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IL SASSO NELLO STAGNO
ANZI, NELLA FOSSA (DELLA SINISTRA)

Ho scoperto per caso questa lunga Lettera Aperta nella pagina Fb (data: 9 maggio) di Franco Ferioli, un amico che non vedevo e non sentivo da anni. Che stimo come un tipo di grande creatività, una persona (ed è questo che qui interessa) che coltiva con ostinazione l’esercizio del pensiero libero: esattamente quell’attitudine dello spirito che fa di lui, nel gergo sprezzante di certi politici di professione o vocazione, ‘un cane sciolto’.
Per la medesima ragione, e nonostante il suo articolo chiami fastidiosamente in causa anche il sottoscritto, ho chiesto a Franco se potevo pubblicare su Ferraraitalia le sue ‘considerazioni di un impolitico’. Che invece è un’analisi politica allo stato puro. Senza veli o giri di parole, prendendosi il rischio di giudizi ruvidi e col coraggio di mettere per iscritto nomi e cognomi. In fondo, la stessa idea balzana di quel ragazzaccio che al passaggio del sovrano si è messo a gridare “Il Re è NUDO”.
Non condivido tutte le cose che scrive Franco. Su molte la penso come lui. Ma questo è meno importante, ci sarà il tempo per discuterne. Quel che è sicuro è che Il Re (la Sinistra) è drammaticamente nudo/a. A Ferrara più che altrove. E che da oggi, da questo Anno Zero, non si uscirà, non si potrà mai uscire, non si potrà mai battere la Destra, con gli stessi programmi, le stesse alchimie, gli stessi balletti, le stesse mediazioni, le stesse facce di sempre.
Serviranno le “riflessioni indigeste” di Franco Ferioli? Non lo so, io me lo auguro. Mi danno l’idea di un sassone da macero (in ferrarese: ‘na masègna) che finisce con un gran tonfo in mezzo alla Fossa del Castello provocando un locale maremoto. Se così fosse, per una stagnante Sinistra sarebbe tutta salute.
Infine un invito, un caldo consiglio a chi (ai molti, ai tanti) che nelle righe seguenti si vedranno attaccati. Offendersi, peggio ancora arrabbiarsi, non solo non porta a nulla, ma è segno inconfondibile di poca intelligenza. Le provocazioni – anche così possono esser lette le parole di Franco Ferioli – a due cose possono servire. A riflettere. E a migliorarsi.
(Effe Emme)

di Franco Ferioli

Proposta di lettura di un manifesto contenente notizie e riflessioni di pubblico interesse ferrarese – che, avviso importante, potrebbero risultare indigeste – di un apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato).

Invogliato da un articolo di Francesco Monini apparso su Ferraraitalia e riportato sulla sua pagina Facebook nel quale si invitava a proseguire pubblicamente l’analisi del voto regionale e i risultati raggiunti dalla Lista E.R. Coraggiosa Ecologista e Progressista, ho deciso di aderire partecipando al primo incontro e non mi sono per niente sentito rappresentato o rassicurato di aver fatto la scelta giusta nel votarla anch’io. Anzi, credo di essermene pentito.

Speravo che l’analisi del voto proseguisse collettivamente con la stessa apprezzabile lucidità con cui Francesco l’aveva iniziata e impostata, speravo che da quell’analisi ne potesse seguire una programmazione, insomma, per dirla in politichese, ho creduto che lo scopo dell’incontro fosse quello di compiere un’analisi programmatica del voto. Invece ho partecipato a una ‘festa di vincitori’ dove l’unico a sentirsi sconfitto sono stato io.
Che bello che sarebbe stato, per me, se qualcuno si fosse alzato e avesse detto non abbiamo vinto niente e continueremo a perdere fino a quando non ci renderemo conto di quali sono i motivi, al di là dei meriti organizzativi e degli impegni profusi, che hanno portato 2.227 persone a votare in questa direzione. Come avrei voluto sentir dire:  abbiamo perso e continueremo a perdere fino a quando non capiremo da parte di chi siano arrivati i voti e cosa abbia spinto a votare un’alta percentuale in più di elettori che in precedenza ha fatto vincere la Lega quando la stessa percentuale era in meno…Che bello che sarebbe stato se qualcuno avesse detto: si potrà vincere solo se riusciremo a mettere in campo filosofie e pratiche politiche che siano non solo alternative ma completamente differenti e opposte alle altre.

A dominare la scena e a strappare gli applausi per primi, sono stati gli esponenti degli ex Verdi: erano forse seduti lì per dare nuove esemplari risposte ai ferraresi e utili consigli agli emiliani dopo che per decenni hanno non solo ignorato, ma anche impedito ogni domanda degli altri ambientalisti imponendo la scelta della centrale a turbogas e degli inceneritori come la migliore delle soluzioni per produrre energia sul nostro territorio dal momento che loro, più alcuni consulenti esterni presenti in sala, erano gli unici entro le Mura autorizzati scientificamente a sapere cosa fossero davvero le emissioni di micropolveri sottili e i soli in grado di giudicarle inoffensive e tollerabili per la salute pubblica?
Per parlare oggi e domani di ambiente e inquinamento e per porre mano all’ambizioso Patto per il Clima che prevede zero emissioni di Co2 entro il 2050 e 100% di energie rinnovabili entro il 2035, bisognerà pertanto continuare a fare scienza con coscienza in quel modo e divenire scienziati come hanno dimostrato di essere stati loro? [leggere Qui] [e Qui] [e anche Qui]
Quanti saranno stati i giovani ambientalisti che hanno espresso la loro preferenza elettorale per la Lista Emilia Romagna Coraggiosa, Ecologista e Progressista che pone i problemi legati al cambiamento climatico in testa alle priorità e in seconda linea sul proprio stemma? Tra la gente intervenuta e presente in sala, non era presente nessun giovane al di sotto dei 35-40 anni. Nessun giovane, nessun neo-votante, nessun neo-cittadino italiano di origine straniera.

