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PRESTO DI MATTINA
Tempo delle confidenze è l’Avvento

 

Tempo delle confidenze è l’Avvento.

La fede nasce dall’ascolto del cuore, al venire di una parola altra. Essa cresce poi poco a poco nel confidarsi scambievole, che crea uno slargo di ‘mutua interiorità’. Perché la fede è l’avanzare non senza ostacoli di un’intesa, di una comunanza che interpella, provoca e ricrea sempre di nuovo l’ambito della libertà che acconsente all’altro.

E si approfondisce così, nonostante dissonanze e diversità, l’intimità dell’alleanza: ambito di arrivo, di sosta e di ripartenza per nuove convergenze e consonanze imprevedibili e impensate: gaudium amicitiæ, la gioia nell’amicizia.

Nel silenzio dell’assemblea − era la prima a domenica di Avvento, ed anch’io ero in ascolto della Parola − risuonava solo la voce del lettore all’ambone, che intonava il salmo dell’alzarsi confidente in Dio del salmista.

D’improvviso furono gli ultimi due versetti del salmo ad aprimi per la prima volta alla chiara consapevolezza dell’Avvento come il tempo delle confidenze. Fu un’intuizione, un attimo fulmineo così singolare e intenso, quasi che quella scrittura parlasse proprio a me in quel momento preciso; e così di fronte a questa notizia gioiosa mi sono riproposto di vivere questo tempo, aprendomi alle confidenze che Dio ci fa attraverso la sua Parola.

«Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza» (Sal 24/25, 14).
All’udire sobbalzai interiormente ripetendo a me stesso: “Il Signore desidera confidarsi, si confida a chi in lui confida”.

Il termine ebraico sôd, il consiglio segreto, i misteri, indica il riunirsi e mettere a conoscenza i segreti, le confidenze l’uno dell’altro in un rapporto di coalizione e di alleanza. Letteralmente suonerebbe così: “Il segreto dell’Eterno è rivelato a coloro che lo temono”. La confidenza è così una via mistica che rende partecipi e uniti a un mistero di amore.

Occorre notare che con l’espressione ‘timore del Signore’ nei testi sapienziali si intende indicare nella sua globalità e articolazione la relazione della fede; si allude alla fede stessa di fronte al mistero dell’altro, del suo comunicarsi e svelarsi misterioso, imprevedibile, di fronte alla sua libertà, che si lascia interpellare solo da un’altra libertà che si affida.

Così ‘chi lo teme‘ è lo stesso di colui che confida in lui, di chi rischia con lui la propria libertà in un’impresa, amicale, amorosa, sapendo di stare di fronte a un alleato che è con te, ma è diverso da te, nella sua singolarità e libertà non manipolabili.

Così l’esperienza della fede è l’esperienza dell’irriducibilità dell’altro e al tempo stesso di una possibile comunanza: lo si perde se tentiamo di ridurlo alla nostra misura. L’altro non è un oggetto di cui disporre liberamente; non è opera delle mie mani.

Di fronte all’altro mi trovo di fronte al suo mistero e a quella ‘sacralità’, dignità della vita stessa i cui caratteri, direbbe lo storico delle religioni Rudolf Otto [Qui], sono tremendum et fascinas, tanto da intimorirti, fermarti a distanza e attrarti allo stesso tempo con il suo fascino irresistibile.

E tuttavia, colui che è il Totalmente Altro e Totalmente Indeterminabile nella sua libertà, viene a confidarsi e, venendo corrisponde la sua amicizia e apre la sua intimità là dove è accolto.

Il libro dei Salmi è il luogo privilegiato per scoprire e apprendere le confidenze di questa vita nell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Narra i momenti felici e drammatici, le separazioni e i ricongiungimenti, il confidarsi poi delle gioie e dei dolori, le difficili attese, i silenzi interminabili, i soliloqui, i dialoghi, il perdersi e il ritrovarsi, in forma di suppliche o rendimento di grazie o di mute, notturne confidenze. Si ritrovano in essi i lamenti di Giobbe e gli slanci amorosi e l’intimità mistica del Cantico dei cantici, così come quella profetica di Isaia, Geremia, Osea.

Gesù è il sacramento che ci fa incontrare le confidenze di Dio, la sua intimità più nascosta. “Io e il Padre siamo uno; chi vede me vede il Padre; chi ascolta me ascolta il Padre mio; non sia turbato il vostro cuore abbiate confidenza in Dio e anche in me, nella casa del padre mio, vi sono molte dimore per riposarsi e confidarsi”. Con le parabole Gesù narra le storie del confidarsi di Dio all’uomo, nel rivelargli la sua amicizia e il segreto del Regno dei cieli.

Nelle tue mani affido il mio spirito”: ecco le parole che rivelano il cuore della fede di Gesù, la sua massima confidenza nel padre, pur nell’esperienza dell’abbandono.

Salmo 10,14: “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto”.
Salmo 16,5: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.
Salmo 31,16: “I miei giorni sono nelle tue mani. Liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori”.
Salmo 28: “Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio”.
Salmo 63,5: “Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani”.

Riportando un discorso di Paolo VI del Natale del 1971, papa Francesco ricorda che nella natività di Gesù «c’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da Lui pensato, da Lui amato…; da Lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo».

Così ho cercato altre traduzioni del versetto del confidarsi di Dio. Il suo segreto sta nel suo donarsi, nell’offrire l’intimità della sua amicizia: «L’amicizia di Jahweh è per chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza».

Le parole di Gesù ai discepoli nel Vangelo di Giovanni confermano e rilanciano questa prospettiva anche per noi: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi». (15,15).

La traduzione della Vulgata del salmo usa un termine sorprendente, traducendo “segreto” con la parola “firmamento”, il cielo notturno: «firmamentus est Dominus timentibus eum», come a dire che, quando Dio si confida, è la stabilità e la vastità senza misura della sua fedeltà e del suo amore che ci confida, così come sconfinato e stabile è il misterioso firmamento.

L’etimologia della parola deriva dal latino firmare: rendere fermo, stabile. L’idea di firmamento è molto antica e risale a quando si riteneva che il cielo fosse una ferma e solida distesa a sostegno dell’oceano celeste, luogo e casa delle stelle, che orientavano i cammini dell’uomo.

Un monaco medievale, riferendosi al firmamento, immagine della santità ospitale di Dio, cominciò col riprendere il versetto del libro della Genesi dove si legge: «Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra”» (1, 14-15) e commentò così: il firmamento è Cristo.

Al cuore del confidarsi di Dio all’uomo sta dunque il suo Cristo. Egli è l’Unigenito il confidente del Padre: «In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc 6,12).

Al sepolcro di Lazzaro Gesù si rivolge al padre in questi termini: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato», (Gv 11, 41-42).

Nel salmo 19, 2 si dice «i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Sal 19,2). È da leggersi qui l’opera del Cristo, la sua missione. Gli incontri di Gesù, il suo dire e il suo agire con la gente.

Tutta la sua vita narra di questo dispiegarsi del firmamento, che è il confidarsi del Figlio nel confidarci il segreto del Regno dei cieli. Iniziando il suo ministero Gesù dirà nella sinagoga: “lo Spirito del Signore è su di me; egli mi ha mandato a confidare ai poveri il lieto annuncio, a svelare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, proclamare la grazia del Signore, grazia che è il suo confidarsi a noi”.

Tempo della confidenza è stato quello di Gesù nei tre anni della sua predicazione. Annunciando il Regno a tutti, aprì la sua intimità per mostrare quella del Padre suo e così aprire i suoi uditori all’ascolto profondo, fraterno, dell’intimità delle persone.

Un’intimità rubata fu quella della donna che aveva perdite di sangue e che toccando il lembo del suo mantello di nascosto guarì del suo male e scoprì, scoperta da Gesù, la sua fede, tanto da ritrovare la libertà interiore, contro ogni forma di discriminazione religiosa e sociale.

Al pozzo di Giacobbe le confidenze di Gesù alla donna samaritana meravigliarono i discepoli, che si stupirono che parlasse con una donna. Eppure da quell’intimo dialogo sgorgò in lei il dono dell’acqua viva, lo Spirito sorgente stessa di ogni confidenza: quella che libera dai pregiudizi e genera il dono di sé “in spirito e verità”, secondo quel confidarsi proprio del Padre, che vede nel segreto e nel segreto della tua intimità si confiderà anche a te.

Il mattino di Pasqua è bastata un parola soltanto a Gesù per far risorgere in Maria di Magdala la confidenza che credeva perduta, rubatagli, per sempre sotto la croce. Le disse Gesù: “Maria!” e lei “Maestro mio”: «…si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”» (Gv 20, 14-16).

