Tag: apprendimento

Dicembre  2060 :
Saluti e auguri dal passato futuro

 

Finisce il 2060, e finisce l’anno del nostro passato-futuro che mese per mese ci ha raccontato Costanza Del Re da un paesino fluviale della bassa bresciana. Sono racconti, ma sono anche ricordi, sogni, riflessioni sul presente, felici intuizioni. Per chi, nella noia delle feste, volesse leggere tutte le 12 puntate (per me ne vale la pena) può trovarle facilmente su questo giornale. Perché con Ferraraitalia di ieri non ci si incarta il pesce, è un ‘quotidiano’ molto particolare, “non butta via nulla”. 
Personalmente non ho ancora quando e dove si trovi il 2060 di Costanza Del Re, se prefiguri un futuro, racconti un passato o rifletta sul presente. Forse, più semplicemente, ci mostra il Pianeta privato di Costanza. Ma è un luogo, un tempo, in cui anche noi ci riconosciamo. E possiamo incontrarci. Succede, insomma, quella strana cosa, e abbastanza rara, che chiamiamo Letteratura. 
(Francesco Monini)

Siamo a dicembre, un mese particolare. Giornate corte, freddo, umido e molte feste. Prima arriva Santa Lucia (13 dicembre) a portare i regali ai bambini, poi la festa della ‘Loertisa’ (focaccia che contiene germogli di luppolo bolliti), poi la vigilia e il giorno di Natale.

E’ un mese in cui si tirano un po’ le somme dell’anno. Chi è arrivato, chi ci ha lasciato, quanto Robot-111 sono stati assemblati, quanti messi definitivamente a riposo.
E’ anche il momento per sentirci fortunati se siamo in salute, circondati da persone che ci vogliono bene, amati. E’ il periodo giusto per coltivare la speranza che il domani sarà migliore di oggi, che il prossimo anno potremo tornare al mare, fermarci a guardare il sole che luccica sull’acqua salata e i Gabby-x che volano rasente l’acqua verso il rosso del sole che tramonta.
Ma adesso è dicembre, un mese particolare, quello di Natale.
Cosmo-111 vuole un piccolo Babbo Natale di pezza da attaccarsi su una spalla:
Babbo Natale, babbo Natale, rosso Natale, bianco Natale.  Raco calare, raco calare, toco polare, toco ricare” canta come suo solito un po’ in italiano e un po’ a modo suo, mescolando suoni che gli piacciono.

I miei figli Axilla e Gianblu si sono già messi a discutere per sciogliere il colore delle palline che addobberanno l’abete quest’anno. Pare che saranno argento e azzurro.
Mio marito dice che devo prenotare il cappone dal macellaio in modo che ce ne possano vendere uno di quelli che allevano loro. A terra, senza mangime. Poi bisognerà scegliere delle zucche mature e dolci altrimenti il ripieno dei tortelli non viene buono. Noi siamo molto tradizionalisti, mangiamo per le Feste i cibi che hanno accompagnato tutti gli ottantotto anni della zia Costanza. Sempre quelli, cucinati bene e all’ultimo momento. Non scotti, non riscaldati, non surgelati, non liofilizzati, essiccati, disidratati. L’unica eccezione è il pescandor-k al posto del vino. Questo distillato di pesche bianche piace molto ai robot-111, lo bevono in un batter d’occhi e poi rovescino indietro le telecamere in segno di grande soddisfazione.  Ci sembra giusto che anche loro possano pasteggiare traendo la maggiore soddisfazione possibile dal momento.

Quest’anno è nato Gyanny, la vera novità di questo 2060 che se ne sta andando per sempre lasciando dietro a sé ricordi, rimpianti, sofferenze e amori. Adesso ha cinque mesi ed è uno spettacolo. Luca, mio marito, per il Battesimo gli ha assemblato un robot orsetto che si chiama Orsino-121. Il robot è fatto come un piccolo orso, ricoperto di filo di mollan sgarzato color marrone, trasmette calore mantenendo il suo corpo a una temperatura costante di circa 37 gradi e mezzo. Tiene il bambino sempre caldo. Non solo, i suoi sensori gli permettono di verificare la frequenza dei battiti del cuore di Gyanny, la sua pressione arteriosa, se ha fame o sonno e se deve essere cambiato.
Orsino-121 è un babysitter molto efficiente. In quel robot-121 c’è una grande novità. La sua alimentazione avviene attraverso una pila a fissione nucleare.

La differenza tra bomba e pila atomica sta nella rapidità con la quale si libera l’energia prodotta dalla fissione nucleare di una certa quantità di uranio. Nella bomba, tutta l’energia si libera in una frazione di secondo, con effetti disastrosi. Nella pila, la reazione nucleare è rallentata, così da rilasciare l’energia in un lungo arco di tempo. La fissione nucleare è dovuta all’urto di un neutrone contro un atomo di uranio 235. L’atomo colpito si spacca liberando una certa quantità di energia e due o tre neutroni. Una parte dei neutroni si perde. Se a ogni passo della catena il numero dato dalla differenza tra neutroni prodotti e neutroni persi cresce, la reazione aumenta rapidamente fino a diventare esplosione (bomba). Se il numero diminuisce, la reazione si spegne. Se è uguale, la reazione produce energia in modo costante (pila nucleare). Nella pila, per regolare il numero di neutroni si inseriscono o si tolgono dall’uranio alcune barre di cadmio o boro, che assorbono facilmente neutroni.

Davvero affascinante. Queste nuove pile hanno una potenza incredibile e una durata impressionante. Nulla di paragonabile agli alimentatori che si sono usati fino ad ora per i robor-111. E così insieme alla nascita umana di Gyanny abbiamo assistito alla nascita di una nuova generazione di mezzani, i robot-121.  Luca dice che questi nuovi robot verranno commercializzati presto a prezzi accettabili e che avranno delle prestazioni davvero stupefacenti. Orsino-121 è il primo di una lunga catena di mezzani che sostituiranno o aggiorneranno i precedenti.  A Orsino piace il miele e anche i Frutti di Martorana (tipico dolce siciliano) anche se i cibi non sono più necessari per il funzionamento dei suoi circuiti meccatronici.  Pensiamo che l’alimentarsi di cibo umano sia diventato uno dei tanti processi imitativi appresi per prove ed errori. Sta di fatto che quei dolci gli piacciono da matti,  da Orsetti-matti-121. I frutti di Martorana sono fatti di pasta di mandorle, modellata e colorata in modo da imitare frutti e ortaggi in scala ridotta e sono bellissimi da vedere. Devono il loro nome al monastero nel quale furono inventati nel 1194, il monastero della Martorana a Palermo.

In piazza a Parda c’è una pasticceria dove ne producono di buonissimi, dobbiamo ricordarci di dire a Daniele, quando viene ad aiutarci a preparare il pranzo di Natale, di portarne un vassoio, poi glieli paghiamo. Quando arrivano li devo nascondere subito. Se Orsino-121 li trova, li mangia tutti e per Natale non resta sulla nostra tavola nemmeno un piccolo e perfetto mandarino-martorano.

E così ci ritroveremo di nuovo a Natale, tra pranzi da preparare, regali da incartare, nuovi bambini e mezzani da iniziare ai festeggiamenti e anziani (umani e mezzani) da salutare. Credo che alla fine non ci sarà molta differenza tra il Natale di quest’anno, quello di dieci anni fa, quello di cinquanta. La zia Costanza mi ha raccontato che quando era piccola suo padre faceva il presepe su un tavolino del soggiorno. Usava strani legni ripescati nel Lungone che verniciava con le sue sapienti mani. Doveva davvero essere un presepe originale e bellissimo. Altro che quelli che si comprano tutti uguali e che costano tanto!. Il professor Umberto doveva essere un vero artista, così lo ricordano la mamma e le zie. Se n’è andato da molto tempo ormai, ma il bene che ha saputo donare resta bene perenne. Questo vale per tutte le persone che ci hanno lasciato, per tutti coloro che ci hanno salutato, che sono partiti.  Il presepe più bello resta quello che si fa con i resti di legno, cartone e iuta. Con la pasta di pane, con la cartapesta fatta con le strisce di carta dei vecchi Tresciaone messi a macerare con acqua e colla. Quello che si ricopre col muschio che è attaccato ai tronchi dei tigli che costeggiano la strada che porta al cimitero di Pontalba, che si spruzza con un po’ di farina bianca. Le cose fatte in case, artigianali, uniche e anche un po’ maldestre sono curiose, piacciono anche ai mezzani, le continuano a guardare.

Ieri ho sorpreso Cosmo-111 e Canali-111 che si facevano delle strane confidenze.
“Tu cosa vuoi per Natale ?” ha chiesto Cosmo-111 a Canali-111.
“Io voglio che i bambini ridano. Marlon e Gyanny quando ridono sono belli. Quando ride Marlon e Gyanny lo vede, anche lui ride. Quando Gyanny ride e Marlon lo vede, anche lui ride”
E si torna sempre sullo stesso nodo focale. L’apprendimento per imitazione è una delle strategie fondamentali per acquisire degli stili di comportamento. Vale per i mezzani e vale anche per gli umani. Forse se uno di noi sorridesse un po’ di più sorriderebbero un po’ di più molti altri.
Tanti auguri di Buone Feste da noi umani, dai robot-111, dai robot-121, dai robot-animali-x e dalle anime dei nostri cari che ci hanno lasciato e che sorridono a queste imminenti feste da lassù.

Per leggere tutte le altre puntate, tutti i mesi del 2060 di Costanza Del Re, è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

 

jeans strappati esame di stato

Il condono scolastico

Se c’è un abito rappezzato i cui rammendi non tengono più, quello è l’esame di stato.
Eppure con ostinazione, degna di miglior causa, continuiamo a pretendere che nuove leve di maturandi lo indossino, dimostrando le condizioni di povertà in cui versa il nostro sistema formativo.

Ora quarantamila studenti hanno indirizzato al ministro dell’istruzione la richiesta di abolire le prove scritte per la sessione 2022 dell’esame di stato, in considerazione di una scuola ridotta a singhiozzo da ben due anni di pandemia.

Non hanno chiesto, visto che ci sono ancora parecchi mesi prima del prossimo giugno, di aumentare le ore settimanali di scuola per recuperare gli apprendimenti perduti, di saltare le vacanze di Natale e di Pasqua, ma di abolire le prove scritte, in modo da occultare eventuali buchi nella loro preparazione.

In definitiva, visto che di questi tempi un bonus non si nega a nessuno, anche loro chiedono un bonus, il bonus esame di stato.

Ciò che dovrebbe far riflettere e preoccupare per primi gli studenti, poi gli adulti, i docenti, lo stesso ministro, è che, dietro la richiesta di abolire gli scritti, c’è la consapevolezza di uscire dal ciclo scolastico non sufficientemente preparati, di aver speso male il proprio tempo e, dunque, l’esame deve essere più facile.

Non si sta rivendicando la tutela del diritto allo studio, violato da anni di pandemia, da un sistema scolastico atrofizzato, no, si avanza una petizione per ottenere un condono.

Non siamo di fronte ad una farsa, ma a una tragedia.

Tragedia, perché la preparazione persa difficilmente potrà essere recuperata e a pagare saranno quegli stessi studenti che ora chiedono il condono delle prove scritte, anziché pretendere che venga loro restituito quanto gli è stato sottratto in termini di apprendimenti e competenze, in tempo scuola, in ore di lezione a cui avevano diritto.

Il fallimento di una formazione scolastica, che in tredici anni di istruzione non è riuscita a inculcare in ragazze e ragazzi l’importanza di possedere saperi e competenze e che questi non si possono barattare con giochini volti a eludere l’importanza di apprendere, non per i voti a scuola, ma per la propria vita da gestire dopo.

Un sistema di istruzione, da cui si può uscire con meno anziché con più, è come un ospedale che dimetta i suoi pazienti dopo una degenza senza cure. Cosi funziona la nostra scuola, incapace di fornire le cure di cui ciascuno ha bisogno.

Non c’entrano l’abolizione del latino, la media unica e il repertorio di accuse alla pedagogia progressista, abbiamo semplicemente perduto la scommessa dell’I Care di Barbiana [Qui], sempre che la scuola pubblica l’abbia mai fatto suo.

Una scuola incapace di cura, di dare a chi non ha, di recuperare gli svantaggi. E siccome la scuola è consapevole di questo dimette senza cure.

È quello che pretendono i quarantamila studenti che chiedono l’abolizione delle prove scritte, anziché rendersi conto di cosa è stato tolto loro in questi anni di pandemia ed esigerne la restituzione, perché usciranno dalla scuola più poveri di saperi e competenze.

Dovrebbe essere il ministro a garantire il diritto allo studio alle generazioni della pandemia, mettendole nelle condizioni di sostenere le prove scritte dell’esame di stato, fornendo loro più ore di insegnamento/apprendimento.

Dovrebbe essere il ministro a prendersi cura di ragazze e di ragazzi, non somministrandogli palliativi, ma attrezzando il sistema formativo, in modo che l’emergenza sanitaria non produca discriminazioni tra il prima e il dopo e che la qualità dell’istruzione sia sempre preservata per tutti.

Allora non deve stupire l’appello degli studenti, né produrre elucubrazioni circa la fuga dei giovani di fronte alle difficoltà e neppure il ritorno alla nauseante importanza formativa dei riti di passaggio.

Tutto questo è un sintomo che nasconde la vera causa: lo stato fallimentare di un sistema formativo vissuto come qualcosa che si può contrattare e contrarre a seconda delle situazioni.

A nessuno, a partire dal ministro, passa per la testa che la vera questione diseducativa è avere cresciuto generazioni che chiedono meno studio anziché più studio, che considerano la scuola più una necessità che un’utilità, più un dovere che un’occasione.

O c’è un’idea di riforma dell’esame di stato, cosa che non può essere lasciata continuamente all’estemporaneità di ogni singolo ministro dell’istruzione, o diversamente non è certo educativo il messaggio ti chiedo di meno perché ti ho dato di meno.

Nel caso della scuola ti ho dato di meno significa che ti ho privato di occasioni fondamentali per la tua formazione. Nel sapere e nelle competenze non c’è un più o un meno, o ci sono o non ci sono.

Occorre risalire a ritroso nel percorso formativo per individuare dove è iniziato quel dare meno che produce le differenze all’interno di una classe, di un istituto fino a investire le regioni del paese, il Nord e il Sud.

È questa ricerca il compito dell’INVALSI [Qui], l’attrezzo prezioso a disposizione delle scuole che vogliano e lo sappiano usare, perché la scuola sia un luogo di cura e non di degenza e che non sia necessario l’esame di stato per accorgersi della malattia, quando ormai è troppo tardi.

L’Invalsi ha messo a disposizione i dati relativi agli apprendimenti durante la pandemia, è legittimo domandarsi che uso ne è stato fatto. Per togliere o per dare di più? Per aggirare le difficoltà o per attrezzarsi a superarle?

Che nel chiedere lo ‘sconto-scritti’ gli studenti non abbiano messo in conto la qualità del loro futuro è comprensibile perché loro vivono al presente, non è ammissibile da parte di chi ha la responsabilità di far funzionare la machina formativa più importante del paese, per il paese e per il futuro delle ‘generazioni-pandemia’.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

robot

Ottobre  2060: Maia-111

I primi giorni di Ottobre sono quasi sempre belli. Ottobre è uno dei mesi migliori per vivere a Pontalba. La campagna sta prende la colorazione autunnale e le foglie delle piante sono un misto di verde, giallo e rosso che incanta. La temperatura è mite, il cielo azzurro intenso. Il Lungone scorre pieno d’acqua perché le turbine che ne incanalano  il corso per l’irrigazione, cominciano a rallentare il loro lavoro. Serve molta meno acqua per i campi di quanta ne serva in estate. Si possono ricominciare a mettere vestiti più pesanti, le scarpe da ginnastica con le calze di cotone che impediscono alla polvere delle stradine sterrate di entrare tra le dita dei piedi e, così facendo, di infastidire le passeggiate. Si può anche andare in giro in bicicletta lungo gli argini e ammirare questa magnifica stagione nel suo pieno splendore.

