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Rischiare la vita per rimanere poveri: a proposito dello stato del lavoro

 

A proposito dello stato del lavoro nel nostro paese, due fatti recenti mi hanno colpito. Il primo è la morte (l’ultima di una interminabile catena) di Yaya Yafa, operaio di 22 anni della Guinea Bissau assunto da tre giorni alla logistica di Interporto Bologna (uno dei tanti regni del subappalto senza regole), stritolato da un bilico mentre non sapeva nemmeno come muoversi all’interno di quel piazzale di carico e scarico, essendo privo di qualunque formazione e affiancamento.
Il secondo è una ricerca del European trade union institute, da cui si vede che nella progressione dei salari reali negli ultimi vent’anni l’Italia è il fanalino di coda dell’eurozona, con salari al palo molto peggio che in Germania, in Francia e in Spagna, e una performance negativa superata, in termini di flessione dei salari, solo da Croazia, Portogallo, Cipro e Grecia.

Molti sono i fattori causa della sostanziale assenza di regole sugli appalti (non solo nella logistica), primo fra tutti, forse, l’assenza di controlli e di sanzioni per chi non rispetta le regole formali sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Le aziende risparmiano in sicurezza anzichè investire, e lo Stato risparmia in controlli: basti dire che la legge istitutiva dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (D.Lgs. 149 del 2015) ne previde la creazione “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, il che equivaleva a dire che lo Stato non ci avrebbe messo un euro. Questa condizione assurda è stata di recente modificata da un piano di assunzioni e investimenti, che punta però prevalentemente (altra assurdità) sulla destinazione all’Ispettorato di fondi incerti, in quanto derivanti dalle sanzioni irrogate, alcune delle quali aumentate nell’importo. Una sorta di autofinanziamento attraverso le multe.

Molti sono i fattori causa dell’immobilità, per non dire flessione, del potere di acquisto dei salari. Il primo è senz’altro il fatto che l’Italia, tra i paesi “forti” dell’eurozona, è quella che è cresciuta regolarmente di meno in termini di Prodotto Interno Lordo rispetto a Francia, Germania e Spagna, per citare solo i paesi a noi più affini (vedi ad esempio il grafico pre Covid pubblicato di seguito:   https://www.truenumbers.it/andamento-del-pil/)

Un’altra delle ragioni che spesso vengono citate come caratteristica positiva dell’Italia, e cioè la prevalenza di un tessuto di piccole e medie imprese, è invece probabilmente una concausa della depressione salariale. Ci sono infatti eccellenze positive, che costituiscono però le eccezioni ad una regola che vede queste imprese sottocapitalizzate, poco competitive e poco penetrate da aggregazioni sindacali, per l’elevato potere di ricatto insito nelle piccole realtà produttive.

Le micro e piccole imprese con meno di 50 addetti sono l’asse portante del sistema di PMI italiano e rappresentano, infatti, l’83,9% degli addetti delle imprese fino a 250 dipendenti (che è il limite massimo, quanto al criterio occupazionale, per la definizione di PMI in Italia).

Alcuni inseriscono tra le cause anche l’arrendevolezza del sindacato, e l’osservazione si può anche comprendere, se ci si limita al dato che l’Italia ha il sindacato confederale con la maggiore rappresentatività in Europa, la CGIL. Faccio a questo proposito due considerazioni.

La prima: è un fatto che la maggior frequenza di infortuni sul lavoro e la maggior depressione salariale, spesso collegata all’assenza di contratti aziendali/collettivi o all’esistenza di contratti “pirata” (siglati, cioè, da associazioni sindacali con una rappresentatività quasi inesistente), si riscontrano proprio in quelle realtà aziendali nelle quali il sindacato è meno presente, sia esso confederale o espressione di aggregazioni “di base.

La seconda: c’è uno snodo decisivo nella storia delle dinamiche salariali, ed è l’accordo Governo-Sindacati del  luglio 1992, in una fase in cui l’Italia, dopo la firma del (per molti versi drammatico) Trattato di Maastricht, era avviluppata in una delle sue periodiche crisi da sovraindebitamento.
Giova ricordarlo nelle parole consegnate dall’allora segretario generale della CGIL Bruno Trentin ai suoi Diari:  “Mi sono trovato assediato: al di là delle intenzioni e del peso effettivo della minaccia di crisi di Governo che Amato ha evocato, era certo che un fallimento del suo tentativo avrebbe avuto, a quel punto, degli effetti incalcolabili sulla situazione finanziaria del Paese e sul piano internazionale. La divisione fra i sindacati e nella Cgil avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico.

