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Per una sinistra di progresso: caro Bersani ti scrivo (e intanto penso a lui)

di Adriano Autino

Caro Pierluigi,
non so bene perché scrivo a te, forse perché mi ispiri un sentimento di tenerezza dovuto principalmente a un’insensata e ormai sterile nostalgia novecentista, il periodo in cui sia tu sia io, insieme ad altri milioni di persone, abbiamo sperato nello sviluppo di grandi progetti sociali innovativi, per il miglioramento dei rapporti umani. Ma forse non è solo per questo. È perché penso che, nonostante tutto, potrebbe albergare in te un qualche sentimento umanista che non ritrovo altrove. Probabilmente non mi risponderai, confermando così la spocchia che caratterizza tutti i politici vecchi e nuovi – la cosiddetta ‘casta’ insomma – e la noncuranza verso gli ideologi, sommersi o emergenti che siano. Un protezionismo vetero-burocratico che si guarda bene dal concedere occasioni di visibilità a chi ancora non se l’è conquistata abbastanza. Mi permetto comunque, visto che una volta si usava chiamarci ‘compagni’, di darti del tu, come se fra noi ci fosse una qualche idea di condivisione di intenti e ideali sociali.

Bando alle premesse, entriamo nel merito.
Confesso di aver riposto qualche speranza in Matteo Renzi e ancora apprezzo alcune sue iniziative, come per esempio la recente modifica della legge sugli appalti, una necessità da lungo tempo, sinora ignobilmente dimenticata dalla politica. Manca ancora però un maggior impegno sul fronte della ricerca scientifica e della cultura o, per meglio dire, l’inizio di un’inversione dell’ignobile tendenza dei governi nostrani (tutti) a tagliare i fondi e a insultare la ricerca e la cultura: sinora tutto rimane confinato al quaderno delle buone intenzioni. La triste realtà sono i centri di ricerca che agonizzano e le orchestre e dei teatri che chiudono, mentre giganteggia la stolida attitudine di Renzi a far di tutto per cacciare fuori dal partito chi si preoccupa dei temi sociali, dei problemi dei lavoratori e dei ceti meno fortunati della società (peraltro in continua crescita). Poiché quanto detto finora, benché sacrosanto e fondamentale, rientra nella più comune retorica politicista, chiarisco subito che per me il vero spartiacque sta nella concezione dello sviluppo e della crescita economica.

Ma torniamo al merito, ho per te tredici domande.
1: ci rendiamo conto che, senza sviluppo economico, qualsiasi ipotesi di modello sociale e di formula di governo è destinata a fallire, lasciando il campo a dittature liberticide? Una schiera di aspiranti Stalin, Hitler, Pinochet, PolPot, si preparano a “gestire equamente la nostra miseria”, ovviamente ben trincerati nelle loro fortezze dorate, nel nome di vecchie o nuove ideologie, collettiviste o liberiste che siano. L’abbondanza, invece, diminuendo la paura sociale, favorisce la crescita dell’etica e della democrazia reale (e non solo percepita!).
2: ci rendiamo conto che tutto ciò che abbiamo, nei paesi cosiddetti ‘avanzati’, lo dobbiamo allo sviluppo industriale? Parlo dei sistemi di istruzione di massa – fattore fondamentale di crescita sociale – dei sistemi di sanità di massa, dei sistemi di trasporto di massa, dello sviluppo delle arti e della cultura. Non devo certo spiegarti l’importanza fondamentale di tali sistemi: senza torneremo al Feudalesimo, al Medioevo e anche peggio.
3: ci rendiamo conto che è sparita la categoria della Sinistra progressista? Con l’affermarsi delle posizioni filosofeggianti sulla decrescita, estremizzazione logica dell’ecologismo radicale e di un certo ambientalismo, che ritiene di collocarsi più vicino all’ecologismo che all’umanismo, si è affermata un’ideologia fondamentalmente anti-industriale, che vede nello sviluppo dell’industria il male estremo, responsabile di tutto il degrado delle società cosiddette post-industriali.
4: ci rendiamo conto della schizofrenia totale della politica, che sempre più rifiuta di fondarsi su una solida elaborazione filosofica? Da un lato si invoca la crescita economica, quando si vuole pescare voti nel vasto mare della disoccupazione, del precariato, dell’incertezza e della paura sociale crescente. Dall’altro si invoca la decrescita e la deindustrializzazione, quando si attinge a piene mani nella marea montante che invoca le ‘leggi della natura’ come modello etico, e come solutore dei problemi considerati cervellotici, astrusi e irrisolvibili, causati dal progresso della nostra specie, tecnologica e culturale.
5: la tua corrente strizza l’occhio a tali correnti nichiliste e opposte alla stessa intelligenza umana o intende riprendere un’elaborazione seria e coerente, seppure difficile e controcorrente?
6: quale politica industriale hai in mente? Come pensi di rilanciare uno sviluppo vigoroso e possente, rivolto al futuro, solidamente fondato sulla ricerca scientifica e tecnologica? Sei cosciente che appoggiarsi unicamente alla green economy non rappresenta un vero fattore di sviluppo a lungo termine? Poiché ti vedo aggrottare le sopracciglia, chiarisco: limitarsi alla green economy (di cui comunque non intendo negare la validità in assoluto), significa limitare il proprio sguardo all’interno dei confini del mondo chiuso, ovvero del presunto limite costituito dall’atmosfera terrestre e del pozzo gravitazionale terrestre.
7: sei cosciente che le risorse del nostro pianeta sono ormai insufficienti per permettere lo sviluppo di sette miliardi e mezzo di membri della nostra civiltà? E che appena fuori, nello spazio geo-lunare, esiste una quantità incalcolabile di risorse ed energia solare? Hai idea della cornucopia di abbondanza costituita dagli asteroidi vicini alla Terra? Sai che la stessa Nasa sta progettando di catturare un asteroide, portarlo nello spazio cislunare e iniziare a esplorarne le possibilità di utilizzo, sia per quanto riguarda le materie prime, sia per la possibilità di trasformarlo in un habitat rotante (e quindi dotato di gravità artificiale)?
8: sei cosciente che la stragrande quantità di eccellenze industriali del nostro paese, principalmente nel campo dell’elettronica, delle alte tecnologie in genere, durante gli ultimi anni si è volatilizzata? Come pensi di invertire finalmente tale disastrosa tendenza?
9: sei cosciente che nel nostro paese esistono (ancora) importanti ed eccellenti competenze nel settore aerospaziale? Sai che in tale settore, in altri paesi, si stanno sviluppando vettori industriali, che riescano cioè ad abbattere il costo del trasporto terra-orbita, per sviluppare il turismo spaziale, iniziare l’industrializzazione dello spazio geo-lunare? Pensi che tali coraggiose iniziative imprenditoriali potranno farcela, da sole, senza supporto sociale e politico, ad aprire la nuova frontiera di questo millennio: dare il via allo sviluppo dell’astronautica civile, prima che la nostra crescita nel mondo chiuso causi una totale implosione della civiltà? Pensi che la loro sia solo un’iniziativa privata, egoisticamente finalizzata al profitto, o che abbia anche una forte valenza sociale e umanista, finalizzata a favorire la continuazione dello sviluppo della civiltà?
10: pensi che il nostro paese possa e debba inserirsi in tali processi fondamentali, oppure che debba restare ai margini, barcamenandosi in ‘riforme’ che, quando finalmente arrivano, non servono più a nulla, perché drammaticamente in ritardo?
11: per te un imprenditore continua a essere per definizione un delinquente, un peccatore o comunque uno sfruttatore? Sei cosciente che la classe operaia, con tutto il rispetto che merita, non è più la classe oggettivamente progressista e di avanguardia, quella che, risolvendo i propri problemi, risolve i problemi dell’intera società? Sei cosciente che la rivoluzione elettronica aveva portato al primo posto la classe della piccola imprenditoria diffusa a basso capitale, e che questa classe – estremamente progressiva e fautrice di crescita sociale – è oggi a rischio di estinzione, grazie alla crisi globale che voi politici non avete alcuna idea di come superare?
11: (adesso non ti offendere) Sai che molto probabilmente alle ultime elezioni ti sei giocato due o tre punti (quelli fondamentali per “vincere senza perdere”!), dichiarando due giorni prima del voto che volevi abbassare il limite dei pagamenti in contanti a 300 euro? Hai finalmente capito che questo significa andare a cercare i ‘colpevoli’ tra i pesci piccoli che cercano di sopravvivere, e non tra i pesci grossi, che continuano a festeggiare le loro grosse ruberie a champagne e festini a bordo dei loro mega-yatch?
13: sei cosciente che, per la guida delle società odierne, estremamente complesse e articolate, occorrono classi dirigenti dotate di elevata formazione scientifica, ma nello stesso tempo dotate di una forte impostazione prioritariamente umanista? Hai un progetto per formare tale classe dirigente?

È per questo, o almeno una parte significativa di questo, che ti batti, e che ti opponi a Renzi? Se sì, se pensi di fare molto meglio di Renzi su questi temi fondamentali, parliamone. Altrimenti magari prova ad aiutarlo: Renzi sarà anche antipatico e arrogante, avrà inanellato una sfilza di errori e comportamenti odiosi (per esempio l’assurdo accanimento sull’articolo 18, che gli ha portato solo le simpatie di Verdini e soci. Possibile che ancora non si riesca in questo paese a capire la lezione di Amartya Sen, circa la possibilità di coniugare libertà e solidarietà? Siamo prigionieri di paradigmi vetero-cattolici, basati su coppie dicotomiche obsolete, e sul supposto supremo valore del sacrificio). Ma negli ultimi decenni non ho visto un governo migliore, nonostante tutto. Anche la vecchia Dc era odiosa, ma aveva una politica industriale.
Per farla breve, secondo me le diverse forme di partito non contano niente: contano solo le idee. Persino una nullità ideologica come Grillo, solo per aver dato l’impressione di avere idee, ha avuto rapidamente successo. Non parliamo di Berlusconi: un affarista e nullità politica totale, che ha campato vent’anni recitando inizialmente il credo jeffersoniano e sulla promessa di una rivoluzione antiburocratica e libertaria che non aveva nessuna intenzione di fare, trovando molto più conveniente accordarsi e lasciar vivere i diversi potentati. Ricordo invece con qualche nostalgia le tue ‘lenzuolate’ libertarie.
Diversi rimasugli di diverse sinistre provano adesso a ricomporre l’ennesima ‘cosa’, rimestando idee vecchie e decotte, facendo leva unicamente sull’antipatia ispirata da Matteo Renzi. La limitatezza di idee a sinistra potrebbe (ri)portare al potere qualche bel rampollo di centrodestra, come Salvini, Trump o Marie Lepen. Ormai inutile sperare che l’indimenticato Indro Montanelli, unico esempio di pensiero di destra autenticamente liberale in Italia, abbia generato qualche continuatore. Magari Renzi ha in agenda altre mosse intelligenti come la riforma della legge sugli appalti. Magari comincerà a ragionare così anche sulla scuola, sull’industria, sulla ricerca, magari (hai visto mai!) sull’espansione spaziale.
Intendiamoci: il mio intento non è sostenere Renzi, nè chiunque altro. Ripeto Pierluigi, se pensi di poter fare molto meglio, più in fretta, e di andare da subito nella direzione giusta – verso l’alto! – parliamone. L’unica cosa che non vorrei dover fare sarebbe gettar via ancora una volta “il bambino insieme all’acqua sporca”.
Ad Astra!

