere giapponese della sua famiglia, il vero e unico grande amore con cui trascorse gran parte della sua infanzia e giovinezza. A interrompere la relazione arrivarono le conseguenze della Seconda Guerra mondiale, i campi di prigionia in cui vennero internati i giapponesi in America , e successivamente i diktat sociali, le pressioni familiari. Un amore in tempi sbagliati che rimane però integro e indistruttibile anche a tarda età, che trascende ogni difficoltà e diventa ragione di vita. Intorno a Lark House, nei delicati tratti a cui ci ha abituati Isabel Allende, vivono e si muovono bizzarri vecchietti, signore ancora affascinanti, anziani che pur consapevoli dell’età e dei cambiamenti hanno deciso di non mollare. Il ricordo è il filo conduttore a cui Alma si affida e con il ricordo affiora tutto ciò che è stata la sua vita consumata tacitamente nell’amore per Ichi.

Il vecchio Antonio Josè Bolìvar Proaño, nel romanzo di Luis Sepùlveda ‘Il vecchio che leggeva romanzi d’amore’ (1989), ha una sua idea ben precisa sui ricordi: “Aveva sentito dire spesso che con gli anni arriva la saggezza, e aveva aspettato fiducioso che questa saggezza gli desse quello che più desiderava: la capacità di guidare la direzione dei ricordi per non cadere nelle trappole che questi spesso gli tendevano…”. Anche in ‘Giorno di silenzio a Tangeri’ di Tahar Ben Jelloun (1989) prende vita un anziano arrivato a tarda età che in questo caso si aggrappa al suo rancore, all’orgoglio ferito, lanciando postille avvelenate a figli, amici e moglie. E’ solo nel suo rimurginare, immobile nel suo letto a consultare la sua consunta rubrica piena di numeri, nomi, indirizzi, simboli di un mondo che non c’è più. E’ il ritratto autobiografico del padre autoritario, prevaricatore, rimasto alla fine con i suoi rimpianti e sentimenti mai espressi. Ben diversa la figura dell’anziano cardiochirurgo di Seattle in pensione che anima il romanzo di David Guterson (2000) ‘Oltre il fiume’. Rimasto vedovo e ammalato di un male incurabile, l’uomo decide di lasciare tutto e partire con la sua vecchia auto e i suoi due cani alla volta del Nordovest degli States. L’ultimo viaggio, forse, tra aspre montagne, deserti rocciosi, canyon, lande estese e ranch ai confini del mondo: una ribellione alla rassegnata attesa della fine definitiva, un guizzo di puro amore alla vita per quello che ancora la vita può offrire, un rifiuto all’annichilimento. E che dire degli anziani che popolano i due felici romanzi della giornalista e scrittrice finlandese Minna Lindgren? In ‘Mistero a Villa del Lieto Tramonto’ (2015) e il successivo ‘Fuga da Villa del Lieto Tramonto’ (2016) Irma, Siiri, Anna-Liisa e altri ospiti che vantano età ragguardevoli si trovano invischiati in situazioni a volte tragicomiche da vero dark humor finlandese, che interrompono il tranquillo scorrere delle giornate tra una partita a canasta, una sessione di ginnastica dolce e un whiskino prescritto dal medico. Un’immagine diversa dell’anziano come generalmente ci viene presentata, ma non così introvabile nella realtà. Senso dell’umorismo e curiosità tengono ancorati al gusto di vivere il presente e la vecchiaia viene vissuta con quel pizzico di leggerezza che diminuisce la paura e il sentirsi minacciati.

In vecchiaia i rimpianti non dovrebbero superare i sogni: viviamo in media 35 anni più dei nostri bisnonni e abbiamo una seconda esistenza da adulti. Le neuroscienze dimostrano la capacità di creare nuove connessioni, acquisire abilità e informazioni continuamente, anche nell’anzianità, con il grande pregio di diventare mentori dei nostri giovani trasmettendo valori e competenze. Non onorare la vecchiaia è come disconoscere tutto quello che siamo stati e che possiamo ancora essere.

TECNOLOGIA
L’abito digitale del neocapitalismo

Oggi meno sai di informatica, più sei ai margini non solo dell’informazione, ma anche della società. Basti pensare ai tanti anziani che non capiscono un’acca di computer. Dobbiamo renderci conto che il cosiddetto ‘digital divide’ (divario digitale) è un problema sociale e politico e come tale va affrontato. Insomma: la nuova piramide sociale si costruisce sull’istruzione informatica, sull’accesso alla Rete, sull’utilizzo degli strumenti.