Salvare la Cgil e le possibilità  future di una iniziativa unitaria del sindacato; impedire che fosse imputata ad una parte della Cgil la responsabilità di un ulteriore aggravamento della crisi economica, per emarginarla sul piano politico mi imponevano di firmare l’accordo e di lasciare quindi libera la Cgil e i suoi organismi dirigenti di convalidare o meno quella decisione. E spero ancora, per le ragioni politiche che mi hanno indotto a quel gesto che lo faccia e tragga da questo la forza per ribaltare a settembre le regole del gioco fuori da ogni ricatto.

Dall’altra parte, ero ben cosciente che, ciò facendo, disattendevo il mandato ricevuto dalla Direzione della Cgil, quel mandato che avevo sollecitato con tanta insistenza, contrapponendomi alla tesi dei soliti rentiers della politica del sempre peggio, che invocava l’abbandono del negoziato. Non potevo annunciare alla Segreteria della Cgil la mia intenzione di firmare, senza preannunciare le mie dimissioni. Ciò che ho fatto”.

Con quella firma, viene abbandonato il meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione (la cosiddetta “scala mobile”) ed introdotta – dopo la ratifica da parte delle assemblee dei lavoratori – la “concertazione”, un metodo contrattuale che divide il negoziato in due: un tavolo nazionale che fa da quadro di compatibilità, ed uno decentrato.

Trentin, un partigiano e intellettuale finissimo, firma per non spaccare l’asse confederale in preda al tormento, quel tormento che lo porterà alle contestuali dimissioni e alla definizione di quella scelta come “la prova più terribile della mia vita”.
Ricordo che, nel giugno 1985, la CGIL, pressoché sola assieme al PCI (perchè isolata anche da CISL e UIL), perse il referendum che voleva abrogare il taglio della scala mobile stabilito dal governo Craxi.

In questo contesto drammatico ben si comprende il tormento di Bruno Trentin, che firmò un accordo che aborriva. [Nel mio piccolo, conosco bene la sensazione del ricatto esercitato dal potere durante una trattativa: a me ed altri successe durante l’ultima trattativa su Carife. “O firmate per l’uscita del 50% dei lavoratori, o vi riterremo responsabili del fallimento della banca” (e, sottinteso, vi indicheremo come tali all’opinione pubblica). Bisogna trovarcisi, in certe situazioni, per misurare la propria capacità di bilanciare la rappresentanza delle persone con la responsabilità di non portarle tutte alla disfatta.]

A quasi trent’anni di distanza da quell’accordo, tuttavia, potrebbe essere venuto il momento di voltare pagina.
Può essere  venuto il momento di riacquistare un’autonomia negoziale che segni una rinnovata stagione di rivendicazioni sui diritti e sui salari. Una cosa è sicura: il quadro politico e sociale che abbiamo davanti non autorizza facili illusioni.

Ferrara città cantiere

Vista dall’alto Ferrara assomiglia a tante altre città. Illusione ottica: dall’alto non si ammirano i grandi palazzi rinascimentali, i vicoli medievali, le dannunziane vie larghe come fiumane, le piazze che i cittadini hanno voluto grandi forse per liberarsi delle anguste strade che costeggiano l’antico scorrere del fiume impostosi nella cultura degli abitanti della dimenticata urbe come assoluto protagonista della sua vita. Ma è l’anima di Ferrara che rende diversa questa città, la nostra città, dalle consorelle della regione. I bolognesi sono aperti, laboriosi, i romagnoli pure, i ferraresi no, dominati da una sorda borghesia, sicura di essere il punto d’arrivo del pensiero umano, si sono accovacciati sul ramo più alto dell’albero sociale e da lassù giudicano. Brutta cosa, così la conservazione diventa un boccone succulento e il fatto più importante è che anche le fasce popolari assorbono un’incoscienza destinata a diventare fenomeno sociale. Il fascismo nacque così all’indomani delle sommosse rosse cresciute in uno sciagurato primo dopoguerra, così oggi rinasce sulla schiena portante di una borghesia che può subdolamente e silenziosamente imporre, usando i suoi potenti media, cultura e interesse economico come se fossero operazioni corali di un popolo.

