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Omaggio a Lina Wertmuller … ricordando Mariangela Melato

 

Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Espanol, nota come Lina Wertmuller, nata da una famiglia di antiche origini svizzere, una donna forte, curiosa, rivoluzionaria, caparbia, diretta, in parole povere una Grande Donna, simbolo di emancipazione e genio artistico.
Genio creativo che ha segnato la strada del cinema anche al femminile. Libera e femminista a modo suo, era solita dire: “Mi sono sempre fatta rispettare, volevo fosse così per tutte”. Raccontava di essere stata una studentessa ribelle e poco incline alla condotta, indole che la portò ad essere cacciata da ben 11 scuole prima di iniziare gli studi teatrali all’età di 17 anni.
La morte non la spaventava, ed era solita affermare nelle interviste: “Un giorno o l’altro morirò e non mi preoccupo. Mal che vada mi farò un gran bel sonno. Se in paradiso si dovesse stare da soli, preferisco non andarci”.
Determinante, nella sua vita artistica, per sua stessa ammissione, fu, nella sua fase iniziale, la collaborazione con Federico Fellini nella Dolce Vita e in Otto e mezzo.
In seguito il suo cinema si mostrerà ribelle, provocatorio, vivo, brillante, spesso immerso negli squilibri della società, ironico, allegro, imprevedibile e anarchico. A questo proposito mi è d’obbligo ricordare il Film d’Amore e d’Anarchia, ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973). La Wertmuller racconta che: “La storia mi era venuta in mente leggendo le notizie sulla stampa dei primi terroristi. Ragazzi e ragazze che pagavano con la vita le loro idee. Se ne parlava paragonandoli ai criminali ma io volevo capire meglio. Mi misi a studiare la storia dell’anarchia. Le storie degli anarchici italiani mi fecero conoscere l’antica radice che l’anarchia ha avuto in Spagna e nel nostro Paese, in particolare in alcune regioni, come Puglia e Toscana. Così nacque la storia di Tunin, contadino lombardo-veneto, innamorato delle idee di un vecchio anarchico ascoltate fin da bambino davanti al focolare, “gli uomini tutti uguali e liberi, come Dio ci ha creato”. Quando vede il suo vecchio amico anarchico ucciso con quattro schioppettate dai carabinieri, decide di sostituirsi a lui e di andare ad uccidere Mussolini.
L’anno dopo (1974) un altro capolavoro di successo, ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto’, dove si intrecciano, tra Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, protagonisti di alcuni tra i film centrali della Wertmuller, un doppio conflitto di cui alla fine è difficile stabilire il vincitore: la lotta di classe e la guerra tra i sessi; il marinaio comunista e la donna in carriera, dirigente aziendale, che il destino fa ritrovare naufraghi su un gommone e in seguito su un’isoletta deserta, dove i loro mondi si scontrano e diventano battaglia, guerra, e alla fine amore.
E’ doveroso citare un altro capolavoro, ‘Pasqualino Settebellezze’, una visione catastrofica totale della sovrappopolazione. Di seguito la regista affermerà: “Mi fa piacere che le mie storie siano amate da milioni di persone perché fanno piangere, ridere e commuovere. E poi, questo film, mi ha fatto entrare nel Guinness dei primati”. Con quattro candidature all’Oscar, Lina fu la prima donna ad essere candidata come miglior regista.
Lina Wertmuller, in questi giorni ha raggiunto la sua adorata attrice e amica Mariangela Melato, scomparsa nel 2013 a soli 71 anni. Si conobbero negli anni ’70 grazie allo scenografo Enrico Job, marito di Lina. Riguardo a quel primo incontro, la regista afferma: “La giovane Melato mi piacque immediatamente per la sua bellezza e per il talento, grande attrice dalla rara intelligenza”. Mariangela, un’attrice indimenticabile ed elegantissima, capace di passare con disinvoltura attraverso tutti i personaggi, da quelli comici a quelli tragici.
Due donne indimenticabili Lina e Mariangela, che hanno saputo raccontare e interpretare con ironia i conflitti sociali, i sentimenti e i temi caldi del nostro Paese, passato e presente.

