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L’Europa si prepara alla guerra …
per affrontare il mondo dopo la guerra

 

A poco più di una settimana di guerra si potrebbe provare a tracciare un primo bilancio di quanto sta succedendo. Per farlo è necessario distinguere il piano tattico-militare da quello geopolitico perché gli andamenti sono parecchio diversi.

Sul piano tattico-militare  la Russia non sta andando male, anzi ha conquistato diversi obiettivi molto importanti e anche simbolici, come la diga che ha fatto saltare nei pressi di Kherson, costruita dagli Ucraini dopo l’annessione della Crimea con l’intento di assetarne gli abitanti. Scopo poco nobile dal punto di vista umanitario ma efficace dal punto di vista militare.

Ha conquistato poi l’Isola dei Serpenti per avere un controllo delle foci del Dnepr e per contrastare eventuali operazioni Nato nel Mar Nero. Sta procedendo alla conquista della linea di questo fiume che divide in due l’Ucraina e che vede la parte orientale storicamente più russofona, su questa linea ci sono importanti centrali nucleari come Zaporižžja dove ci sono sei reattori che generano 40-42 miliardi di kWh di elettricità, cioè parliamo della più grande centrale nucleare dell’Ucraina. Controllo quindi di acqua e elettricità con attenzione alla logistica.

In questo contesto è stata presa Kherson che, come spiega l’esperto militare Jack Watling del Royal United Services Institute, occupa una posizione strategica sul fiume Dnepr: “Quando i russi inizieranno a catturare le città chiave lungo il Dnepr, saranno in grado di impedire che i rifornimenti si spostino da ovest a est per rifornire le unità militari ucraine che stanno combattendo nelle aree operative delle forze congiunte intorno al Donbass. Cominceranno così a strangolare la logistica per gli ucraini”.

Anche la capitale Kiev è circondata e probabilmente sopravvive grazie al fatto che non vengono per ora utilizzate bombardamenti a tappeto. Quei bombardamenti che furono effettuati in Serbia vent’anni, fa oppure quelli visti in Libia o che vediamo ancora in Siria, che lasciano le città completamente sventrate e centinaia se non migliaia di morti sul terreno. In questi casi non vengono diffusi dati sulla distruzione di scuole, chiese e ospedali. Ci provò Julian Assange con gli esiti che conosciamo.

Da un punto di vista geopolitico la situazione è diversa.
Putin sta nettamente perdendo la sua guerra, talmente tanto che gli Stati Uniti stanno scomparendo dalla scena proprio perché gli europei stanno operando benissimo da soli nell’evidenziare tutte le atrocità russe e contrapponendole agli eroismi individuali e di gruppo degli ucraini. Si sta riuscendo persino a far passare come gesto umanitario la divulgazione di istruzioni per fabbricare molotov e l’insegnamento dell’uso delle armi a vecchiette e bambini, magari anche se operati da gruppi neonazisti.

Quindi gli USA non hanno più bisogno di infierire, a Biden che chiamava “killer” Putin si è sostituito Di Maio che lo ha definito un “animale”. Tutta l’Europa sta condannando senza remore l’invasione russa sostituendo l’iniziale ritrosia lanciando pacchetti di sanzioni economiche senza precedenti, una sacrosanta gara nell’ospitare i profughi ucraini, diffondendo fino al parossismo l’eroismo del suo presidente che è rimasto sul campo e continua ad incitare alla guerra i suoi, l’Europa e la Nato. Ad oggi il russo ritorna ad essere da una parte “mangiatore di bambini” con il corollario di stupri, bambini uccisi, civili indifesi bombardati e dall’altra titolare di un’armata sgangherata fatta di carri armati russi senza benzina e bambini-soldato mandati allo sbaraglio.

Nel mentre nel mondo vengono banditi libri e scrittori russi anche del passato, viene negata la partecipazione alle gare sportive non solo agli atleti normodotati ma anche a quelli che partecipano alle paraolimpiadi. Insomma il russo è una minaccia e quindi va isolato, tutti i russi senza distinzioni. Cosa potrebbe dire o fare ancora e di più Biden? Meglio lasciar fare e aspettare il dopo per intervenire nel riassetto post guerra o post “operazione speciale” come la chiama Putin.

