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Il desiderio di previsioni sul futuro

All’inizio di un nuovo anno il discorso sul futuro prende la forma di bilanci e di previsioni. I bilanci si basano sui fatti e le previsioni sulle speranze. Soprattutto a queste cerchiamo sostegno negli oroscopi. Il futuro ci attrae e ci inquieta al tempo stesso. Ci riferiamo al futuro per parlare di dimensioni diverse: l’avvenire nostro, del Paese o del mondo, per parlare di una crescita che non appare all’orizzonte. Cerchiamo di colorare la parola futuro di significati buoni, riferendoci ad esempio, allo sviluppo sostenibile o alle conquiste scientifiche e alle meraviglie dell’innovazione tecnologica.
Le emozioni esistenziali legate al pensiero del futuro non cambiano. Anche se la scienza dei ‘big data’ si propone di leggere le tendenze leggendo il presente, il futuro resta incontrollabile, né potrebbe essere altrimenti. Pur disponendo di una mole di dati più alta, non abbiamo l’impressione di una maggiore prevedibilità delle vicende umane. Il futuro, tanto quello storico quanto quello personale, si sottrae a qualunque previsione. Nella nostra vita fronteggiamo spesso eventi che non abbiamo voluto: facciamo i conti con la scarsa capacità di pianificare le nostre azioni e, ancor più, di controllare quelle degli altri.
Oggi viviamo il futuro con maggiore ansia e sconcerto rispetto al passato. La ragione sta forse in una velocità del cambiamento superiore a quella che siamo in grado di metabolizzare. Inoltre, il cambiamento prende spesso la forma di una sfida, perché ci chiede competenze nuove per abitare il presente e ci trasmette la percezione di un inseguimento continuo delle novità, inseguimento in cui ci sentiamo perdenti. Mentre si esalta un’idea di individuo artefice del futuro, padrone delle scelte, libero di decidere, si diffonde la percezione di essere in balia di eventi grandi e incontrollabili.
Le nostre pratiche quotidiane incidono nella costruzione del futuro. Mentre pensiamo il mondo, lo costruiamo con il nostro linguaggio e le categorie con cui lo interpretiamo. Persiste nella mente di ognuno di noi, ancorché frustrata dalle evidenze, un’idea di futuro come progetto razionale e controllabile, come passaggio lineare dal bene al meglio, come possibilità di un punto di approdo a cui arrivare, una condizione in cui finalmente sarà possibile riposarci, trovare la riva. E’ così, se scriviamo un pezzo o eseguiamo un compito, diciamo con soddisfazione “fatto” per trovarci di nuovo di fronte all’ansiogena lista delle cose che restano da fare. Siamo condannati ad un domani che riproduce le questioni di oggi e che genera di continuo compiti, domande, sfide la cui responsabilità è solo nelle nostre mani.
Parlare di futuro in termini sociali significa evocare un mondo migliore o peggiore, ma diverso. Il discorso sociale sul futuro non può che avere al centro l’apprendimento: inteso come istruzione e riflessività, come capacità di riconoscere e integrare le differenze. Pensiamo il futuro come un magazzino di possibilità, una serie di orizzonti che si spostano con noi man mano che avanziamo lungo l’asse dei presenti successivi. Non possiamo andare oltre nelle capacità di previsione. Il modo migliore per immaginare altre vite è comprendere il presente, senza demonizzarlo, rafforzando la pratica di “congetture razionali”.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi e Social Media Marketing. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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La sindrome della rana

Quando Jean Paul Sartre scriveva “L’età della ragione” pensava di raccontarci le vicende di un gruppo di giovani impegnati, negli anni immediatamente precedenti l’ultimo conflitto mondiale, a conquistare ‘l’età della ragione’.
Da allora sono trascorsi i decenni e con i decenni anche la ragione ha cominciato a risentire degli acciacchi del tempo, tanto che i nostri giovani devono prepararsi ad entrare “nell’epoca della non ragione”, come è stato definito l’avvento del nuovo millennio da Charles Handy, uno dei più grandi guru del management internazionale.
Un mondo rovesciato, un mondo oltre lo specchio. È il destino che già provano i nostri giovani, istruiti in un mondo e per un mondo che è diverso da quello in cui si trovano e si troveranno a vivere. E questo sarà ancora per molto tempo il loro male di vivere.
È la sindrome della rana del famoso esperimento di fisica che finisce bollita, perché non si accorge che la temperatura dell’acqua sta alzandosi.
Questo accade quando i tempi cambiano e noi continuiamo a non renderci conto che dobbiamo cambiare con essi, o siamo terribilmente in ritardo lungo questa strada.
Ho l’impressione che questo sia lo specchio della situazione in cui versa il nostro Paese. Ogni giorno pare un bollettino di guerra, come conseguenza di un’ostinata resistenza o come una arresa a un cambiamento che siamo costretti a subire nostro malgrado.
Eppure la maniera di impadronirci, di governare il cambiamento anziché subirlo, ci sarebbe e consiste nell’intraprendere con coraggio la strada maestra della discontinuità.
Il cambiamento di per sé non è né una crisi né una calamità che ci vengono imposte.
‘Cambiamento’ è solo un altro modo di dire ‘apprendimento’. Le persone che imparano di continuo sanno anche lasciarsi condurre dal cambiamento e vedere nel mondo che cambia una fonte di opportunità, non di problemi. È come dire se volete essere padroni del vostro cambiamento, date più importanza all’apprendimento.
‘Imparare a imparare’, è da tempo che lo sappiamo, sul tema c’è un’ampia letteratura che risale al secolo scorso, eppure pare che sia molto difficile da tradurre in pratica, tanto che le nostre stesse scuole e università non sembrano in grado di fornire i nostri giovani di questo strumento necessario a vivere domani qualunque sia la società che si troveranno di fronte.
Non possiamo nasconderci che nella maggioranza dei casi, salvo significative eccezioni, il nostro sistema formativo è ancora il luogo in cui si comunicano problemi che sono già stati risolti da qualcuno, dove le risposte stanno già da qualche parte, o in fondo al libro di testo o nella testa dell’insegnante. Dove imparare significa trasferire le conoscenze da una mente all’altra, dal docente al discente. Questo è tutto fuorché apprendimento, niente che abbia alcuna attinenza con l’idea di cambiamento.
Apprendimento è un continuo interrogarsi, formulare domande a cui la teoria fornisce risposte da verificare nella pratica, dando luogo a riflessioni, innescando nuove domande che alimentano il ciclo continuo dell’apprendimento, dell’imparare a imparare, della formazione di competenze.
È questa la ruota della vita. Chi ne esce si fossilizza e diventa un peso per gli altri. Il problema è che, per la maggior parte di noi, e per la maggior parte del tempo, la ruota non gira. S’inceppa o si blocca.
Scriveva George Bernard Shaw che ogni forma di progresso dipende dalla donna e dall’uomo irragionevoli, che non si adattano al mondo, ma insistono nell’adattare il mondo a se stessi.
A ben riflettere è quello che fanno i bambini, per i quali la ruota dell’apprendimento gira ad alta velocità. Ma noi adulti siamo riluttanti al cambiamento, e pare che solo le crisi e le calamità ci spingano ad agire.
Certo fare girare la ruota dell’apprendimento è difficile. Per alcuni non parte mai. Sono le persone che non hanno domande e non cercano risposte. Soddisfatte delle loro certezze e dei loro punti di vista. Questo però non può e non deve accadere nelle nostre scuole, che devono essere il luogo per eccellenza delle discontinuità, dell’incertezza, del dubbio, gli unici ingredienti che possono alimentare le intelligenze, l’apprendimento continuo come costante dell’esistenza di ogni singolo individuo.
Si crede di avere imparato quando si conoscono le risposte, come in un quiz televisivo. Un’idea davvero strana, di sapere come somma di risposte. Tante stringhe per ogni occasione. Come dire, la morte di ogni crescita, di ogni cambiamento.
Se imparare fosse come studiare, il ciclo dell’apprendimento si arresterebbe ad ogni fase di studio. Fortunatamente è molto di più, perché è un atteggiamento, un’abitudine di vita, una forma mentis, un modo di pensare e di crescere. L’apprendimento non si misura con gli esami e con i test, ma col progredire delle esperienze, della capacità di indagare, di comprendere e di verificare.
Tutto ciò non è mai né automatico né meccanico, richiede energie, riflessione, coraggio, supporto.
Imparare non è scoprire quello che altri già sanno, ma è risolvere problemi, interrogarsi finché la soluzione non diventa una nuova parte della nostra vita.

