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DI MERCOLEDI’
Libri o persone? Tutti e due: persone & libri.

 

Nella foto in bianco e nero c’è un bambino sulla giostra insieme a me; occupa la moto alla mia sinistra e guarda l’obiettivo a occhi sgranati. Io invece sono concentrata a guidare una macchinina, con le mani ben strette sul volante. Di Marco si notano il giubbino fatto a mano con la lana piuttosto grossa e i capelli corti e ispidi, da monello. Oggi è il giorno di San Michele Arcangelo, patrono del mio paese, e la mia pettinatura è quella delle grandi occasioni: il concio o come si dovrebbe dire lo chignon che mia madre abbina ai vestiti eleganti, come questo che è di velluto. Il colore non si può vedere nella foto, ma la memoria mi soccorre e lo ricordo color bordeaux.

Stamattina al mercato del mio paese il giro tra le bancarelle è durato poco: mi hanno assorbita altre commissioni attorno alla piazza, tra cui quella in banca. Lunghissima. Meno male che, nell’attesa di conferire con il cassiere, Marco e io ci siamo ritrovati dopo tutti questi anni e abbiamo rimesso in piedi alcuni ricordi della nostra infanzia. La foto sulla giostra è venuta in mente quasi subito a tutti e due. Con le nostre facce di oltre mezzo secolo fa, ma almeno sono facce complete e non questi ovali coperti dalle maschere anti Covid, che portiamo come segno dei tempi.

Penso che abbia fatto bene a entrambi incontrarci. Certo, la sensazione che lascia il calore umano scambiato dal vivo porta una piccola beatitudine, perché ci fa sentire parte di una tribù a cui abbiamo preso parte fin da piccoli, con i suoi riti identitari; ci fa ricordare insieme e credo sia già una forma di dialogo. Combatte la solitudine della caverna nella quale abbiamo trascorso gli ultimi mesi. Come è accaduto a molti di noi, nell’ultimo anno ho esercitato più che mai la mia capacità ricettiva. Sento e leggo a lungo ogni giorno le news di politica interna ed estera; come avrebbe detto Galileo conosco estensive le cose che accadono nel mondo, molto più di quando insegnavo e lavoravo tutto il giorno per fare lezione da casa e tentavo in qualche modo di salvare la qualità della relazione con i ragazzi. Ora però rielaboro di meno, soprattutto per la carenza di interlocutori. I mass media consentono assai poco la reciprocità del dialogo: ascolto e basta. E mi manca il dialogo quotidiano con le amiche colleghe, compagne di avventure didattiche e dello spirito.

Diciamo che frequento libri e rifletto sulle sollecitazioni che mi dànno con una grande sete di parole. Chissà se in Italia è aumentata la lettura durante il lockdown e di quanto.
Libri o persone? Ho bisogno di tutt’e due. E allora eccomi a comprare appena è stato possibile l’ultimo libro di Marco Balzano, Quando tornerò, e ad aspettare di sentirlo parlare di questa nuova storia durante il collegamento con la sede ferrarese di Libraccio il 15 aprile scorso. Ho conosciuto Balzano un paio d’anni fa quando è venuto a incontrare i ragazzi dei Licei cittadini al Museo di Spina nel salone delle Carte Geografiche. Che bel momento. Lui generoso e attento ai ragazzi come un docente, che è anche scrittore, sa fare, il suo libro, Resto qui, bellissimo.

Volevo riascoltare la persona Balzano, lo scrittore in carne e ossa. In un gioco chiarissimo di complementarità tra autore e narratori, Balzano dice “Io” per tre volte nel nuovo romanzo: parla nelle vesti di Daniela, la madre di famiglia che lascia la Romania per venire a Milano a fare la caregiver (da evitare la parola riduttiva badante, meglio curante o il termine equivalente inglese), poi assume il punto di vista dei due figli, che Daniela ha lasciato soli, con un padre evanescente che riesce solo a fuggire le responsabilità e ad andarsene a sua volta senza lasciare traccia. Lei per prima, poi Manuel e infine Angelica danno la loro versione degli anni in cui da Daniela ha lavorato a Milano, con l’unico scopo di mandare loro i soldi necessari a farli studiare.

E’ la storia dello spaesamento da cui sono stati travolti: lei che come tante donne dell’Est si è trasferita in Italia a prendersi cura di una persona anziana, i figli che per questo sono stati lasciati senza cura. È una storia contemporanea e internazionale: sul tema della partenza e poi del ritorno alla famiglia, dopo un’ intensa esperienza di lavoro e di emancipazione femminile vissuta in un altro paese; sul senso di colpa che divora chi è andato lontano. Lo sa bene Daniela, anche se è stata spinta a venire in Italia dalle necessità economiche e dall’immenso amore per i figli. Ogni sacrificio è stato fatto per loro, che però non possono capire e sentono la ferita dell’abbandono.

Come nel precedente romanzo, mi sembra di nuovo straordinaria la capacità di immedesimazione dell’autore nei suoi personaggi: là era protagonista e io narrante, la maestra di un paese in Alto Adige, Trina; ora lo sono una donna matura e i due figli adolescenti. Ognuno racconta la propria versione della storia con le caratteristiche espressive che gli sono peculiari e con il proprio grado di comprensione della scelta che Daniela ha compiuto. In particolare Manuel, che, a differenza della sorella maggiore avrebbe voluto andare via con la madre, sbanda sotto il peso dell’abbandono.

Nella mia vita ho conosciuto alcune curanti occupate in famiglie del mio paese, poi ho conosciuto da vicino Sofia quando ho avuto bisogno che si prendesse cura di mio padre. E’ stata una guida imprescindibile per me, lungo un cammino senza tracciato in cui rischiavo di sbandare. Ho avuto lei come bussola: la sua laurea in medicina e la sua dedizione l’hanno resa indispensabile a mio padre e al resto della famiglia. Dopo nove anni, anche ora che è tornata a vivere in Polonia, non passa giorno che non ci scambiamo una parola tramite whatsapp. Di lei mi ricordo quotidianamente e dunque il libro che parla di Daniela e dei suoi figli mi suona familiare.