Perché poi gli americani dovranno per forza intervenire perché è in atto un salto geopolitico importante, sotto certi aspetti impensabile solo pochi mesi fa, davvero senza precedenti. Quindi adesso osservano, specificano che non entreranno nel conflitto “armato” in nessun modo, e si ritirano ad osservare le mosse degli alleati.

La Germania, che aveva iniziato sconfessando gli Usa sull’eventuale chiusura del gasdotto Nord Stream 2, adesso ne ha determinato il definitivo blocco accettandone le gravi conseguenze economiche e, dopo aver approvato l’invio di armi ai combattenti, ha rotto gli indugi annunciando che porterà le sue spese militari a 100 miliardi nei prossimi anni. Pensate per un paragone che la Russia di miliardi ne spende “solo” 60 all’anno.

Anche il ministro Guerini ha detto di voler arrivare a 38 miliardi dai 25 attuali che già avevano scandalizzato i pacifisti. Ovviamente tutti gli indici azionari dei produttori di armi sono schizzati alle stelle e ringraziano, del resto dalle guerre ci si guadagna sempre.

Quindi la prima conseguenza di rilievo negli assetti europei è un riarmo generalizzato dopo l’accettazione della teoria che al fuoco si risponde con il fuoco e alle provocazioni con altrettante provocazioni. Nessuno aveva valutato possibile semplicemente dichiarare o aiutare a dichiarare la neutralità dell’Ucraina, cioè qualcosa tipo la Svizzera per esagerare o la Finlandia e la Svezia per rimanere più sul concreto.

Ma sarebbe logico chiedersi come la Francia reagirà a questo nuovo futuro con una Germania che si lascia dietro un settantennio di ritrosia nel riarmarsi? Certo spingendo per un esercito europeo che la vedesse magari ai posti di comando, un esercito di pace … ovviamente. E gli USA accetteranno una Germania o un’Europa indipendente dal punto di vista militare? Vedremo, per ora ci riarmiamo “grazie” ai russi e dopo aver elargito miliardi alle case farmaceutiche cominciamo a finanziare le aziende e le lobby delle armi.
Per fortuna almeno noi italiani siamo nelle mani del governo dei migliori e uno stratega provato e coerente come il nostro ministro degli esteri ci assicura scelte almeno a livello di quelle operate dal suo collega ministro della sanità durante la (sembra) passata pandemia.

La Grande Russia: Il nemico alle porte… o forse no.

L’Europa sta sostenendo notevoli spese in armamenti e in missioni militari per affrontare un nemico che, almeno nel sentimento europeo occidentale, non è considerato tale, la Russia.

Sarebbe dunque lecito chiedersi perché dovremmo avere paura della Russia e perché continuiamo ad implementare azioni di difesa sia commerciali che militari nonostante questo comporti tante perdite economiche e anche se le tensioni nell’aria, in Ucraina, in Bielorussia, in Georgia o nelle repubbliche Baltiche, in termini di interessi attuali europei, siano effettivamente reali oppure siano richieste da esigenze strategiche più grandi di noi.

La strategia delle potenze non sempre è immediatamente configurabile ai più, confusa di solito tra tante azioni pratiche che investono chi vive di pane e pandemie e difficilmente ragiona di geopolitica e di imperi. Proviamo a darci qualche spiegazione.

Partiamo dalle distanze. Aprendo google maps ci rendiamo conto che la distanza tra Mosca e Berlino è di oltre 1.800 km, prima del 1989 era una distanza anche ideologica oltre che spaziale e quando la linea rossa, che allora era la cortina di ferro, era saldamente posizionata a ridosso del suo muro, l’orso russo riusciva a dormire sonni tranquilli. I nemici erano ad una distanza sufficiente ed accettabile.