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I bambini di Giove

Non c’è un sapere per i bambini e uno per i grandi. Una delle tante stupidità su cui costruiamo e abbiamo costruito ragionamenti inutili. C’è il sapere punto e basta. Che si può apprendere a tutte le età, se incontri uno che te lo sappia insegnare. E questa è la difficile, stupenda professione del maestro.
È sempre la grande idea del tutto a tutti, che non ha smesso d’essere valida da quando, circa quattro secoli fa, il ceco Comenio lanciò al mondo la sua sfida pedagogica. Non sono trascorsi cinquant’anni da che Bruner ne ha fatto la base del suo ‘apprendere ad apprendere’, convinto che sono sufficienti una palla ed un muro per spiegare anche a un bambino di tre anni il concetto di rifrazione.
Certo bisogna saperlo fare. Per questo si diviene ‘maestro’ agli altri, a prescindere che si insegni alla scuola dell’infanzia o all’università, nella bottega o per la strada.

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La copertina del libro

È questo che dimostra Franco Lorenzoni, rendendoci partecipi di un anno di scuola con i suoi ragazzi, nel libro che Sellerio ha pubblicato a ottobre, “I bambini pensano grande”. Ci narra che è possibile un’altra scuola, una scuola di pensieri, di matematica e di filosofia profonda. Una scuola come tutte le scuole dovrebbero essere, dalla parte di chi cresce e crescendo stupisce e si interroga, vive l’originale avventura di chi si incammina verso la conoscenza.
Il succedersi dei giorni nella classe di Lorenzoni ha l’anima intelligente, capace di ‘interlegere’, delle bambine e dei bambini per i quali nulla è troppo grande per il solo semplice fatto che loro sarebbero troppo piccoli, così si ritrovano a parlare dei numeri pazzi, per poi giungere, con rigore e metodo scientifico, alla scoperta dei numeri non razionali.
Ognuno non è solo a guardarsi crescere come spettatore di sé, ma nella relazione con le compagne e i compagni apprende l’arte del dialogo, l’ascolto, il saper interrogarsi, fino a penetrare la profondità delle cose. Si dialoga con Anassimandro, Talete, Pitagora, Socrate, insieme ci si avventura ad esplorare la caverna del mito di Platone, ad apprendere dalla tragedia greca e dalla tragedia della vita, come può essere l’improvvisa morte di un compagno.
Una scuola che entra nella scuola, in questo caso quella di Atene, dipinta da Raffaello, dove gli alunni, sebbene appena decenni, non provano timidezze nei confronti dei personaggi lì rappresentati. Dialogano con loro, come si dialoga con il passato e i suoi grandi, con loro si immedesimano fino a decidere di metterli in scena, fino a ridisegnare la pittura di Raffaello perché “Il disegno è te che non sei te”, come alcuni di loro hanno a scrivere.
La cifra didattica è condurre i ragazzi all’origine dei saperi, la scuola si offre a loro come terreno della conoscenza in divenire, luogo di conquiste e di scoperte, istante dopo istante, giorno dopo giorno.
È la scuola dove alunne e alunni pensano grande, la scuola di Franco Lorenzoni, maestro a Giove di Terni. Qui Giove non è solo il nome del piccolo comune umbro, è davvero una profezia, una vocazione per il mito, l’arte, la scienza, la cultura classica, il teatro, il corpo. Per esplorare le strade dell’umanità e del sapere che sono giunte fino a noi, a partire da quel mondo che un giorno di oltre 2000 anni fa si è provato a disegnare un certo Eratostene di Cirene.
È la scuola dove nel dialogo tra maestro e alunni si susseguono le ‘sorprese illuminanti’, le ‘sorprese produttive’ che spianano la strada all’accesso in territori sempre nuovi, ad accogliere le sfide lanciate di volta in volta dal sapere, per conoscere sempre di più. Un sapere mai già confezionato, un sapere di fronte al quale sei chiamato a ripercorrere con le tue compagne e con i tuoi compagni la stessa fatica con la quale l’umanità prima di te è giunta a conquistarlo.
La grandezza della scuola che il maestro Franco Lorenzoni sa mettere in pratica non dovrebbe stupirci per la sua singolarità, ma per la nostra ottusità, per i nostri ostinati ritardi, per i nostri continui mancati appuntamenti, per i debiti che le nostre banalità culturali, le nostre pigrizie istituzionali, le nostre colpe politiche hanno accumulato nei confronti dell’infanzia e dei giovani in generale.
Lorenzoni non viene dal nulla, Lorenzoni non è un artista dell’istruzione, Lorenzoni è un professionista colto e preparato come dovrebbero essere tutti coloro che praticano la professione docente, è un professionista che nella pratica didattica quotidiana ha saputo condurre a sintesi decenni di ricerche e di riflessioni pedagogiche. E come Lorenzoni riconosce, l’origine è la stessa che ha guidato Lodi e Ciari e altri come loro per tanti anni, ripercorrendo l’insegnamento del maestro di Bar sur Loup, Célestine Freinet, agli inizi del secolo scorso.
Per troppo tempo questo nostro Paese, che ancora resta “Il paese sbagliato” denunciato da Mario Lodi, si è messo a posto la coscienza celebrando i suoi vari maestri eccellenti, per poi continuare tranquillamente tutto come prima, nella più totale indifferenza e se mai lasciandosi trasportare dal reflusso delle grandi questioni pedagogiche come grembiule sì, grembiule no!
Ma bisogna avere dell’infanzia non l’idea di un tempo senza la parola, da trascorrere nei giochi perché inadatto alle cose dei grandi. Questa è l’infanzia che noi continuiamo a raccontarci, ma non è quella vera delle bambine e dei bambini, come tali li definiamo con quella orrenda, fuorviante etimologia da ‘bambo’, cosa sciocca.
Gli alunni di Giove con il loro insegnante praticano la potenza della loro età, la peculiarità, la ricchezza inaspettata d’essere bambini, come dovrebbe essere ogni giorno nella scuola di tutti.
I loro pochi anni non sono qualcosa che li sminuisce, al contrario consentono loro di “pensare grande”, meglio dei grandi stessi, perché per loro è più semplice, perché crescere incammina sulla strada del difficile, dell’arduo, della scoperta e dello stupore. Non saranno artisti, ma degli artisti hanno i doni, l’occhio, la parola acuta nella sua spontaneità, l’originalità e la pregnanza dello sguardo, l’ostinata curiosità.
Ma è necessario che ogni bambina e bambino incontri sulla sua strada adulti davvero convinti che le età dell’infanzia valgono in sé e per sé, che sono un’età a tutto tondo, non un’età incompiuta, non qualcosa che ‘manca di’.
Semmai è proprio il contrario, sono gli adulti ad aver qualcosa di meno dei bambini, perché hanno perso della crescita la freschezza e la capacità semplice, immediata di interrogare e dialogare in confidenza con la vita.

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Gli ambienti dell’apprendimento nel tempo delle reti

