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Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)

Chiostri, torri, biblioteche, giardini, orti… A essere svanito nel nulla non è solo l’antico prestigio del “Monasterium in Italia princeps” – come amava definirla Guido il musico – , ma anche la maggior parte dell’intero complesso che un tempo mostrava un’Abbazia di Pomposa molto diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Persino ciò che è rimasto appare in una configurazione differente rispetto a quella originale, a partire dalla chiesa. Quella attuale, dedicata a Maria, era già nel IX secolo di forma tipicamente basilicale: pianta rettangolare e tre navate con abside. Lo stile ravennate-bizantino, evidente nella struttura, era dato anche dall’utilizzo di materiale architettonico proveniente da Ravenna, caduta un secolo prima sotto i Longobardi. La facciata, tuttavia, non è più visibile totalmente, poiché fu inglobata da un atrio costruito in seguito, poi a sua volta demolito per mettere in piedi l’ampliamento che vediamo oggi. Spettò infatti all’abate Guido, un ravennate, la trasformazione dell’abbazia per renderla sempre più imponente e sontuosa, a cominciare proprio dall’aggiunta del nuovo atrio, opera del geniale architetto Mazulo. Egli, ornando l’esterno del nuovo corpo con bacini ceramici, stucchi, marmi, pietre e laterizi intagliati e incisi, consegnò all’abbazia quasi una nuova facciata dal lontano gusto orientale. Accanto all’edificio sacro, non è andato perduto il grandioso campanile, la cui costruzione fu avviata grazie a delle donazioni nel 1063, dopo l’atrio quindi, come ci mostra una lapide dedicatoria posta alla sua base. Simile ai suoi colleghi romanico-lombardi, risulta molto vicino alla chiesa e sembra riproporre il complesso sistema decorativo in laterizio dell’atrio, ma con importanti innovazioni figlie dei nuovi tempi. Prima di entrare, tuttavia, per stupirci delle maestose decorazioni ad affresco e dei pavimenti a tarsia e mosaico, è bene fermarsi ancora un attimo ad ammirare l’atrio addossato alla facciata, perché per la sua fattura è riconosciuto come uno degli artefatti più interessanti dell’arte medievale padana: anche se all’epoca non era il solo nell’area ravennate, è oggi rimasto come l’unico esempio di un insieme di forme a notevole prevalenza orientale. Eppure, anch’esso allora doveva mostrarsi ben diverso. Si è scoperto che la sua superficie era probabilmente intonacata, non si sa come, e allo stesso modo vari altri suoi elementi scultorei.

L’abbazia, che senza remore si fa notare dalla campagna circostante grazie al solenne campanile, è però scrigno e custode di un patrimonio artistico che ha fatto la storia del nostro territorio, e non solo. E se già il contenitore riveste questa importanza, figuriamoci il contenuto! Basta introdursi nell’edificio per notare che quasi non esistono vuoti: l’interno è completamente affrescato, ma non tutto risale allo stesso momento, e qualcosa sarebbe stato anche ricoperto da interventi successivi. Gli affreschi furono l’ultima testimonianza della grande arte pomposiana, e i loro committenti si succedettero nel corso di secoli. Dai tradizionali intenti moraleggianti e didascalici, le raffigurazioni mostrano, a chi è in grado di interpretarle, scene tratte dall’Antico, dal Nuovo Testamento e dalla Storia della Chiesa. Le botteghe che vi lavorarono furono diverse, e il tutto sembra innegabilmente confluire verso l’abside, fulcro del ciclo pittorico, che presenta il Cristo benedicente nella mandorla mistica. Ma un tempo c’era dell’altro. Ogni monastero medievale era sede di studio e cultura, a maggior ragione Pomposa: tra le altre cose, la sua biblioteca di centinaia di volumi è oramai perduta, né si sa dove si trovasse.

La poesia di Pomposa è però solo all’inizio. E’ dal vivo che l’impossibile dialogo tra esseri umani e opere d’arte di un tempo passato diventa realtà. E forse solo i versi di Giuseppe Ravegnani, poeta dimenticato, potrebbero descrivere, a chi non lo conosce, uno dei monumenti italiani più visitati: “In mezzo alla campagna sola stai, / o casa del Signore! / Arde sui tetti il sole; / e le campane / cantan lassù come gran guglie d’oro, / le cui voci, pregando, / un po’ di cielo / donano al cuore di chi va sognando… […]” (La Chiesa dell’Amore, I, 1923).

Vite semplici, luoghi straordinari

Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

Il nuovo piano enigmistico ferrarese

Ieri sera decido di andare a mangiare una bella cotoletta da Settimo con mia moglie. La più buona cotoletta di Ferrara la fanno proprio lì, te la portano nel piatto con una valanga di patatine fritte e uno spicchio di limone. Una sottile spianata di carne di vitello avvolta da una panatura dorata e croccante che un piatto da pizza a malapena riesce a contenere.
Abbiamo prenotato e, tranquilli e beati, attraversiamo il centro a piedi diretti sul posto e già m’immagino il momento del primo boccone.
Dal listone c’inoltriamo in via Cortevecchia e lì vediamo poco distante il dehor con tutti i tavoli già occupati dai clienti. Sfuma l’idea di trovare un posticino all’esterno. Pazienza, l’importante è sedersi e mangiare senza aspettare troppo.
Fatte poche decine di metri, sbuchiamo nella piazzetta e… il boccone immaginario di cotoletta mi va di traverso!
Cristina mi guarda e serenamente mi chiede: “Tu che sai tutto, che cos’è?”
“È… dunque… credo che sia… dovrebbe essere…”
Il boccone di traverso, l’inaspettata geometria bidimensionale sotto i nostri piedi, lo sguardo perplesso di mia moglie su di me. La mia fantasia è presa alla sprovvista ma non posso deludere la sua fiducia.
“Dev’essere senz’altro il nuovo piano di decoro urbano, minimalista e geometrico, con un chiaro riferimento al neoplasticismo di oltre cent’anni fa…”, parlo a braccio, improvviso, non ho la minima idea di cosa sia ‘sta roba.
Ma tanto basta. Cristina fortunatamente m’interrompe: “Aspetta… muoviamoci che s’è liberato un tavolo!”
“Ok, andiamo prima che si sieda qualcuno!” mi affretto a dire.
Il rebus della piazza sistemata come fosse un cruciverbone rimane irrisolto, ci sarà modo di capirci qualcosa, magari quando avremo la pancia piena…
Intanto, cara cotoletta, a noi due!

La Milano romana

Superata Porta Ticinese, ci si ritrova immersi in uno spazio suggestivo: la basilica di San Lorenzo e la fila di colonne che si ergono davanti ad essa.
Queste ultime, costituiscono un reperto della Milano imperiale, si tratta di ciò che rimane di un atrio porticato; ammirandole, isolandole dai palazzi cittadini situati dalla parte opposta rispetto alla basilica, sembra davvero di essere a Roma. Colonne imponenti con tanto di capitelli corinzi si stagliano verso il cielo.

Nove chilometri di storia

di Francesca Ambrosecchia

Nove chilometri di fortificazione proteggono e cingono ancora il centro cittadino. Le mura ferraresi costituiscono uno dei simboli della città rinascimentale.
Un tempo barriera difensiva, edificata per lo più secondo il progetto dell’architetto fedele alla casata Biagio Rossetti, sono oggi elemento architettonico, estetico e storico.
Le mura e lo spazio verdeggiante del sotto mura sono la location perfetta per fare jogging, un giro in bicicletta, portare a spasso il cane o semplicemente per fare una passeggiata.
È un luogo di svago e di ritrovo che riporta al passato, costituendo uno degli emblemi dell’arte militare italiana: baluardi, torrioni, cancelli e porte ci fanno ancora oggi immaginare come operasse la difesa estense all’epoca.

L’ultima chiesa di Biagio Rossetti

di Francesca Ambrosecchia

Dopo un caffè post-pranzo e una chiacchierata sulle panchine di pietra è giunta l’ora di tornare sui libri. Fuori dalla finestra dell’aula studio, Santa Maria della Consolazione è illuminata dal sole. Un sole debole che colora il paesaggio cittadino con le tinte del tramonto.
Attaccata ad una delle sale studio più frequentate della città, specialmente in questo periodo, la chiesa, in via Mortara, è stata una delle ultime opere dell’architetto Biagio Rossetti a inizio ‘500. Si narra che le prime manifestazioni di culto sul luogo fossero iniziate a seguito di un evento particolare: un nobile ferrarese uscì illeso da un assalto di un gruppo di banditi mentre si recava nel suo podere fuori città. Decise successivamente di tornare sul posto portando con sé una tela recante l’immagine della Vergine a cui, con il passare del tempo vennero attribuiti molti eventi miracolosi.
La struttura è particolare per via della sua facciata. È senza dubbio incompiuta. I mattoni sporgenti disegnano una serie di linee orizzontali che ne costituiscono un’effettiva decorazione e la porta principale è situata sotto un piccolo portico che custodisce e protegge l’ingresso in essa.

Carlo Bassi: vedere Ferrara con il cuore

di Andrea Nascimbeni

Questo Natale dell’anno di Grazia 2017 è stato molto triste per me: il primo senza il mio carissimo amico Carlo Bassi, scomparso il 24 settembre scorso. Se n’è andato così, in silenzio, a 95 anni compiuti il 15 settembre. Sommessamente, in punta di piedi – secondo il suo stile – e ha raggiunto la sua adorata Paola nella notte che prelude al giorno senza tramonto. “Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente, o Signore, venne dal tuo trono regale” “Sermo tuus, Domine, a regalibus sedibus venit”. (Antifona al Magnificat del 26 Dicembre).

A Natale 2015, mi scrisse un biglietto (autografo) coloratissimo, con le foto dei fiori di Paola e le parole “……son fiorite/due volte,/quest’anno,/le azalee della Paola/AUGURI CARISSIMI/Carlo”. E lo scorso anno: “…/ho scoperto/nascosti in una busta/questi due scatti/d’antan/ vecchie immagini di tempi felici,/ Voglio mostrarli/perché documentano/i miei amori più grandi./Paola e l’architettura/Paola e la poesia/Paola e Ferrara/Paola e i diamanti/del palazzo/di Sigismondo./Paola….”. Di fronte a queste parole, così semplici e al tempo stesso, così profonde, disarmanti, si rimane attoniti, stupìti, commossi. Sono parole che appartengono al lessico di Carlo, al suo stile, alla Sua cifra umana. Un legame avvincente, quello con la sua Paola che ha sfidato il tempo: lui, architetto di vaglia e lei, insegnante. Risuonano quasi magicamente, i versi di Franco Fortini:
“Qui siamo noi due, qui giunti per ora/ recati dal tempo: tu ancora/ confidi nei giovani anni/ e nella leggera figura/ quand’eri sui compiti ancora./ stupìto ti guardo che vivi.”(A mia moglie).