Dopo il disfacimento dell’Urss nel ’91 si era avuta l’illusione che insieme al comunismo potesse assottigliarsi la distanza ideologica e quindi l’offerta ai paesi ex sovietici di entrare nella Nato poteva non sembrare una minaccia, del resto la richiesta l’aveva fatta la stessa Russia per bocca di un Vladimir Putin appena insediato al potere nel 2000.

Oggi invece le cose sono cambiate. Si sta costruendo e solidificando una nuova cortina di ferro molto più a ridosso della capitale russa, l’America ha ridotto le distanze fisiche ma ha di nuovo aumentato le distanze ideologiche, riempiendo di basi americane e Nato gli ex satelliti sovietici. Quando Biden affermava che Putin era un assassino palesava l’impossibilità per l’America di fare a meno del nemico storico a ridosso del suo impero europeo. E questo nonostante l’esistenza di un nemico molto più reale per i suoi interessi, la Cina.

Anche noi, Italia, mandiamo truppe e aerei nelle cosiddette repubbliche baltiche e loro dintorni, siamo coinvolti in qualcosa di più grande dei nostri desideri, ma anche a sforzarci non percepiamo affatto la Russia così pericolosa per i nostri interessi anche perché dal 1989 la cortina di ferro si è spostata a chilometri di distanza da Trieste.

La Russia sta ammassando truppe nel Donbas, questo lo sappiamo. La storia ci dice che una volta l’Ucraina era il granaio dell’Urss, che la Bielorussia e le Repubbliche Baltiche erano parte integrante dell’Impero sovietico e che tutti questi stati servivano a marcare la distanza tra la capitale e l’occidente, il nemico, l’altro sistema.

In fondo è sempre stato l’Occidente a spingersi verso Oriente e ha lasciato traumi mai interamente sopiti, ad esempio con Napoleone e Hitler, ma la Russia ha sempre cercato di essere un po’ occidentale. Pietro il Grande e gli zar ci avevano provato ma poi il comunismo aveva imposto divisioni più che ponti. Il comunismo è stato sconfitto ma la Russia è rimasta, e oggi incombe ancora sull’Europa perché nel frattempo questa è diventata… americana.

Per l’Italia di sicuro la Russia non è un problema come non lo è per la Francia. Per la Germania è più un’opportunità, come lo è tutto l’Est europeo. I problemi affiorano se si ragiona in termini di Nato
e di Stati Uniti e la prima vive in funzione della seconda. L’Europa deve essere tenuta insieme da qualcosa in più dell’economia, serve un nemico che eviti distrazioni e concentri gli sforzi verso qualcosa di concreto, e qui serve la Russia, comunista o meno.

Tutti i paesi ex sovietici servono alla Russia come stati cuscinetto per aumentare la distanza fisica dall’occidente e, dopo aver perso l’Ucraina dove gli Usa
mandano armi dopo aver militarizzato in chiave anti russa Polonia e Romania, Mosca sente di non poter cedere altro terreno. Il Donbass diviene imperdibile e lì si ammassano truppe mentre la Nato prepara 40.000 uomini nelle sue basi in Romania, come scrive la testata tedesca Die Welt, pronti a rispondere ad un’invasione dell’Ucraina in soli 5 giorni. Le distanze si assottigliano, scintille di guerra non più a 1.800 km di distanza da Mosca ma molto più vicino, su quella che Putin ha definito la linea rossa da non oltrepassare, nuova cortina di ferro. E che probabilmente Biden non vuole attraversare davvero, si mostrano solo le carte per solidificare le posizioni e mantenere salde le distanze, ideologiche.

Quindi la Russia è il nemico, decisione presa dall’unica potenza imperiale rimasta, che ha bisogno dell’Europa al suo seguito e da sfoggiare (un po’ come l’India nell’800 per l’Inghilterra) e quindi detta le sue condizioni, impianta le sue basi e decide se il gas russo debba arrivare o meno attraverso il baltico direttamente alla Germania oppure bisogna attendere che tutti vedano bene e prendano nota delle carte di cui sopra. Poco importa delle priorità europee, delle forniture e di quanto sia freddo l’inverno. La Russia ci prova ma la sua forza, il gas e il petrolio, è anche la sua debolezza visto che la sua economia ha poche alternative. In ogni caso gli Usa non hanno bisogno del gas russo o di commerciare con Mosca, noi si. Ma ci serve di più l’America e lo sapeva Trump come lo sa Biden.