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IL DIBATTITO
La sinistra intellettuale e le slide quotidiane

Il dibattito “Idee di Sinistra” su Ferraraitalia offre spunti interessanti.
Mi si perdoni questo intervento forse a gamba tesa, da esterno, un semplice lettore che, come si evincerà, non appartiene alla categoria degli osservatori professionisti della politica e neppure agli analisti delle tattiche partitiche, ma alcune poche e semplici considerazioni sembrano d’obbligo.
Io partirei dalla domanda che Lavezzi si è posto il 17 febbraio che mi pare rappresenti la madre di tutte le questioni: “Ma allora perché se tutte le premesse sociali ed economiche ci sono la Sinistra fatica a imporsi sul piano politico?” Ci sono anche le prime righe del bell’articolo a firma Carlo Tassi, del 2 marzo, o l’articolo successivo di Roby Guerra.
Si comprende bene che il destinatario ultimo di cotanta insoddisfazione del mondo intellettuale della Sinistra è con tutta evidenza l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi, e con lui quel giglio magico che vive all’ombra del grande imbonitore, il quale fra l’altro non più tardi di alcune settimane fa ha proclamato pomposamente: “con me ci sono cinquanta milioni di italiani”.
L’ha certamente sparata grossa, come è nel suo stile, ma io chiedo a chi dibatte sulla sua (di Renzi) congruità alla Sinistra: ricordate l’inizio? “Enrico stai sereno”. Con i tweet, come un pifferaio 2.0, vi ha assopito le coscienze e alle elezioni europee, ha zuccherato e convinto, spargendo gli ottanta euro, parte del 40% di votanti (con 50% di astensione) a dargli il voto.
Non avete percepito qualche fremito di troppo quando, intorno a Monte dei Paschi e Banca Etruria o Carife o Banca Marche, storiche roccaforti del potere ‘rosso’, oltre al parentado della ministra Boschi in contatto con faccendieri anni Ottanta, svolazzava il supporter della Leopolda, il finanziere Davide Serra, che Bersani apostrofava così: “ma perché non paga le tasse in Italia invece che dispensare consigli al Renzi ?”
La verità, da ciò che si fiuta, è che lui (il Renzi), con il cinismo e l’opportunismo, ha messo in un angolo gli intellettuali e molti cittadini (anche non di sinistra), gli stessi che in buona fede ancora continuano a dibattere con convinzione sui grandi principi del sociale, di ideali rimpianti e volatilizzati nel dibattito della Leopolda.
E torniamo alla domanda di Lavezzi per tentare una (mia) risposta non aulica, ma semplice (non semplicistica), anche se composita, e comprensibile agli italiani che lavorano, “la vera carne” del dibattito politico e sociale.
Il Renzi ha inculcato un concetto nuovo per la Sinistra (diciamo a una parte maggioritaria): si deve vincere e non importa come: cinismo? Opportunismo? Concetti superati: è il realismo dell’Italia che cresce! Si può comunicare anche il peggio, ma il messaggio deve bucare; ma quale ‘questione morale berlingueriana’? L’articolo 18? Voto di coscienza, quale? E cosi via.
Si deve passare in Parlamento anche con Verdini (il nemico giurato della Sinistra, se possibile fino a pochi mesi fa ancora più odiato di Berlusconi) insieme alla marmellata dei transfughi usciti da partiti di Centro, di estrema sinistra, di Scelta Civica. Le cooperative dell’accoglienza di Roma hanno truffato sotto gli occhi del Pd? Il Sistema cooperativo edile emiliano è crollato con migliaia di posti di lavoro persi?
La piazza dimentica presto quando poi si vince e si governano i Comuni, le Regioni e lo Stato. Le banche delle aree rosse possono fallire: colpa di qualche funzionario e dell’Europa! Il debito pubblico cresce inesorabilmente? Nessun problema: dal 2017 o 2018 lo risolveremo. Intanto diamo 500 euro ai diciottenni futuri elettori, smantelliamo il Senato con voti di fiducia, approviamo le Unioni Civili con Verdini. E adesso annunciamo un gigantesco obiettivo futuro: il Ponte sullo stretto di Messina!
Il Renzi ha puntato al linguaggio diretto, sulle slide: il senso è semplice, chiaro e comprensibile a tutti. Poco importa (per lui e per i suoi ) se saranno credibili e perseguibili, ma il gioco è fatto. Basta con la vocazione all’autoflagellazione della sinistra, diamo da bere al popolo ciò che vuole: immagine e promesse, in sintesi: panem et circenses.
Ecco perché io penso (da semplice lettore), che con Baumann, Bodei, Habermas, con Weber e altri si educano i futuri accademici, si mantiene alto il dibattito (che io apprezzo) fra le èlite di intellettuali che continueranno e dialogare fra di loro nel salotto buono di qualche sezione o in qualche blasonata biblioteca, ma non si comunica con il popolo della Sinistra.
Nonostante quanto accaduto in questi quasi tre anni senza elezioni, i senatori e i deputati del Pd continueranno a sostenere Renzi. Se si andasse al voto ora, molto probabilmente diversi di loro perderebbero il posto in Parlamento e pertanto dei vostri idealismi romantici, concentrato di tanta secolare cultura sociologica, se ne infischiano.
Continuando così, a sinistra la conta dei voti premierà Renzi grazie alle sue astute, semplici e ingannevoli slide di ‘sinistra’.

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La Sinistra e la Rivoluzione elettronica

Nell’era della fine della politica e dell’ideologia, dell’antipolitica dilagante – la credibilità verso i partiti è quasi zero, come dimostrano le elezioni con il partito oscuro dell’astensionismo, sempre sottovalutato – è possibile immaginare scenari relativamente ex novo, neoprogressisti. In questo testo evidenziamo in particolare una possibile sinistra 2.0, partendo dal presupposto che proprio la rivoluzione informatica o elettronica del nostro tempo, scientifico-sociale in ultima analisi, magari controcorrente rispetto al trend liquido e minimalista dominante, ha già generato orizzonti neoprogressisti possibili, per chi li voglia vedere.

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Il visual poem La Nuvola in Elettroni

In principio la Tecnologia
La cosiddetta Sinistra attuale, moderata o estremista che sia, a livello intellettuale e nella macchina organizzativa, non si è ancora affrancata dal mito novecentesco economicistico e riduzionistico. Dopo decenni di massmedia, informatica e dopo Internet, non è però più l’economia, ma la tecnologia, intesa come rete quasi senziente, che filtra in modulazioni strutturali e decisive qualsivoglia input economico (spettacolare la differenza tra le Borse prima e dopo il web e l’informatica: praticamente una piccola time machine che dribbla come moto perpetuo qualsiasi fuso orario). Ora la tecnologia in sé, non è riducibile a qualsivoglia intenzionalità o residua ideologia neoliberista. Il condizionamento certo è reale, ma secondario almeno virtualmente: i nuovi significanti Techno da un lato innestano una complessità non facilmente prevedibile, dall’altro sono protesi o estensioni della mente umana psicosociale – come spiegarono chiaramente decenni fa i vari McLuhan e A. Toffler e oggi De Kerckhove e, piu in profondità avveniristica, futurologi come Raymond Kurzweil, Zoltan Istvan – in un feedback costante pluridirezionale, multitasking persino, tra società e soggetti umani.
Il trend dominante nella cosiddetta Sinistra, come news del 2000, privilegia l’ecologismo come nuovo paradigma globale, ma è chiaramente una opzione traumatica verso il futuro: una certa ecologia è certamente un nuovo valore etico-sociale (e anche tecnologico pragmatico), ma ha senso creativo e propulsivo solo come sottocategoria, pur fondamentale, in altro paradigma più ampio: la tecnologia. Oggi si parla di orizzonti sociali che sono ormai planetizzati o globali, con circa 10-20 miliardi circa di unità umane prevedibili per il 2020-30: l’ecologia al centro – e non la tecnologia, la conoscenza tecnoscientifica globale – con la sua ipotesi più diffusa, la discutibilissima decrescita felice, è pretendere di andare sulla luna ancora con i libri di Jules Verne. Soltanto un nuovo progresso informatico ed ecologico, superando il mito della Natura separata dalla tecnologia, può cavalcare razionalmente e anche immaginativamente le sfide del Duemila e del nostro tempo. Curiosamente, tale primato della tecnologia appartiene eccome alla tradizione marxista, e caratterizzava Gramsci il Pci.

Valore e miseria del post Pci
Nella cosiddetta Sinistra, inutile girarci attorno, le autocritiche sono sempre in ritardo di 20 anni (dalla rivoluzione ungherese in poi il copione è stato sempre quello). Il Comunismo nei fatti, come alternativa al capitalismo (oggi turbocapitalismo), si è rivelato uguale al Nazismo come totalitarismo e disumanizzazione umana. Anche la storia però è complessa: come il Fascismo italiano non fu solo quel demone che ancora oggi a sSinistra si esorcizza (rispetto all’innegoziabile nNazionalsocialismo tedesco), cosi e ancora di più in senso democratico, il Comunismo italiano fu una rondine (rispetto al Comunismo internazionale totalitario), che almeno in Italia ha fatto davvero la sua primavera.
Il vero progresso in Italia dopo la seconda guerra mondiale ha sempre il marchio preciso del Pci con le sue battaglie e conquiste: oggi le regioni rosse sono una parodia di benessere e buongoverno, ma a suo tempo non erano simulacri ideologici, bensì fiore all’occhiello dell’Italia più evoluta. Pur con tutte le ambiguità e le incompiute ben note storiche – la Resistenza non solo lotta di Liberazione, ma anche mito del Comunismo sovietico, i gravi ritardi su Budapest e Praga, fino a prima di Berlinguer, certa egemonia culturale e economica con il sistema Coop – indubbie, ma spesso culturalmente e produttivamente elevate ed efficienti, il Pci era un Partito del Futuro e del Progresso: guardava alla scienza e alla tecnologia come macchine per il cambiamento sociale, rifuggeva regressioni religiose e passatiste. Al passo con Marx e non solo, era chiaro il valore storico del capitalismo come fase storica propulsiva rispetto a ogni Medioevo o primitivismo della storia umana. Capitalismo da superare, certamente, ma via via e fin da Togliatti, pur non ufficialmente, con l’utopia comunista giustamente sempre più ridimensionata, riconnessa semmai a orizzonti postcapitalistici, socialisti e liberali (diversamente utopici) evoluti da ridefinire sul piano linguistico. Oltre la vecchia utopia, nei fatti, non tutti nel Pci erano ciechi. Con Berlinguer tale dinamica quasi apparve alla luce del sole: il cosiddetto eurocomunismo andava in tale direzione. Così il famoso compromesso storico con la Dc umanistica di Aldo Moro. Più in generale, negli anni Sessanta e Settanta il recupero del significante originario socialista s’innestava in quel discorso internazionale, persino di umanesimo socialista (quindi già postcapitalista tecnologico umanizzato), promosso da certa futuristica sociale di matrice psicologica o da stesse dissidenze dell’Est: Erich Fromm e altri liberal in Usa, W. Reich e Marcuse in particolare, Adam Schaff, il meglio della post-scuola di Francoforte, in Italia il giovane Umberto Eco, semiotico, la promozione mediatica scientifica di Piero Angela, la cibernetica sociale di Silvio Ceccato e Roberto Vacca, il Club di Roma di Aurelio Peccei. Sullo sfondo anche posizioni radicali come Debord, Lacan, Baudrillard, Foaucult, Derrida e Delouze. Libri collettanei come “L’Umanesimo Socialista” a cura proprio di Fromm e altri indicavano un orizzonte già complesso e innovativo, su cui si muoveva già proprio il Pci di Berlinguer.
Quel che è successo dopo è noto: l’ala regressiva del ’68, maoistica, ha prevalso nella cultura italiana, in una forma (gravissimo il terrorismo) o nell’altra (una lenta conquista del potere della magistratura e della stampa e poi della televisione e della politica post-Tangentopoli); Berlinguer è scomparso prematuramente; Moro assassinato; l’Urss è autoimplosa; il Pci con Natta e Occhetto in crisi di identità fatale; e poi appunto Tangentopoli, il mito di Tangentopoli. Il Pci doveva necessariamente sparire, anche quello italiano, la storia mondiale del Comunismo fallimentare e criminale era un fatto conclamato. La Sinistra degli anni Novanta e del 2000 doveva riformattarsi, completare sul serio le dinamiche di trasformazione in senso verodemocratico liberal e socialista, captare la mutazione tecnoscientifica già flagrante negli anni Ottanta e Novanta, con l’avvento dei primi pc e della prima informatica di massa, la nascente all’epoca rivoluzione elettronica. Invece ha cavalcato in modi fanatici la stagione di Tangentopoli, necessaria igiene della Prima Repubblica, ma facendo fuori il Psi di Craxi (coinvolti certamente, ma già un poco postmoderni e attenti alla rivoluzione elettronica) e poi con sempre più un clamoroso lifting neodemocristiano da Prodi a Renzi, si è perversamente de-generata la regressione cattocomunista, mixata con un fondamentalismo politichese esploso con 20 anni di mera demonizzazione dell’era di Berlusconi (regolarmente eletto perché aveva capito, anche se in ottiche conservatrici, le rivoluzioni dei mass media e poi quella elettronica in progress), anziché elaborare nuove progettualità alternative democratiche sul serio e appunto postmoderne evolute.
Il cattocomunismo, l’opposto dell’umanesimo sintetico timidamente sperimentato da Berlinguer e Moro, la sua versione assolutamente regressiva, non il meglio della stagione socialista e della tradizione umanistica italiana, ma il peggio della burocrazia totalitaria comunisticheggiante e del ben noto stile ‘mafioso’ guicciardiniano storico italico.