Ma un legame forte anche con la sua Ferrara.
Che Ferrara fosse bella, Carlo Bassi ce l’ha sempre detto! Nei molteplici frammenti di un discorso amoroso – per dirla con Roland Barthes – Carlo non perdeva occasione per magnificare la città dalle cento meraviglie, in cui era nato 95 anni or sono e nella quale ritornava appena poteva, con la purezza d’animo di fanciullo, con l’incanto di chi contempla, ma con lo sguardo acuto e sapiente dell’urbanista. Occhio e cuore, sempre nuovi, consentivano a Carlo questa nuova impresa: “misurare – sono parole sue – il fascino persistente che segna quella che per me è sempre una mitica realtà urbana, dopo tante vicende e tante sofferenze, anche recenti che gli occhi che guardano e, purtroppo, testimoniano”.
Lungi dal pensare Ferrara immobile, chiusa nella sua storia, silenziosa e altera, orgogliosa dei grandi vi hanno vissuto, portava il nostro a credere e professare che essa è viva. Che ci si muova nel castrum, nell’addizione di Ercole o in quella di Ciro Contini; che ci si trovi immersi nella sacralità metafisica di via Campofranco, in cui la presenza della figura umana non reca turbamento né distrugge l’aura mistica delle voci angeliche delle Clarisse del Corpus Domini; che ci si perda nelle sue strade, come ci si smarrisce in una foresta, avvolti in quella “bruma luminosa che a Ferrara fascia, ingloba”: poco importa. Si tratta di un vedere col cuore in cui Carlo era maestro insuperabile. Sono emozioni che affiorano sempre, in una trama che permea una vita intera e che la lontananza sublima in una dimensione poetica.

Concludo con questo ‘haiku’: “Negato ogni sbocco il calore mutò il carbone in diamante“. Il diamante è carbonio allo stato puro. In queste parole sembra di scorgere tutta la forza con cui Dag Hammarskjöld ha saputo trasformare la sua solitudine, il suo vedere un orizzonte chiuso nella propria vita in una potenzialità. Quando ci vediamo messi all’angolo, impossibilitati a trovare uno sbocco all’infuori di noi stessi, siamo portati a rendere nella sua purezza essenziale quello che noi siamo. Purtroppo vale per il bene come per il male, ovverosia possiamo anche cristallizzare il male che c’è in noi. È il gioco della vita interiore, di Hammarskjöld e di ciascuno di noi, di noi credenti che dobbiamo fare i conti con questa missione ricevuta dal Signore. Chiamatela vocazione, chiamatela – mi si perdoni il gioco di parole – chiamata, chiamatela semplicemente risposta a quello che noi siamo. Dobbiamo capire che anche quando ci viene negato ogni sbocco, in realtà le risorse, le possibilità per trasformare il negativo della nostra vita in qualcosa di estremamente positivo – “il carbone in diamante” – non ci è tolto, anzi, forse ci è facilitato da questo sbocco che manca. E’ Sempre Franco Fortini che parla:
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade
. (lettera).

Accadeva il 24 settembre 2017 a Carlo Bassi.

Gradini di nobiltà nel cuore di Ferrara

di Francesca Ambrosecchia

Da questa scala, forse la più famosa della nostra città, è possibile ammirare piazza Municipale e, spingendosi fino al gradino più alto, aver accesso alle bellissime sale della Residenza.
Sia lo scalone che la piazza risalgono al Quattrocento e sono opera dello stesso architetto, Pietro Benvenuto degli Ordini.
L’architettura della struttura in foto, unisce due stili: quello rinascimentale delle colonne e della cupola e quello medievale che si ritrova nella balaustra.
Come piazza Municipale, un tempo luogo di rappresentazioni rinascimentali, è oggi luogo di passaggio ma anche contesto intimo e racchiuso per l’esposizione di stand o piccole manifestazioni come conferenze e concerti, anche lo Scalone Monumentale o d’onore diventa, soprattutto nel weekend, luogo di raccolta per i giovani che bevono e chiacchierano sui suoi gradini di marmo bianco.

DIARIO IN PUBBLICO
Carlo Bassi e la cultura ferrarese

Vorrei anch’io aggiungere un ricordo, seppur frammentato e incompleto, di Carlo Bassi.
Si parte da una conoscenza che fu tarda e complessa, in quanto coinvolgeva altre figure di spessore che erano e sono imprescindibili dalla mia formazione e dal mio sentirmi straniero in patria. Non tanto e non solo perché la città natale come un pungolo o un rovello la osservavo da fuori le mura come è accaduto a Carlo Bassi, ma nello stesso tempo condizionato da quel principio di ‘ferraresità’ che implacabilmente agisce e si presenta in modo proteiforme: ora come presunzione, ora come rancorosità, ma soprattutto come eredità ineliminabile e condizione di un pensiero.

Carlo Bassi è erede e continuatore di quella tendenza novecentesca alla simbiosi tra l’essere artista nelle più diverse declinazioni e la necessità di narrare questa esperienza, quasi che, secondo il principio del primato delle arti, tutto debba per forza essere ricondotto alla scrittura quale summa della considerazione primaria che descrivere il mondo è crearlo. Un principio per Carlo insopprimibile in quanto in lui agì da sempre la sua formazione cristiana e religiosa, che lo portò non solo a ideare e fattualmente sperimentare il principio di essere il costruttore delle case del Signore, ma d’infondervi la convinzione di una religiosità che è novità, che è ribellione al conformismo ecclesiale. Come appare nel periodo della sua formazione intellettuale, che si esprime non solo nell’apprendistato difficilissimo degli anni più roventi della guerra, ma che immediatamente si attua nella sua esperienza politica del dopoguerra, quando si allea con quelle persone straordinarie che hanno ricostruito intellettualmente l’immagine di Ferrara città fascista per antonomasia nel Ventennio. Giorgio Franceschini, Luciano Chiappini, Paolo Ravenna tra i primi. E mi è motivo d’orgoglio ritrovare nell’intervista che rilasciò nel 2008 a ‘La Nuova Ferrara’, dal titolo assai pertinente ‘Questi silenzi mi turbano’, il ricordo dell’influenza che nell’immediato dopoguerra ebbe il comune maestro e amico, il sardo-ferrarese Claudio Varese:
“Vorrei ricordare tanti amici carissimi da Vittorio Passerini a don Franco Patruno, e poi Claudio Varese maestro e amico indimenticabile mio e di chi lavorava con me a ‘Incontro’ e a ‘Quaderno'”.

L’idea di ricostruire la città anche e soprattutto non solo riconoscendone il volto distrutto dalla guerra e riproposto attraverso gli sciagurati sventramenti del centro per riproporre una mediocre versione della tronfia retorica piacentiniana, ma soprattutto quella di ricostruirne il pensiero soffocato nella silenziosa opposizione al regime attraverso riviste e giornali come quelli da Bassi citati.
Il pensiero proposto attraverso la rielaborazione di princìpi mai traditi mi sembra rendano giustizia alla sua attività di scrittore-critico della storia e nella storia. Dai titoli stessi dei suoi libri più importanti, come la ‘Nuova guida di Ferrara. Vita e spazio nell’architettura di una città emblematica’ del 1981, dove dal titolo stesso si rincorrono termini come ‘vita’ e ‘spazio’. E ancora insistere sull’emblematicità di una città che ha nel suo amatissimo Biagio Rossetti la punta di diamante. Entrano nella visione dell’esplorazione-conoscenza di Carlo la figura del genius loci della città come guida alla riappropriazione dello spazio vitale, come nell’introduzione sottolinea il grandissimo Christian Norbert Schulz. Ma imprescindibili alla lettura sono le righe iniziali, dove Bassi dichiara forte e chiaro il suo intento:
“Queste pagine sono un invito a prendere coscienza del valore degli spazi urbani come trama dell’architettura della città, come canali di spazio la cui configurazione che determina la forma stessa di quell’avvenimento che chiamiamo Ferrara”.
Parole come ‘trama’, ‘spazio’, ‘avvenimento’ rimandano a un universo letterario in cui si costruisce, nel vero senso della parola, una città e la sua forma.
E ancora nella sua opera forse più conosciuta e affascinante, ‘Perché Ferrara è bella. Guida alla comprensione della città’, non a caso introdotta da un poeta e scrittore, Roberto Pazzi. Carlo Bassi, dedicando l’opera a due maestri quali Kevin Linch e Cesare Brandi, sottolinea come è importante saper ‘leggere’ una città attraverso il principio estetico della bellezza, qui non è usata nel senso neoromantico di una forma bella, ma come necessità di scoprire la città attraverso la bellezza.

La vita e le opere di Carlo Bassi hanno lasciato un segno duraturo, cosa non facile nel tempo della smemoratezza come è quello che stiamo vivendo, e anche per me rievocare alcuni ricordi nati dal lavoro comune intrapreso come ‘consiglieri’ di Gae Aulenti nella ristrutturazione del Castello estense significa riannodare le fila con un intellettuale che ha amato e difeso la sua città che spesso sembra perdere il senso di una retta via. Convocati a casa della Aulenti a Milano baldanzosamente speravamo di convincerla a non ristrutturare la sala degli Stemmi togliendo quella patina storica che la vecchia struttura conservava. La Gae ci ascoltò quasi partecipativa, poi con toni non baldanzosi disse che aveva ammirato la nostra difesa del vecchio impianto ma che a lei interessava qualcosa di diverso: arrivare alle radici della storia. Carlo e io ci guardammo con occhio interrogativo, ma la domina era lei!
E posso concludere con quell’apprezzamento che Carlo nella sua generosità esplicitò nell’intervista a ‘La Nuova Ferrara’. Alla domanda se la città ha negli intellettuali di oggi una presa di coscienza più acuta di un passato anche recente, Carlo risponde con queste parole: “Non saprei proprio come definire la vita pubblica di Ferrara: sto a Milano e non ne vivo la quotidianità. Per quello che posso capire, sul problema della condizione della cultura sono perfettamente d’accordo con quanto hanno affermato Gianni Venturi e Piero Stefani. Mi turba molto il silenzio degli intellettuali”.
Una condizione che ancora oggi può sembrare un avvertimento nel variegato mondo della cultura ferrarese.