L’unico accento straniero di matrice anglosassone, è stato quello di Robert Elliot referente dell’Associazione Cittadini del Mondo, che strappa l’applauso dopo essere brevemente intervenuto per richiedere tempestività nell’affrontare il post elezioni con volontà, determinazione e idee chiare.
Nessuno straniero, nessuno zingaro, nessun Rom, nessun Sinti, nessun emigrato, immigrato, migrante, profugo, rifugiato, richiedente asilo, clandestino, presente in una riunione tenutasi in pieno Quartiere Giardino, Zona GAD, tra una ronda e l’altra della camionetta dell’Esercito Operazione Strade Pulite.Nessuna donna africana, nessuna donna araba, orientale, esteuropea, nessuna badante, nessuna infermiera, nessuna studentessa, ma, per fortuna, molte donne ferraresi intervenute per chiedere operatività, programmi, contenuti e dimostrando che la matrice della lista è indubbiamente autoreferenziale ma, evviva, sicuramente femminista.

Il terzo applauso, forse il più meritato, se non altro per la simpatia espressa da un signore anziano, esponente e sostenitore del PD di cui non ho afferrato il nome, che si appella all’unità della sinistra. In maniera piacevolmente spontanea e apparentemente ingenua informa l’assemblea che lui si riconosce nella Lista Coraggiosa e che tra forze di sinistra la cosa più importante dovrebbe essere quella di mantenere l’unità.
Ma il problema rimane lo stesso e semmai i termini sarebbero da capovolgere: per me e forse per molti altri (?), la difficoltà consiste esattamente nel sentirsi di sinistra e di riconoscersi nel PD e probabilmente, oltre a me, sono stati molti altri (?) a votare questa lista pur di non votare direttamente proprio il PD. E probabilmente sono stati in molti anche a votare PD solo come voto di sbarramento, per mancanza di offerte politiche migliori, per antifascismo e solo per non far vincere la Lega.

Ho battuto anche io le mani, per gratitudine: questo simpatico compagno mi ha fatto alleviare il pesante ricordo di essermi persino trovato in passato costretto a votare Dario Franceschini pur di non votare Berlusconi e di rimuovere il vero e proprio incubo di essermi presentato in una lista civica che ha appoggiato Gaetano Sateriale fino a sette giorni dopo la sua avvenuta elezione a sindaco. Nel primo caso si trattava di questioni tecniche legate al sistema rappresentativo, nella seconda all’appartenenza di una nuova forma di pratica pollitica in città: sissì, proprio con due elle, come la pollitica-becchime da destinare a poveri polli d’allevamento destinati al girarrosto dopo averli imbottiti di antibiotici e luci artificiali.[leggi Qui]

I record no limits di profondità abissale da me raggiunti come apneista del voto del meno peggio in assetto costante (occhi chiusi e naso tappato) avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa: sono doppiamente grato a quel vecchio compagno perché mi rendo conto di quanto io continui ad essere molto più sprovveduto e ingenuo di lui. Avrei dovuto insospettirmi: in una sala popolata da numerosi trionfanti fantasmi di sé stessi non avrei dovuto stupirmi nel vedere entrare vittoriosa anche la vecchia padrona di casa perché la strategia politica della signora Roberta Fusari a capo della Lista Azione Civica e della mini pletora di altre listarelle collegate per sostenere uno spacciato e dato per disperso Aldo Modonesi come sindaco, per me è una storia che oltre che inutile trovo allarmante come il suono di una sirena della croce rossa che si ferma sotto casa.

Mi sono alzato e sono uscito: mai nessuno, tantomeno io, se la sentirebbe di sparare sulle crocerossine impegnate ad assistere i soldati nelle guerre perse in partenza o colpiti da fuoco amico.
Me ne sono andato ma con la coscienza a posto: più o meno per gli stessi motivi di sempre non ho votato lei ma il candidato della sua lista Federico Varese quando per me ha rappresentato l’unica possibilità di non votare Lega e neanche, perlomeno direttamente, il PD.
Ho votato Federico come avrei potuto votare uno dei tanti altri aspiranti martiri, come Maria Ziosi o Simone Diegoli, chiamati in ritardo a individuare ed esprimere quel qualcosa di sinistra che ha reso muti ciechi e sordi i becchini in carica mentre scavavano con le proprie mani le fosse comuni della sinistra ferrarese e quelle comunali dei propri incarichi.