Il cattocomunismo terminale

Nel ventennio berlusconiano e anche oggi, dopo Monti, Bersani, Letta e ora il regime Renzi, è sorto come un ogm venuto male il cosiddetto ‘cattocomunismo’ che coinvolge pure i resti della sinistra estrema (sempre settaria parareligiosa) e, parzialmente, lo stesso M5Stelle di Beppe Grillo, per molti altri aspetti il primo partito del web in Italia, ma penalizzato dal tale stessa ambiguità congenita. Il futuro e il progresso sono rimossi o edulcorati, come già accennato, nel mito dell’ecologismo e del mondo sostenibile, della demonizzazione del turbocapitalismo e del consumismo, fino alle discutibili news ultime, acriticamente multietniche, acriticamente apologetiche della diversità sessuale a prescindere. Le differenze storiche oggettive tra Occidente e Terzo e Quarto mondo, arretrati strutturalmente di secoli, che persino Marcuse conosceva bene, da colmare pur con ricette non più imperialiste, sono svanite nell’omologazione del pensiero unico orizzontale, in una ridondanza veteroumanistica poco adatta al linguaggio necessariamente ‘freddo’ di ogni macchina politica onesta, capace di non speculare sulle passioni viscerali delle masse. La rivoluzione socialista è diventata la sintesi regressiva con etnie diverse a prescindere e i cosiddetti gay, un tempo mera espressione perversa della decadenza borghese (cosi si bollava persino Pasolini), sono diventati i nuovi soggetti rivoluzionari, al posto degli operai e del popolo in generale!
Qualcosa non quadra. Non discutiamo il ruolo fondamentale dell’ecologia per qualsivoglia scenario del futuro, né la necessità di soluzioni più evolute delle ricette destroidi sulla questione epocale immigrati e sul non banale pericolo isislamico, né giusti riconoscimenti giuridici (alcuni, almeno) all’emergente comunità gay. L’impressione di una fase renziana anche in Italia come in Europa, con questa Europa non dei popoli, ma della Finanziocrazia internazionale (tra poche famiglie americane, alcune euroasiatiche, troppe arabo musulmane, che condizionano il mercato globale in modi decisivi e nei fatti fraudolenti e persino, visti gli esiti della crisi sempre in primo piano, anche poco lungimiranti), orwelliana, è un dato di fatto probabilmente. Al di là delle intenzioni stesse del giovane premier, limitato nel gestire (certamente non meglio di lui i vari Veltroni, Prodi, Franceschini, Bersani) un certo andazzo dei tempi, macropolitico e macroeconomico.

Ritorno al Progresso
Come diceva Marx stesso però, con il suo straordinario link cosiddetto disillusione, vedere il reale, è anno zero verosimile per progetti credibili e promettenti, sicuramente aperti e rettificabili a seconda del divenire storico e dei risultati verifiche dei fatti. Il progresso, il futuro, la nostra storia occidentale devono tornare al centro, non per eurocentrismo, ma perché se si parla di valori umani universali e moltitudini o popoli, le differenze esistono e semmai sono i migranti che devono integrarsi con i nostri valori universali, figli di secoli di democrazia e rivoluzione scientifica, storicamente sconosciuti alle etnie emergenti. Piaccia o meno, parliamo non di singoli o gruppi d’eccezione, ma di moltitudini e la storia si sa è lentissima nei cambiamenti psicosociali. Non si esce dal turbocapitalismo, all’orizzonte nessuna alternativa planetaria forte. Chi lo nega è in malafede: al massimo è possibile rettificarlo, umanizzarlo, rallentare il consumismo, o meglio riconcertarlo in senso distributivo più egualitario e diffuso. Questo però è possibile solo capendo la priorità del linguaggio e della conoscenza tecnoscientifica come registro di sistema vincente di qualsivoglia nuova progettualità futuristica presente e prossima, per lanciare nuovi modelli postcapitalisti più evoluti (ma in senso letterale, non oltre o verso isole che non ci sono!), intesi come rete e sistema non scomponibili: una nuova Grande Macchina da concertare, ottimizzando le oggi dissipate risorse tecnologiche e scientifiche, quelle nascenti dalla robotica e dalla computer science e dalle nuove scienze dell’alimentazione (ogm inclusi e molte cibornetiche), unitamente al salvataggio delle risorse naturali e alle nuove tecnologie verdi, consapevoli tuttavia per queste ultime che le promesse dei decenni scorsi nei fatti non si verificano, in quanto per la complessità e il divenire reale del mondo attuale, piaccia o meno, esse sono state sopravvalutate (non per complottismo delle orride multinazionali). Al contrario, come ben spiega la comunità scientifica, solo una concertazione di tutte le risorse energetiche possibili, anche il nucleare di ultima generazione, può garantire un nuovo progresso almeno decoroso per la maggior parte dell’umanità.

Che c’entra la cosiddetta sinistra italiana in tale scenario futurista? Secondo noi poco o nulla. La riformattazione altro non può essere, per una new Left 2.0, che ex novo o radicale. Largo ai giovani, ma a giovani scienziati, naturali e sociali, nativi digitali doc, non sempre letteralmente, ma come nuova forma mentale sì. Via invece quasi totalmente, gran parte dei gruppi dirigenti e militanze varie: non sono mentalmente e culturalmente idonei a tale rivoluzione auspicabile. Sono soprattutto tecnoanalfabeti, anziani o giovani che siano, riflettono sempre le inerzie e le mappe obsolete del Novecento più o meno ideologico. E idem per l’Intellighenzia. Siccome però parliamo di grandi numeri, premettere il licenziamento in tronco, nelle macchine della politica o dell’Intellighenzia cosiddetta di Sinistra, di gran parte degli attuali gruppi dirigenti o di base o maestri di pensiero supposto significa, pur intercettando le minoranze, ancora centinaia almeno di soggetti o anche gruppi più o meno laterali e marginali attualmente, pur già presenti e operativi sia nelle macchine politiche sia nelle nicchie culturali e metapolitiche (come meri input solo indicativi: lo stesso Cacciari, il Tony Negri “americano” o il Franco Berardi “Bifo”, diversamente geopolitico o postcyberpunk). Sempre il Web pullula di parole, fatti, microchip, in genere metaculturali e metapolitici (non militanti), dove i dibattiti sulla politica, sul futuro, sulla scuola, sull’occidente, sul Terzo e Quarto mondo, sulla cibercultura, sulla tecnoscienza, sono in primo piano, generalmente in nome della complessità e consapevoli del dopo Internet. Segnalo soltanto per la mie personali sinergie (solo indicative, altrove in Rete ci sono molte altre dinamiche del genere) il movimento Netfuturista (Roma), quello futurologico transumanista (Milano), l’Italian Institute for the Future (Napoli), Space Reinassance (Cremona, Roma), Biblioteca Gramsciana (di Ales-Oristano), le stessa Scuola romana di filosofia politica (pur di matrice idealistica), e Metateismo. Per un nuovo Rinascimento, pur di matrice squisitamente culturale artistica, anche Valutazione.net (Trento-Ferrara). Infine, molte altre micro-comunità strettamente scientifiche attivissime nel ciberspazio del web.
“Noi trasformiamo il ’68 perdente in un computer vincente!”
“Fiorire non marcire!”

Info

Gramsci e Marinetti: un inedito dialogo


http://www.literary.it/dati/literary/d/diedo/gramsci_2017_dopo_berlinguer.html
http://www.meteoweb.eu/2014/09/fenomeno-transumanista/321901/
http://www.meteoweb.eu/2014/09/seconda-rivoluzione-verde-cura-marco-cattaneo-scienze/328804/

IL DIBATTITO
Perché il Pd sta uccidendo la Sinistra

L’uomo è ciò che mangia, senza se e senza ma. Gli ideali, le schizofrenie, le depressioni, sono un vezzo dell’Occidente.
Andatelo a chiedere a Diji, Chege, Obi, Njanu e soci quanto sono depressi o quali siano i loro ideali! Andate a chiederlo a loro, in cima all’altopiano del Veld, tra il diciannovesimo parallelo Sud e il trentesimo meridiano Est, in mezzo a un lussureggiante nulla di miseria, fame e malattie. Oppure chiedetelo a Jaime, Pablo, Soto e i compañeros del barrio di Las Majas, nel loro festival permanente fatto di sporcizia, allucinogeni e violenza.
Domandatelo a loro e poi, se sarete ancora in grado di parlare, ditemi cosa vi hanno risposto.
I confini? Sovrastrutture. Ciò che conta è se piove, se fa freddo, se fa caldo, se c’è cibo da mangiare, se c’è acqua da bere… Il mio smartphone possiede una batteria che dura fino a dodici giorni tra una ricarica e l’altra. Io, senza bere acqua per sette giorni, passerei senz’altro a miglior vita, però avrei tanti bei selfie da lasciare in eredità… Il mio smartphone, per costruirlo, hanno consumato mille litri d’acqua: la stessa quantità d’acqua che servirebbe a dissetare cinquanta persone per quei dodici giorni di durata della sua batteria. Quante persone muoiono di sete al mondo in dodici giorni? Non tante quanti sarebbero i selfie che nel frattempo potrei farmi. Potenza della tecnologia, che allontana l’idea della morte dai miei pensieri.
La verità è che siamo fatti di cellule biodegradabili, come i nuovi sacchetti della spesa fatti di pannocchie. Sì, proprio quei sacchetti che ci fanno pagare dieci centesimi in più e si rompono quasi subito: nemmeno il tempo di uscire nel parcheggio e arrivare alla macchina che ti si stracciano in mano, facendoti rimpiangere quei bei sacchetti di una volta, indistruttibili ed eterni. Eppure, adesso più che mai, ci circondiamo di accessori fatti di materiali indistruttibili, ma delicati: si guastano quasi subito e vanno sostituiti con altri identici o quasi, magari un po’ più belli o con qualche vezzosa funzione in più. È il moto perpetuo del consumismo: produrre, consumare e buttare. Poi di nuovo, produrre, consumare, più una variante non bene compresa da tutti: riciclare. Tutti noi siamo figli del consumismo – da notare la curiosa assonanza con comunismo. Anche i vecchi comunisti si sono dovuti adattare alle regole della produzione e del mercato, diventando di fatto consumisti. E i figli dei figli dei figli dei comunisti nemmeno più si ricordano da dove vengono, se non per il fatto che qualcosina l’anno letta nei libri di storia (in via d’estinzione pure quelli). Il nuovo modello ha imborghesito tutti, persino i più radicali, i più anarchici. Ormai quel bel rosso scarlatto, sanguigno, sta diventando sempre più tenue, anemico, un rosato tendente al fucsia! C’è qualcuno che da bravo consumista ha fatto sua l’arte del riciclo, riciclandosi più e più volte. Ma che importa? Basta correre, correre sempre più veloci, l’importante è arrivare prima. Prima di chi? Prima degli altri. E gli altri chi sono? Gli altri sono gli altri!
Esatto! Ci siamo noi, poi ci sono gli altri. Ci sono io, mia moglie e i miei figli, il mio cane, c’è la famiglia insomma (sacra e unica), ci sono gli amici (quelli veri però), la squadra del cuore (sola e insostituibile), la patria (quattro volte campione del mondo), la cultura occidentale (culla di civiltà). Il tutto in rigoroso ordine di appartenenza e prossimità.
E tutto il resto? Tutto il resto sono gli altri, quindi che si fottano.
Ma, come una famosa canzonetta recitava venticinque anni fa, gli altri siamo noi. Noi che ci fottiamo a vicenda, inseguendo quella cosa che chiamiamo felicità, mentre è soltanto benessere.