Sofia è venuta in Italia per cercare lavoro, ma soprattutto per lasciarsi alle spalle una storia famigliare dolorosa; ha lasciato in Polonia i due figli maggiori e ha portato con sé il più piccolo, di soli otto anni. Mi viene in mente la sua parabola di vita, nella fase che ho conosciuto, perché ricorda da vicino i sacrifici e le privazioni di Daniela. Nel caso di Sofia, però, l’attaccamento dei suoi figli non è mai stato scalfito dalla lontananza. Il maggior segno di amore le è stato dato dal più piccolo, che ormai trentenne l’ha seguita nel suo ritorno in patria. Lui, più italiano che polacco per il modo di vivere e di pensare, ha ripreso la via di casa insieme a lei, complici anche la precarietà del lavoro qui in Italia e qualche problema di salute.

Mi domando di nuovo: persone o libri? La risposta è la stessa: persone e libri. Perché, come ha detto Balzano a chi gli chiedeva come avesse scelto il tema del badantato per questo romanzo, la letteratura ha la forza di guardare il mondo dall’interno e con efficacia, di trovare empatia nel rapporto con gli altri. Sa andare oltre gli stereotipi. Sa procurare avvicinamento.

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DI MERCOLEDI’
Sullo scrivere di sé: Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza”

 

Ho letto anche Sembrava bellezza. Nello scorso numero dicevo di avere scoperto Teresa Ciabatti, autrice di una autobiografia che ho trovato coinvolgente, La più amata, uscita nel 2017.

Svelo subito perché anche questo secondo libro mi ha attratta: perché “è scritto meravigliosamente”. Tra virgolette metto le parole che ha scelto Michela Murgia per presentarlo insieme a Chiara Valerio in un incontro a cui ha partecipato l’autrice. Tutto si può rivedere su Youtube digitando ‘Teresa Ciabatti’, peggiorata in Ciaby dal diminutivo usato durante l’intervista: l’unica nota stonata di una conversazione a tre per me divorante. Sulla femminilità e sull’essere donna, sulla adolescenza come tempo supremo della inadeguatezza, sul valore del corpo, sul rapporto tra bellezza e percezione della bellezza (la propria, soprattutto).

Tre figure di donna occupano anche il centro del romanzo: la narratrice e la sua amica storica Federica si ritrovano quando hanno quasi cinquant’anni, si aggiunge a loro la sorella di Federica, Livia, che è stata la più bella ragazza del liceo quando erano adolescenti, ma a diciassette anni ha subito un grave incidente che le ha procurato un ritardo mentale. Le altre due nell’adolescenza non sapevano riconoscersi belle e ora che sono cresciute e sono diventate madri, una di loro anche  famosa come scrittrice, rinsaldano la loro amicizia con una solidarietà tutta nuova.

È la narratrice a scavare nel passato suo e delle altre e a dare di sé un’immagine di acuto spaesamento: “Metto in scena la proiezione più bassa di me e scrivendo dipingo la mia adolescenza come l’età della sofferta percezione di me; ero la brutta e inadeguata ragazzina venuta a Roma dalla provincia che nessuno dei compagni di scuola ha mai voluto degnare di considerazione”. Le parole sono più o meno queste, ho messo io “dipingo” per riprendere un’altra osservazione di Murgia: se questo libro fosse un quadro sarebbe un quadro dell’impressionismo, tutto pennellate pesanti che ritraggono con frasi fulminee la percezione che della realtà ha la narratrice.

E io che percezione ho avuto del valore di un romanzo come questo? Un romanzo che si pone in continuità con La più amata e torna insistentemente su come si è da adolescenti, sulla insoddisfazione verso il nostro corpo. Sulla figura dei genitori che ci hanno fatto violenza in qualche modo mentre ci facevano crescere; sulle ferite che ci hanno inferto i compagni di scuola con la loro indifferenza spietata. Su quest’ultimo aspetto merita di essere letto il bel romanzo autobiografico di Diego Marani, Il compagno di scuola, ambientato negli anni Settanta tra la campagna di Tresigallo e il Liceo Classico di Ferrara.

Ci penso da parecchi giorni e di proposito ho centellinato la lettura delle ultime pagine di Sembrava bellezza per lasciar sedimentare la mia reazione di lettrice. Poi stando al mercato del mio paese lo scorso mercoledì ho fatto chiarezza: c’era una bella luce nella piazza e le bancarelle di ogni tipo tornavano a occupare le consuete postazioni. Soprattutto i capi primaverili messi in mostra sprigionavano colori nuovi, tinte pastello per lo più. Ho incontrato amici e conoscenti e ho scambiato più chiacchiere del solito, in cerca di un piccolo risarcimento emotivo dopo le restrizioni dovute al Covid, che ci hanno tenuti in casa per alcune settimane. Nel resto della giornata ho ripensato a come è stato piacevole ritrovare la socialità paesana.

Ho fatto l’appello delle persone incontrate con la loro sana psicologia e ho preso via via le distanze dalla personalità di Ciabatti, o dalla narratrice che senza avere nome è il suo alter ego dentro al romanzo. Quella che dice solo e sempre ‘io’, si guarda nel presente e poi si volta indietro a recuperare l’adolescenza e ne riassapora il tormento, senza superarla mai. Senza fare sintesi tra le fasi della propria vita: ora che è una scrittrice e una giornalista di fama non si sente risarcita e non sa guardare avanti; ora che la figlia è adulta non si perdona di essere stata una cattiva madre e torna ciclicamente ad accusarsi. Non mi trova d’accordo ciò che ha detto Chiara Valerio, che la conoscenza è una forma di perdono; almeno non mi pare che questo accada nel libro.