Se la componente ferrarese della lista Emilia Romagna Coraggiosa è uscita per partenogenesi dalla scapola sinistra della Lista Azione Civica, ha davvero un gran coraggio nel proporsi e propinarsi come vincente, festante e innovativa e ha anche un gran coraggio nel pensare di essere in grado di rispondere alle aspettative di sinistra, ecologiste e progressiste riposte nel voto senza trovare urgentemente una nuova linea e identificare nuovi programmi e nuovi candidati.
Non che il mio giudizio conti qualcosa di più della provocazione di una lettera, ma a mio modo di vedere e di capire c’è solo un modo di porsi per combattere sia la violenza espressa dalla forma di autoritarismo e di ricatto assunta dall’attuale amministrazione di destra, sia l’arroganza, la distanza e la presupponenza espressa da quelle precedenti di sinistra.
Con questi tipi di violenza c’è solo un modo per combattere: non una violenza pari e contraria, ma una non-violenza, che disciplini prima di tutto una filosofia politica basilare, fondante e permeante. Per questo dico e chiedo Daniele Lugli Sindaco Subito e Marco Bianchi Vice.

Oppure chiedo: Ma tu chi vorresti Sindaco?
E’ così difficile partire da zero, iniziare dal basso e chiederselo, anche solo per gioco o per provocazione? E non è così che si potrebbe fare per capire qualcosa di utile e urgente per molti, se non per moltissimi?

E a voi Francesco Monini, David Cambioli, Federico Varese, che potreste contribuire a garantire e consolidare un programma veramente innovativo mi vien da chiedere: state in disparte per libera scelta, perché non ne avete tempo e voglia, perché nessuno ve lo ha ancora chiesto, o perché la Lista Civica e la Lista Coraggiosa sono contenitori colmi solo di personalità politiche e ideologie riciclate destinate all’autodistruzione contro il muro di gomma shackespeariano dell’”essere o non essere PD?
Nel mio specifico caso il mio voto riflette un atteggiamento di rifiuto, rifiuto della Lega, rifiuto del PD, non di adesione o appartenenza politica a una lista fiancheggiatrice di quest’ultimo e non credo di essere stato l’unico a votare questa lista usando la matita con la tecnica surrealista della scrittura automatica e ad avere quella come unica scelta per non votare destra, non votare Pd e sperare di votare per qualcosa appartenente alla sinistra che rimane tra le righe della scheda o schiacciato sotto il peso dei risultati dell’urna.

Del programma, dei candidati, della campagna elettorale, della lista che ho votato non sapevo praticamente nulla. Un voto alla meno peggio, un voto senza vuoto a rendere, come una cambiale firmata in bianco pur di contrastare qualcuno e qualcosa che è divenuto a pari merito inaccettabile e insopportabile come le due facce della stessa medaglia politica attuale.

Secondo me a vincere le elezioni sono state le elezioni e le loro eccezioni: i veri vincitori sono stati quel + 30% di votanti rispetto alle precedenti. La Lista E.R. Coraggiosa ha vinto un giro gratis in giostra dopo essere riuscita a strappare la coda alla scimmietta e a tirare la corda del dissenso dei senza patria e identità di una sinistra desaparecida, fatta a pezzi e gettata in pasto ai pescecani e ora nel pugno chiuso ha solo la catenella dello sciacquone.

Gli stessi motivi che hanno portato ieri molte delle 22.000 persone a votare la jolly Elly Schlein, saranno gli stessi che potrebbero portare 22.000 persone a votare tra cinque anni per una nuova lista analoga che svolga le stesse funzioni o che le reindurranno a rimanersene chiuse in casa col televisore e il telefonino spento lasciando di nuovo vincere i partiti della peggiore destra di ogni tempo.
La Lista Civica ha invece vinto l’ultimo giro di walzer degli ideali di sinistra sulla scena politica ferrarese prima che venisse chiusa la balera, licenziata l’orchestra e buttata fuori la finestra dalla finestra.

Se non verranno immediatamente individuate nuove filosofie e nuove pratiche politiche che raccolgano i valori sociali, socializzanti e socialisti della sinistra, cancellati da coloro che sono corsi fuori dal palazzo a cercarli e a reclamarli dagli altri solo quando sapevano che erano già stati da loro stessi irrimediabilmente ignorati, mistificati e buttati nell’indifferenziata… se l’unica funzione politica ammissibile continuerà ad essere quella di continuare a soccorrere questa tipologia di oppositori del regime e di continuare a confortare e rifocillare di voti collegati e paralleli questa armata brancaleone di consiglieri doverosamente divenuti di minoranza… inutile sarà tirare la catena di un wc autopulente.

O dovrei lasciarmi convincere che a vincere sono stati tutti? E anch’io?
La Lega ha vinto continuando a vincere nella nostra provincia e in Calabria; il PD ha vinto perché non ha perso la roccaforte Emiliano-Romagnola: Berlusconi, la Meloni e Sgarbi non perderanno mai per diritto divino acquisito alla vittoria: nemmeno una sentenza della commissione antimafia è riuscita a far perdere qualcosa in città a qualcuno come Mauro Malaguti.
Quindi a vincere sono stati tutti? Paradossalmente anche chi non si è presentato affatto, come il Movimento delle Sardine che anche tutti gli altri partiti,  oltre al PD, dovrebbero ringraziare di non averlo fatto?
Che nessuno trovi poi il coraggio di dire che a perdere è stato solo il M5S, dal momento che è ancora al governo ed è sempre e solo stato un movimento perlopiù virtuale, digitale e avanguardista che quindi non ha mai avuto niente da perdere come partito politico tradizionale.