Dall’annunciazione al Natale, il loro avvento, anche per Maria e Giuseppe fu tempo delle confidenze: quella singolarissima del portavoce Gabriele, dell’intimità svelata e gioiosa alla ragazza di Nazareth.

Quella pure dell’altro angelo che, donando a Giuseppe la confidenza di una parola di Dio, dissipa in lui ogni paura di prendere con sé Maria. Ma poi ulteriori confidenze tra loro due sempre in cammino da Nazareth a Betlemme; in fuga da Betlemme in Egitto e da lì di nuovo a Nazareth.

Confidenze ancora, come quando Maria va in fretta a visitare la cugina Elisabetta, anche lei incinta di Giovanni. Entrambe si scambiano le rivelazioni dei lori figli e la gioia nel sussulto di Giovanni nel grembo di Elisabetta e la lode di Maria con il canto del Magnificat, che proclama la gioia, perché Dio non solo guarda ma si confida con i poveri e gli umili e dona loro la sua beatitudine: “Beati, accolti voi poveri, accolti voi che piangete perché il Regno è confidato a voi” come consolazione dirà Gesù sul monte delle Beatitudini.

Sant’Ambrogio nell’Esamerone (I/I,5) raffigurava il respiro che saliva dall’assemblea liturgica della sua chiesa di Milano durante il canto dei salmi, come «il maestoso ondeggiare dei flutti dell’oceano». Ma il firmamento, il confidarsi di Dio nel Figlio per noi non è forse un vastissimo oceano, un mare senza sponde?

Ho pensato così che la confidenza di chi compie l’attraversata del Salterio e delle Scritture nei salmi è come un’andar per mare, confidandosi, nonostante la nostra barca come il vivere a volte sia ‘appruata’ (i.e. ‘immersa a prua’), ripiegata su se stessa e vada a scarroccio, deviando lateralmente dalla rotta per l’azione del vento.

Ciò nondimeno, sebbene l’equipaggio dorma, c’è chi veglia su di lui e nella notte si intrattiene come sul monte Gesù in muta confidenza. La stessa che Mario Luzi [Qui] seppe descrivere nella poesia Per mare:

Si naviga tra Sardegna e Corsica.
C’è un po’ di mare
e la barca appruata scarricchia.
L’equipaggio dorme. Ma due
vegliano nella mezzaluce della plancia.
È passato agosto. Siamo alla rottura dei tempi.
E una notte viva.
Viva più di questa notte,
viva tanto da serrarmi la gola
è la muta confidenza
di quelli che riposano
sicuri in mano d’altri
e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo.

(Tutte le Poesie, Garzanti, Milano 1993, 361)

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falco volo distanza

PRESTO DI MATTINA
Dimorare nella distanza è l’Avvento

 

Dimorare nella distanza è l’Avvento. Uno spazio intermedio, una terra di mezzo della nostra stessa esistenza, oltre che del tempo liturgico. Uno stare nel mezzo ed insieme un ‘di-stare’; perché l’avvento non è compimento, ma ancora abitare una distanza; il movimento verso una meta, per noi un andare verso il solstizio d’inverno da cui, come da impenetrabile tenebra, sbucherà la luce.

Come la vita così l’Avvento è essere abitati da una promessa. Parola questa di prossimità che sta sotto i nostri occhi; parola rivolta a noi e che ci sta d’innanzi. Intime a noi stessi come sementi nella terra, sono le promesse. Ma è pure una parola di lontananza, ciò che è seme e non ancora frutto: è quel di più promesso verrà andandogli incontro.

Uno stare ad un tempo abbracciati ed insieme disgiunti, uniti nella distanza: questo è dimorare nelle promesse. Come quando si legge un libro, entrando in una pagina, si dimora già, a distanza, in tutte le altre: ogni pagina è promessa, un tempo di avvento, per quelle a venire.

O come quando si ascolta la musica, che ti fa sentire in presenza, in ogni nota, il lontano, l’infinito, l’oltre te, vicinissimo ma come orizzonte inafferrabile, intimo ed insieme sfuggente. O ancora come quando si osserva lo spazio in prospettiva, con uno sguardo: avvicini a te il punto più lontano cui può giungere il tuo occhio, e proprio dentro la tua pupilla dimora la lontananza.

Così è pure lo sguardo di chiunque crede. Gli occhi della fede vedono in prospettiva la distanza e le successive tappe dispiegarsi, per raggiungere la pienezza del suo credere che è la carità. Quel che le è promesso è l’amore.

Sono le promesse che ci fanno alzare il capo. È la fedeltà alla promessa data che ci rende vigilanti circa i segni del suo incessante progredire verso la meta. Essa dice sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme.

Per realizzare le sue promesse anche Dio si alza ogni mattina come ogni mortale. Non si stanca dice Papa Francesco di venirci incontro e per primo percorre la strada che ci separa dalla sua vicinanza, «si alza dal trono della giustizia per sedersi sul trono della misericordia».

La domenica, quando sento suonare all’organo di Santa Francesca la Ciaccona in Fa minore di Johann Caspar Ferdinand Fischer [Qui], di un crescendo incalzante e di un ritmo quasi inarrestabile, irresistibile, anche se la messa è finita non riesco a trattenermi dall’uscire dalla sacrestia e con passo svelto, al ritmo della musica, andare verso le persone ed invitarle a sentire in quelle note cosa significhi essere abitati dalla promessa, dimorando nel tempo della distanza.

In un testo della prima lettera di Pietro è lo stesso crescendo che incontriamo: le parole incalzano come lo scorrere delle note sulla scala musicale della tastiera: «Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno l’amore» (1, 5-7).

Dimora della distanza è pure quella preghiera che cammina in mezzo, che ‘inter-cede’. La preghiera di intercessione rende presenti, mette sotto gli occhi coloro che sono lontani, distanti. Li incontra nonostante l’assenza, perché, come la promessa, questa preghiera dice: “sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme”.

«L’intercessione – scrive papa Francesco – esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2 Mac 15,14)» (Gaudete et exultate, 154).

L’intercessione è dono dello Spirito, mozione, invito di colui che abita la distanza come casa sua; l’amore che tiene perfettamente uniti quando si è lontani, vicini, nonostante le divisioni.

L’intercessione è un intuito della fede ed un intento di amore. Se dono dello Spirito essa può essere raffigurata dall’unzione che congiunge nella distinzione. Per essa ci si tocca, e lo spirito di uno penetra nell’altro e viceversa; e in questo modo si dimora anche nella lontananza.

L’unzione battesimale e crismale, ma anche quella con l’olio dato agli infermi, attua la comunanza con la grazia di Cristo, con la sua vita e amicizia. Lo stesso avviene tra noi e coloro per cui preghiamo.

Si partecipa così al ministero di grazia dell’Unto del Signore, del suo Servo Gesù, il quale viene anche in questo nostro faticoso avvento «per dare agli afflitti una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3).

Quando andando dai malati pronuncio le parole che accompagnano l’unzione: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo… e ti sollevi», penso sempre che io pure ricevo l’unzione che dono, perché anche le mie mani restano impregnate, compenetrare da quel medicamento fragrante, ma anche dell’umanità dell’altro attraverso il tocco della mano.

E a volte capita che qualcuno, a sua volta, mi segni in fronte la croce con l’olio della passione, come nel giorno del mio battesimo sono stato segnato con il crisma della risurrezione: crisma viene da Cristo. Così pure è di quell’unzione che è la preghiera di intercessione: si è resi partecipi della umanità di coloro per cui si prega.

Pregando per una madre nell’avvento del figlio, in un modo misterioso ma reale pur nella distanza, sono reso partecipe della sua maternità e umana amorevolezza. Ma anche dell’ansia, dell’attesa trepidante, vigilante, della propensione che muove verso la luce e della cura e dedizione materna, incomparabile, quella che manca alla mia umanità.

Se prego per un bambino che ho battezzato sono reso partecipe dell’innocenza sorgiva nascente della sua fede che purifica e rinvigorisce la mia. Quando prego per i malati e anziani sono segnato dalla loro debolezza e sfinimento, ma insieme ricevo la forza con cui lottano insieme al Cristo contro il male; dalla loro umanità tribolata discende il dono di non rassegnarmi al male, riconoscendo nelle loro ferite le stesse trafitture e battiture di Gesù benedetto.