IL RICORDO
Carlo Bassi… una persona grande

La sera in cui andai con il pittore Paolo Baratella per la prima volta a casa di Carlo Bassi, nel centro di Milano, fu come se mi accendessero la luce: era un appartamento molto bello, arredato – allora dicevo – alla svedese, dominavano il colore bianco e il profumo delle tagliatelle al ragù di sua moglie Paola.
Ero appena arrivato a Milano, una città europea che non amava i meridionali: “Non si affitta a meridionali!”, minacciavano i cartelli appesi fuori dalle porte. Ora i meridionali sono diventati milanesi e non vogliono coloured in fuga. Ero in città da pochi giorni e mi sembrava che anche la mia asma si fosse come liberata: grande Milano dicevo. Gli imprenditori (allora si chiamavano padroni) studiavano per essere dei magnati da cinema, aperti, comprensivi, pronti al dialogo; gli operai s’impegnavano a fare i bravi bambini, come volevano i loro datori di lavoro; gli artisti – quanti erano e da tutto il mondo! – non parevano schiavi dei mercanti. Milano era, insomma, il falansterio – ma non il palazzo di 1600 abitanti, come voleva Fourier – dell’umanità italiana di cui l’elegantissimo Carlo Bassi, indissolubilmente legato all’amico Boschetti, mi sembrava fosse uno dei custodi. Io la vedevo così.
Carlo Bassi e Goffredo Boschetti erano i due ferraresi ‘arrivati’: avevano vinto a Torino il concorso per costruire la Galleria d’Arte Moderna, a Milano erano fra i giovani architetti più importanti, costruivano palazzi che pareva di essere a Zurigo, erano, insomma, gli ambasciatori di quella che sembrava essere la nuova Atene. In più, Bassi scriveva, eccome se scriveva! E più avanti negli anni avrebbe affidato alla parola il compito di traghettare i suoi estimatori portandoli nel suo mondo pensato, dove rimaneva sempre in primo piano Ferrara, con i suoi palazzi, il suo Castello, le sue vie dannunziane. E le sue memorie, che ormai sono le mie.
E’ quasi (e senza quasi) impossibile ricordare tutto quello che ha fatto e scritto e pensato l’amico Carlo. Non era mai sazio di fare, di immaginare il nuovo, di credere che un foglio bianco possa restare bianco. Un giorno mi sono arrivate le bozze di un suo tentativo di scrivere la propria autobiografia, da cui estraggo un passaggio secondo me importante per capire l’uomo e l’artista: “cosa aspetto a chiudere la mia finestra sul mondo, mi andavo domandando, e a rifugiarmi su una nuvola a contemplare il Palazzo dei Diamanti? Aspettiamo insieme, mi ha sussurrato Paola, non farti fretta, accontentiamoci, per ora di guardare i diamanti delle bugne del palazzo di Sigismondo, dagli angoli del Quadrivio”.

Una magnifica linea retta tra il Castello Estense e la Porta degli Angeli…

di Francesca Ambrosecchia

Sono in piedi e nell’attesa, appoggiata alla bicicletta, mi guardo un po’ intorno. Di fronte a me c’è la facciata di un palazzo, una dimora sicuramente storica. A destra, girandomi, vedo il Castello Estense mentre a sinistra la strada ciottolata prosegue in tutta la sua lunghezza fino, lo so anche se non le vedo, alle mura cittadine.
Mi trovo nella strada più celebre di Ferrara, dove i palazzi rinascimentali fissi gli uni agli altri piano piano si diradano, facendo spazio a case con giardini ampi. È Via Ercole I d’Este che fu progettata da Biagio Rossetti per volere proprio del duca Ercole, e che è parte dell’opera urbanistica nota col nome di Addizione Erculea.
Le due file di pioppi, spostandosi verso le mura, trasformano la strada in un viale che sembra situato fuori dal centro città. Ci stanno indicando la via per le mura, per la zona verde che circonda le abitazioni cittadine, fino ad arrivare alla celebre Porta degli Angeli, dal nome precedente della via stessa.
Le bellezze architettoniche che si possono ammirare durante il lungo tragitto sono numerose: sulla via si trovano, tra gli altri, il Palazzo dei Diamanti, Palazzo Gulinelli, una delle entrate del Parco Massari e la sede del Dipartimento di Giurisprudenza.

Diamanti in Portogallo

di Francesca Ambrosecchia

La facciata di questo edificio ricorda sicuramente qualcosa a noi ferraresi. Presenta le punte decorative che identificano il Palazzo dei Diamanti, celebre nella nostra città.
Il “bugnato” è una lavorazione muraria nota in Italia fin dall’antichità ma in questo caso il palazzo in foto è situato in Portogallo, più precisamente a Lisbona. Quando me lo sono trovato davanti durante il mio ultimo viaggio, il collegamento è stato immediato. Le influenze architettoniche del rinascimento italiano sono lampanti.
L’edificio in questione, la Casa dos Bicos (“casa dei becchi” in portoghese) è stato costruito nel sedicesimo secolo e oggi è famoso per ospitare la Fondazione intitolata a Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura. Istituzione culturale privata che spesso ospita eventi e conferenze, gestita dalla moglie dello scrittore e sorta nel 2007 con lo scopo di proteggere la Dichiarazione Universale dei diritti umani, l’ambiente e di promuovere la diffusione della cultura in tutto il Portogallo.

Il palazzo impacchettato…

di Francesca Ambrosecchia

Ecco il Palazzo Massari e l’impalcatura che lo circonda.
Situato in Corso Porta Mare a Ferrara è uno dei tanti palazzi storici e monumentali danneggiati dal terremoto che ha colpito la città nel maggio 2012. Il Palazzo e la Palazzina Cavalieri di Malta che lo affianca sono stati costruiti in epoche diverse ma vengono considerati un blocco unitario, come in questo progetto.
Uno dei tanti interventi che il Comune di Ferrara ha elaborato in questi anni nel settore delle opere pubbliche e della mobilità per restaurare e migliorare i beni monumentali della nostra città.
I due palazzi fanno parte del Polo Museale di Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, insieme al Palazzo dei Diamanti, al Palazzo Prosperi Sacrati e al Palazzo Bevilacqua. Il complesso in questione, subito dopo il sisma è stato svuotato di tutte le opere d’arte al suo interno poiché dichiarato inagibile. Il progetto, i cui lavori sono attualmente in corso e la cui fine è prevista per marzo 2018, prevede un generale miglioramento sismico dello stabile a livello architettonico, non trattandosi solo di un mero restauro. Gli elementi decorativi saranno restaurati con l’utilizzo di cotto, pietra e stucchi, con la scelta di utilizzare le colorazioni originali.

BORDO PAGINA
Lezioni dalla fine del mondo: benvenuti a Zombie-City

A cura di E. J. Pilia, anche D Editore e A. Melis, architetti e neosituazionistici, nel panorama ciberculturale contemporaneo si distingue (tra altre ovvie notevoli produzioni), questo singolarissimo e avveniristico: “Lezioni dalla fine del mondo. Strategie urbane di sopravvivenza agli zombie e alla crisi climatica” (D Editore, Roma). Il testo si avvale dei contributi scritti e teorici degli stessi architetti d’avanguardia, sociofuturibili e anche a volte docenti in varie università anche internazionali: ovvero:
Oltre a Emmanuele J. Pilia e Alessandro Melis, rispettivamente con “Cronache dalla fine del mondo” e “Progettare la fine del mondo” + il comune epilogo di “Zombiecity”, Emilio Josè Garcia (un testo omonimo del titolo parzialmente, “Lezioni dalla fine del mondo”, quasi una introduzione), Massimo Gasperini (“Città dalla fine del mondo”) e Paola Leardini con “Proposte dalla fine del mondo”, quasi un epigologo futurpragmatico: il tutto corredato e potenziato dai contributi grafici e visivi di altri architetti, progetti vari selezionati, quali B. Suen, B. Liang, D. Wilson, E.E. Seo, K. Mann, L. Kheir, M. Patelm P. Ang, T. Anyal.

Appunto, gioielli anche estetici iper-eco modernistici di urbanistica architettonica destinata a creare isole come specie di colonie o sonde spaziali sulla Terra per piccole medie grandi comunità (se non città) di sopravvissuti alla crisi della civiltà moderna attuale, postapocalittico non solo postnucleare e non solo immaginario; anche degenerazioni della specie, leggi Zombie in senso di figura specchio sfondo o iconica, vuoi semplicemente per certi supposti radicali Global Warm e crisi ecologiche prossime venture: Future e City House originali con incluse fin dalla ubicazione privilegiata nel vecchio tessuto urbano o persino in isole più o meno remote vere e proprie strategie difensive e protezione complesse, coinvolgenti le intere aree prescelte, riformattate in tal senso.
Il libro è una affascinante sorpresa: è un canto del cigno della storia modernista pur gloriosa e utopica anche nelle metacittà poi sorte, bene o male, metropoli incluse, al passo con la fine della Struttura proclamata da certa matrice squisitamente postmoderna e già postumana e ecoterrestre. Sia la dimensione conoscitiva che progettuale oscilla con infinite sfumature e nessuna dissolvenza tra fantascienza e urban Philosofy, moltissimi i rimandi sia all’immaginario diretto (leggi icone Zombie) dei vari Romero, sia a certo archetipo fantastorico, da T. More a Orwell, sia ai modernissimi oltre… Derrida, Ballard, Baudrillard, Virilio, Debord e a famosi architetti del Novecento e primo duemila.
“Lezioni dalla Fine del mondo…” si legge quindi come una previsione futurologica ma anche come romanzo di fantascienza sociale purtroppo o per fortuna verosimili, testimoniando nonostante tutto e pure paradossalmente, la forza ancora in fondo “infantile” ma sublime e potente della conoscenza scientifica e delle tecnologie mentali e congetturali anche per estreme resistenze per il futuro dell’umanità, minacciata da regressioni varie eco-sociali se non persino biopolitiche.
In tal senso, come opera aperta, off topic rispetto al libro che ne accenna o parla solo tacitamente o lateralmente, tali strategie anti Zombie (in senso ermeneutico e simbolico), gli scenari immateriali e materialissimi, innovativi e ecosostenibili sia per la Natura che per gli Umani, potrebbero benissimo essere ad hoc anche per eventuali minacce meno endogene, leggi invasioni di alieni pericolosi o degenerazioni islamico radicali, dando retta a orizzonti molto discussi, ma non esorcizzabili, dallo stesso scrittore futuribile Houellebecq. Oppure in tal senso meno radicale, tracce di nuove strategie urbane per pilotare anche in chiave difensiva, non solo d’integrazione, la cosiddetta sfida epocale multietnica, contradditoria in termini di progresso della civiltà.