Per una bambina di un anno una rivista è un Ipad che non funziona [vedi]. Tra i 2 e i 4 anni: 4 bambini su 10 usano uno strumento touch screen per giocare o guardare video. I nuovi schemi mentali consentono di usare intuitivamente il medium senza pensare, hanno effetto sulla percezione del corpo e dello spazio, ad esempio la tastiera entra stabilmente negli schemi motori.
Ho riflettuto su questi temi nel corso di una conferenza organizzata da Daniela Cappagli nell’ambito del ciclo promosso da Istituto Gramsci e Istituto di storia contemporanea di Ferrara e rivolto agli insegnanti. Ragionare sui cambiamenti indotti dalle tecnologie sull’apprendimento significa assumere che le tecnologie non sono semplici strumenti, ma pratiche condivise che cambiano le abitudini e le opportunità per gli individui e che creano un nuovo ambiente. Per definizione un ambiente propone sfide di adattamento.
Il termine nativi digitali sottolinea la discontinuità nei modi di utilizzare le tecnologie delle generazioni cresciute al tempo di Internet. Non si tratta però di un concetto anagrafico, ma cognitivo ed esperienziale: è una questione di capacità. Le conseguenze delle tecnologie della comunicazione nella costruzione dell’identità e delle relazioni non sono interpretabili in termini di fuga verso il virtuale. Le reti divengono luoghi del quotidiano, segnati dalla condivisione di esperienze con un numero ampio e indefinito di persone. Si crea un nuovo spazio sociale in cui entrano anche persone mai incontrate dal vivo. Mentre si riducono le distanze relazionali, si crea un’identità fluida e flessibile, ma talvolta precaria e incerta. Cresce l’influenza dei legami deboli, vale a dire dei legami esterni alla famiglia e ai gruppi ristretti, ma le reti non sono egualitarie: non tutti i membri di una comunità usufruiscono gli stessi vantaggi dall’appartenenza ad una stessa rete. Si apre un nuovo contesto di informazioni, che ha aspetti positivi e negativi. Quelli positivi hanno a che fare con l’esplorazione (la rete dilata i contesti entro cui fare esperienza del mondo esterno. Ciò vale per la dimensione privata e individuale quanto per quella pubblica e sociale) e lo scambio di risorse attraverso le sharing practice.
Quelli negativi sono stati fin troppo richiamati. Rischi di superficialità, distrazione, imitazione, persuasione, solitudine, ansia. Più interessante la linea di analisi che sottolinea le trasformazione del funzionamento cerebrale, per effetto di un sovraccarico cognitivo e l’impossibilità di assimilare l’eccesso di informazione o per l’esternalizzazione di funzioni come la memoria.
Diverse ragioni rendono indispensabile che gli insegnanti si misurino con le sfide proposte dal nuovo ambiente del Web. Il Web è una palestra per imparare ad abitare i luoghi sempre più complessi del nostro quotidiano. Il web richiede competenze: competenze tecnologiche sempre più raffinate e competenze sociali per gestire i diversi contesti di relazioni in cui siamo coinvolti, governare gli spostamenti da uno all’altro e per renderli coerenti o almeno non dissonanti tra loro.
Si ampliano le opportunità di espressione creativa: la possibilità di realizzare progetti, di lavorare insieme, di pensare con le mani. Soprattutto, si ampliano gli ambienti di apprendimento informale, quelli più rilevanti per la nostra formazione.

Maura Franchi  è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi e Social Media Marketing. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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LA RIFLESSIONE
Internet, un ambiente ‘wow’

Una riflessione sulla rete come ambiente e sulle implicazioni che ciò comporta a livello cognitivo, identitario, relazionale: questo l’intervento di Maura Franchi ieri pomeriggio alla sala Agnelli della biblioteca Ariostea.
Il punto di partenza è considerare internet non più come uno strumento che si può decidere di usare o non usare, ma iniziare a considerarlo un ambiente, cioè “qualcosa di imprescindibile, perché non possiamo fare a meno di abitarlo”. È un passaggio che i cosiddetti nativi digitali non hanno più nemmeno bisogno di fare perché il loro uso delle tecnologie è del tutto intuitivo, non è una questione anagrafica, ma di capacità: la “discontinuità” è segnata dal fatto che l’utilizzo delle tecnologie digitali ormai “è inscritto nei loro schemi mentali”.
La questione diventa quindi essere consapevoli dell’ambiente in cui ci muoviamo, saperne riconoscere sia i rischi sia le opportunità, e compiere così il passo successivo: “dal rifiuto e dalla paura all’inclusione e alla cittadinanza”.
Quali sono dunque le implicazioni a livello di identità e di relazioni? Ormai abbiamo superato la distinzione on/off line, siamo continuamente ‘all line’, per questo la rete è diventata il luogo non solo della “narrazione del sè”, ma della nostra “costruzione identitaria”: l’identità perciò non si forma più attraverso l’interazione con gruppi sociali ben definiti, ma attraverso la condivisione con un numero ampio, aperto e indefinito di persone. Il risultato è un’identità senz’altro più fluida e plurale, ma più precaria e incerta. È infatti inevitabile chiedersi se l’aumento di persone con cui entriamo in contatto significhi una maggiore libertà di confrontarsi con diverse prospettive, oppure implichi il rischio di essere spinti verso identità preconfezionate, perché internet registra ciò che si fa e dice ciò che si vuole. È probabile che siano vere entrambe le cose e che l’importante sia rendersi conto che sta a noi utenti, per rimanere nella metafora dell’ambiente, decidere quale strada prendere. In altre parole la rete è evidentemente una risorsa di relazione, ma è necessario essere consapevoli che la distribuzione di capitale sociale rimane ineguale, da qui la necessità di possedere competenze sociali per gestire i diversi contesti e il moltiplicarsi delle interazioni.
L’altra domanda che si è posta Maura Franchi è che tipo di ambiente sia la rete: è “il paese dei balocchi”, ma non nel senso che forse molti di voi immagineranno. Il web è “un luogo ricco di stimoli”, “non completamente riferito al qui e ora del quotidiano”, in cui avviene “uno spostamento simbolico e pratico verso un’area ludica” e “un’ibridazione gioco-vita”. Il punto di contatto con il processo di apprendimento è “l’eterna sorpresa”: in fondo l’apprendimento è anche “la sorpresa, la meraviglia di conoscere una cosa che prima non si sapeva”. Perché non cercare di sfruttare tutto ciò come molla all’azione e all’apprendimento informale? La chiave è insomma stimolare pratiche condivise e un uso generativo, non passivo, della rete.

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Maura Franchi, “Il Paese
dei balocchi: riflessione
sugli ambienti di apprendimento
nel tempo delle reti”

FERRARA
Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea
Martedì 11 novembre 2014, ore 17
Conferenza della professoressa
MAURA FRANCHI
su
Il Paese dei balocchi: riflessione sugli ambienti di apprendimento nel tempo delle reti

Introduce Daniela Cappagli
Saluto dell’Assessore alla Pubblica Istruzione Annalisa Felletti
(nell’ambito del ciclo « Viaggio nella comunità dei saperi. Istruzione e democrazia » a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia contemporanea di Ferrara)

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La Super Estate di Baltimora

Da noi l’estate è tempo di vacanze e di centri ricreativi estivi dove appoggiare i figli quando ancora si lavora e le ferie sono lontane. È soprattutto l’idea che con la scuola si chiude, sia fisicamente che mentalmente.
La città di Baltimora, nello stato del Maryland (Usa), è invece all’avanguardia per l’apprendimento estivo. Qui la riflessione è mossa dall’attenzione e dalla preoccupazione per gli apprendimenti dei ragazzi. Certo, l’estate è un’occasione spensierata per i giovani, ma rappresenta anche un momento in cui gli studenti possono perdere saperi e importanti competenze apprese durante l’anno scolastico.
Quando tornano a scuola in autunno, impiegano, in media, un mese per recuperare il livello di preparazione a cui erano giunti alla fine dell’anno scolastico. Si verifica cioè quello che è definito come “caduta di apprendimento”.
Il fatto è che essa colpisce soprattutto gli studenti più fragili, i quali perdono almeno due o tre mesi in più rispetto agli altri, soprattutto nel recupero della lettura. Tutto ciò diviene una catena che porta ad accumulare ritardi e svantaggi che finiranno, con l’andare del tempo, per produrre insuccesso, quindi mortificazione e sfiducia in sé, fino all’abbandono scolastico.
Ma gli studenti che partecipano all’apprendimento estivo e alle altre attività di arricchimento possono trascorrere l’intera giornata nella loro scuola e progredire nell’apprendimento, così, quando inizia il nuovo anno scolastico, sono pronti per imparare e affrontare nuove sfide educative, non mancano viaggi, attività sportive e occasioni di divertimento.
L’idea che ha funzionato è stata quella di mettere insieme le risorse della città, scuole, istituzioni, privati, associazioni no-profit per migliorare e aumentare l’offerta di programmi e di servizi a disposizione dei giovani durante l’estate, dalle elementari alle superiori, di offrire loro attività di apprendimento diverse e alternative a quelle scolastiche, spesso routinarie.
L’arricchimento estivo spazia dalla alfabetizzazione alla robotica, dal recupero dei crediti, ai corsi di apprendimento accelerato.