Dopo averla vista su Youtube conosco il volto dell’autrice e allora mi domando come possano i suoi lineamenti tanto regolari e una gestualità così gradevole racchiudere il tarlo della incompiutezza come persona, come donna. Ha detto alle sue interlocutrici di essere più avanti rispetto ai personaggi che mette nei romanzi e di voler scrivere sulla mancanza di reciprocità tra sé e gli altri, sulla esclusione che l’ha ferita negli anni del liceo. Per me lettrice una ragione di più per tenere separate autrice da una parte e narratrice-protagonista dall’altro. Eppure ci sono cascata e confesso che anche ora se ripenso al libro tendo a sovrapporle. Anche perché a una certo punto dell’intervista lei dice: “La adolescenza la odio e meno male che ora è lontana”.

Per ristabilire un patto chiaro con entrambe mi serve che Ciabatti scriva altri romanzi. Storie che vadano oltre l’autobiografia. Occorre che lei rinunci a provocare i lettori con questa ambiguità di ruoli e si travesta magari da narratore di genere maschile, di un’età diversa, che ambienti la nuova storia in un’epoca lontana. Mi occorre che si stacchi da sé stessa e dalla narratrice che è stata.

Intanto tutte le persone incontrate stamattina mi riportano a queste giornate che viviamo. C’è una ferita collettiva che taglia la carne del mondo, ci attraversa una paura ancestrale per la nostra salute e per quella dei nostri cari. La nota stonata in questa scrittura insistita sul sé, in questo scavo alla ricerca dei traumi subiti nella adolescenza è che rasenta il solipsismo. La trovo fuori tempo come proposta culturale. Però mi convince e mi avvince in quanto scrittura sincopata e sincera fino alle estreme conseguenze espressive; mi piacciono le frasi brevi che denudano persone e cose, mentre le inondano di una luce bianca come sotto interrogatorio.

Alla fine torno a ciò che ho detto nel mio incipit, a ciò che ha detto Michela Murgia: “Questa scrittura vale tutto il libro”.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti romanzi:
– Diego Marani, Il compagno di scuola, Bompiani, 2005
– Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, Mondadori, 2021 (finalista al Premio Strega 2021)

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Enrico Vaime
lo spettacolo continuerà anche lassù

 

Il grande autore e pensatore istrionico Enrico Vaime ci ha lasciato, ha raggiunto il caro compagno di una vita di battaglie artistiche scomparso nel 2008 con cui aveva formato la famosa ditta artistica Terzoli & Vaime.
Vaime è stato uno dei più grandi autori radiofonici e televisivi, nonché autore di circa una trentina di libri. Fra i tanti successi radiofonici, da ricordare “Black Out”, che ci ha accompagnati ogni sabato e domenica mattina dal lontano 1979.
Eccezionale come conduttore, mai sopra le righe, mai volgare. Un signore mai noioso e sempre brillante, simpatico e con una buona dose di pungente ironia:

Io sono uno che dice sempre la verità. Anche a costo di mentire.

In questo paese di ignoranti uno che riesce a distinguere un condizionale da un congiuntivo rischia di passare per intellettuale.

Anni fa, durante un’intervista, alla domanda sul suo orientamento politico, rispose: “A sinistra, anche se la sinistra non sa ridere, è permalosa, è sempre stata così. Andreotti invece, se lo prendi in giro, ride”
Poi, alla domanda se era comunista, rispose: “Dipende. Se me lo chiede Berlusconi rispondo di sì. Se me lo chiede Bertinotti rispondo che ci devo pensare”.
Il pensiero di Vaime sulla morte lo portava a riflettere sulla poesia di Fernando Pessoa La morte è la curva della strada.

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.

La morte non è che l’ombra della vita stessa. Non si può, infatti, scindere la vita dalla morte e non si può, come scrive Pessoa, trascurare il fatto che la morte sia la curva della strada.
Italo e Enrico continueranno anche lassù a fare spettacolo!

“Il silenzio alla fine” il nuovo romanzo di Pietro Leveratto
Oggi alle ore 18,30 l’autore in diretta sulla pagina Fb di Ferraraitalia

David Weisseberg e Andrea Bergallo sono colleghi, amici e rivali, uniti dalla musica che li ha resi i più noti direttori d’orchestra degli anni Trenta. Il silenzio alla fine, edizioni Sellerio, di Pietro Leveratto è un romanzo in cui la musica dà significato alle esistenze di due uomini diversissimi, persi e ritrovati, legati anche quando la fine ha imposto il silenzio. David, ebreo austriaco, ha una moglie, Therese, con cui quell’antica promessa di amore eterno non vale più perché la vendetta è più forte, la dannazione attrae e la notte inghiotte la volontà di salvarsi.
David per tutta la vita ha accanto Bruno, il suo legale, votato ad accompagnarlo, comprenderlo, cercarlo e aspettarlo nei momenti più bui quando l’alcol sarà il compagno preferito: perché affrontare i propri fantasmi, si chiede David, quando a teatro Siegfried o Otello, le maschere di cartapesta da lui dirette, possono occuparsene?
Il rapporto di lavoro e di tutta una vita tra David e Bruno è centrato sull’egoismo del musicista, sulla sua aura di fama e successo che ha bisogno della dedizione totale di Bruno che sa reggere, come un architrave, “il precario edificio della psiche di David”. Chi sia davvero quest’uomo, lo sa bene la moglie Therese: “sei un animale raro, più sfuggente di un serpente di mare che viva negli abissi più profondi senza curarsi di cosa accada sulla terraferma”. Ma New York costringe David a modificare la sua mappa personale: si lascia andare a incontri, a Julia, senza pace si vede con dieci anni di più addosso e comprende a cosa sia arrivato.
Nel frattempo, Andrea Bergallo, talentuoso e antifascista, scompare in questa New York in cui un sodale di Mussolini, Gaspare Tiralongo, è arrivato per fare proselitismo e difendere i valori della patria. La malavita della grande città inganna Tiralongo e lo fa cadere in una maglia di contatti oscuri, definitivi ed esiziali. David è determinato a scoprire cosa sia successo ad Andrea Bergallo, la rete metropolitana e sconosciuta in cui si è trovato lo porterà, pur in una “catena della colpa”, alla verità sul caso Andrea Bergallo, su cui le indagini delle autorità si stanno ingarbugliando. La verità sarà però taciuta, il silenzio che solo un direttore d’orchestra può decretare, sarà il “necessario compagno” da lì in avanti.
Pietro Leveratto presenterà Il silenzio alla fine mercoledì 31 marzo alle 18.30 sulla pagina facebook del Microfestival delle storie e di Ferraraitalia. Dialoga con l’autore Riccarda Dalbuoni.