Insegnami la tempesta
Il rapporto conflittuale tra madre e figlia nell’ultimo romanzo di Emanuela Canepa

Le viscere dell’amore materno non si arrendono, nemmeno di fronte al respingimento di una figlia che sceglie come vuole essere. Insegnami la tempesta, Einaudi, di Emanuela Canepa è un libro in cui l’essere madre è continuo sgretolamento di certezze, è un vento contro che ti investe della diversità di una figlia che si allontana. Lo sguardo della giovane Matilde perde di intensità verso la madre Emma, la ragazza si stacca e, in un enigma che starà a Emma risolvere, cresce. “Non capisco cosa le ho fatto”, si chiede Emma, niente verrebbe da suggerirle, se non la fatica di inseguire una figlia che chiede autonomia, comprensione del suo essere altro da chi l’ha messa al mondo.
Lo scontro fra le due donne diventa il conflitto tra personalità diversissime il cui reciproco riconoscimento, per il legame di sangue che lo sottende, deflagra generando chiusura, soprattutto da parte della giovane Matilde. Verso Emma, la ragazza pone confini netti e glaciali, silenzi, fuga.
Il senso di colpa di Emma è polimorfico, riconduce a sé il carico degli insuccessi in quanto figlia e madre, della non corrispondenza tra come le cose sono andate e come tutti si aspettavano che sarebbero andate.
Emma vede Matilde imboccare le strade che più la possono portare distante, fino all’antitesi, cioè a una persona del passato con cui Emma aveva chiuso e da cui Matilde si rifugia. Tra i rivoli dispersi, si muove Matilde eleggendo proprio quella vecchia amicizia di Emma, Irene, donna a cui consegnare il proprio dolore. Matilde, cercando di tutelare se stessa in un momento di grandi scelte personali, contribuisce a imprimere una svolta al vecchio rancore di Emma che si domanda se abbia ancora senso provarlo o se, invece, sia arrivato il momento di un cambio di passo.
Il cambiamento riguarderà anche altro nella vita di Emma e nel suo avvicinarsi a Matilde: una madre può arrivare a vedere la forma dell’ingombro che si è messo in mezzo tra lei e la figlia e solo allora può riuscire a stare un passo indietro e lasciarla andare.

Emanuela Canepa presenterà Insegnami la tempesta venerdì 26 febbraio alle 21 in diretta sulla pagina Facebook del Microfestival delle storie  [Qui] e su quella di Ferraraitalia [Qui].
Dialoga con l’autrice Riccarda Dalbuoni.

“Fino a qui tutto bene”
Un viaggio nella malattia nell’ultimo libro di Sabrina Paravicini
Oggi, 18 febbraio alle ore 21, intervista in streaming

Curare il corpo, salvaguardare la salute e raggiungere un traguardo lontano posto oltre il cerchio del fuoco. Sabrina Paravicini, attrice, regista, scrittrice, nel suo libro Fino a qui tutto bene, Sperling & Kupfer, racconta il viaggio dalla scoperta della malattia oncologica alla guarigione, un viaggio pieno di speranza e straordinari passi avanti, verso una felicità diversa, nuova, fatta di altro.
Sabrina Paravicini guarda alla propria di storia di donna, madre e paziente a cui da un giorno all’altro cambia tutto: il corpo, l’immagine allo specchio, il ritmo dei giorni, ma cambia anche come sentire gli altri, guardarsi attorno e dentro. “Cambia anche il tuo modo di ascoltare quello che accade, a te e agli altri”, un viaggio dentro se stessa, parallelo e profondo, la accompagna nei momenti più duri della malattia e la conduce alla guarigione. Un viaggio assieme a nuovi compagni con i quali la condivisione della sofferenza, ma anche di uno sguardo rivolto al domani è tra le medicine più potenti. Serve fiducia nei medici per andare avanti, fiducia nella strada intrapresa, quella più difficile perché piena della tentazione di non crederci quando la sofferenza è acuta e vacillare diventa facile.
La malattia rende tutto più vero e diretto, “non ci si mente più, si vive e basta”, si perdono gli orpelli, le frasi superflue, la vita abbraccia un’essenzialità sconosciuta: “mi porto in dono – scrive Sabrina Paravicini – la consapevolezza di quello che mi resta, di quello che ho scoperto, degli amici nuovi che ho incontrato e di quelli che si sono persi per strada”.
E questa consapevolezza è consegnata agli altri, un dono nel dono affinché sia chiaro che “l’amore che abbiamo dentro, il cancro non me ne ha tolto neppure un frammento”.
La verità di cosa la vita stia offrendo e togliendo, non è mai nascosta, nemmeno al figlio Nino, il pilastro più forte per Sabrina, l’accudimento più intimo che non si discosta mai.
Sabrina Paravicini presenterà Fino a qui tutto bene giovedì 18 febbraio alle 21 in diretta sulla pagina Facebook del Microfestival delle storie e Ferraraitalia. Dialoga con l’autrice Riccarda Dalbuoni.