Info:
http://deditore.com/prodotto/lezioni-dalla-fine-del-mondo/

L’EVENTO
Venezia punta sulle ‘botteghe’:
in mostra le vicende dei Cadorin.
Storie, opere, manufatti…

“Una storia intima e pubblica al tempo stesso, fatta di sentimenti, opere d’arte, avvenimenti storici e vicende culturali nella Venezia tra Otto e Novecento, che viene riannodata con una mostra negli ambienti unici di Palazzo Fortuny a Venezia (a cura di Daniela Ferretti fino al 27 marzo 2017) seguendo il filo dei ricordi dell’ultima testimone e grande erede della dinastia dei Cadorin, architetti, scultori ed ebanisti, pittori, fotografi, restauratori, animatori dei più vivaci salotti artistici e culturali.

di Maria Paola Forlani

Un uomo sale gli scalini di un ponte, poi, aspirato da una calle, si fonde nella città. Altri passano, profili d’ombre cinese su uno sfondo che a volte lascia indovinare, inattese, delle sagome di tempio indiano. Una porta si socchiude e lascia apparire un corpo di donna. Al piano alto, un uomo alla finestra osserva, immobile, una piazza deserta.” (Jean Clair)

Vite indissolubilmente intrecciate, nonni, figli, cognati, nipoti, spose e mariti; vite dedicate all’arte in una città che con la sua bellezza ha saputo travolgerli, trasmettendo loro il senso della meraviglia. Architetti, scultori ed ebanisti, pittori, fotografi, restauratori, animatori dei più vivaci salotti artistici e culturali.
A Venezia, l’antica istituzione della bottega, che sembra ormai appartenere al passato, ha profonde radici; sin dal Medioevo artefici, assistenti e apprendisti lavorano insieme all’opera comune, dando vita a quegli opifici dove nascerà l’arte dell’Occidente, l’Ars pingendi come la conosciamo. Il Classicismo, il Romanticismo poi, ridurranno poco a poco il ruolo e comprometteranno l’esistenza stessa delle botteghe; le regole delle Accademie e più tardi la libera ispirazione dell’artista soppianteranno gli antichi mestieri. L’artigiano diventa artista, il genio creatore pretende rimpiazzare le antiche conoscenze dei saperi codificati. L’estetica delle avanguardie si costruirà come reazione alla disciplina della bottega. Tra le due guerre tuttavia, il richiamo all’ordine fu segnato in Europa e negli Stati Uniti da un revival neoclassico e dal ritorno al bel mestiere, che incarneranno il tentativo di ritrovare quel “mestiere perduto” evocato da Lévi-Straus in un celebre saggio.
I Cadorin, provenienti da Pieve di Cadore (come Tiziano) ma già nel XVI secolo trasferiti a Venezia, per tre secoli erano stati una presenza costante nelle vicende d’arte della città lagunare; un protagonismo che pareva essersi interrotto nel 1848 quando venne chiusa l’ultima delle sette botteghe della Serenissima. Fu solo una parentesi: a riprendere la conduzione dell’atelier di famiglia, qualche decennio più tardi e fino al 1925, fu Vincenzo, grande scultore e intagliatore formatosi all’Accademia di Belle Arti e presto a capo di un’impresa che contava oltre 40 maestranze, chiamata a lavorare per i Savoia e per D’Annunzio, per chiese, case e palazzi e partecipe alle esposizioni della Biennale sin dalla sua formazione.

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Con Vincenzo e sua moglie Matilde, dalla casa-bottega di fondamenta Briati, ricomincia una storia posta sotto l’egida dell’arte che attraversa altre tre generazioni e tante diverse personalità – i figli Ettore e Guido Cadorin scultore e pittore, l’architetto Brenno del Giudice, il fotografo Augusto Tivoli e la figlia pittrice Livia, i liutai Fiorini – fino a Ida Cadorin in arte Barbarigo e a Zoran Music, uniti dalla vita e dalla passione per la pittura.
Una storia intima e pubblica al tempo stesso, fatta di sentimenti, opere d’arte, avvenimenti storici e vicende culturali nella Venezia tra Otto e Novecento, che viene riannodata con una mostra negli ambienti unici di Palazzo Fortuny a Venezia, a cura di Daniela Ferretti fino al 27 marzo 2017 (catalogo ed. Antiga), seguendo il filo dei ricordi dell’ultima testimone e grande erede di questa dinastia e grazie alle emozioni trasmesse dai suoi racconti.
Ida Barbarigo ha raccolto, circondandosene negli anni, opere e testimonianze storiche della famiglia che sono in realtà uno straordinario patrimonio d’arte e conoscenza.
Oltre 200 di questi lavori sono esposti in quest’occasione nella casa-museo di Mariano Fortuny, vero crocevia di arti, lungamente frequentate in gioventù da Ettore e Guido Cadorin, a rievocare un lessico familiare di cui i visitatori ne vengono eccezionalmente resi partecipi, quasi come amici.
Ecco l’odore dei truccioli del Cirmolo: questa frase ripetuta in famiglia “il talento pare che faccia vento”; i versi della “Mille e una notte” letti in francese dalla mamma Livia Tivoli o il giornale satirico che sbeffeggiava la passione per le belle donne dello zio Ettore, sempre in giro per il mondo – “Il nostro corrispondente a Parigi sulle arti non possiamo trovarlo perché passa giorno e notte a osservare le gambe di Isadora Duncan, l’incorporabile danzatrice”. Ecco gli amici di papà Guido che “sapeva fare di tutto. Le arti decorative, i mobili, i vetri, i tessuti, i mosaici ma soprattutto la pittura”: da Malipiero a Pirandello, dai pittori veneziani Nono, Ciardi, Favretto e altri fino a Kokoschka. Ecco il nonno di Ida per parte materna. Augusto Tivoli grande fotografo – ma “ i Tivoli non combinano niente” – e la nonna Irene appartiene ai Fiorini, grande famiglia di liutai bolognese tanto che fu il prozio Giuseppe Fiorini a donare, nel 1930, gli strumenti e gli archivi di Stradivarius al museo di Cremona. Ecco infine il viaggio a Parigi con Zoran, la sognata Parigi.
Su questa nuova trama si sono intrecciate altre memorie, prima fra tutte quella di Jean Clair. Accademico di Francia – chiamato a curare questa mostra nata da un’idea di Daniela Ferretti – che ha personalmente conosciuto Guido, Livia e Paolo e ancora Ida e Zoran di cui è stato grande amico, frequentandone le case e gli studi per più di quarant’anni. Sotto la sua magistrale supervisione le opere sono state puntualmente selezionate per documentare una straordinaria epopea artistica.
A Venezia siamo in un mondo tutto diverso da Vicenza, pur così vicina. Qui non c’è prospettiva, non c’è punto di fuga che organizzi la costruzione, né la vertigine dello spazio vuoto. Non ci sono neppure fabbriche sapienti alla Serlio, né teatro, né gioco illusionistico. Siamo dietro le quinte di una scena di cui non conosceremo mai la fine dello spettacolo. Scenari piani, non muri in prospettiva. Tutto scorre come le quinte di una scenografia, tutto cola come è di dovere in questo paese liquido, tutto scivola su un piano come scivolano l’uno sull’altro dei fogli sovrapposti. L’uomo appare allo scoperto solo per sottrarsi immediatamente allo sguardo. Nulla è fissato. Spazio labirintico della Serenissima.” (Jean Clair)

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Il Pirellone compie sessant’anni

È il 1956, sessant’anni fà, esattamente il 12 luglio quando viene posta la prima pietra del grattacielo Pirelli: per tutti il Pirellone. Con i suoi 127 metri di altezza per 31 piani è l`edificio più alto dell’Unione europea fino al 1966, anno di costruzione della Tour du Midi di Bruxelles.
Il simbolo del riscatto di Milano, o meglio di una Nazione intera, dopo il devastante evento della Seconda Guerra Mondiale e l`inizio di una vera rinascita economica e sociale: il “boom economico” che caratterizzerà per almeno i vent` anni successivi la vita e le abitudini degli italiani.
Il grattacielo viene costruito tra il 1956 e il 1961 sui terreni degli stabilimenti Pirelli affossati dai bombardamenti. Il progettista incaricato è il milanese Giovanni Ponti detto Giὸ, che dirige anche tutte le fasi costruttive, con la collaborazione di altri importanti progettisti Giuseppe Valtolina, Pier Luigi Nervi, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Rinardi e Egidio Dell’Orto, e per l`ambito strutturale i consulenti Pier Luigi Nervi, Arturo Danusso, Piero Locatelli e Guglielmo Meardi.
E` uno degli edifici in calcestruzzo armato più alti al mondo.
La costruzione terminerà nel 1961.

Ma perché un cristallo? Giὸ Ponti ricorre al rivestimento in vetro e alluminio della stuttura in calcetruzzo armato. Scrive nel 1941 “ ..l`architettura è come un cristallo, è metafora per inseguire una immagine di purezza, di ordine , di slancio e di immobilità, di perennità, di silenzio e di canto (di incanto) nello stesso tempo: di forme chiuse, dove tutto fosse consumato nel rigore dei volume e d`un pensiero”.
Giὸ Ponti interpreta in Italia quel movimento architettonico (anche speculativo) che spinge le architetture in altezza secondo i canoni architettonici espressi dall’International Style. I caposcuola sono oltreoceano: Mies van der Rohe dopo vari falliti tentativi di costruire grattacieli nella Germania del terzo Reich completa nel 1958 il Seagram Building, capolavoro in acciaio e vetro a New York, preceduto da un altro simbolo di New York il Lever House dello studio d’architettura statunitense Skidmore, Owings and Merrill del 1952; di William van Allen il fantasioso Chrysler building del 1938 ed ancora l`Empire state building o il Rockfeller Center sempre a New York degli anni 30 del XX secolo solo per citarne alcuni, preceduti dal “goticheggiante” Woolworth building del 1913 di Cass Gilbert ancora a New York.
Le vetrazioni utilizzate sono innovative e rivoluzionarie considerato che siamo negli anni Cinquanta; per la prima volta questa tecnologia raggiunge l`Italia dall`America. Le vetrate sono funzionali al tema termico, acustico, alla riduzione dei consumi, sono sostenibili e migliorano in modo incomparabile il comfort interno.
Si tratta di una vetrata isolante del tipo Thermopane: due lastre di cristallo (vetro) di spessore 6 mm prodotte dalla società belga UniverGlav, saldate fra loro perimetralmente da un giunto metallico quale distanziatore formante una intercapedine con aria disidratata di 15 mm; le parti a copertura dei solai portano un solo vetro esterno e un materiale isolante retrostante fissato all`interno di un vassoio metallico.
Una assoluta novità per l`Italia che fa immediatamente scuola; infatti di li a poco anche la torre Galfa, innalzata a fianco, utilizzerà la stessa tecnologia di rivestimento vetrario.