Scendendo dall’alto dei cieli, da cui Ferrara pare normale, e addentrandoci nel tessuto urbano incontriamo subito uno dei simboli del fenomeno che abbiamo descritto, l’abbattimento del famigerato (ma non brutto) Palazzo degli Specchi, divenuto, per la sua inutilità, un inguardabile orpello e, per i costi della sua costruzione, un bubbone purulento. Era necessario liberare la città da questo fastidioso, e per molti versi scandaloso, ricordo, le oscure voci che hanno accompagnato la sua edificazione parlano di interessi mafiosi e spero non sia vero. Costringendo l’animo a essere il più possibile ottimista mi dico: auguriamoci che la demolizione sia l’inizio di una nuova èra dominata non dagli interessi mafiosi ma da un sano rapporto tra gli individui e tra questi e la loro società senza prevaricazioni, violenze, inutili orgogli, capace, infine, di riconoscere i veri meriti. Sto sognando a occhi aperti, ma non si può vivere senza un sogno che ti guidi. Comunque non ci si può fermare al Palazzo degli specchi. Tanti altri esempi, purtroppo, urgono o dovrebbero urgere sulle nostre coscienze: prendiamo il nuovo ospedale, che interessi solo in parte sconosciuti hanno voluto nella landa subsidente a 10 chilometri dalla città, escludendo in un sol colpo tutti gli anziani appiedati o dall’età o dalla povertà, tanto devono morire: per addolcire la pillola i politici dissero , quando si trattò di dare il via alla costruzione e poi all’inaugurazione, dissero che all’ospedale “si andrà con la metropolitana di superficie”: forse non sapevano che cosa stavano dicendo. Chiedo: dov’è la metropolitana? Silenzio. Altri affaristi spiegarono che non c’erano “locations” dove sistemare il mostruoso biscione. Non è vero: il posto c’era ed era già stato localizzato sulla via Copparo, ma, evidentemente, mancavano le voci degli speculatori, i quali avevano tacitato i critici dei nuovi progetti. Ricordo, quando per lavoro frequentavo il consiglio comunale, che nessuna forza pseudo politica fu contraria al piano, saltarono tutti sul treno vittorioso. E’ stata una gran brutta figura della città. La borghesia? Con il suo abituale silenzio si applicò alla costruzione di tanti altri ospedaletti, dove i vecchi possono trovare accoglienza pagando: li chiamano poliambulatori, si paga naturalmente. Il fatto è che con la situazione venutasi a creare e con il numero chiuso all’università, non ci sono più medici, tanto poco chiara è la politica sanitaria ferrarese, bloccati nella carriera, trovano posti più accoglienti in altre città e con altre aziende sanitarie. E adesso che si farà del vecchio, comodo come una pantofola, Sant’Anna? Manzoni risponderebbe “ai posteri l’ardua sentenza”. Ma nessuno parla, un grande silenzio è calato su Ferrara che ha smesso di crescere, non nascono maestosi palazzi da consegnare all’orgoglio dei figli, la città, attonita guarda spaventata i nuovi arrivi di persone già sfigurate dalla vita e strappate alla loro inospitale terra, le quali di questo nostro paese, di cui non conoscono la storia, non vogliono sapere nulla. Ma chi ha fame …meglio un simbolico pezzo di pane. Tempo fa una signora extra comunitaria mi disse entusiasta: ieri ho portato i bambini al castello, ci siamo rimasti tutto il giorno (vedi che hanno interessi culturali? mi sono detto); poi ho chiesto “dentro il cortile? O nelle sale?”, “dentro e fuori”, la risposta, ma lei pensava al centro commerciale. Ora i centri commerciali sono nati dovunque secondo una rigida geografia politica, hanno strappato i ferraresi alle loro abitudini, i vecchi negozi hanno chiuso, non c’è più una latteria, non esiste più l’immancabile merceria di un tempo, ne è rimasta una, presa d’assalto da donne affamate di cotoni, elastici e cerniere lampo. La città è stata trasformata in una landa in cui nascono, amplificandosi, nuovi banchi dove prosperano le merci cinesi in concorrenza con i negozi, a loro volta venduti all’oriente.