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Ragazzi al Baltimore super summer

A queste iniziative, patrocinate dal “Baltimore city public schools” (Bcps), oggi partecipano oltre cinquemila studenti e l’80% di questi segue programmi come “Leggi per riuscire meglio!” e “Pensare insieme”.
Le attività di “Super summer”, così si chiama l’iniziativa dell’apprendimento estivo, sono pubblicizzate durante tutto il corso dell’anno attraverso lettere a casa, manifesti e volantini, fiere dedicate all’apprendimento, pubblicità sugli autobus, spot radiotelevisivi, oltre al sito web e a un call center dedicato.
I dati delle iscrizioni, sondaggi e focus group hanno evidenziato che per i genitori ciò che più conta è la sicurezza dei figli, il controllo, il cibo e il trasporto, le relazioni socio-affettive, ma soprattutto la qualità delle esperienze di sostegno agli apprendimenti scolastici e che le attività coprono l’intera giornata.
Nel 2012, per la prima volta, sono stati offerti programmi estivi “ponte”, di preparazione cioè al passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado, alle superiori e al college, oltre a programmi di avviamento al lavoro.
L’obiettivo di questa super estate, condivisa da tutta la città, è fare delle scuole e della esperienza scolastica dei giovani qualcosa che riguarda e appartiene a tutti. La scuola è così sempre aperta, la scuola e il successo scolastico di ogni singola ragazza e di ogni singolo ragazzo non è affare e interesse privato, ma impegno e interesse di tutta la comunità.
Il comitato Baltimore super summer, che programma e coordina l’estate d’apprendimento, inizia a cercare partner e a pianificare le proprie attività appena l’estate termina, in modo che già a marzo sia possibile l’iscrizione dei giovani.
Non solo le scuole sono importanti per la buona riuscita di questo progetto, ma negli anni è cresciuto il numero di aziende e società private che concorrono a sostenerla, offrendo attività, materiali, sponsorizzazioni.
Le attività della super estate per gli organizzatori non sono né scuola né dopo scuola, ma un modo per partire dagli interessi dei ragazzi, per favorire nuovi apprendimenti, per promuovere interazioni tra loro e scambiare informazioni, per rendere le scuole strutture pienamente disponibili, coinvolgendo genitori e insegnanti in occasioni di riflessioni sulla scuola, sulla didattica, sui curricoli.
La perfetta integrazione tra le offerte estive e i programmi delle scuole consente agli studenti di disporre per tempo di un catalogo dove poter scegliere tra le diverse opzioni di studio e di attività, inoltre la frequenza della Super summer ha dimostrato di avere un effetto positivo sulla loro frequenza scolastica per comportamento, atteggiamento e rendimento.
A noi questa Super estate di Baltimora sembra l’espressione di una buona e auspicabile alleanza tra scuola e territorio.

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Chicago, la città dove l’apprendimento non finisce mai

È possibile abbattere la barriera che divide l’apprendimento a scuola dall’apprendimento fuori della scuola? Ci ha provato con successo Rahm Israel Emanuel, attuale sindaco di Chicago e già Capo di Gabinetto di Barack Obama. Emmanuel è forse l’unico politico ad aver condotto la sua campagna per l’elezione a sindaco su una piattaforma di riforma della scuola. Una volta eletto ha mantenuto gli impegni, mettendo la città di Chicago a disposizione dell’apprendimento continuo: “Where learning never stops”.
Chicago City of Learning è il primo sforzo del genere che si realizza in una grande città degli Stati Uniti, lo seguiranno i sindaci di Los Angeles, Dallas, Columbus, Pittsburgh, Washington.
Un’iniziativa innovativa che interconnette le opportunità di apprendimento per i giovani in modo da consentire ad ognuno di perseguire e sviluppare i propri interessi.
Attraverso CCOL, che dispone della piattaforma online https://chicagocityoflearning.org/, bambini e giovani, dai quattro ai ventiquattro anni, possono intraprendere sempre nuovi percorsi di conoscenza, esplorare le numerose risorse della città e scoprire cosa fare e apprendere, accumulando crediti, un portafoglio elettronico, archiviato nel badge personale che garantisce il riconoscimento permanente dei risultati ottenuti attraverso le proprie attività.
Il badge digitale registra di volta in volta il livello a cui si è giunti, le conoscenze e le abilità acquisite in una varietà di contesti di apprendimento non tradizionali. Più si progredisce, più si amplia la possibilità di nuove e più avanzate esperienze, di conoscenze più approfondite e di opportunità speciali. I crediti acquisiti, infatti, consento ai giovani di accedere a stage, a posti di lavoro e sono riconosciuti sia come credito scolastico, sia per l’accesso ai college.
Chicago City of Learning muove dalla convinzione che nessuna istituzione da sola può preparare i nostri giovani per il loro futuro, che l’apprendimento non si può esaurire tra le pareti delle aule scolastiche.
Mette a disposizione dei suoi giovani cittadini tutte le risorse della città, le sue organizzazioni, le scuole, le sue agenzie e le istituzioni culturali, perché operino in sinergia per sostenere i loro percorsi di apprendimento e di formazione, a partire dai quattro anni fino ai ventiquattro, li guidino e li assistano nell’esplorare e approfondire i loro interessi, sviluppare i loro talenti, scoprire le loro passioni, e in questo modo iniziare a tracciare i loro percorsi di vita verso il futuro.
Chicago City of Learning è il prodotto di una potente collaborazione tra le istituzioni civili e culturali che si preoccupano profondamente della città e dei suoi giovani.
L’apprendimento connesso sfrutta le possibilità dell’era digitale per rendere il sapere più ricco e più rispondente alle esigenze e alle opportunità del nostro tempo.
Le conoscenze, si sa, persistono più a lungo, sono più durature quando si collegano alla vita di chi studia, quando gli apprendimenti scolastici si connettono agli interessi che i giovani coltivano al di fuori della scuola, quando trovano supporto nelle reti sociali che incoraggiano hobby e abilità, che forniscono la possibilità di creare e produrre cose reali nel mondo reale, consentendo di tracciare percorsi chiari e personalizzati in grado di guardare avanti.
Accedendo alla piattaforma ChicagoCityOfLearning.org/CPS e creando il proprio account, il giovane utente può scegliere sia attività divertenti, sia percorsi di apprendimento, online o da vivere nel proprio quartiere o, ancora, attività organizzate dai partner del progetto come biblioteche, musei, parchi, associazioni e ancora altro.
Quando i partecipanti apprendono una nuova abilità o si impegnano in un programma, guadagnano crediti che vengono memorizzati direttamente sul badge, andando ad arricchire il proprio “portafoglio elettronico” che vale per la scuola come per i potenziali datori di lavoro.
Ogni volta che un giovane guadagna crediti, riceve suggerimenti per affrontare nuovi percorsi di apprendimento, altri programmi e attività che possono essere interessanti. Pertanto viene invitato a “salire di livello”, ad ampliare o approfondire le proprie conoscenze, ad acquisire competenze nuove. I giovani possono collegare una opportunità di apprendimento a quella successiva, una attività svolta in classe ad una online, a un programma di quartiere o di una istituzione cittadina.
«I learn best when… I can be myself» è la filosofia di Chicago City of Learning, in sostanza si apprende meglio quando si può essere se stessi.
Si tratta di esperienze che ci consentono di toccare con mano il nostro provincialismo e i nostri ritardi. Viene da sorridere a pensare alle timide iniziative di “scuole aperte” di casa nostra, spesso asfittiche e ben lontane dal respiro e dalla prospettiva, dal disegno programmato di un sindaco e di una città orgogliosi di essere “campus” di apprendimento per i propri giovani.
Che cosa ci vuole per diventare una Città di apprendimento? Ci vuole crederci. Amministratori e politici che riescano a capire che non c’è futuro per la città se non si investe sui giovani e sulla conoscenza.
L’istruzione non è più compito da delegare in esclusiva allo Stato centrale, sempre più è compito di cui avere grande e rinnovata cura a livello locale, perché sono i saperi e i giovani la ricchezza del presente e del futuro della nostra città.
Gli strumenti ci sono, a partire dalla valorizzazione delle autonomie scolastiche, aprendole al dialogo con l’intera città, coinvolgendole in un progetto condiviso, chiamandole a rendere conto del loro operato.
Una città per l’apprendimento, “Where learning never stops”. Perché farlo? Perché le nostre ragazze e i nostri ragazzi meritano d’essere incoraggiati al piacere della scoperta, all’esplorazione, a promuoverne la curiosità, la resilienza e le competenze del ventunesimo secolo, vivendo in modo compiuto la loro città e tutte le risorse che essa offre. Perché è questo, forse, l’unico vero modo per insegnare loro a rispettarla. Perché è un potente aiuto a mantenere e consolidare quanto appreso sui banchi di scuola, perché lo sviluppo di competenze e l’esperienza degli stage promuovono la possibilità di riuscita nel lavoro, perché si riducono le differenze e gli svantaggi, perché è offerta a tutti, senza distinzione, l’opportunità di sviluppare i propri talenti e le proprie ambizioni.