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Un’immagine dell’incidente

Il 18 aprile 2002 però un piccolo aereo da turismo pilotato dall’italo-svizzero Luigi Fasulo si schiantò contro il 26º piano del palazzo causando due vittime, dipendenti della Regione, oltre allo stesso pilota. Iniziὸ immediatamente il lungo lavoro di ricerca dei materiali per riparare la ferita e soprattutto del vetro di rivestimento per un intervento di restauro conservativo unico nel suo genere in Italia e che avrebbe avuto da un lato la necessità di mantenere il più possibile la presenza cromatica storica e dall`altro di adeguare il fabbricato alle nuove normative di sicurezza ed energetiche nazionali ed europee in vigore.
Un lungo e attento processo di selezione dei materiali e il lavoro di smontaggio recupero e rimontaggio dei componenti metallici delle pareti esterne originali (salvo la ricostruzione delle parti distrutte dall`impatto aereo) ha consentito ai determinati sostenitori del restauro conservativo di prevalere nell`aver mantenuto sostanzialmente inalterato l`aspetto di questo gigante verso chi avrebbe voluto al contrario un restyling totale della torre. Le operazioni dopo circa due anni di intenso impegno di maestranze, progettisti, esperti del restauro hanno riconsegnato nel rispetto del progetto originario un`opera di ingegneria ardita, un unicum, un simbolo insostituibile, un omaggio dovuto a Giὸ Ponti famoso nel mondo dai milanesi e dall`Italia intera.

Come cambia la città del futuro: l’Italia, un interessante banco di prova

di Marco Mari

Casa, dolce casa
Comunemente il concetto di casa è associato a valenze positive, soprattutto nella cultura italiana, possedere la propria abitazione è da sempre un valore che va ben oltre il pur importante aspetto economico. Ma siamo in presenza di una evoluzione economica, tecnologica e culturale senza precedenti.
Proprio le nuove tecnologie, si pensi anche a una semplice termocamera, stanno portando a una maggior consapevolezza sul reale funzionamento e sugli impatti di quel sistema sempre più complesso e monitorato che chiamiamo edificio. Uno degli aspetti che tra i primi è emerso nella percezione collettiva è quello economico. La percezione del costo di mantenimento per i consumi di acqua, luce e gas sta sempre più incidendo nel bilancio economico di fatto favorito dalla attuale crisi. Basterà a tal fine ricordare che considerando la totalità dei costi di un edificio nel suo intero ciclo di vita, ben l’80%, è imputabile ai costi di gestione e che, anche solo usando le tecnologie collaudate e disponibili in commercio, il costo per il consumo di energia può essere ridotto dal 30 all’80% e quello per i consumi di acqua fino al 40%. Ma non è tutto, gli aspetti finanziari da soli non sono sufficienti per comprendere una crisi che è ben più ampia e riguarda ben altre risorse.
Più di recente la terra, anche per i movimenti tellurici, ha riportato al centro dei nostri pensieri vecchie preoccupazione per i cambiamenti climatici e la relativa scarsità di risorse ambientali. Parimenti, la consapevolezza dell’impatto degli edifici sugli aspetti che governano tali equilibri, e viceversa, si è fatta strada. Se ne sono accorti anche a COP21, che per la prima volta ha aperto un tavolo dedicato alla filiera dell’edilizia, il “Buildings Day”.

Edifici, problema o opportunità?
Gli edifici utilizzano circa il 40% dell’energia mondiale, il 25% di acqua globale, il 40% delle risorse globali, ed emettono circa 1/3 delle emissioni di gas serra – dichiara l’UNEP (United Nations Environment Programme environment for development). Inoltre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’incremento delle patologie allergiche e dell’asma è direttamente correlabile a fenomeni di urbanizzazione ed alla crescente tendenza delle popolazioni occidentali a vivere gran parte del tempo in ambienti chiusi. Secondo dati ISTAT del 2009 in Italia le malattie respiratorie, dopo le malattie cardiovascolari e neoplastiche, rappresentano la terza causa di morte.
Non bastasse ciò, aggiungiamo quanto ai recenti terreoti, ci accorgiamo immediatamente delle vittime che potevano essere evitate, ma l’amarezza aumenta quando consideriamo che in assenza di una politica di prevenzione, scopriamo che tra il 2010 e il 2012 sono stati spesi più di 3 miliardi e mezzo all’anno per i terremoti e per la riparazione dei danni e che dall’immediato dopoguerra ad oggi sono stati spesi più di 180 miliardi.

Non credete sia il caso di realizzare un serio piano di prevenzione?
Dunque siamo nella necessità di dover affrontare molti aspetti, ma quale per primo? Probabilmente il tema vero è proprio un cambio di passo sulle politiche della prevenzione. Seppure l’attuale Governo ha iniziato ad attuare alcune politiche, il progetto “Casa Italia” ad esempio, è chiaro che ancora non ci siamo, si tratta di uno sforzo mirato a una gestione dell’immediato e focalizzato sulle criticità più evidenti. Serve affrontare il problema ambientale, trasformandolo in una opportunità e iniziare a diffondere in modo concreto una cultura della prevenzione che non sia preda delle priorità contingenti o delle paure, ma sia frutto di una analisi oggettiva, lucida, ma soprattutto sistemica.
È necessaria una vera e propria ridefinizione delle politiche finalizzate al bene comune che deve essere progettata partendo proprio da una profonda conoscenza del territorio. In primo luogo ascoltando le istanze dei cittadini, coinvolgendoli in un processo di ascolto e analisi partecipata, poi mappando i rischi ambientali, ricordandosi che non esiste solo il terremoto, ma anche i rischi idrogeologici, o altri come ad esempio la presenza di radon (gas cancerogeno che esala dal terreno). Dunque il primo punto è legato alla conoscenza, perché senza un’analisi completa si rischia di fornire soluzioni parziali, non sistemiche e aggiustare una parte peggiorando l’altra. Un ulteriore tema è legato alla finanziabilità delle opere ed al relativo reperimento di risorse: si può iniziare integrando quanto già esistente, fornendo gli attuali strumenti di finanziamento (sismico, idrogeologico, efficientamento energetico) in modo da supportare e valorizzare quegli interventi che affrontano in modo integrato, olistico, il “sistema edificio”. Altro ingrediente di una pianificazione integrata è la definizione di uno sforzo congiunto per una “formazione diffusa”, che permetta agli attori (RUP, progettisti, costruttori, etc.) di poter operare in modo trasparente e corrente. Infine, serve ricordarsi che l’ambiente costruito ha un sostanziale impatto sull’ambiente ed oggi il pianeta, in senso letterale, richiede strategie ambientalmente, socialmente ed economicamente sostenibili.
Mi piace a tal fine ricordare quanto già scriveva, non molto tempo fa, la persona che più ha influito sulla community italiana dell’edilizia sostenibile, Mario Zoccatelli: “Un piano nazionale per la riqualificazione edilizia e urbana non può infatti essere concepito come un semplice dispositivo amministrativo accompagnato da qualche incentivo finanziario. Come già evidente in alcuni paesi. In tal senso, riteniamo la sostenibilità come una visione d’insieme dell’economia e del vivere; per quanto riguarda l’edilizia, è una prospettiva di medio‐lungo periodo che coinvolge la cultura dei cittadini e degli operatori, i sistemi tecnici, quelli produttivi, quelli economici e finanziari, nonché leggi, regolamentazioni, ruoli delle istituzioni.”

Il Green Building: un trend in crescita a livello mondiale
In questo contesto, qualsiasi piano l’Italia o i singoli territori andranno a definire, non ci si può scostare dalle principali prassi consolidate a livello internazionale, per dirla con le parole di un altro caro amico e maestro, Andrea Cirelli, “non ci si può reinventare l’acqua calda”. Serve legare l’azione alla innovazione e ai nuovi approcci alla sostenibilità. In tal senso il mercato internazionale, e più timidamente quello nostrano, hanno già definito la traiettoria. La rapida diffusione dei diversi protocolli di certificazione di sostenibilità degli edifici sta infatti trasformando radicalmente la domanda di materiali, sistemi e tecnologie per l’edilizia. Gli studi internazionali relativi ai trend di crescita del settore delle costruzioni sostenibili parlano di un incremento del mercato di dati senza precedenti:
1 – 462 milioni di metri quadrati di edifici certificati con i principali protocolli internazionali (LEED, BREEAM, GREEN STAR)
2 – 1,5 miliardi di metri quadrati di edifici attualmente in corso di certificazione
3 – 960 miliardi di dollari di investimenti previsti entro il 2023 per la riqualificazione sostenibile del costruito
4 – 70% di incremento del mercato globale del green building entro il 2025
Ulteriori studi effettuati negli ultimi dieci anni, soprattutto sulla base dei dati raccolti da edifici realizzati negli USA per edifici certificati secondo i protocolli LEED, hanno dimostrato che gli edifici “verdi” tendono ad avere maggiore valore patrimoniale rispetto agli edifici tradizionali.
Inoltre, sono a loro volta collegati con vari vantaggi oltre quello del risparmio energetico, tra i quali la salubrità degli ambienti abitati, la valorizzazione della bonifica del terreno (quando necessaria), la riduzione dei consumi di acqua, la gestione dei rifiuti (sia in fase di cantiere che di gestione dell’immobile), l’accessibilità e i trasporti, l’assetto idrogeologico, la biodiversità, la qualità economica e sociale, le logiche di circular economy e di sharing economy.
Ulteriori vantaggi sono direttamente collegabili alla creazione di nuove professionalità legate al green building, sopratutto nei casi in cui le città si impegnino in programmi di riqualificazione.

L’ Italia? Un interessante laboratorio
L’Italia costituisce, sotto questo profilo, un formidabile banco di prova per quanto riguarda la capacità di raccogliere le sfide che attendono l’economia mondiale nei prossimi decenni. Un settore edilizio dove ancora oggi la quantità fa premio alla qualità, un territorio tradizionalmente “sfruttato” più che pianificato, un patrimonio paesaggistico, naturalistico, culturale ed artistico che, nonostante tutto, continua a rappresentare un asset di primaria importanza a livello mondiale; ma anche una tradizione architettonica e ingegneristica che affonda le radici nella storia antica, un tessuto economico e produttivo che, nonostante la lunga crisi, vede tuttora la presenza di esperienze pilota e di eccellenza.
Anche per il quadro normativo nazionale ci sono interessanti novità in costante evoluzione, come ad esempio il Piano di Azione Nazionale sul Green Public Procurement (Decreto Interministeriale 135 dell’11 aprile 2008), la legge 221 del 18 dicembre 2015 (cosiddetto collegato ambientale) concernente disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali, il Nuovo Codice Appalti (d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50) con particolare riferimento all’ Art. 34 (Criteri di sostenibilità energetica e ambientale, nonché i Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia (CAM Edilizia, DM 21 gennaio 2016), alla cui redazione ho fornito un piccolo contribuito in rappresentanza di GBC Italia, partecipando attivamente al Gruppo di Lavoro proponendo un approccio integrato e olistico, che consenta di valutare la sostenibilità dell’edificio in quanto struttura complessa e “progettata”, coerentemente con i principali sistemi di rating e certificazione dell’edilizia sostenibile nazionali e internazionali.
Tutto questo porta a individuare nel settore edilizio (e più generalmente nella progettazione e manutenzione dell’ambiente costruito) uno dei settori su cui puntare per una nuova economia, recuperando con il concetto di prevenzione anche quelle prassi e modalità che anticamente hanno reso il nostro Paese tra i più apprezzati al mondo, restituendo dignità a un settore edilizio, consapevolmente e decisamente orientato verso la qualità e la sostenibilità, che possa riprendere un ruolo guida.