Attenzione, però. Da alcuni anni le aziende della Silicon Valley promettono abbondanza, prosperità, riduzione delle disparità e una nuova società in cui tutto sarà condivisibile e accessibile. Ma siamo sicuri che Google, Amazon, Facebook, Twitter e compagnia non siano invece l’ultima incarnazione del capitalismo – ancora più subdolo, perché mascherato dietro le suadenti parole della rivoluzione digitale – e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi? Evgeny Morozov, autore dei “Signori del silicio”, sostiene che di democratico, rivoluzionario e “smart” in tutto questo c’è ben poco. C’è invece la svendita sull’altare del profitto dei nostri dati personali, della nostra privacy e soprattutto della nostra libertà. Ormai siamo registrati in ogni nostra mossa; non fai in tempo a compiere una ricerca sul web che subito sei tempestato di sollecitazioni commerciali nel settore che hai esplorato: abiti, orologi, libri o prosciutti, poco importa.

L’unica forma di difesa è un uso critico e consapevole della Rete. Ma un uso critico presuppone a monte un plafond culturale che non tutti hanno. I giovani poi, “bevono” più o meno tutto ciò che viene loro propinato e sono in questo senso più facilmente condizionabili. E allora non è questo un’altro episodio, un altro aspetto di quella offensiva che anni fa fu scatenata, per esempio, dalle televisioni di Berlusconi? Il capitale – un capitale sempre più irraggiungibile e misterioso – non ha mai avuto interesse a che i sudditi siano istruiti, perciò autonomi.

Non è il caso, per questo, di mettersi a fare i luddisti, ma sicuramente la rivoluzione informatica nasconde molti, troppi trabocchetti. E anche la cosiddetta “democrazia di rete” è da maneggiare e da interpretare con molta, molta cura.

Webcam nelle scuole: l’educazione sorvegliata!

di Loredana Bondi

Il giorno 20 ottobre 2016 è stato approvato e licenziato dalla Camera dei deputati il disegno di legge “Misure per prevenire e contrastare condotte di maltrattamento o di abuso, anche di natura psicologica, in danno dei minori negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia e delle persone ospitate nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e persone con disabilità”. Nonostante sia ancora in corso di approvazione definitiva da parte del Parlamento, ne è stata data un’ampia diffusione mediatica, anche se con accenti e dichiarazioni non sempre completi dei dovuti approfondimenti.
Come rappresentante ferrarese del Gruppo nazionale Nidi e Infanzia, ritengo doveroso evidenziare la mia profonda preoccupazione sugli aspetti non trascurabili che questo disegno di legge porta avanti, soprattutto per le premesse e condizioni che lo stesso provvedimento, qualora applicato, potrebbe inevitabilmente ingenerare sull’intero sistema educativo.
Vorrei perciò proporre alcune riflessioni e questioni, prima che il ddl giunga al Senato per la valutazione di competenza e valutazione finale.

Certamente – come sostiene la pedagogista Sandra Benedetti del gruppo nazionale in un recente approfondito intervento – gli episodi di violenza sui bambini praticate in alcuni servizi educativi salgono agli onori della cronaca e riempiono le testate dei giornali, i blog, arrivano come un pugno chiuso nello stomaco di chi legge e vengono percepiti al pari di qualsiasi atto di violenza a cui si assiste nei luoghi attraversati da guerre e catastrofi. Solo che in questo caso i luoghi in cui si praticano queste violenze sono luoghi situati in contesti pacifici, considerati affidabili e pertanto percepiti come al di sopra di ogni sospetto, luoghi e persone ai quali i genitori affidano le persone più preziose: i bambini piccolissimi, incapaci di esprimere il proprio dissenso, impossibilitati a difendersi, in una fase della crescita in cui stanno strutturando, attraverso la relazione con gli adulti, i coetanei e il contesto, i fondamentali sui quali costruire i propri riferimenti simbolici, emotivi, cognitivi.
Non posso che condividere il grande malessere su questi fatti, ma contemporaneamente, constato che dietro la vicenda di cronaca che viene presentata attraverso i media, parte la generalizzazione del ‘sistema malato’ e l’indicazione ineludibile del correttivo: il controllo serrato su tutti i servizi, attraverso strumenti come le telecamere, ritenute risolutorie per l’intercettazione dei gesti di violenza perpetrati sui bambini. Su questo genere di soluzioni non si può che avere una valutazione negativa, perché questi interventi non porterebbero altro che a minare il sentimento di fiducia fra genitori e personale educativo, sentimento costruito su un preciso patto che va reso esplicito e monitorato sempre.
Mi piacerebbe però che su questi fatti il personale educativo, i coordinatori pedagogici, gli insegnanti e i dirigenti scolastici si esprimessero e, nel contempo, avessero la forte determinazione di sottoporre prima di tutto al loro interno, alle famiglie, oltre che ai referenti politici locali di Parlamento e Governo, una serie riflessioni sul contenuto di questo ddl che, a mio avviso, non coglie adeguatamente l’inopportunità e la pericolosità delle soluzioni che propone.