Ignoranza

Il costo dell’ignoranza

«Se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza». Questa frase pronunciata da Derek Bok, quando era rettore di Harvard, sintetizza bene il lavoro di Giovanni Solimine, Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza.
Pagina dopo pagina, dati alla mano, quelli dell’Ocse, Solimine traccia il profilo di un Paese, il nostro, senza sapere. Povero di competenze funzionali, debole per qualità del capitale umano, per la sua scarsa ‘manutenzione’, così nel tempo l’emergenza formativa si è tradotta in ‘costo dell’ignoranza’ che la nostra società non è in grado di sopportare.
Dirigenti, imprenditori e professionisti leggono meno dei loro dipendenti, se si tiene conto di tutti i generi di lettura, non per scarsità di tempo libero, ma per la tipologia piuttosto ‘limitata’ dei loro interessi culturali. Ne derivano per il paese bassi livelli di sviluppo, scarsa produttività, debole innovazione, oltre a costi individuali e sociali.
Nel Bel Paese, culla dell’arte e della cultura, nessun museo figura tra i dieci più visitati al mondo. I Musei Vaticani sono al sesto posto, ma non sono italiani. Bisogna scorrere fino al ventunesimo posto per trovare la Galleria degli Uffizi, il primo degli italiani.
La scuola non prepara, le imprese sono arretrate e per questo sempre meno competitive. Il nostro, è il paese dello scarso investimento in capitale umano, della crescente sfiducia che l’istruzione possa rimediare alle diseguaglianze tra le persone e tra le generazioni.
Una società poco ‘colta’ è destinata ad essere costantemente in affanno rispetto alle sfide della contemporaneità. Cultura, scrive Solimine, non è il possesso di nozioni, «ma la capacità di orientarsi in un contesto, di comprendere le logiche di riferimento e di incidere su di esse, di fronteggiare le situazioni di fronte alle quali l’esistenza ci pone quotidianamente».
L’Italia sconta ancora lo scotto di un processo di scolarizzazione e addirittura di alfabetizzazione lento e tardivo. Perché un buon sistema scolastico costa, richiede cura, costanti investimenti, la sistematica valutazione dei risultati. Ma il prezzo che si paga per l’ignoranza è di gran lunga maggiore e ha pesanti conseguenze.
In tanto la dispersione scolastica. Può essere calcolata in un costo di circa settanta miliardi all’anno, pari al 4% del PIL.
L’insufficienza delle politiche scolastiche e per l’infanzia. È ormai dimostrato che la frequenza dell’asilo nido produce effetti di lungo periodo, che giungono a influenzare i voti alle scuole superiori e all’università, fino a tradursi in una migliore riuscita sul mercato del lavoro.
I nostri ministri che vogliono ridurre la durata scolastica sappiano che un anno di più di scuola riduce del 30% il numero degli omicidi, la probabilità di ammalarsi e di ricorrere con ritardo alle cure mediche. Insomma se sul piano individuale i prezzi dell’ignoranza sono alti, sul piano sociale sono semplicemente catastrofici, la stessa qualità della democrazia diminuisce, con gravi danni per il benessere collettivo.
L’Italia ha disinvestito negli anni scorsi in istruzione. Sono diminuiti di molto gli investimenti in scuola e università, soltanto la Grecia e il Portogallo hanno fatto peggio di noi.
Mentre il paese costringe molti dei suoi laureati ad emigrare, abbiamo necessità come dell’ossigeno di una generazione nuova di ‘lavoratori della mente’ a tutti i livelli, a partire dagli insegnanti. Professionisti interessati ad approfondire costantemente i contenuti scientifici della propria attività, desiderosi di sfuggire a una piatta impiegatizzazione, di mettere le proprie competenze a disposizione della comunità, a partire dal luogo in cui sono chiamati ad operare.
Il libro di Solimene racconta di conoscenza e di come conosciamo. Dell’accesso alla conoscenza, della padronanza degli strumenti attraverso cui selezionare, utilizzare, rielaborare i contenuti. Oggi come non mai la conoscenza è benessere individuale e collettivo, un benessere che non si misura con il reddito, ma in primo luogo nella possibilità di stare bene, di vivere responsabilmente in mezzo agli altri, di essere inseriti in un tessuto sociale forte e coeso.
Pagine ricche di spunti per chi abbia voglia di riflettere sul proprio mestiere di insegnante e di studente, per quanti ritengono che la conoscenza non ha età, non ha fasi della vita, ma la accompagna in ogni istante. Pagine che inducono a riflettere sull’inadeguatezza del nostro sistema formativo, su come ormai siano segnati dal tempo le liturgie e i riti che ancora in esso ogni giorno si celebrano. Un’idea di conoscenza a cui è connaturata la dimensione della rete, propria di questo nostro secolo ventunesimo. Una conoscenza che non riguarda solo chi esercita le tradizionali professioni intellettuali, ma il cui uso viene richiesto quotidianamente nelle più diverse circostanze a tutti i cittadini.
Le dimensioni di questa comunità, di questo ‘luogo di cittadinanza’ per lungo tempo sono rimaste troppo circoscritte e la porta per farvi ingresso alquanto stretta.
Anche noi con Solimine condividiamo le parole, poste in epigrafe al libro, che la giovane Malala Yousafzai ha pronunciato innanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: «Un bimbo, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

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Le priorità del priore

Prima delle elezioni europee, il Presidente del Consiglio diceva: “La scuola è una priorità ed è necessario restituire valore sociale ai docenti”.
Dopo il risultato ottenuto alle elezioni europee il governo del Priore Decisionista, molto probabilmente durante l’estate, decreterà di:
– aumentare l’orario di servizio dei docenti a parità di salario,
– rendere obbligatorie le supplenze per chi è di ruolo,
– diminuire di un anno la durata degli istituti superiori,
– affidare pieni poteri al dirigente scolastico,
– valutare in maniera meritocratica i docenti,
– abolire le graduatorie di istituto,
– eliminare il fondo di istituto,
– cancellare la contrattazione di istituto,
– far entrare soggetti privati nei Consigli di Amministrazione (pardon, Consigli di Istituto),
– far aprire gli istituti scolastici ai privati.
Certo, la mia è una sintesi schematica scritta con il verbo “decretare” al tempo futuro del modo indicativo quindi chiunque potrà criticarla o metterla in dubbio.
Ne sono consapevole ma sono altrettanto convinto che ognuno potrà constatare una buona continuità di intenti nell’intervenire sulla scuola da parte dei governi Berlusconi, Monti e Renzi.
Per rendersene conto, e per verificare se quelle da me indicate siano illazioni, basta pescare a caso fra le molte dichiarazioni recenti del ministro Giannini, dei sottosegretari Roberto Reggi e Gabriele Toccafondi.
Si può quindi essere o non essere d’accordo sul senso di questa continuità e sulle “ricette” scelte dal governo delle larghe intese per “restituire valore sociale ai docenti”.
A me interessa conoscere piatti e sapori nuovi ma penso, nel caso della scuola, che queste “ricette” (non facendo parte della nostra cucina tradizionale) non siano per niente stuzzicanti, siano poco succulente e presuntuosamente piccantissime.
Sembrano piatti preparati in una mensa aziendale dagli arredi allettanti, in cui la bella presenza nasconde prodotti scaduti e scadenti: un luogo insomma dove il numero di stellette guadagnate nelle guide europee è proporzionale al numero delle promesse di rottamazione dei cuochi precedenti.
Preferisco una trattoria dove si mangia in compagnia, dove i piatti sono preparati in casa, con alimenti genuini ed in cui il menu sia presentato chiaramente e corrisponda, nelle portate e nei prezzi, a ciò che effettivamente verrà servito e a quello che bisognerà pagare.
Ad esempio, io preferisco la cucina mediterranea perché offre un giusto apporto di tutti i principi nutritivi essenziali per una buona crescita, dove tutte le portate sono ben condite con la giusta dose di LIPidi [leggi].
Senza di loro, infatti, non ci sarebbero quelle calorie indispensabili per mantenere tutto il corpo sociale in una sana e robusta Costituzione.