Se prego per i miei confratelli presbiteri e i diaconi o per le mie sorelle oranti, nei primi ritrovo la luce e la bellezza di portare il vangelo insieme, ciascuno a suo modo e nelle sorelle il dono della contemplazione e di quell’intercessione che contempla nel volto di Cristo il volto dei fratelli e delle sorelle.

Lo stesso accade quando si prega per le famiglie, i carcerati, i poveri i migranti, per coloro che lavorano o i senza tetto, non trascurando di portare al Padre nostro le tribolazioni di tutte le genti, i pericoli dei popoli, le solitudini nascoste di tante persone.

Ma non è solo questo. Ho imparato dalle sorelle Carmelitane che la preghiera di intercessione ti fa incontrare, dona anche a te, quella umanità nuova presente e laboriosa in tutti che è l’umanità di Gesù.

Nel cuore di ciascuno infatti lavora invisibilmente la grazia dello Spirito santo per ‘con-sociare’ tutti, nel modo in cui Dio solo conosce, al mistero della Pasqua di Cristo, dono dell’umanità di Dio pro nobis.

Si narra che un fratello fece visita ad un anziano che aveva il dono del discernimento e lo supplicò con queste parole: “Prega per me, padre, perché sono debole”. L’anziano gli rispose: “Uno dei padri una volta ha detto che chi prende l’olio in mano per ungere un malato trae giovamento lui per primo dall’unzione fatta con le sue mani. Così chi prega per un fratello che soffre, prima ancora che questi ne tragga giovamento, lui stesso ha la sua parte di guadagno, a causa del suo intento di amore».

La visione teologica di Gerard Manley Hopkins [Qui], poeta e gesuita inglese vissuto nell’800, può essere accostata a quella di Teilhard de Chardin [Qui]: la sofferenza e la bellezza della natura, ma pure quella dell’esperienza di Dio nel libro di Giobbe e di certi salmi; un dimorare per entrambi nella lontananza, in Irlanda il primo, in Cina e in giro per il mondo l’altro.

Distanze interiori ed anche esteriori: «Sembrare straniero è la mia sorte, la mia vita/ tra stranieri» dimorando tra le messi in cui si può «spigolare il nostro Salvatore», lui per cui «le azzurre, sospese colline sono il suo òmero reggente il mondo».

Nella poesia Il gheppio (The windhover. To Christ our Lord 1877) – interpretata anche da Romano Guardini in: Linguaggi, Poesia Interpretazione (Brescia 2000) – la dedica che fa seguito al titolo, “A Cristo nostro Signore”, indica verso quale direzione sia orientata la sensibilità del poeta.

L’ascesa e il volo del falcus tinnuculus, che tintinna, sembrano raffigurare così due modi di dimorare del Cristo nella distanza: non solo quella simboleggiata nel gheppio, ma pure la successiva, quella dell’arato nel solco.

Dividendo il termine inglese wind hover, si può anche leggere come ‘sorvolare il vento’: una figura della distanza tra il cielo e la terra che attraversa entrambi, il fatto di sorvolare, soleggiare il vento e dunque dimorare al di sopra del cielo e della terra. Quel luogo che il Figlio non considerò come sua proprietà esclusiva, ma che volle condividere, dimorando straniero, lontano dal Padre, agli antipodi sulla terra, perché anche quelli della terra trovassero dimora in quella lontananza di cielo.

«Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria di lui!». È la confessione della fede di Hopkins, che tuttavia non si meraviglia delle successive trasformazioni: quando il gheppio, come in un assalto, con lo slancio e la scivolata d’ala, e come cavalcandolo rintuzza il forte vento che vuole trattenerlo, o come fuoco che discende sulla terra, trasformando così quell’immagine iniziale che abita il cielo in un’altra terrestre: un aratro sprofondato nella terra e dimorando nel solco, nello sfaldarsi di una brace purpurea incastonata nell’oro, intravede in distanza la purpurea e dorata promessa, i papaveri e le spighe della messe futura.

Scrive Guardini: «repentinamente, senza transizione, si potrebbe quasi dire con la fulmineità del volo di un rapace, appare nelle terzine del sonetto il regno contrapposto al cielo: la terra, la zolla, il solco nella zolla» (ivi, 111).

L’aratro lavora in profondità e solcando la terra la sua lama diventa lucente e «la livida brace cade e si spacca», ma anche «spande oro vermiglio». È l’immagine del Cristo sofferente le cui ferite nella lotta si squarciano rosse, ma al tempo stesso sono anche le ferite gloriose del risorto dai morti, che risplendono come “oro vermiglio”, rivelandone la gloria.

Nascosta dentro questa poesia, a me pare, leggersi in dissolvenza l’inno paolino ai Filippesi. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/ e alla morte di croce./ Per questo Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome» ( 2, 6-9).

Ed ecco il testo poetico di Hopkins:

Il gheppio.
“A Cristo nostro Signore”

lo sorpresi stamane il favorito del mattino, delfino del regno della luce,
il falco, emerso dall’alba iridata, cavalcando l’aria ruotante sotto di lui eguale
e ferma, guadagnare l’alto; oh, come torceva la redine di un’ala vibrante nella sua estasi!
poi via, avanti, in bilico, come il tallone di un pattinatore scivola liscio
sulla pista in curva; slancio e scivolata il forte vento rintuzzavano.
Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria della cosa!
Bruta bellezza e valore e azione, oh, aria, fierezza, piuma
qui si allacciano! E che fuoco il fuoco che erompe allora più pericoloso da te,
contato un bilione di volte più bello, o mio cavaliere!
Non è meraviglia: più splende l’aratro in fondo al solco per la nuda zolla,
e la livida brace, o mio amato, cade, si spacca e spande oro vermiglio. 

(Poesie di Gerard Manley Hopkins, Guanda, Parma 1952, 55-56).

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alba avvento inizio

PRESTO DI MATTINA
Lo spiraglio dell’alba è l’Avvento

Lo spiraglio dell’alba’ è l’Avvento.

Nel crepuscolo mattutino ha ‘il viso di terra scolpita’, ‘nel cuore, il silenzio’: è l’attesa di un volto:
«Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso…
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolío della brezza, tepore, respiro –
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino»
(C. Pavese, Poesie, Torino 1998, 239).

Non so dirvi come, ma la lettura di alcune poesie di Cesare Pavese [Qui] hanno risvegliato in me il pensiero dell’avvento come a Pavese il volto amato, i suoi occhi, il suo ‘viso di primavera’. Ho voluto così seguire questa traccia poetica, aurorale, questa sperduta stella dell’alba, pur io acceso nel desiderio di cercare il volto nascosto dell’avvento e giungere alla luce del suo mattino.

Si narra che nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, la Parola ha cominciato a muovere i primi passi nell’inquietudine umana, dentro la sua mortale stanchezza. Si è messa in cammino mentre ancora era notte. La luce senza tempo che è apparsa nel tempo di avvento veniva ad illuminare la sua gente.

In questo venire senza sosta, stanco sarà anche il Verbo fatto carne il cui nome terroso è Gesù, pure lui stremato sul Golgota, pure lui senza una pietra dove posare il capo, perché diuturna sarà fino all’ultimo giorno la sua agonia per i cammini del mondo.

Scrive Pavese:
«In nessun luogo trovo più una pietra
dove posare il capo.
Tutte le cose mi hanno presa l’anima,
l’hanno accesa e sconvolta,
e poi lasciata stanca
a mordere se stessa…
E ancora dopo tante strade stanche sono solo in balia della mia anima
che a tratti mi pare
voglia strapparsi via
tanto si torce e sanguina.
Sono tanto stremato.
Dal primo giorno ardente
che ho levata la fronte
a cercare me stesso,
in nessun luogo più
ho trovata una pietra
dove posare il capo»
(ivi, 325-326).

Come il vivere, così l’avvento è un principiare, un cominciare di nuovo. Nessun luogo è l’ultimo. Errando stanchi è l’accadere di un nuovo inizio che si impone, che costringe all’attesa: da ciò che finisce spunterà dunque ancora un germoglio, un germoglio ancora.

Dice Isaia: «In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra» (11,1-10).

Si può allora ricordare proprio un noto testo di Pavese ne Il mestiere di vivere (1935-1950), il suo laboratorio poetico in cui si dà coincidenza tra il tempo della scrittura e quello del vivere: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire» (ivi, Torino 1990, 57).