Nel frattempo noi Ferraresi Civici ed Emiliani Coraggiosi vincitori continueremo a brindare, con le mascherine, al Bar Korowa davanti agli insuccessi televisivi di Fabbri, Lodi e Solaroli su La Sette, mentre la setta Cavallini-Sgarbi si è impadronita delle sale espositive del Castello Estense come proprio scantinato, salotto e galleria d’arte… stapperemo champagne al chiosco di via Poledrelli conosciuto dai più come ‘da Hitler’ quando Vittorio Sgarbi inaugurerà due mostre per oltraggiare il significato dell’arte di Banksy e il significato del lavoro di Franco Farina al Palazzo dei Diamanti e per riabilitare la grande figura morale di Italo Balbo magari al MEIS… e punteremo i colli di bottiglia contro i suicide bombers della sinistra all’opposizione in Consiglio Comunale che, anziché minacciare di nuovo di abbandonare fisicamente e inutilmente l’aula per qualche minuto e di qualche metro, avrebbero dovuto abbandonarla eticamente per sempre il giorno dopo i risultati delle elezioni con le quali hanno regalato la città nelle ruvide mani e forti braccia tese della ‘peggiore destra ferrarese di  utti i tempi’, come l’ha definita Aldo Modonesi in campagna elettorale.

Peggiore di quella composta da squadre di picchiatori fascisti in camicia nera che ammazzavano di botte, di deportazioni e fucilate sacerdoti, ebrei e comunisti un attimo prima di partire per compiere eroiche trasvolate atlantiche o pericolosissime e audaci missioni di bombardamenti aerei in Libia?
I fascisti ferraresi di oggi contro cui combattere sono profeti in patria e profeti di loro stessi, legittimati dai governanti precedenti e dai non votanti di sinistra: giusti o sbagliati che siano, sono loro stessi a insegnarci che per eliminarli in futuro servirà buona mira.

Quelli di ieri sono stati profeti all’estero e profeti di sventura, per eliminarli ci è stato detto dalla storia che è bastata la mira giusta e un colpo di artiglieria antiaerea partito (guardacaso, solo per tragico errore). Quelli di oggi si limiteranno a imbucare e ad autospedirsi un pacco con dentro il proiettile che nessun ferrarese è disposto a sprecare per loro o saranno costretti a farsi autorecapitare lo stesso micidiale cannone della seconda guerra mondiale in dotazione al mitragliere ferrarese impegnato in Cirenaica ad abbattere l’aereo di Italo Balbo con il suo entourage di giornalisti padani?

La Ferrara dell’altro ieri, la Ferrara di ieri e la Ferrara di oggi: è già troppo tardi per chiedersi che forma prenderà la politica di sinistra per diffondersi nel coprifuoco imposto anche dalle azioni mirate a limitare il diffondersi del corona virus Covid-19?
Inchiostro su carta? Email? Post sulle pagine Fb degli amici degli amici mai visti ne’ incontrati? Piccioni viaggiatori?

Cover: foto di Beniamino Marino (maggio 2020)