Un’insolita detective raccontata nel romanzo ‘Gli insospettabili’
il libro d’esordio di Sarah Savioli

Anna non ha quella durezza che le servirebbe per rimestare nel torbido quando investiga sulle vite degli altri. Anna è delicata, è mamma e materna, ha il dono invisibile di dialogare con le piante e gli animali, informatori fidati che raccontano più di tante evidenze. Gli insospettabili, edizioni Feltrinelli, è il romanzo d’esordio di Sarah Savioli, perito forense che si dedica anche alla scrittura.
A indagare assieme ad Anna su un omicidio, il ruvido titolare dell’agenzia di investigazioni Giovanni Cantoni, il collega Tonino e Otto, un alano dalla parlata napoletana senza il quale le ricerche non sarebbero le stesse. L’omicidio di Armando Piazza non è semplice come sembra, nulla è come appare agli occhi di Anna che empatizza con tutto ciò che incontra, natura, animali e uomini, soprattutto quando si imbatte nel dolore e nella disperazione di gente sconosciuta di cui vuole capire i meccanismi più nascosti.
Anna arriva fino in fondo alle cose, e alle indagini, lo fa con le domande giuste, con gli errori, i rischi e la pazienza di ascoltare gli altri, oltre le parole. Ha un rapporto con il mondo di complicità e mutuo soccorso: gli altri vanno aiutati, la verità va scoperta, anche quando riguarda gli ultimi. “Quando un dolore non puoi alleviarlo, devi almeno rispettarlo” ed è per questo che Anna non si accontenta, per rispetto a quella madre in cerca di verità, deve consegnarle il risultato di ogni suo sforzo.
Anna ha un bimbo piccolo, Luca, di cui la spaventa, più di tutto, la somiglianza con se stessa e un marito Alessandro che conosce il giorno in cui, dopo un brutto incidente, esce dall’ospedale e la vita ricomincia, proprio da quel braccio offerto per appoggiarsi. E poi ci sono una sorella e un padre, tenuti insieme da Caterina – la nuova compagna del padre-, dotata di un potere ricostituente e aggregante fra i cocci che rischiavano di spargersi per sempre.
Sarah Savioli presenterà Gli insospettabili sabato 20 febbraio alle 18 per la rassegna Autori a corte. Dialoga con l’autrice Riccarda DalbuonI
In live streaming sulla pagina Facebook del Microfestival e di Ferraraitalia

 

Prima di noi
Un pezzo di storia italiana nel nuovo libro di Giorgio Fontana

La fuga di un disertore, l’inizio di una stirpe, quattro generazioni e un secolo di storia italiana. Prima di noi di Giorgio Fontana, edizioni Sellerio, è un libro in cui i personaggi sono ancorati al tempo in cui vivono, militano, lottano per ideali, fuggono, si adattano o combattono contro le proprie infelicità.
Di padre in figlio, passano continuità e rotture, distacco e ricongiungimento fino a un cerchio finale che si chiude con il disvelamento di un segreto di famiglia. Sarà la donna più giovane della stirpe, Letizia, a scegliere cosa farne di quella rivelazione: a muoverla è la pietà, nel senso di pietas, rispetto verso chi l’ha preceduta, verso quel prima di noi in cui si sono annidate sofferenze, una declinazione del dolore che in ciascuno dei Sartori ha lasciato qualcosa, caratterizzandolo.
Dal Friuli a Milano, la famiglia Sartori lascia la terra d’origine, partecipa, decennio dopo decennio, alle ideologie che stanno costruendo la storia d’Italia di quel momento. Per quanto figli e nipoti emigrino e scelgano una vita altra, a volte dissonante con le aspettative della famiglia, c’è un nucleo centripeto a cui tornare.
Come nell’epica tragica antica, le generazioni sanno quale peso portano in dote, così in Prima di noi certe scelte dei genitori forgiano i figli che sanno di avere addosso il risultato di quelle azioni paterne o materne. “La sofferenza si conserva proprio come l’energia” e ai giovani del 2012 Dario e Letizia il passato della famiglia può ancora apparire come “un cumulo insostenibile di morte e vita, ricchezza e spreco”.
Liberarsi da questa impronta o cullarsi raccontando la propria storia guardando indietro? Ma ci sono tratti che, dai Sartori degli anni Venti ai nipoti e pronipoti, non si estinguono: la passione per l’arte, la militanza politica, la fuga, la ricerca, e, per alcuni di loro, una sofferente incapacità di amare.
Il libro sarà presentato mercoledì 13 gennaio alle 18 nell’ambito del Microfestival delle storie, la diretta con l’autore andrà in onda sulla pagina fb Microfestival delle storie e Ferraraitalia. Dialoga con Giorgio Fontana Riccarda Dalbuoni.