Come si può pensare che in una situazione del genere sorga spontaneamente (o con i soldi della defunta Cassa di Risparmio?) che so, un Palazzo dei Diamanti? In codesto bailamme architettonico, senza un disegno per la città del futuro, al massimo vedremo innalzarsi la torre vicino alla stazione. Che nessuno ha capito a che serva e che cosa sia. Ce ne sono tante di costruzioni inutili e inutilizzate, dalle caserme agli ospedali. Che ci importa? Costruiremo un altro palazzo della Ragione dopo avere abbattuto l’esistente, già definito, in un celebre articolo di Bruno Zevi apparso sull’Espresso quando l’edificio di Piacentini fu inaugurato, uno “scandalo”: non resta, a noi ottimisti, che vedere sorgere un altro scandaloso edificio lì in mezzo alla splendida piazza e poi esclamare “maial, sl è brutt!”

IMMAGINARIO
Mafia a Ferrara.
La foto di oggi…

Oggi alle ore 17, la redazione di Ferrara Italia organizza presso la biblioteca comunale Ariostea, un incontro dal titolo:
“MAFIA A FERRARA – Allarmismo o rischio reale?”

La notizia è sconcertante e merita di essere indagata. Recenti dati raccolti dall’Osservatorio sulla legalità di Unioncamere Emilia-Romagna e Universitas Mercatorum relativi allo sviluppo del fenomeno mafioso segnalano a Ferrara un allarmante rischio di incremento delle infiltrazioni che colloca la nostra città al secondo posto in regione e al quinto a livello nazionale. Ferrara, dunque, sorprendentemente permeabile e vulnerabile. E’ mai possibile? E se è così perché non ce ne siamo accorti?
Attorno a questi interrogativi sorgono altre domande alle quali cercheremo di trovare risposta. Cosa significa mafia oggi? Quali sono le modalità operative di un’organizzazione criminosa di stampo mafioso, in quale maniera penetra e si muove nel territorio, quali legami stipula e su quali connivenze fa leva?
Alla riflessione stimolata da autorevoli esperti, alterneremo suggestioni narrative e testimonianze dirette.

OGGI – IMMAGINARIO CRONACA

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

la mafia in Emilia - Romagna
la mafia in Emilia – Romagna
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Attenzione al volontariato! Solo il 30% delle entrate arriva a destinazione