Il pensiero (unico) di Matteo Renzi

Quarantasette minuti e trentasei secondi di intervento. Tanto è durato quello di Matteo Renzi all’assemblea nazionale del Pd il 7 luglio scorso. L’ex segretario può piacere o no, ma gli va riconosciuto il merito di dire ciò che pensa in modo diretto. Ed è proprio questo che lo rende antipatico soprattutto in ambienti in cui la politica è felpata, ingessata, politicamente corretta allo sfinimento. Ed è lo stesso motivo per cui piace, invece, a larga parte della base del suo partito.
I giornali hanno titolato a tutta pagina di un presunto attacco di Renzi a Gentiloni. Ma se si ascoltano le parole dell’ex segretario (il discorso integrale lo si trova su youtube) non ha fatto altro che dire ciò che anche la sinistra sinistra (il secondo termine non è un aggettivo qualificativo, ma un rafforzativo del primo sostantivo) ha detto in campagna elettorale. E cioè che uno dei motivi per voltare le spalle al Pd era la mancata approvazione dello ius soli. Ecco cosa ha detto Renzi in assemblea. “Sullo ius soli dovevamo decidere. O si prendeva e si metteva la fiducia a giugno e allora lo si portava a casa o si smetteva di parlarne. Ma non è pensabile che prendi una decisione in cui dici che ‘per noi questo è fondamentale perché i bambini sono fondamentali’, la trascini e poi dici ‘Eh, non abbiamo i numeri’”. E in effetti questo è proprio ciò che è successo. Molti ricorderanno la prudenza di Gentiloni nel differire questo tema per la solita paura del populismo. Come si è visto una prudenza che non è servita. Anzi. Ed è qui che arriva la stoccata al governo Gentiloni e al partito non più a guida renziana: “Non è l’algida sobrietà a far sognare un popolo. Tu devi dare un messaggio e un orizzonte forte sul futuro. E noi su questo non siamo stati all’altezza”. E come dargli torto! Ed è proprio sulla mancanza di un orizzonte su cui misurare i passi da compiere per raggiungerlo che la sinistra sta rischiando l’estinzione. Poi però verso la fine del suo intervento dice, e sembra rivolgersi soprattutto alla minoranza interna: “Mi colpisce che quando abbiamo messo gli ottanta euro in tasca agli italiani sia stata definita una mancia elettorale che va avanti da quattro anni. La mancia elettorale più lunga della storia”, dice con ironia. “Penso che se quando hai il tuo governo il tuo obiettivo è dire che il jobs act non va bene, la buona scuola non va bene, le periferie non va bene il costo del lavoro non va bene, allora non devi votare Pd devi votare M5S”. Un’affermazione stupefacente. Infatti, è proprio ciò che hanno fatto anche molti elettori del Pd, ma sembra non rendersene conto con un candore disarmante.
Un altro tema su cui il Pd si è fatto scavalcare dal M5S è quello dell’abolizione dei vitalizi. In Parlamento c’era una proposta di legge, primo firmatario Matteo Richetti del Pd, che fu stoppata dal suo stesso partito. E anche qui non era Renzi alla guida. Lo ricorda all’assemblea. “Se approvi la Richetti alla camera non puoi poi dire che non abbiamo tempo per approvarla al senato. Il tempo c’era. Al senato il Pd non ha voluto approvarla. E allora bisognava fermarsi prima e non approvare la Richetti”. Un linguaggio chiaro, senza fronzoli, com’è nel suo stile, con molti elementi di verità.
Sui voucher, e in particolare sul jobs act, non retrocede, su questo invece l’autocritica dovrebbe essere più forte. I voucher furono introdotti in una prima versione che presto si rivelò un boomerang per l’uso distorto che molti imprenditori ne facevano come strumento di flessibilità del lavoro. Erano nati per l’agricoltura, ma presto furono estesi a tutti i settori, anche a figure professionali di alta qualificazione, tanto da indurre i sindacati a chiederne una modifica radicale. “Se facciamo credere che il jobs act sia la madre di tutti i mali – ha detto Renzi senza alcun ombra di riflessione critica – poi non ci stupiamo che vinca Di Maio. Noi siamo stati i primi a cedere alla cultura della Cgil sui voucher, salvo poi avere oggi loro (il M5S, ndr) che li rimettono dopo che hanno detto, testuale, che ‘Renzi concepisce il lavoro come schiavismo’”. Certo, è esagerato dire che le riforme del lavoro sono una nuova forma di schiavismo, di certo però hanno reso precaria ed insicura (ne ho scritto ancora su queste pagine) la vita di molte persone, giovani in particolare, a causa di una pletora di tipologie contrattuali tutte a vantaggio delle imprese. Anche se Renzi continua rivendicare la bontà della riforma del mercato del lavoro che a suo dire avrebbe dato più opportunità ai giovani, è innegabile che sui temi del lavoro il Pd ha attuato una politica neoliberista col sostegno di Forza Italia e della Confindustria.