BORDO PAGINA
Le ‘Scarpe Rosse’ di Maria Marchese, intervista all’autrice

Maria Marchese è nata a Como, nel 1974 e, praticamente da sempre, vive a Limido Comasco, un paese della provincia. Molto legata alla Sicilia, terra natale del padre, esprime per la prima volta se stessa, attraverso il linguaggio della poesia. Versi brillanti, delicati, malinconici e pulsionalmente aurorali: come petali rosa femminili, danzanti nel mare e le onde a volte quiete e a volte impetuose dell’inconscio da dove fiorisce in superficie, ieri come oggi e domani, il fare poesia… O scarpette rosse immateriali… caratterizzano il suo… “Le scarpe rosse. Tra tumultuoso mare e placide acque”. (Book Sprint). Si occupa anche di critica artistica e letteraria ed è tra gli artisti (Letteratura) del Nuovo Rinascimento di Milano (a cura di Davide Foschi). Sua, anche, una nota critica per il pittore ferrarese Marco Nava.

Maria, la poesia e le tue ‘Scarpe rosse’, un viaggio interiore, tra gentile malinconia femminile e evocazioni, come dal sottotitolo e dal suggestivo book trailer, del sempre mistero dell’acqua, come metafora della Psiche, una… Ondina moderna?
Ondina moderna: questo paragone solletica e accarezza benevolmente il mio ego… perché no? La poesia “Tra tumultuoso mare e placide acque” ben rappresenta la salvificante dicotomia che aiuta la mia psiche a dirimere quesiti, soavità, tumulti e asprezze muovendo la mia esistenza.

Maria Marchese, in altra intervista hai infatti parlato del celebre Coelho e del grande Pirandello, come, tra le altre, matrici della tua poetica, un approfondimento?
Rammento che rirposi di aver amato, fin dalla giovane età, Luigi Pirandello.
Un amore,quello per il drammaturgo siciliano,che trova radici nell’appagamento dei miei dodici sensi (citando un’intensa considerazione dell’artista Davide Foschi). Ricordo che venni colpita e permeata dalla sua indiscutibile capacità scrittoria, dalla sceltezza in ogni sua manifestazione. Leggere le sue opere, per me, rappresentava assaporare, centellinando, il gusto di un’indagine speculativa attraverso l’animo umano,a partire proprio dal mio. Nell’intervista alla quale tu fai riferimento, però, mi si chiedeva di suggerire un libro, ad un giovane e io consigliai “ L’Alchimista”, di Paolo Coelho, per via dell’immediatezza con la quale l’autore è stato in grado di trasmettere un pensiero/messaggio positivo e foriero di buoni sentimenti.

Maria, perché le scarpe rosse?
“Ora, ponendomi loro di fronte, le calzo. Sento che mi appartengono. Io forse sono quelle scarpe rosse”
La poesia che dà il titolo alla mia silloge (dalla quale sono tratti i versi qui sopra riportati) nasce da una situazione tangibile che mi ha attorniata lungamente, e che mi ha vista costretta a sfilarmi e accantonare un paio di scarpe rosse: i continui sguardi e bisbigli a me rivolti avevano gravato in maniera così totale sulla mia anima, da costringermi a rinunciare ad un qualcosa che avevo scelto e amato. Il mio pensiero, però, tornava sempre a queste ultime… così, un giorno, le calzai nuovamente, riappropriandomi della mia esistenza. Le scarpe rosse rappresentano l’unicità, che è propria di ogni essere umano, e che niente e nessuno ha il diritto e il potere di scalfire. Esistono molte forme di violenza: una di queste è il pregiudizio.