Il gorilla ce l’ha piccolo
L’ultimo libro di Vincenzo Venuto ad Autori a corte

Guardare il mondo, la natura, gli animali e quindi l’uomo come farebbe un osservatore alieno che deve capire. Vincenzo Venuto, biologo, etologo, autore di programmi televisivi, scrittore, nel suo Il gorilla ce l’ha piccolo (HarperCollins) si chiede il perché dei comportamenti degli animali e degli uomini accompagnandoci in un viaggio intorno al mondo e dentro i nostri istinti, il senso del pudore appreso, dentro la nostra cultura che ha una storia antica.
L’homo sapiens, scrive Venuto, nasce poligamo, come tutte le grandi scimmie, poi qualcosa cambia nell’evoluzione e diventa monogamo. Perché? E il tradimento è qualcosa di innato? Gli uomini, a differenza degli animali, riflette Venuto, sono dotati di empatia, coscienza, etica e quindi senso di colpa. Gli uomini sperimentano il dolore, e gli animali? Pare che certi animali non siano privi di una forma di sofferenza di fronte alla perdita, come dimostrano i comportamenti di elefanti e gorilla analizzati dagli etologi. Riconoscere, quindi, che anche gli animali abbiano emozioni, chiarisce Venuto, spiegare alcuni nostri comportamenti con le leggi dell’evoluzione naturale “non toglie nulla alla nostra umanità, ma ci dà uno strumento molto più potente per capire chi siamo”. E l’osservatore alieno deve allora “scendere dal piedistallo”, osservare gli animali e da lì l’uomo e tutto ciò che gli sta alle spalle nella sua storia evolutiva.
Il libro, infatti, attraversa corteggiamento, tradimento, sessualità, società, violenze e devianze, invecchiamento, lutto e amore tanto degli uomini, quanto degli animali di cui intravedere personalità e attitudini, certe volte, quasi antropomorfe.
Il gorilla ce l’ha piccolo sarà presentato venerdì 18 dicembre alle 17 per la rassegna Autori a corte in streaming dalla pagina facebook di Autori a corte. Dialoga con l’autore Riccarda Dalbuoni.

La distanza tra me e il ciliegio
Un romanzo di Paola Peretti

La distanza fra Malfalda, bambina di dieci anni che sta giorno dopo giorno scivolando nel buio, e il ciliegio è fatta di metri e passi che si riducono sempre di più, fino a diventare un grande abbraccio. La distanza tra me e il ciliegio (Rizzoli) di Paola Peretti è stato un caso editoriale, tradotto in diverse lingue e chi lo ha scritto è una giovane donna che si è raccontata con delicatezza, con un sorriso che si coglie anche al telefono.
La vita di Mafalda sta cambiando, attorno a lei il mondo sbiadisce, il grigio subentra ai colori, ma i sensi si fanno più forti, decisivi, una bussola che la orienta nello spazio ma anche verso le persone giuste e verso il ciliegio che, alla fine, sarà la sua grande conquista.
Paola, che cos’è il ciliegio?
“E’ il fine, è il punto al quale tutti arriviamo grazie alle circostanze, anche grazie all’aiuto degli altri, ma soprattutto grazie a noi, alle nostre decisioni, alle scelte che facciamo quando siamo soli”.
Mafalda è una bambina che inizia a sentire più degli altri, riesce a sentire l’odore di quando qualcuno piange, il suo tatto si affina, e il suo terzo occhio, di cui è consapevole, vede oltre tutto. Mafalda arriva ad avere capacità più grandi degli altri, nonostante il buio. E noi?
“Emozioni e sensazioni arrivano a Mafalda e lei, grazie a questi sensi sviluppati, coglie ciò che la circonda, coglie la profondità degli altri. Quanto al terzo occhio, il pubblico che ho incontrato durante le presentazioni, mi ha fatto comprendere che lo abbiamo tutti, e che forse è quella stella un po’ oscurata che non riusciamo vedere o non vogliamo, ma in realtà tutti la portiamo dentro. Si tratta solo di darle voce”.
Mafalda impara l’essenziale, cioè quel nucleo spogliato dell’inutile ma anche ciò di cui non può fare a meno. Cos’è l’essenziale?
“Mafalda è arrivata a una sua risposta, l’essenziale sarà ciò senza il quale non potrà vivere e che dovrà portare con sé, Mafalda ha ben presente cosa sarà”.
Accanto a Mafalda, oltre ai genitori, una figura di aiutante, Estella, che accompagna la bambina verso la conquista del ciliegio, il suo sogno.
“Estella è il mio omaggio a Dickens e a Estella, personaggio del romanzo Grandi speranze, ma è anche un omaggio alle donne della mia famiglia, donne forti che ho avuto accanto. Estella è un mentore, a volte è anche brutale ma essenziale, appunto, per la formazione di Mafalda che deve imparare ad accettare grandi cambiamenti nella sua vita”.
Perché hai scelto di rendere protagonista una bambina?
“Fare parlare e muovere una bambina di dieci anni mi permetteva di utilizzare una voce più leggera, anche se non è stato semplice rimettermi nei panni di una bambina. Ho fatto ricorso all’esperienza che ho avuto come insegnante a bambini stranieri che sono stati una grande risorsa per scrivere questo libro”.
Nel libro arriva un momento magico, quasi fiabesco, una notte in cui Mafalda sperimenta, scappa, cresce. Ma poi arriva l’alba e qualcuno ad abbracciarla.
“Il suo buio è il momento di crisi che arriva nella via di tutti, Mafalda decide di non soccombere e attraversarlo attrezzandosi che con tutte le forze che ha”.

DI MERCOLEDI’
Autore, narratore e lettore: da Giulio Cesare a Marco Balzano

Mi sto dedicando alla rilettura di parti dei Commentarii de bello Gallico scritti da Giulio Cesare, il dux della vittoriosa campagna gallica condotta tra il 58 e il 51 a.C. Il libro secondo in particolare è dedicato allo scontro contro i bellicosi Belgi, che mal sopportano la presenza delle legioni romane in Gallia.