Serviva da tempo una dettagliata ricerca sull’associazionismo e il volontariato, parte importante del terzo settore, meglio del welfare. Perché donare è un servizio bellissimo che si fa alla società ma purtroppo non sempre e non tutti agiscono con onestà e trasparenza. Sarebbe uno sgarbo a chi opera nel bene, non fare chiarezza e distinzioni in questo senso.
Ci sono migliaia di associazioni con tantissimi volontari (a volte solo sulla carta), alcune sono un po’ ripetitive, altre si fanno concorrenza, altre ancora non sono molto trasparenti, ma anche, e soprattutto, tante lodevoli esperienze a cui va la nostra riconoscenza più profonda.
Occorre, però, un focus intenso per capirne di più. Facciamo una carrellata, dopo aver navigato su alcuni siti “ad hoc” di alcune città italiane, da Trento a Rovigo, da Ferrara a Pesaro, da Cremona a Cuneo, a Lucca, per riscontrare linee comportamentali che confondono, bilanci complicati, scarsi dettagli, servizi raffazzonati, ognuno fa per sé, spesso emerge incoerenze ma certamente si riscontra tanta voglia di fare e andare incontro a chi ha bisogno.
I finanziamenti del 5 per mille nella dichiarazione dei redditi, le lotterie e la pesca di beneficenza, anche un balletto, una commedia, un revival musicale in teatri comunali, una manifestazione sportiva, banchetti e gazebo con variegate piante di fiori e comunque piccoli eventi locali disseminati nelle diecimila piazze italiane, sono realtà che nascondono, anche se in piccola percentuale, finalità non sempre ben chiare e, soprattutto, incassi non ben evidenti, forse non registrati e scarsamente pubblicati.
Forse la letteratura sul tema sottolinea proprio quella parte di costi impropri, sottratti alla beneficenza e alle finalità filantropiche di autentico e sentito volontariato sociale, come dimostra anche Il Sole 24 ore che ha calcolato che solo il 30% delle entrate arriva a destinazione, stante l’eccessiva cifra dei costi di struttura e di funzionamento, e non solo.
Il 13 marzo scorso è stato presentato a Roma il Rapporto su “Sussidiarietà e qualità nei servizi sociali”, ed ecco alcuni spunti.
Dal rapporto emerge che “non ha più senso opporre gestione pubblica e gestione privata nei settori del welfare e che, tenendo conto di efficacia, efficienza e qualità dei servizi, la prospettiva migliore è quella di una loro complementarietà. In tempo di spending review, confermando il valore imprescindibile di un welfare di qualità per tutti, indipendentemente dalla condizione sociale, è fondamentale dotarsi di strumenti di valutazione che permettano di avere indicazioni chiare su qualità ed efficienza dei servizi e quindi di allocare le risorse di conseguenza”.
Il rapporto continua spiegando obiettivo, struttura e specificità dei servizi: “Il rapporto di sussidiarietà e qualità nei servizi sociali intende offrire uno strumento utile ai decisori e ai gestori delle organizzazioni che vogliano valutare e migliorare l’efficienza e l’efficacia dei servizi. Propone per questo un’impostazione metodologica per la raccolta e l’analisi dei dati che può essere utilizzata per realizzare un benchmarking tra erogatori dei servizi (pubblici o privati che siano), utile strumento per migliorare il loro operato e avere maggiore trasparenza sui costi sostenuti e sui risultati ottenuti”.
Il rapporto consiste di due parti: la prima contiene un’analisi dei costi di produzione di alcuni servizi di welfare (housing universitario, asili nido, cura degli anziani, riabilitazione, housing sociale), con un confronto tra organizzazioni pubbliche e organizzazioni private non profit e un’analisi della soddisfazione degli utenti; la seconda parte presenta i risultati degli studi di caso su alcune realtà del privato sociale con l’obiettivo di approfondire caratteristiche e modi di intervento di questo tipo di realtà il cui ruolo è così rilevante nei settori esaminati.
Questo rapporto offre veramente un contributo innovativo che consiste nella proposta di un metodo di raccolta e analisi dei dati di costo e di prestazione delle attività, e di alcune dimensioni di efficacia (in particolare legate alla soddisfazione dell’utente), in modo che siano paragonabili per diverse organizzazioni, pubbliche o private. E’ importante ricordare a questo riguardo che, a differenza di quanto accade in altri settori di interesse pubblico, per i servizi sociali oggi non esistono in Italia pratiche consolidate di rilevazione dei costi, di analisi di efficienza “micro” (ovvero a livello delle singole organizzazioni) e metodologie condivise per la loro valutazione.

Abbiamo voluto richiamare alcuni passi del citato rapporto, senza entrare nei dettagli ma cogliendo la rilevanza della sua portata, anche a seguito delle voci provenienti dal 17° piano della Regione in via Aldo Moro a Bologna, riguardante la volontà degli enti locali di mettere in atto un forte rientro dalla gestione diretta di ampie parti del welfare sociale, dando, quindi, spazio al privato sociale, all’associazionismo, onlus comprese.
Prendiamo atto della scelta, ma attenti a come costruire le regole dei comportamenti, degli articolati delle convenzioni, delle modalità degli appalti e di altri strumenti di affidamento e accreditamento. Ci piacerebbe che nascesse una authority, non burocratica, ma snella e operativa che funga da controller ed auditing di tutte le articolazioni del terzo settore.
Si chiude la riflessione che non vuol essere uno sgarbo, anzi un riconoscimento al servizio e al merito.

federico-varese

Varese, esperto di levatura internazionale: “La mafia al nord si sconfigge col governo trasparente degli appalti”

“La mafia al nord esiste eccome”. Ad affermarlo senza esitazione è Federico Varese, ferrarese, considerato a livello internazionale fra i più autorevoli esperti di organizzazioni criminali e autore del saggio Mafie in Movimento: come il crimine organizzato conquista nuovi territori. “È allucinante che solo fino a poco tempo fa questo semplice dato di fatto fosse messo in dubbio da funzionari dello Stato e da politici come Maroni e Fini”. A parere del docente della Oxford University “non esistono territori immuni a priori”. Questo è vero per il nord come per il sud, dove la mafia non è presente dovunque. “Bisogna distinguere due fenomeni: da una parte vi è il radicamento territoriale, il controllo di alcuni mercati legali e illegali – come l’edilizia, il mercato dei voti e la droga, proprio di alcune zone della Sicilia, della Calabria, della Campania, del Piemonte (io ho studiato in particolare il caso di Bardonecchia) e di alcune parti della Lombardia; dall’altra vi è il riciclaggio di denaro, che è molto più facile e diffuso”.