Ebbene, perché il Pd sta tradendo la Sinistra? Perché i suoi rampanti giovanotti in giacca e cravatta negli uffici dei palazzi strizzano l’occhio a manager prezzolati? Perché i suoi attivisti in lupetto e giaccone nei centri sociali parlano tanto di global no global, coppie gay, ius soli e integrazione, e tanto poco di tutto il resto? Forse perché loro sono loro e gli altri che si fottano?
Il Pd ha copiato il compito in classe, ha sbirciato nel banco della Destra. No, non si tratta di contenuti, per carità, ma di metodi. Anche se poi alla fine ci si dimentica che il metodo usato, prima o dopo, si trasforma sempre in contenuto. Così gli interlocutori cambiano, e dai consigli di fabbrica si passa senza troppo clamore ai consigli di amministrazione delle banche. Ciò che conta è il risultato. E il risultato, da che mondo è mondo, è l’acquisizione del potere. Che altro?
Per il Pd la Sinistra deve cambiare, deve aggiornarsi ai tempi. Deve tagliare quel cordone ombelicale ormai logoro, se non addirittura putrescente, del vecchio proletariato industriale, una categoria ormai sull’orlo dell’estinzione sociale. Poco importa se quei vecchi proletari portarono diritti e uguaglianza tra le persone, poco importa se lottarono e morirono per la libertà, per la salute, per l’educazione e per il benessere di tutti. Oggi le priorità sono altre.
“Per raggiungere lo scopo sarebbe necessario resettare tutto”, avrà suggerito qualcuno ai piani alti. “Certo occorre farlo un po’ alla volta, sennò poi la gente se ne accorge e succede il finimondo! Qualche ritocchino alla Costituzione, qualche ritocchino allo Statuto dei lavoratori…”. Stai a vedere che il nuovo Pd al governo non riesca in una sola Legislatura a far traballare le conquiste ottenute dal vecchio Pci all’opposizione per trent’anni. Roba che nemmeno Berlusconi in vent’anni è riuscito a fare. Casomai qualche recente governo tecnico, per esempio!

E i sindacati? I sindacati sono ormai un guscio vuoto e le loro bandiere sono solo banderuole all’ombra del bandierone con tanto di rametto d’ulivo! Qualcuno di voi, meno distratto di me, si ricorda quando è stato fatto l’ultimo grande sciopero generale nazionale? L’ultima volta che il paese è stato mobilitato da Nord a Sud con manifestazioni di piazza degne di questo nome e migliaia e migliaia di persone chiamate a sfilare in corteo a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna? Io proprio non me lo ricordo. Eppure i motivi per protestare non mancherebbero.
Ho la sensazione che la parola ‘sciopero’ stia diventando una parolaccia anche per quelli del Pd. I loro nonni si rivolterebbero nelle tombe se sapessero: quante bastonate, quanto freddo e quanta fame hanno patito scioperando.
Eh sì, i nonni, i nostri morti. Sulla tomba del defunto viene naturale fare la faccia seria, dire parole solenni, di circostanza, pensando al tempo che passa, al fatto che è tardi e che devi scappare perché ti aspettano altrove. Così molli il nonno, tanto da lì non si muove, lo ritroverai la prossima volta che hai del tempo da buttare. E vai a farti i cavoli tuoi, con tutte le libertà che lui ti ha permesso di usare e abusare, fino al punto di sminuirne il valore e svenderle senza alcun pudore. Intendiamoci, mica tutti i nostri nonni erano comunisti, ma tutti quanti hanno sgobbato come muli per costruirci il mondo in cui siamo cresciuti. Chi da una parte e chi dall’altra, erano tutti in buona fede, pure nell’errore. Ci hanno regalato un mondo imperfetto, ma sincero, noi dovevamo solo smussare le punte e riempire le crepe, renderlo migliore.

E invece? Invece eccoci qua: la gente preferisce protestare a casa propria, urlare in silenzio pigiando tasti davanti ai monitor, ci si scanna a distanza, in tutta sicurezza, perché fuori dalla porta non si sa mai, è un mondo strano, impazzito. Il Pd, come tutti gli altri, lo sa: siamo rivoluzionari da salotto. E dai nostri salotti pagati a rate osserviamo il mondo. Coi computer comprati in offerta e l’abbonamento flat a tariffa agevolata, restiamo connessi giorno e notte per poter controllare e sbirciare in qualunque momento, non si sa mai succeda qualcosa nel mondo senza che ce lo dicano. La posizione è comoda, troppo comoda per spostarsi altrove. Non c’è abbastanza fame, non sappiamo più cosa significhi averla, sentirla dentro, e tantomeno urlarla fuori. E questo grazie o per colpa loro, sempre loro, i nostri nonni. È pur vero che da qualche tempo c’è la diffusa consapevolezza di appartenere a una generazione che, contrariamente al passato, lascerà a quelle future un mondo probabilmente peggiore. La vera tragedia però è l’aria di scorbutica rassegnazione che si respira ormai ovunque. Generatrice di un amorfismo generalizzato che è la più grande risorsa della classe politica, tutta intera, incredibilmente autorizzata a muoversi come le pare, senza dover concretamente render conto ad alcuno che si trovi fuori dal proprio campo sociale politico. Il malcontento tanto sbandierato tra le mura di casa stenta a uscire per strada, ad aggregarsi nelle piazze come accadeva una volta. Come mai? Si tratta forse di un senso di colpa generazionale? Di pudore, vigliaccheria, pancia ancora troppo piena?
Forse se ne saranno accorti tutti quelli che in questi anni hanno perso il lavoro, la propria casa, i risparmi di una vita, la dignità e l’orgoglio di essere cittadini del loro paese. Nessun grido di sdegno, nessun moto di ribellione, solo la speranza degli uni che gli altri risolvano i problemi, e il dissenso disorganizzato e apparente di molti nel silenzio indifferente di tutti. Qualcuno dice: “Embeh? La crisi è crisi! Le fabbriche falliscono e chiudono. Si cerca di salvare il salvabile”. Poi, se guardiamo bene, realizziamo che i ‘salvabili’ sono sempre gli stessi: quelli che non avrebbero nessun bisogno di essere salvati, perché il salvagente ce l’hanno incorporato nelle loro camicie di seta o nelle loro scrivanie di mogano. Non cambia niente, il peggio rimane saldamente primo in classifica.

In questo scenario il nuovo Pd non deve preoccuparsi di tenersi stretti i vecchi sostenitori della Sinistra, quei lavoratori che negli anni hanno via via perso le loro tutele e la capacità di muovere grandi masse di persone e di voti. Quell’universo di elettori abbandonati a se stessi si è smarrito, frantumandosi e dandosi al miglior offerente. Appare sempre più evidente che il Pd, diciamolo, non è più un partito di sinistra, ma di centro, orientato cioè alla definitiva conquista di quella tipica borghesia maggioritaria nel paese, moderata e silenziosa, che per quarant’anni ha votato Dc, compresa quella parte delusa dalle promesse di Berlusconi e insofferente alle volgarità leghiste.
Ma non basta. Per compensare e riempire il vuoto di consenso del vecchio proletariato industriale, condannato alla disgregazione e alla diaspora ideologica, al Pd serve l’appoggio di quello nuovo, emergente e desideroso di tutele: il sottoproletariato degli immigrati, una risorsa incoraggiata e fidelizzata dalle recenti politiche di integrazione promosse in primis proprio da Pd e Sel.
Cosa c’è di meglio, per una forza politica che ambisca al definitivo consolidamento della leadership in Italia, della convergenza in un unico partito contenitore di borghesia e sottoproletariato, uniti giocoforza dall’approvazione di massima di un mondo intellettuale tradizionalmente progressista, da sempre alla ricerca di un partito guida da contrapporre alla Destra?
Che poi si scenda a patti con enti finanziari e banche a scapito di piccoli risparmiatori; che si facciano accordi al ribasso con industriali desiderosi di trasferirsi dove il lavoro costa un decimo; che si chiuda un occhio sulla morale propria e dei propri alleati; che si accolgano volentieri extracomunitari, ben sapendo di poter offrire diritti spuntati guadagnandone pure il consenso: rimane solo una serie di dettagli eticamente discutibili, ma politicamente giustificabili nel lungo termine. Si dice che le scelte siano orientate alla formazione di una borghesia progressista e intellettualmente attiva, di una Chiesa finalmente illuminata e collaborativa e di una società multietnica ben integrata.
Già, dal comunismo al conformismo passando per il consumismo: la metamorfosi borghese del Pd è compiuta!

Per adesso, ciò che vedo profilarsi è l’imminente condanna a morte della Sinistra, almeno di quella che ero abituato a considerare tale, per mano di un carnefice tutt’altro che silenzioso e dal chiaro accento fiorentino.

Una Sinistra piegata al sacro dogma del libero mercato

A causa dei terremoti culturali e sociali avvenuti fra la fine del ventesimo e l’inizio di questo ventunesimo secolo non è facile stabilire cosa significhi e cosa sia oggi la “Sinistra”. E’ necessario saper andare al di là dell’affermazione semplicistica per cui “destra e sinistra sono la stessa cosa” e al contempo prendere coscienza del fatto che destra e sinistra, storicamente categorie distinte, siano state assimilate in un unico “gioco delle parti”, cioè il sistema liberal-democratico che si è imposto nell’Occidente moderno da quasi 40 anni. Destra e Sinistra sono state ridotte a semplici etichette e contenitori elettorali che nulla hanno più a che vedere con la rivoluzione delle idee che dagli ultimi anni dell’Ottocento aveva costituito un sistema e un equilibrio nella dialettica politica.
La distinzione, fino a 40 anni fa, tra destra e sinistra tendeva sopratutto alla contrapposizione di visioni dell’economia della nazione, cioè la “struttura”. Se si vuole introdurre un’ulteriore e alternativa distinzione, è da ritenere scorretto e superficiale parlare di “destra” e “sinistra” ma è bene contrapporre due diverse visioni dell’economia: liberismo e libero mercato da una parte, dirigismo ed economia pianificata dall’altra. E’ chiaro che l’attuale sottilissima e ambigua distinzione fra le categorie “destra” e “sinistra” riguarda invece la “sovrastruttura”, la lotta dei diritti civili, principi di costume e di etica; temi importanti che oscurano però il vero cardine della contrapposizione: l’economia.
Dagli anni ’80 in poi, qualsivoglia anelito di dirigismo economico è stato giudicato obsoleto e conservatore, dando inizio alla corsa del treno liberista su cui tutti i maggiori interlocutori della politica italiana ed europea sono saliti e da cui non sono ancora scesi.
Considerare di “sinistra” un partito, un programma politico è quindi relativo a quale tradizione ed esempio storico si prenda in considerazione, poiché dietro l’etichetta politica della sinistra si sono alternate visioni estremamente differenti e addirittura contrapposte.

L’idea dirigista, sovranista e socialista di Amadeo Bordiga, Nicola Bombacci, Antonio Gramsci è diametralmente opposta alla corrente socialdemocratica inaugurata dalle segreterie dei partiti di sinistra degli anni ’80, Se consideriamo l’impostazione che i partiti della sinistra hanno adottato dalla caduta del Muro di Berlino, cioè un pubblico giuramento al dogma della sacralità del libero mercato, potrebbe essere addirittura letto come un netto rifiuto della tradizione storica propria dell’indirizzo socialista e comunista. Politici di “sinistra”, cercando di lavare una presunta colpa del proprio passato, non perdono occasione per specificare che “non sono mai stati comunisti”.
Perciò possiamo facilmente affermare che all’interno delle stesse categorie politiche della “destra” e “sinistra” si sono avvicendate esperienze e uomini radicalmente opposti. Riprendendo la distinzione alternativa al “colore politico” potremmo mettere ragionevolmente nello stesso schieramento il socialista Bombacci, i marxisti Bordiga, Gramsci e Togliatti, il fascista Mussolini e il poeta Pound, nel pensiero comune così lontani, ma oggettivamente molto vicini nell’interpretazione della gestione della “Nazione” e dell’economia, a cui potremmo contrapporre la scuola di pensiero liberista, incarnato nelle figure della politica moderna di D’Alema e Prodi alla fine del XX secolo e dai vari esponenti del “centro-sinistra” oggi.