E’ guerra, causata sia dalla volontà di conquista del dux, sia dallo spirito di indipendenza dei Belgi. In questo libro si assiste già a un ottimo saggio delle strategie militari romane, che come si sa nel 57 a.C. risultano già vittoriose. Nel settimo e ultimo libro Cesare racconterà la sollevazione universale dei  Galli guidati da Vercingetorige e la difficile vittoria sulla città di Alesia, che suggella la supremazia dell’esercito romano. E’ guerra ed è vinta da Cesare: Roma acquisisce una provincia ricca di risorse economiche e di cultura; il triumviro Cesare dal canto suo ottiene potere e uno straordinario prestigio personale.

E’ il racconto della guerra ad attrarmi, non soltanto la campagna di conquista in sé. Sono le tecniche narrative adottate da Cesare ad affascinare il lettore, in primo luogo la scelta di esprimersi in terza persona anche per parlare di se stesso. In questi ultimi anni ho ripensato più volte al narratore dei Commentarii, facendo lezioni di narratologia, o leggendo con le classi opere di narrativa e passi tratti da poemi epici.

Recentemente mi ha colpito la profondità di scrittura di un giovane autore italiano, Marco Balzano: la sua bravura nel gestire la figura del ‘narratore’ mi ha riportato proprio al grande condottiero romano.Nei due romanzi di Balzano che ho letto, L’ultimo arrivato del 2014 e Resto qui del 2018, egli utilizza un narratore in prima persona decisamente dialogante, con se stesso e con il lettore.

A dire ‘io’ nel primo libro è il protagonista che migra a Milano dal sud quando è ancora un bambino e non ha con sé la famiglia; la sua vita successiva si svolge nella grande città tra la fatica dei trentadue anni vissuti in fabbrica, il mettere su famiglia e il buco nero degli anni trascorsi in carcere. Nella parte finale il protagonista tornato a casa dice di essere diventato “un vecchio spelacchiato”, che sta sulle panchine di Milano a passare le giornate, o sulla sedia del tinello a raccontarsi la propria vita. Qui credo che stia la bravura dello scrittore che si è infilato nei panni di un narratore anziano, piagato dai propri errori, che vive una fase della vita più avanzata rispetto alla sua. E sembra proprio vecchio, ragiona e ha emozioni da vecchio. E’ diventato un vecchio.

Nella prima pagina di Resto qui ritrovo la prima persona: chi scrive ancora una volta dice ‘io’ ed esordisce con queste parole: “Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L’odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io”. Si tratta di Trina, che scrive alla figlia lontana da molti anni  il racconto della vita che non hanno vissuto insieme. Dunque una narratrice. Una donna e anche una madre, che è stata a lungo la maestra di un piccolo paese di montagna. Quando ne ho parlato in classe ho insistito su questo scarto: i ragazzi faticano a cogliere la differenza tra l’autore e il narratore in un libro, credono che si tratti della medesima entità, che siano del tutto sovrapposti. Ho spiegato molte volte che sono sovrapponibili, che qualcosa dell’autore può restare nei tratti della voce narrante, o viceversa, ma che sono reciprocamente ‘altro’. Prima di conoscere Resto qui ho fatto ricorso a esempi plateali, a esercizi di scrittura, in cui gli studenti dovevano proprio fingersi di un’altra età o del sesso opposto, oppure dovevano immedesimarsi in personaggi letterari famosi. Qualche volta ha funzionato bene immaginare di essere la Gertrudina, la futura Monaca di Monza, e di subire nell’infanzia il crudele condizionamento della famiglia verso la scelta del chiostro.

Con la lettura di Resto qui eccolo già pronto l’esempio lampante:  l’autore, Marco Balzano in carne e ossa, non coincide in modo evidente con Trina, la narratrice. Però, con quale sensibilità ne veste i panni. Se leggessimo il libro senza conoscere chi l’ha scritto credo che difficilmente ci accorgeremmo che non è una donna. Nella parte centrale del romanzo mi ha incantata la femminilità dello sguardo di lei sul mondo e sulle sue fatiche, sulle passioni e sui dolori.

E Cesare? Ero partita dal suo resoconto della campagna di Gallia e dal suo narrare che è tutto in terza persona. Che soluzione raffinata. Lo scarto tra il dire ‘io e affermazioni del tipo “Cesare, preoccupato dalle notizie e dalle lettere, arruolò nella Gallia cisalpina altre due legioni” è enorme, è in grado di stravolgere la cifra narrativa dell’opera. Il narratore e protagonista nomina se stesso da un punto di vista esterno, spostando la lancetta della narrazione, che da soggettiva tende a divenir  oggettiva. Nella struttura dei periodi i verbi coniugati alla terza persona segnalano costantemente gli accadimenti. Sono precisi ed efficaci nel segnalare, per esempio, le tappe con cui si svolgono la preparazione di una battaglia e poi lo scontro stesso. Il lettore si forma un quadro preciso delle situazioni e del loro procedere.

Cesare prende atto delle situazioni, le vaglia e decide come condurre le operazioni militari e anche quelle diplomatiche. Cesare, come se fosse un altro. Un grandissimo stratega e un etnografo che indaga i modi di vivere e di pensare delle tante tribù della Gallia. Che offre misurazioni della realtà, che riferisce le notizie, sapendo discernere quali sono certe e quali costituiscono solo delle voci, dei rumores. Il massimo dell’efficacia è raggiunto quando il narratore onnisciente esalta le qualità degli avversari, quantifica il numero dei soldati, mette in luce il loro coraggio. E il lettore si domanda: se i nemici sono tanto validi, quanto sono valorosi i soldati romani che li hanno battuti? Ecco l’effetto migliore della raffinata traslazione del narratore. Se l’ha detto un narratore che sa tutto, la consapevolezza della imbattibile grandezza delle legioni romane diventa certezza. Nel caso di Cesare, attività anche politica, propaganda politica. In fondo, i panni che vestono il dux vittorioso mentre attraversa il Rubicone al suo rientro e intraprende la guerra civile contro Pompeo sono gli stessi del sagace narratore dei Commentarii.