Marco MariLaureato in ingegneria elettronica con specializzazione in ingegneria gestionale, master in sistemi di gestione della qualità, ha una ventennale esperienza nei temi della sostenibilità e della certificazione, con particolare focalizzazione nella filiera dell’Edilizia Sostenibile, su aspetti inerenti i sistemi di rating per green building, commissioning, green product, asset management, sistemi di gestione della qualità e dell’ambiente nel settore pubblico e privato.
Opera a livello nazionale e internazionale con importanti organizzazioni tra le quali Bureau Veritas come Senior Advisor; GBC Italia, già come Vice Presidente e responsabile degli schemi di certificazione (per protocolli LEED Italia NC e protocolli GBC Italia) e attualmente Membro del Consiglio di Indirizzo; Fondazione Montagne Italia, quale Membro del Comitato Scientifico; è attualmente Presidente dell’Advisory Board di Ongreening.com l’innovativa piattaforma internazionale sul green building e i green product; ha partecipando a gruppi di lavoro in ambito UNI, UNCEM, FEDERESCO, WorldGBC, USGBC, GBC Brasil, Provincia Autonoma di Trento ed altri. Recentemente ha contribuito alla definizione dei Criteri Ambientali Minimi per l’Edilizia collaborando attivamente nel gruppo di lavoro in seno al Ministero dell’Ambiente.
Nell’ambito del green building vanta una eccellente esperienza nel coordinamento di molti progetti di alto profilo, anche nel coordinamento di team di commissioning dei sistemi HVAC, nazionali ed internazionali.

Come cambia la professione del progettista alla luce della green economy

di Marco Mari

Sostenibilità ed edilizia
Il tema del Green Building è sempre più preponderante, per procedere verso gli obiettivi recentemente previsti da COP21 in merito alla meta degli edifici di nuova costruzione “quasi zero energy building”, ma anche e soprattutto per favorire l’ammodernamento degli edifici esistenti secondo la logica della “deep renovation” coerentemente a quanto anche richiesto dalle recenti Direttive UE. La rapida diffusione dei diversi protocolli di certificazione di sostenibilità degli edifici sta infatti trasformando radicalmente la domanda di materiali, sistemi e tecnologie per l’edilizia. Gli studi internazionali relativi ai trend di crescita del settore delle costruzioni sostenibili parlano di un incremento del mercato di dati senza precedenti . Anche in Italia i segnali non mancano, seppure in un quadro non sempre omogeneo, la direzione appare obbligata alla luce del Nuovo Codice Appalti, e dei requisiti per il GPP definiti nei Criteri Ambientali Minimi per l’Edilizia emanati con decreto ministeriale in gennaio 2016.
L’importanza di coniugare Cultura e Sostenibilità
Come dimostrano le esperienze di altri molti paesi europei, e alcuni casi italiani, la rigenerazione urbana e territoriale è un ambito dove l’azione congiunta di pubblico e privato può sviluppare rilevanti vantaggi economici, sociali e culturali valorizzando patrimoni edilizi e territoriali ora degradati, o comunque inadeguati sotto il profilo strutturale, tipologico, energetico e ambientale. Condizione essenziale per un’azione realmente “costruttiva” è, ovviamente, costituita dal totale e convinto rispetto delle radici culturali e del genius loci.
In particolare in Italia il tema degli “edifici storici” è di cruciale importanza. Considerato che per “edificio storico” si intende un manufatto edilizio che costituisce “testimonianza materiale avente valore di civiltà”. Sono dunque così identificati i manufatti edilizi riconducibili all’interno dell’ultimo ciclo storico concluso, che per la zona europea coincide con l’industrializzazione edilizia e, quindi, devono essere realizzati prima del 1945. Circa il 30% del parco immobiliare italiano è stato costruito prima del 1945 e costituisce un ambito di particolare interesse in relazione sia ad interventi di sostenibilità, sia di restauro e conservazione, costituendo una parte importante del patrimonio storico-culturale del nostro paese.
Ferrara? Un interessante laboratorio internazionale.
Non è dunque un caso che proprio nel nostro paese sia stato elaborato GBC Historic BuildingTM, uno strumento innovativo che nasce – ad opera di GBC Italia – dalla sintesi dei criteri internazionali di sostenibilità dello standard GBC-LEED® e del vasto patrimonio di conoscenze ed esperienze proprie del mondo del restauro italiano. Operazione a suo tempo coordinata dalla Facoltà di Architettura di Ferrara.
Così come non è un caso, che proprio a Ferrara, città patrimonio dell’umanità, si stiano sperimentando i concetti legati alla riqualificazione e al restauro in importanti edifici storici, tra i quali citiamo la Riqualificazione del Museo della Shoah, quella di Palazzo Gulinelli e in fine il restauro del Castello Estense.
Un dibattito aperto, che Ongreening coordinerà a SAIE 2016.
Nello specifico, Ongreening in qualità di Main Partner di SAIE 2016, ha siglato un accordo con SAIE, H2O ed Edilio, finalizzato alla valorizzazione di edifici, prodotti e sistemi per l’edilizia al fine di promuovere una visione sostenibile e resiliente del mercato, ha strutturato un percorso di seminari parte della SAIE ACADEMY .
In questo quadro, Ongreening ha progettato un percorso di 8 brevi seminari (con crediti formativi) che verranno realizzati presso l’arena di SAIE Innovation.
Vari i temi posti ai quali autorevoli relatori forniranno un contributo:
quali sono le sfide che dovranno affrontare i professionisti?
Come prepararsi a una evoluzione della professione che riafferma la centralità del progetto e chiede garanzie delle prestazioni delle opere?
Quali competenze devono avere i progettisti?
Quali scelte devono operare i produttori di materiali, prodotti e sistemi per l’edilizia?
Quali strumenti di supporto possono essere individuati nel mercato per far fronte alla sempre più pressante domanda di una economia basata su principi di sostenibilità?
La struttura dei seminari è stata pensata per offrire ai professionisti e alle imprese informazioni ed aggiornamenti sulle tematiche collegate alle principali evoluzioni nazionali ed internazionali del mercato dell’edilizia sostenibile.
Per gli interessati, a questo link, il programma completo http://intro.ongreening.com/618957/
Per ulteriori informazioni sulla community Ongreening
Un rapido video che rende sinteticamente l’idea della nostra missione:
https://m.youtube.com/watch?v=EJChcRkXXLA&feature=youtu.be
Il portale Ongreening.com, Ongreening è main partner di SAIE 2016:
https://www.youtube.com/watch?v=ZAR1Sr-zAko
http://www.saie.bolognafiere.it/iniziative/ongreening-nest/6502.html

Marco MariLaureato in ingegneria elettronica con specializzazione in ingegneria gestionale, master in sistemi di gestione della qualità, ha una ventennale esperienza nei temi della sostenibilità e della certificazione, con particolare focalizzazione nella filiera dell’Edilizia Sostenibile, su aspetti inerenti i sistemi di rating per green building, commissioning, green product, asset management, sistemi di gestione della qualità e dell’ambiente nel settore pubblico e privato.
Opera a livello nazionale e internazionale con importanti organizzazioni tra le quali Bureau Veritas come Senior Advisor; GBC Italia, già come Vice Presidente e responsabile degli schemi di certificazione (per protocolli LEED Italia NC e protocolli GBC Italia) e attualmente Membro del Consiglio di Indirizzo; Fondazione Montagne Italia, quale Membro del Comitato Scientifico; è attualmente Presidente dell’Advisory Board di Ongreening.com l’innovativa piattaforma internazionale sul green building e i green product; ha partecipando a gruppi di lavoro in ambito UNI, UNCEM, FEDERESCO, WorldGBC, USGBC, GBC Brasil, Provincia Autonoma di Trento ed altri. Recentemente ha contribuito alla definizione dei Criteri Ambientali Minimi per l’Edilizia collaborando attivamente nel gruppo di lavoro in seno al Ministero dell’Ambiente.
Nell’ambito del green building vanta una eccellente esperienza nel coordinamento di molti progetti di alto profilo, anche nel coordinamento di team di commissioning dei sistemi HVAC, nazionali ed internazionali.

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LA VISITA
Berluti, la fabbrica del lusso che tatua i coccodrilli

A farti capire che è roba serissima ed esclusiva – se per caso avevi dei dubbi – ci riescono subito. Ancor prima di varcare il cancello d’ingresso nello stabilimento di calzature fatte a mano Berluti ti vengono incontro gli uomini della security. Gentili (abbastanza) ma implacabili, ti chiedono di riportare subito in auto la tua macchina fotografica. Infelice, esegui e torni, ma devi capire che non c’è da prenderla sottogamba neanche adesso. Prima che tu ti possa avvicinare al banco con le hostess che presumibilmente ti potranno accogliere, l’uomo della security ti si piazza di nuovo davanti domandando di aprire la borsa e mostrargli tutto il contenuto. Solo a questo punto ti lascia avvicinare al tavolo dove segnano nome e cognome, chiedono un documento di identità (si sa mai che davi il nominativo di chissà chi) ed ecco il cartoncino con l’orario di ingresso per la visita. “Prego, potete accomodarvi”.  Sollievo: non ci saranno foto da portare a casa, ma almeno l’ingresso sembra conquistato.

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Lo stabilimento Berluti a Gaibanella di Ferrara (foto Philippe Barthélémy & Sylvia Griño architects)

In ballo c’è una delle Journées Particulières, le “giornate particolari” in cui vengono aperte le porte di laboratori e luoghi di fabbricazione dei prodotti del lusso che più lusso non si può. La Manifattura Berluti fa infatti parte del gruppo Lvmh (sigla che sta per Louis Vuitton, Moët, Hennessy), ovvero del colosso che detiene i 70 marchi più esclusivi del vestire, del bere, del profumarsi e dell’ingioiellarsi.

Ti guardi intorno e ti rammarichi di non potere fotografare almeno quelle piante di lavanda che si riflettono sulle pareti a specchio incorniciate dalle listarelle in legno della Manifattura Berluti in quel di Gaibanella, frazione di Ferrara sperduta nel mezzo della campagna, tra campi di frumento, siepi e orizzonte piatto della pianura emiliana. Ma è già buono avercela fatta. Non che ci sia la fila. Ma sono le 9 di domenica mattina e, quando alcuni giorni fa hai scoperto che lo stabilimento lussuoso e inaccessibile poteva essere visitato, era già troppo tardi. Bisognava iscriversi online almeno due settimane prima che le giornate di visita cominciassero, che è anche un bel po’ di tempo prima che la maggior parte dei comuni mortali ne venissero a conoscenza. A questo punto, però, la segretezza si rivela una fortuna: almeno non ti hanno respinto o ficcato in fondo a una fila di aspiranti visitatori in pena.