Se vogliamo compiere la forzatura di assimilare per semplicità alla categoria della Sinistra il principio di credito sociale, economia pianificata e sovranità nazionale, e alla categoria della Destra il neoliberismo economico, allora sì: con convinzione è possibile affermare che la Sinistra sta perdendo, lo Stato Sociale sta perdendo. E il Capitale sta vincendo. Perché Bombacci è stato fucilato, appeso per i piedi a piazzale Loreto e dimenticato mentre i politici della “Sinistra” italiana ed europea ci stanno governando distruggendo il nostro Stato sociale, ampliando le già esistenti diseguaglianze economiche e sociali in nome e per conto del sacro dogma del Libero Mercato.

IL DIBATTITO
Gli errori della sinistra nell’era del turbocapitalismo 2.0

Se si prende per buona la distinzione di Norberto Bobbio tra destra e sinistra (1994), e non pare ci siano buoni motivi per non farlo, la prima è tradizionalmente portatrice dei valori di libertà, mentre la seconda di quelli della giustizia.
Dovremmo perciò trovare nel campo culturale della destra impegno e attenzione per rimuovere prioritariamente gli ostacoli alle libertà personali, a partire dalla libertà d’iniziativa in campo economico. Quelle che tanta letteratura nelle scienze sociali e storiche ha chiamato le libertà borghesi. In quello della sinistra, invece, dovremmo trovare pari determinazione per affermare in primo luogo l’uguaglianza, la riduzione delle distanze, delle differenze.
Se fosse così, in un mondo nel quale ogni indagine e osservatore puntano il dito su distanze sociali ed economiche mai viste prima, ci si aspetterebbe, più o meno ovunque, la vittoria politica delle sinistre a mani basse. E invece non avviene, almeno non in misura schiacciante. Senza contare che laddove in Europa sono al governo più d’uno avrebbe dei dubbi nel definirle tutte ‘Sinistra’.
C’è, infatti, chi per sinistra intende che “anche i ricchi devono piangere” e chi, invece, al posto di un piagnisteo generale preferisce il modello più riformista di “tosare la pecora” capitalista, perché se si ammazza l’ovino poi non rimane più nemmeno la lana da redistribuire.
E’ il compromesso fra capitale e lavoro di cui parla anche Habermas in “Crisi di razionalità nel capitalismo maturo” (1973), in cui smentisce – come prima di lui Weber – l’analisi ortodossa marxista basata sul binomio struttura-sovrastruttura: non è per via razionale (cioè per lo scoppio endogeno delle contraddizioni economiche allevate dentro di sé: la struttura) che entra in crisi il capitalismo, ma per deficit di legittimazione, spostando così l’asse dell’analisi a quella che Marx avrebbe definito la sovrastruttura (per lui non determinante) del sistema socioculturale.
Ma allora perché se tutte le premesse sociali ed economiche ci sono la sinistra fatica ad imporsi sul piano politico?
Giuseppe Berta ha provato a dare una spiegazione nel suo “Eclisse della socialdemocrazia” (2009).
Osservando la parabola delle sinistre europee, principalmente nelle due declinazioni britannico-laburista alla Tony Blair e tedesca, lo studioso e docente bocconiano ha ravvisato due punti limite di quelle esperienze.
Nel tornante storico decisivo della globalizzazione dell’economia e dei mercati, sostanzialmente nel passaggio di secolo tra il XX e il XXI, la socialdemocrazia avrebbe compiuto l’errore fatale di credere che semplicemente assecondando un capitalismo che con la caduta delle barriere aveva messo il turbo ci sarebbe stata ricchezza per tutti.
Da qui la scommessa, blairiana e non solo, di puntare politicamente sugli skills, le capacità, su un deciso sforzo di formazione, per cogliere tutte le opportunità dell’economia della conoscenza, piuttosto che giocare difensivamente sui sussidi e altri strumenti del tradizionale asse Trade Unions – Labour. Da qui anche la stagione, tuttora in corso, di politiche del lavoro che chiedono cambiamenti, specie sul versante dell’offerta piuttosto che a quello della domanda, nel nome della flessibilità e della capacità di adattamento pretesa, e imposta, da mercati sempre più imprevedibili, volatili, just in time e delocalizzabili da un giorno all’altro secondo le convenienze.
La crisi, altrettanto globale, scoppiata tra il 2008 e il 2009, avrebbe rappresentato il capolinea (l’eclisse) di una socialdemocrazia teorizzata e declinata nella “Terza via” (Giddens), oltre che la fine politica del New Labour di Blair.
L’eccesso di fiducia in un sistema capitalistico che prometteva ricchezza illimitata, tutta giocata sul terreno delle opportunità piuttosto che su quello giudicato arcaico delle garanzie, nonché artificialmente basata sulla storica caduta del muro di Berlino che aveva bloccato il mondo novecentesco (la fine della storia), avrebbe fatto perdere di vista i mali di quel sistema. E dunque, lasciato correre a briglia sciolta, il capitalismo si è schiantato contro un nuovo muro di carta, più effimero ma non meno velenoso: quello della bolla finanziaria.
Luciano Gallino è stato fra quelli che con puntualità e linearità hanno descritto le radici di questa illusione, contestualizzando lucidamente in questa crisi strutturale del capitalismo anche le conseguenti, per nulla inevitabili, politiche del rigore che tuttora stanno abbattendosi sui sistemi di welfare, da sempre concettualmente strumento innanzitutto valoriale della cultura della giustizia sociale.
Sul versante del retroterra elettorale della sinistra, si è poi assistito al progressivo formarsi della società dei “due terzi”: quella che già Braverman in “Lavoro e capitale monopolistico” (1974) descrisse come l’evoluzione terziarizzata della società capitalistica dei servizi, più che delle fabbriche. Senza contare che ciò che Pasolini definiva il sottoproletariato urbano delle periferie oggi è sempre più serbatoio (tirato come le corde di un violino) delle nuove destre con venature localistiche, egoistiche e xenofobe, in preda alle nuove paure dell’insicurezza, ai contraccolpi di politiche dell’integrazione etniche, ormai a corto di respiro e di risposte e alle prese con la coperta sempre più corta di un welfare assediato dal mantra del rigore e del risparmio.
Il filosofo Remo Bodei lo scorso 29 febbraio, proprio a Ferrara, ha ricordato i pericoli di un sistema capitalistico che col processo di automazione 2.0 ha accelerato a dismisura le potenzialità della produzione, espellendo lavoro ben oltre le capacità legislative di crearlo all’interno degli inadeguati spazi nazionali, nonostante tutte le possibili flessibilità.
E il sociologo Bauman in una recente intervista su L’Espresso (18 febbraio 2016) parla dell’era di internet (ulteriore sfondamento sul terreno immateriale del sistema di produzione globale) come di un mondo sì a portata di dito, ma nei termini non di una comunità, bensì di una realtà sempre più puntiforme, isolata, che intrattiene rapporti virtuali e in cui, per tornare al tema, prevalgono le ragioni della distanza, della differenza, di un’inarrestabile diversità plurale, policentrica e conflittuale.
Lo stesso storico Massimo Faggioli, in una recente riflessione sul dibattito attorno alle unioni civili, riflette come l’ambito dell’affermazione dei diritti civili si affermi – più o meno ovunque in Occidente – a scapito e prescindendo ormai dalle diseguaglianze economiche e sociali.
Tanto che Bauman conclude emblematicamente la sua intervista: “Bello, giusto, d’accordo, ma cosa c’entra con il significato della sinistra? Cosa c’entra con la giustizia sociale, che era la ragion d’essere della sinistra?”.
L’impressione è che se si vuole che quel tempo imperfetto usato da Bauman (“era”) continui a essere un indicativo presente (“è”), occorre molto di più che una vittoria alle elezioni.

balzani-majorino

LA NOTA
La Sinistra e il metodo Tafazzi

​È una sindrome dalla quale la Sinistra non riesce proprio a guarire. Chiamiamola miopia o autolesionismo. Ultima brillante prova: le primarie pd per il sindaco di Milano. Il candidato moderato Giuseppe Sala, forte dell’investitura di Renzi, ha ottenuto ieri il 42% dei consensi e la ‘nomination’, peraltro accompagnata da molte polemiche per il voto sospetto di una folta rappresentanza della comunità cinese, che a qualcuno ha rinnovato la memoria delle famigerate ‘truppe cammellate’.
Francesca Balzani e Pierfrancesco Majorino, i due principali antagonisti, hanno raccolto rispettivamente il 34 e il 23% dei voti. Fra loro sono emersi riferimenti ideali e politici affini, dai quali deriva una visione della città, dei rapporti fra le parti sociali, delle alleanze, delle priorità di intervento certamente alternativi a quelli di Sala. Eppure non hanno trovato – o non hanno cercato – il modo di coalizzarsi. Peccato. Perché insieme avrebbero potenzialmente conseguito un bel 57%, un risultato tale da lasciar presagire il successo, anche al netto di qualche defezione: poiché in politica si sa bene che il malpancismo è diffuso e uno più uno quasi mai fa due.

Balzani e Majorino potevano essere artefici di un progetto condiviso e delineare uno schieramento solido, capace di proporsi autorevolmente a sostegno del potenziale futuro sindaco della città. Potevano. Perché invece, naturalmente, ognuno è andato per conto suo.
Naturalmente, perché questa inclinazione a dividersi in mille rivoli pare ormai una connaturata peculiarità della Sinistra. E’ ormai congenita l’incapacità di stare insieme e unire le forze. E questo in palese e tragicomico contrasto con i rituali proclami di coesione che ogni volta vengono espressi, gli appelli all’unità sempre evocata ma mai seriamente perseguita con la necessaria tenacia. E’ un tratto – più propriamente ‘una deformazione’ – che caratterizza la Sinistra, italiana in particolare. Una mostruosità che partorisce sconfitte in serie.
Ci si divide un po’ su tutto, ma soprattutto si compie un errore strategico mortale: non si attribuisce ai temi il giusto indice di priorità, stabilendo con chiarezza e buon senso le questioni e i principi basilari, come tali intangibili perché connessi all’identità politica, e gli elementi di complemento sui quali si può anche dissentire senza per forza dover ogni volta prendere cappello. Si finisce perciò per accapigliarsi un po’ su tutto. Non è chiaro se ciò avvenga per un eccesso di puntiglio, peraltro ben corroborato dalla completa incapacità di mediare, arte invece necessaria a definire quei nobili compromessi che, non solo la politica ma anche la vita, impongono. Oppure se questa litigiosità sia frutto avvelenato di altre peggiori debolezze e sotto il fuoco covi la brace dell’ambizione, sicché il continuo beccarsi sarebbe conseguenza di impronunciabili smanie di affermazione personale, incontenibili e talvolta malcelate dalle affermazioni di principio. Forse c’entrano entrambe le cose. E, comunque sia, la Sinistra riesce sempre a perdere. E quasi sempre facendosi male da sola.