A questo proposito i dati Istat ci danno una fotografia netta. A maggio di quest’anno, infatti, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, l’occupazione è cresciuta del 2% (+457mila), ma di questi ben 434mila sono lavoratori a termine. Praticamente il 95% dei nuovi assunti nell’ultimo anno sono precari.
Ma il passaggio dell’intervento di Renzi che svela qual è la sua idea di centrosinistra per il futuro è quando ha ricordato il tentativo fallito di Pisapia, che definisce “fantomatica operazione”, di creare una coalizione larga di centrosinistra. Resta convinto, almeno questo traspare dalle sue parole, dell’autosufficienza del Pd per vincere le elezioni. E anche qui non c’è ombra di autocritica. Se questa è la sua idea la sinistra è destinata a sparire dallo scenario politico italiano. Ha detto, infatti, senza riconoscere la generosità dell’azione di Pisapia: “Ci siamo autoimposti un tema, quello della coalizione, che non interessava agli italiani e che ha rimesso in campo soltanto il centrodestra. Aver inseguito per mesi la fantomatica operazione di Giuliano Pisapia autoimposta o impostaci dalla stampa cosiddetta amica è un errore clamoroso che ci deve servire come lezione”. Insomma, un partito eterodiretto (sic!). A parte il fatto che è tutto da dimostrare che quell’operazione non interessasse agli italiani, è evidente a questo punto che il modello di riferimento che ha in mente, per quanto lo critichi, è quello del M5S che da solo conquista più del 30% e non il modello di coalizione del centrodestra. Del resto la riforma della legge elettorale che aveva in mente era tagliata sull’ipotesi di un Pd autosufficiente. Se così è, se questa sarà la linea che prevarrà al prossimo congresso, temo che per il centrosinistra ci siano poche prospettive di ritornare a vincere. Certo, va detto che i matrimoni hanno bisogno del consenso di entrambi i contraenti e non è detto che la sinistra sinistra (quella di cui sopra) voglia allearsi col Pd. Lo abbiamo visto appunto nel tentativo fallito di Pisapia.
Su un altro tema, quello degli immigrati, Renzi non ha fatto alcun riferimento alle condizioni di vita a cui sono costrette nel nostro paese queste persone e che è diventato motivo di tensione con la popolazione residente delle città su cui la Lega ha fatto leva, rivendicando invece il merito dei salvataggi in mare. A questo proposito ha detto: “L’Italia non ha una emergenza emigrazione, ha un’emergenza legalità che riguarda italiani e stranieri”. Che ci sia un’emergenza legalità, e non da oggi, è vero, ma non sembra sia stata fatta una riforma della giustizia seria, nemmeno con i governi a guida Pd. Detto questo non credo comunque si possa prescindere da una forza come il Pd per riportare il centrosinistra al governo del paese. Diversa è la prospettiva locale. Molto dipenderà dal prossimo congresso del partito, ma anche dalla capacità di interlocuzione tra il Pd e la sinistra sparsa. Un’apertura di dialogo dall’una e dall’altra parte penso possa influire positivamente sulle linee programmatiche del prossimo congresso del partito. Finché ognuno resterà chiuso nel proprio fortino, finché l’orgoglio di appartenenza impedirà di fare il primo passo verso l’apertura al dialogo temo non usciranno grandi novità.
Infine è passato a rivendicare i meriti del governo e del suo partito contestando chi dice che il partito “è stato poco presente nel sociale”. “Noi siamo quelli che hanno fatto per la prima volta una misura contro la povertà. Noi siamo quelli che hanno messo due miliardi sulle periferie. Noi siamo quelli che hanno fatto le leggi sull’autismo, sul terzo settore, sulla cooperazione internazionale. Noi siamo quelli che hanno scritto una pagina nuova nella storia dei diritti di chi diritti non aveva. Noi sul sociale abbiamo fatto molto e abbiamo raccontato poco. Noi siamo stati poco sui social dove si è sviluppata una campagna devastante che non abbiamo saputo leggere e che ha mostrificato i nostri, che ha attaccato con fake news, che ha disintegrato persone e famiglie (il riferimento anche alla vicenda di suo padre) con falsità alle quali non siamo stati in grado di replicare”. E poi l’affondo al gruppo dirigente del partito dal quale non ha sentito solidarietà che invece dice di ricevere dalla base quando gira l’Italia.
Bisognerebbe ricordare a Renzi che stare nel sociale non significa solo, per quanto importante, fare le leggi di settore come quelle elencate, ma stare tra le persone, sul territorio, nelle città, nelle periferie, proprio ciò che ha fatto la Lega sul modello dei vecchi partiti della tanto bistrattata prima Repubblica che erano presenti con le loro ramificazioni territoriali. Paradossalmente il vecchio modello di partito solido, radicato è tornato ad essere vincente nella società liquida.