Il ruolo giocato dai mafiosi, contrariamente a quanto molti pensano, non è di tipo parassitario. “Ad esempio, forniscono servizi a favore di imprenditori collusi, come ridurre la concorrenza attraverso le minacce e la violenza. Oppure garantiscono il prestito a usura a uomini d’affari che non possono accedere al credito ufficiale, facendo da intermediari fra prestatori e creditori e terrorizzando chi non paga. Casi di questo tipo sono molto diffusi in Lombardia, come raccontato molto bene dal magistrato milanese Giuseppe Gennari nel suo libro Le Fondamenta della città”. Ma la mafia non si limita agli affari. “I mafiosi rendono anche servizi ai politici, controllando il mercato dei voti nelle comunità dove operano”.

“Se fossi a Ferrara – commenta in riferimento ai recenti sequestri di proprietà riconducibili a uomini vicini alla `ndranhgheta calabrese e ai possibili scenari futuri – suggerirei agli amministratori locali di prestare particolare attenzione proprio al settore dell’edilizia e del movimento terra, due comparti dove le mafie del nord sono particolarmente attive. D’altra parte – aggiunge Varese – non bisogna farsi prendere dal panico. I casi di cui ho letto proprio su ferraraitalia riguardano casi piuttosto limitati di riciclaggio e di acquisto di alcuni immobili, quindi non ancora di penetrazione del territorio. Questo tipo di attività è diffusa in Emilia Romagna, dove le organizzazioni mafiose reinvestono il denaro che arriva dal sud e viene immesso nel circuito dell’economia locale”.

“Certo – continua il sociologo ferrarese che proprio in questi giorni ha completato uno studio sulla penetrazione delle mafie in Emilia Romagna per conto della Regione – vi è un punto critico (quello che in inglese si chiama tipping point) in cui un fenomeno come il riciclaggio può tramutarsi in penetrazione territoriale, per questo bisogna rimanere vigili. In particolare, la buona politica deve governare i mercati locali e assicurare una concorrenza ordinata e trasparente. Aggiungo – dice Varese – che sono i comuni più piccoli quelli che corrono i rischi maggiori, come appunto Buccinasco in Lombardia, Bardonecchia, Leinì, Chivasso e Rivarolo Canavese in Piemonte, dove bastano un centinaio di voti ben organizzati per far entrare in Consiglio politici collusi”.

E nella nostra regione quali sono le zone più esposte a rischi di penetrazione territoriale? “La situazione più delicata è nel Reggiano, in particolare a Brescello. Qui vi fu una migrazione a catena da Cutrio, un paese della Calabria. Ovviamente la grande maggioranza degli immigrati è incensurata, ma alcuni elementi della `ndrangheta hanno tentato di favorire determinati imprenditori edili, cercando appoggi anche nella politica, in contrapposizione alle cooperative rosse. Vi furono anche episodi di intimidazione rivolti verso un bar nel centro del paese. Questo tentativo ha prodotto diverse indagini della magistratura e reportage giornalistici, sopratutto per mano di Giovanni Tizian, un giornalista de l’Espresso e di Narcomafie che ha scritto due libri importanti sul tema ed ora è sotto scorta per le minacce che ha ricevuto. A Reggio vi è anche una scuola estiva della legalità, diretta da Antonio Nicaso, e molto attiva è l’associazione Libera di don Ciotti. Insomma, vi è stata una reazione congiunta di amministratori locali, magistratura e società civile. Questa è la ricetta migliore per combattere le mafie al nord, ma non bisogna dimenticare che il governo efficace e trasparente dei mercati serve nel lungo periodo a sconfiggere questo grumo di interessi economici e criminali”.

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