Milano è solo il più recente esempio, ciò che capita lì vale in tutto il Paese. C’è da temere che il medesimo destino attenda impietoso anche i tentativi attuali di aggregazione che in ordine sparso stanno portando avanti i vari Sergio Cofferati da una parte (con la sua ‘Cosmopolitica’), Pippo Civati da quell’altra (e il suo spagnoleggiante ‘Possibile’), e poi reduci di Sel, di Rifondazione e ancora altri insofferenti del Pd, parte dei quali hanno generato una pomposa ‘Sinistra italiana’ che s’è mezza sfasciata due giorni dopo la genesi. Insomma, il rischio è grande. E a dir di molti il destino è annunciato.
Questa drammatica ‘cupio dissolvi’ si manifesta sistematicamente da ormai trent’anni, rendendo la Sinistra tragicamente simile all’emblema dell’autolesionismo, quel Tafazzi, icona creata da Giacomo Poretti, che si prende irresistibilmente a bottigliate nelle zone sensibili per insopprimibile impulso.
Eppure l’Italia avrebbe davvero bisogno di una seria alternativa al Partito democratico di Renzi, di qualcuno che tenesse salde le bandiere dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Per quest’alternativa c’è lo spazio, proprio perché si è creato un vuoto di rappresentanza, ben testimoniato fra l’altro dal sempre crescente numero di cittadini che disertano le urne.
Ma oggi come oggi bisogna riconoscere che l’unica alternativa non moderata al Pd (sempre più simile al Partito ‘marmellata’ della nazione), pur con tutte le sue contraddizioni è il Movimento cinque stelle. La sua natura è ibrida, i riferimenti ideali talora incerti. Ma esprime quantomeno una evidente volontà di cambiamento della politica e dei suoi rituali. Delinea spesso condivisibili obiettivi di progresso. Compie scelte talora apprezzabili e indica candidati autorevoli per le cariche istituzionali. Recentemente è accaduto per la Rai e altri enti. Ma clamorosa fu la proposta (bocciata paradossalmente proprio dal Pd) di uno stimatissimo costituzionalista come Stefano Rodotà (già presidente del Pds, il papà del Pd) a Capo dello Stato. Ecco, quello fu e resta un passaggio particolarmente significativo ed emblematico.
Così, mentre nelle orecchie del popolo di Sinistra risuona ancora lo sgomento grido di Nanni Moretti (“D’Alema, dì qualcosa di sinistra”) tuttora inascoltato dagli attuali ‘dalemoni’, succede che qualcosa di sinistra ogni tanto lo dicano proprio i Cinquestelle, pure così invisi a un’ampia fetta di simpatizzanti della Sinistra per i quali, appunto per questo, restano – spregiativamente – null’altro che grillini. Il cui frinir però si ode.

IL DIBATTITO
La nostra ambigua Sinistra avulsa dalla realtà

di Giuseppe Fornaro

Esiste la sinistra italiana? Possibile? Forse in un’altra Europa. Qui in Italia non risulta pervenuta. La vediamo sui giornali, in televisione nei talk show, sulle riviste patinate, ma non lì dove dovrebbe essere. Davanti le fabbriche, sempre più numerose quelle che chiudono, davanti gli uffici, le scuole, tra i senza tetto, i senza lavoro, i giovani. E se c’è è solo per le foto di rito. Sentiamo il suo vociare, i suoi comunicati stampa, sentiamo le dichiarazioni sempre contro qualcosa, la sentiamo, molto, perché è una sinistra ciarliera, e cialtrona. Eppure in Grecia e Spagna la sinistra avanza, stravince, perché non qui? Perché la sinistra o sa coniugare gli ideali con la prassi quotidiana oppure non è. Syriza in Grecia ha trionfato perché in questo ultimo decennio di crisi economica cha ha gettato letteralmente nella fame ampie fasce della popolazione ellenica, quel partito ha saputo stare concretamente accanto alle persone, ha saputo accoglierne la sofferenza con atti concreti, oltre che con un progetto politico, ha organizzato ambulatori popolari con medici volontari che curavano gratuitamente le persone bisognose; ha organizzato mense per chi non riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena e nemmeno il pranzo con il pranzo del giorno dopo. Essere di sinistra, appunto, essere, è una prassi, non un bagaglio ideologico o concettuale da sbandierare, un insieme di belle frasi buone per colpire l’uditorio, un bagaglio di buone letture. Certo servono, ma non ci fanno diversi da altri. È esserci lì dove sono le contraddizioni. Essere crogiuolo dei bisogni per dare loro un senso di valori, incanalarli in un progetto di cambiamento, per far sì che la propria diversità sia riconosciuta nella prassi quotidiana. Essere per la giustizia essendo giusti. Essere per l’eguaglianza praticandola. A Ferrara, per restare nel nostro piccolo recinto, conosco un solo medico di sinistra, di cui non farò il nome per rispettarne la privacy, che presta la sua opera volontaria per curare gratuitamente i cosiddetti ultimi. Ma si tratta di una scelta personale, individuale.
Essere giusti vuol dire non cincischiare di fronte all’ipotesi di licenziamento in 48 ore dei dipendenti pubblici infedeli e truffatori, tanto per fare solo un esempio preso dagli ultimi fatti di cronaca. Di fronte all’evidenza dei fatti 48 ore sono pure troppe perché uno che timbra in mutande e torna a letto, o uno che va a fare canotaggio in orario d’ufficio sta truffando la collettività che gli paga lo stipendio, dunque tutti noi che siamo il suo datore di lavoro, sta truffando i colleghi che dovranno farsi carico anche del loro lavoro e i cittadini che come utenti della pubblica amministrazione si attendono delle risposte celeri che invece non arrivano anche per queste prassi disoneste. Allora, di fronte a questi fatti non si possono usare le mezze frasi, i “sì, però…”, “sì, ma il codice civile…”, “sì, ma ci sono già le leggi…”. No! Bisogna essere giusti e dire senza mezzi termini che questa gente deve essere licenziata. Anche perché poi, quella stessa gente quando andrà a votare, voterà chi la rappresenta meglio, voterà chi è simile a sé. E allora smettiamola di gettare fango sulla casta disonesta dei politici, perché nelle istituzioni quei politici ce li hanno mandati quelle stesse persone disoneste che spesso godono di connivenze. Per fare pulizia della casta bisogna fare pulizia delle tante piccole caste e privilegi in cui hanno gioco facile i disonesti e i truffatori. Duole sentire prese di posizione prudenti di esponenti sindacali come Camusso, segretario della Cgil a cui sono iscritto. Basta con le mezze frasi! Le persone ci riconoscono se siamo in grado di essere chiari, non ambigui, di dire senza timore da che parte stiamo. E dire che si deve licenziare in 48 ore non vuol dire stare con Renzi, ma stare dalla parte della giustizia. Chi pensasse il contrario o è stupido o è in mala fede. Oppure è entrambe le cose.

L’etica del lavoro e nel lavoro un tempo era parte costitutiva dell’identità dell’essere di sinistra. Ma oggi parlare di etica, a qualsiasi livello, è considerata alla stessa stregua di una bestemmia in chiesa.
Non voglio tirare Papa Francesco per la tonaca, ma per il concetto di sinistra come la intendo io, è l’unico che sa far seguire le azioni alle parole. Un Papa che fa costruire delle docce sotto il colonnato del Bernini, che è già di per sé un’opera d’arte, a beneficio dei senza tetto, che fa aprire dei dormitori, che apre la porta santa del Giubileo nel posto più sperduto e sofferente del mondo è un esempio concreto che il consenso le persone sono disposte a darlo a chi dimostra coerenza. E infatti, Papa Francesco è ormai un leader mondiale riconosciuto.

Per tornare alla sinistra, temo che Renzi continuerà a stravincere (infatti i sondaggi gli danno costantemente ragione) perché lui è un altro che alle parole fa seguire spesso le azioni e con questa sinistra ha gioco facile. Si può essere d’accordo con lui o meno, e io non lo sono su molte cose, ma gli va riconosciuto che fa quello che dice. Poi, può non piacere, ma è questo che lo rende riconoscibile, che lo fa credibile. A chi è credibile perché coerente le persone sono disposte ad accordare la propria fiducia. Fiducia. Un’altra parola che si è persa ormai. O meglio, è un sentimento che si è perso. Per lo meno io l’ho perso nei confronti della cosiddetta sinistra per averla conosciuta molto da vicino nella mia vita. Tra le ultime esperienze annovero quella della lista Valori di sinistra alle passate amministrative di cui sono stato candidato sindaco e che per me, cane sciolto senza tessera di partito, ha avuto più il significato di volerci mettere la faccia in una sfida che era soprattutto impegno civico. Ma non è da questa esperienza recente che viene la mia sfiducia, sarebbe ben misera cosa e sospetta di essere originata da acrimonia, ma è radicata nelle considerazioni più profonde che facevo più sopra e da una lunga militanza. E del resto cos’è la fiducia? Secondo lo Zingarelli è un “Senso di sicurezza che viene dal profondo convincimento che qualcuno o qualcosa siano conformi alle proprie attese e speranze”. Ecco, non trovo nella sinistra, comunque si chiami, questo essere conforme. E non solo alle mie di attese e speranze.
Speranza, un altro sentimento che molti in questo Paese stanno perdendo. Ed è proprio sulla speranza di riscatto dei più deboli che storicamente la sinistra ha saputo costruire programmi politici di governo di lungo periodo. Ha saputo avere una “visione”, come si suol dire. Ora manca questa visione. L’azione politica della sinistra si riduce al contrasto quotidiano e alla polemica nei confronti dei propri avversari. Si sprecano energie a ribattere alle posizioni degli altri, piuttosto che a costruire un progetto perché questo, oltre ad essere più faticoso, fa conquistare meno titoli di giornale nell’illusione che ciò serva a costruire il consenso. I fatti danno drammaticamente torto a questa idea, con una sinistra ridotta ai minimi termini e non certo per colpa del sistema elettorale, ma semmai per l’incapacità di lavorare affinché la speranza diventi un percorso e un progetto di governo concreti.

P.S. Non ho citato il M5S perché non lo annovero nemmeno tra i possibili soggetti di cambiamento, giusto per non essere sospettato di simpatie grilline. Mi darebbe fastidio!