Ci si ostina a chiamarla Sinistra

Ma la Sinistra non dovrebbe fare gli interessi dei più deboli, o sbaglio? La Sinistra non dovrebbe diffondere i diritti a tutti quanti, o sbaglio? La Sinistra non dovrebbe limitare i privilegi ai potenti, o sbaglio?
Adesso meglio smetterla con queste domande, sennò qualcuno di Sinistra potrebbe tacciarmi di populismo!
Così mi guardo attorno in cerca della Sinistra, ma vedo strane facce…
Vedo figli di imprenditori e membri di Consigli d’Amministrazione di note banche; faccendieri politici che hanno collezionato quasi tutte le tessere di partito; poi, i nostri cari intellettuali di Sinistra, da sempre intellettualmente lontani anni luce dalle necessità reali della gente. E tutti a riempirsi la bocca con la consueta frase di presentazione che anticipa le varie argomentazioni rigorosamente in politichese: “Noi gente di Sinistra…”
Ecco, il linguaggio è il vero segreto di questa Sinistra!
Certo, dall’avvento della Seconda Repubblica in poi, il linguaggio si è evoluto. La comunicazione politica è diventata via via più comprensibile al volgo…
Ma attenzione gente, trattasi solo di consolidata strategia di marketing, di fascinazione pre-elettorale: il politichese resta sempre politichese!
Dopo le elezioni, statene certi, tale linguaggio torna ad essere assolutamente incomprensibile ai più. Abbastanza astruso, se non astratto del tutto.
Del resto, fin dalle origini il linguaggio politico non nasce forse ad uso e consumo esclusivo degli addetti ai lavori? Si tratta di un linguaggio non soltanto tecnico, esso va ben oltre l’intento elitario dei dotti, cioè quello di elevarsi a un grado superiore per affermare il proprio status. Il politichese è criptico, la sua funzione primaria è quella di non farsi comprendere, ovvero di non dir nulla o di dire tutto e il contrario di tutto. La caratteristica peculiare di tale linguaggio è la sistematica costruzione di dichiarazioni e affermazioni capaci di resistere alle confutazioni più inattaccabili. Per fare ciò il politichese si serve di un efficace sistema di fumose argomentazioni costruite apposta per confondere non tanto l’avversario di turno, anch’egli avvezzo a tale metodo, ma l’ascoltatore esterno (il pubblico), in questo modo l’attenzione viene veicolata nella direzione voluta. In sintesi si tratta più di metodologia dialettica che di sostanza di contenuti. Ovviamente la cosa viene rimpallata a turno tra gli interlocutori politici, col risultato di mandare inevitabilmente in confusione la platea di chi ascolta.
La regola aurea è quella di provocare nell’animo dell’ascoltatore un profondo senso di sudditanza intellettuale, una sorta di distanza culturale capace di generare soggezione, ammirazione e, perché no, un inespresso senso di colpa e inadeguatezza. Della serie: “Io sono troppo ignorante per capirci qualcosa, ma per fortuna che ci sono loro. Loro sì che capiscono di che si tratta.”
Poi ci sono gli intellettuali, quelli veri e presunti tali, quelli che per definizione non possono stare che a Sinistra. La cosiddetta intellighenzia, coloro cioè in possesso degli strumenti critici volti a una più corretta lettura, a una più profonda comprensione della realtà, per poterne trarre poi le giuste conclusioni. Con tali premesse, le soluzioni pensate e proposte da costoro, anche se palesemente irrealizzabili, assumono quasi il valore di verità dogmatiche.
E il dramma di questa Sinistra autoreferenziale (in verità il vero dramma è tutto degli altri, ovvero di coloro che questa Sinistra ha tradito) è proprio questo: è talmente convinta di essere storicamente e intellettualmente nel giusto, che qualunque suo pensiero ha ormai assunto il valore di un dogma. Sono lontani i tempi in cui si dibatteva costantemente sulla bontà e la giustezza di certe idee, in cui la critica e il confronto interno elevavano la Sinistra ad un livello morale superiore alla Destra. Da quanto tempo, infatti, la Sinistra (figlia e figliastra di quei dibattiti) non si mette più in discussione? Forse che sia per tale ragione che può permettersi di smentire continuamente se stessa? Forse che sia stato il cambio di interlocutori a trasformarne gli ideali? L’ostinazione a definirsi Sinistra può bastare come salvacondotto nel sorprendente tragitto verso il più sfacciato neoliberismo che sta demolendo ogni residuo retaggio di portavoce storica dei diritti dei lavoratori?
In altre parole, questa Sinistra può ancora considerarsi tale?
La risposta è assolutamente e malinconicamente scontata: no!
La verità nuda e cruda è che, grazie alle nuove “armi di distrazione di massa” di cui dispone l’attuale politica, i front-men di partito, quelli con la faccia di bronzo e la parlantina sciolta, di fronte a stampa e televisioni (spesso compiacenti) possono dire tutto quello che vogliono per essere poi smentiti dai fatti, alla breve come alla lunga distanza. L’indignazione popolare dura giusto il tempo di una partita di calcio o dell’ennesima bufala in rete, oppure del prossimo attentato terroristico. In qualche modo, queste implacabili armi corrono puntualmente in aiuto dell’armata Brancaleone di Montecitorio, più intenta a dispensare i suoi servigi alla corte di Bruxelles che a mantenere le promesse date agli elettori (gli eterni sedotti e abbandonati, puntualmente trattati come tanti Fantozzi da ubriacare e sfruttare). E i Fantozzi e i Filini intanto comunicano tra loro, s’incazzano, imprecano, minacciano, si distraggono, si confortano a vicenda, paghi e orgogliosi dei loro sfoghi a distanza.
Ma la tragedia più tragica di tutte è che, alla fine, Sinistra e Destra tendono ad annullarsi a vicenda. A dissolversi in un’unica nebbia in cui la gente non sa più dove andare. E quando non si sa dove andare o si sta fermi o spesso si prende la direzione sbagliata, quella più facile… Ma in tempi in cui si cammina sul bordo del baratro, procedere alla cieca può essere fatale.
E allora che fanno i nostri esperti di comunicazione politica? Si servono della più efficace tra le armi di distrazione: la paura!
L’allarmismo, il terrorismo, il complottismo, il catastrofismo, il mondialismo e il neoliberismo sono i moderni “ismi” che muovono il pensiero collettivo e che hanno sostituito quelli vecchi, dal patriottismo ottocentesco all’ideologismo novecentesco e i suoi derivati. Se una volta la paura veniva contrastata dalla speranza, oggi viene rafforzata da disillusione e rassegnazione. In Occidente, oggi più che mai, controllare il pensiero della collettività equivale a immobilizzarlo, instillando in esso il baco del terrore di perdere ciò che si possiede. La regola è semplice: ti immobilizzo nell’incertezza per privarti della tua capacità di reazione.
È un gioco rischioso.
La Destra infiamma gli animi, stuzzica il malcontento più che strisciante, nell’intento di risvegliare una volontà popolare per lo più paralizzata, per farla strumento necessario alla riconquista di un consenso compromesso dalle brutture del proprio passato.
La Sinistra, invece, persegue il suo progetto “globalizzante”, lo fa scegliendosi i suoi nuovi partners, divisi tra i signori della nuova economia sovranazionale e il melting pot della prossima manovalanza a costo ridotto, ignorando le “richieste dal basso” per cui era nata.
Il pragmatismo è l’unico carattere originario che la Sinistra ha saputo mantenere intatto fino ai giorni nostri, questa volta però si tratta di applicarlo alla quadratura del cerchio che ruota attorno a dinamiche economico-finanziarie completamente avulse dai bisogni primari della gente. Ed è proprio a causa di ciò che questa sedicente Sinistra ha scelto e sceglie di ignorare bellamente il grido d’aiuto dei suoi vecchi innamorati, tuttora increduli di essere rimasti ormai soltanto degli orfani.
Alla fine, per strada, la sensazione è di abbandono. La classe politica di questa Sinistra, troppo intenta a ragionare sui massimi sistemi, ha perso sempre più contatto con la gente. Da D’Alema e Bertinotti in poi, la Sinistra non si è più confrontata in modo serio e partecipato con la sua base elettorale al fine di comprenderne i reali bisogni in continuo mutamento, ha preferito invece dibattere su schieramenti, alleanze e ghirigori dialettici, nonché autoincensarsi nei salotti e negli studi televisivi. In più, da quando è diventata espressione del potere, ha scoperto le regole del marketing, preferendole ai suoi vecchi precetti ispirati alla lotta di classe e alla difesa dei diritti dei lavoratori, per nulla attrattivi in verità.
Ora più che mai, questa rampante classe politica di Sinistra si erge a giudice, sentenziando con superbia e accusando, dai propri, confortevoli lofts “radical e cultural chic”, concorrenti e avversari di demagogia e populismo, dimenticando che anche la Sinistra originariamente nacque come espressione populista, e che accogliere e rivendicare le ragioni della gente semplice, magari non istruita, non è affatto una bestemmia, semmai un’opportunità.