Il tema del “cominciare” ritorna nelle poesie:
«Non abbiamo che questa virtù: cominciare
ogni giorno la vita – davanti alla terra,
sotto un cielo che tace – attendendo un risveglio.
Si stupisce qualcuno che l’alba sia tanta fatica;
di risveglio in risveglio un lavoro è compiuto.
Ma viviamo soltanto per dare in un brivido/ al lavoro futuro e svegliare una volta la terra.
E talvolta ci accade. Poi torna a tacere con noi… I lavori cominciano all’alba. Ma noi cominciamo
un po’ prima dell’alba a incontrare noi stessi
nella gente che va per la strada
. Ciascuno ricorda
di esser solo e aver sonno, scoprendo i passanti
radi – ognuno trasogna fra sé,
tanto sa che nell’alba spalancherà gli occhi.
Quando viene il mattino ci trova stupiti
a fissare il lavoro che adesso comincia.
Ma non siamo più soli e nessuno più ha sonno
e pensiamo con calma i pensieri del giorno
fino a dare in sorrisi. Nel sole che torna
siamo tutti convinti. Ma a volte un pensiero
meno chiaro – un sogghigno – ci coglie improvviso
e torniamo a guardare come prima del sole»
(ivi, 428; 127).

C’è un germoglio di avvento anche per Cesare Pavese − ho pensato − e sta proprio nascosto nella sua anima poetica, di una inquietudine esausta, tra il sole che torna sempre di nuovo e oscuri pensieri che lasciano gli occhi “come prima del sole”.

«Il suo ritratto è ben lungi dall’esaurirsi in quelle che sono le scelte critiche dettate da un’adesione non solo all’arte ma anche all’eroica esperienza esistenziale dello scrittore», scrive l’amico Gianni Venturi, che negli anni mi ha donato i suoi saggi su Pavese.

Vale allora lasciar fare strada alla sua riflessione, lasciarsi guidare da lui: «C’è stato un momento in cui si veniva costruendo un caso Pavese con tutte le assurde conseguenze e strascichi di una polemica che investiva maggiormente il suo atteggiamento umano e politico che non l’effettiva portata del suo altissimo magistero etico ed artistico.

A questa visione unilaterale reagiva, ad esempio, Claudio Varese [Qui] il quale puntualizzava il discorso, scrivendo che la storia dell’uomo Pavese, se può apportare una certa chiarezza nel configurarsi o nell’atteggiarsi di certi valori (o disvalori), risulta sterile se non si appoggia ad una visione più ampia che includa non solo l’uomo ma anche, e soprattutto, il poeta e la sua opera. In questo articolarsi dell’uomo e dell’opera sta la possibilità di cogliere il senso dell’arte pavesiana che è allo stesso tempo prismatica e unica» (Cesare Pavese, in Belfagor, 4 (1967), 454).

Vivere l’avvento è mettersi in ascolto, incominciando dall’attenzione dello sguardo. Nella Genesi in principio sono i volti, quelli dell’uomo e della donna. In principio, nel prologo di Giovanni, è la Parola di Dio che si fa volto umano, volto del figlio amato.

Vivere l’avvento significa rincominciare dai volti che incontreremo strada facendo, perché ogni volto umano è prismatico ed unico, e nasconde un’interiorità poetica ed orante insieme, dolente e raggiante, disperata e sperante. Il volto è sacramento, che rivela nelle tenebre esteriori l’interiorità: il riverbero di una flebile luce, come il tremare di una candela o improvviso, come di un lampo: «come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo» (Mt 24,27).

«I volti dell’avvento sono questi/ che attraversano il freddo del mattino/ e han conosciuto le disfatte della vita/ dove la crosta dell’umiliazione rompe/ già sorge umile l’attesa. Non per sempre amari fantasmi/ graveranno la vita/ una candela rischiara,/ albeggia/ già le porte serrate sono aperte/ i furori del cuore cantati/ e umanamente è detto/ che senza limiti/ è la misericordia» ci ricorda Domenico Cardi (Non basta la terra. Poesie, Bose 1997, 58).

Sono passati ormai molti anni, era l’aprile del 2001, ma il ricordo è vivo. Andai a visitare nell’imponente edificio in stile neoclassico del Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale a Roma due mostre in contemporanea, quella iconografica de Il volto di Cristo e quella fotografica dedicata a Mario Giacomelli [Qui], fotografo/poeta.

Due itinerari apparentemente divergenti e non accostabili immediatamente nella mente di chi iniziava il percorso. Tuttavia, man mano che ci si lasciava afferrare dalle immagini, emergeva in modo convincente l’intuizione che li aveva pensati insieme: la ricerca dei volti che si incontrano per non dimenticarsi più.

Da una parte un’itineranza, quella dei cristiani, che ormai vedevano allontanarsi nel tempo il ritorno imminente del Signore e desideravano sempre più avere immagini che custodissero la memoria dell’aspetto di Gesù fino al suo ritorno; dall’altra i volti di Giacomelli, di persone, di paesaggi, della terra stessa solcata, come i volti dei deboli e dei disperati, da infiniti solchi oscurati, sfigurati dal male e tuttavia capaci di ridere.

Volti nel contrasto esasperato di bianchi e di neri, come se fossero immagini al negativo. Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, di Pavese ed altri testi poetici di Turoldo, Leopardi, Borges, Luzi, Dickinson erano come la voce testuale, narrante delle immagini, come se la poesia infondesse parola a quei volti.

Le foto di Giacomelli creavano itinerari che salivano dal basso, dischiudendo allo sguardo spazi di ‘terrestrità’; spazi non chiusi, ma aperti a qualcosa di atteso; volti che via via si nascondevano, si riducevano, impoverendo la forma e quasi sparendo nei diversi orizzonti figurativi per giungere a rappresentare quel testo, Io sono nessuno, della Emily Dickinson [Qui].

Vi era pure, guardando le icone del Volto santo, una strada che scendeva e invadeva gli spazi di terrestrità: era il volto singolare della ‘celestialità’, che assumeva i tratti dell’umano e si nascondeva nei volti degli uomini, prendendone di volta in volta i lineamenti, accettando di divenire sconosciuto, senza apparenza né bellezza da attirare gli sguardi; volto dei dolori che conosce il patire, volto perduto nei volti dimenticati.

Tutti quei visi si mescolavano, si amalgamavano in una comunanza di destino al tempo stesso convergente e centrifuga per cui il Volto santo li riassumeva tutti e tutti i volti riflettevano e manifestavano, ciascuno per la sua parte, la singolarità dell’Unico volto.

Solitudine spezzata, perché condivisa nell’accondiscendenza degli sguardi: quello di Cristo che si abbassa e si china per abbracciare e sollevare quelli degli uomini, ma anche gli ‘sguardi’ dei campi, delle valli, della terra, che sembrano levarsi in attesa di incrociare e scrutare il volto sconosciuto, ancora invisibile, ma promesso e atteso venuto a mutare le sorti facendole sue.

Scrive Friedrich Hölderlin [Qui] nel Canto del destino di Iperione:
«Ma a noi è dato
in nessun luogo posare;
scompaion, cadono
soffrendo gli uomini
ciecamente
di ora in ora,
com’acqua da masso
a masso lanciata
senza mai fine, giù nell’ignoto

Anche per il Cristo l’avvento è ancora un discendere e continuare a venire nel destino di ciascuno, “come acqua da masso a masso”. Pure a lui “è dato in nessun luogo posare il capo”, finché non giunga al fondo, giù “nell’ignoto”, per poi risalire, non da solo, ma portando tutto l’umano, i nostri volti trasfigurati e luminosi.

Un tale disse a Gesù: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58).

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PRESTO DI MATTINA
La luce dell’Avvento

«Chiara una voce dal cielo/ si diffonde nella notte:/ fuggano i sogni e le angosce, splende la luce di Cristo./ Si desti il cuore dal sonno,/ non più turbato dal male; un astro nuovo rifulge,/ fra le tenebre del mondo». Inizia così l’inno mattutino delle lodi dell’Avvento. E, subito affiora il ricordo di un midrash, un dialogo tra un discepolo e il suo maestro: «Nelle pagine di Isaia, disse un giorno Ariel, al suo Rabbi, è scritto che il Santo Benedetto sia, così parlò al profeta: “Io creo la luce e creo le tenebre, io il Signore ho creato tutte le cose”. “Il mondo quale esso oggi si presenta, proseguì Ariel, è un mondo privo di luce”. Poi chiese: “quando cambierà tutto questo?”. Rispose il Rabbi: “sofferma il tuo pensiero su altre parole del Profeta Isaia, e troverai la risposta alla tua domanda”. E il Rabbi proseguì: “Disse il Profeta in nome del Signore: quando darai cibo all’affamato, quando concederai riposo alla angoscia dell’uomo, la luce splenderà nell’ora delle tenebre e nella notte, il cielo sarà luminoso come a mezzogiorno”».