IL DIBATTITO
Sinistra e sinistre

La distinzione fra destra e sinistra, prima ancora di essere una questione che riguarda dottrine politiche partiti e movimenti, attraversa le coscienze degli individui. Verrebbe quasi da dire che di sinistra (o di destra) si nasce, o comunque si diventa molto presto, e tali si rimane, quasi sempre, per tutta la vita. D’altra parte si tratta di una discriminante antropologica fortissima, forse addirittura archetipa in quanto connaturata con il suo contrario alla nostra specie. E’ di sinistra infatti chi ritiene che il bene della comunità sia più importante di quello dei singoli, da cui discendono inevitabilmente i principi di uguaglianza e di solidarietà, mentre è di destra chi pensa il contrario. Volendo si potrebbe persino azzardare che destra e sinistra rappresentino nient’altro che il modo peculiare di manifestarsi per la specie umana, rispettivamente, dell’istinto di sopravvivenza individuale e di quello della specie.
Si potrebbe dire che una definizione così ampia e per molti versi così indeterminata sia poco utile: è tuttavia l’unica che consente, al di là delle ideologie, ossia dell’idea che nel tempo l’essere di sinistra ha di sé, di trovare nella storia umana anche remota elementi di ‘destra e di ‘sinistra’ del tutto riconoscibili. Soprattutto, solo partendo da così lontano si capisce molto bene che parlare di un’unica sinistra non ha alcun senso, a maggior ragione in una fase storica travagliata come quella che stiamo attraversando, mentre invece occorrerebbe fare riferimento ad una pluralità di ‘sinistre’, che declinano i comuni valori di riferimento in modo diverso, ognuna cercando di ottenerne l’applicazione nel modo più efficace. Purtroppo al giorno d’oggi questo non accade quasi mai ed ogni raggruppamento, chi più chi meno, tende ad intestarsi l’esclusiva del marchio, diffidando addirittura altri dall’usarlo. Un muro contro muri che se non fosse tragico sarebbe persino un po’ comico, pienamente inserito in un solco ben tracciato in tutto il ‘900 che ha quasi sempre visto nel partito o movimento politicamente più prossimo il peggiore dei nemici. In queste condizioni il dialogo è nei fatti impossibile, perché per discutere proficuamente con qualcuno è necessario riconoscerne la legittimità: a sinistra oggi in Italia non si discute, ma ci si accusa reciprocamente di misfatti di ogni tipo, perché manca quasi del tutto quel riconoscimento.
E sì che di argomenti ce ne sarebbero. Uno su tutti: come conciliare un progetto riformista nel contesto dei vincoli legislativi ed economici del quadro europeo. Perché le varie sinistre, non solo in Italia, finora si sono accapigliate ragionando su uno scenario sostanzialmente tutto nazionale, che ormai non esiste più, tanti e tali sono i vincoli che ci pongono l’UE e la moneta unica. Come reagire alla globalizzazione e quale modello di sviluppo praticabile proporre, alla luce dei vincoli posti dal punto precedente che non consentono illusorie fughe in avanti e ipotesi di “socialismo in un sono Paese”. C’è chi dice che il mondo sia all’inizio della quarta rivoluzione industriale, quella dell’automazione pervasiva, che porterà alla scomparsa nel giro dei prossimi anni di milioni di posti di lavoro sostituiti da macchine sempre più intelligenti, non solo nelle fabbriche, come è stato finora, ma anche negli uffici e nei servizi. Come si risponde da sinistra a questo fenomeno, che, si badi bene non può essere contrastato e che comunque è lo strumento che progressivamente consentirà all’umanità”, ovviamente a patto che siano in piedi meccanismi adeguati di redistribuzione, di affrancarsi dalla “schiavitù del lavoro? Legato a questo, in un’ottica di prospettiva, osserviamo però che negli ultimi 30 anni nell’intero mondo occidentale la disuguaglianza sta aumentando vertiginosamente: sempre meno persone possiedono percentuali sempre più elevate della ricchezza dei singoli Stati. Un trend che non pare destinato ad arrestarsi e che ci porterà nel giro di qualche anno ai livelli di inizio ‘900. Per contrastare questo fenomeno, più che sulla leva fiscale, sarebbe necessario intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale della ricchezza; come si costruisce un consenso ampio attorno a questo obiettivo? E poi i fenomeni migratori: come vanno gestiti per uscire dalla vuota proclamazione dell’accoglienza a cui non corrispondono interventi utili per realizzarla? Come è fatta una società multiculturale e quali limiti devono eventualmente essere imposti alle singole culture che la compongono? Ma anche, come contrastare i movimenti terroristici globali, certamente quasi sempre nati come conseguenza di politiche miopi quando non scellerate dell’occidente, ma che mettono violentemente in discussione alcuni dei principi fondamentali di libertà e di uguaglianza a cui non vogliamo rinunciare? E, ancora, la salvaguardia dell’ambiente, le risorse del pianeta, l’aumento della popolazione.
Tutte questioni di grandissima complessità, sulle quali non esistono, prima ancora che le proposte, analisi di merito condivise. La migliore sinistra, nelle sue molteplici articolazioni, si è sempre distinta dalla destra per il tentativo di produrre analisi approfondite della realtà dalle quali far derivare proposte politiche perseguibili. A tal fine, oggi, sarebbe necessario uno sforzo comune, senza assurde tentazioni di primogenitura, ma anzi dimostrando da parte di tutti la grande umiltà necessaria a fronte dell’enorme difficoltà del compito.
Si notano invece troppo spesso, oltre a grandi dosi di iattanza del tutto immotivata, accanimenti furiosi su questioni relativamente di poco conto, singole persone, frasi e citazioni al di fuori dal loro conteso, così come, di fronte alla complessità, tentativi di rinchiudersi in un illusorio ‘specifico nazionale’, del tutto avulso dalla realtà. Qualcosa che può essere definito solo con l’ossimoro di ‘nazionalismo di sinistra’ (cosa peraltro non nuovissima).
Da ultimo, come in quelle animazioni sulla storia del pianeta in cui l’uomo compare negli ultimi microsecondi, le incombenze immediate. Vale a dire, in sostanza, come raccordare con le grandi questioni appena enunciate il necessario processo di riforma da avviare in un Paese che già manifestava alla fine del secolo un grandissimo bisogno di innovazione a tutti i livelli e che è invece rimasto bloccato per ulteriori vent’anni di governo sostanziale della destra. Poi, certo, appena prima dei titoli di coda e se proprio non se ne può fare a meno, Renzi, Bersani, Fassina, Vendola, e chi altri vi pare.

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

IL DIBATTITO
Se la Sinistra facesse la Sinistra

La Sinistra, per essere almeno un po’ di sinistra, dovrebbe prestare meno attenzione agli interessi del potere delle imprese e degli affari. Come si fa ad essere di sinistra e citare come esempio di successo chi delocalizza, chiede maggiore libertà di licenziamento, allarga la forbice della diseguaglianza, vive di finanza deregolarizzata e poi aumenta l’Iva e diminuisce le aliquote Irpef?

E la Sinistra dovrebbe prestare attenzione alla gestione democratica dello Stato, ad una distribuzione leale e condivisa del potere, piuttosto che aumentare le distanze tra chi gestisce la cosa pubblica e i cittadini. Quella che conosciamo promuove invece riforme elettorali e contemporaneamente riforme costituzionali che accentrano il potere.

La Sinistra dovrebbe lottare per una equa distribuzione del reddito, anche attraverso politiche sociali di sostegno alle classi meno agiate o in difficoltà. Promuovere assistenza e non tagliarla, garantire abbastanza posti letto negli ospedali, aiutare i disabili con interventi ad hoc e le vecchiette ad attraversare la strada.

Darsi da fare per diminuire la disoccupazione ma senza diminuire diritti pretendendo magari, come dice la prof. Pennacchi dalle righe del Manifesto, che lo Stato diventi “employer of last resort” e promuovendo opere e spesa pubblica per rimettere in moto l’economia quando si blocca.

E la competizione? In quali termini dovrebbe occuparsene la Sinistra, o dovrebbe invece inseguire la cooperazione e lo sviluppo sostenibile rifiutando gli schemi di una globalizzazione malata, che fa vincere chi produce peggio e a minor costi, chi delocalizza dove si pagano meno tasse e si sfrutta lavoro non sufficientemente garantito?

Gaber diceva “il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra” quindi chi privatizza e dà in gestione pezzi di Stato ai privati non è di sinistra. Eliminati allora Prodi, Amato, Andreatta e Renzi che a volte hanno fatto finta di esserlo. E poi come si fa ad essere di sinistra ed essere in armonia con l’interesse economico predominante? È una contraddizione in termini, specialmente se poi limiti apertamente il sindacato che dovrebbe aiutarla, in un mondo perfetto, per diminuire la forbice della diseguaglianza tra operai e capitalisti.

Allora di sinistra ci resta “la mortadella”, Guccini e quella sensazione strana che ci fa indignare quando i bambini muoiono nel Mediterraneo perché scacciati dalle loro terre dalle guerre e dal debito creati dagli interessi finanzcapitalisti che a volte vincono premi Nobel.

Il dibattito sulla proprietà della moneta di Giacinto Auriti è di destra come la critica dell’usura di Ezra Pound, ma le implicazioni, le conseguenze e le soluzioni sono di sinistra. Perché l’una implica la proprietà condivisa, popolare e democratica dello strumento di scambio e l’altra l’abbattimento del debito che crea schiavitù. E chi decanta la fine delle ideologie in favore del pensiero unico, liberista e conformista, non è di sinistra.

La Sinistra oggi non è rappresentata perché il suo impegno non è la gente, e la società che intende realizzare è una società divisa tra ricchi e poveri. E i poveri di oggi sono quelli che vivono di stipendi troppo bassi e di “tutele crescenti”. Hanno poco tempo per riflettere di politica e ragionare sul loro futuro perché devono sbattersi per arrivare a fine mese mentre i loro figli frequentano una scuola che non dà strumenti ma voti e detta le differenze tra bravi e poco bravi, una scuola costretta ad inseguire la competizione e non ha tempo né strumenti per insegnare accoglienza, condivisione e cooperazione.

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IL DIBATTITO
Gattopardi… a loro insaputa

di Gianni Corazza

Egregio direttore,
Le scrivo per esprimere la mia modestissima opinione in merito alle questioni proposte sul tema Sinistra e problematiche annesse. Una risposta alle allettanti sue sollecitazioni potrebbe essere trovata, a mio parere, lontano nel tempo, alle radici del pensiero e dei movimenti che alla Sinistra fanno riferimento.
Tra i tanti assunti marxiani, credo che uno dei più trascurati dal popolo che si definisce ‘di sinistra’ (e in particolare dalla sua ‘intellighenzia’ meno incline all’omologazione) sia quello relativo al rapporto tra teoria e prassi.
Nelle “Tesi su Feuerbach” (1845) Karl Marx sostiene che “E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità […] La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica […] La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica. I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo”.
In queste parole, ancor oggi, può essere individuata una delle chiavi più efficaci per interpretare ciò che accade nell’organizzazione sociale, nella politica e, in particolare, nel complicato dibattito che oggi arrovella e tormenta le forze politiche, più o meno organizzate della Sinistra.
Da una parte abbiamo l’attuale maggioranza Pd: un folto gruppo di politici, prevalentemente giovani, molto più propensi a lavorare per avviare a soluzione i problemi concreti che non ad arrovellarsi in sofisticate analisi socio-politiche, presuntivamente foriere di soluzioni miracolistiche. Dall’altra parte abbiamo l’attuale minoranza Pd e una complicata galassia di forze più o meno organizzate e di diversi ‘liberi pensatori’, perennemente indisponibili a qualsivoglia forma di appartenenza esplicita. Questo articolato ‘non gruppo’ sembra essere assai più interessato alla presunta salvaguardia di principi e valori e alla profondità e accuratezza delle proprie teorizzazioni che non al cambiamento e alla risoluzione dei problemi.
E’ mia convinzione che la caratteristica che maggiormente connota un approccio ‘di sinistra’ ai problemi dell’organizzazione sociale sia la volontà e l’impegno per cambiare la realtà. Ed è mia convinzione che un politico ‘di sinistra’ non dovrebbe mai perdere di vista questo impegno e questo obiettivo. Altri approcci, hanno invece (anche legittimamente) l’obiettivo della conservazione e della tutela delle situazioni consolidate, non quello del cambiamento.
L’azione politica (di sinistra) efficace è quella che realizza il cambiamento (anche parziale) non quella che si impegna soprattutto per produrre profonde ed esaustive teorizzazioni. Come dimostrano le vicende, anche meno recenti, del nostro Paese, queste acute teorizzazioni sono destinate a restare affermazioni velleitarie che potrebbero certo essere esaustive e teoreticamente corrette ma che, nei fatti, si sono dimostrate e continuano a dimostrarsi non realizzabili, sempre necessitanti di ‘ulteriori sviluppi’, ‘ulteriori fasi di crescita’, maggiori approfondimenti teorici. Ciò che propone questo tipo di approccio sarebbe perfetto: realizzerebbe l’utopia e la giustizia con le iniziali maiuscole, ma non si sa come attuarlo. Quindi aspettiamo che i tempi maturino e nel frattempo… lasciamo fare agli altri e manteniamo di fatto lo status quo, senza preoccuparci di quanto equo esso sia. Peraltro senza nemmeno interrogarci troppo su quello che sta cambiando (in peggio) attorno a noi e su quanto questo cambiamento stia intaccando le nostre velleità utopiche. Nei fatti questo tipo di approccio diventa uno strumento di conservazione, che connoterebbe assai meglio forze politiche ben diverse.
A ben vedere è in parte questa una costante della storia della Sinistra più recente. Il caro Bertinotti, che fece cadere i governi dell’Ulivo per la questione delle trentacinque ore (paradossale e ridicola per le migliaia di persone che in seguito persero il posto di lavoro). I sindacati, che negli anni ‘80 e ’90 non hanno mosso dito sulla delocalizzazione e sulle regole di mercato europee e oggi (a stalla ormai vuota, si potrebbe dire) non sono in grado di fare altro che riproporci la tutela degli occupati, la conflittualità contro le poche imprese rimaste e la difesa, anche contro ogni decenza, degli ipergarantiti della pubblica amministrazione. Da qui si vede l’incapacità della ‘sinistra-sinistra’ di farsi agente di cambiamento essendo invece, nei fatti, conservatrice di privilegi e ingiustizie.
Dopo la riforma Fornero e la presa di consapevolezza delle ragioni strutturali che l’hanno determinata e del radicale cambiamento di prospettive per i trattamenti pensionistici dei prossimi anni, si continuano a difendere i ‘diritti acquisiti’ e l’apparato giuridico ordinamentale che li protegge, anche se ciò risulta, nei fatti, quanto di meno equo e socialmente giustificabile possa darsi. Fermarsi alla forma delle trasformazioni sociali e restare fermi su principi, ormai acclaratamente inapplicabili all’universo degli aventi diritto, è quanto di meno ‘di sinistra’ si possa fare. Oggi tali caratteristiche sono rinvenibili soprattutto nella complicata galassia di forze che si oppone al rinnovamento in atto nel Pd. E lo si vede nei fatti, nelle alleanze che questi, di volta in volta, sperimentano: le forze più retrive e/o avventuriste del panorama politico.
Per quanto si riferisce al dibattito sulla sinistra di oggi e quella di ieri (o dell’altro ieri) e alla nostalgia della piazza che fu, mi pare di poter dire, che la piazza che fu non può chiamarsi fuori. Nè restare a fare testimonianza. Buona parte delle responsabilità nell’incapacità di percepire il cambiamento e nel tutelare i “diritti acquisiti” (in realtà: privilegi estorti ai nipoti!) viene anche da lì. Mi pare che non serva a nulla, non cambi nulla, e quindi non sia di sinistra, rimpiangere il tempo che fu, come non lo è arrovellarsi sui distinguo segnando il passo all’infinito.
E per esplicitare l’opinione in ordine alle altre sollecitazioni della Redazione, si può affermare che oggi dipende dalle persone che si riconoscono nella Sinistra impegnarsi affinchè essa diventi una forza che si adopera per trasformare in meglio la realtà con gli obiettivi e i valori storicizzati della Sinistra di sempre. E ciò senza più farsi bloccare da presunti acuti teorizzatori politici (sedicenti difensori a oltranza dei valori democratici) che in realtà hanno dimostrato di essere (a loro insaputa, va dato atto!) una sorta di gattopardi che per volere un cambiamento troppo perfetto hanno contribuito a perpetuare, attualizzandoli, ingiustizie e privilegi di cui loro stessi sono talvolta fruitori.