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Il rispetto e l’arroganza delle caste. Ricordando Savonarola

di Massimo Maiarelli

“… ho visto l’infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, l’idolatria, il torpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene….”
Chi scriveva queste cose non è stato il cittadino, il cronista, la persona offesa da quanto tutto i giorni i media ci propinano o da quanto è successo al Tribunale di Milano, piuttosto che a Parigi nei mesi scorsi. Quella frase è molto antica, risale alla seconda metà del 1400 ed a pronunciarla è stato Girolamo Savonarola. Per le sue affermazioni, nel 1497 fu scomunicato da Papa Alessandro VI e l’anno seguente impiccato e bruciato sul rogo come “eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove”.
Sono passati oltre 500 anni, in realtà sembra di essere davanti al nostro televisore ad assistere ad una delle tante trasmissioni televisive, dai tg alle performance dei nostri politici che frequentano ormai più assiduamente gli studi televisivi rispetto alle aule parlamentari.
Chissà cosa direbbe oggi Savonarola di loro? E non solo di loro. Oltre alla casta dei politici, che spesso non offre una immagine positiva, oggi le caste sono tante, come erano tante le corporazioni ai tempi di Savonarola. Nulla è cambiato, forse è solo peggiorato.
Oggi si sente dire sovente “ci hanno lasciati soli, ci sentiamo isolati”. Sicuramente l’isolamento porta alla paura, alla emarginazione, ogni tanto alla violenza. Ma chi si sente “lasciato solo o isolato”, si interroga del perché si sente tale? Cosa ha fatto o non ha fatto per sentirsi emarginato?
Un proverbio sostiene che si raccoglie quello che si semina. Dicono anche che i proverbi sono la saggezza dei popoli. Ed oggi purtroppo l’autocritica, l’umiltà, il pudore, la vergogna non appartengono ai nostri tempi. Oggi prevalgono i diritti acquisiti, le caste, le lobby, la prepotenza, l’arroganza, le ruberie, tanto per rubare una parola al buon Girolamo Savonarola.
“Dobbiamo fare sistema”, altra frase che si sente spesso. Ma per fare sistema occorre uscire dall’isolamento, rendersi conto delle situazioni e delle opportunità che ci circondano, assecondare le esigenze altrui, spesso rinunciando a qualcosa. Non pare che sia questa la strada imboccata dalla maggioranza, la maggioranza è egoista, pensa al proprio orticello, ai propri diritti acquisiti e così facendo, ovviamente ed automaticamente, si isola e non può poi piangersi addosso e chiedere aiuto.
Rispetto, altra parola abusata. Quando ci scappano dei morti il rispetto va a tutti i morti, indistintamente, perché la vita è sacra, sacra per tutti.
Il mio non vuole essere cinismo, semplicemente una visione reale di quello che succede. L’isolamento è figlio del comportamento, dell’atteggiamento, entrambi spesso vissuti egoisticamente, con lenti troppo spesse o deformate, lenti che non consentono di vedere il mondo e la società con la giusta obiettività.
All’Università, quando studiavo giurisprudenza, mi avevano insegnato la sfera giuridica come quella cosa che ciascuno di noi ha e dentro la quale deve convivere. Se qualcuno tenta di allargare, più o meno colpevolmente, la propria sfera giuridica, è evidente che va a sovrapporla a quella di un altro, a calpestarla, a togliere qualcosa al proprio vicino. Anche questo è rispetto, anche questo andrebbe rispettato. Come va rispettato il credo politico o quello religioso, solo per citarne due. Tutti hanno bisogno di rispetto, che si deve innalzare all’ennesima potenza quando viene violato il nostro bene più grande: la vita.

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