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Ingresso principale della Manifattura Berluti alle porte di Ferrara (foto Philippe Barthélémy & Sylvia Griño architects)

Bene, eccoci qui. Nessun altro si presenta, si può partire. “Non disperdetevi e rimanete compatti”, si raccomandano con noi due visitatori. E, ancorché disarmati di macchina fotografica, ci avvertono che le telecamere ci terranno costantemente d’occhio. Un avvertimento per disincentivare che qualcuno faccia il furbo, magari fingendo di guardare lo smartphone per portarsi a casa un brandello di immagine. A tener desto il senso di rispetto ci sono i soliti uomini in completo nero della security che fanno la ronda nella grande sala d’ingresso, chiamata “Agorà”. E’ l’area centrale dello stabilimento, quella da cui si entra nelle varie zone di ideazione, sviluppo e produzione delle scarpe vendute solo in 50 negozi mono-marca distribuiti con parsimonia in tutto il mondo. Per l’Italia l’unico punto vendita è a Milano, poi ci sono i soliti Londra, Parigi, Cannes, New York, Miami, ma anche la Cina con ben 7 punti vendita, il Giappone con 5, Hong Kong, Giacarta, Singapore, il Qatar, Taiwan e ovviamente gli Emirati arabi.

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Forme delle scarpe della Manifattura Berluti

Un uomo e una donna, i nostri cordiali e nero-vestiti accompagnatori, che spiegano come sia esclusiva anche l’architettura in cui è racchiuso lo stabilimento. “La forma – dice lui – replica quella di una enorme scatola da scarpe”. In effetti è un parallelepipedo molto sobrio, avvolto da listarelle in legno di cedro rosso non trattato, forse perché possa prendere sempre più l’aspetto del cartone da scatola. All’interno il legno usato è invece quello pallido del faggio, che ­– prosegue a spiegare il cicerone – riprende la materia delle forme di piede che riempiono ampi scaffali. Tutt’intorno ci sono infatti questi moncherini, a ricordare precedenti e illustri clienti, le cui estremità giacciono qui levigate e marchiate con nomi come Trieste, Yasuoka, Vukovic. Alzi gli occhi e il soffitto in vetro trasparente è appoggiato su travi in legno che si incrociano. Un’ulteriore metafora – ti assicurano ­– che vuole rappresentare ­i lacci intrecciati delle scarpe.

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Attrezzi per la lavorazione artigianale delle scarpe (foto Lvmh)

Vabbe’. Da qui si aprono le prime porte scorrevoli e si entra nel laboratorio di sviluppo. Ci lavorano otto persone, incaricate appunto di sviluppare i prototipi. Su un’asta penzolano due forme di coccodrillo spiaccicato e sbiancato. Su un altro sostegno è appesa una larga pelle scuoiata. “Sono i due tipi di pellame con cui vengono fatte le scarpe – dice la guida – che possono essere modellate in cuoio Venezia o in prezioso alligatore”. Un operaio al banco sta sagomando con una taglierina la forma di una tomaia sopra alla pelle che era di un minaccioso coccodrillo, mentre una bella ragazza ritaglia la sagoma dalla pezza appartenuta forse a una mucca. Una grande pelle beige è completamente coperta dalla calligrafia di una pergamena antica, settecentesca. Il manoscritto scelto per la sua bellezza da Olga Berluti viene riprodotto al laser sul cuoio ed è usato per rendere ancora più particolari mocassini, borse o portafogli prodotti qui.

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Mocassino con pelle calligrafata, scarpa Alessandro e modello Andy dedicato a Warhol da Berluti (foto Lvmh)

Delle signore nella stessa stanza si occupano di orlatura delle sagome riducendo lo spessore dei bordi, accoppiando le parti della scarpa e cucendole insieme a mano. Un dipendente armato di punteruolo e due aghi cuce insieme la coppia di sagome che forma la tomaia e vediamo come crea la cosiddetta vaschetta, quella rigatura in rilievo tipica della parte superiore del mocassino. Fuori da qui, si entra nella stanza dove le tomaie ancora piatte prendono la forma tridimensionale di un piede, facendole aderire a quei famosi moncherini, che adesso non corrispondono più alle estremità personali dei vari clienti, ma ai diversi modelli che la maison mette in commercio. C’è il modello Alessandro, che prende il nome dal fondatore, partito da Senigallia alla volta di Parigi nel 1895. Ci sono lo stivaletto elasticizzato Sans Gêne e la scarpa Oxford con la pettorina stringata, introdotti negli anni Venti dal figlio del fondatore, Torello Berluti. C’è il mocassino Andy, scarpa appuntita e squadrata che l’ultima discendente della famiglia – Olga Berluti, ancora attiva – si inventa negli anni Sessanta conquistandosi un cliente come Andy Warhol, a cui il modello deve appunto l’ispirazione e il nome.

Ultima sala di lavorazione è quella riservata ai dettagli finali: colore, patinatura e decorazione. Abili mani alle estremità di avambracci tatuati e a molti polsi avvolti nei cinturini di orologi stra-costosi pennellano borse e scarpe come fossero tele, danno colori a cera e poi li tolgono per creare quell’effetto slavato e vissuto caratteristico del marchio. Un dipendente tatua un serpente sopra ai bordi di una scarpa stringata; una sua collega marchia con tatuaggi di tigri una valigetta in cuoio e una tracolla di valore inimmaginabile per chi le vedrà in giro senza esibizione di marchi squillanti.

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Tatuaggio fatto a mano per le calzature del gruppo Lvmh (foto Berluti)

Il tour è terminato. Si può comperare qualcosina? No, vendita riservata a quel ristretto numero di boutique distribuite nei selezionati punti strategici del globo terrestre. Come Tokyo e Dubai. A Ferrara si produce, ma niente spaccio. Solo i dipendenti, un paio di volte all’anno, hanno la possibilità di un acquisto. Così a Gaibanella e dintorni emiliani si potrà vedere qualche borsa appesa al braccio, magari tatuato e dotato di Rolex, di artigiani d’élite che fanno tatuaggi ai coccodrilli.

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Ferrara norvegese

Vista così, non sembra la parete di una casa dal tipico design norvegese? Le linee essenziali e quel legno rosso scuro… Poi, appena si ingrandisce la visuale e appaiono le Mura e, sullo sfondo, la chiesa di San Cristoforo, la si riconosce subito, è Ferrara. Sicuramente tra i ferraresi ci saranno opinioni discordanti sull’estetica di questa abitazione e sull’opportunità di costruirla in pieno centro storico. Ma una cosa è certa: a guardarla non è affatto male, ricorda altri luoghi, altri paesaggi e soprattutto mette una gran voglia di partire verso nord!

Clicca le immagini per ingrandirle.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

 

La responsabilita’ dell’architetto

piano“La responsabilità dell’architetto”, conversazione di Renzo Piano con Renzo Cassignoli, giunto all’ottava edizione ormai: un testo da leggere e rileggere. Un must assoluto per chi voglia conoscere il grande architetto italiano Renzo Piano e comprendere come egli interpreti un mestiere creativo – il suo – fatto di regole, ma anche di molta magia. Un insieme potente di arte e scienza, un manipolare la materia con capacità e intelligenza, anche emotiva. Il lavoro dell’architetto è fortemente contaminato dal dialogo con la gente e le sue necessità, un incontro con culture e fra culture, una cultura di leggerezza e di temporaneità, fatta anche e soprattutto di memoria. A volte di leggero oblio. Le regole della memoria, ossia della storia e di quanto l’uomo ha fatto nel tempo, e quelle della natura quasi sempre convivono in un’architettura fatta di trasparenza e leggerezza, di capacità di costituire una superficie di contatto fra cultura e gente, di curiosità, di tante emozioni, spesso all’origine dei progetti.
Le città possono essere luoghi di silenzio, di rifugio, dove l’ambiente viene rispettato attraverso un uso non invasivo della tecnologia, dove la luce naturale può essere abilmente sfruttata e condurre al riposo della mente stanca e carica di rumori e pensieri. Lo studio di ogni architetto è fatto di spazio, sole e natura, diceva il grande Le Corbusier, e alcuni luoghi diversi da esso possono diventare uno spazio, un centro culturale aperto al mondo e sul mondo, un luogo interdisciplinare aperto all’incontro di esperienze tra i vari campi dell’arte, come letteratura, cinema e pittura. Questi sono gli spazi che ama Piano, costruiti un po’ ovunque nel mondo (basti pensare al Beaubourg di Parigi o all’auditorium-parco della musica di Roma). E poi, se, in generale, continua Piano, “l’acciaio snellisce, la leggerezza bisogna averla dentro, perché non è solo un fatto fisico, è un fatto mentale e anche filosofico: riguarda l’intelligenza, che deve essere leggera, permeabile, paziente, per poter aspettare fino a quando non ha trovato la soluzione giusta. L’architetto deve saper aspettare per he questo è il solo modo per essere creativi e la professione dell’architetto è un insieme di tecnica e di spiritualità, di creatività”.

L’architettura è un arte di frontiera, perché è contaminata da mille cose, è fecondata da mille espressioni e si deve saper mescolare le discipline, come fa un abile pittore con i colori della sua tavolozza. Essa è servizio alla comunità, permette di guardarsi dentro e guardare dentro le cose, di creare con serenità e tensione, con calma ed energia, con lentezza e rapidità. Tutto allo stesso tempo. Servire la società, per un architetto, demiurgo della vita, significa principalmente far implodere le città che stanno per esplodere, assorbire i vuoti urbani provocati dal processo di de-industrializzazione, recuperare quei “buchi neri” provocati dalle aree industriali che si andavano liberando man mano che le città, crescendo, rendevano necessario lo spostamento delle attività produttive. La città si deve rigenerare, deve smettere di essere grigia e pesante, deve esprimere gioia, essere viva e intensa, bisogna provare a rimarginare le sue ferite. Sono le periferie invisibili, quelle che vanno salvate e ridate a nuova vita, perché anche qui possa sbarcare il concetto di “città felice”, ricordando Italo Calvino, il luogo fatto di incontri, di scambi, di contaminazioni, di contatto, di sorpresa, di suoni, dove la gente ami ritrovarsi e passeggiare, anche a zonzo, senza meta. L’architetto sia dunque “sostenibile” (parola tanto di moda), rubando al mondo dall’ambiente, dalla natura, dai suoi elementi: pietre, acqua, aria, colori, vento. Per trovare sempre un piccolo angolo felice, anche dove non sembra, anche dove non pare possibile.

Renzo Piano, La responsabilità dell’architetto, Passigli editore, 2014, 214 p.