Mi siedo sotto il portico. Quello della casa dove ho sempre vissuto, in via Santoni Rosa 21 e ripenso agli ottantanove Ottobri che ho visto.  Tantissimi. I primi cinque o sei non me li ricordo bene, ma ricordo tutti gli altri.
Mentre me ne sto seduta suona il cellulare dell’orologio. Schiaccio un pulsantino e sento nitidamente la voce di Bianca, una delle nipoti di Guido. Anche Bianca vive stabilmente a Pontalba. Ha quarantacinque anni e da venticinque abita a Villa Cenaroli perché ha sposato Ludovico Giovanni Della Fontana (detto Lugo) il figlio della contessa Malù.  Lugo e Bianca hanno mantenuto Villa Cenaroli nel suo antico e intramontabile splendore, un luogo bellissimo e senza tempo. Passeggiando per il parco, tra i suoi antichi alberi, non si sa che anno sia. Potrebbe essere il 1980, oppure il 2020, oppure il 2060.  Quel parco è sempre un luogo suggestivo che piace a tutti. Da dieci anni Bianca e Lugo hanno aperto parte del parco al pubblico. Hanno fatto una strada tra gli alberi, un chiosco dove si vende il gelato con tanto di panche di legno e alcuni ombrelloni di paglia, una giostrina con i cavalli, tipo quelle che si vedono a Parigi e che fanno impazzire di gioia i bambini e di sudore i genitori.
“Ciao Bianchina, tutto bene?” dico.
“Ciao Costanza, io sto bene, grazie. Ti ho chiamato perché ho un problema con le ortensie. Hanno le foglie che stanno ingiallendo. Ho paura che abbiano preso un parassita. Quando puoi, passi a vederle?”.“Sì volentieri, ma perché non lo dici al giardiniere?”.
“Preferisco che le veda tu”.
“Ok” le dico.
“Anche Maia-111 non è in forma. Ultimamente mangia poco. Non tritura più le castagne secche degli Ippocastani per poi alimentare i suoi circuiti” aggiunge Bianca.
“Speriamo sia un problema transitorio. Altrimenti chiama il padre di Axilla. Credo che in questi giorni stia lavorando da casa” dico.

La robot Maia-111 è stata costruita apposta per Villa Cenaroli. Contrariamente a molti dei nostri mezzani, non mangia il cibo degli umani ma castagne secche, ramoscelli, foglie ed erba. Non pulisce la casa come molti suoi colleghi ma i sentieri e i ponticelli del parco, le rimesse degli attrezzi, gli argini che trattengono il Lungone nel suo corso nei momenti di maggiore piena. Dà da mangiare agli animali e accompagna i visitatori del parco. Di Villa Cenaroli sa tutto e lo sa raccontare con una dovizia di particolari e una contestualizzazione rispetto al tipo di utenza davvero impressionante. Conosce a memoria la storia della villa, del parco, dei Conti, del personale di servizio, di Pontalba, del Lungone, conosce tutte le varietà di piante e tutte le specie animali presenti nella proprietà.  Sa adattare quello che racconta a chi si trova di fronte. Sa discriminare se sta interagendo con un bambino, con una bambina, con un adolescente, con un adulto, con un italiano, con un anziano e così via. Sa fare domande profonde e circostanziate che l’aiutano a capire le caratteristiche e le preferenze della persona che ha di fronte in modo da costruire una narrazione di ciò che si sta osservando il più possibile consona alle caratteristiche del visitatore. E’ un robot-111 straordinario e preziosissimo. E’ costato a Ludo e Bianca una fortuna. Ma l’investimento è stato ampiamente ripagato, sia per la quantità di lavoro che Maia-111 sa fare, sia per le modalità in cui lo fa. Sa essere gentile, diplomatica, accogliente, divertente, colta, buffa, chiacchierona o, al contrario, silenziosa. E’ anche bellissima.  Deve il suo nome a una stella. La stella Maia (nota anche come 20-Tauri) è una stella della costellazione del Toro. Si tratta di una delle componenti dell’ammasso aperto delle Pleiadi e si trova ad una distanza di circa 440 anni luce da noi. Il suo nome proprio deriva dalla figura di Maia, una delle Pleiadi mitologiche.

Quale nome migliore per un Robot-111  che vive a Villa Cenaroli?.
Maia-111 è longilinea.  Alta un metro e cinquanta, ha braccia lunghe e, contrariamente a quasi tutti i nostri mezzani, ha anche le gambe. Gli arti inferiori le sono stati costruiti con un duplice obiettivo: uno estetico (sembrare bella),  uno pratico (le gambe le permettono di muoversi nel parco della villa senza inciampare negli arbusti e nei rami secchi, le permettono di muoversi sulla superfice sconnessa del parco con agilità e anche di entrare in acqua bassa senza danneggiare i suoi circuiti meccatronici che sono tutti posizionati nella parte alta del suo corpo). Ha gli occhi verdi scuro come le foglie estive degli ippocastani ed è interamente verniciata d’oro.
Questa mezzana d’oro è un’attrazione di Villa Cenaroli tanto quanto lo sono i castagni, i cigni e la giostra coi cavalli. Fa parte delle figure animate che danno vita a quello spettacolo unico, fuori dal tempo che si vede entrando in quel parco curato e senza rumori meccanici (si sentono cinguettii, squittii, il rumore delle foglie che friniscono quando c’è il vento, il rumore dei rami secchi che scricchiolano).

Una volta ho assistito ad una scena che mi ha colpito. Maia-111 si è messa a giocare a nascondino con  Ulisse, il bambino di uno dei giardinieri.
Il bambino si nascondeva e Maia-111 lo cercava. Quando lo trovava diceva “trovato, trovato!” e poi rideva, cioè imitava un umano che ride. Come fanno i robot-111 a ridere? Esattamente non so, ma lo sanno fare.
Sembra che si divertano, che abbiano senso dell’umorismo. Sono sicuramente dotati di auto-riflessività. Sanno fare considerazioni sul tempo che passa, sul fatto che forse domani pioverà o forse no. Ma sanno anche amare?. Non so. Gli ingegneri del centro Trescia-111 dicono di no. I nostri mezzani sono fatti di circuiti meccatronici che imparano per imitazione, si comportano in maniera riflessiva rispetto ai processi imitativi che hanno introiettato, cioè scelgono la reazione più consona allo stimolo che hanno potuto osservare. La consonanza viene definita in basa a un meccanismo per prove e errori che non ha niente di “sentimentale”. Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i robot-111 riescono a riprodurre dal punto di vista comportamentale, attraverso l’applicazione pratica di principi che provengono dalla logica formale, quello che noi proviamo, i nostri sentimenti, le nostre reazioni emotive, ma non le provano loro, semplicemente le imitano.
Resta il fatto che questa imitazione si riversa su di noi come se fosse un sentimento esperito esattamente come lo esperiremmo noi, come noi lo proviamo. Del resto la differenza tra ciò che sembra e ciò che è, non si esaurisce in una definizione lineare. Ciò che sembra orienta il mondo. La ricerca della consonanza tra ciò che sembra e ciò che è alimenta il senso della vita.

Gli ingegneri di Trescia-111 dicono che i mezzani non provano dolore, non soffrono, non amano in maniera altruista, ma sembra che lo sappiano fare, lo sembra al punto che molti umani si comportano ormai come se così fosse. Questa sovrapposizione tra ciò che sembra e ciò che è (una specie di sentimentalismo di ritorno alimentato elettronicamente), sta generando una deriva (preoccupante) di alcuni comportamenti e di alcune relazioni. Portando all’estremo questa riflessione e uscendo dalla dicotomia sempre più incerta umano-robot, mi chiedo da chi mai potrebbero imparare l’amore altruista i nostri robot-111 se anche noi umani non lo proviamo, non lo sappiamo insegnare, non lo riconosciamo negli altri e non lo individuiamo in nessuno (credo che sia proprio questo uno dei motivi per cui la dicotomia umano-robot andrà sempre più ad ibridarsi). Questo potrebbe tradursi in un grave problema.
A volte ho anch’io l’impressione che ci sia qualcosa che ci sta sfuggendo di mano, che ci siano ibridazioni “al limite” che, seppur indotte, cambieranno la vita di tutti. Io ho visto Maia-111 giocare a nascondino con Ulisse e se non fosse stato per la poca lunghezza delle gambe di Maia e perché ha il colore di una stella cadente, avrei avuto l’impressione che lei si stesse divertendo. Che lei stesse provando gioia, per la precisione.
Sono quasi sicura che continuando su questa strada, ad un certo punto, innamorarsi di un Robot-111 sarà tutt’altro che impossibile, ma così facendo che fine farà l’umanità? o meglio, come diventerà?

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

CONTRO VERSO
Filastrocca un po’ meccanica d’un bambino ipercinetico

Filastrocca un po’ meccanica d’un bambino ipercinetico

 Era un ragazzino timido, magrissimo, apparentemente fragile. Avrà avuto 11-12 anni. Faceva i compiti col papà, ma il papà aveva grandi sogni e non sopportava di vedere che il ragazzo si distraeva, non capiva, non stava al segno. Sono iniziati così i maltrattamenti, che a un certo punto sono stati riferiti dal figlio e riportati all’autorità giudiziaria. Nelle rime c’è il succo di quell’udienza.

 So-noi-per-ci-ne-ti-co
ean-cheun-po’-bi-sbe-ti-co.
Di-co-con-ri-te-gno-che
stu-dio-col-so-ste-gno.

So-noun-pe-so-piu-ma
ma-mi-vien-la-schiu-ma
quan-do-mi-de-ri-do-no
co-me-se-miu-cci-do-no.

Ba-bboèa-ssaiin-fe-li-ce
sem-pre-ma-le-di-ceil
gior-no-che-son-na-toe
mi-chia-mahan-di-ca-ppa-to

Lui-mi-di-ce-sem-pre
“Non-ca-pi-sci-nien-te”
pe-ro-gni-que-stio-ne
pi-cchia-col-ba-sto-ne.

Quan-do-sba-glioa-ccen-ti-i
-ni-zia-noi-tor-men-ti-i
cal-co-li-sba-glia-ti
non-son-per-do-na-ti.

O-dio-la-gra-mma-ti-ca
e-la-ma-te-ma-ti-ca.
O-dio-tan-toi-li-vi-di
sui-miei-pol-si-pa-lli-di

Non-lo-vo-glio-di-re
e-mi-faa-rro-ssi-re
io-lo-vo-rreia-ma-re
lui-vuo-le-pi-cchia-re.

Pi-cchio-pu-re-i-o
e-mi-sen-toun-Di-o
mail-mio-pro-fe-sso-re
di-ce-cheèu-ne-rro-re.

Co-sì-hoor-mai-ca-pi-to
qu-e-llo-che-vi-di-co:
sa-ròhan-di-ca-ppa-to
ma-lui-siè-sba-glia-to.

Io-sa-rò-fa-lla-to (ma)
non-mi-sen-toa-ma-to.
Sem-pre-ba-sto-na-to
non-miha-maia-cce-tta-to.
Ba-bbo-miha-pi-cchia-toe
no-non-mi-sen-toa-ma-to.

I bambini e i ragazzi con problemi particolari che influenzano le loro capacità di apprendimento o le possibilità di relazione corrono maggiori rischi di essere maltrattati sia in famiglia che fuori. I loro limiti richiedono pazienza. I genitori, poi, possono vivere quei limiti come una sconfitta personale o di coppia e inconsciamente far pagare il prezzo ai bambini. Fortunatamente non è sempre così. È sicuro però che, quando un figlio ha una disabilità o un altro tipo di difficoltà c’è più bisogno ancora di una rete di supporto

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

COSA C’E’ DENTRO UN SOgNO?
Un esercizio per scaldare la mente

La mattina, prima di cominciare la giornata scolastica, nella classe prima che sto frequentando facciamo il “riscalda… mente”; come gli atleti che prima di fare una gara fanno il riscaldamento dei muscoli, noi proviamo a riscaldare i pensieri.
Può essere una conversazione, un gioco, una storia da ascoltare o da raccontare.
Qualche giorno fa un bambino ha voluto iniziare il “riscalda…mente” raccontando un suo sogno in cui c’erano tutti. Dopo averlo ascoltato, ho chiesto ai bambini e alle bambine che cos’è un sogno.

Queste le loro risposte:

  • Il sogno è una bella cosa che si immagina quando si dorme.
  • È una cosa senza forma.
  • È una cosa che vorresti fare o un posto dove vorresti andare.
  • È una cosa che vivi nella mente.
  • È qualcosa che ti immagini nella testa.
  • Può essere bello o brutto ma se tu stai facendo un sogno brutto, basta che giri il cuscino e dopo diventa bello).
  • È quando dormi che pensi a una cosa ma non la puoi fare davvero.
  • Quando immagini una cosa bella ma dopo non la puoi fare.
  • È come se tu, nella tua mente, pensi a qualcosa.
  • È un viaggio nella tua mente.
  • È come se nella tua mente ti porti dei pensieri.
  • È una cosa che ti viene nella testa di notte e sembra vera.
  • Il sogno è quando ti immagini una cosa e poi la fai dentro la notte.
  • Un sogno te lo immagini e fai finta di esserci dentro.
  • I sogni brutti si chiamano “incubi”; i sogni belli si chiamano “gioia”.

Nel frattempo, avevo scritto alla lavagna la parola “SOGNO” e qualcuno si è accorto subito che dentro un “SOGNO” ci sono le lettere che formano la parola “SONO”, che loro sanno leggere. Allora ho colorato la G di rosso e ho detto: “È vero ed è una bellissima osservazione. Sembra che per fare un sogno ci sia bisogno di aggiungere una G in mezzo a SONO. La G di cosa?

Qualcuno ha detto la G di Gatto, un altro la G di Gelato; poi qualcuno ha aggiunto la G di Grande.
Ho preso la palla al balzo e ho chiesto: “Qualcuno di voi ha un grande sogno?” Tutte le mani si sono alzate senza esitazione.

Queste le loro risposte:

  • Io vorrei tuffarmi in una cascata di cioccolato.
  • Io vorrei volare su un unicorno.
  • Io vorrei nuotare in una piscina di caramelle.
  • Io vorrei avere tantissimi lego da coprire il mondo.
  • Io vorrei svegliarmi la mattina di Natale col papà e trovare un regalo.
  • Io vorrei cavalcare un cavallo.
  • Io vorrei incontrare i miei amici.
  • Io vorrei tuffarmi da una cascata.
  • Io vorrei essere un falco.
  • Io vorrei salire su un drago.
  • Io vorrei essere un cavaliere.
  • Io vorrei incontrare un’amica.
  • Io vorrei nuotare coi delfini.
  • Io vorrei volare su un pappagallo gigante.
  • Io vorrei volare.
  • Io vorrei essere Spider Man.
  • Io vorrei conoscere Luì e Sofì di “Me contro Te”.
  • Io vorrei nuotare con uno squalo.
  • Io vorrei avere un pony
  • Io vorrei leggere tanti libri.
  • Io vorrei essere un pennarello per colorare il mondo.

Ho chiesto: “Secondo voi, quello che si immagina nei sogni può realizzarsi, può diventare una cosa vera?”
La classe si è divisa: sì e no erano, più o meno, lo stesso numero.
Allora ho scelto qualcuno dei loro sogni e ho chiesto: “Un bambino può diventare un falco?”
Tutti hanno risposto di no.
Ancora: “Si può cavalcare un cavallo?”
La maggioranza ha risposto di sì e qualcuno di no. I sostenitori del sì ci hanno messo poco a far capire che si può andare a cavalcare perché una loro compagna ci va.
Ho fatto un ultimo esempio: “Si può nuotare in una piscina di caramelle?”
La classe si è divisa fra i no e i sì.