Maria, ogni opera suscita commenti positivi e critiche: c’è un’osservazione a riguardo della Tua Fatica, che ti ha colpita e alla quale senti il bisogno di dar risposta?
Uno scrittore mi ha accusata di aver sublimato la sensibilità inaccettabile, dal suo punto di vista. A quest’ultimo rispondo che mi sono espressa nella maniera che più sento mia: da essere vibrazionale e fortemente sensibile quale sono, mi sono limitata a scegliere e manifestare ciò che mi rappresenta, nella maniera più veritiera possibile.

Info
https://www.booksprintedizioni.it/libro/Poesia/le-scarpe-rosse-tra-tumultuoso-mare-e-placide-acque
Book trailer
https://www.youtube.com/watch?v=HABdTovcqNw&feature=youtu.be
Nuovo Rinascimento Festival con M. Marchese
https://www.youtube.com/watch?v=MLiblngpz0M

L’INTERVISTA
Rita Pasqualini e il Teatrino dell’ES: burattini e pupe in libertà

Intervista a Rita Pasqualini, tra le autrici (con Vittorio Zanella) del volume collettaneo “The Italian Rose. La nuova parola femminile“, con nota critica di Grazia Scanavini, La Carmelina edizioni, Ferrara-Roma. Rita e Vittorio sono celebri in Italia e Europa con il Teatrino/Teatro dell’ES, sede a Castenaso nel bolognese, dove curano anche il “Il Museo dei burattini permanente” a Budrio. Come Vittorio, Rita Pasqualini è originaria di Ferrara, dove ha vissuto la giovinezza, prima di affermarsi con appunto la compagnia di burattini e marionette. Per la compagnia contribuisce anche con alcuni testi canovaccio per gli spettacoli, uno – la trama segnalata nel libro in questione oltre ad altri scritti focus del Teatrino dell’Es, significativi sull’attività pluridecennale. L’abbiamo intervistata in generale sul fare arte e letteratura nell’era di Internet e in quanto donna nel XXI secolo.

Cosa significa fare poesia-narrativa nell’era del web?
Non ci sono preclusioni nell’era del web che è solo uno strumento al servizio del cervello umano. E’ come l’automobile che ci fa raggiungere un luogo prima e a volte più tardi, quando c’è traffico. Noi abbiamo le gambe per deambulare, i bambini gattonano a quattro zampe, gli anziani con tre, come dicevano i Re Salomone e Marcolfo, discorso poi ripreso da Giulio Cesare Croce nel suo “Bertoldo”. Quello che resta e resterà sempre è la capacità dell’essere umano di stupirsi e far stupire, nella sua intrinseca possibilità di scelta delle parole giuste per comporre prose e poetiche, e se non dovessero esisterne per descrivere ciò che vuole, inventa dei neologismi per essere certo che l’oggetto divenuto soggetto sia illuminato da una nuova luce, che ne faccia comprendere il colore, la forma, i contenuti, i pregi e i difetti, fatti di significati e significanti. Non c’è mai e mai ci sarà un limite all’inventiva degli umani artisti o degli artisti umani.

Il femminismo oggi… mito o ancora lavori in corso?
Non amo le categorie di protezione. Sono prima di tutto un essere vivente, pensante, pulsante, umano, quindi come essere umano desidero la dignità, il rispetto, la comprensione, la condivisione, che io in primis dono al prossimo, ma quando tutto questo non funziona per ignoranza e prevaricazione, allora e solo allora ben vengano le parole associative che impongono l’attenzione sugli accenti ed accadimenti, ma per me potrebbero non esistere le porte, le chiavi, i controlli e i controllori, addirittura le regole scritte, poiché ho sempre applicato quelle della natura, che a volte può essere anche dura, ma sostanzialmente esiste un’equità nell’accadere delle cose.

Femmine e-o donne, dilemma amletico?
Io sono femmina in quanto donna, non c’è scampo a questo binomio, anche quando si vorrebbe essere nati con generi differenti. I cromosomi xx o xy ci danno l’appartenenza al femminile o al maschile, ma poi ognuno nella sua testa è libero di scegliere ciò che si sente d’essere.

Il futuro in due veloci parole secondo le donne
Si costruisce giorno per giorno, con impegno e perseveranza, nessuno ti regala nulla, anzi se può ti ostacola verso il naturale incedere, ma a volte noto arretramenti che denotano paure di perdite di posizione, mentre andando tutti avanti, guardando dove si mettono i piedi per non inciampare, anche con uno sguardo all’indietro, l’Umanità potrà trovare nuovi spunti di sviluppo, soprattutto nelle relazioni fra esseri viventi, nelle comprensioni che appaiono come differenze, ma che poi di fatto non lo sono, poiché il futuro delle donne, ma di ogni essere vivente si potrà raggiungere solo con la Pace dell’intero Pianeta.