 

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IL DIBATTITO
Rivoluzione culturale a Sinistra: sviluppo sostenibile, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazioni

da Davide Nani

I temi posti da Ferraraitalia al centro del dibattito sulla Sinistra sono tanti. Verrebbe da semplificare dicendo che la Sinistra nel nostro Paese non esiste più, plastica e rimodellata da contenitori dei quali pian piano ha preso la forma.

Cito per ridurre l’analisi: l’appartenenza al blocco occidentale, il sistema capitalistico, la deriva liberista, l’Italianità delle reti amico-clientelari e nepotistiche.
Una pianta delicata nell’orto sbagliato che negli ultimi tempi è cresciuta male e ha dato frutti amari, immangiabili.

Uscendo dalla brevissima analisi per parlare di una Sinistra possibile, che esca dalla logica di una mera e fiera testimonianza di sé, occorrerebbe una grande rivoluzione culturale, innescata da un progetto chiaro che comprenda le risposte possibili alle sfide del nostro tempo.

Elencherò con parole chiave gli elementi a mio parere imprescindibili per una ‘vision’ di sinistra.
Sviluppo sostenibile attraverso un Piano energetico nazionale (rottura con le lobby del petrolio e investimenti massicci in ricerca, progetti e opere).
Redistribuzione della ricchezza, (attraverso un piano per l’occupazione che preveda una netta inversione di tendenza tra privatizzazione e nazionalizzazione, precariato e stabilità).
Laicità dello Stato e di tutte le sue istituzioni ( idea da riscoprire dopo le furbizie e le piaggerie di molti leader dal Pci al Pd).
Un piano per l’immigrazione (che vada oltre la fase d’emergenza che va garantita. Chi entra sul suolo nazionale deve avere un nome e un cognome e diventare portatore di diritti e di doveri. La sinistra ha spesso abdicato al mettere nero su bianco delle regole certe in materia.).
Finanziamenti alla scuola pubblica, in edilizia, formazione dei docenti, inclusione, lotta alla dispersione.
Libertà di informazione (attualmente ai minimi storici).
Tenuta democratica (uscita dal dogma ricatto della governabilità).
Rete europea della sinistra (indispensabile per poter agevolare i progetti sopracitati).
Questione morale ( non osmosi affari e politici – non osmosi incarichi politici e sindacali – non parentele – una legge europea sul conflitto d’interessi – incarichi per meriti certificati e competenze).

 

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IL DIBATTITO
Calliope contro Gramsci: il Pd fa scuola di politica a pagamento alla faccia della Sinistra

Giovanni Fioravanti per primo risponde alla sollecitazione di Ferraraitalia e, in risposta alla riflessione di Loredana Bondi [leggi], sviluppa il tema del rilancio della sinistra a Ferrara (ma non solo) e l’analisi dei suoi valori costitutivi. Attendiamo altri contributi per animare il dibattito

Cara Loredana,
“la piazza del buon ricordo” che ha desiderato rendere omaggio a un amico e compagno di strada, forse non ha la necessità di ricominciare, ma semmai quella di continuare, così come siamo fatti, con la nostra storia, per quello che siamo. Non credo che “la piazza del buon ricordo” meriti di essere esorcizzata, perché la vita, quella civile e politica, ha bisogno di testimonianze e di coerenze, in quella piazza, quel giorno, certamente ce n’erano tante.
Continuiamo ad essere quello che siamo stati e che siamo, disposti ad ascoltare, al confronto, a dire la nostra se i luoghi di partecipazione e di incontro in questa città cresceranno, ma anche questa è una questione di civiltà, di politica, di cultura.

Sono stato spinto a rispondere alla tue riflessioni, sulle quali avrei voluto soffermarmi più a lungo, da una email che ho ricevuto questa mattina.
Un messaggio del Pd ferrarese che mi avvisa della nascita dell’Associazione Calliope, 50 euro, se voglio aderire, forse l’avrai ricevuto anche tu. Una scuola di politica, a pagamento in tanto per cominciare, aperta non solo agli iscritti del Partito Democratico, ma a tutti coloro che vogliono contribuire alla crescita della propria comunità. È questo il luogo dove ti piacerebbe ricominciare? Credi che sia questo il luogo dove rianimare la politica locale?

Il percorso formativo, c’è scritto nella email che ho ricevuto, pone al centro le persone con l’obiettivo di rafforzare la consapevolezza di quanto sia importante rappresentare con responsabilità la propria comunità ad agire in nome di quei cittadini che avvertono la necessità di essere sostenuti e rappresentati.
È qualcosa che si colloca a metà tra l’invito ad un mestiere che ha pochi aspiranti e un volontariato civile.
Cosa significa “i cittadini che avvertono la necessità di essere sostenuti e rappresentati”? Che linguaggio è? Ma questi hanno mai letto l’art. 49 della nostra Costituzione? E se l’hanno letto l’hanno mai compreso?
C’è pure il programma dei quattro moduli, come a scuola: 1. Storia e pensiero, 2. Democrazia e amministrazione, 3. Pubblica amministrazione, programmazione e strumenti, 4. Buona politica e buone prassi: competenze dell’eletto. Se frequenti il 70% delle ore previste ti rilasciano pure un attestato. A cosa dovrà servire? A fare politica? A candidarsi? Ad essere eletto?
E tu scrivi di etica, di confronto con i cittadini, di partecipazione e di cambiamento, quando questi aprono la scuola per procurare impiegati alla ditta!
Il cambiamento è stato trasformazione, e la sinistra che c’era, se c’era, si è dispersa, frantumata in “radicali liberi”. Bisogna attendere che la storia faccia il suo percorso, intanto a noi non resta che la testimonianza.

Possiamo interrogarci e farlo provocatoriamente. Ad esempio che c’entra Calliope con il Pd e la politica. Sarà che ispirò Omero e che la politica è uno zibaldone tra Iliade e Odissea. Ma non avevano, questi del Pd ferrarese, un nome della storia politica e democratica della nostra provincia a cui meritasse intestare l’associazione?
Temo Loredana che non siano gli anni a pesare, ma una diversità culturale il cui solco si è andato sempre più scavando.
E poi c’è una trasandatezza o una sbadataggine, inaccettabili, per non dire del dubbio che siano volutamente cercate.

L’inaugurazione dell’associazione Calliope è fissata per il prossimo venerdì 15 gennaio, alle 18 alla Sala Arengo, alla presenza di Vitellio e Calvano. Guarda caso, nello stesso giorno quasi in concomitanza, alle 17, alla biblioteca Ariostea, c’è l’avvio del ciclo di incontri “Le parole della democrazia” a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea, dove il sindaco porterà il suo saluto. Dovremmo pensare a Calliope contro Gramsci? Chi l’avrebbe mai detto.

Cara Loredana, la confusione regna sotto il cielo della città e sopra le nostre teste.

 

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IL DIBATTITO
La piazza del buon ricordo non basta, ci vuole la forza per ricominciare

di Loredana Bondi

Caro direttore,

sabato ci siamo visti ed eravamo tanti a salutare Paolo Mandini. Aveva qualche anno più di me e lo conoscevo da tempo, come conoscevo bene la sua famiglia, quando ancora viveva nel “Borgo di San Luca” ed era assessore. Poi ci siamo incontrati in momenti particolari, sempre a parlare di questa politica ineluttabilmente in discesa di ideali e di idee. Ieri eravamo a salutarlo in un buon numero, da qualche politico attuale, ai vecchi sindaci, ai rappresentanti della Coop e amici di percorso politico che, nel tentativo di dare nuovo senso alla politica e alla vita sociale di questa città, si sono ritrovati per anni a disquisire sul che fare contro questa ineluttabile epoca della solitudine ideale e della povertà di stimoli verso il rinnovamento della partecipazione. Si, era una “piazza di vecchia generazione”, che purtroppo si ritrova solo per ricordare qualcuno che se ne va e non ha altre” piazze “ per incontrarsi e ridare forza a quel modo di vivere la vita che ha dato senso a tutti noi.

Dire che ciò rattrista molto, può sembrare una frase rituale soprattutto perché, di fatto , eravamo ad un funerale, ma ho parlato con molte persone e ciò che più mi ha colpito era una sorta di rassegnazione… non si parlava solo di Paolo, ma della resa incondizionata del partecipare, quasi addirittura una riscoperta di essere lì, ancora vivi, nonostante il tragico passare del tempo. Come se fosse passato non solo il tempo che ha segnato i tratti fisici di ciascuno di noi, ma quello, di un’assenza dell’entusiasmo, del credere in qualcosa, dello stare insieme per cambiare la vita di tutti, che ne ha, purtroppo, segnato l’anima.

La leggerezza (ed uso un eufemismo) con la quale la nostra bella sinistra ha calpestato principi, ideali di rinnovamento utilizzando spesso e volentieri metodi che se di malaffare non sono, rasentano comunque la mediocre bassezza e promiscuità dei mezzucci del clientelismo più bieco e individualista, ha mancato di lasciare esempi di vita ai giovani, a queste giovani generazioni che, nonostante tutto, si attendevano qualcosa di meglio per cominciare a vivere. E’ vero che il mondo nel frattempo è cambiato, si è velocizzata la comunicazione e si è persa la relazione interpersonale che metteva a dura prova pensieri e idee… ma il senso nuovo del vivere in questa società non possiamo solo rimpiangerlo ai funerali, soprattutto di un uomo che aveva capito che va combattuta questa omologazione al potere e al pensiero unico!

Evidentemente la piazza del “buon ricordo”, quella del funerale di qualche nostro amico e politico di un tempo, non basta a ridarci forza per ricominciare. Che fare allora, come diceva Silone chiudendo il suo romanzo Fontamara? Beh, sarebbe il caso che davvero potessimo ritrovarci in una piazza vera e tanto per cominciare anche in una virtuale come Ferraraitalia.it, per provare a rianimare (e rianimarci) la politica locale dalla quale, bene o male, non possiamo più permetterci di stare a guardare, di lamentarci della nuova politica senza etica e senza confronto coi cittadini, perché se continueremo a camminare ognuno per la nostra strada, il rischio veramente vicino sarà l’abbandono delle urne da parte dei tanti e la conseguente limitazione di democrazia. Io sono disponibile ancora a lottare perché qualcosa cambi.

*****

Cara Loredana, le tue riflessioni sono stimolo per aprire un serio confronto: su cosa sia diventata oggi la Sinistra, su quali valori esprima, su quale personale politico la rappresenti, a quali aree sociali faccia riferimento, per quali obiettivi sviluppi il proprio impegno, quali siano la visione e il progetto di società che intende realizzare. Bisognerebbe però avere la capacità di andare oltre l’analisi e spingersi sul terreno della proposta. Non mi addentro ora nella questione. Invito però i nostri lettori a esprimersi e intervenire, commentando o meglio ancora inviandoci le proprie riflessioni: le pubblicheremo. La piazza di Ferraraitalia è a disposizione. (s.g.)

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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