La luce crea uno spazio, un milieu – direbbe Pierre Teilhard de Chardin (1988-1955) gesuita paleontologo, mistico dell’evoluzione – un “ambiente per la luce”, un luogo proprio nella materia stessa che rivela, ai suoi occhi, tutta la sua potenza spirituale. È quanto accade, per intendersi, nel processo di cristallizzazione, in cui affiora e poi si attua l’individualità di una forma. Nel cristallo infatti l’opposizione della materia alla luce viene annullata; ciò che è esterno è accolto al suo interno; in esso la luce arriva fino al suo centro e da lì, in un istante, fa vedere, rifrangendole, tutte le sue bellezze. Nella luce che si unisce alla materia – mantenendosene distinta senza venirne contaminata – sono simboleggiate le direzioni del futuro: la convergenza dell’ ‘in avanti’ (en avant) dell’evoluzione e l’ ‘in alto’ (en haut) della rivelazione cristiana. Quella stessa alleanza tra il cielo e la terra che fa della materia la culla dell’avvento dello spirito e della libertà. Entrambi prendono dimora nella carne del mondo, a guisa di un cristallo che nella sua materialità appare trasformato dalla luce. Così la nostra umanità, in tutte le sue fasi, va socializzandosi e spiritualizzandosi attraverso un processo di ‘complessità-coscienza’ che vede ‘il fenomeno umano’ proteso, pur nella complessità di tentativi, fallimenti, riprese, verso un vertice irreversibile di personalità, amabile e amante, intravisto da Teilhard nel lungo percorso temporale della storia e della fede: «la storia del passato mi ha rivelato il futuro».

Per Teilhard «ogni cosa conserva il volto suo proprio, il moto suo autonomo: la luce, infatti, non cancella i lineamenti di nulla, non altera nessuna natura, ma penetra nell’intimo degli oggetti, anche più profondamente della loro stessa vita». Come l’irrompere della luce che riempie tutti gli spazi manifestandone le forme senza occuparne il posto e sostituirsi ad esse, così è dello spirito nell’evoluzione del cosmo e di quel microcosmo che è il corpo umano. Lo spirito non si sostituisce alla mano, al piede e ad ogni altra parte, ma ne attua il loro dinamismo, li anima dall’interno, li orienta oltre se stessi; lo spirito come la luce non si lascia imprigionare dalle cose e dagli eventi, ma diviene con essi, in una relazione sempre più intima proprio passando oltre e attirando a sé nuovamente: «Misteriosa natura di ogni luce e della luce divina: noi abbiamo un bel cercare di afferrarla, in mille considerazioni, mille formule ammirabili… noi non possiamo imprigionarla… Essa può sempre sfuggire tra le nostre dita, e non lascia tra le nostre mani che un groviglio di parole oscure e inanimate, in cui non troviamo più né illuminazione, né calore», scrive in un Ritiro del 1922.

Il futuro di Dio diviene visibile agli occhi dell’uomo quando egli si affida e tiene aperto il suo destino alla incomprensibilità e oscurità di Dio nel mondo; quando tiene sgombro l’ingresso della sua esistenza dai continui detriti e grovigli che minacciano di ostruirlo ed imprigionarlo o, di fatto, gli sbarrano la strada tagliandolo fuori. Solo allora egli, così affidato alla fede che esiste come speranza, non si ritrova immerso e avvolto in un fallimento, né travolto e annullato nel gorgo oscuro dell’entropia, ma introdotto in un nuovo slancio, inondato da nuova luce ed energia, quella della fede che, sperando contro ogni speranza (Rm 4,18), trova una via di uscita sulle forze distruttive e sul suo destino di morte.

Teilhard de Chardin è stato un cristiano fedele alla terra. Le ragioni del cuore lo facevano certo dell’esistenza di una duplice fede in ciascuno di noi. Una fede nel Mondo, nella Terra, nella Vita. E una fede in Dio, nell’Assoluto, nel Trascendente. Una che scendeva dall’Alto, (foi en l’haut); l’altra, che nascendo dal basso si spingeva in Avanti, (foi en avant) e tutte e due, invece di porsi come antagoniste, insieme si coniugavano nel cuore dell’uomo.

Fu in ragione di Cristo che Teilhard invocò e affermò questa convergenza, che l’Incarnazione rendeva possibile nel cuore stesso di ciascuno di noi. La discesa del Verbo poneva nelle viscere della Terra il mistero dell’Eterno che si fa tempo, in modo tale che l’Universo stesso si scopriva capace di futuro: «Sin dall’Origine delle Cose ha avuto inizio un Avvento di raccoglimento e di fatica, un Avvento durante il quale i determinismi si flettevano e si orientavano, docilmente ed amorevolmente, verso la preparazione di un Futuro insperato eppure atteso. Adattate e manovrate in modo così armonioso che il Supremo Trascendente sembrerebbe essere germinato interamente dalla loro immanenza, le Energie e le Sostanze del Mondo concentrandosi e purificandosi nell’Albero di Jesse. E componevano con i loro tesori distillati e accumulati, la gemma scintillante della Materia, la Perla del Cosmo e suo punto di attacco con l’Assoluto personale incarnato, la Beata Vergine Maria, Regina e Madre di tutte le cose» (La Vita cosmica, 86-87).

Di qui il vivere nell’attesa di un Avvento, insieme al coinvolgersi nella costruzione di una «opera per sempre» diventano le note dominanti di tutta la sinfonia teilhardiana che, se muta di tonalità, lo fa solo per sottolineare che quella pienezza dei tempi che fu la venuta del Cristo è, a sua volta primizia di un nuovo Avvento, di una seconda e definitiva venuta. «E da quando Gesù è nato, è cresciuto, è morto, tutto ha continuato a muoversi perché il Cristo non ha finito di formarsi. Non si è ancora totalmente avvolto nelle pieghe del Manto di carne e di amore che Gli stanno tessendo i suoi fedeli… Il Cristo mistico non ha raggiunto ancora la pienezza, neppure quindi il Cristo cosmico. Entrambi, ad un tempo sono e divengono: e il prolungarsi di questa genesi rappresenta la molla ultima di ogni attività creata. Con l’Incarnazione che ha salvato gli uomini, lo stesso Divenire dell’Universo è stato trasformato, santificato», (ivi).

In questo divenire del tempo, in cui ogni traguardo e ogni termine viene aperto dal mistero di Cristo ad un nuovo inizio e spinto verso un futuro carico di un ulteriore e più profondo compimento, siamo posti pure noi, credenti e non credenti di oggi, chiamati ad un identico compito: attendere e al contempo edificare «l’opera per sempre» che, se per i non credenti rimane ancora ‘Qualcosa’ di non identificato, ma che tuttavia supera e va oltre il semplice orizzonte umano nella direzione di un qualche ultra-umano, per i cristiani assume i lineamenti di ‘Qualcuno’: il Cristo sempre più grande, il Cristo totale e universale.

Per Teilhard de Chardin la modestia della natività rappresenta molto più di un semplice esempio o una lezione di umiltà dataci dal Cristo. In essa si rivela il modo con cui l’essere unisce a sé ed ‘informa’ la materia. E il Natale dice il realismo con cui Dio affronta drammaticamente l’unificazione e la personalizzazione della creazione attraverso il suo Figlio fatto uomo. Per lui celebrare il Natale significa rilanciare la sfida dell’avvenire, anteporre ai propri interessi quelli comuni verso un ulteriore salto di complessità e coscienza nello sviluppo della vita.

«Storicamente – ci ricorda ancora Teilhard – l’attesa non ha mai cessato di guidare come una fiaccola i progressi della nostra fede. Il Natale che avrebbe dovuto far volgere indietro i nostri sguardi e focalizzarli verso il passato, non ha fatto altro che riportarli maggiormente in avanti, verso l’Avvenire. Apparso un istante tra noi, il Messia si è lasciato vedere e toccare solo per perdersi una volta ancora, più luminoso e ineffabile che mai, nelle profondità dell’avvenire. È venuto. Ma ora, dobbiamo ancora e di nuovo attenderlo più che mai (L’Ambiente divino, 122)… E da quando Gesù è nato, è cresciuto, è morto, tutto ha continuato a muoversi perché il Cristo non ha finito di formarsi. Non si è ancora totalmente avvolto nelle pieghe del Manto di carne e d’amore che Gli stanno tessendo i suoi fedeli… Il Cristo mistico non ha raggiunto ancora la pienezza, neppure quindi il Cristo cosmico. Entrambi, ad un tempo, sono e divengono; e il prolungarsi di questa genesi rappresenta la molla ultima di ogni attività creata» (La vita cosmica, 87).