Per saperne di più visita il sito del Teatrino dell’ES.

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L’INTERVISTA
Carla Vistarini, autrice tout court: “Scrivere davvero è un piccolo inferno”

Carla Vistarini ha scritto i testi di canzoni di successo per cantanti come Ornella Vanoni (“La voglia di sognare”), Mina (“Buonanotte buonanotte”), Mia Martini (“La nevicata del ’56”), Riccardo Fogli, Patty Pravo, Renato Zero, Amedeo Minghi, Alice e i migliori interpreti della musica italiana; storiche le sue collaborazioni con i musicisti Luigi Lopez e Tony Cicco. Come autrice di programmi televisivi ha collaborato, fra gli altri, con Piero Chiambretti, Gigi Proietti, Fabio Fazio, Maurizio Costanzo, Loretta Goggi, Sergio Bardotti (Sanremo 1998); nel 1995 ha vinto il premio David di Donatello per la sceneggiatura del film “Nemici d’infanzia” di Luigi Magni. E’ autrice di numerose commedie teatrali (nel 1987 ha vinto il premio I.D.I., assegnato dall’Istituto del Dramma Italiano), ora, in libreria è disponibile “Se ho paura prendimi per mano”, il suo secondo romanzo che sta presentando in giro per l’Italia.

Com’è iniziata la tua avventura nel mondo della musica?

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Copertina della versione giapponese di “Ritratto Di Donna” (Vistarini-Lopez-Cantini) cantata da Mia Martini

Moltissimi anni fa, quando, con un gruppo di altri adolescenti come me, ci riunivamo in alcuni “luoghi sacri” della musica rock e pop di Roma come il Piper e gli studi della Rai di via Asiago da dove si trasmetteva “Bandiera Gialla”, lo storico programma di Arbore e Boncompagni che mandava in onda solo musica per “giovanissimi”. Tra noi ragazzini adolescenti di quel periodo c’erano alcuni personaggi che poi avrebbero fatto la storia della musica, dello spettacolo e del giornalismo. Ne cito alcuni: Renato Zero, Mita Medici, Roberto D’Agostino, Dario Salvatori, Loredana Bertè, Luigi Lopez, ecc. E c’ero anche io. Da lì alla Rca, la casa discografica che è stata una delle più grosse fucine di talenti e di musica in Italia, il passo fu breve. Molti di noi si presentarono lì e cominciammo a far sentire le nostre idee. E furono ascoltate. Diventarono dischi, successi, e poi anche storia.

A quali canzoni ti senti più legata?
Se parli delle mie, credo di amare alcuni pezzi che hanno forse avuto una diffusione minore, perché magari non erano dei singoli ma erano solo negli album, ma che sono splendidi. Cito fra tutti “S.O.S. verso il blu” di Mia Martini, “Un piccolo ricordo” di Peppino di Capri, “Re del Blu Re del Mai”, “Questo amore sbagliato” di Patty Pravo e tutte le canzoni di “Nightmare before Christmas” adattate da me in italiano per Renato Zero. Se parli della musica degli altri, allora i miei gusti volano verso il jazz.

Un brano come “La voglia di sognare” non nasce per caso, si tratta di emozioni emerse in un momento particolare della tua vita?
Ti dico una cosa che molti autori pensano ma che pochi confessano: non si scrive per emozione, ma per competenza, per professionalità. Voglio dire, il valore di uno scritto, sia esso una canzone, una poesia, o un romanzo, esiste nelle emozioni che suscita in chi legge o ascolta, non in quelle di chi scrive. Chi scrive, l’autore, è sì una sorta di accumulo di emozioni, cognizioni, cultura, masse di informazioni, che ha la grande facoltà di filtrare, scremare, selezionare, fino a lasciare in vita l’essenza, il cuore, e quello solo, di una storia, o di una canzone. Scrivere solo sull’onda di emozioni è un buon mezzo terapeutico per chi scrive, una catarsi psicologica, ma raramente tali scritti si sollevano dall’esperienza diaristica o dalla “poesia nel cassetto” che ognuno di noi ha buttato giù in un momento della sua vita. Scrivere davvero è un piccolo inferno, dove si sta a testa bassa sul foglio o sulla tastiera per ore e ore a scartare e gettare via le tante parole inutili che circondano le pochissime indispensabili.