NOTA A MARGINE
Il design in Italia oggi, fra modelli ingombranti e troppi luoghi comuni

Tracciare un profilo ben definito del designer contemporaneo oggi risulta difficile. Farlo in casa nostra, l’Italia, da sempre considerata patria del buon gusto, dell’estetica, del tanto inneggiato ‘made in Italy’, è paradossalmente ancora più complicato. Qual è allora lo stato del design italiano?
A questa difficile domanda ha provato a rispondere il corso di laurea in Design del prodotto industriale del dipartimento di Architettura di Ferrara, organizzando un seminario dal titolo “Design in Italia oggi. Luoghi comuni e mestieri speciali”, tenuto da Chiara Alessi.
Giornalista, saggista, collaboratrice per riviste come “Domus”, “Interni”, “Klat” e il “Fatto Quotidiano”, dove tiene un blog, Chiara Alessi si occupa prevalentemente di design in ambito giornalistico, con una particolare attenzione al rapporto tra il design stesso, la critica e la società. Negli ultimi due anni ha pubblicato per Laterza due saggi (“Dopo gli anni zero. Il nuovo designi italiano ”, 2014, e “Design senza designer”, 2015), entrambi frutto di approfonditi lavori sul campo per delineare una mappatura circa la situazione odierna di questo settore lungo la penisola.

Introdotta dal coordinatore del corso di laurea Alfonso Acocella e dal professor Dario Scodeller, la giornalista ha subito chiarito come come il cosiddetto ‘anno zero’ del design sia “un anno che circoscrive un’epoca critica, dato che viviamo in tempi in cui la nostra generazione dà per scontate un’infinità di cose, finendo poi per perdere di vista i filtri e il contatto con la realtà del mondo che ci circonda”. Il quesito necessario da porsi è quindi di che cosa stiamo parlando davvero: esiste ancora il concetto di design nel nostro Paese? Alessi risponde ammonendo che “all’estero si critica tanto il design italiano perché i primi a criticarlo siamo noi stessi” e, scorrendo numerose citazioni di personaggi illustri di questo settore, aggiunge quanto “sia necessario trovare un nuovo punto di partenza e staccarsi dall’epoca dei grandi maestri, oggi diventata troppo ingombrante per le nuove generazioni in cerca di stimoli diversi. Io ho avuto la fortuna di girare l’Italia da Nord a Sud e posso assicurare che esistono tante potenzialità, tante idee e interessi da valorizzare”.

Il problema è quindi uno sguardo rivolto indietro verso un grande passato che si manifesta in un’arretratezza diffusa: “quando si entra nella sala d’ingresso del tempio del design italiano, il Politecnico di Milano – continua Alessi – le gigantografie dei principali designer italiane sembrano quasi dire ‘noi siamo la storia, voi ora datevi da fare…’”. Inoltre, le riviste specializzate non hanno più il ruolo di un tempo quando erano considerate “veri e propri laboratori di lavoro e orientamento, fucine di idee alle quali si prestava particolare attenzione”. Problemi da ricercare anche in alcuni equivoci inerenti il mondo delle aziende: “oggi si pensa erroneamente siano divise in quelle che lavorano in maniera tradizionale e quelle che producono in maniera più innovativa, ma in realtà le aziende italiane sono ibride e queste due caratteristiche convivono benissimo da tempo”. I mercati poi, secondo la giornalista, “si sentono contrastati da internet e dall’e-commerce, dimenticando che l’online è in realtà una risorsa che rende il mercato più innovativo e competitivo”.

Chiara Alessi ha poi illustrato il profilo del designer degli anni 2000, professione che “per la prima volta può dirsi davvero tale”, fino a quindici anni fa non aveva nemmeno una facoltà universitaria; oggi invece ha iniziato ad “avere una sua autonomia, nonostante fatichi ancora dal punto di vista economico, dato che in media i designer dichiarano di ricavare soltanto il 30% del fatturato dal loro prodotto”.
Un mondo in continua evoluzione e difficile da analizzare. Ecco perchè Alessi ha cercato di individuare alcuni punti stilistici chiave della ‘poetica del design’: ci sono il punto esclamativo (che sorprende) e la fiction (narrazione di realtà alternative), il realismo, il ready made e la performance, passando per alcuni dualismi quali unico-irripetibile, assenza-presenza, produzione-autoproduzione. Realtà nelle quali “è difficile orientarsi, ma che convivono bene tra loro, poiché la cosa che più le contraddistingue è appunto l’eclettismo stilistico”.

Spazio infine per qualche aneddoto circa la sua pubblicazione più recente, un lavoro che capovolge le modalità di ricerca della precedente. In proposito, l’autrice afferma che “oggi ci si potrebbe chiedere se siamo tutti designer, visto il sempre più facilitato accesso a mezzi di produzione e creazione, ma nonostante tutto per me qualcuno è sempre più designer di qualcun altro. La vera abilità del designer di oggi – ha continuato Chiara – non è più nel disegno o nell’autoproduzione, ma nell’essere capaci di individuare le persone giuste, instaurare le relazioni migliori. Insomma, sapere un po’ di tutto”. E poi bisogna sfatare alcuni luoghi comuni tra i quali: il ruolo salvifico del ‘made in Italy’ sempre più ricercato non solo dagli utenti, ma anche aziende straniere; la filosofia de ‘il futuro è artigiano’, se presa per vera, da noi vale almeno cinquant’anni; il contrasto tra retail ed e-commerce, sbaglia chi crede che il secondo affosserà il primo, basta guardare il caso Ikea; e l’annunciata fine dei distretti e della critica.

NOTA A MARGINE
Antropologi, urbanisti, ingegneri, architetti, sociologi per guarire le nostre città malate

Antropologia, urbanistica, ingegneria, architettura, sociologia: unirle, shakerarle, farle interagire per generare un buon distillato di città sostenibile. Non vi è un buon architetto se un antropologo non chiarisce prima le dinamiche sociali che si svolgono all’interno degli spazi comunitari, o un buon ingegnere senza l’urbanista che preliminarmente definisca il contesto e sviluppi un piano di riqualificazione territoriale; e non c’è sociologia che possa prescindere dall’intervento umano sul paesaggio artificiale generato dal homo faber. Ecco perché queste discipline nella complessa situazione odierna hanno il dovere di incontrarsi, integrarsi e dialogare tra loro sul governo e la gestione delle città. Ed ecco perché oggi si torna necessariamente a parlare di ‘urban studies’ e di come questo settore transdisciplinare abbia bisogno – soprattutto in Italia – di affermarsi. Transdisciplinare ma anche inter-dipartimentale, poiché i professionisti che nel Ferrarese operano in questi ambiti vogliono dedicare proprio agli urban studies un centro di ricerca che coinvolga, appunto, più dipartimenti accademici. La volontà c’è, il difficile arriva quando subentrano resistenze di varia natura che rendono difficile il riconoscimento istituzionale di questa materia.

Attorno a questa volontà e per fare il punto della situazione circa il dialogo sugli urban studies in Italia si è tenuta nel pomeriggio una department lecture, organizzata dal docente di Unife e direttore del laboratorio di Studi urbani Giuseppe Scandurra, il quale ha moderato gli interventi di Carlo Cellamare (ingegnere urbanista, docente all’Università di Roma), Romeo Farinella (architetto urbanista, docente all’Università di Bologna), Ferdinando Fava (antropologo e docente all’Università di Padova) e Alfredo Alietti (sociologo e docente all’Università di Ferrara). Una platea di ospiti eterogenea e adatta per gettare le basi verso un più ampio confronto tra le parti possibile, difficile ma quantomai necessario.

Ad analizzare il perché in alcuni Paesi si parla tranquillamente di urban studies mentre in altri ciò incontra molte più difficoltà è Farinella, affermando come “tra i vari Paesi dell’Occidente le tradizioni delle varie discipline sono sensibilmente diverse. Studiare architettura in Italia e in Francia per esempio è molto differente e questo fa sì che subentrino difficoltà nell’avere una visione condivisa. A differenza di altri infatti – ha continuato – gli architetti non amano la partecipazione”. Termine questo, ‘partecipazione’, che Cellamare considera “uno slogan pericolosissimo e da usare con attenzione, poiché per applicarla ci vuole una politica illuminata e per questo rimane cosa molto rara” e che fa segnare oggi, in Italia, una inesorabile inversione di tendenza tale che “se un tempo venivamo considerati all’avanguardia rispetto al resto d’Europa per quanto riguarda il tema della partecipazione, oggi l’interesse è veramente scarso mentre aumenta in quei Paesi dove sta avvenendo lo smantellamento del welfare state”.
Oggetti d’interesse, scale, temporalità e paradigmi di ricerca sono invece i punti di maggior distacco tra le discipline analizzati da Fava, convinto che “l’urbanista da per scontata la ricerca dell’ideale mentre l’antropologo non si pone così, ma come mero descrittore. Così facendo – ha proseguito – ci si è accorti che lo spazio costruito è stato quindi modificato e in questo modo sono nati interessi verso gli attori sociali”. Per Alietti invece “sociologia e urbanistica hanno sempre dialogato, si parlava di coesione sociale già negli anni ’30” e per questo afferma che “il problema non è il dialogo inesistente, è che il dialogo si è interrotto e da qui le difficoltà nell’istituzionalizzare i contesti e le discipline. Il dialogo quindi non deve essere solo accademico, la pluralità dei saperi tra le discipline devono convergere sugli interessi”.

Emerge chiaro e lampante che la difficoltà maggiore nell’attuazione pratica degli urban studies in Italia assume problematiche di tipo squisitamente politico: a questo proposito Farinella ricorda che “l’urbanistica è di per sé politica e applicarla in democrazia è difficile perché il ventaglio di soggetti è molto ampio, dobbiamo saper imparare a rispondere efficacemente alle domande”. A tal proposito, Cellamare parla di due problematiche principali, ovvero che “gli urbanisti stessi non sono disposti ad un dialogo e non hanno interesse ad iniziarlo ma, al contrario, ho sempre visto urbanisti avvicinarsi agli scienziati sociali ma mai viceversa”. In aggiunta Fava ricorda che “occorre spostarsi dal qui ed ora e stare molto più attenti a ciò che la città necessita davvero, poiché la complessità di quest’ultima non è riconducibile solamente ai propri interessi e per questo è necessario unire le forze”. Infine è stato Alietti ad affermare che “la politica ha perso la visione della città, impone il vuoto, il ghetto, l’esclusione” e la conferma di ciò è rappresentata dalla giunta Pisapia, la quale “non è mai stata in gradi di dare una indicazione, una idea su come riformulare la periferia”.

Innovazione, dialogo e buona politica: sono questi quindi gli ingredienti fondamentali per far (ri)emergere gli urban studies dalle difficoltà incontrate negli ultimi decenni e iniziare un nuovo corso, di sicuro lungo e non senza ostacoli. Le premesse tuttavia ci sono, e occasioni come questo seminario dimostrano che solamente unendo le forze la progettazione, l’amministrazione e la cura degli spazi urbani possono essere pensati, davvero, per il bene comune.

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