«Un pesce è forte solo nell’acqua» dice un proverbio africano. Lo stesso si dovrebbe dire di un cristiano e di una comunità cristiana, che sono forti della forza del vangelo solo quando vivono il loro tempo come rinnovata attesa di qualcuno che viene.

 

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PRESTO DI MATTINA
L’elogio dell’umiltà

Magnificat anima mea Dominum perché ha guardato all’umile sua serva, innalzandola con gli umili: «L’universo è il tuo stelo,/ fiore della poesia,/ profumo del creato, Maria/ e ravvivi nei cuori/ che disperavano di Dio,/ la fiamma dell’amore./ L’umile tua purezza/ ti rese madre di tutti,/ e volgesti ogni lacrima/ in nostalgia di bene» (Agostino V. Reali, Primavere, Ferrara 2002, 102).

Quella di Maria è l’umiltà dell’aurora, quella, «che se ne sta rannicchiata direbbe Maria Zambrano – nascosta in un grano di luce». Maria più dell’aurora «è il velo della bellezza senza lacerazione, dell’amore senza degrado della purezza, della purezza accesa». Anche Maria, come l’aurora, ha le sue notti: «Quelle notti in cui l’amore senza nome e senza figura avvolge e rigenera l’universo intero, che appare allora senza distanza, lucente, ma di una luce che non ferisce. Quando la luce ha smesso di essere una ferita e l’amore si rivela per ciò che è… Si direbbe la sorgente stessa da cui nasce l’Aurora e insieme il compimento della sua promessa, questa notte dell’Aurora: sorgente che lascia sempre, in chi l’ha gustata, una minima goccia di acqua luminosa, in qualche angolo oscuro della notte del cuore. Notte e fonte che fa sentire che tornerà, ormai per sempre», (Dell’Aurora, 18; 128 129).

Maria è donna dell’avvento, che ha nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo e con gli occhi scruta negli orizzonti della propria vita il suo volto albeggiante. Salomone chiese a Dio la sapienza e gli fu concessa; Maria non chiese nulla è fu piena di grazia.

L’Immacolata dice l’integrità, l’interezza, la pienezza del dono che Dio fa di sé nel figlio. Dono incondizionato, grazia irreversibile che anticipa in Maria una smisuratezza di innocenza, quale condizione preveniente per poter ospitare l’Innocente: colui che non abbandona l’uomo in balia del male, che restituisce al colpevole l’innocenza, al nemico l’amicizia, tutto solleva e accoglie nelle proprie mani.

Smisuratezza di intimità è l’Immacolata: mistica aurora di colui che è intimo al Padre come la luce al sole; intimo a noi come un figlio nel grembo di una madre; come il vecchio padre sulle spalle del figlio, come un amico che muore per l’amico. L’intimità innaturale e mirabile di un raggio di luce che non va oltre pur trapassando il cristallo, che resta iridescente arcobaleno anche quando cala la notte.

Quella di Maria è l’umiltà dell’amore, scaturita da quell’eccesso di grazia e di fontale innocenza che l’ha preservata dal chiedere qualcosa. Ma l’ha custodita anche dal timore di quell’abisso di umiltà a cui Dio l’ha chiamata, di quel suo volere a tutti i costi farsi piccolo con i piccoli, umile con gli umili, povero con i poveri, uomo tra gli uomini. È l’angelo Gabriele a rassicurarla subito: «non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». La tua umiltà ha trovato spazi larghi in quella di Dio, che l’ha fatta traboccare. È il suo santo Spirito, infatti, che l’ha cinta con l’intimità della sua ombra: umiltà d’amore. Lo stesso Spirito che discenderà sul Figlio nel battesimo, e si abbassò vivificante già nella creazione ed errante nel deserto con il popolo dell’alleanza. Lo Spirito di Pentecoste, che scende sul Vangelo dei dodici, sul pane e sul vino, per renderli vivi della vita del Signore. Colui che come unzione profumata consacra i battezzati; che si riversa su tutto ciò che è piccolo, fragile, oscuro, freddo, claudicante, piangente sudicio, sviato, per raddrizzare, lavare, consolare, fortificare, riscaldare, illuminare, rinfrancare, innalzare, e generare in lei, Maria, quella grazia singolare che è il Cristo, l’umiltà di Dio resa visibile in un volto, tangibile nelle sue mani e udibile nella sua Parola fatta carne, l’unigenito Figlio Gesù, l’amato, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 18).

Ricordando le parole di Gesù (“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli”), Papa Leone Magno si domanda «Ma come potrà abbondare la giustizia se la misericordia non trionfa sul giudizio? A chi ama Dio è già sufficiente sapere di essere gradito a Dio, a colui che ama; e non brama ricompensa maggiore dell’amore stesso» (Discorso, 92). Ecco l’umiltà d’amore, in Maria. Quella di Dio precede sempre, e da essa scaturisce come da fonte cristallina, da immacolata neve, l’elezione di innocenza primigenia di Maria. E di qui poi la nostra, pure noi amati per primi, prima di ogni macchia ed ogni rovinosa caduta, scelti e amati da Dio: pre-destinati ad essere figli nel Figlio e dunque ad essere «santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,4).

Anima innamorata è Maria. Immacolato cuore. Cuore a cuore con il Figlio suo. Una tale sovrabbondanza di intimità che Giovanni Eudes la descrive così: «Come dal cielo e dal seno del Padre, è uscito senza tuttavia uscirne (“Excessit, non recessit“), del pari il cuore di sua Madre è un cielo dal quale è uscito in modo tale che ci è sempre rimasto e ci rimarrà sempre».
L’umiltà di Gesù rivela dunque quello che c’è nel cuore di Dio.

Se infatti il Compassionevole non va in cerca della smarrita; se il Misericordioso non attende il prodigo; se il Giusto innocente non porta su di se l’ingiustizia; se il Fedele e il Verace (così l’Apocalisse chiama Gesù Cristo, «il testimone fedele, il primogenito dei he ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue») non riscatta l’infedeltà resistendo fedele, la menzogna rimanendo innocente e la cecità illuminandola; e se il Liberatore non affranca la libertà e il disamore come «un virgulto e come una radice in terra arida», facendosi servo, umiliando se stesso, obbediente fino alla morte e alla morte di croce, allora il Figlio non si è incarnato e non è nato da Maria. Il regno di Dio non è annunciato, la sua prossimità mai giunta, il perduto non è ritrovato, e colui che è morto non tornerà in vita. Così l’umiltà di Dio celata nel suo cuore si è manifestata nella carne umiliata di Gesù, prima nascosta nel grembo fecondo di Maria e venuta alla luce nella natività, poi tutta raccolta nel cuore già trafitto del Padre da cui è scaturita la grazia immensa della risurrezione dai morti: il crocifisso risorto nasce per sempre alla vita nel cuore di Dio Padre.

L’Immacolata, umiltà senza macchia, è così presenza che annuncia l’aurora di un mondo nuovo, quello nato dal sangue di Cristo. Così canta al modo di un preludio l’inno pasquale della liturgia delle ore: «Torna alla casa il prodigo, splende la luce al cieco; il buon ladrone graziato dissolve l’antica paura. Gli angeli guardano attoniti il supplizio della croce, da cui l’innocente e il reo salgono uniti al trionfo».

Una meditazione poetica di Gerard Manley Hopkins paragona Maria all’umile «aria che respiriamo». Un’aria che fa la differenza con l’aria soffocata e spenta di questo nostro faticoso tempo:

Selvatica aria, aria materna al mondo,
che d’ogni parte mi proteggi,
ricingi ogni ciglio e capello;
tu che penetri il Più soffice, morbido,
il più fragile ago di un fiocco di neve;
ben composta aria
che filtri, colmi la vita
di ogni più minuscola cosa;
necessario, inesausto,
almo elemento;
mio più che cibo e bevanda,
mia vivanda ad ogni istante;
tu mi rammenti
Colei che non soltanto
nel grembo raccolse e nel seno
l’infinità di Dio,
rimpicciolita nell’infanzia,
e diede nascita, latte e tutto il resto,
ma in ogni nuova grazia s’incinge:
Maria Immacolata,
che a noi discende:

In verità, la misericordia ci veste
come ci veste l’aria:
lo stesso è di Maria,
molto più per il nome.
Ella, ruvida tela, prezioso manto,
ammanta il colpevole globo,
dacché Iddio ha dato alle sue preghiere
di dispensare la provvidenza;
è più che dispensatrice, è la stessa elemosina
e gli uomini hanno parte della sua vita
come la vita ha parte dell’aria.

Nuove Betlem ove egli nasce
Sera, meriggio e mattino;
Betlern o Nazaret,
dove gli ordini attingano,
come respiro, più Cristo
a schernire la morte;
il quale, così nato, un nuovo sé
e un migliore me diviene
in ognuno e ognuno più rende
figlio, dove tutto è compiuto
nella pienezza del tempo
di Dio e di Maria.
Ma guarda di nuovo in alto,
come l’aria è azzurrata;
fermati là dove tu possa levare
la tua mano al cielo:
ricca l’aria, ricca lambisce,
empie la mano tra dito e dito.
Ma da un cielo così colmo, carico,
intriso di zaffiro,
la luce non ha macchia.
Vedi, non le reca offesa.
Sono giorni di cristallo azzurro,
quelli in cui ogni colore riarde,
ogni forma, ogni ombra si rivela.
È tutto un azzurro: ma l’azzurro
cielo ritrasmetterà perfetto
il sette volte e sette volte
colorato raggio, senza alterarlo.
E se un tenero fiore aliti
su cose remote sospese
nell’aria, più bella
sol per quel soffio è la terra.

Aria materna al mondo, selvatica aria,
in te raccolto, in te avvolto,
prendi il tuo figlio, chiudilo nelle tue braccia.

(Stonyhurst, maggio 1883)

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PRESTO DI MATTINA
In cammino per edificare la città dell’uomo

L’anno liturgico dispiega dentro l’anno civile, senza coincidere con esso né per l’inizio né nella fine, il cammino di un popolo che, di domenica in domenica, si raccoglie nell’ekklēsía, l’assemblea cristiana, convocata e radunata dalla Parola di Dio, per essere poi inviata a testimoniare quella Parola nella propria vita.

Riattualizzandolo nel presente, esso ripercorre lo stesso cammino di Gesù, il suo esodo verso la Pasqua generativa di operosa speranza e di corresponsabilità fruttuosa, con l’intento di edificare la città dell’uomo in assonanza con quella verso cui sono protesi lo sguardo e il cuore. È questo il senso profondo non solo dell’anno liturgico ma di ogni domenica, in cui siamo chiamati a partecipare al memoriale della Pasqua, lasciandoci orientare dalla forza dello Spirito del Risorto verso il compiersi dei giorni e la domenica senza tramonto. Al pari dei quarant’anni nel deserto, l’anno liturgico traccia dunque un cammino, percorrendo il quale ciascuno di noi riesce a conoscere ciò che ha nel cuore (Dt 8, 2), ma al tempo stesso gli è dato conoscere quello che Dio ha in serbo nel proprio cuore. Ricorda infatti Gregorio Magno: «Disce cor Dei in verbis Dei» («Impara il cuore di Dio nelle Parole di Dio» Lettera 31).

L’anno liturgico si è da poco concluso. Lo abbiamo lasciato alle spalle con la festa che celebra Il Pantocrator (colui che tiene tutto nelle proprie mani), figura tipica dell’arte bizantina che ben rappresenta Cristo, Re dell’universo, “tutto in tutti” (Col. 3,11). Il nuovo anno liturgico è così anticipato rispetto all’inizio dell’anno nuovo civile di quattro settimane, durante il quale siamo chiamati all’attesa. Come la nascita del sole è preceduta dall’aurora, così la nascita di Gesù è preannunciata, per i cristiani, dal tempo aurorale dell’Avvento che, sollevando a poco a poco il sudario della notte, disvela i significati nascosti.

Sotto questo profilo, la celebrazione del Cristo Re dell’universo è paragonabile ad un passante di valico, ad un confine, che trattiene e attira insieme, transito dal vecchio evo a un tempo nuovo, da una fine verso un nuovo inizio, perché ‒ come ci ricorda l’Apocalisse ‒ «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5). La novità, si badi, non scaturisce dal ciclo temporale, ma da un dispiegarsi lungo l’intero anno dagli eventi che hanno segnato la vita di Cristo, rivelando un rovesciamento di paradigma: «Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,26). Siamo così chiamati a lasciarci istruire dalla logica del Vangelo e dalla vicenda storica di Gesù di Nazaret. A partire dallo stile del suo “regnare”, che in lui si esprime, non già come dominio, ma come servizio sino all’estremo della donazione della propria vita (Regnavit a ligno Deus): «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,1).

Il vangelo della scorsa domenica, l’ultima dell’anno appunto, riportava la parabola del giudizio universale. Più che descriverci l’evento inquietante del giudizio ultimo, spiegandoci come sarà, la parabola pone il cristiano di fronte a Cristo, qui ed ora, ricordandogli le sue responsabilità di ospitalità ed accoglienza verso gli altri, oggi. Un invito a vigilare, a scorgere quella regalità umile del Servo del Signore che riveste i panni degli “insignificanti”: uomini e donne del nostro tempo, nei quali è intriso, senza rendersi riconoscibile, il Cristo affamato, assetato, nudo, straniero, prigioniero, ammalato. Rivestito dell’umanità dei “marginali” e postosi nelle periferie geografiche, istituzionali, religiose, esistenziale del suo tempo, Egli è diventato un uomo di confine, lui stesso marginale, umiliato, estromesso dalla città. Ma così facendo, condividendo la sorte del più umile tra gli uomini, egli, per la sua compassione, ha attraversato la soglia della morte, ritrovando la propria vita perduta nelle mani del Padre. Non solo allora: ma di continuo anche oggi Egli ritorna ‒ prima della sua venuta definitiva ‒ nelle sembianze di uno sconosciuto, affinché la sua umanità presente e viva nella carne «dei suoi fratelli più piccoli» venga di nuovo accolta, sfamata, rivestita, visitata, ospitata. Così quel giorno, quando verrà nella sua gloria, mostrando il suo volto glorioso anche a coloro che non lo hanno riconosciuto e nondimeno hanno praticato il comandamento umanissimo del suo amore, egli li inviterà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno» (Mt 25,34).

L’evangelista Matteo sviluppa il suo vangelo sullo sfondo di cinque grandi discorsi. Con essi Gesù maestro svela ai discepoli i misteri del Regno dei cieli. Nel primo discorso, quello in cui Gesù proclama le beatitudini sul monte, la sua prima parola è “Beati” (cap. 5). Nell’ultimo, con cui Gesù termina il suo insegnamento sul Regno, quello detto escatologico, sulle realtà ultime, la prima parola che il Figlio dell’uomo veniente nella sua gloria pronuncia è “Benedetti” (cap. 25). Matteo ha posto così la sua comunità alla scuola della Parola di Gesù, ricordandone l’efficacia generata nel praticarla. Chi non la pone a base della propria vita sarà come una casa senza fondamenta; mentre chi la vive, come una casa fondata sulla roccia, resisterà anche alla tempesta. Se con le beatitudini abbiamo la promessa e l’anticipo della prossimità di Dio al suo popolo ‒ mediante l’esserci di Gesù, con gli “insignificanti” i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati, incontrati strada facendo ‒ nei “benedetti” si compie quella promessa che coinvolge tutti coloro che non si sono sottratti, anche solo in ragione della propria umanità, a farsi prossimo dell’altro. Promessa e compimento.

Un testo paolino può aiutarci a ripercorrere la parabola “contromano”, a cominciare cioè dalla fine. Scrive Paolo: «Nessuno di noi vive per se stesso». Chi vive per se stesso, praticando un’esistenza respingente ed escludente l’altro, si sentirà ripetere dal Figlio dell’uomo le sue stesse parole, quelle da lui pronunciate passando oltre, senza fermarsi davanti a chi lo supplicava: «Via, lontano da me». La parabola vuole pertanto risvegliare la coscienza di chi l’ascolta, il quale si sente giudicato dalle sue stesse parole, al fine di provocare un cambiamento di atteggiamento e una presa di responsabilità in ordine al fatto che ci si salva solo insieme: chi trattiene la vita per sè la perde, chi la perde la ritrova dice Gesù. Possibile che non comprendiamo? Se paragoniamo la vita all’aria, l’essere cristiani impone di seguire la dinamica della respirazione: per inspirare di nuovo devi espirare, lasciar andare, perdere l’aria che trattieni. All’apparenza sembra che si perda qualcosa di vitale come l’aria, ma è la sola condizione per poter vivere. Trattenendo il fiato, non c’è speranza di vita: si muore.