Dovrebbe essere impostata, altresì, una riflessione generalizzata, di carattere nazionale, sul sistema educativo, nella direzione non solo della predisposizione di percorsi di studio per il raggiungimento di specifica professionalità da parte degli educatori e del personale della scuola (solo in parte già definita), ma della necessaria, continua e obbligatoria formazione in servizio, del rispetto dei contratti sia da parte di chi opera, sia da parte dei datori di lavoro, perché un’attività così profondamente delicata e difficile deve essere governata con il massimo delle garanzie. L’orario di lavoro, le compresenze orarie del personale, il rapporto numerico insegnante-bambini, il confronto sistematico su modelli educativi e pedagogici, la definizione di precise responsabilità, il reale controllo di qualità del sistema: sono aspetti ineludibili della qualità dell’ambiente formativo, cui va affiancato un serio sistema di controllo gestionale, organizzativo e pedagogico, che non può certo essere basato sulla sfiducia preventiva dell’azione educativa e sullo ‘spionaggio investigativo’ a mezzo di telecamere installate nei locali delle scuole, così come previsto dal disegno di legge in oggetto.
Uno dei requisiti fondamentali su cui si fonda il patto educativo tra il servizio e le famiglie è proprio la fiducia reciproca che, ovviamente non è data in natura, ma va conquistata attraverso la constatazione che il luogo e le persone cui i bambini vengono affidati, corrispondono davvero ai requisiti dichiarati dall’ente gestore (Comune o altro soggetto privato a cui è stata concessa la gestione del servizio in convenzione o in appalto).

Quello che manca nei servizi e che porta verso queste inconcepibili situazioni è di fatto l’assenza di una gestione comunitaria del servizio educativo. Il controllo è un punto fondamentale e dirimente di tutti i servizi rivolti alla persona, tanto più quando essa è fragile e non può o riesce a difendersi. Questo controllo però non deve essere praticato con la telecamera, che è un modo molto rapido di risolvere il problema e non evita di certo l’atteggiamento increscioso di chi pratica violenza, poiché nel momento in cui lo rileva, il gesto è già compiuto. Occorre fare leva piuttosto sulla cultura della valutazione permanente del lavoro di cura, che si esprime a più livelli e che deve contemplare alcuni punti fondamentali, indispensabili per la qualità minima dei servizi educativi, sia pubblici che privati. Il concorso di più fattori costa molto di più in termini di impegno e richiede una esplicita scelta di campo, anche di natura politico-sociale. Alla logica del controllo basato sul pregiudizio e sulla presunta sfiducia che è sottintesa dall’uso della telecamera, è indispensabile sostituire la pratica della valutazione pedagogica, che chiama in causa più attori e li induce a svolgere ciascuno il proprio ruolo.
Si tratta di un tema troppo delicato e complesso, indubbiamente grave e che non va assolutamente sottovalutato, nonostante la casistica limitata, ma ritengo che non possa assurgere ad ‘allarme sociale’ a cui dare come unica soluzione la risposta dell’installazione della video sorveglianza in ogni scuola. Per questa ragione allora, in base a quanto emerge dai dati nazionali, dovremmo installare le telecamere anche in ogni casa, dal momento che la maggioranza delle violenze sui minori viene perpetrata fra le mura domestiche!
La proposta di legge, il cui contenuto è sicuramente stato amplificato a dismisura dai media, punta a incrinare un sistema complessivo che, per colpire il grave e deviante comportamento di un singolo, colpisce un intero contesto sociale, utilizzando strumentalmente l’argomento della legalità: fa passare il messaggio che, senza il controllo a distanza, nulla emergerebbe e i violenti rimarrebbero impuniti.