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Il triangolo di ferro

Quello che si muove nelle politiche scolastiche di casa nostra pare sempre più non essere tutta farina del nostro sacco. Il triangolo di ferro, usato come metafora per la prima volta dagli analisti politici americani, si è allargato a macchia d’olio nel mondo, fino al mercato dell’istruzione globale.

I triangoli sono i più forti, i più solidi, i più resistenti tra le forme geometriche di base. I cerchi scivolano via, i rettangoli vacillano e i parallelogrammi crollano alla minima provocazione. Ma i triangoli tengono inesorabili ad ogni cambiamento. Ecco perché lo sgabello a tre gambe è robusto, il triciclo stabile e l’antica piramide un trionfo dell’architettura. Se poi il triangolo è di ferro è ancora più duro, più forte e potente. Non a caso per gli analisti politici è la metafora del potere.
Il triangolo di ferro racchiude uno spazio che è praticamente impossibile da penetrare per la gente comune, in modo che le decisioni politiche a favore dei gruppi che contano non siano influenzate dalla pressione esterna del pubblico che ne potrebbe mettere a repentaglio l’efficace conseguimento.
Curiosamente, la metafora del triangolo di ferro è raramente applicata alla politica scolastica, all’istruzione, alla conoscenza. Ma sarebbe davvero da miopi non avvedersi dei segnali che ormai in diversa misura vanno disegnando i sistemi scolastici del mondo globalizzato, sempre più ingabbiati in un triangolo di ferro dalle dimensioni mondiali.
«Grazie del vostro interesse per il principale marchio dell’industria dell’istruzione!»
Così si presenta nel proprio sito web l’Educate, Inc. La compagnia che incorpora politici, universitari e finanzieri privati, di vario genere e provenienza, nel nuovo mondo dell’industria dell’istruzione, della conoscenza, dell’editoria e dell’informazione.
Quali sono le conseguenze dell’enorme crescita di queste compagnie multinazionali?
Solo alcuni anni fa poteva essere ancora difficile misurarne i reali effetti, limitandoci a intuire i prevedibili esiti. Oggi sono sotto gli occhi di tutti, sono quelli di un triangolo di ferro che nell’era della globalizzazione erode spazi ai governi dei singoli paesi, all’autonomia delle scuole, ai diritti degli studenti e delle loro famiglie.
Tutta l’industria della conoscenza globale manifesta chiaramente un unico e inequivocabile indirizzo, quello di uniformare il più possibile l’istruzione e la cultura, in funzione dei profitti da ricavare sul mercato scolastico, dall’uso e dalla produzione internazionale di test, di banche dati, dalla pubblicazione dei libri di testo per il mercato mondiale.
Assistiamo alla crescita di un commercio sempre più controllato dalle corporazioni del profitto scolastico. In definitiva il mercato globale della scuola, dell’editoria, dell’informazione e gli interessi delle compagnie che lo gestiscono finiscono per incidere prepotentemente sulle scelte e sulle politiche dei singoli Stati, che rischiano di restare stritolati tra i lati del triangolo di ferro.
La Pearson, multinazionale angloamericana dei media, leader mondiale dell’editoria e delle banche dati per l’istruzione, ha sede in Inghilterra. Con lo slogan ”Imparare sempre” e con oltre ventinovemila dipendenti è presente in sessanta paesi, tra cui l’Italia. Del gruppo Pearson fanno parte il Financial Times e giganti dell’editoria mondiale come Penguin, Dorling Kindersley, Scott Foresman, Prentice Hall, Addison Wesley e Longman, ampiamente conosciuti anche da noi, almeno attraverso i loro siti internet.
La Pearson fornisce test e software per l’apprendimento agli studenti di tutte le età e di tutto il mondo, esercita, inoltre, un ruolo rilevante nel mondo dell’Ocse-Pisa.
Oggi, secondo la descrizione fornita dalla stessa azienda, i suoi test servono l’industria delle tecnologie dell’informazione e della certificazione professionale, la concessione delle licenze e i controlli di mercato. Dai centri operativi degli Stati Uniti, del Regno Unito, India, Giappone e Cina, l’azienda offre una varietà di servizi per il mercato della valutazione elettronica.
Si va dai test on line per l’ammissione a college e università, ai test per la patente, fino all’occupazione, alle risorse umane e sicurezza, ai servizi finanziari, alla medicina e sanità. Ancora le assicurazioni, i servizi legali, immobiliari, perizie, controlli e monitoraggi.
La Pearson edita The Learning Curve, il rapporto annuale sull’andamento dell’apprendimento nel mondo dall’infanzia all’età adulta, redatto dall’Economist Intelligence Unit. Un’indagine comparativa condotta fra i sistemi scolastici di oltre 50 paesi.
Il valore di mercato che l’istruzione può fornire attraverso l’apprendimento delle competenze è enorme. L’ Ocse stima che la metà della crescita economica dei paesi sviluppati negli ultimi dieci anni discende dall’ aumento delle competenze. Individuare il modo migliore per fornire le abilità di base agli studenti è, quindi, per il mercato mondiale una questione di rilevante importanza.
The Learning Curve 2014, pubblicato lo scorso otto maggio, fa il punto su cosa devono apprendere i paesi per inculcare nei loro studenti le competenze rilevanti per l’economia, come mantenerle e accrescerle negli adulti.
Per il mercato sono vincenti i sistemi educativi che mandano a scuola i bambini presto e dove è alta la pressione delle famiglie e della comunità sociale sulla riuscita del loro rendimento. Anche quando l’istruzione primaria è di alta qualità, le competenze declinano in età adulta, se non sono utilizzate regolarmente. Ciò che conta sul mercato del lavoro non è il numero degli anni trascorsi sui banchi di scuola, ma la qualità delle competenze apprese, che dipende dalla preparazione degli insegnanti.
I paesi asiatici come la Corea del sud, il Giappone, Singapore e Hong Kong che hanno scalato la classifica del Learning Curve Index 2014, scalzando dalla vetta la Finlandia, hanno sistemi scolastici fondati sull’apprendimento meccanico. Gli alunni della Corea del sud, due volte a semestre, sostengono esami che per essere superati richiedono di mandare a memoria da sessanta a cento pagine di nozioni.
Di fronte a questi dati, per tornare alle vicende di casa nostra, sorge il sospetto che l’intenzione annunciata dal nostro ministro Giannini, di anticipare a cinque anni l’ingresso nella scuola primaria e quella, condivisa con il ministro Carrozza, di ridurre a quattro il curricolo delle scuole superiori, anziché essere l’esito di una rigorosa e approfondita ricerca sulle reali necessità del nostro sistema formativo, sia invece espressione della dipendenza anche del nostro Paese dal potere pervasivo del triangolo di ferro che ormai conduce il gioco dell’istruzione mondiale. Non ci resta che attendere il ritorno all’apprendimento a memoria.

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Nella città della conoscenza per i giovani responsabilità concrete oltre i muri della scuola

di Lucia Marchetti

E’ stato un incontro vero tra due interlocutori che esprimevano valutazioni divergenti sulle politiche educative che hanno caratterizzato l’agire recente dell’amministrazione comunale. Su una sponda il sindaco Tiziano Tagliani sull’altra il professor Giovanni Fioravanti. L’incontro che si è tenuto venerdì alla sala dell’Arengo è stato interessante e utile per vari motivi. La premessa era un intervento di Fioravanti sulle pagine di Ferraraitalia che aveva segnalato l’inadeguatezza di quanto fatto: “La città di Ferrara da anni ha rinunciato ad avere un assessorato all’istruzione, quasi che su questo terreno non ci fossero più politiche da realizzare, ma solo servizi da fornire”, invitando a prendere esempio da altre città d’Europa che hanno messo l’idea della conoscenza diffusa al centro delle loro politiche per migliorare la qualità della vita di tutti.

Tagliani ha replicato con calore enunciando i presupposti (centralità dell’investimento educativo, raccordo fra mondo della scuola e mondo della cultura) ed elencando le numerose e diverse iniziative che il Comune ha realizzato (laboratori di educazione all’arte, urbanistica partecipata, educazione civica, sicurezza urbana, educazione ambientale, sperimentazione teatrale) sostenendo che non erano state certamente inferiori a quelle delle precedenti amministrazioni, pur essendo peggiorate le condizioni al contorno. Sembravano due posizioni abbastanza distanti, ma soprattutto sembravano scorrere su binari divergenti, l’uno a difendere la concretezza e la fatica della gestione del quotidiano, l’altro a lanciare lo sguardo oltre l’ambito territoriale, a guardare l’Europa e le nuove sfide educative che pone un mondo sempre più complesso.