Allora ho chiesto che le due parti designassero un rappresentante del no ed uno del sì per esprimere le ragioni dei “realisti” e dei “sognatori”.
Chi ha sostenuto che non si può nuotare in una piscina di caramelle ha detto: “Non si può nuotare in una piscina di caramelle perché se mettiamo le caramelle in una piscina poi si sciolgono”.
La logica sembrava inattaccabile ma il rappresentante del sì ha replicato: “Bisogna prima togliere l’acqua dalla piscina e dopo riempirla di caramelle… Così si può nuotare”.

Pur ascoltando con attenzione i realisti, parteggiavo segretamente per i sognatori quindi ho nascosto la soddisfazione e ho concluso dicendo loro che ci sono sogni che sembrano impossibili e sogni che sembrano possibili. Entrambi rimarranno sogni se non facciamo niente per realizzarli. Sta a noi far diventare possibile l’impossibile e far diventare il sogno realtà, sta a noi cominciare a cambiare le cose nel nostro piccolo, a partire dal nostro IO… anche a partire da una scritta alla lavagna che poi tutti scriviamo sul quaderno, maestro compreso: “IO SONO. IO SOGNO”.

Comunque la pensiate, IO SOGNO perché SONO ma, allo stesso tempo, IO SONO perché SOGNO.

SCUOLA: GIOCHIAMO A MOSCA CIECA

Bendare gli occhi, fare l’esperienza della cecità, non per partecipare della disabilità come proposto da anni dal Muse di Trento. Neppure per suggestioni sensoriali, tipo che effetto che fa fare scuola al buio, ascoltare senza vedere o ancora provare l’ebbrezza della didattica a distanza, ciechi dinnanzi al computer nella propria camera e solo percepire gli odori, i sapori e i suoni di casa.
Niente di tutto questo. Neppure il tentativo di giocare a mosca cieca on line, una versione rivisitata e attualizzata della mosca cieca della nostra infanzia.

L’ultimo prodotto degli effetti collaterali del Covid è invitare gli alunni ad autobendarsi per essere interrogati, in palio i voti da zero a dieci. Sembra quasi una trovata da quiz televisivo, da Ruota della fortuna, Scommettiamo che, Ok il prezzo è giusto. Del resto che la didattica a distanza, prima o poi, scimmiottasse la sintassi televisiva era da prevedere.
Non la benda degli antichi sacerdoti e vincitori, ma la benda per non sbirciare. Gli occhi come luogo della concupiscenza, della curiosità malsana, ciechi davanti al sapere, perché la vista potrebbe tradursi in uno strumento al servizio dell’inganno.

La trovata è di una professoressa di latino di uno dei tanti licei della nostra penisola. Sarebbe folcloristica la cosa se non venisse immediatamente da chiedersi quale mente didatticamente perversa può avere concepito una simile trovata.
Le ragazze, interrogate con la benda agli occhi per non essere tentate di vagare lo sguardo su appunti o pagine di testo clandestini, hanno preso nove e pare non si siano sentite umiliate. “La professoressa è stata premurosa e molto professionale” hanno dichiarato le cavie di quello che è stato giustificato come un esperimento, tipo quelli condotti dal professor Zimbardo all’Università di Stanford in quel di Palo Alto.
Sembra di sentire “Com’è umano lei” del ragionier Giandomenico Fracchia; d’altra parte quando le cose non hanno né capo né piedi ci si rifugia nell’esperimento, col quale si può giustificare tutto e il contrario di tutto.

Ciò che dovrebbe preoccupare, a partire dai piani alti di viale Trastevere, è la meschinità della cosa e che la portata di questa meschinità non sia avvertita da nessuno dei protagonisti della vicenda, dagli insegnanti agli alunni, al dirigente scolastico.
Va bene che il latino è una lingua morta, ma questo non giustifica che si continui a professare una didattica che dovrebbe essere defunta perché professionalmente squalificante, che denuncia quanto ancora sia diffusa l’impreparazione di tanti docenti.

La scuola italiana non si rinnova con i banchi a rotelle e con il restyling edilizio, se prima il restyling non passa per la formazione professionale di chi sceglie di insegnare, che non può essere il risultato degli anni di precariato accumulati, come ormai da troppo tempo avviene. Prima dell’edilizia scolastica l’emergenza del nostro sistema formativo, dunque, riguarda la preparazione dei docenti, che non possono pensare di stare in classe allo stesso modo in cui sono stati in classe loro quando erano alunni. Il lavoro dell’insegnante richiede una formazione permanente relativa agli strumenti del proprio mestiere, non solo alla disciplina che si insegna. E questa formazione nel nostro paese manca del tutto.

Occorre chiedersi quale visione della scuola muove un’insegnante che escogita di interrogare le alunne bendate, quale idea ha del suo ruolo e dell’apprendimento. Non c’è dubbio che sia onestamente convinta che il ripetere, semmai mnemonico, il riportare oralmente ciò che è stato ascoltato e spiegato, sia la prova provata che l’alunno ha imparato la lezione. Molto distante dalla necessità che l’apprendimento per non essere formale sia sempre applicativo, si concretizzi nella capacità di usare gli strumenti dell’imparare, a partire da note e appunti, si traduca cioè in una competenza, in un ‘sapere fare’, come da tempo ormai dovrebbe essere generalmente acquisito.

È questo il minimo sindacale. Non mi addentro in altre analisi che potrebbero sconvolgere, turbare e disorientare i cultori dei banchi, delle cattedre e delle predelle. Ma insegnanti come la professoressa di latino, che pratica, sia pure per esperimento, l’interrogazione bendata, dovrebbero essere messi alla porta, solo per l’idea di scuola che coltivano. Dannosa per gli studenti che trovano la cosa ‘normale’, il che significa che tutta la loro esperienza scolastica è stata caratterizzata dalla anormalità di quella normalità. Dannosa per il paese che ha bisogno di generazioni preparate non al passato remoto, ma al futuro che le attende.

La questione è grave. Denuncia quanto ancora il paese sia arretrato in tema di formazione e questa arretratezza altro non è che il rovescio della medaglia di decenni di tagli della spesa per l’istruzione. Pare che il destino della nostra scuola sia quello di procedere per acronimi con la pretesa del nuovo, ora DAD e DDI si aggiungono ai BES ai DSA, al PEI, al RAV, al PTOF, ma nella sostanza tutto resta come prima.
La professoressa del liceo in questione non ha nulla da invidiare agli insegnanti di latino dei miei tempi, nelle sue mani anche le nuove tecnologie si devono arrendere, così i ‘device’ si trasformano in strumenti per la diffusione dei virus più deteriori della didattica tradizionale, integrata o in presenza che sia.

LA SCUOLA DELL’I CARE:
Dalla classe al patto formativo

È difficile credere che la pandemia cambierà la nostra scuola. Non si è fatto prima, quando si sarebbe potuto farlo, perché mai ora, per di più in una situazione di crisi economica aggravata. È più facile che la pandemia la cambi in peggio e già ora i segnali ci sono a partire da una didattica dilaniata tra presenza e distanza, tra reale e virtuale.
Qualcuno, che si scuote da un lungo assopimento, pare scoprire solo ora le prodigiose opportunità offerte dal  territorio, come se il territorio non fosse una grande aula da frequentare fin dai tempi del Pestalozzi, che proprio non era il massimo della pedagogia, potremmo dire addirittura che, con la sua fiducia nelle innate capacità educative della madre, sia stato un antesignano delle homeschooling.

Dopo l’elogio della predella di Galli della Loggia oggi leggiamo l’elogio della classe di Asor Rosa. Sempre con gli occhi nella nuca a guardare indietro, soprattutto con il timore dell’innovazione e del cambiamento. Preoccupa la resistenza dei luoghi comuni, degli stereotipi a proposito della scuola, preoccupa sentire ancora parlare degli esami di stato come riti di passaggio, che devono essere celebrati. Sembra che a esprimersi siano menti decerebrate, incapaci di intendere che le sfide dell’istruzione e i bisogni dei nostri giovani necessitino di ben altro.
Che non si possa cambiare perché non ci sono i soldi passi, ma che non si voglia cambiare perché ciascuno difende i propri occhiali, con cui guarda al presente e al passato senza riuscire a guardare lontano, non è più possibile né tollerabile.

Per decenni in questo paese si sono frapposti ostacoli allo sviluppo di un discorso nuovo sulla scuola, senza rendersi conto che la storia non stava ferma e che intanto qualcosa cambiava a proposito di istruzione come, ad esempio, il rapporto tra conoscenza e competenza, che certo non apparteneva alla cultura del paese all’epoca della predella e della classe, quando a scuola ci andavano Galli della Loggia e Asor Rosa.
Si impone la necessità di dotarsi di strumenti di misurazione e di valutazione non per continuare ad appioppare voti ad alunni e studenti, ma per disporre di informazioni importanti sull’efficacia del sistema formativo e sul funzionamento dei suoi istituti; penso inoltre alla sempre più crescente tendenza a personalizzare i percorsi di apprendimento, che la classe di Asor Rosa certamente escludeva.

Ciò che la storia ha cambiato nella cultura dell’istruzione è la conquista dell’integrazione di tutti e l’avvento dell’I Care. Che certo all’epoca dei giovani Galli della Loggia e Asor Rosa non erano neppure immaginabili. Oggi, la scuola o è la scuola dell’I Care o non è. La scuola che cura il successo formativo di ogni alunna o di ogni alunno. Se non si parte di qui non c’è cambiamento. Perché è con l’I Care che cadono tutti gli stereotipi e le pratiche insensate che abbiamo accumulato a proposito di educazione. L’I Care di don Milani che nella sua canonica a Barbiana non aveva classi. Si tratta di pensare ad un sistema formativo capace di assumere pienamente la responsabilità del progetto di vita di ogni bambina e bambino, di ogni ragazza e ragazzo, non indistintamente come avviene nella tradizione della classe, ma uno per uno, a ciascuno il suo e nel contempo di rispondere della qualità del fare scuola e del futuro che per ognuno si costruisce, un sistema formativo amico che cura, affianca e accompagna,  portatore del massimo interesse per la riuscita di ogni Gianni e Pierino.

E allora ci si renderebbe conto che la classe è un intralcio. La classificazione è la madre di ogni omologazione ed essere classificati per età anagrafica, come le classi di leva di una volta, antepone un accidente cronologico, come l’età anagrafica, alla considerazione dell’individuo in quanto tale, al suo essere, alla sua storia, alla sua unicità. A Barbiana i ragazzi erano diversi per età e per capacità, ognuno era lì con la sua biografia e la loro è stata indubbiamente un’esperienza di formazione unica e indimenticabile, senza classe, predelle ed altri orpelli.
Dunque non è la classe l’architrave del sistema formativo come sostiene Asor Rosa. La formazione è fatta di persone, esperienze ed incontri, non certo di banchi in fila in aule affollate a contemplare la nuca dei compagni e delle compagne che ti stanno davanti. Ciò che conta è la qualità del progetto formativo, quanto calzi con la tua storia e con le tue esperienze, con quello che sei e non con quello che dovresti essere e quanto ti coinvolge per interesse e motivazioni. Questo richiederebbe di essere accolti a scuola non per età anagrafica, e finire nella classe corrispondente, ma sulla base di un patto formativo concordato all’atto dell’iscrizione da ciascuno con la scuola, in modo da garantire la flessibilità dei gruppi, degli spazi, dei luoghi in cui apprendere, dentro e fuori dagli edifici scolastici, la ricchezza e la pluralità delle esperienze formative, delle relazioni e dei saperi, in un’epoca in cui l’istruzione non inizia e non finisce a scuola.
Ma temo che anche questa volta ci troveremo di fronte ad una occasione perduta.

TELEMATICA E VECCHI MERLETTI :
Insegnamento a distanza e psicopatologia del voto

Ora che siamo allo shut down delle nostre scuole scopriamo quanto ci mancano. Siamo tornati ad una civiltà antica senza scuole, con gli insegnamenti affidati, anziché alla tradizione orale, alla trasmissione digitale. Un salto di civiltà a cui non eravamo preparati, noi che ci siamo sempre considerati i più civili. Nel nostro immaginario la scuola continua ad essere quella degli edifici scolastici, delle classi, delle aule, dei banchi, delle lavagne e degli insegnanti seduti in cattedra.
Sono secoli che il modello è questo, per di più in tutto il mondo. Non ci siamo mai interrogati su un suo possibile cambiamento, e perché mai, visto che ha funzionato così bene fino ad oggi in ogni parte del globo. Eppure oggi scopriamo che la scuola non è solo questo. La scuola è cultura civica, fondamentale per la vita quotidiana. Fornisce servizi indispensabili al benessere degli studenti, si prende cura dei bambini mentre i genitori sono al lavoro. Si fa carico degli svantaggi, delle differenze economiche, sociali, culturali. È l’avamposto della democrazia, dell’uguaglianza, della solidarietà, dei diritti costituzionali d’ogni persona. È il centro delle nostre comunità. Ora, se tutto questo viene a mancare, è difficile parlare di scuola.
Non abbiamo precedenti storici di un simile passaggio, della generosità e della fantasia con cui i nostri insegnanti si ingegnano a mantenere aperto il canale dell’insegnamento a distanza. Non sappiamo quanto può durare e neppure che effetti avrà sulla preparazione e sulla formazione delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle ragazze e dei ragazzi. L’apprendimento degli studenti non potrà che soffrirne in generale, colpendo chi è più debole, chi è più vulnerabile, esacerbando le differenze anziché annullarle.
Non ci si è mai occupati prima di apprendimento remoto, di apprendimento online. La cultura della nostra scuola è ancora quella dell’umanesimo e del personalismo, ha bisogno della corporeità, la presenza dei corpi in aula è quella che si verifica ogni mattina facendo l’appello, è quella che comporta il contare le assenze per decretare la validità dell’anno scolastico. Ha bisogno di vicinanza, di guardarsi negli occhi, di soppesare le persone, di conoscersi, ha necessità di provare emozioni, quelle inaspettate che si vivono nella comunità della classe, ha bisogno di sentire che le parole si muovono nell’aria dell’aula, ha bisogno di tralucere l’umore di ogni singolo alunno e di ogni singola alunna, fino all’umore dell’insegnante.
L’insegnamento a distanza mediato dalle macchine ha il suo antenato nelle teaching machine di Skinner, che da noi non hanno mai preso piede e che negli Stati Uniti sono naufragate miseramente già negli anni ’50 del secolo scorso. Per dire che la macchina, la tecnologia non resta che uno strumento, come la biro che soppiantò il calamaio e il pennino con la cannetta.

Inoltre l’insegnamento a distanza replica la modalità più deteriore della didattica delle nostre scuole: quella trasmissiva da una testa all’altra. Gli ambienti di apprendimento virtuali li avremmo dovuti disporre e sperimentare ben prima dell’urgenza di questo momento, alla loro organizzazione non sono preparati i nostri docenti come i ragazzi non sono attrezzati per la loro fruizione.
A scuola non si dovrebbe insegnare, ma guidare bambine e bambini, ragazzi e ragazze ad imparare ad apprendere, ad apprendere gli strumenti per apprendere in autonomia. Ma se questo può essere sostenuto nelle dichiarazioni programmatiche, nella pratica poi si naufraga nell’insegnamento tradizionale. Eppure dovremmo apprendere per tutta la vita, perché ormai sappiamo che tutta la vita è apprendimento: il lifelong learning. Neppure questo abbiamo compreso. L’abbiamo tradotto come educazione degli adulti, anziché come occasione di rivoluzionare le nostre scuole, come modo di fornire le chiavi epistemologiche del sapere per apprendere ad apprendere in qualunque momento della nostra esistenza, anziché uscire imbottiti di conoscenze che con il tempo cadono nell’oblio. Imparare ad apprendere è però cosa da laboratorio, da bottega dell’artigiano, non da aula né reale né virtuale. Si apprende nella relazione con chi è esperto più di noi, che guida la nostra mano, che ci accompagna e consiglia, che partecipa emotivamente ai nostri sforzi e alle nostre conquiste, si apprende in presenza.