Perché non proviamo a riprendere in mano seriamente il problema dell’educazione, dei principi fondamentali alla base della professionalità educativa? Perché proprio ora che si sta discutendo a livello di Regione Emilia Romagna, la cui legislazione in materia è sempre stata all’avanguardia, non solo in Italia, ma a livello internazionale, il nuovo testo di legge proprio sui servizi educativi, sembra sia sottovalutato il sistema di valutazione della qualità, ridotta a valutazione interna al contesto educativo? Certo il processo di valutazione delle attività va costantemente monitorato all’interno del sistema educativo, ma sia il gestore pubblico, che il soggetto gestore privato – che dev’essere accreditato – devono soggiacere anche a una valutazione terza, a un controllo esterno, che mettano seriamente in evidenza tutti gli aspetti organizzativi, gestionali e pedagogici. In questo percorso, l’Ente pubblico ha l’obbligo della governance, termine molto usato e non sempre praticato. E, nel contempo, con strategie adeguate, si devono coinvolgere necessariamente i genitori come attori reali di questo processo.
Penso che sia importante non tacere sul fatto che sono necessari confronti non solo mediatici, ma reali, nella vita comune di ogni giorno, nella scuola, nelle aule consiliari, nelle associazioni culturali e politiche, nelle famiglie, a livello di cittadinanza. Purtroppo, questo è tutto un altro discorso, che ha a che fare con le attuali condizioni sociali e politiche e la cultura stessa del nostro paese che, pur presentando ancora delle eccellenze, sta perdendo di vista valori come il saper ascoltare, la collaborazione, il confronto e la solidarietà, che si nutrono di onestà morale e intellettuale, non di superficialità e indifferenza.
Non sono certo riflessioni nuove, ma l’emergenza della situazione impone un nuovo percorso generale di “riappropriazione” di dignità di un lavoro indispensabile come quello dell’educare.

ELOGIO DEL PRESENTE
Se vivessimo fino a 150 anni

(Pubblicato il 15 febbraio 2016)

Se vivessimo fino a 150 anni cosa cambierebbe nella nostra vita? Tra le tendenze discusse qualche settimana fa al World Economic Forum di Davos l’ipotesi che la durata della vita si sposti ben oltre il traguardo del secolo. L’aumento delle attese di vita è ormai costante da ormai un secolo: la tendenza in atto in tutti i Paesi del mondo è dovuta ai progressi medici e scientifici e agli studi biogenetici. Ciò ci ricorda che i limiti sono sempre mobili e segnati in primo luogo dalle possibilità offerte dalla scienza, con buona pace di coloro che considerano i valori eterni e fondativi della convivenza sociale.
Il traguardo di un allungamento consistente della esistenza propone già in un futuro prossimo questioni relative alla destinazione delle risorse pubbliche e all’organizzazione della vita sociale e anche nuove sfide per l’economia.
Quali sono le implicazioni? In un sondaggio fatto dall’World Economic forum tra i 2500 partecipanti, il 58% dice che i matrimoni dureranno di meno e si divorzierà di più; il 54% prevede che i figli si faranno più avanti negli anni. Gli individui si abitueranno al cambiamento, svilupperanno capacità di adattamento, ci sarà maggiore flessibilità e apertura al nuovo.
E’ piuttosto facile immaginare che la vita lavorativa si allungherà ulteriormente. Ma se le opportunità di lavoro sono già oggi erose dalle tecnologie digitali, quale lavoro attenderà i nostri nipoti alla soglia degli 80 anni? Molta letteratura ha sottolineato che la spinta alla distruzione creatrice che ha segnato le precedenti fasi dell’innovazione, è venuta meno: le tecnologie sono destinate a distruggere più lavoro di quello che creano. Soprattutto tendono a sostituire una larga parte di posizioni intermedie e a rendere rapidamente obsolete molte competenze.
Certo nella prospettiva di una lunga vita cambierà il rapporto con la formazione e l’apprendimento nel corso dell’esistenza. Imparare sarà una necessità primaria per tutti, sarà una condizione per stare al passo con le tecnologie che sempre di più entreranno nella quotidianità e sarà una condizione per poter stare all’interno di spazi comunitari che cambieranno sempre più velocemente. A dire il vero a questo sarebbe meglio pensare fin da oggi.
Le diseguaglianze attraverseranno più ancora di oggi i rapporti tra le generazioni. Le reti di protezione sociale probabilmente non saranno più solide. Rischi di marginalità colpiranno quegli anziani che alle spalle avranno avuto un lavoro precario. Mentre i super senior avranno bisogno di nuovi servizi: le domande di cura saranno in primo piano. Ma i rischi di un impoverimento diffuso renderanno ancor più urgente e complesso affrontare le questioni redistributive.
E forse non parliamo neppure di uno scenario troppo remoto: già il presente è preoccupante e prospetta molti di questi pericoli.


Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

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ELOGIO DEL PRESENTE
Una generazione in salita

Con un titolo emblematico, “Generation Uphill”, l’Economist del gennaio scorso segnalava le difficoltà di una generazione che nonostante le opportunità – impensabili per le precedenti – rischia di vedere disperso un patrimonio di intelligenza e di risorse. In tutto il mondo sono 1 miliardo e 8 milioni i giovani tra i 15 e i 30 anni, circa un quarto della popolazione totale. Anche se le differenze tra i paesi sono ovviamente rilevanti la loro situazione è straordinariamente simile: sono cresciuti nell’era degli smartphone e all’ombra di un disastro finanziario globale; vivono la difficoltà di ottenere una buona istruzione, un lavoro stabile, di avere una casa e di farsi una famiglia.
Per certi aspetti i giovani non sono mai stati così bene: vivranno più a lungo rispetto a qualsiasi generazione precedente. Sui loro smartphone possono trovare tutte le informazioni immaginabili, godono di libertà che i loro predecessori avrebbero a malapena potuto immaginare. Sono anche più scolarizzati, i punteggi medi sui test di intelligenza sono aumentati da decenni in molti paesi, grazie a una migliore nutrizione e all’istruzione di massa.
Eppure, gran parte del loro talento è sperperato. Nella maggior parte dei paesi hanno almeno il doppio delle probabilità di essere disoccupati. Oltre il 25% dei giovani residenti in paesi a reddito medio e il 15% dei residenti nei ricchi sono fuori dall’istruzione/formazione e dall’occupazione. L’istruzione è diventata così costosa che molti studenti sono costretti ad accumulare debiti pesanti per ottenerla, d’altra parte il mercato del lavoro in cui stanno per entrare non è mai stato così competitivo. Anche la casa è costosa, soprattutto nelle grandi città globali dove le opportunità di lavoro sono migliori.
Per entrambi i sessi il percorso verso l’età adulta, dalla scuola al lavoro, al matrimonio e ai figli, è diventato più lungo e complicato. Molti giovani oggi studiano fino a 25 anni e formano famiglie più tardi in attesa di posizioni più stabili e sicure. Purtroppo, l’orologio biologico non si adatta a queste esigenze della vita lavorativa e le conseguenze sulla natalità sono pesanti.
Inizia ad emergere un conflitto inedito tra generazioni. Da sempre gli anziani hanno sostenuto finanziariamente i più giovani, all’interno delle famiglie i trasferimenti intergenerazionali scorrono quasi interamente dai nonni ai nipoti. Ma nei paesi ricchi il flusso ha già iniziato ad invertirsi, per i vincoli della spesa pubblica in larga parte dedicata alle pensioni e all’assistenza sanitaria.
Le democrazie faticano ad ascoltare i giovani e questi votano sempre più raramente. Solo il 23% degli americani di età compresa tra 18-34 ha partecipato alle elezioni del 2014, rispetto al 59% degli over 65. Nel 2015 in Gran Bretagna ha partecipato alle elezioni solo il 43% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, mentre ha votato il 78% degli over 65. In entrambi i paesi il partito favorito dagli elettori più anziani ha ottenuto una vittoria evidente. I giovani esprimono del resto un forte interesse per cause politiche, ma una mancanza di fiducia nei partiti politici. Sempre secondo i dati dell’Economist, in tutti i paesi i giovani sono delusi: solo il 10% degli intervistati cinesi ritiene che le prospettive di carriera dei giovani si fondino sul lavoro o le qualità personali e non sui legami derivati dalla posizione familiare.
Tutti i paesi, quindi, hanno bisogno di porsi il problema delle opportunità di futuro per i giovani. Se ciò non accadesse, i talenti un’intera generazione potrebbero essere sprecati.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