“La nevicata del ’56” è l’esempio di come un ricordo dell’infanzia diventi un grande successo professionale?
La prima volta che vidi la neve, fu dalla terrazza della casa di famiglia, a Roma. Mio padre mi prese in braccio, avevo cinque o sei anni, e mi sollevò oltre la balaustra. I giardini della piazza sotto casa erano tutti bianchi. Poi scendemmo giù e cominciammo a giocare a palle di neve. E’ un ricordo bello, ma non fu questo a ispirarmi la canzone. Fu piuttosto, molti anni dopo, il contrasto con quello che il mondo intorno a noi, e cioè la città sua metafora, stava diventando. Il candore della neve inteso come innocenza, spazzato via, o peggio, sporcato, da un declino difficile e forse inarrestabile.

Stryx di Enzo Trapani è stato un punto di svolta per il linguaggio televisivo in Italia?
Sì. Trapani era un grande innovatore, coltissimo, ironico, sperimentatore di nuove tecnologie e nuovi linguaggi. Ho avuto la fortuna di apprendere i ferri del mestiere di autore televisivo scrivendo proprio Stryx, con Alberto Testa e Trapani stesso. Fu un programma che suscitò interesse e polemiche, e che vinse innumerevoli premi, soprattutto all’estero, come la Rosa d’Argento al Festival internazionale della televisione di Montreux, il massimo festival del settore dell’epoca.

Pavarotti & Friends da concerto a programma d’autore…
La Rai mi chiamò a dare spessore a questo grande evento della musica, il “Pavarotti & Friends”, dopo che il debutto televisivo, senza un autore a guidare la kermesse dell’anno prima, aveva dato esiti deludenti di pubblico. E così iniziai l’avventura con Luciano Pavarotti, durata per cinque o sei (perdonate la memoria) eventi indimenticabili e grandiosi, con cui sbancammo l’auditel. L’amicizia con Luciano fu spontanea e ricca di fiducia vicendevole. Tenere le fila di ciascuno di quegli eventi megagalattici era ogni volta una sfida e una soddisfazione enorme. Ogni concerto veniva registrato in piazza, al Campo Boario di Modena, in un Tir ultratecnologico della Decca Records che arrivava appositamente da Londra per la circostanza. Ricordo che per una edizione fu chiamato come regista Spike Lee, che però non aveva alcuna esperienza di regia televisiva. Il panico serpeggiò quando Spike entrò in sala regia e si mise a guardare stupefatto i macchinari, ma alla fine tutto andò bene, la serata fu ripresa grazie alla bravura della squadra della Rai.

Con Luigi Magni hai scritto la sceneggiatura di “Nemici d’infanzia”, vincendo nel 1995 il David di Donatello. In quel momento ti sei resa conto che la tua carriera era salita a un livello superiore?
Ho avuto la fortuna di lavorare sempre con grandissimi artisti, credo i massimi del mio tempo. Uno di questi è stato Gigi Magni, con cui ho vinto il David di Donatello. Che dire? Per la carriera, per il curriculum, per le Hall of fame e/o Wikipedia, ogni premio, ogni successo, ogni incontro sono senz’altro scalini di un’ascesa a un livello superiore. Per me sono soprattutto incontri con esseri umani stupendi, persone che ti donano parte di sé e accettano con gratitudine quello che tu puoi dare a loro.

Sei molto attiva sulla rete, che mondo vedi scorrere tra le “parole” di Facebook e Twitter?

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Fotoframe tratto dalla rivista Il Libraio

Credo che la rete e i social network sarebbero dei mezzi di arricchimento culturale e di miglioramento sociale enorme se non fossero usati così sciattamente come avviene oggi in molti casi. Poi c’è il fatto che molti dimenticano che ciò che viene postato in rete, in rete resta in eterno, e quindi ci si imbatte troppo spesso in assurdità cosmiche.

“Città sporca” è il tuo primo romanzo, Cosa ti ha spinto verso il genere giallo/thriller?
Amo il thriller innanzi tutto da lettrice. Va detto che sono una lettrice accanita, con la media di almeno un paio di libri a settimana. Amo molto scrittori come Chandler, Crais, Winslow, Lansdale, King, veri maestri. Insieme a molti scandinavi e ad alcuni grandi classici che hanno usato il thriller, o almeno la suspense per rendere più avvincenti i loro scritti, come Jorge Luis Borges e George Orwell. E’ per questo, credo, di preferire la narrazione a suspense, perché so quanto può essere appassionante e avvincente, consentendo a un autore che ha anche qualcosa in più da dire, di veicolarlo con leggerezza all’interno del racconto.

Quanta cura metti nel caratterizzare luoghi e soprattutto gli “improbabili” compagni di disavventura dei tuoi protagonisti?
I luoghi che descrivo non sono mai inventati, esistono tutti nella realtà. Un giorno scriverò una “Guida di Roma” in cui metterò le tappe di questa città vista attraverso i quartieri meno conosciuti, o le zone più misteriose. La città ha molte anime, e attraverso certi luoghi si possono raccontare bene. I personaggi sono il frutto di sintesi di personalità diverse, anche queste incontrate davvero nella mia vita. E per “davvero” intendo indifferentemente nella vita reale, o in quella letteraria.

“Se ho paura prendimi per mano” è il tuo nuovo romanzo, il mestiere di scrittrice è un’evoluzione naturale della tua storia di autrice… forse un punto di arrivo?

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La copertina del libro

Non c’è mai un punto di arrivo. Siamo sempre in cammino verso altro. Non sappiamo cosa riusciremo a fare o cosa troveremo lungo la strada, ma è innegabile che dobbiamo andare avanti. “Se ho paura prendimi per mano” è il racconto di un divenire. Un uomo, Smilzo, uno che ha avuto tutto e di più dalla vita, si ritrova letteralmente sotto i ponti a causa della crisi. E’ un homeless, dimenticato da tutti. La sua vita è finita? neanche per sogno. La sua vita comincia adesso, quando si ritrova a farsi carico di una piccola bambina di tre anni , piovuta dal cielo, e inseguita da una banda di criminali per le più oscure trame. Smilzo la proteggerà trovando così il riscatto della propria esistenza. “Se ho paura prendimi per mano” è un giallo con tinte di commedia e lo consiglio a tutti gli amanti del genere.

Negli ultimi tempi stai presentando il tuo romanzo nelle librerie, che Italia stai incontrando?

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Presentazione del libro con Rita Dalla Chiesa ed Enrico Vaime (Feltrinelli, Roma)

Un’Italia meravigliosa, che ha voglia di leggere, di migliorare, di parlare, di scambiare opinioni, di crescere. Persone che nella vita di tutti i giorni forse non vediamo, per la loro discrezione e riservatezza, ma che ci sono e fanno forte il nostro Paese.

Tuo padre, Franco Silva, è stato attore di cinema e televisione (“Le avventure del commissario Maigret”, “Il delitto Matteotti”), mentre tua sorella Mita Medici è conosciuta per la sua attività di attrice e show-girl. Quali opportunità si hanno provenendo da una famiglia di artisti? E quali ostacoli?
Si hanno opportunità di formazione personale, innanzitutto. Una casa di artisti è un luogo dove si legge molto, si va al cinema, a teatro, ai concerti, si scambiano opinioni, circolano persone di vivace intelletto. Tutto questo forma, struttura, la personalità. Poi cero si ha l’opportunità di venire a contatto con l’ambiente professionale più direttamente. Ma poi, al ‘redde rationem’ del valore, della qualità di ciò che si fa, si torna a essere soli, individui che devono dimostrare di saper fare meglio di altri ciò che fanno. E la risposta la dà solo il pubblico, che non fa sconti a nessuno. Il pubblico dice sì solo a ciò che ama.

La foto in evidenza è di Simone Casetta. La foto della presentazione alla Feltrinelli è di Yuri Meschini.

Presentazione del libro “Se ho paura prendimi per mano” di Carla Vistarini nella trasmissione “Mille e un libro” di Rai Uno [vedi]
Presentazione del libro all’auditorium Parco della musica di Roma, durante “Cartoon Heroes”, insieme a Luigi Lopez, suo co-autore musicale storico [vedi]

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