L’insegnamento a distanza è una emergenza e tale deve restare, ma deve essere chiaro che è un salto all’indietro, è un ritorno alla peggiore didattica, un salto nel passato nonostante la modernità delle tecnologie usate
Nel frattempo, mentre troppe famiglie contano i propri lutti, mentre le abituali dimensioni umane e quotidiane sono state intaccate dalla lotta al virus, la preoccupazione del dicastero di viale Trastevere è quella di chiedere agli insegnanti di valutare gli studenti, sostanzialmente di fare le pagelle, come se tutto fosse come prima.

Che, in questa situazione, si proceda a misurare bambine e bambini, ragazze e ragazzi costretti ad una condizione mai vissuta precedentemente da loro e dai loro insegnanti, non può che essere frutto di una grave ed endemica ottusità burocratica. Della tenace resistenza di un archetipo di scuola che può rinunciare all’aula reale per quella virtuale, ma non può venir meno alla psicopatologia del voto, alla morbosità delle classifiche e delle graduatorie anche quando tutti gli elementi costitutivi dell’essere e del fare scuola sono venuti meno. Dove a pagare ovviamente saranno ancora una volta i più deboli, lasciati privi di ogni rete di protezione.
Un paese in cui l’assillo è quello di valutare gli alunni, anziché attrezzarsi per verificare il funzionamento e i risultati di una novità assoluta come l’insegnamento a distanza, fa pensare che difficilmente, quando torneremo a tempi normali, sapremo  liberarci dei nostri errori e dell’apparato di una scuola che ormai da tempo mostra i segni della vecchiaia.

Insegnamento a distanza?
10 piccole certezze contro le ambiguità scolastiche

Ho visto cose che … solo voi insegnanti potreste immaginarvi! Webinar da remoto naufragare al largo di connessioni lente, Conference call balenare nel buio vicino alle porte dell’Auser, Smartphone diventare oggetti ipnotici soprattutto per i bambini al ristorante, Flipped classroom dimenticare chi ha bisogni speciali, LIM infangare la scuola di un LIMO appiccicoso, Bricks lab costruire un muro anziché un ponte, e ho visto praticare e-learning, cioè il tele-apprendimento, da chi ‘te le’ racconta e poi ‘te le’ vuole vendere.

E tutti questi strumenti venir chiamati pomposamente: insegnamento a distanza.

Nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo scorso che contiene le norme per affrontare l’emergenza causata dal virus chiamato ‘corona’, tra le altre cose che riguardano la scuola, c’è scritto: I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità“.

A questo proposito, offro un mio pensiero banale, semplice e addirittura superfluo: attivare le “modalità di didattica a distanza” NON VUOL DIRE insegnare.
Lo scrivo, nonostante la consideri una precisazione non essenziale, perché sento che si sta generando una grossa ambiguità a questo proposito e non sono poche le persone che incorrono in questo equivoco. Ma se può essere normale che persone al di fuori della scuola si confondano, è preoccupante se ciò succeda all’interno della scuola.
Chi pensa che si possa insegnare a distanza forse pensa che il ruolo dei docenti sia quello di ‘travasare’ informazioni, indicazioni e istruzioni; pertanto considera gli studenti come ‘fiaschi vuoti’ da riempire.
Chi pensa questo, crede che l’operazione di ‘imbottigliamento’, essendo un procedimento meccanico, possa essere fatta da chiunque e probabilmente pensa anche che, se si userà un  ‘imbuto’ tecnologico, il materiale versato riempirà meglio il contenitore. Chi pensa così, forse, non è interessato al ‘come’ si impara ad imparare e ad essere, ma al ‘cosa’ si mette dentro per riempire.
Chi la pensa in questo modo, può anche immaginare che i docenti non servano e che la scuola possa aver senso anche senza di loro; di conseguenza può giustificare la loro sostituzione con qualcuno o qualcosa che, usando strumentazioni tecnologiche, sappia adottare modalità di didattica a distanza.

Gli insegnanti possono, ed in questo momento di emergenza devono, attivare le “modalità di didattica a distanza”, ma ciò vuol dire prima di tutto preoccuparsi se la modalità immaginata sia alla portata di tutti. Ad esempio, la comunicazione può avvenire per posta elettronica? Gli studenti hanno un loro indirizzo mail? Saranno tutti in grado di visionare un filmato? E di scaricare un file di grandi dimensioni? Tradotto in pratica, fare didattica a distanza vuol dire chiedere ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze di eseguire esercizi, di scrivere testi, di leggere, di ripassare, di visionare filmati, di ascoltare registrazioni, di assistere a presentazioni multimediali o qualsiasi altra attività che li aiuti a consolidare apprendimenti e a produrre materiale didattico in modo collaborativo, inclusivo, interessante e coinvolgente.

È importante sapere che, facendo ciò, si sta adottando una modalità didattica sicuramente utile in questa situazione,  ma insegnare è un’altra cosa. Nel senso ampio del termine, non vuol dire ‘mettere dentro’ ma ‘portare fuori‘ (è la traduzione dal latino del verbo educare). E questa operazione, lenta, delicata e complessa è fatta di relazioni educative e non solo di relazioni scritte, di interrogativi e non solo di interrogazioni, di domande e non solo di test a risposta multipla, di problemi di convivenza e non solo di problemi di matematica, di verifiche sul campo e non solo di prove di verifica, di azioni e non solo di spiegazioni, di volti e non solo di voti, di intese e non solo di protocolli d’intesa, di progetti di vita e non solo di progetti integrativi, di programmi per il futuro e non solo di Programmi Operativi Nazionali.

Nell’insegnamento la componente relazionale è indispensabile, come pure è fondamentale che sia caratterizzata da una presenza fatta di sorrisi incoraggianti, di sguardi accoglienti, di ascolto attivo, di toni convincenti, di battute sdrammatizzanti, di posture rassicuranti, di atteggiamenti coerenti. A volte, la convinzione di essere insegnanti all’avanguardia, perché si usano strumenti tecnologicamente avanzati, porta ad essere abbagliati, a confondere l’attivazione della didattica a distanza con il processo di insegnamento.
In questa strana situazione di chiusura delle scuole, è importante aver chiara questa distinzione, sia per non deludere certe aspettative degli studenti e delle famiglie, che per mantenere aperto un canale di comunicazione efficace. In un momento simile, io penso che il primo aspetto da curare con molta attenzione debba essere la comunicazione, sia verso le famiglie che verso gli alunni; non solo per cercare di far sentire la propria vicinanza, ma per condividere un momento difficile tenendosi stretti, per tentare di sentirsi comunità anche in queste occasioni.

Si può comunicare con gli studenti per spiegare cosa sta succedendo, per dare un nome alle emozioni che si provano, per raccontare e raccontarsi, per suggerire attività, per immaginare ed organizzare il rientro ma, ancor prima, per proporre modalità di comunicazione adatte al contesto e alla portata di tutti.
Si può scrivere alle famiglie per spiegare ciò che gli insegnanti sono in grado di fare in questa situazione ed il tipo di aiuto da casa di cui avrebbero bisogno.

Un altro elemento importante da valutare, da parte degli insegnanti, è l’illusione di poter normalizzare una situazione che normale non è. In questa circostanza del tutto imprevista, concordo con il sociologo Edgard Morin quando scrive che ci sarebbe bisogno di “Imparare a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze“.

Nel mio piccolo, fra le molte incertezze di questo periodo, io individuo queste dieci certezze:

1) la scuola può esistere solo se ci sono gli alunni, gli insegnanti e il personale;

2) la scuola è una parte importante della nostra vita;

3) la scuola, in questo momento, manca a tutti;

4) tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri;

5) insieme si impara meglio;

6) il confronto arricchisce chi lo pratica;

7) il valore della diversità può nascere solo dal confronto;

8) le modalità di didattica a distanza sono più efficaci se sono coinvolgenti;

9) si può imparare anche confrontandosi con l’emergenza;

10) l’emergenza si può affrontare e superare insieme, tenendosi stretti.

Cari colleghi, cari studenti, cari genitori, pur non essendo marinai, ora sta a noi scegliere come navigare: è normale essere spaventati da questo oceano di incertezze; però sappiamo anche quali sono e dove sono i nostri arcipelaghi di certezze – “che, ovviamente, potranno essere diversi dai miei” – e soprattutto, conoscendo la differenza fra insegnamento e modalità di didattica a distanza, possiamo sfruttare le seconde cercando di non dimenticare l’energia relazionale determinante che, anche in una situazione come questa e con i limiti del caso, potrà accompagnarle per far sentire ciascuno ancora parte di una piccola comunità.

Non siamo esperti navigatori ma, in attesa che questo momento passi e che le scuole riaprano, dobbiamo scegliere su quale imbarcazione salire.
Possiamo contare su un’ulteriore certezza: l’energia creativa, le idee, le proposte di tutti i nostri compagni di viaggio, indipendentemente da quale età essi abbiano, sono determinanti per rafforzarci a vicenda senza lasciare indietro nessuno.

Concludendo la metafora marinara, allo stesso modo di padre e figlio nel film Blow [messaggio del padre] io dico: “Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle”.

 

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ma in Italia l’apprendimento permanente resta una chimera

Fare campagna perché le persone continuino a istruirsi anche dopo l’età della scuola può lasciare stupiti o dare l’impressione di una pedanteria pedagogica. Così succede nel Regno Unito dove la “Campaign for learning” ha pure un sito web, e pubblico e privato sono impegnati a promuovere l’apprendimento permanente, perché convinti del potere dell’istruzione continua.
Nulla del genere abita in Italia, terra di università popolari e della terza età, ma assolutamente analfabeta in materia di lifelong learning.
Neppure il nostro ministero dell’istruzione, università e ricerca brilla nel campo.
Oltre ai Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), concepiti in chiave puramente scolastica, non va, mentre continua a marcare ritardi nell’attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, comma 51, della legge 92 del 28 giugno 2012, più nota come la famigerata “legge Fornero”, tanto per intenderci sui livelli di consapevolezza del nostro Paese e della sua classe politica.
Aver riconosciuto che l’istruzione non abita solo tra le mura delle scuole e dell’università perché, oltre ad essere formale, può essere anche non formale e informale, avrebbe dovuto per lo meno portare a promuovere politiche di educazione permanente, di qualificazione, di valorizzazione e di coordinamento di tutto ciò che si muove su questo terreno.
Nessuno al Miur, ma neppure la politica, credo si sia mai posto l’obiettivo di realizzare l’ apprendimento permanente nella nostra società.
Conferenze, tavole rotonde, webinar, eventi culturali e tutto quanto si muove senza un filo conduttore nella brulicante fucina delle iniziative pubbliche e private, invece di andare deserto o sprecato, potrebbe costituire i tanti tasselli di un più vasto programma di istruzione continua. Un modo per consolidare come abitudine sociale l’apprendimento per tutta la vita ai livelli locali come a livello nazionale, con vantaggi notevoli per le comunità, le persone, l’economia e il lavoro.
Mentre ci si occupa d’altro, con gli edifici scolastici precari, oltre al personale che vi lavora, la fuga dei giovani all’estero, e le percentuali di dispersione scolastica che aumentano insieme alla povertà educativa, l’apprendimento, nel frattempo, si è arricchito di aggettivi che prima neppure avremmo preso in considerazione.
A partire dall’apprendimento “verticale”, che suggerisce l’idea di un apprendimento in piedi, dal basso verso l’alto, come la spinta nella vasca di Archimede.
È, appunto, l’apprendimento che accompagna tutta la vita, che ritiene insensato che si possa interrompere l’attività del sapere e dell’imparare una volta abbandonati i banchi di scuola e trovato un lavoro. L’apprendimento come processo che avviene ovunque, dinamico e continuo, che accompagna tutte le età della vita. Che cresce con le persone e fa crescere le persone, rendendole migliori, più attrezzate, più competenti, più ricche dentro, che ha bisogno di offerte e di occasioni, di ambienti stimolanti e propositivi.
Una verticalità che per svilupparsi necessita dunque di orizzontalità. Orizzonti di saperi. L’apprendimento “orizzontale”. È la dimensione spaziale dell’apprendimento e dei suoi luoghi. L’apprendimento come processo diffuso che può accadere in ogni contesto e non solo nei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione. L’apprendimento che si allarga a comprendere le esperienze della vita in una dimensione del tempo che è quella delle occasioni che abbracciano la larghezza e l’ampiezza della vita con il succo prezioso delle sue offerte, opportunità e attrazioni. Comprende il tempo e gli spazi dell’esistenza di ciascuno di noi in cui si allargano gli apprendimenti.
In fine il deep learning, espressione sottratta all’intelligenza artificiale, ma utile al nostro discorso.
L’apprendimento “profondo”. Riguarda la nostra vita, la necessità inesauribile di apprendimento. Perché ogni angolo della vita, ogni anfratto ci richiede di sapere, vagliare, criticare. E allora apprendere è una corrente che non si può interrompere, che fa erompere il diritto delle persone a vivere in una società che metta a disposizione di tutti non solo l’informazione ma la formazione, le conoscenze, i saperi, le competenze, soprattutto per gestire l’informazione, che contrariamente ai saperi, ci proviene in abbondanza da tutte le parti.
L’apprendimento profondo è la terza dimensione che consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, spiega il senso di una società che promuove l’educazione permanente come recupero pieno del significato dell’istruzione al servizio delle persone e della possibilità di essere se stesse.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Culturalmente anoressici