ALTRI SGUARDI
Missione infermiera

IMG_4944La fotografia di questa infermiera sta facendo il giro del web: Rayena, la moglie di Bobby. Professione: infermiera. Questo lavoro difficile, duro, impegnativo, ma così importante nel momento più difficile della vita di un essere umano, quando si è malati, deboli, soli, indifesi. Pubblicando e diffondendo questa immagine, Bobby ha voluto rendere omaggio a uno dei mestieri più difficili del mondo. A parlare è lui, compagno paziente e comprensivo. Vicino come solo chi ama veramente sa fare. Rayena sta riposandosi, con il suo bambino, si alzerà fra un paio d’ore e si vestirà per andare all’ospedale, posta il marito. Tutti gli oggetti necessari ad accompagnarla saranno esaminati con cura e attenzione, solo la sua pettinatura e il suo trucco saranno sbrigativi, veloci e lasciati un po’ al caso. Si lamenterà di essere orribile, e lui le dirà che non è affatto vero (per lui è sempre bellissima e l’ama profondamente), porgendole una tazza bollente e fumante di caffè lungo. Mentre si siede sul divano, le gambe lunghe e affusolate incrociate in posizione yoga, il figlioletto allegro e vociante le toccherà i capelli e cercherà di salire sulle sue ginocchia, incurante del tempo e della sua fretta di uscire. Deve correre a prendere l‘autobus, o arriverà in ritardo. La fermata non è lontana, ma deve andare. Non è mai arrivata in ritardo, in quasi vent’anni di servizio.

Mentre marito e moglie parlano, lei gira la testa a destra e sinistra, pensando al lungo turno che l’attende, alle vite che l’aspettano. Alcune c’erano ieri, altre ci saranno oggi. Altre ancora forse non ci saranno. Per lei è sempre un dolore, se qualcuno se ne va in altro luogo che non sia casa. Bella, immersa fra i suoi pensieri, magari immagina che il marito non comprenda. Ma lui capisce. Eccome. D’altra parte l’ama, sempre profondamente, e la conosce bene. Si sono conosciuti da giovani e da allora non si sono mai lasciati.

Uno sguardo alle sue cose care, abbracci lunghi e baci affettuosi, a lui e al figlio, e Rayena esce, per andare a prendersi cura di persone che passano i giorni peggiori della loro vita. Incidenti automobilistici, ferite d’arma da fuoco, esplosioni, ustioni, che colpiscono persone di ogni genere, poveri, ricchi, drogati, prostitute, giovani e anziani, uomini, donne, padri, madri, figli, figlie e famiglie intere. Non importa chi si sia o cosa sia successo, ognuno riceverà attenzione. Lei si occuperà di loro, al pronto soccorso e in corsia. Senza distinzione.

Rientrerà a casa dopo quasi 14 ore, e si toglierà quelle scarpe che hanno camminato su dolori, bile e lacrime, talvolta sangue. Le lascerà fuori per poter far riposare un po’ i suoi piedi doloranti, ma forse anche per lasciare sulla porta anche quelle ore difficili e i suoi ricordi. Le sue mani avranno curato, consolato, accarezzato, accompagnato, salutato. La sua testa avrà pensato, gioito, sofferto, temuto, sperato.

Ci sono giorni in cui non vorrà parlare, sarà terribilmente silenziosa, altri che non farà in tempo a varcare la soglia che avrà bisogno di sfogarsi subito, nemmeno il tempo di sedersi. E il marito ascolterà, paziente. Sempre. Ci sono giorni in cui riderà fino a piangere, altri che piangerà solamente, che riuscirà a fare solo questo. Ma sarà sempre puntuale sul lavoro, precisa, immancabile e preziosa, perché lei è un’infermiera. Un eroe. Meravigliosa creatura.

Il testo trae libera ispirazione dal post di Bobby Wesson, parzialmente tradotto.

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