Le altre parole di Gesù, «Venite benedetti», ricalcano invece quelle pronunciate da coloro che si sono fatti ospitali verso i fratelli più piccoli e, sentendoli come una benedizione, hanno detto loro: “venite avanti, entrate, c’è posto anche per voi”. Una ospitalità che suscita stupore e meraviglia in coloro che sono abituati ad essere respinti ai margini; la stessa gioiosa meraviglia che pervaderà coloro che alla fine scopriranno di aver accolto in quei piccoli il Figlio dell’uomo.

L’apostolo Paolo fa seguire alle parole «nessuno vive per se stesso» queste altre: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14,8). L’appartenenza al Signore consiste nell’aver preso parte alla sua vita nascosta nei più piccoli, a prescindere dall’averlo incontrato e riconosciuto nella fede oppure no. Tale appartenenza si attua ogni volta che la nostra umanità prende la forma di una “pro-esistenza”, espressione coniata dal teologo Heinz Schürmann per indicare l’apertura della vita di Gesù agli altri, che nella morte ‒ con il suo affidarsi al Padre e il perdono rivolto ai suoi uccisori ‒ raggiunge il culmine della sua ampiezza. In questa sconfinatezza ed eccedenza di amore egli rivela l’unità profonda di destino dell’uomo e di Dio, dell’infinito nel finito: il Dio con noi, chiamato nel Natale, l’Emmanuele.

E da domani, inizio dell’Avvento, proveremo a cercarlo sul quel confine incipiente che non è limite ma porta ‒ un “vado” ‒ lo stesso dell’aurora che chiama al senso e ne è l’accesso, quello del suo originarsi e del suo compiersi come amore, praticando il quale si potranno ritrovare i nomi dei luoghi, dei volti e delle cose: il lontano vicino, l’estraneo fratello. Scrive Maria Zambrano: «L’Aurora appare distesa, seminata come un germe che irrompe nell’oscurità. Appare, a colui che la attende o la spia, innanzi tutto come una linea, come un confine che divide; linea che separa offrendo, creando insieme abisso e continuità. La linea dell’Aurora tanto attesa non è già l’Alba. L’alba comincia a fondersi a fuggire quasi, offrendo l’immagine lieve di tutto un regno, di qualcosa di ineccepibile; mentre l’Aurora, che ha risvegliato il germe dell’illimitato e dell’ardente, ci appare come un limite, un confine che ci arresta e ci chiama in modo ineludibile. L’apparizione dell’Aurora unifica i sentire trasformandoli in senso, reca il senso la sua origine e la sua finalità» (Dell’Aurora, 27).

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
Natale in tutte le lingue del mondo

Si fa presto a dire ‘Buon Natale’, ma quanti Natali esistono e quando hanno avuto origine le festività natalizie?
Ci sono l’inglese Christmas e l’olandese Kerstmisse, che alludono chiaramente al significato religioso cristiano della festività. Il tedesco Weihnacht o Weihnachten, che significa ‘notte sacra’, è più vago e potrebbe essere uno di quegli esempi di commistione e sovrapposizione fra culto cristiano e precedenti culti pagani. Il termine francese Noël, di origine incerta, secondo molti studiosi corrisponderebbe al provenzale Nadau o Nadal, che insieme allo spagnolo Navidad e all’italiano Natale derivano dal latino natalis, ‘nascita, compleanno’: anche se si potrebbe pensare alla nascita del Cristo, di nuovo torna l’ipotesi di una sovrapposizione fra i festeggiamenti cristiani e pagani del 25 dicembre. Nel tardo impero romano, infatti, il 25 dicembre, giorno del solstizio d’inverno del calendario giuliano, si festeggiava la rinascita del Sol Invictus, a sua volta spesso identificato con la divinità di origine orientale Mitra. Dal latino derivano anche i termini che indicano le festività natalizie nelle lingue slave: il polacco Kolenda, il ceco Koleda, il lituano Kalledos, il russo Kolyáda. Insieme al nome greco Kàlanda, derivano tutti dalle Calendae romane, a indicare come i giorni tra il 25 dicembre e il 6 gennaio venissero considerati quasi da subito un ciclo unitario di feste. Completamente diversa la parola usata nel mondo scandinavo: Yule, Jul in danese. Le sue origini sono state ampiamente discusse, ma senza arrivare a conclusioni definitive. L’unica cosa certa è che si tratta del nome di una stagione germanica: probabilmente un periodo di due mesi che copriva la seconda metà di novembre, dicembre e arrivava fino alla prima metà di gennaio.
Ma da quando Natale è il 25 dicembre? È piuttosto sicuro che le prime celebrazioni della nascita di Cristo il 25 dicembre siano avvenute a Roma verso la metà del IV secolo. La più antica fonte sulle celebrazioni in questa giornata è, infatti, il ‘calendario filocaliano’, un documento romano risalente a non prima del 354 d.C., ma che incorpora un documento più antico databile al 336 d.C. Da Roma, anche attraverso la conversione dei Barbari, il Natale si diffuse in tutta l’Europa occidentale. In Oriente, invece, il processo è stato più difficoltoso: qui la nascita del Redentore veniva inizialmente celebrata il 6 gennaio, che non commemorava l’adorazione dei Magi, ma il battesimo. La più tenace nel rifiuto dell’adozione della nuova festività del 25 dicembre è stata la chiesa di Gerusalemme, che sembra averla introdotta solo nel VII secolo. La chiesa armena, dal canto suo, festeggia ancora oggi insieme Natività ed Epifania il 6 gennaio.

CALENDARIO DELL’AVVENTO
Il Grinch

In odor di Natale siamo tutti più buoni. Ma soprattutto felici.
Questa tautologia che proviene dalla notte dei tempi è una nota stonata nella filosofia del Grinch, protagonista dell’apprezzato racconto per bambini “Il Grinch” (“How the Grinch Stole Christmas”) di Theodor Seuss Geisel, noto come Dr. Seuss, pubblicato nel 1957 e fonte della celebre trasposizione cinematografica interpretata da Jim Carrey.
Il Grinch è un omuncolo verdastro, coperto di peli; scorbutico e dispettoso, sostenuto e sarcastico, è sempre pronto a creare zizzania nell’idillico paesino di Chinonsò e dei suoi rosei e paffutelli abitanti, che vivono in perenne preparazione del Natale, vedendo in questa attesa l’unico suo vero senso. Il Grinch vive isolato dai suoi ex concittadini che lo temono e lo tengono a distanza, in un rapporto distorto di affinità elettiva con il paese che non lo accetta e che a propria volta non accetta complice quel Natale che lo tormenta, di cui non riesce ad afferrare il meccanismo, né il senso., decidendo – deliziato – di rubarlo.

“Tutti i Nonsochi a Chinonsò
amavano il Natale…
ma al Grinch,
che viveva appena al nord di Chinonsò,
non piaceva affatto!”

La colpa di questo risentimento sembra essere il cuore, che è “troppo piccolo di due taglie”; e di conseguenza gli rende faticoso non solo amare, ma anche provare entusiasmo e trasporto per un periodo dell’anno il cui seguito festoso – fatto di luci, regali, abbracci e canzoncine – sembra essergli quanto di più orrendo e sgradito possa esserci.

“Sono 53 anni che subisco questa cosa. DEVO impedire a questo Natale di arrivare… ma COME?”

Come in ogni fiaba che si rispetti, però, il protagonista subisce una evoluzione, nel momento in cui si rende conto che il Natale è (dovrebbe essere) molto di più che un circo rumoroso bensì, per chi è credente, generosità e celebrazione di un momento santo. E lo capisce grazie a una bambina che gli mostra, con l’innocenza che può nascere solo dagli occhi di un bambino.

“E poi pensa e ripensa,
gira e rigira e prova,
il Grinch pensò a una cosa
completamente nuova.
«Forse – pensò – il Natale non viene dai negozi, dagli empori,
dal market o dagli altri servizi.
Forse ha un significato più profondo e vitale…
Chissà se è proprio questo il vero senso del Natale!»”

Ma il Grinch è anche e soprattutto quel pezzetto (piccolo o grande) che sta in ognuno di noi, a Natale e nella vita. Ci immedesimiamo facilmente nella sua perplessità sardonica, ma anche nella sua unicità che ci rende diversi da una massa, che ci fa a volte sentire fuori posto o inadeguati.
Che insegna a sentire il senso autentico delle cose, libere dalla zavorra che si chiamano forma e apparenza; e a trovare il senso di essere accettati per quello che si è, ascoltare un altro punto di vista e vedere ogni cosa con occhi nuovi. Anche il Natale.

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