Siamo ignoranti e non abbiamo neppure voglia di apprendere, la promessa dell’educazione permanente si è arenata a Lisbona il 20 marzo del 2000. Ma poi cosa avremmo da studiare, da ignoranti neppure sappiamo cosa ignoriamo. Mica dovremo ritornare sui banchi di scuola a compitare di lingua, matematica, scienze e giù di lì per tutte le materie dei programmi scolastici!
Siamo ignoranti anche a parlare di sapere. O, per lo meno, c’è un tot di sapere che raggiunto quello ci basta e ci avanza.
I dati raccolti da chi si occupa di queste cose dicono che una volta terminate le scuole e l’università non si studia più. Ci sono fior fiore di imprenditori che vantano di non aver mai aperto un libro da anni. I libri neppure si mettono più sugli scaffali di casa a prendere la polvere, alla faccia di quelle indagini che una volta profetizzavano il destino sociale di un individuo sulla base del numero di volumi posseduti in famiglia.
Diciamoci la verità, a non sapere si sta molto meglio, perché la resistenza all’apprendimento è il prodotto del bombardamento di informazioni e notizie a cui ogni giorno siamo esposti. A un certo punto si raggiunge la saturazione, allora ci si difende diventando refrattari, almeno impermeabili. Meno si sa, meno ansie si hanno sul clima, sull’ambiente, sulla sicurezza personale, sulla salute, su come eravamo e su come potremmo diventare. Come si fa ad essere continuamente sollecitati da tutti questi messaggi, è difficile da reggere, è troppo complicato mantenere un sano equilibrio.
Però anche non sapere è rischioso, perché potresti essere preso di sorpresa. Se l’avessi saputo prima avrei potuto provvedere in qualche modo. Si è ignoranti anche nei pesci da pigliare.
È che i radical chic non comunicano, pontificano e la loro cultura è noiosa, con la boria di sapere tutto loro, perché loro sarebbero i competenti e tutti gli altri cialtroni. E poi c’è internet, basta digitare che si aprono pagine e pagine di spiegazioni.
Forse il sapere così come l’abbiamo imparato è un arnese superato. Poi, se il sapere che sai non lo usi mai, cosa te ne fai? Finisci per dimenticarlo. È vero che se non sai fatichi anche a sapere quale sapere andare a cercare in rete.
Siamo il paese con il minor numero di laureati e il più ignorante in Europa. Forse a qualcuno dovrebbe sfiorare il dubbio che la questione centrale, l’emergenza del paese è l’apprendimento, forse bisognerebbe fare qualcosa come ai tempi in cui la televisione affrontò il problema della alfabetizzazione con il “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Le cose oggi sono assai differenti, i bisogni di sapere sono diversi, altro è l’analfabetismo, che ora viene denunciato come funzionale, cioè non saper usare i propri saperi, anche da parte di chi ha conseguito una laurea.
Allora la questione dell’apprendimento è “la questione”. Come avviene, come è organizzato, metodi, tempi e contenuti. Se c’è un’età per lo studio e una in cui non si studia, o apprendere sempre, perché apprendere è una necessità come nutrirsi, che ha inizio con la nascita e termina con la morte.
Sono usciti libri importanti in materia che dovrebbero aiutare la politica ad affrontare la questione, l’emergenza apprendimento.
Penso a “Apprendimento non stop” di Rossella Cappetta, docente della Bocconi e, ultimamente, “Ignorantocrazia” di Gianni Canova, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm di Milano.
Siamo un paese che sembra condannato a diventare una nazione di analfabeti e populisti, secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica.
Dall’altra parte Rossella Cappetta ci ricorda che “Studiare tutti e studiare sempre non è un programma semplice da realizzare, ma è alla base della crescita seria e felice di una comunità.”
Le questioni che il nostro paese dovrebbe affrontare non sono solo, dunque, lo stato delle nostre scuole e delle nostre università, ma lo stato delle competenze dei suoi cittadini, come mettere mano ad una politica di apprendimento permanente capace di qualificare l’apprendimento formale e di investire nello stesso tempo sul riconoscimento degli apprendimenti non formali e informali, in modo che nulla nella formazione delle persone vada sprecato, così come non si butta nulla del cibo del corpo, nulla va sprecato del cibo della mente.
Senza apprendimento non c’è benessere né produttività. Solo da noi si tollera il disprezzo del sapere approfondendo la voragine che ci separa da una ripresa dello sviluppo e dagli altri paesi.
L’unica forma di crescita seria è la crescita della conoscenza, oggi assente dai programmi della politica, eppure costituirebbe la vera alternativa a chi predica la decrescita felice, semmai accompagnata da una serena ignoranza permanente.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le incongruenze di un Paese: Educazione civica e Agenda 2030

C’è una sostanziale inscindibilità tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, e l’istruzione permanente, vale a dire un apprendimento che accompagna l’intero arco della vita delle persone.
Non so se di questo fossero consapevoli gli estensori della Legge n. 92, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20 agosto scorso, con la quale si reintroduce l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado del nostro paese.
Tra i temi che con il prossimo anno scolastico le nostre ragazze e i nostri ragazzi dovranno studiare c’è appunto questo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Nutro il sospetto che il legislatore avesse una consapevolezza approfondita dei contenuti di questa Agenda, forse più affascinato dagli obiettivi della sostenibilità che interessato a conoscere effettivamente le pratiche richieste per la loro realizzazione dai diversi soggetti promotori dell’Agenda, dall’Onu all’Unesco.
Questo potrebbe diventare un terreno molto sdrucciolevole per la credibilità e l’efficacia formativa dell’Educazione civica come materia, dico subito perché e vedrò di spiegarlo meglio di seguito.
L’Agenda 2030 avendo un obiettivo proiettato nel tempo costituisce un lavoro in progress, per questo studio e riflessione dei suoi contenuti richiederebbero di ritrovare poi una corrispondenza in quanto si va costruendo nell’ambiente sociale in cui le nostre ragazze e i nostri ragazzi sono immersi.
L’Agenda 2030, come sappiamo, si propone di assicurare ambienti di vita sostenibili per le generazioni presenti e per quelle future, ha come obiettivi, tra gli altri, di assicurare un’istruzione di qualità, promuovendo opportunità di apprendimento permanente a partire dal governo delle città.
Nel nostro paese di Città che Apprendono, di Città della Conoscenza non se ne parla, fatta eccezione per rari casi che si contano sulle dita di una mano. E già qui si pone il problema della coerenza tra ciò che pretendiamo che i nostri ragazzi studino e i luoghi che abitano.
Del ruolo delle città, in particolare delle città che apprendono, le “learning cities”, nel perseguire gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile se ne è parlato in conferenze internazionali con la partecipazione di sindaci, amministratori di città di tutto il mondo, dirigenti scolastici, esperti di apprendimento, rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, di settori privati, di organizzazioni regionali, internazionali e della società civile, a cui dubito che l’Italia abbia mai partecipato: Pechino nel 2013, Città del Messico nel 2015, Cork, in Irlanda, nel 2017. Dal primo al tre ottobre se ne parlerà nuovamente a Medellín, in Colombia.
Conferenze che si sono sempre concluse con Dichiarazioni nelle quali viene ribadito il ruolo centrale dell’apprendimento permanente come motore della sostenibilità ambientale, sociale, culturale ed economica.
Le città che apprendono sono per l’Onu e l’Unesco lo strumento principe per la realizzazione concreta degli obiettivi posti da qui al 2030 dall’Agenda, ora anche oggetto di studio nelle nostre scuole.
Ma la prima incongruenza nasce dal constatare che nessuno dei nostri governi nazionali, fino ad oggi, ha fornito le condizioni fondamentali e le risorse sufficienti per costruire città che apprendono capaci di promuovere inclusione e crescita.
L’idea di educazione permanente praticata nel nostro paese è a dir poco obsoleta, modellata com’è su una concezione dell’istruzione ancorata a categorie del secolo scorso.
Non solo oggi è necessario che l’educazione permanente pervada tutta la vita delle persone, ma anche l’intero impianto del sistema formativo del paese.
Ora è il governo della città a costituire il fattore chiave per sbloccare tutto il potenziale della comunità urbana, attraverso l’importanza dell’apprendimento permanente, per assicurare ambienti di vita sostenibili alle generazioni presenti e future.
Ma anche qui parliamo il linguaggio della luna. Se le nostre città non provvedono a divenire città che apprendono sarà proprio lo studio dell’Agenda 2030, nell’ambito dell’educazione civica, a far scoppiare le contraddizioni, che già le giovani generazioni con Greta denunciano.
Eppure si potrebbe fare se solo attori pubblici e privati, settori delle città e delle comunità, compresi istituti di istruzione superiore e di formazione, nonché i rappresentanti dei giovani si riunissero in partenariato per promuovere l’apprendimento permanente a livello locale al fine di garantire che tutte le generazioni siano coinvolte nel processo di crescita della città che apprende.
Gli strumenti non mancano, dalla rete Unesco delle città che apprendono alla Dichiarazione di Città del Messico del 2015 che fornisce una lista di controllo completa dei punti di azione per migliorare e misurare il progresso delle città che apprendono.
La cosa stravagante del nostro paese è che tante sono le nostre città riconosciute come patrimonio dell’Unesco, ma nessuna di loro aderisce alle Rete delle “Learning cities” dell’Unesco, né, tanto meno, è impegnata a perseguirne gli obiettivi, a partire dalla città in cui vivo secondo l’adagio latino: nemo propheta in patria.
È probabile che dovremo attendere la generazione degli amministratori istruiti alla scuola della nuova Educazione civica, forse entro il 2030 ce la faremo.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Liberi di filosofare

Sono trascorsi parecchi anni dall’ultima volta che sono entrato in carcere per insegnare ai detenuti nella mia città. E l’idea di ritornarci da pensionato non mi è proprio dispiaciuta. Si trattava di non tradire la fiducia degli amici e colleghi del Cpia, Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, di Ferrara, e le aspettative del gruppo di detenuti che hanno accolto la proposta della loro insegnante.
C’è un rapporto importante tra il Carcere e la città che è segno di sensibilità, attenzione e maturità, numerose sono le attività e le iniziative animate da tante organizzazioni e da tanti volontari che fanno della nostra città una città differente, bella e avanti sul piano umano.
Ci mancava la filosofia, non per fare lezione ma per provare a pensare insieme, a pensare i pensieri. I pensieri che non sono sempre quelli che crediamo, che mutano aspetto e consistenza appena da un angolo ci spostiamo ad un altro e la prospettiva non è più quella di prima. Aiutano a capire che la libertà che ci manca non è solo quella preclusa dal carcere, ma anche quella che credevamo di avere e che forse ci è sempre mancata.
Filosofia e libertà vanno insieme, perché la filosofia nasce come atto fondamentale di libertà nei confronti della tradizione, dei costumi e di ogni credenza accettata come tale.
Sembra facile dirlo, ma non lo è più se la popolazione che hai davanti proviene da culture diverse e della propria cultura si fa testimone. Qualcuno difende la superiorità del sacro sulla natura e sulle sue cause, qualcun altro non esita a osservare che se loro hanno un problema ce l’hanno proprio con la libertà.
Ecco, devo stare attento alle parole, lasciare aperti i significati, entrare nei territori con il piede leggero. Ma poi rifletto, che di questi tempi forse le reazioni sarebbero pressoché le stesse anche fuori di qui.
Gli presento come compagna dei nostri incontri la nottola di Minerva, che “spicca il volo sul far del tramonto” ci ricorda Hegel, è come dire che finiamo sempre per capire quando ormai è troppo tardi, monito di un certo peso che accomuna tutti dentro e fuori dal carcere.
Per la filosofia siamo tutti uguali, detenuti o meno, perché nessun uomo possiede la sapienza, deve cercarsela e la filosofia è uno strumento che si offre per aiutarci in questo. La filosofia è l’amicizia con il sapere, scegliere di avere il sapere come amico. È un amico non facile da trovare, ma l’uso del pensiero e della ragione possono aiutarci a cercarlo. Allora ecco le parole che all’inizio della sua “Metafisica” Aristotele mette a nostra disposizione: “Tutti gli uomini tendono per natura al sapere”, dove “tendono” vuol dire che non solo lo desiderano, ma possono conseguirlo.
Può capitare di sentirci come un coniglio bianco estratto dal cilindro di un prestigiatore, di solito è la sensazione che si prova quando si inizia a filosofare. Bisogna farsi prendere dallo stupore. Stupore è una parola filosofica per eccellenza. Si ripete sempre che agli inizi della filosofia ci sia lo stupore, la meraviglia.
Lo affermano sia Platone che Aristotele, ed è da loro che l’abbiamo appreso. Il meravigliarsi, l’improvvisa sorpresa, il repentino non più comprendere il proprio essere e quello del mondo stimolano a porsi domande che sfociano nella ricerca delle risposte.
Nel dialogo “Teeteto” Platone fa dire a Socrate: “…è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia: né altro inizio ha il filosofare che questo”.
Credo che sia stato lo stupore, lo stato di chi rimane attonito che abbia accompagnato il viaggio compiuto da nocchiero con i miei compagni di avventura, ogni volta presi dal fascino di una narrazione che si è snodata tra mito, cosmologia e ragione. Per poi misurarsi con il conflitto tra ragione e percezione all’interno della caverna platonica di Eros e, in fine, per ritrovare la luce nella logica di Aristotele, fondamento di ogni scienza.
Ai nostri incontri sono mancati altri porti a cui avrei voluto attraccare: l’ Etica: L’arte di vivere; Libertà e necessità: Quanto siamo responsabili?; e, in fine, Felicità ti scrivo: Lettera di Epicuro a Meneceo.
I tempi, le routine della vita in carcere non l’hanno concesso.
Io mi auguro di sostare alla rada in attesa di riprendere il largo, se non io qualche altro nocchiero, perché il viaggio è ricco di promesse.

Ferrara tra dieci anni
Un nuovo patto tra generazioni

2. SEGUE – L’allungamento della vita propone all’attenzione della futura Amministrazione locale diverse prospettive e nuovi bisogni. Cosa fare per una popolazione che invecchia fuori dai tradizionali modelli che aveva caratterizzato i cicli di vita del passato e che vedevano una dicotomia netta – segnata dal lavoro – tra stili di vita tra giovani e anziani? Per la seconda vita, che comincia nell’età anziana – e la cui soglia è sempre meno rigida – la questione decisiva è l’apprendimento: l’unica medicina efficace per allungare la vita buona e l’unica risorsa per evitare la marginalità.
Oggi, in un tempo così veloce, l’apprendimento è un’indispensabile risorsa per l’esercizio della cittadinanza. Le tecnologie ridisegnano i servizi e l’informazione: molti esempi potrebbero dimostrare che l’inclusione degli anziani passa anche dall’alfabetizzazione informatica. Ma l’apprendimento è anche l’occasione di socialità ed è, soprattutto, la via dell’integrazione. D’altra parte è evidente che una pratica di apprendimento continuo e produce intelligenza diffusa e contribuisce ad alimentare il capitale sociale di un territorio.

Le generazioni sono cambiate, ma come amo dire con una frase che sembra paradossale, a cambiare di più sono stati gli anziani. È destinata a crescere la percentuale di popolazione anziana che sarà variamente attiva e, come capita in molti paesi civili, sarà disponibile per diverse attività di volontariato.
L’approccio con cui si affrontano i temi dell’invecchiare devono essere ripensati. L’attenzione agli anziani non può essere ridotta al problema delle case protette. La non autosufficienza non può essere l’unico – per quanto encomiabile – punto di attenzione.
Uno dei temi da affrontare, oltre a quello già citato relativo alla formazione diffusa, riguarda le forme dell’abitare. Tra la completa autosufficienza e la disabilità vi è una gamma assai diversificata di condizioni. Nel mondo è ormai diffusamente sperimentato il cohausing, una modalità abitativa che consente di coniugare indipendenza e servizi in comune.
Auspico che la nuova Giunta si disponga ad affrontare il tema dell’ageing in un modo nuovo. Peraltro la generica definizione di anziani comprende condizioni assai diverse che sono influenzate dalla salute, dal livello d’istruzione e, non da ultimo, dalle condizioni economiche.

Sull’altro versante della catena generazionale, tra dieci anni la cosiddetta ‘generazione z‘ (i nati dopo il 2000) sarà quasi sulla trentina, sarà in condizione di governare. Pare che sia la generazione che vorrà recuperare la socialità nella vita quotidiana (non solo nella rete) e che sarà più attenta alla sostenibilità ambientale. Le cronache di questi giorni ci dicono che questa generazione ha un nuovo coraggio nell’assumere la responsabilità individuale sulle questioni del nostro tempo e anche di creare attorno a queste aggregazione, L’ambiente è un tema importante – come l’educazione del resto – potremo anticiparli o lasciamo da fare tutto a loro, ai quindicenni di oggi?