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Un appassionato confronto, organizzato da ferraraitalia, su educazione, istruzione, apprendimento e formazione nella prospettiva della learning city. Hanno animato il dibattito il sindaco Tagliani, il prof. Fioravanti e un nutrito gruppo di insegnanti e operatori culturali

Il pubblico, composto in gran parte da operatori scolastici, ha stemperato i toni e gli interventi hanno riconosciuto la ricchezza delle iniziative che sono state messe in campo, molte delle quali si apprendevano in quel momento. Si suggeriva quindi di farle venire alla luce, di ricollocarle in un quadro che esprimesse l’intenzionalità formativa dell’Amministrazione, che insomma rendesse esplicito l’indirizzo culturale che stava alla base delle scelte e le orientava.

L’incontro si è rivelato interessante anche per l’approfondimento che ha favorito sui temi dell’istruzione e della conoscenza, nella prospettiva di una dimensione più ampia di fronte alla quale dobbiamo confrontarci: quella di una cittadinanza europea. E’ forse questa una chiave che potrebbe aiutarci a sviluppare le nuove politiche municipali nel campo della formazione. Tali politiche potrebbero avere due campi di riferimento: le scuole da un lato e la comunità dall’altro.
Le scuole si trovano in una condizione abbastanza difficile per realizzare gli obiettivi europei, causa politiche nazionali dissennate che hanno penalizzato i curricoli e moltiplicato gli inciampi, per cui il riferimento a una municipalità accogliente e interattiva potrebbe aiutare a far entrare i giovani nelle maglie complesse della società, per esercitare direttamente le proprie competenze di cittadinanza.

apprendimentoFioravanti dice che la città deve far sentire l’amore per le proprie scuole e io penso che sarebbe una buona cosa, nello stesso tempo penso sia necessario costruire esperienze in cui i giovani siano messi in grado di ‘prendere in mano’ la città, assumerne la responsabilità. E’ questa la cittadinanza attiva, non può essere agita se si rimane legati ai banchi di scuola.

Il secondo campo di azione delle politiche municipali è la comunità cittadina. Anche qui gli interventi hanno sottolineato la necessità di operare connessioni e di far emergere quanto si fa per migliorare la conoscenza dei meccanismi di funzionamento della città, per diffondere l’informazione in modo più capillare, per creare forme di aggregazione, per dare più potere di scelta a ciascun cittadino. Diventa quindi sempre più importante la conoscenza diffusa per esercitare una cittadinanza autentica, per poter scegliere e in sintesi per poter agire in una prospettiva di libertà per tutti.

Ferrara, secondo Fioravanti potrebbe diventare un luogo di riflessione e di raccordo delle buone pratiche su questi temi, o con un festival del tipo di quelli che si fanno in diverse città d’Italia, o con incontri cittadini: insomma tutto da inventare.
Il sindaco ha accolto con favore tutti i suggerimenti e si è detto disponibile a progettare assieme a coloro che saranno disponibili.

In conclusione può essere utile riflettere sulle parole di Martha C. Nussbaum, che ci ricorda come la democrazia non sia una realtà compiuta ma un processo in continuo divenire che va curato e sostenuto: “Dove va oggi l’istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l’istruzione è ciò che crea quell’atteggiamento mentale… Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è un cavallo nobile ma indolente. Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l’autorità, di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento”.

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Il mercato dei clerici vagantes e la sovranità delle nazioni

Non è affatto vero che con la cultura non si mangia. Emblematico è il caso del Dubai, che dal 2003 ha creato il “Knowledge Village” una zona franca nel mondo, dedicata alla gestione delle risorse umane e all’apprendimento d’eccellenza, con l’intento di promuovere i talenti della propria regione e di fare degli Emirati Arabi Uniti un’economia basata sulla conoscenza.
Le attività del Dubai sono esemplificative del commercio ormai globale dell’istruzione d’eccellenza, quella accademica e universitaria, delle multinazionali nel campo dell’apprendimento che aggiungono un’altra dimensione alla sovrastruttura mondiale delle pratiche e delle politiche educative.
L’Organizzazione mondiale del commercio, gli accordi sulla vendita di servizi, unitamente alle norme che tutelano i diritti di proprietà intellettuale, hanno spianato la strada alla mercificazione dell’istruzione e dei saperi.
La circolazione delle idee, della cultura e delle conoscenze, da che mondo è mondo, c’è sempre stata. Non è nuova. Data per lo meno da quando missionari e colonizzatori portavano le loro culture alla conquista di altre terre, da quando studiosi e studenti viaggiavano per il mondo e alcune scuole nazionali aprivano le loro succursali all’estero. È la storia passata dell’imperialismo culturale dell’Occidente. Non di meno, anche altri paesi al di fuori dell’Occidente hanno contribuito alla circolazione di beni immateriali come il sapere, basti pensare agli studiosi Cinesi in Giappone nel secolo diciannovesimo e ai secolari movimenti internazionali di studiosi e studenti islamici.
Sorprendentemente nuovo nella globalizzazione contemporanea è però il ruolo di produzione di reddito assunto dai novelli clerici vagantes, dalla commercializzazione dei servizi intellettuali, tanto da essere inclusi nella pianificazione finanziaria di nazioni, istituzioni educative e società multinazionali. È ancora il profitto, non altro, ad aver generato la globalizzazione dell’istruzione. Affari che sono stati favoriti dalla liberalizzazione degli scambi per effetto del General Agreement on Trade in Services del 1995, l’accordo generale sul commercio di servizi.
Da allora, in tutto il mondo reti di studiosi e di tecnologie informatiche rendono possibile l’apprendimento online, la circolazione rapida di banche dati, di conoscenze accademiche, oltre alla facilità di muoversi nel mondo per studiosi e studenti. Oggi lo scambio di servizi per la conoscenza coinvolge massicce transazioni finanziarie. Il mercato globale di servizi per l’istruzione è stimato dalla banca americana Merrill Lynch, al di fuori degli Stati Uniti, per 111 miliardi di dollari all’anno con un’utenza potenziale di 32 milioni di studenti.
Lo scambio internazionale dei servizi per l’istruzione è regolato dall’Agreement on Trade-Related Intellectual Property Rights che protegge la proprietà intellettuale delle opere vendute da singoli, università, associazioni e altre istituzioni. Stabilisce i requisiti che in questo campo le leggi dei paesi aderenti devono rispettare in materia di copyright, di indicazioni geografiche protette, di industrial design, di marchi di fabbrica registrati e di numerosi altri ambiti, dai software ai database, ai media, ai digital media e ai brevetti industriali, sanitari e delle tecnologie agricole.
Il libero scambio, sostenuto dalla Organizzazione mondiale del commercio, si fonda sulla teoria dei “vantaggi comparati” formulata dal Ricardo nel diciannovesimo secolo. In poche parole, l’assunto dell’economista inglese afferma che i paesi prosperano prima se approfittano delle loro attività concentrando tutte le risorse su quello che producono al meglio, scambiandoli poi con i prodotti che altri paesi realizzano in modo superiore.
Ma cosa succede se un paese è migliore degli altri nel produrre tutto?
L’Omc afferma che secondo il Riccardo non è possibile che questo accada, perché un paese non può essere migliore in ogni cosa, soprattutto perché dovrà scegliere di investire le sue risorse in ciò in cui eccelle, lasciando i campi di produzione rimanenti agli altri Paesi.
Molto probabilmente Ricardo non poteva sospettare che la sua teoria avrebbe dato luogo alla globalizzazione dei servizi per l’istruzione e alla massimizzazione degli scambi in questo campo.
Quali sono le conseguenze della crescita di queste multinazionali? Mentre l’impatto effettivo è difficile da misurare, se ne possono però intravedere le possibili minacce.
L’industria della conoscenza globale può condizionare la diffusione dei saperi nel mondo, creando standard di uniformità dell’istruzione globalizzata come risultato della commercializzazione internazionale di test, database e, soprattutto, la pubblicazione di libri di testo per il mercato mondiale.
In secondo luogo, le industrie della conoscenza globale potrebbero cercare di esercitare il controllo societario sui contenuti diffusi attraverso le scuole di tutto il mondo. Mentre è sempre possibile che i libri di testo riflettano diversi punti di vista, diverse concezioni, sembra improbabile che gli editori del mercato globale siano disposti a distribuire testi i cui contenuti possono minacciare il loro controllo sul mercato globale. In fine non è da sottovalutare come l’uniformizzazione del mercato del sapere, le società di informazione e di pubblicazione di tutto il mondo possono incidere sulla esistenza delle culture locali.
Si tratta al momento solo di ipotesi, ma Christopher Arup, studioso di diritto della Monash di Melbourne, nel suo The New World Trade lancia l’allarme. Scrive che i servizi, in particolare quelli con un contenuto intellettuale, hanno un’incidenza ben più profonda dei beni di consumo. Arup esprime una forte preoccupazione, perché lo scambio di servizi comprende una quota sempre più crescente del commercio internazionale in generale e il modo in cui vengono forniti i servizi intellettuali oggi può costituire il potenziale per minare la sufficienza economica, la sovranità politica e l’identità culturale delle nazioni.
Se l’Organizzazione mondiale per il commercio rimane una istituzione cruciale per il progresso e la globalizzazione, è però sempre più urgente che gli stati nazionali con le loro istituzioni siano capaci di controllare e di mediare circa gli effetti dell’economia globale, in particolare modo per quanto attiene all’attuale trend assunto dal commercio internazionale delle conoscenze.

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La lingua salvata

Non sarà che ci scopriamo tutti migranti in questo mondo del globale, se non altro per via della lingua che parliamo? Disorientati tra il difendere le nostre radici e il desiderio di aprirci sempre di più alle sfide di internet e della globalizzazione, sopraffatti dall’onda crescente e colonizzante del panEnglish?
La mente torna alle pagine della biografia che Canetti fa di sé con La lingua salvata.
Lui che nasce a Rustschuk, in Bulgaria, sul basso Danubio, naturalizzato britannico, sceglie come lingua madre il tedesco, quella lingua che la mamma “con terrore pedagogico” gli impone. Studierà al liceo di Zurigo e a Zurigo morirà.
Noi, che ancora ci muoviamo nell’angustia dei ragionamenti sui vari bilinguismi e su quanto sia opportuno anticipare l’apprendimento delle lingue straniere, non è che ci possiamo rifugiare nel «ma lui è Elias Canetti!» quando dalle sue parole apprendiamo che già alle elementari parla spagnolo, bulgaro, inglese, francese e subito dopo il tedesco.
È vero, il nostro grande paese, un tempo crocevia di culture, oggi è attraversato da leghismi padani, da velleitarie repubbliche da cortile di casa, da migrazioni di lingue e culture che nella nostra pertinace ottusità fatichiamo ad accogliere e comprendere.
La Rustschuk di Canetti, agli inizi del secolo scorso, era un luogo dove vivevano persone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue, un microcosmo dove circolavano bulgari, turchi, greci, albanesi, armeni, zingari, circassi, rumeni…
Ora anche da noi, se facciamo attenzione, in giro per la città udiamo che il vecchio familiare dialetto sta cedendo il passo ad un moltiplicatore di lingue che non riconosciamo.
Elias Canetti racconta di quando da piccolo, scendendo le scale di casa, dall’appartamento di fronte usciva un uomo sorridente che gli intimava di mostrargli la lingua; e non appena il piccolo Elias la tirava fuori, quello estraeva di tasca un coltellino e diceva: «ora gliela tagliamo». Ma, all’ultimo momento, richiudeva il coltellino con un colpo secco e rimandava il taglio all’indomani.
Non è solo un episodio, lo scherzo di un adulto si trasforma nell’incubo d’un ragazzo che spiega la scelta del titolo La lingua salvata. Perché privarci della nostra lingua è come cancellare la nostra identità, la nostra capacità di pensiero, l’intimità del sentire e degli affetti.
Tove Skutnabb-Kangas, docente all’Università danese di Roskilde e all’Accademia universitaria di Vasa in Finlandia, è conosciuta nel mondo per le sue crociate a favore del riconoscimento dei diritti linguistici umani e per il diritto all’istruzione delle minoranze linguistiche e culturali.
Denuncia che le lingue stanno scomparendo dal pianeta più rapidamente delle specie viventi, in parte, sostiene, a causa della diffusione dell’Inglese. Ma è anche il risultato delle nazioni che non proteggono le minoranze linguistiche e non usano queste lingue come medium dell’istruzione nelle loro scuole.
Contro l’estinguersi delle lingue, e con esse lo scomparire di culture, di tradizioni e di identità, la Tove propone una Convenzione universale dei diritti linguistici umani. In essa afferma che ogni persona ha diritto di identificarsi con la propria madrelingua e vedere questa identificazione riconosciuta e rispettata dagli altri.
Ognuno ha il diritto di apprendere la madrelingua, orale (quando è fisiologicamente possibile) e scritta. In particolare, e questo riguarda soprattutto i figli di prima e di seconda generazione degli immigrati, anche per il nostro paese, di essere istruito prioritariamente attraverso il medium della propria madrelingua, all’interno del sistema scolastico finanziato dallo Stato. Di utilizzare la madrelingua nella maggior parte delle situazioni ufficiali (comprese le scuole). Soprattutto, ogni cambio rispetto alla propria madrelingua, poiché include conoscenze e conseguenze a lungo termine, deve essere volontario e non può essere imposto.
La Tove difende con forza il diritto di tutti i fanciulli a ricevere l’istruzione nella loro madrelingua, divenendo bilingui o trilingui con l’apprendimento della lingua dominante nel paese che li ospita.
Del resto, i dati dell’Ocse sono chiari. Dimostrano che, in generale, la prima generazione dei figli di migranti non raggiunge lo stesso grado di istruzione dei loro coetanei indigeni. Sia per la prima che per la seconda generazione, l’istruzione acquisita dipende dal livello culturale dei genitori.
Per tanto le politiche migratorie dei paesi ospitanti non sono indifferenti, ma incidono sui risultati scolastici dei figli degli immigrati. Dove la selezione di lavoratori stranieri avviene tenendo conto delle necessità del mercato del lavoro, delle qualifiche e dei livelli di istruzione, come in Australia e in Canada, il tasso di preparazione a cui giungono i figli di seconda generazione è circa lo stesso o superiore a quello dei coetanei nativi. All’opposto in Germania, in Belgio e in Italia, dove sono reclutati lavoratori stranieri con basse competenze, i livelli di istruzione raggiunti dalla seconda generazione sono significativamente al di sotto di quelli dei madrelingua.
Secondo i dati Ocse è proprio la lingua a creare lo svantaggio, il non poter studiare e pensare nella propria lingua madre: la lingua è il fattore prevalente che riguarda il rendimento scolastico.
Inoltre, poiché la madrelingua è la lingua del quotidiano, i fanciulli delle famiglie migranti spesso parlano in casa una lingua che è differente da quella del paese ospite.
Noi siamo una nazione con una scuola in teoria attenta alla lingua materna, alla lingua di scolarizzazione e alle lingue europee, ma in pratica molto lontana dall’essere un sistema scolastico plurilingue. Per cui, mentre i ministri dell’istruzione progettano fin dalle elementari lezioni in lingua Inglese, non sono in grado, non solo di procurare i mezzi, ma neppure di pensare a come garantire ai figli degli immigrati il diritto di imparare a scuola per mezzo della loro madrelingua, quella famigliare e di tutti i giorni, come è nel diritto di tutte le bambine e i bambini di questo mondo. Così gli svantaggi per questi fanciulli si moltiplicano e per loro, che hanno il medesimo diritto all’istruzione dei loro coetanei italiani, viene meno il dettato dell’art. 3 della nostra Costituzione, che dovrebbe valere ancor prima di ogni altra disquisizione intorno allo ius soli o allo ius sanguinis.
Eppure è dal 1960 che esiste la Convenzione dell’Onu contro le discriminazioni nell’istruzione. All’art. 5 fornisce una chiara protezione delle minoranze culturali e linguistiche, a partire dai fanciulli migranti. L’Unesco, nel 1999, ha istituito la Giornata internazionale della madrelingua del 21 febbraio.
Ma, evidentemente, anni di governi ignoranti e di leghismi intellettualmente asfittici hanno finito con ottundere le menti di questo nostro paese e rendere cronica la sua miopia.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
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L’occhio di periscopio

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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