C’era una volta Supergulp
La storia di Guido De Maria, l’inventore dei fumetti in tv

Erano gli anni ’70, i fumetti arrivavano in tv.
Riviviamo quei meravigliosi momenti col papà di Supergulp Guido De Maria, disegnatore, umorista e regista pubblicitario e televisivo.

Ritengo doveroso rivolgere la mia attenzione a questo importante regista pubblicitario, nonché umorista, disegnatore e sceneggiatore, che ha prodotto centinaia di caroselli e spot pubblicitari per la Rai e noto come il papà di Supergulp. Negli anni ’70 i fumetti debuttano sul teleschermo con Gulp. Guido De Maria ne è coautore con Gaverni e ne cura anche la regia. Il grande successo dei fumetti in TV è dovuta alla sua intuizione che codifica un vero e proprio linguaggio del telefumetto; nasce così il famoso personaggio di Nick Carter, il detective di Bonvi e De Maria, il vero mattatore di Gulp, che De Maria produce e dirige per la Rai.

E chi non ricorda Giumbolo, creato sempre da De Maria per Supergulp, simpatico personaggio che cantava la sigla finale della trasmissione dei fumetti in tv, o Salomone, il pirata pacioccone dello spot per l’Amarena Fabbri, o la serie dei Brutos? E come dimenticarsi di Franco e Ciccio per lo spot della cera Grey, o del carosello della camicia coi baffi con Maurizio Costanzo?
De Maria è rimasto sempre attivo realizzando, proprio in questi giorni di emergenza del coronavirus, ExtraGulp! i fumetti sul web, un nuovo blog dedicato al mondo dei comics, omaggio a Supergulp dove il nostro infaticabile regista afferma: “In questi giorni inediti di pandemia mondiale ed emergenza sanitaria, in cui dobbiamo stare tutti in casa, ci è venuta la voglia di ripartire dalle belle cose di una volta, i bei ricordi che fanno piacere all’anima”.

Non solo questo, ma anche un altro imperdibile e invitante appuntamento ci attende nella mostra Anni molto animati, il fumetto italiano ai Musei Civici di Modena fino al 17 maggio 2020 (appena il Museo potrà riprendere dopo la pausa per coronavirus), che spazia dai caroselli di Paul Campani a quelli di Guido De Maria, da Supergulp di Bonvi e De Maria a Comix di Beppe Cottafi e De Maria.
Guido De Maria è nato nel 1932 a Lama Mocogno (Modena), comune sull’appennino modenese, dove è stato insignito della cittadinanza onoraria. Il nostro primo incontro , nel 2011, avvenne in occasione di una sua mostra a Carpi presso la Biblioteca Multimediale e fu proprio in quell’occasione che gli dedicai una mia prima recensione.
De Maria ha un suo posto onorevole nella storia non solo del fumetto, ma dell’arte dell’umorismo in genere, un posto che gli è dovuto per la sua originalità che ancora oggi ha il potere di piacere e di insegnare qualcosa.
Le sue figurazioni, o creature, sapienti e profonde, trasportano l’animo dello spettatore in quella sfera gioiosa che è propria della poesia creativa.
La vivacità ed alcuni caratteri della sua arte, quelli precisamente che fanno di essa qualcosa di eccezionale e unico, la rendono uno strumento davvero potente e importante.
Io vedo in lui, come molti altri avevano visto prima di me , il perfetto e genuino discendente di quella razza di illustratori, vignettisti e fumettisti, famosa per la sua felice spontaneità di visione e di espressione di un mondo tutto malizioso ed infantile, un artista completo in ogni sua sfumatura.

Se li conosci lieviti

La scorsa settimana, più o meno dal nulla, ho fatto una cappella enorme.
Mi stavo bevendo una birra all’ora della birra – per convenzione dopo le 19 passate – non potevo fare troppo casino in casa e allora mi son detto: ma dai mettiamo Nick Drake.
Allora mi sono messo le cuffie e c’ho infilato dentro Nick Drake.
L’ho proprio visto arrampicarsi su per il cavetto fino alle terminazioni degli auricolari e la botta è stata fortissima.
Non lo facevo da anni e ovviamente adesso non ne esco più.
So bene quanto il nome di quell’uomo possa sembrare deprimente ma per come la vedo io è ben più deprimente compiere 31 anni.
Però se mi si consente di vedere gli esseri umani come un’enorme distesa di panificati appena usciti dal forno ecco, Nick Drake in quel caso non è pane (cit.), lui è più come i lieviti: e infatti se li conosci lieviti.
Poi si sa, c’è panificato e panificato e c’è lievito e lievito.
Adesso non mi ricordo bene il grado di parentela fra lieviti e parassiti, dovrei farmi un ripassino.
Sono un disastro, ho preso l’attestato da alimentarista neanche un mese fa e mi devo già rinfrescare la memoria.
Allora mentre faccio il mio ripassimo mi prendo anche una bella licenza poeticoscientifica che istituisco così, all’italiana, io per l’occasione, per bypassare l’attesa e tornare dritto a dove avevo iniziato: un uomo che non era pane, qui a parlarci dei parassiti.

Parasite (Nick Drake, Pink Moon, 1972):

IL DOSSIER SETTIMANALE
Attenzione: leggere nuoce gravemente all’ignoranza

“Che cosa vi ha scosso talmente? In che modo la torcia vi è stata strappata di mano?”
“Non lo so. Abbiamo tutto quanto occorre per essere felici, ma non siamo felici. Manca qualche cosa. Mi sono guardato intorno. La sola cosa che abbia visto mancare positivamente sono i libri che io avevo bruciato in questi ultimi dieci o venti anni. E allora ho pensato che i libri forse avrebbero potuto essere utili”.
“Voi siete un romantico irrimediabile” disse Faber. “Sarebbe una cosa buffa, se non fosse tragica. Non sono i libri che vi mancano, ma alcune cose che un tempo erano nei libri. […]
Tre cose ci mancano: numero uno: sapete perché libri come questo siano tanto importanti? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo caso “sostanza”? Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Trovereste che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete “letterario”. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza, nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. […] Insomma, questa è la prima cosa delle tre che ci mancano. Sostanza, tessuto di elementi vitali”.
“E la seconda?”
“Agio, tempo libero”
“Oh, ma noi abbiamo molte ore libere ogni giorno”
“Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare? Quando non guidate la macchina a più di cento all’ora, a un massimo in cui non potete più pensare ad altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perché? Il televisore è “reale”, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia!” […]
“Mia moglie dice che i libri non sono “reali””
“E Dio sia lodato per questo. Li si può almeno chiudere, dire: “Aspetta un momento”. Potete farne ciò che volete” […]
“Dove andremo a finire? I libri potranno esserci di aiuto?”
“Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi”.

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451)

E’ quasi un paradosso: è vero, i libri possono non essere reali, ma nello stesso tempo sono spesso strumenti per leggere, interpretare e persino assimilare la realtà e la vita, perché immaginare, in fondo, forse non è altro che leggere pagine di una realtà e di una vita futura.
Questa settimana vi proponiamo una selezione di articoli che riguardano i libri, i lettori e gli scrittori. Non solo recensioni per consigliarvi letture estive, ma anche presentazioni di volumi, interviste e racconti, per condividere di nuovo con voi opinioni, punti di vista, riflessioni degli autori e del loro pubblico e dei nostri collaboratori. Proposte di lettura di e su volumi, ma anche della e sulla realtà. La speranza è che, proprio come nel dialogo fra il pompiere incendiario Montag e il vecchio professor Faber, vi fermiate a pensare e abbiate voglia di scoprire nel resto del nostro archivio ciò che è rimasto fuori, per poi agire o scegliere di non farlo in base a ciò che avrete letto.

Proposte di lettura – vedi il sommario

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Dei e dintorni: gli album di Vincenzo Spampinato

Nel 1989, dopo alcuni anni di silenzio, Spampinato pubblica il disco “Dolce amnesia dell’elefante”, un album intimo e introspettivo, completato da due brani in dialetto siciliano che le case discografiche precedenti gli avevano impedito di incidere. L’autore gioca con l’antinomia del titolo (la contrapposizione della parola dolce con amnesia, soprattutto perché riferita all’elefante, simbolo di buona memoria), proponendo testi che si possono leggere come capitoli di un romanzo, musicati con melodie mediterranee. Nella track list è inserito anche il brano “Per Lucia”, portato al successo da Riccardo Fogli.

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Copertina di ‘Ri-Vintage’

Nel 1990 esce “Antico suono degli dei” (altro titolo atipico), realizzato con la collaborazione di Tony Carbone dei Denovo e Alfio Antico, cantante e musicista, tra i maggiori interpreti della tammorra (strumento musicale a percussione). Gli arrangiamenti danno spazio a strumenti quali zampogne, mandolino, cornamusa, arpa celtica, oltre agli archi scritti e diretti da Massimo di Vecchio e la presenza dell’Orchestra sinfonica Nova Amadeus di Roma. Questo è il disco della nostalgia e dell’amore perduto, che risente ancora nei testi dell’introspezione intimista dell’album precedente ma che, in una sorta di contrapposizione musicale, propone ritmi e arrangiamenti brillanti e allegri.
Nel 1992 Spampinato realizza l’album che forse lo rappresenta al meglio: “L’amore nuovo”, il cosiddetto “disco della rinascita”, dove il filo conduttore è rappresentato dalla speranza (individuale e sociale). L’album ospita Franco Battiato in “L’amore nuovo” e Lucio Dalla nel brano “Bella e il mare”, di cui il musicista siciliano dice: “… stavo cercando un tenore che interpretasse il mare e Lucio si propose…”. La playlist comprende anche “C’è di mezzo il mare”, un brano pieno di riferimenti alla cronaca, dove è descritta la Sicilia dei misteri, con riferimenti anche alla strage di Ustica.

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‘Judas’, l’album del 1995

“Judas”, del 1995, è l’album della protesta, della rivolta e della rivendicazione. In questo disco l’impronta musicale etnica è meno marcata, la struttura delle canzoni è più essenziale, in linea con i temi trattati. La lista dei brani propone dieci perle, tra queste: “Napoleone”, “Campanellina”, “La tarantella di Socrate”, “ll portiere, il suggeritore… gli altri” e “Il passo dell’elefante”.
Nel 2000 è la volta di “Kòkalos.3”, un album di canzoni vecchie e nuove interamente in lingua siciliana, definito dall’autore come il suo “disco del cuore”. Il titolo misterioso omaggia Kòkalos l’antico re dei Sicani, mentre il tre è utilizzato perché numero ciclico e misterioso.

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Copertina di ‘Munichedda Munichedda’

Nel 2006 è stata pubblicata la raccolta “Ri-Vintage”, che contiene numerose canzoni inedite e vecchi successi in versioni alternative. Il suo autore la definisce “Analogicantologia”, consigliata per chi vuole iniziare a conoscere questo grande artista. Nel 2012 Vincenzo pubblica il suo più recente cd intitolato “Muddichedda Muddichedda”, che prende il titolo dal brano vincitore dell’undicesima edizione del Festival della nuova canzone siciliana.

Video “Il treno della vita” [vedi]

Leggi l’intervista a Vincenzo Spampinato

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