Credo che sia necessario un nuovo patto tra generazioni che a livello locale si fondi sulla costruzione di spazi di socialità e di scambio. Dovremo inventare nuovi luoghi di socialità, luoghi che mescolino cose da vedere (come cicli di film), cose da fare (per esempio corsi di pittura). Spesso si lamenta che la questione è la mancanza di risorse per coprire la mancanza di idee e di energie.
Ci sono a Ferrara associazioni culturali sorrette da generoso impegno che offrono straordinari appuntamenti culturali come l’Istituto Gramsci o come il Circolo del Doro, che opera nella periferia ma che da anni organizza, con intelligenza e apertura, incontri di egregio livello in clima di grande valore umano. Moltiplicare le occasioni di incontro è il migliore supporto a una democrazia inclusiva, è il migliore antidoto al populismo, è anche il collante sociale più importante di cui possiamo disporre nel futuro prossimo.
La città della bellezza, la città dell’apprendimento diffuso, la città della buona vita è una città che offre stimoli, favorisce relazioni e alimenta i legami sociali.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Cambiare la scuola per non trovarci nei guai

La quarta rivoluzione industriale promette intelligenza artificiale, automazione, automobili autopilotate, neurotecnologie del cervello, realtà virtuale, realtà aumentata, editing genetico.
Nuove opportunità, eccitanti possibilità, sfide significative. Il futuro è qui. Insieme promette crescenti minacce alla sopravvivenza dell’uomo sulla Terra, cambiamenti climatici, crescita della popolazione, resistenza agli antibiotici, rischio tecnologico.
E intanto la convivenza tra noi esseri umani non se la passa bene. Il divario tra chi ha e chi non ha è sempre più ampio e insostenibile, le ineguaglianze si fanno sempre più esponenziali, la tecnologia sta consentendo una maggiore concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre più piccolo di individui e corporazioni.
Disoccupazione, bassi salari, precariato hanno provocato populismo e instabilità, influenzando la politica.
Antonio Gramsci nel secolo scorso ci aveva avvertiti: “La crisi consiste precisamente nel fatto che il vecchio sta morendo, e il nuovo non è ancora nato; in questo interregno una grande varietà di sintomi morbosi appare.”
Come difendersi? Non c’è dubbio che abbiamo bisogno di ricerca, anticipazione e lungimiranza. Intanto a partire dai luoghi dell’istruzione, dove si attrezzano le giovani generazioni.
Se ne sono occupati più di settecento partecipanti, provenienti da settantacinque paesi differenti, all’undicesima Conferenza Internazionale su Istruzione, Ricerca e Innovazione, tenuta a Siviglia in Spagna dal 12 al 14 novembre 2018: “Meeting the Challenges of 21st Century learning”.
L’istruzione è la più grande sfida che abbiamo attualmente di fronte a noi. Se non cambiamo i modi di insegnare, fra trent’anni saremo nei guai.
Le cose che insegniamo nelle nostre scuole e i metodi che usiamo sono sempre le stesse da duecento anni e, certo, non è che dobbiamo insegnare ai nostri figli come competere con le macchine. Noi dobbiamo insegnare qualcosa di unico, in modo che la macchina non possa raggiungerci.
Anche se è vero che i robot stanno diventando molto bravi in una vasta gamma di lavori e attività, ci sono ancora molti settori in cui gli umani sono meglio.
In creatività, relazioni sociali e destrezza fisica ad esempio.Tutti settori che sono fondamentali per la creazione di posti di lavoro. Dalla scrittura creativa, all’imprenditorialità, alla ricerca scientifica. I robot non possiedono l’intelligenza emotiva che noi abbiamo e neppure la nostra agilità.
Il guaio è che il nostro sistema di istruzione si rivela sempre più resistente ai cambiamenti. Caratterizzato in tutto il mondo da modelli standardizzati, dall’istruzionismo, disegnato per un’economia industriale, con format di trasmissione delle conoscenze fatti più per dimenticare che per apprendere, oggi in competizione con altri “broadcast format” come i social media e YouTube. Anche i sistemi di valutazione sono ancorati alle epoche passate, mentre le nuove tecnologie e l’insegnamento digitale vengono utilizzati dalle nostre scuole per rinforzare pratiche del diciannovesimo secolo. Scuole che sono distributori di contenuti, reattive all’industria della misurazione.
Come possiamo progettare un’istruzione che fornisca agli studenti le conoscenze e le capacità necessarie a vivere, crescere e realizzarsi in un mondo in così profonda trasformazione?
La ricetta è vecchia quanto il buon Friedrich Froebel: “Apprendere una cosa nella vita e attraverso il fare è molto più formativo e duraturo che impararla semplicemente attraverso la comunicazione verbale delle idee.”
La conferenza di Siviglia suggerisce di passare dalla “scuola dell’istruzione” alla “scuola della costruzione”. Dall’insegnamento all’apprendimento.
Niente di particolarmente nuovo, ma l’avvertimento che il tempo della scuola fondata sulla trasmissione delle conoscenze è definitivamente scaduto. Ricostruire le conoscenze significa partecipare alla loro composizione anziché riceverle già belle confezionate come le pillole di Gianni Rodari.
Imparare facendo, anziché ascoltando. Semmai facendo cose buone in modo da imparare molto meglio di prima. Uscire dalle scuole e incontrare la vita con i suoi suggerimenti, le sue opportunità e occasioni. Insegnanti progettisti di ambienti e di percorsi di apprendimento, registi anziché megafoni dei saperi. Vivere insieme le sfide del mondo reale attraverso un apprendimento ancorato a progetti concreti da realizzare. Personalizzare l’apprendimento in modo da offrire agli alunni più opportunità e il controllo sui loro processi di apprendimento. Collaborazione, creatività, pensiero critico, progetti e passione questi gli ingredienti indispensabili.
“Gli analfabeti del XXI secolo”, scriveva Alvin Toffler in “Future Shock” nel 1970, “non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non possono imparare, disimparare e imparare di nuovo”.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ferrara città che apprende

Allora diciamocelo. Abbiamo bisogno di una città laboratorio. Non si cava un ragno dal buco se ci ostiniamo ad abitare la nostra pigrizia mentale, se continuiamo a pensare quello che è già stato pensato.
Dopo i cantieri del post sisma, bisogna dare il via al cantiere delle idee.
E chi pensa che non ce ne sia bisogno significa che conta di affossare per i prossimi anni la città nelle nebbie padane.
La città possiede da sempre l’anima del futuro e attende all’appuntamento con la storia i suoi artefici.
Qualche idea e qualche suggerimento l’abbiamo fornito in questi anni anche noi dalle pagine di questa rubrica, come ad esempio “la città che apprende”.
Perché tutti i sistemi complessi hanno bisogno di apprendere. Figuriamoci quelli dell’abitare e della cittadinanza.
Un’idea che era anche piaciuta a qualcuno dell’attuale amministrazione comunale, ma poi, come succede con le idee nuove, è mancato il coraggio di portarla vanti.
Di idee nuove poi non si tratta, perché nel mondo le città che apprendono si moltiplicano sotto le insegne dell’Unesco e perché anche in Italia altri hanno pensato che l’idea di una città che apprende, l’idea della città educante merita di essere realizzata.
A Torino, dal 29 novembre al 2 dicembre scorsi, hanno festeggiato il terzo Festival dell’Educazione, per coinvolgere scuole e famiglie della città, per parlare di buone pratiche educative. Il tema: Per un Pensiero Creativo, Critico e Civico.
Occuparsi di scuola e di educazione per una città significa avere attenzione per i propri giovani, farsi carico del loro futuro e del futuro della città stessa. Ma pare che noi a Ferrara non abbiamo tempo o non riteniamo tutto questo prioritario.
Ad alcune decine di chilometri da noi, Padova si propone come città che “si innova, che educa che impara”. Per dire come sia strategico l’investimento sui saperi e sul capitale umano, che è risorsa e ricchezza di una città. Il capitale umano di tutte le età.
Dai nidi alle scuole, ai centri culturali, ai centri per la formazione degli adulti. Per garantire il diritto allo studio e progetti di qualità, la partecipazione della città al progetto formativo dei suoi giovani e di chi giovane non è più.
Noi abbiamo da tempo prodotto il manifesto “Ferrara Città della Conoscenza”, è ancora lì che fa bella mostra di sé sulle pagine di questo giornale. In diversi l’hanno letto e sottoscritto. È a disposizione dei candidati che nella corsa per le prossime amministrative lo vogliano far proprio.
Ci sono scritte alcune cose importanti, che tutta la vita è apprendimento, che l’apprendimento è condivisione, è cura, è evento quotidiano gestito dalle persone.
C’è scritto che crediamo che la nostra città, per la sua tradizione e cultura, perché patrimonio dell’umanità, debba far parte della rete mondiale delle città che apprendono, essere una learning city che produce e scambia conoscenze, un luogo dove l’apprendimento è al servizio di tutta la comunità.
Ci piacerebbe abitare una città amica dell’apprendimento, una città riconoscente che celebra e festeggia quanti sono impegnati nello studio, nei saperi, nella ricerca. Una città che fa incontrare e dialogare la scuola, l’università, le istituzioni culturali, i piccoli e i grandi, gli studenti e gli adulti in una esperienza di condivisione e di interesse comune.
Parlare di cultura conduce a prospettare eventi che fanno girare l’economia della città, parlare di apprendimento e di conoscenza è più difficile. Se già per qualcuno con la cultura non si mangia figuriamoci a parlare di città che apprendono.
Eppure la conoscenza è una ricchezza che si può trasmettere senza impoverirsi ed è proprio la conoscenza, la mobilitazione dei saperi, l’investimento sull’apprendimento nelle nostre scuole, sul capitale umano che oggi può fare la differenza, perché senza la loro qualificazione, diffusione e condivisione è difficile pensare alla partecipazione alla vita della città, all’innovazione e al lavoro tanto necessari.
Tutti gli indicatori a livello mondiale oggi ci dicano che strategici sono il “knowledge management”, la gestione della conoscenza e le “knowledge cities”, le città della conoscenza.
Misurarsi con questi temi richiede cultura. Richiede la capacità di investire in saperi e formazione sempre più per tutti, trovare strategie, strumenti e iniziative per fare dell’apprendimento una condizione naturale e diffusa dell’abitare la città.
Dovremmo guardare anche ai numeri. Quanti sono i giovani della città che usciti dalle superiori si iscrivono all’università, quanto è la dispersione scolastica, quanti i laureati ferraresi. È sufficiente consultare l’Annuario Statistico Ferrarese.
Ci sono poi i muri da abbattere, prima di tutto quelli che separano le scuole e i luoghi di studio dalla città, fare della città un libro capace di offrire le sue pagine all’apprendimento, abbattere il muro psicologico per il quale esiste una età per lo studio e una per il lavoro, abbattere il muro che frantuma il sapere in apprendimenti formali, informali e non formali.
Un governo intelligente della città può fare di Ferrara una città che apprende.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La ricetta della ‘predella’

Paese fortunato l’Italia, mentre il nuovo presidente del consiglio presenta il programma del suo governo al senato senza mai citare la scuola e l’istruzione, Ernesto Galli della Loggia, che ha a cuore le sorti del nostro sistema formativo, dalle pagine del Corriere della Sera fornisce in dieci punti la sua ricetta al nuovo inquilino di viale Trastevere.
La ricetta della “predella” per elevare di qualche centimetro agli occhi della classe e dell’opinione pubblica lo “status” dell’insegnante. Divisa e alzata in piedi all’ingresso del docente in aula ed altre amenità a cui il nostro intellettuale italico ci ha assuefatti, ci manca solo il saggio ginnico a fine anno.
È sorprendente come sia facile sopperire ai ritardi del nostro sistema scolastico, Galli della Loggia ce l’avesse detto prima avremmo evitato di collocarci per anni agli ultimi posti delle classifiche Ocse Pisa.
Non serve fare dell’ironia, perché la “predella”, oggetto d’arredo d’altri tempi, sta a dimostrare la sensibilità che il nostro Ernesto Galli della Loggia nutre per l’apprendimento e il suo spazio, per l’ambiente di apprendimento, quell’ambiente dell’apprendimento che oggi è al centro delle più avanzate ricerche in campo didattico e relazionale.
Mentre le migliori scuole nel mondo, dallo stato di Washington alla Danimarca, da Rhode Island ad Amsterdam, personalizzano i percorsi di apprendimento, investendo sull’autonomia e la responsabilizzazione degli studenti, rivoluzionano gli ambienti di apprendimento abbattendo i muri delle aule e delle classi, la ricetta del nostro editorialista del Corriere della Sera va contro corrente, con un vezzo tutto italico, quando si parla di scuola, di riproporre l’usato garantito, il ritorno al passato.
È ora di piantarla con mettere in primo piano lo studente, al rogo la dannata pedagogia da don Milani alla Montessori e Dewey, da Freinet a Malaguzzi, ritorniamo piuttosto alla gerarchia, sì, perché la cattedra e la sua collocazione sulla predella sono l’emblema di una relazione di tipo gerarchico. Di uno spazio piramidale, pensato in funzione dell’ascolto, dell’ordine, dell’ubbidienza e della disciplina, con i banchi allineati rivolti verso la cattedra, polo dell’attenzione e dei riti di classe: lezione, compiti, interrogazione. Una organizzazione funzionale ad una società di tipo gerarchico-militare nella burocrazia e nel lavoro, che forse Ernesto Galli della Loggia non si è accorto che non c’è più e che non è magari che a continuare a vagheggiarla poi ritorna.
È probabile che ad Ernesto Galli della Loggia sia sfuggita la lettura delle “Indicazioni Nazionali” che da tempo sono legge per le scuole del nostro paese dove sta scritto: “Il ‘fare scuola’ oggi significa mettere in relazione la complessità di modi radicalmente nuovi di apprendimento (…) La scuola si deve costruire come luogo accogliente, coinvolgendo in questo compito gli studenti stessi. (…) L’organizzazione degli spazi e dei tempi diventa elemento di qualità pedagogica dell’ambiente educativo e pertanto deve essere oggetto di esplicita progettazione e verifica. (…) L’acquisizione dei saperi richiede un uso flessibile degli spazi, a partire dalla stessa aula scolastica, ma anche la disponibilità di luoghi attrezzati che facilitino approcci operativi alla conoscenza…”
Ma la forza prorompente del suo pensiero sta nell’aver compreso che basta indossare una divisa, battere i tacchi e mettere gerarchicamente in cattedra gli insegnanti, togliersi dai piedi genitori e famiglie, che si apprende di più, che si impara meglio e che si formano le nuove generazioni. Come dire l’ignoranza al potere, senza neppure bisogno di rendere conto a nessuno.
Viene il dubbio che al populismo si accompagni l’intenzione di avere un popolo ubbidiente, disciplinato e incolto. Un film che abbiamo già visto e che mai ci saremmo aspettati che qualcuno pensasse di rispolverare dalla cineteca della storia.
È vero che l’ignoranza non sa di essere ignorante, per cui nessuno dirà mai che questa nostra scuola per funzionare davvero avrebbe urgente necessità di colmare il deficit di preparazione e di cultura di tanta parte dei suoi docenti, di recuperare i ritardi sul cosa apprendere e sul come si dovrebbe studiare dentro e fuori dalle nostre aule, ma questo, ahimè, non lo troveremo mai scritto, perché l’ignoranza, in quanto tale, non lo potrà mai scrivere.
Oltretutto l’ignoranza è anche cieca, perché basterebbe guardarsi attorno, in giro per il mondo, per incominciare a imparare cosa e come è necessario cambiare le nostre pratiche d’aula.
Questo non c’è nella ricetta di Galli della Loggia, il quale è cosi intriso di aperture e nuovi orizzonti, di Europa e di cultura mitteleuropea da invitare il titolare del Miur a non consentire agli studenti e alle studentesse delle scuole italiane di varcare i confini nazionali, in nome di quanto è bello e istruttivo il “locale”.
I nostri giovani non hanno bisogno di viaggiare per farsi una cultura, sono più che sufficienti i confini del proprio pensiero e di casa propria, tanto, in virtù delle buone idee del Galli della Loggia e del governo che si prospetta, non saranno mai cittadini né del loro paese né del mondo e, dunque, molto meglio Busto Arsizio di Berlino.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’istruzione non è neppure a metà, le manca il resto della vita.