E all’America non piace che la Germania possa crearsi troppo spazio di manovra ad est, è un paese forte economicamente e forse l’unico europeo in grado di impensierire l’egemone, che può fargli paura, nonostante sia costellato di uomini e basi americane e Nato e non più centro della cortina di ferro.

Intanto con Serbia, Georgia e Ucraina entrate nel meccanismo chiamato Piano d’azione per l’adesione alla Nato, o Membership Action Plan (Map), la Russia è sempre più accerchiata, potremmo dire minacciata, almeno se usiamo il suo punto di vista. Dopo l’Ucraina c’è la Bielorussia e Putin non può permetterselo. Non è l’Europa a decidere chi deve far parte della Nato, quindi non è un nostro problema, magari un nostro cruccio.

La Russia ha sicuramente un grande armamento militare e nucleare da poter dire la sua tra coloro che potrebbero distruggere il mondo in cui viviamo, ma difficilmente un interesse così cogente nel loro utilizzo. I suoi sembrano più movimenti dettati dalla necessità di sopravvivere, si rivolge persino alla Cina per un partenariato di dubbia comprensione da un punto di vista storico e culturale e si ritrova in Libia insieme alla Turchia. Insomma va dove può per rompere l’accerchiamento e si rivolge a chi dubita della bontà americana per sentirsi meno sola.

Insomma paghiamo di tasca nostra tensioni nate per necessità altrui ma che contribuiamo ad alimentare per due ordini di fattori: non possiamo opporci a chi le alimenta perché facciamo parte del suo sistema difensivo, siamo il campo di battaglia di guerre altrui in quanto in posizione di sudditanza; non esiste una possibile risposta europea alle decisioni della potenza americana in quanto non esiste una potenza europea, cioè un’Europa unita ideologicamente e militarmente in grado di dettare, o quanto meno proporre, un’agenda diversa.

Non c’è una vera soluzione in vista perché sarebbe complicato darsi strategie che escludano gli interessi americani, ma sarebbe auspicabile che alcuni paesi, ad esempio l’Italia, cominciassero a capire a cosa stanno partecipando quando si muovono con i propri mezzi militari in Lettonia oppure in Afghanistan o in Islanda. Cominciare quanto meno a guardare alla propria sopravvivenza e chiedere contropartite nel mediterraneo e in nord Africa diventando interlocutori credibili agli occhi degli Usa e impostando politiche di difesa economiche per non fallire in Europa. Bene a questo proposito l’accordo con la Francia se sarà vissuto con senso nazionale, cosa che giustamente e di sicuro faranno i francesi.

Papa Francesco: “Produrre più armi non è la strada giusta!”
Una sintesi dei dati dei big mondiali della armi realizzata da L’Espresso

di Albert Voncina 
“A me addolora tanto la statistica. Ho letto l’ultima: quest’anno sono state fatte più armi dell’anno scorso. Le armi non sono la strada!”. Lo ha detto  il Papa all’Angelus, 12 dicembre 2021.

Il Covid risparmia i signori delle armi: nuovo record di vendite. Nella top 100 anche Leonardo e Fincantieri

Le 100 società mondiali leader nella produzione e nelle forniture militari confermano il trend positivo nonostante la crisi economica globale provocata dalla pandemia

F-35 italiano

I big mondiali delle armi sono stati risparmiati dalla crisi economica scaturita dalla pandemia del Covid e nel 2020 hanno visto aumentare le proprie vendite per il sesto anno consecutivo, raggiungendo un nuovo record. Ciò emerge dall’ultimo report pubblicato dall’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri). Nella top 100 dei produttori di armi ci sono anche le italiane Leonardo e Fincantieri, classificatesi rispettivamente al tredicesimo e al quarantasettesimo posto della classifica globale.Nello scorso anno le vendite dei 100 maggiori produttori di armi al mondo sono ammontate a 531 miliardi di dollari (circa 470 miliardi di euro), in aumento dell’1,3% rispetto al “prepandemico 2019”, il che conferma un trend positivo nel settore della armi e dei servizi militari in un’annata in cui secondo il Fondo monetario internazionale (FMI) l’economia globale ha registrato una contrazione di 3,1 punti percentuali. Un’industria, quella militare, tuttavia non completamente immune al Covid. Quella del 2020 è infatti la crescita di minore entità rilevata nell’ultimo triennio in un mercato che registra un trend positivo costante dal 2015. La vendita di armi delle 100 aziende leader è infatti aumentata del 17% nell’arco di soli sei anni.

A dominare il mercato globale delle armi ci sono le aziende statunitensi, le quali occupano 41 dei 100 posti in classifica e registrano un giro d’affari di 285 miliardi di dollari (+1,9%), il che equivale al 54% delle vendite mondiali. I produttori USA occupano i primi cinque posti della classifica, guidata da Lockheed Martin (produttrice ad esempio degli aerei da combattimento F-35), leader assoluta dal 2009 e che nel 2020 ha incassato 58,2 miliardi di dollari dalla vendita di armi e servizi militari. Secondo posto per Raytheon Technologies (36,8 miliardi), nata dalla recente fusione tra Raytheon Company e United Technologies Corporation. Sul podio anche Boeing (32,1 miliardi) che ha visto però registrare un calo sia del fatturato “militare” che di quello “civile” data la diminuzione dei viaggi dovuta alle restrizioni messe in atto dai governi per contenere la pandemia.

Sul podio Cina e Regno Unito

Alle spalle dei gruppi statunitensi si classificano cinque società cinesi che assieme rappresentano il 13% del totale della vendita di armi (66,8 miliardi ovvero l’1,5 % in più rispetto al 2020), mentre la terza posizione è occupata dal Regno Unito con sette aziende in grado di generare un giro d’affari complessivo pari a 37,5 miliardi dollari (7,1 % del totale). Spicca la BAE Systems con sede a Londra che si è classificata sesta (24 miliardi) ed è quindi la prima tra le società non americane oltre ad essere l’unica rappresentante del Vecchio continente nella top 10.

Leonardo e Fincantieri

A rappresentare l’Unione Europea, oltre al colosso dei cieli Airbus (undicesimo in classifica con 11,9 miliardi di dollari di vendite militari su un giro d’affari totale pari a 56,8 miliardi), ci sono sei società francesi (Thales, Safran, Naval Group, Dassault Aviaytion Group, CEA e Nexter), quattro tedesche (Rheinmetall, ThyssenKrupp, Krauss-Maffei Wegmann e Hensoldt), mentre Svezia (Saab), Polonia (PGZ), Spagna (Navantia) e Norvegia (Kongsberg Gruppen) hanno una rappresentante ciascuna. Due le italiane, entrambe tra le prime 50. Leonardo e Fincantieri assieme hanno generato vendite per un totale di 13,8 miliardi, pari al 2,6% del fatturato complessivo delle top 100.

Leonardo, holding con sede a Roma che opera direttamente o attraverso proprie controllate nell’Aerospazio e Difesa, nonostante un calo delle vendite di armi del 1,5% rispetto al 2019 ha comunque scalato un posto in classifica e si è piazzata al tredicesimo posto, grazie agli 11,1 miliardi di dollari generati dalle vendite di armi e servizi militari su un giro d’affari totale di 15,2 miliardi. Balzo in avanti invece di Fincantieri, gruppo con sede a Trieste che passa dalla 54esima alla 47esima posizione con 2,6 miliardi di dollari derivanti da vendita di armi (+23% rispetto al 2019) su un fatturato totale di 6,7 miliardi. Tali aumenti (o cali) di fatturato secondo Sipri sarebbero fisiologici per società dalle caratteristiche simili a quelle di Fincantieri. «Fluttuazioni significative nelle vendite annuali di armi sono comuni tra le aziende che costruiscono navi a causa delle tempistiche di produzione molto lunghe».

In Russia il trend è negativo

Nonostante le tensioni al confine con l’Ucraina (presente in classifica grazie alla società UkrOboronProm), che secondo il Washington Post starebbero richiedendo un importante dispiegamento di forze armate da parte del Cremlino, la Russia registra un calo costante nella vendita delle armi. Nel 2020 il giro d’affari di Mosca, rappresentata da nove società nella top 100 e quinta alle spalle di USA, Cina, Regno Unito e Unione Europea, è stato di 26,4 miliardi di dollari, il 6,5% in meno rispetto al 2019 (28,2 miliardi) e ben al di sotto rispetto ai 31,5 miliardi del 2017. Per quanto riguarda il resto del mondo i maggiori produttori di armi si trovano in Giappone, Corea del Sud, Israele, India, Canada, Singapore, Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, con vendite complessive pari a 43,1 miliardi di dollari ovvero l’8,1% del fatturato totale dei 100 produttori leader del settore.

Non tutti sono immuni

Non tutta l’industria della difesa ha però visto incrementare il proprio fatturato nell’anno della pandemia. Il rapporto di Sipri menziona il caso di Thales, prima azienda francese e quattordicesima nella classifica globale, che ha visto un calo delle vendite del 5,8 %. Ancora più netta la battuta d’arresto di un’altra rappresentante francese, la Naval Group (- 11%). Entrambe le società hanno motivato questi numeri attribuendo la colpa alle misure messe in atto dai governi per il contenimento della diffusione del virus.

Episodi di diminuzione delle vendite a parte, Sipri rileva come il mercato delle armi sia stato meno penalizzato, se non addirittura favorito dai governi nel 2020. «I giganti del settore sono stati in gran parte protetti dalla domanda di beni e servizi militari sostenuta dai governi. In gran parte del mondo la spesa militare è cresciuta e alcuni governi hanno persino accelerato i pagamenti all’industria militare per mitigare l’impatto della crisi generata dal Covid», spiega la ricercatrice Alexandra Marksteiner.

Questo articolo di è già apparso nei giorni scorsi su PeaceLink 

apocalisse

APOCALYPSE NOW: POSSIAMO EVITARLA.
Riparte la campagna per l’obiezione alle spese militari.

 

Rete Lilliput Ferrara anche quest’anno diffonde  in città l’OSM (obiezione alle spese militari), campagna nata con l’obiettivo di denunciare e contrastare il continuo aumento delle spese militari e promossa da Associazione per la Pace – Gavci- Comunità Papa Giovanni XXIII° – Lega Disarmo Unilaterale – Lega Obiettori di Coscienza – Pax Christi ; una voce quanto più possibile forte di cittadini/e che, dichiarandosi obiettori alle spese militari, vogliono esprimere un NO alla guerra  e percorrere una strada alternativa: quella della   difesa non armata nonviolenta.

Sempre di più, in ogni parte del mondo, la presenza di  conflitti porta a cercare soluzioni armate a scapito della via negoziale. Oggi  la crisi pandemica ci insegna che le risorse vanno utilizzate  per risolvere i problemi urgenti  della  popolazione e che le spese militari globali sono uno spreco vergognoso

La spesa militare nel mondo ha raggiunto cifre inaccettabili. Nel 2020, secondo l’Istituto Internazionale ricerche sulla pace (Sipri), il mondo ha speso in armamenti  ben 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% in termini reali dal 2019 L’Italia nel 2020 risulta al quinto posto in Europa e all’undicesimo nel mondo con 28,9 miliardi di dollari (+ 7,5% rispetto al 2019) .

Diecimila Hiroshima

Va inoltre sottolineato che, nel silenzio dei media  e nell’indifferenza generale, sta riprendendo la corsa agli armamenti nucleari. E’ bene soffermarsi su questo aspetto per ricordare gli effetti devastanti di questi ordigni: la prima bomba atomica sganciata su Hiroshima in un solo istante uccise ottantamila persone e altre centoventimila avrebbero perso la vita nei mesi successivi a causa delle ustioni e dell’avvelenamento da radiazioni.

Oggi nove paesi possiedono circa diecimila testate atomiche e la forza distruttiva di queste armi  è pari a cinquecentomila  bombe di Hiroshima capaci di portare all’estinzione dell’umanità e addirittura della vita sulla Terra.
Contro ogni logica, secondo la Federazione degli scienziati americani “anziché pianificare il disarmo, gli Stati dotati di armi nucleari sembrano pianificare il mantenimento di grandi arsenali per un futuro indefinito, aggiungendo nuove armi nucleari al loro arsenale “.

Ci sono ordigni nucleari anche nel territorio italiano. Sono testate nucleari americane presenti nella base statunitense di Aviano, in Friuli Venezia Giulia (cinquanta ordigni) e nell’aeroporto di Ghedi, vicino Brescia (venti ordigni).

L’Italia viola non solo il Trattato di non proliferazione che essa stessa ha ratificato, ma anche la sua Costituzione – che si fonda sul ripudio assoluto della guerra, e la volontà dei suoi cittadini, che si sono chiaramente espressi in un referendum per il NO al nucleare.

La situazione è talmente allarmante che nel 2020 gli scienziati atomici hanno posizionato le lancette del loro Orologio dell’Apocalisse a soli 100 secondi dalla mezzanotte (limite raggiunto il quale scatta l’utilizzo delle armi atomiche). Mai avevano dichiarato una tale situazione di pericolo nemmeno al culmine della Guerra Fredda.
E’ un quadro tanto drammatico che richiede risposte forti da parte di chi ha a cuore la pace per fermare un escalation senza fine.

La campagna OMS

aSostenere la campagna OSM è una delle risposte possibili; nata nel 1982, la Campagna offre l’occasione di manifestare il proprio dissenso al continuo aumento delle spese militari  e di impegnarsi a sostenere un progetto di pace con un contributo in denaro.
Aderire significa compilare un modulo per sostenere gli obiettivi della Campagna:

  • riduzione delle spese militari a favore di quelle sociali;
  • Istituzione di un modello di difesa non armato e nonviolento (Difesa Popolare Nonviolenta)

Si vuole portare alla piena attuazione l’art 11 della nostra Costituzione là dove afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Un’affermazione che non  si è realizzata pienamente perché esiste un’organizzazione militare in grado di pianificare un intervento armato, ma non c’è una struttura in grado di organizzare un intervento di tipo civile.

Per colmare questa lacuna si prevede una struttura permanente (Il Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta). Una struttura dotata di fondi propri (in buona parte forniti dall’opzione fiscale), creata per lo studio, la ricerca, la sperimentazione concreta di interventi capaci di affrontare le controversie con mezzi di pace. Su questo obiettivo esiste già, inascoltato, un disegno di legge di iniziativa popolare.

  • Autorizzare l’opzione fiscale: dare la possibilità ad ogni cittadino (in sede di dichiarazione dei redditi) di destinare alla Difesa non armata e nonviolenta la propria quota di imposte che lo stato destinerà alle spese per la difesa.

Per far sì che l’adesione alla campagna rappresenti davvero un gesto concreto di pace, si chiede un contributo in denaro da destinare ad un progetto di pace.
Anche quest’anno, si è deciso di sostenere il progetto “Adopt Srebrenica”.

Il progetto “Adopt Srebrenica” 

Srebrenica è stata per molto tempo una città internazionale, con una vita culturale intensa, con relazioni tra etnie diverse che si svolgevano quotidianamente.

Poi a Srebrenica è stato consumato un genocidio, un crimine di guerra; un massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.

E’ considerato uno dei più sanguinosi genocidi avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali, le vittime del massacro furono 8.372. Sono ancora visibili le tracce della guerra sulle case, la divisione persistente tra i gruppi, il dolore ancora impresso sui volti delle persone, dei bambini ….

Per intervenire su questa situazione è nato Il progetto “Adopt Srebrenica”, è un’iniziativa avviata nel luglio 2005 dalla Fondazione Alexander Langer di Bolzano e dalla Associazione Tuzlanska Amica.

Si è costituito un gruppo di giovani di circa 30 persone di diverse etnie, che è impegnato nella ricostruzione di una convivenza pacifica e del tessuto sociale, attraverso la rielaborazione delle vicende del passato.
Le ferite da ricucire sono ancora vive e grandi, pertanto il lavoro incontra molte difficoltà, ma va avanti puntando soprattutto sulle iniziative relazionali che danno risultati a lungo termine. In particolare è stato realizzato un Centro di aggregazione interculturale per i giovani che opera per una gestione nonviolenta dei conflitti.

Come fare a  contribuire

Nel 2020 a Ferrara ci sono stati 147 aderenti e sono stati raccolti 3540,00 Euro destinati al progetto “Adopt Srebrenica”

(Davide Scaglianti – Rete Lilliput Ferrara)

Chi volesse aderire, o comunque saperne di più, può chiamare il numero 333.4985319

Confermato lo stop alle bombe italiane destinate al conflitto in Yemen.

da: Alberto Mambelli, coordinatore del GIT di Ferrara di Banca Etica

Amnesty International, Comitato Riconversione RWM per la pace ed il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia accolgono con soddisfazione la decisione del TAR del Lazio che, con una ordinanza della scorsa settimana ha respinto le istanze avanzate dall’azienda RWM Italia contro la decisione del Governo di revoca definitiva delle licenze all’esportazione di missili e bombe d’aereo verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Si tratta degli ordigni di fabbricazione italiana utilizzati dalla coalizione a guida saudita nel conflitto in Yemen, anche per bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile.

La decisione del Governo, presa a fine gennaio 2021 come primo caso del genere da quando è in vigore la Legge 185/90 sull’export militare, applica una Risoluzione parlamentare votata a dicembre 2020, che chiede al Governo di trasformare in revoca la sospensione delle autorizzazioni già votata dal parlamento nel luglio del 2019. Entrambi questi passaggi sono un positivo risultato della mobilitazione e delle pressioni del coordinamento della società civile italiana che, fin dall’inizio delle ostilità in Yemen, ha chiesto di bloccare le forniture di armamenti dal nostro Paese che vengono impiegati in quel sanguinoso conflitto.

Le Organizzazioni valutano positivamente la decisione del TAR del Lazio sia per il risultato concreto sia, soprattutto, per le motivazioni addotte. Benché si tratti di una decisione cautelare è infatti significativo che, a distanza di pochi mesi, due giudici – uno penale (a riguardo dell’azione legale penale contro l’export di queste armi) e uno amministrativo – abbiano riconosciuto due punti fondamentali su cui si fonda la mobilitazione. Nel provvedimento si legge infatti che “risultano ampiamente circostanziati e seri i rischi che gli ordigni oggetto delle autorizzazioni rilasciate da UAMA possano colpire la popolazione civile yemenita, in contrasto con i chiari principi della disciplina nazionale e internazionale” e che il ricorso di RWM non può essere accolto poiché “la salvaguardia e l’incolumità della popolazione civile prevale rispetto a quello della ricorrente alla conservazione della propria quota di mercato”.

A tal proposito l’avvocata Francesca Cancellaro (che rappresenta le organizzazioni della società civile nell’azione legale promossa nel 2018 da Mwatana, ECCHR e Rete Italiana Pace e Disarmo) ha dichiarato: “Si tratta di una ulteriore conferma che la direzione è quella giusta, un altro tassello verso la giustizia per le vittime yemenite uccise da armamenti esportati illegittimamentedal nostro Paese”.

Nel sottolineare l’importanza di continuare nell’accertamento di responsabilità ed eventuali violazioni delle norme nazionali ed internazionali le Organizzazioni ribadiscono ancora una volta la richiesta a Governo e Parlamento di estendere il blocco e la revoca alle esportazioni di armamenti verso tutti i Paesi coinvolti nel conflitto in Yemen e per tutte le tipologie di armamenti e sistemi militari.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

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