Forse le pubblicazioni dell’Unesco non incontrano appassionati lettori nel nostro paese. Forse nemmeno tra gli addetti ai lavori, a cui non nuocerebbe prenderle in mano e provare a leggerle. Si potrebbe imparare qualcosa di più in materia di lifelong learning e di learning cities, di istruzione permanente e di città che apprendono. Conoscere le sedici città, sparse per i continenti, che nel 2017 hanno vinto il Learning City Award dell’Unesco, che si aggiungono alle dodici già premiate nel 2015.
Sono città che coprono tutta la geografia del mondo. Hanno posto al centro delle loro politiche amministrative un impegno particolare per promuovere un’alta qualità dell’istruzione dalle scuole di base alle università, migliorare qualità e eccellenza nell’apprendimento, facilitare gli apprendimenti, in particolare nei luoghi di lavoro, estendere l’uso delle moderne tecnologie per l’apprendimento, coltivare una cultura dell’apprendimento per tutta la vita.
Tutti elementi essenziali alla crescita e alla partecipazione dei cittadini, per combattere i populismi e i sovranismi senza prospettive, per fornire ai cittadini non la demagogia, ma i mezzi per esercitare la propria cittadinanza in modo sempre più partecipe, consapevole e responsabile.
Bristol ha dichiarato il 2016 “anno dell’apprendimento” e ha lanciato una campagna a livello cittadino che ha chiamato “il piacere dell’apprendimento”. Câmara de Lobos, in Portogallo, ha posto grande enfasi sul miglioramento della vita degli anziani istituendo l’Universidade Sénior. Contagem, in Brasile, promuove la cooperazione tra amministrazione e cittadini per sviluppare opportunità di apprendimento mirate. In Germania, a Gelsenkirchen, quaranta partner della città hanno sottoscritto il piano per promuovere l’apprendimento nella città. Giza, in Egitto, ha investito sul miglioramento dell’alfabetizzazione e sul fornire ai suoi cittadini incentivi per impegnarsi in opportunità di alfabetizzazione che includono istruzione gratuita e assistenza sanitaria. Hangzhou, una delle prime città che apprendono in Cina, ha istituito un centro di ricerca per l’apprendimento permanente per valutare l’impegno dell’amministrazione cittadina nel costruire a città che apprende.

Per migliorare il dialogo e la cooperazione tra le parti interessate, nel 2015 la città di Larissa, in Grecia, ha lanciato la conferenza annuale sull’apprendimento della città, da allora i soggetti interessati a livello locale, nazionale e internazionali si sono incontrati per discutere delle iniziative di una città che apprende.
Come parte del suo sviluppo di città che apprende, Limerick, in Irlanda, dal 2011 ha creato il festival annuale dell’apprendimento permanente, passando negli anni da 70 a 250 eventi gratuiti, che consentono alle persone di conoscere e di sperimentare le opportunità di apprendimento della città.
Mayo-Báleo è in Cameroon, qui l’approccio alla città che apprende è relativamente nuovo, e l’enfasi è stata posta sul coinvolgimento dei cittadini e sull’istituzione di comitati di coordinamento locali per promuovere dal basso idee, soluzioni e progetti educativi. In Giappone, nella città di Okayama si guarda alla realizzazione degli obiettivi per uno sviluppo sostenibile e ai centri di apprendimento permanente della comunità, con strumenti per monitorare e per misurare i risultati di tali attività. Per promuovere ulteriormente lo sviluppo della città, a Pécs, in Ungheria, hanno istituito un forum che serve da piattaforma agli esperti come a tutti i cittadini.
Surabaya, in Indonesia, ha promosso l’”approccio elicoidale”, che include il coinvolgimento di tutte le parti interessate per garantire che gli sforzi messi in atto per promuovere le opportunità di apprendimento siano rispondenti agli interessi prioritari delle persone.
Nella Repubblica di Corea, a Suwon, una città che apprende di lunga esperienza, coltivano una cultura dell’apprendimento permanente guidata dai cittadini. La città ha creato spazi aperti un po’ ovunque, che consentono alle persone di imparare o di insegnare liberamente agli altri.
A Tunisi hanno istituito uno staff tecnico-amministrativo e meccanismi di finanziamento per sostenere le iniziative della città che apprende. Infine, Villa María, in Argentina, ha implementato una biblioteca mobile e ha trasformato le carrozze ferroviarie in disuso in spazi culturali e di apprendimento.
Forse noi che abbiamo nidi, scuole dell’infanzia, licei e istituti superiori, università, biblioteche e musei, mostre ed eventi di richiamo crediamo di non avere da dare più niente in termini di politiche per l’istruzione e la cultura delle persone. Forse riteniamo che l’istruzione per tutto l’arco della vita non sia competenza degli assessorati all’istruzione delle nostre città. Pensiamo ancora che l’istruzione appartenga alla sfera privata dei cittadini e non riguardi la qualità della vita di una città e dei suoi abitanti.
Viviamo come se la società della conoscenza fosse un’invenzione, una categoria dello spirito, qualcosa che non ci riguarda da vicino, che non impegna pensiero, idee, creatività, visioni e politiche nuove.
Fingiamo di non accorgerci che ogni giorno che passa i saperi ci mancano, vengono meno, che la nostra crisi è una continua erosione di saperi, che ci mancano i saperi per il nuovo, l’inatteso, l’inaspettato. La città che apprende è questa, insaziabile nel suo bisogno di sapere, di conoscere, di avere strumenti nuovi per aprirsi al nuovo, anziché rinchiudersi nelle proprie mura medioevali.
Ecco, le nostre opportunità di istruzione sono ancora a meno della metà, manca il resto della vita. Forse è il caso che i responsabili delle politiche dell’istruzione a livello locale inizino a darsi una mossa, incominciando a pensare cosa c’è di nuovo da fare.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Se la scienza non fa cultura

Non c’è da stupirsi dei tanti “novax” in un paese come il nostro in cui ci si può ancora vantare con vezzosa prosopopea di non capire nulla di matematica, di rifiutarsi di giungere a compromessi con le nuove tecnologie. Tutta gente che sguazza nell’epoca della post-verità tra bufale e pregiudizi e qui non c’è vaccinazione che ti possa salvare se non tornare a praticare la scienza in modo diffuso e capillare.
Siamo il paese in cui è nata la scienza moderna con Galileo Galilei, ma che dall’abitudine al pensiero scientifico ha divorziato, basti pensare all’avarizia di ore che i programmi delle nostre scuole riservano allo studio della matematica, della fisica e delle scienze naturali. Non abbiamo nemmeno conoscenza del nostro corpo che pure è l’ambiente naturale con cui più conviviamo, che ci dovrebbe essere familiare, invece la nostra salute è totalmente delegata al servizio sanitario nazionale, di conseguenza basta poco alla nostra ignoranza per intasare un pronto soccorso.
I tesori e le meraviglie che fanno la cultura della nostra terra non ci sarebbero se dietro non avessero la scienza, la fatica della ricerca, non le ipotesi metafisiche ma il linguaggio matematico. Noi abbiamo riassunto tutto nel vanto della cultura umanistica, così nelle nostre scuole anche del pensiero scientifico siamo riusciti a farne una narrazione.
Un paese che non ha cultura scientifica è un paese che non fa innovazione, è un paese più fragile, un paese più esposto, come accade, al contagio dell’anti-scienza.
Eppure il mercato e il futuro hanno fame di scienza. I dati dell’Istat dimostrano che i più alti livelli di occupazione si registrano tra i laureati dell’area ingegneria industriale e dell’informazione e tra i laureati dell’area delle scienze matematiche e informatiche. Contemporaneamente però i dati ci dicono che l’Italia ha troppo pochi laureati nelle discipline scientifiche e questo perché spendiamo poco in formazione. Di conseguenza il ridotto investimento colpisce proprio ciò di cui avremmo più bisogno: crescere una cultura scientifica con investimenti in strumenti, laboratori e personale preparato a partire dalla scuola primaria e secondaria dove si forma il pensiero e si indirizzano le scelte degli studenti.
In realtà è parecchio che la cultura scientifica costituisce un’emergenza per il nostro paese come per il resto dell’Europa. Da tempo le università hanno lanciato il segnale d’allarme di un costante e sensibile decremento delle iscrizioni ai corsi di laurea scientifici, fino alle più recenti difficoltà a trovare insegnanti di matematica da impiegare nelle cattedre del sistema formativo.
Le nostre scuole non riescono ad appassionare al pensiero scientifico, perché la scienza che vi si pratica è nozionistica, fatta di formule e nomenclature, di procedure già date, non affascina le menti, non impegna cervelli e intelligenze, non muove dalle “hypotheses fingo” alla scoperta. Dovremmo trovare i mezzi per alimentare le nostre scuole con le conoscenze sempre più profonde che si vanno maturando alle frontiere del sapere. Può più una puntata di Superquark o Planet Earth di un intero curricolo scolastico.
È che qui sono in gioco cose pesanti come il futuro della società, lo sviluppo economico e la ricerca di soluzioni alle emergenze ambientali e sanitarie a livello locale come globale.
Occorrerebbe che lo stesso impegno che viene profuso per i beni culturali fosse riservato anche ai beni scientifici, che anche loro sono beni culturali, patrimonio e storia della nazione; brilliamo per le manifestazioni artistiche, molto meno per le manifestazioni scientifiche, perché la scienza non fa turismo, non fa circolare il denaro.
Siamo ancora il paese di santi, poeti e navigatori, un paese che non considera cultura la scienza, un paese in cui è un vanto mandare a memoria gli endecasillabi della Divina Commedia, ma non ci si vergogna di ignorare la semplicità e l’eleganza della formula di Einstein: E=mc².
Eppure più dei prodotti artistici sono le conquiste della scienza che nel corso della storia hanno mutato l’immagine che l’uomo ha di sé.
A sessant’anni di distanza forse avremmo bisogno anche noi della nostra Conferenza di Woods Hole. Gli Americani la tennero in Massachussetts nel 1959 preoccupati di essere superati dai Sovietici che avevano lanciato nello spazio lo Sputnick. Di questo accusarono i loro programmi scolastici che non davano abbastanza enfasi allo studio delle scienze e della matematica. Allora decisero di impegnare le migliori menti del paese per riscrivere i programmi scolastici. Cosa che da noi non si è mai fatta. Forse è giunto il tempo di provvedere, non perché ci sia in gioco una cortina di ferro, ma perché in gioco è la cortina tra noi e il futuro.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Inventori del futuro

Mentre l’ultimo report dell’Ocse segnala ancora una volta la distanza del nostro sistema formativo dal mondo del lavoro e, guarda caso, contemporaneamente alla mobilitazione degli studenti contro le esperienze di alternanza scuola lavoro, la Pearson, multinazionale di servizi per l’educazione, contraddistinta dal motto “always learning”, apprendere sempre, di report pubblica il suo: “The future of skills employment in 2030”. Insomma il futuro dell’occupazione da qui a circa quindici anni.
Si tratta di una ricerca che la Pearson ha condotto sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito in collaborazione con la fondazione Nesta per l’innovazione. Sebbene lo scenario non sia il nostro, in tempi di globalizzazione matura è difficile pensare che le indicazioni che se ne possono derivare non valgano anche per noi.
I risultati indicano una relazione particolarmente forte tra capacità cognitive di ordine superiore e futura domanda professionale: abilità relative al pensiero sistemico, capacità di riconoscere, capire e agire su interconnessioni e feedback nei sistemi sociotecnici, capacità di giudizio e processo decisionale, analisi dei sistemi e valutazione di sistema. La futura forza lavoro avrà bisogno di un’ampia base di conoscenze oltre a quelle caratteristiche più specializzate che saranno necessarie per occupazioni specifiche.
Del resto già il Research Council aveva avvertito che una combinazione di abilità cognitive intrapersonali e interpersonali: flessibilità, creatività, iniziativa, innovazione, apertura intellettuale, collaborazione, leadership e risoluzione dei conflitti, è essenziale per stare al passo con il XXI secolo.
Qui si pone il tema del rapporto tra formazione e occupazione per quanti nel 2030 si presenteranno sul mercato del lavoro e che attualmente frequentano il primo ciclo del nostro sistema scolastico.
La prospettiva che si trovano di fronte è quella di una vita lavorativa in cui dovranno mutare diverse occupazioni e per questo sarà necessario possedere una molteplicità di competenze facilmente trasferibili da un ruolo all’altro. Un quadro che contrasta con l’organizzazione dei nostri curricoli scolastici ancora impostati sull’apprendimento di contenuti e di abilità procedurali simili a prescrizioni o a ricette da seguire. Oggi i sistemi formativi di tutto il mondo sono davanti alla sfida di preparare i giovani a una reinvenzione incessante di se stessi e a impieghi che ancora non esistono.
Da questo punto di vista la nostra scuola caratterizzata dall’individualismo e da una aspettativa di carriere lavorative uniformi non può più funzionare. Nel futuro prossimo prioritarie saranno le capacità di collaborazione, comunicazione e risoluzione dei conflitti per affrontare situazioni complesse che richiederanno contributi multidisciplinari. Le nostre aule sono troppo rivolte al passato, con insegnamenti fondati sulla presentazione di contenuti e di istruzioni, è come se continuassimo a formare studenti destinati a girare la manovella di una pianola, quando il futuro ha necessità di studenti che imparino ad improvvisare in una jazz band.
Eppure non mancano le opportunità per invertire la rotta. Globalizzazione e automazione, digitalizzazione e media possono costituire potenti strumenti per preparare i nostri studenti a una vita di intelligenza collaborativa, a creare spazi digitali, ad elaborare linguaggi creativi. I media oggi consentono la simulazione in aula, offrono agli studenti la possibilità di “indossare i panni” di molti ruoli professionali prima di entrarvi. In rete esistono programmi e ambienti di programmazione gratuiti che danno agli studenti l’opportunità di essere produttori, di formarsi all’innovazione, all’iniziativa e al lavoro di squadra.
La chiave da tempo sottolineata a livello mondiale dalle ricerche più avanzate sull’apprendimento, rispetto alla quale le nostre scuole sono in grave ritardo, è l’apprendimento per problemi, l’apprendimento per progetti, fare delle classi dei laboratori dove sia normale apprendere lavorando. Tutte cose che da noi non si praticano perché il focus resta ancora tenacemente incentrato sulle singole discipline, sulle materie tra loro disperatamente isolate.
Apprendere per problemi consente agli studenti di apprezzare la rilevanza della loro preparazione in classe e di essere consapevoli dei modi multidisciplinari con cui la conoscenza accademica può migliorare il mondo reale.
Abbiamo innanzitutto bisogno di reinventare i nostri modelli educativi ormai obsoleti, ma il vero e più grande ostacolo che in questo processo abbiamo di fronte non è l’apprendimento, ma il disimparare, imparare a disimparare ciò che ci fa da ostacolo all’innovazione.
Una sfida centrale del nostro tempo è la creazione di supporti intellettuali, emotivi e sociali che consentano agli studenti di svolgere il difficile compito di disimparare continuamente i vecchi metodi di istruzione, mentre contemporaneamente ne imparano di nuovi. Se ciò avrà successo, gli studenti saranno presto gli inventori del loro futuro.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Apprendere da Dublino

Se masticate un po’ di inglese vi invito a visitare il portale della città di Dublino. Il Citizens Online si presenta con quattro parole chiave che sono la sintesi della vita in una città: vivere, lavorare, apprendere, eventi.
Colpisce “learning”, apprendere, che nei portali dei nostri Comuni non ha cittadinanza, quel “learning” che si accompagna inscindibilmente al “living” e al “working”: vivere, lavorare, imparare, il telaio delle nostre esistenze, le opportunità che ci attendiamo dalle nostre città.
Il “living” di Dublino propone le cose da fare in città, le informazioni essenziali per i turisti, come raggiungere e visitarne i luoghi, l’orgoglio del rapporto del suo popolo con la cultura.
C’è scritto che Dublino offre il palcoscenico di una città costruita in centinaia di anni di storia, dove le persone sono il vero cuore della città che la rendono uno dei posti migliori in cui vivere.
Questo orgoglio per la propria storia e la propria cultura dovremmo apprenderlo anche noi, come vorremmo anche noi vivere in città in cui sentire l’orgoglio delle pubbliche amministrazioni per la qualità dei propri cittadini. Da questo punto di vista nelle nostre città, in generale, si respira ancora un’aria assai viziata.
Viviamo tutti, ormai, in città globali, al cui interno risiedono molte culture; come a Dublino anche per le nostre strade risuonano le voci di lingue diverse. A noi la cosa sembra mettere paura, inquieta, ci fa sentire esautorati di chissà quali sicurezze e tradizioni. Siamo sospettosi, anziché vantare con orgoglio la vita in una città a cultura poliedrica, cosmopolita e vibrante, orgogliosa del suo ricco passato che continua a guardare al futuro.
Il portale presenta Dublino come la città in cui il mondo crea, lavora, apprende, si diverte e cresce, un po’ di megalomania che non guasterebbe neppure alle nostre città.
Il fatto è che Dublino negli ultimi decenni è diventata un centro di servizi mondiali, ospitando una cultura aziendale diversificata: servizi finanziari, Ict, scienze della vita, industrie creative, biotecnologie, tecnologie mediche e farmaceutiche.
Se pensiamo alle nostre città ci rendiamo conto dei nostri ritardi, dell’impreparazione di tanti amministratori, della cultura che ci manca e delle nostre gestioni da strapaese.
La storia di Dublino risale alla fine del 1980 quando era una città industriale in declino con un alto tasso di disoccupazione e un basso livello di istruzione. La sfida, allora, fu quella di cambiare questa situazione facendo di Dublino una città della conoscenza. Una scommessa prodigiosa in cui combinare investimenti tradizionali con nuove modalità di capitalizzazione.
La città è riuscita in questo passaggio attraverso l’organizzazione delle forze di cambiamento attorno all’agenzia per sviluppo locale e all’ufficio del sindaco, con il sostegno del governo irlandese. Sono state seguite due strategie convergenti: attrarre le compagnie multinazionali dell’high-tech e investimenti, offerte di lavoro poco costose, lavoratori preparati e incentivi fiscali.
Dublino ha sfruttato in modo intelligente il vantaggio di appartenenza dell’Irlanda all’Unione Europea, acquisendo l’accesso ad una considerevole quantità di fondi per finanziare la propria strategia. L’adesione all’UE si è rivelata un vantaggio per l’Irlanda che ha reso il paese uno dei luoghi preferiti per gli affari delle aziende multinazionali.
Il Governo Irlandese ha giocato un ruolo equilibrato per il miglioramento strutturale di Dublino. Ha emesso potenti linee guida per sostenere le trasformazioni in atto, in particolare incitando altre città irlandesi a seguire l’esempio di Dublino e promuovendo la creazione di agenzie per lo sviluppo locale. Inoltre, è stata vitale e trainante per il successo la partnership tra il settore pubblico e quello privato. Nonostante Dublino sia riuscita a superare una serie di problemi e si sia sviluppata come una città della conoscenza di successo, continua i suoi sforzi per rafforzare la sua posizione come una delle città più importanti della conoscenza a livello mondiale.
L’Irlanda vanta una delle forze lavoro più giovani e più istruite in Europa, con oltre la metà dei giovani tra i 30 e i 34 anni che ha completato l’istruzione terziaria, persone altamente qualificate ed entusiaste che fanno progredire le attività d’impresa, la forza lavoro di Dublino è composta da alcuni dei migliori talenti nazionali e internazionali.
Con il 57% di studenti provenienti da tutto il mondo Dublino è diventata un punto di riferimento internazionale per quanti intendono proseguire negli studi, per la sua ricchezza di opportunità di conoscenza, una lunga tradizione di centri di apprendimento, educativi e di comunità, e una vasta gamma di istituzioni di terzo livello tra cui scegliere.
Questo, in primo luogo, è il risultato di Dublino città della conoscenza. Ecco perché nel suo portale appare la parola chiave “learning”, apprendimento, inseparabile dalla vita e dal lavoro delle persone.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una città da sfogliare

Ormai leggiamo i libri con accanto il personal computer o lo smartphone per approfondire immediatamente, attraverso la ricerca in rete, riferimenti, richiami e scoprire i luoghi evocati. Sono soprattutto le città con le loro strade teatro di avvenimenti che animano le narrazioni, dal quartiere ebraico di Praga reso famoso da Kafka alla Londra di Dickens avvolta dalla caligine che domina la città. Ma c’è una strada, in particolare, rimasta impressa nell’immaginario della nostra infanzia: la via Pal di Budapest, che non è un’invenzione letteraria di Ferenc Molnár. Esiste veramente, assieme a Via Práter dove si trova la scuola che veniva frequentata dai ragazzi e, ora, cinque di loro stanno lì, sul marciapiede di fronte, immortalati nel bronzo in una scena vivissima di un verismo eccezionale.
L’uso dello spazio come memoria non solo di personaggi e avvenimenti, ma memoria di pagine letterarie, di citazioni. Le nostre città rivivono nei racconti, perché non conservare nel ricordo queste apparizioni, queste comparse, questi sguardi?
È l’idea che suggerisce la mappa delle citazioni, della città narrata nell’altrove letterario, è la ‘Mappa letteraria di Milano‘, progetto interattivo dell’associazione Quarto Paesaggio e sviluppato su uno strumento semplice e noto a tutti come Google Maps, verrà presentata ufficialmente al BookCity, nel capoluogo lombardo, dal 16 al 19 novembre. La mappa ormai vanta 700 citazioni e il coinvolgimento della gente impegnata a segnalare opere e autori, righe estrapolate dalle pagine della letteratura di tutti i tempi.
L’etnologo di Marc Augè lascia il metrò per risalire in superficie, non più la memoria di generali e battaglie affidata alle stazioni sotterranee del metrò parigino, ma la vita di sopra, oltre il mondo ctonio, che si dilata nelle pagine dei libri.
A Milano l’hanno pensata per Google Maps, così però si ha un’app che per ogni via è un archivio di citazioni non molto differente da una mini biblioteca in rete: luoghi e citazioni fuori dal contesto. Un uso erudito, ma poco urbano, potremmo dire.
Meglio sarebbe se l’idea prendesse concretamente corpo nel tessuto urbano della città. Ritrovare quelle citazioni nei luoghi e nelle strade da cui sono nate, restituire ai luoghi lo sguardo dell’immaginario che hanno ispirato, consentire a chi vi passa di rivivere quel sentire letterario, di percepirne nell’ambiente concreto le emozioni, le sensazioni o di inseguirne con la mente i suggerimenti. Aggiungere al panorama della città il panorama inaspettatamente aperto da una citazione. Dovremmo pensare ad un’architettura urbana della citazione, ad un arredo urbano della citazione o a un uso smart della citazione capace di integrarsi nei luoghi e far rivivere le suggestioni dei loro autori.
Sfogliare la città, girarne le pagine come un libro. Le pagine sono le sue vie, le sue strade, le sue piazze, vicoli, luoghi e cantoni. Strade che si prestano a formare le pagine di un parco letterario da sfogliare camminando, assaggi di libri che possono incuriosire, invogliare a recuperare le trame di quelle citazioni, un modo per rendere famigliari le opere e la loro lettura.
L’abitudine a vivere in un contesto di cultura e di conoscenze. Non solo vie intestate alla memoria dei grandi da ricordare e semmai da emulare, ma strade, piazze, luoghi capaci di trasmettere le emozioni che hanno prodotto in altri, capaci di parlare al pensiero, all’immaginazione e non solo alla memoria, non solo al ritenere ma anche all’agire.
Un accorgimento per mettere in moto il sapere, per esporre il nostro patrimonio di cultura e di arte, non solo quello conservato dai musei e dalle biblioteche, ma anche quello che ai musei e alle biblioteche può condurre, può sospingere.
Non solo la letteratura è ricca di citazioni che coinvolgono i luoghi delle nostre città, ma anche il cinema e la pittura. Quante citazioni delle nostre città sono recuperabili nella produzione cinematografica e pittorica. Perché lasciarle alla dimenticanza, all’oblio, perché lasciarle alla nostra coazione a bruciare memorie, immagini e sequenze, a fermare mai l’istantanea.
Cambierebbe il paesaggio urbano se le nostre strade, le nostre vie, le nostre piazze diventassero anche i luoghi dove trovare riproposte le citazioni letterarie, cinematografiche e pittoriche a cui hanno dato luogo, che hanno ispirato. I prodotti della creatività umana ci sarebbero più famigliari, farebbero parte del nostro paesaggio quotidiano, renderebbero meno anonima la nostra esistenza, e ci abituerebbero fin da piccoli, con innegabili vantaggi, ad abitare i prodotti della cultura, della conoscenza, del sapere e della ricerca umana. Ci abituerebbero a vivere l’apprendimento non come un evento ma come una piacevole consuetudine.
Potremmo incominciare anche noi a costruire per la nostra città la mappa delle citazioni, annotandole di volta in volta, si può anche iniziare con Google Maps per non perderne memoria, ma avendo di vista come progetto di mutare il nostro paesaggio urbano dando ad esso un senso che non sia solo della commemorazione sulla targa di una via.
Potrebbe cambiare il nostro modo di abitare in luoghi che nella maggioranza dei casi sono tali solo perché ci si è domiciliati e ci si transita, luoghi spesso senza storia che si sono guadagnati la ribalta della storia nei prodotti artistici di cui è capace l’uomo. Dimensioni che restano sulla carta, nelle parole, nelle sequenze di un film, nel pennello di un pittore, lontane dai luoghi della loro origine dove potrebbero costituire la scenografia capace di dare significato a un modo più umano di stare insieme e di abitare.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le virtù del buon senso

Sembra di essere ritornati ai tempi andati quando a risolvere le questioni bastava un po’ di buon senso. A rivalutare il “buon senso” ci ha pensato il Miur con un progetto in collaborazione con la casa editrice Laterza, la Rai e l’Istat. Non si può che salutare positivamente l’intenzione di educare i nostri studenti, anche se di soli nove istituti superiori su tutto il territorio nazionale e in via sperimentale, all’uso del buon senso, uno di quegli attrezzi che sembrano dimenticati, la cui frequentazione non nuocerebbe neppure agli adulti.
Perché il buon senso? La ministra Fedeli dichiara che così si educano le nuove generazioni, fornendo loro strumenti e conoscenze, a interpretare e a comprendere i fenomeni e le questioni che interessano la società in cui viviamo. Un modo per attrezzare i giovani e fornire loro gli anticorpi contro le fake news della rete, ponendoli nella condizione di sviluppare capacità logiche e dialettiche confrontandosi su posizioni diverse, fino a realizzare, al termine del percorso, un prodotto che potrà essere un saggio breve, un reportage, un dibattito, un video o uno spettacolo teatrale. Al progetto parteciperanno numerosi partner qualificati: testate e reti televisive, giornali, web media, teatri, associazioni, scuole professionali, istituti di ricerca e fondazioni culturali.
Il progetto suggerisce alcuni interrogativi. Innanzitutto perché intestarlo al “buon senso”. Pareva che fino ad ora la scuola fosse impegnata a fornire competenze, anche se su quest’ultime regna ancora un po’ di confusione, rispetto alle nozioni e alle conoscenze, che quelle sono chiare, sono scritte nei libri di testo e nei programmi, ma il buon senso è davvero una novità, forse perché uno lo dà per scontato, come l’attenzione, il ragionamento e quegli altri ingredienti del fare e dello stare a scuola.
“Buonsenso” il dizionario nota che è la capacità naturale dell’individuo di valutare e distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno, e di comportarsi in modo giusto, saggio ed equilibrato, in funzione di risultati pratici da conseguire.
Così naturale poi non deve esserlo se è necessario sperimentare l’educazione al buon senso nelle nostre scuole per carenza tra i nostri giovani di un sano, pragmatico buon senso, che evidentemente non può mancare ai tanti soggetti che sono stati chiamati all’appello da questo progetto.
Il buon senso, dunque, se anche innato, va imparato, ne va appreso l’uso, chiama in causa la capacità di pensare e la capacità di giudizio. Torna alla mente l’Etica nicomachea di Arsistotele, la terza virtù chiamata appunto “buon senso” (gnòme), che consiste nel giudicare rettamente.
Aristotele direbbe che il progetto del Miur punta a formare individui “benevoli” (eugnomones), vale a dire che giudicano rettamente e sono dotati di buon senso, cioè sono in grado di formulare un giudizio retto ed equo, virtù alla quale, secondo Aristotele, diamo il nome di comprensione.
Buon senso quindi uguale a comprensione, procurandosi gli strumenti per comprendere la realtà che sono sempre gli stessi: conoscenza, ricerca, confronto dei dati.
Ma quello di formare al giudizio retto ed equo non dovrebbe essere compito di tutta l’istruzione dalla scuola dell’infanzia alle superiori? Cosa si fa a scuola che non sia questo? Perché solo gli studenti di nove istituti dovrebbero essere formati al buon senso e gli altri no? Si sono accorti al Miur della contraddizione?
La scuola di tutti e per tutti quale deve essere? Quella del progetto “Buon senso” o l’altra?
Indubbiamente quella del “Buon senso”. E allora l’altra, quella ben più ampia che non è coinvolta, è una scuola che non è, è una scuola che lavora per obiettivi che non servono ai giovani per comprendere il mondo in cui vivono, per difendersi dalle bufale, per comprendere la complessità del tempo e della società che abitano?
Un’idea buona rischia di denunciare una scuola cattiva. O piuttosto la verità è che siamo in ritardo, che si è compresa la strada del cambiamento che dovrebbe essere intrapresa da tutto il nostro sistema formativo, ma che si è ancora impotenti a dare corpo, idee, e organizzazione a questo cambiamento. Si tentano timidi episodi qua e là senza riuscire ad andare a sistema, perché la nostra scuola è anche un corpo molle che resiste al cambiamento.
Se il cuore del sistema formativo di una nazione è quello di formare i propri giovani al “buon senso”, nell’interpretazione aristotelica, uscire dal sistema formativo forniti degli strumenti che consentono di interpretare la realtà in maniera retta ed equa, allora è con questo sguardo che dobbiamo ripercorrere tutta l’organizzazione del nostro sistema scolastico, dalla formazione dei suoi docenti fino agli esiti dei suoi studenti.
Per di più il progetto “Buon senso” del Miur ci suggerisce che questo è un obiettivo che la nostra scuola non ce la fa a perseguirlo da sola. La pluralità di soggetti che si è dichiarata disposta ad aiutarla induce inevitabilmente un’altra riflessione, e cioè che il nostro sistema formativo, di fronte alle nuove sfide, di fronte ai nuovi obiettivi non è più autosufficiente, non è più in grado di fare da sé.
È giunto il tempo che non si può più fare scuola solo nelle aule, non si può più fare scuola solo con gli insegnanti, ma ormai sono chiamati all’appello il territorio e i suoi soggetti. L’idea che fare scuola è cosa larga chiama in gioco chi ogni giorno sperimenta e lavora, chi ha esperienza in ciò che si discute e si ricerca sui banchi di scuola. Questo dialogo, questo travasare i contributi di chi è esperto, di chi può fornire risorse e conoscenze ai percorsi di apprendimento degli studenti deve divenire il modo normale di apprendere in un sistema formativo dinamico, che dalla scuola esce per muoversi sul territorio e che dal territorio ritorna alla scuola per ritracciare le mappe della conoscenza.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi