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Il ritorno dell’inflazione e dei tassi d’interesse.
Il sistema si autoassolve a spese dei cittadini

Il 21 luglio 2022 la Banca Centrale Europea (BCE) ha alzato i tassi di 50 punti base, un rialzo forte che pone fine al denaro a buon mercato durato 11 anni.

Una delle prime conseguenze per i consumatori sarà di avere dei mutui più cari, mentre per lo Stato sarà di pagare maggiori interessi sulle sue emissioni, quindi pagherà più interessi sui titoli di stato decennali (BTP) e il debito pubblico aumenterà insieme alla colpa morale dei cittadini.

A seguire la FED ha aumentato a sua volta i tassi di 75 punti base portando il tasso di riferimento al 2,5% e così ha fatto anche la BCE che ha portato i tassi all’1,75%, in questo caso il maggior rialzo da 27 anni.

Perché le banche centrali stanno rispolverando le loro armi di politica monetaria e cosa sta succedendo davvero?

Il motivo principale per cui si alzano i tassi di interesse è quello di combattere l’inflazione. Come si sa stiamo attraversando un periodo in cui l’inflazione ha raggiunto vette inedite per il nuovo millennio, nell’Eurozona ha superato l’8% mentre negli Stati Uniti e in Gran Bretagna addirittura il 9%.

Sia la causa (l’inflazione) che la reazione (aumento dei tassi) hanno effetti diversi sull’economia finanziaria e su quella reale, sui decisori e sulla massa. Il mercato delle valute (Forex) ci aiuta a fare qualche passo in avanti per comprenderlo. Dopo un aumento dei tassi di interesse ci si aspetterebbe che la valuta di riferimento si rafforzi in quanto il suo valore aumenta. Invece ad ogni annuncio di un rialzo del tasso di riferimento queste crollano (relativamente) a dimostrazione che gli investitori sanno bene che prima di scommettere è d’obbligo dare un’occhiata a quello che succede nell’economia reale, ovviamente non perché gli interessi quello che succede alla gente ma per trarre conclusioni utili per i suoi guadagni. E qui si realizza a pieno la contrapposizione tra l’interesse del cittadino comune e quello del potere (o élite, o decisori, o l’1% della popolazione).

Negli Stati Uniti, ad esempio, il 5 agosto ci si aspettava che i tassi di occupazione nel settore non agricolo riferiti al mese di luglio avrebbero confermato un ribasso. Invece c’è stato un aumento di 528.000 unità, più del doppio delle 250.000 previste, mentre il tasso di disoccupazione è sceso dal 3,6% al 3,5%. Bene, si penserà. Invece no. Un aumento dell’occupazione porterà sicuramente ad un ulteriore aumento dell’inflazione il che a sua volta porterà ad ulteriori interventi della Banca Centrale in senso restrittivo, cioè nuovi aumenti dei tassi di interesse.

Chiariamo: aumentare i tassi di interesse significa che il denaro costa di più e quindi se ne chiederà in prestito di meno. Ci saranno meno soldi in giro da investire e a prezzi più alti, l’economia si contrarrà, il PIL scenderà a causa delle minori transazioni e “finalmente” aumenterà la disoccupazione, cosa che potrebbe rimettere a posto le cose con l’inflazione. Nel frattempo prevale il sentimento negativo e gli investitori aspettano se questo ciclo, previsto ampiamente, si verifichi sul serio.

Del resto qui si sta affrontando un’inflazione causata dall’aumento delle materie prime, cioè “esterna”, e quindi abbassare il potere di spesa dei lavoratori potrebbe essere un’arma spuntata, anche se è sempre quella preferita dai governi. È sempre meglio avere un colpevole pronto da utilizzare piuttosto che dover spiegare il perché o la legittimità delle decisioni prese dai governi.

Aumentare il costo del denaro ha un costo sociale e purtroppo il prezzo pagato non è mai stato equamente condiviso.

Nel passato, una delle posizioni più estremiste in senso restrittivo fu quella sostenuta da Paul Volcker, il Falco dell’inflazione, presidente della FED dal 1979 al 1987.

In sintesi e in cifre, Volcker portò il tasso d’interesse fino al 20%, di conseguenza l’inflazione negli Stati uniti dal 13,5% del 1981 scese al 3,5% nel 1983. Il grande successo ottenuto significò anche una perdita del PIL del 19% e una disoccupazione che arrivò a superare il 10%, qualcuno dovette sacrificarsi per il benessere di qualcun altro.

Questo negli Stati Uniti. In Italia per combattere l’inflazione si tolse potere pubblico dalle banche centrali. Da quel momento il debito pubblico si impennò fino ai valori attuali e sostanzialmente lo Stato perse il potere di gestirlo dovendo rimettersi al mercato per ogni rifinanziamento dei suoi titoli. Successivamente si passò all’inganno della scala mobile, ridimensionata a furor di popolo e poi eliminata definitivamente. Con queste operazioni si tolse, da una parte, potere ai cittadini di controllare attraverso i suoi rappresentanti le finanze dello Stato e, dall’altra, si affermò il principio che la colpa dell’inflazione fosse dei lavoratori, erano i loro salari a tirarsi dietro l’inflazione e non i disastri delle errate decisioni politiche. Oggi abbiamo gli stipendi fermi agli anni ’90, ma qualcuno ancora pensa che siano troppo alti rispetto alla nostra competitività. Segno che il potere non perde mai smalto.

Sia nel caso americano che italiano non ci furono proteste, anzi. Ronald Reagan godette del ritorno delle politiche monetarie di Volcker aumentando il suo consenso. I lavoratori italiani reagirono ai movimenti sindacali, che volevano il ripristino dei punti di scala mobile che gli erano stati sottratti, con una montagna di like al governo Craxi tramite referendum nel 1985. Diedero cioè fiducia a chi aveva acceso il fuoco alla pentola piena dell’acqua che li avrebbe bollito, a fuoco lento, come la rana del famoso esempio di Noam Chomsky. Ciò che va bene alla classe dirigente va  bene per tutti.

I governi, nel tempo, ci hanno lentamente convinto che siamo tutti nella stessa barca e che quindi qualsiasi interesse da perseguire sia un interesse comune. Le Banche Centrali ci hanno invece convinto che tutte le decisioni di politica monetaria siano nel nostro interesse, quindi “sappiamo” che se i salari sono bassi è colpa nostra, siamo poco produttivi e che se c’è l’inflazione va combattuta fino all’ultimo lavoratore.

È più psicologia che economia. Un po’ come gli influencer che predicano la tutela dell’ambiente e prendono milioni di like che si traducono in lauti guadagni (per loro) e poi si fotografano mentre vanno in vacanza sui loro jet privati, super lusso e altrettanto super inquinanti e prendono milioni di like che … si traducono di nuovo in lauti guadagni (per loro).

Insomma: il popolo non fa e non sa più fare la differenza, in particolare da quando si è ridotto il margine delle sue manovre. Oggi infatti gli si chiede solo di scegliere se premere quel pulsante, dare o meno un like. Metodo che utilizza anche qualche movimento politico, sostituire il peso dell’impegno alla conoscenza (diverso da quello dell’odierno attivismo politico) con la semplice scelta tra un pollice su oppure giù.

LA PARABOLA DEL PIL, LE SCELTE SBAGLIATE, UN’ITALIA SEMPRE PIU’ POVERA

Secondo i dati di Banca d’Italia, il debito pubblico italiano al 31 dicembre 2019 era a quota 2.409 miliardi di euro, in calo rispetto ai circa 2.446 miliardi del mese precedente e al massimo storico registrato a luglio 2019 di 2.466 miliardi di euro.
Anche se in lieve e momentaneo calo dovuto al fortunoso calo dei tassi di interesse, rimane un debito ‘fuori controllo’. Studiosi ed economisti concordano sul fatto che per abbassarlo sarebbe necessaria una crescita nominale (cioè comprensiva di inflazione) attorno al 2-3%. Una crescita del genere eviterebbe la necessità di ricorrere alle classiche manovre lacrime e sangue, a cui del resto siamo abituati e che ormai, almeno a parole, si è compreso deprimano ancora di più il ciclo economico mentre svuotano le tasche degli italiani.

Purtroppo sembra davvero poco credibile l’idea di una crescita di tale portata, proprio perché l’impostazione generale del sistema non permette gli investimenti che sarebbero invece necessari per ottenerla. E che sia necessario spendere lo hanno detto persino Draghi, Lagarde e Von Der Leyen, ma sembra che sostanzialmente l’invito sia caduto nel vuoto perché a spendere dovrebbe essere soprattutto la Germania che ha i necessari surplus per farlo. Ma la Germania non vuole, quindi siamo punto e a capo.
Come si vede dal grafico, la crescita del nostro Pil è diminuita seguendo l’intensità dell’applicazione delle teorie neoliberiste. Il declino inizia dalla fine degli anni ’70, quando c’è l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo nel ’79, poi l’indipendenza della Banca d’Italia dal 1981 in avanti, fino all’Eurozona e ai giorni nostri.

Contemporaneamente iniziava la cessione dei diritti, dalla scala mobile fino all’abolizione dell’art. 18 e alle continue leggi sul lavoro tese a diminuire l’importanza del noioso “posto fisso” a favore del più allegro precariato. La pressione fiscale, grazie anche alla riduzione delle aliquote Irpef, si spostava a carico dei ceti più poveri.
Dagli anni ’90 si sono cedute aziende e banche attraverso privatizzazioni selvagge che impediscono oggi di poter intervenire con programmi e piani industriali che avrebbero potuto mitigare le ultimi devastanti crisi economiche anche evitando i tanti licenziamenti che continuamente il ‘libero mercato’ pretende. Numerosi studi hanno dimostrato che queste cessioni non hanno prodotto adeguati introiti e hanno causato mancati guadagni, ma ancora non abbiamo imparato la lezione.
Tanti stati hanno operato scelte diverse ottenendo risultati sicuramente migliori, dalla Germania a Singapore, dal Giappone alla Francia passando per la Corea del Sud, il mondo è pieno di esempi da prendere a modello che si sono tenuti aziende e capacità di credito attraverso il controllo della propria banca centrale o di banche pubbliche.

L’Italia è un Paese in continuo affanno, non si controlla credito e non si hanno aziende strategiche da tutelare e da utilizzare come paracadute, non si riesce nemmeno a definire una lite condominiale ma ogni anno abbiamo bisogno di emettere 400 miliardi di euro per finanziare altro debito. E cosa ci dicono in merito? Che la condizione necessaria per farlo è avere la fiducia dei mercati, uno spread basso, lasciare al loro posto i soliti politici che possono occuparsi di piantare alberi, dell’accoglienza ai migranti, della parità di genere e di scacciare i fascisti, qualora riuscissero a trovarne qualcuno. tutto il resto è tabù altrimenti la BCE non ci compra i btp con il quantitative easing.

Spendiamo per interessi il 3,6% del Pil, attorno ai 60 miliardi l’anno, cioè più che per investimenti, scuola, ricerca e difesa. Una cifra mostruosa più del debito stesso che toglie margini di manovra a qualsiasi governo, di destra e di sinistra (semmai se ne vedesse la differenza) per eventuali investimenti sulla crescita.
Quindi cosa fare? Nessun dubbio per gli esperti: lotta all’evasione, riduzione della pressione fiscale, riordino della macchina pubblica, riforma organica della giustizia civile, investimenti mirati in ricerca, innovazioni, tecnologie digitali e green ecomomy, rilancio di una vera politica industriale e di una politica dell’offerta che apra il mercato attraverso liberalizzazioni mirate e coraggiose in settori in cui tuttora dominano interessi corporativi diffusi.
A tanta saggezza potremmo solo obiettare che: 1) l’evasione non è stata la causa dei 3.100 miliardi di interessi che abbiamo pagato dal 1980 ad oggi, quindi bisognerebbe cercare altrove oltre che magari farla davvero questa lotta (ma se non ci fosse l’evasione, a chi addosserebbero la colpa del fallimento?;  2) visto che in questo sistema gli ospedali, le scuole e le pensioni si finanziano con i soldi delle tasse, se lo Stato incassa meno come le finanzia?; 3) ricerca, innovazione e green economy presuppongono investimenti, se lo Stato non può spendere aspettiamo i privati e la mano invisibile del mercato? intanto ad isolare il coronavirus allo Spallanzani è stata una lavoratrice precaria, una figura sempre più stabile nel panorama italiano; 4) il rilancio di una politica industriale in un paese senza spina dorsale, ovvero senza aziende di proprietà e banca centrale che risponde al Ministero dell’Economia, è pari a zero in quanto non ha strumenti per influenzare il ciclo economico; 5) sulle liberalizzazioni o privatizzazioni abbiamo già detto, notiamo semplicemente che prima o poi riusciranno a vendere anche l’aria che respiriamo convincendoci che è nel nostro interesse.

La soluzione a questo punto è accettare la lenta agonia oppure riprendere in mano le redini del destino (economico) attraverso un ritorno alle politiche keynesiane, una riscrittura delle regole europee, assicurare almeno una condivisione del debito e nessun freno agli investimenti, soprattutto nella ricerca e nell’istruzione.

Quantitative easing senza fine

La Banca Centrale Europea ha deciso che l’operazione di Quantitative Easing si concluderà a fine 2018. Il suo Governatore, Mario Draghi, ha precisato che si tratta di una sospensione, ma che lo strumento esiste e, se ce ne dovesse essere bisogno, potrà essere utilizzato di nuovo in futuro.
Il quantitative easing (qe) era stato introdotto nel 2015 e in tre anni e dieci mesi di vita ha prodotto (e produrrà) acquisti di titoli di varia natura, ma soprattutto titoli di Stato, per 2.595 miliardi di euro. 600 miliardi acquistati nel 2015, 900 nel 2016 quando gli acquisti mensili furono portati a 80 miliardi, 780 nel 2017 e 315 nel 2018, considerando che da gennaio a settembre gli acquisti mensili equivalgono a 30 miliardi per poi attestarsi a 15 come operazione di tapering (diminuzione degli acquisti) nell’ultimo trimestre.
Il proseguimento degli acquisti ha determinato un incremento dello stato patrimoniale consolidato dell’Eurosistema, che è aumentato del 22% portandosi a quota 4.472 miliardi di euro (3.661 miliardi nel 2016).

Cosa prevede il post-que?
Un primo ed evidente dato tecnico sarà assistere alla diminuzione dello stato patrimoniale della Bce, che appunto calerebbe non avendo più 2.595 miliardi di asset. Oppure no. La Bce potrebbe infatti decidere di mantenerlo reinvestendo il controvalore dei titoli o, ancora, vendere i titoli prima della scadenza.
Il motivo? Mantenere liquidità nel sistema. Opzioni che al pari dello stesso qe sostituiscono le parole, ma non cambiano il concetto dello ‘stampare moneta’, che non si può dire. Come aveva detto in conferenza stampa qualche tempo fa Mario Draghi rispondendo alla domanda di un giornalista: “la Bce ha ampie risorse per affrontare qualsiasi crisi”, “possono finire i soldi?”. I soldi non possono finire in quanto c’è qualcuno che ha il potere di crearli al bisogno, ma se la si facesse troppo facile allora crollerebbero le azioni di chi ha il potere di farlo, qualcuno perderebbe insomma potere e anche la possibilità di imporre sacrifici.

La logica dovrebbe poi aiutarci a comprendere che in un sistema deve per forza esserci qualcuno che la moneta la immetta, altrimenti quanto meno non sarebbe più possibile effettuare scambi (e far crescere il pil). E chi ha il potere di farlo, viene da sé, ha costi di emissione irrisori a meno di non voler far credere che debba andarli a cercare chissà dove o scavarli nelle miniere.
Ora, tenere in piedi una messinscena così complessa per fare l’ operazione più semplice dell’universo può portare all’ilarità ma purtroppo, nella nostra vita reale, porta più spesso alla disperazione, alla chiusura delle aziende, ai licenziamenti, all’impoverimento dei cittadini. Alla regressione totale di intere nazioni in termini finanziari, sociali, di fornitura di servizi, di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza.

In conclusione prendiamo atto, come sempre, delle decisioni di fare e disfare sulla nostra pelle, senza motivi reali o veramente necessari. Accettiamo di buon grado, non potendo fare altro, l’imminente interruzione dell’acquisto di titoli da parte delle banche centrali quando nemmeno il target dell’inflazione al 2% è stato raggiunto e nonostante questa operazione avesse dimostrato ai più che era possibile tenere lontano la speculazione e gli alti tassi d’interesse a carico degli Stati.
Dopo la fine del qe crescerà la vulnerabilità degli Stati, si alzeranno i tassi di interesse sui titoli, e quindi più costi sul piano debito pubblico, e gli spread (almeno per alcuni Paesi). Probabilmente ci sarà anche un rialzo dell’euro sul dollaro, il che peggiorerebbe i rapporti di bilancia commerciale, ovvero potrebbe intaccare la quota di surplus raggiunta sulle esportazioni. Da considerare che proprio grazie al qe il rapporto euro-dollaro aveva subito una svalutazione più o meno del 30% e tale svalutazione ci ha avvantaggiato senza portarci le catastrofi che invece si invocano quando si parla di una possibile svalutazione di una eventuale “lira” in caso di uscita dal sistema di cambi fissi dell’euro.
Insomma, se si ha a disposizione un’arma per allontanare la speculazione e migliorare anche la bilancia commerciale, perché non utilizzarla? Misteri delle regole europee, ma anche delle convinzioni indipendentiste rispetto alle banche centrali, le quali, si dice, devono operare per mantenere inalterato le leggi del mercato anche a discapito di Stati e cittadini.

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ECONOMIA
Banche centrali e libero mercato.
Ora siamo di fronte al baratro

Fino al 1981 la Banca d’Italia era prestatrice di ultima istanza, cioè comprava tutti di titoli di Stato emessi dal Ministero del Tesoro che eventualmente fossero andati invenduti alle aste periodiche. Questo voleva dire principalmente due cose: la prima, era possibile tenere sotto controllo l’interesse al quale si voleva vendere i titoli; la seconda, conseguente alla prima, nel caso il mercato avesse preteso interessi troppo alti lo Stato italiano si sarebbe potuto rifiutare di pagarli avendo a sua disposizione un Ente pubblico che li avrebbe comunque comprati.
Un’altra considerazione da fare, anzi altre due: a quel tempo, quindi, si monetizzava il debito; in fondo se era possibile monetizzare i titoli allora sarebbe stato possibile anche evitare di inscenare la farsa dell’asta pubblica per la vendita di tali titoli.
Detto in maniera più chiara: se il Ministero del Tesoro poteva ordinare alla Banca d’Italia di comprare tutti i titoli invenduti, allora avrebbe potuto anche non emetterli chiedendole direttamente di stampare il corrispettivo in lire. Ma in ogni caso farlo, all’interno di un sistema controllabile, significava pur sempre dare un qualche guadagno al risparmio privato, un altro modo di rispettare la nostra Costituzione, quindi perché non farlo?

Dopo il 1981 si è deciso che bisognava affidarsi ai mercati, quindi che lo Stato non doveva più stampare moneta, ma poteva solo chiederla in prestito e di conseguenza si è decisa l’indipendenza della Banca d’Italia dallo Stato e la sua contemporanea sottomissione alle leggi del mercato. A distanza di ‘qualche’ anno e guardando i dati di crescita, di occupazione e di benessere ci sarebbe da fare qualche considerazione in merito a questa scelta.

Cosa succede oggi? Più o meno procediamo nella stessa direzione: verso il baratro. Lo Stato ha ceduto ulteriormente la propria sovranità monetaria alla Bce, ma mentre fino all’avvento dell’euro avrebbe potuto in ogni momento ritornare sulle sue decisioni e quindi ritornare a monetizzare il suo debito, oggi questa possibilità diventa sempre più remota. Diventa sempre più difficile riprendere il controllo della gestione statale anche perché tutte le leggi in programma per il futuro prossimo sono tese a ribadire questo concetto e sempre più a determinare la supremazia dei mercati in tema di finanziamento degli Stati. In pratica si rende possibile il loro fallimento qualora operassero scelte non gradite alle maestà regnanti il ciclo finanziario. Quindi: perenne ricattabilità.

Tuttavia, che soluzioni diverse siano possibili è sotto gli occhi di tutti, e questo è persino stupefacente. Basta seguire le orme dei nostri Btp decennali e le altalene dello spread. Per farlo partiamo da alcuni dati.

La Bce ha un capitale di quasi 11 miliardi versato dai paesi aderenti all’euro, più altri 120 milioni versati dai paesi che invece non vi fanno parte (per esempio Uk o Danimarca). In base all’ammontare versato si stabilisce la percentuale di partecipazione al capitale della stessa e quindi l’Italia avendo versato 1.332.644.970,33 milioni di euro ha una partecipazione del 12,3108%, in termini assoluti in questa graduatoria siamo terzi dopo Germania e Francia.

Dopo il marasma Berlusconi nel 2011, in cui il nostro spread nei confronti degli ottimi bund tedeschi era arrivato a più di 500 e si slanciava verso i 600, il governatore della Bce Mario Draghi annunciò che avrebbe avviato una grande operazione a sostegno del debito degli Stati attraverso l’acquisto di titoli sul mercato secondario. Operazione questa non nuova: si chiama ‘quantitative easing‘ (alleggerimento quantitativo) e serve per immettere soldi nel circuito monetario attraverso le banche commerciali. La banca centrale, che ha il potere di emettere moneta, ricompra cioè dalle banche commerciali i titoli di Stato che queste detengono e gli dà moneta fresca. Queste ultime, bontà loro, dovrebbero utilizzare questi soldi per immetterli nell’economia reale attraverso il credito alle imprese e i mutui alle famiglie.
Quanti titoli italiani possono essere comprati con questo sistema? Appunto una somma che equivale al 12,3108% del totale, meno la quota utilizzata per comprare obbligazioni, così come previsto dal programma della Bce, delle migliori aziende in circolazione. Insomma una cifra di cui abbiamo già ampiamente detto su queste pagine in altri articoli, ma il punto qui è un altro.

Attualmente il nostro spread oscilla tra i 170 e i 180, la Francia sopra 60, il Portogallo sopra i 350 e la Grecia sopra i 600. Più alto è lo spread più interessi si pagano e poiché uno stato per finanziarsi deve chiedere soldi sul libero mercato, più è alto lo spread e meno questi è propenso a prestargli soldi perché se lo spread è alto vuol dire che fai fatica a rimborsare il prestito per cui il mercato si fida di meno e se deve rischiare di più vuole essere per questo remunerato altrettanto di più. Può sembrare complicato, ma è semplicemente una ruota che gira su se stessa oppure il classico cane che si morde la coda.

Per abbassare lo spread, come abbiamo ampiamente verificato, c’è bisogno dell’intervento di una Banca Centrale e non tanto di un governo nuovo: quello che è successo a noi a partire dal 2011 insomma. Risolse la situazione il “whatever it takes…” di Draghi più che il governo Monti, che semplicemente aveva il compito di fare le riforme strutturali, ovvero di assicurare ai mercati che lo Stato sarebbe intervenuto sempre meno a sostegno di imprese e famiglie italiane. Compito che, tra l’altro, assolse in maniera ineccepibile!

Quindi il senso di tutto ciò è che una Banca Centrale può fare la differenza, è l’unica che può cavalcare i mercati, abbassare gli spread (e quindi gli interessi che si pagano sul debito emesso) e permettere a uno Stato di difendersi dall’ingordigia della finanza privata. Basterebbe per esempio che ci fosse un sistema mutualistico e di cooperazione tra i paesi dell’eurozona con cui superare il principio del Capital Key, secondo il quale la Bce compra i titoli di debito solo in proporzione al capitale versato a similitudine di quanto può avvenire e sembrare giusto in una sana competizione tra aziende private.
Quando, invece, si parla di Stati e non di aziende e interessi privati si dovrebbero tutelare gli interessi dell’intera cittadinanza, comprese donne e bambini, anziani e incapaci, lavoratori e pensionati. Quindi in questo momento la Bce dovrebbe aiutare, per esempio, Portogallo, Grecia e Italia. In altri momenti, altri paesi eventualmente in difficoltà.
Ma questo non potrà mai succedere in questo tipo di Europa da film dell’orrore. Perché i principi sono diversi, ognuno deve fare da e per sé, come nella giungla dove si sa dall’inizio chi vince: il più forte. Oggi il più forte è la Germania e quindi bypassa le regole che impone agli altri e fa il suo comodo; domani, quando il quadro normativo sarà completato e tutto il debito degli Stati sarà consegnato ai vari Soros del mondo, i più forti saranno i mercati finanziari e gli Stati saranno definitivamente distrutti e asserviti al ‘libero’ mercato.

Una Banca centrale che ha il potere di creare i soldi e che, come dice lo stesso Draghi, “ha ampie risorse per affrontare qualsiasi momento di difficoltà”, dovrebbe operare a favore degli Stati (cioè donne, bambini, vecchi, malati, pensionati e diversamente abili, poveri con redditi troppo bassi per essere dignitosi) e non a favore del mercato, il cui essere ‘libero’ non ci fa star meglio.
Certo queste decisioni le dovrebbero prendere i politici che dovrebbero adoperarsi per riprendere il controllo dell’economia e porsi come primo obiettivo quello di dare un’anima a questa Europa che al momento ne è totalmente priva.

Scopriamo il Target 2 e il surplus commerciale.
Le pretese di Draghi e l’opinione dell’economista Giovanni Zibordi

Il sistema Target 2 è quel sistema che registra i pagamenti tra le banche commerciali e le rispettive banche centrali dei vari paesi dell’eurozona, pagamenti garantiti dalla Banca Centrale Europea che supervisiona. Sostituisce il vecchio Target dal 2007. Quindi immaginiamo una piramide alla cui base ci sono le banche commerciali, poi le banche centrali dei vari paesi aderenti ed infine la Bce. Le banche centrali operano attraverso le riserve, cioè i conti corrente delle banche commerciali accreditati presso di loro. Ogni banca ha un conto corrente presso una Banca Centrale, come i cittadini ne hanno uno presso la loro banca. La differenza è che i conti corrente delle banche presso le Banche Centrali si chiamano riserve. Le riserve possono essere manipolate dalle Banche Centrali, cioè aumentate o diminuite per determinati motivi. Nel 2008 la Fed aumentò le riserve dell’Aig di 130 miliardi, schiacciando un tasto e senza toccare i soldi dei contribuenti, per salvarla dal default.
Altro concetto importante è che le Banche Centrali non possono finire i soldi (su questo rimando alle dichiarazioni di Draghi in un mio precedente articolo: leggi).

In sintesi il Target 2 funziona così: se acquistiamo un paio di scarpe prodotte in Germania il corrispettivo passa da una banca italiana a una banca tedesca. L’operazione viene registrata ai sensi appunto del Target 2, di conseguenza la registrazione certifica una fuoruscita di soldi dall’Italia verso la Germania e le riserve delle Banche Centrali dei due Paesi vengono diminuite o aumentate.
Ma cosa succede se l’Italia compra troppe scarpe dalla Germania e nessuno compra, invece, i calzini che noi produciamo? Che cominciamo ad avere problemi di liquidità e per continuare a comprare scarpe in Germania, ma anche prodotti in altre parti del mondo, una Banca Centrale ci deve mettere a disposizione della liquidità oppure, nel nostro sistema monetario, bisogna trovarla sui mercati ai prezzi correnti.
Fino al 2008 la liquidità veniva trovata attraverso la vendita dei btp, poi la crisi del 2008 ha cambiato un po’ le percezioni degli investitori e fino al 2011 si sono fermati gli acquisti, per cui questa liquidità ha cominciato a essere automaticamente fornita dai paesi in surplus, come la Germania e l’Olanda, senza che questi potessero rifiutarsi. A quella data questi paesi vantavano crediti Target 2 per circa 1.000 miliardi di euro.
Il Target 2 prevede l’intervento automatico della Banca Centrale del Paese in surplus commerciale, nel nostro caso la Bundesbank, e quindi che la Germania finanzi gli altrui deficit, cioè fornisca liquidità per poter continuare a comprare eventualmente le loro stesse scarpe, ma anche le macchine giapponesi e le noccioline americane.

Teniamo sempre presente che l’economia reale, mentre le Banche Centrali sviluppano questi conti e aumentano o diminuiscono riserve, continua a vivere indipendentemente: chi deve ricevere, riceve i suoi crediti e chi deve pagare, paga i suoi debiti. Quindi il Target 2 procede sulla sua strada e l’economia monetaria gira, o piuttosto si è bloccata proprio quella dei Paesi a cui è stata imposta l’austerità (espansiva) per rimettere a posto queste benedette riserve.
È importante comprendere quindi che la liquidità agli utenti viene fornita e l’azienda che ha effettivamente venduto incassa il suo credito nella sua banca, mentre chi ha comprato effettivamente si vede scalare quella cifra dal suo conto. Questo perché le Banche Centrali hanno fornito la credibilità necessaria all’operazione attraverso aumento e diminuzione delle riserve detenute.
Del resto, mi chiedo, come potrebbe essere diversamente? Se si uniscono Paesi con differenti capacità produttive, competitive, tecnologiche e quant’altro, bisognerebbe accettare anche di compensare gli squilibri esistenti. Non si può fare un’unione monetaria con il Burkina Faso e pretendere che produca quanto produciamo noi, sia competitivo e presente sul mercato mondiale, senza che nemmeno abbia le infrastrutture o il Know how per poterlo fare. Se facciamo questa unione la portiamo a termine accettando dall’inizio di dover sacrificare qualcosa a meno che non lo facciamo solo per sfruttare lo sfruttabile e poi buttare il resto a mare.
Rifiutarsi di fornire liquidità ai Paesi aderenti che ne hanno necessità, dopo che questi hanno rinunciato alla possibilità di creare liquidità sul mercato dei cambi o attraverso le operazioni della propria Banca Centrale, avrebbe significato far saltare l’euro con largo anticipo rispetto a quando salterà sul serio. Il fatto che si creino squilibri, come spiegato sopra, è del tutto naturale e non è attribuibile a nessuno, tantomeno ai paesi più deboli della catena. È uno squilibrio insito nelle differenze esistenti fra paesi diversi e risolvibile solo con una unione politica in cui sia ovvio che ognuno aiuti l’altro, insomma un sistema cooperativo e collaborativo, federale, tipo tra gli stati degli Stati Uniti, per capirsi.

Invece gli Stati ‘forti’ dell’eurozona hanno imposto dal 2011 l’austerità con tutte le conseguenze del caso agli stati ‘deboli’, altro che condivisione. Il senso è stato: non vogliamo rischiare di perdere crediti. Questo dimostra anche che, oltre alla diffidenza che male si addice a una eventuale idea di unione politica, il problema è sempre più del creditore che del debitore, in particolare quando le cifre sono consistenti.

Vediamo cosa ne pensa Giovanni Zibordi, economista e sicuramente uno dei migliori conoscitori del funzionamento di mercati finanziari e contabilità bancarie che abbiamo in Italia.

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Giovanni Zibordi

Questi crediti da una parte e debiti dall’altra sono soldi veri e vanno compensati come dice Draghi?
In realtà non si tratta di soldi come molti di noi sono abituati a pensare, si tratta di riserve presso la Banca Centrale Europea e presso le Banche Centrali dei vari Paesi. E le riserve gestite dalle banche centrali funzionano in maniera diversa rispetto alle transazioni che avvengono tra banche commerciali. Il Target 2 è una convenzione contabile, si registrano delle transazioni, ma non producono crediti esigibili, sono ‘soldi’ che vengono spostati da una Banca Centrale all’altra e tra Banche Centrali ci si fida. In più non esiste un termine per l’eventuale saldo, è come ricevere un mutuo senza scadenza e senza garanzia. Sono operazioni che servono per far funzionare il sistema soprattutto in virtù del fatto che non esiste più il mercato dei cambi e non abbiamo più le monete nazionali né una banca centrale che può fare in autonomo determinate operazioni.
Inoltre, le Banche Centrali sono degli Istituti che possono operare in negativo e letteralmente creano il denaro che viene usato poi nell’economia e quindi possono aumentare o diminuire le riserve delle banche commerciali. Una perdita di 356 miliardi di euro non rappresenta un problema per loro perché è solo una questione contabile e nessuna azienda o ditta tedesca fallirà per questo. Il buco è solo ed eventualmente a livello banca centrale.
Certo il discorso non piace ai tedeschi che vorrebbero moneta sonante, a loro piace pensare di avere dei crediti che qualcuno deve pagare, ma questo è un problema loro. Pensano di avere una perdita, ma in questo caso se una perdita esiste, la perdita è della Germania e non c’è nessun obbligo di ripagare quella perdita. Perché si è creata nell’ambito di accordi specifici presi quando il gioco è iniziato e nessuna persona sana di mente pretenderebbe una cosa del genere.
Draghi dice due cose sbagliate: la prima è che si tratta di una perdita reale e la seconda che ricade sull’Italia. In realtà dice ciò che probabilmente e politicamente piace alla Germania, cioè che quei debiti andrebbero ripagati, ma ha dimenticato di aggiungere “anche se nessuno può obbligarli a farlo”.
Del resto parliamo di una persona che ha affondato Monte dei Paschi spingendola a comprare Antonveneta a 13 miliardi quando ne valeva 3, ha spinto l’Italia a fare dei derivati sui tassi di interesse 12 o 13 anni fa per i quali ogni anno si pagano 4 o 5 miliardi di interessi.

Una annotazione per finire è d’obbligo: fanno parte del Target 2 anche sei Paesi che non sono nell’eurozona (Danimarca, Bulgaria, Polonia, Lituania e Romania). Se noi prima di uscire dobbiamo rimettere a posto le riserve della Bundesbank, questi che limiti temporali di pagamento hanno? E con quale valuta?

Dopo il referendum: Europa e sovranità nazionale

E’ passato poco più di un mese dal referendum e dalle feroci polemiche che lo hanno accompagnato. La sconfitta è stata chiara, ma a fronte di questa non si vede (o non si vuol vedere) una corrispondente vittoria, mancando i vincitori di una rappresentanza politica qualificata capace di dare sostanza e concretezza agli esiti del voto. Non c’è stata un’analisi della vittoria del No da parte degli sconfitti, né si è ragionato sulle richieste latenti dei cittadini che forse chiedevano un segno chiaro, capace di rispondere alla necessità di nuove politiche su lavoro, sul welfare, sull’immigrazione, sulla scuola e la ricerca; che cercavano e cercano ancora giuste risposte in merito alla certezza dei diritti sanciti dalla Costituzione. L’etichetta di ‘populismo’ ha coperto rapidamente ogni doverosa discussione e ha finito col sussumere a sé i significati profondi di questo esito affatto scontato: non a caso è stato formato un nuovo governo fotocopia del precedente ben intenzionato – sembra – a perseguire sulla strada tracciata dall’esecutivo che è stato pesantemente sconfitto alle urne.

Fermi restando i numerosi e impegnativi obblighi istituzionali da rispettare, questa acclarata continuità solleva più di una perplessità sia in quanti sono abituati a pensar male sia in chi si attendeva di ritornare rapidamente alle urne. La risposta data dai cittadini sembra ormai archiviata e rubricata tra le celebrazioni inutili di una democrazia rappresentativa decisamente moribonda. Non a caso al posto di una seria discussione civile sulla Carta Costituzionale, nei media riemerge con forza il tema tecnico dei meccanismi di voto e della legge elettorale.
Ciò nonostante non vi è dubbio che uno dei problemi di fondo sotteso al referendum permanga in tutta la sua drammatica evidenza non già come dimensione della più becera politica politicante nazionale, ma come componente essenziale del futuro dell’Italia all’interno dell’Europa. Al centro di questo tema stanno i rapporti con il sistema finanziario che di fatto governa la Ue mediante i suoi bracci operativi, la Commissione Europea, la Bce e il Fmi.
E’ noto, infatti, che questa Europa richiede tassativamente (e il nuovo governo lo ha ribadito con decisione) una forte e ulteriore cessione di sovranità da parte degli stati nazionali. In tal senso fin dal 2010 la CE e il Consiglio europeo hanno promosso un piano di trasferimento di potere dai paesi membri con un esproprio inaudito della sovranità statale. Il culmine è stato toccato forse nel 2012 con l’istituzione del Fiscal Compact, che in Italia è stato assunto, a parere di molti, nel peggior modo possibile: il 18 aprile 2012 il parlamento della Repubblica Italiana, con voto a maggioranza assoluta (contrari Lega e M5S), modificò l’articolo 81 della Costituzione Italiana introducendo il principio del pareggio di bilancio che di fatto sanciva definitivamente la perdita da parte dell’Italia della sovranità economica-fiscale.
Come potesse l’Italia con il suo enorme debito pubblico, senza sovranità monetaria e con tale obbligo aggiuntivo riuscire a stare in piedi senza tagli feroci, privatizzazioni selvagge, crollo del consumo interno e nuove tasse è cosa che molti non comprendevano e tuttora non capiscono. Ma quella decisione di enorme rilevanza costituzionale fu comunque presa, velocemente, in modo piuttosto riservato, senza nessun dibattito pubblico e con scarsissimo contributo informativo da parte dei media.
Eppure quella scelta ha consegnato, di fatto, il controllo della finanza pubblica italiana in mano di entità sovranazionali, costringendo lo Stato, in caso di bisogno, a chiedere moneta a quell’ente privato che è la Banca Centrale Europea (La Bce è di proprietà delle Banche Centrali degli Stati che ne fanno parte, che a loro volta sono composte in maggioranza da istituti privati).

Resta però il fatto che in Italia esiste ancora una Costituzione e un organismo, la Corte Costituzionale, che è il luogo più alto del controllo reciproco dei poteri e garanzia che la nostra Carta fondamentale non venga tradita: esso vigila proprio onde garantire che le leggi promulgate siano coerenti e conformi alla Costituzione. Il 19 ottobre scorso con la sentenza 275/2016 – passata sotto assoluto silenzio dai media – la consulta ha acclarato che l’equilibrio di bilancio introdotto nell’articolo 81 della Costituzione non può condizionare la doverosa erogazione dei diritti incomprimibili, che sono peraltro posti a fondamento della stessa Carta costituzionale: essi in sostanza devono essere garantiti e non rimanere mere dichiarazioni di principio.
Il pronunciamento ricorda con forza che nell’equilibrio dei diritti su cui si regge il nostro ordinamento, in caso di conflitto, prevalgono quelli che la Carta stessa indica come fondamentali. Questo non implica assolutamente che il pareggio in bilancio, inserito nell’art.81 non sia valido, ma piuttosto che deve essere rispettato senza comprimere altri valori fondamentali. Il ‘come’ farlo resta ancora compito importantissimo della politica, ammesso ma non concesso che essa non sia ormai diventata completamente succube dei poteri finanziari e delle lobby di potere.

Con l’ingenuità del semplice cittadino e senza entrare in considerazioni tecniche troppo complesse, potremo azzardare e dire che la Pubblica Amministrazione non può semplicemente e automaticamente tagliare i fondi che servono a garantire diritti fondamentali quali la salute, l’istruzione, il lavoro, l’equa giustizia, solo per garantire l’equilibrio di bilancio e senza renderne conto in modo trasparente ai cittadini. Tuttavia la possibilità di violare, se necessario, i vincoli di bilancio derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea per garantire i diritti tutelati dalla Costituzione, rischierebbe di mettere lo Stato stesso nella situazione possibile di indisponibilità finanziaria nel caso i mercati negassero il credito o la Bce non intervenisse per sostenerlo.
Se questo è vero si capisce immediatamente la cifra del conflitto, non solo potenziale, che esiste tra la dimensione nazionale e quella europea, tema che appunto molti elettori intravvedevano dietro il fumo sollevato delle retoriche e dalle narrazioni che hanno animato lo scontro sul referendum.
Un conflitto che sarebbe assai meno aspro se l’Europa non avesse perso quei valori, quelle idee e quell’entusiasmo piuttosto diffuso che aveva accompagnato il suo nascere e suo lento affermarsi. Invece, da almeno dieci anni, essa sembra avere smarrito la rotta e sempre più la speranza e la visione: essa appare ormai ai più come una gigantesca burocrazia, dominata dalla finanza e guidata da un cieco credo neoliberista, caratterizzata da una neolingua che la stragrande maggioranza dei cittadini non capisce, popolata di politici più attenti ai loro interessi particolari che alla crescita comune. Un’Europa deludente e senza cuore, che a parere di molti italiani non è per nulla vicina a quello che avrebbe potuto e dovuto essere.
In tal senso si può perfino capire l’ostinata (e strana per l’Italia) difesa della Costituzione da parte di quanti sono spaventati e non si riconoscono più in questo progetto europeo dove la finanza è tutto e i ‘popoli’ non sembrano contare nulla (Grecia docet).

Ora, se si vuol rimanere in Europa, delle due l’una: o i nostri politici hanno la forza, l’amor di patria e il talento per difendere e promuovere i valori e i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Carta Costituzionale, facendosi portatori di una diversa e più sana idee di Europa; oppure bisognerà cedere ulteriore sovranità e mettersi con fiducia (?) nelle mani di questa Europa (dei burocrati, dei mercati e del potere finanziario) convincendo i cittadini che è necessario modificare (magari poco alla volta) la Carta costituzionale diventata ormai obsoleta e inadeguata.
L’alternativa, sostengono alcuni e in numero crescente, è quella di uscire dall’euro pur restando in Europa, fuggire da una moneta diventata ormai una gabbia di ferro che, in assenza di profondi cambiamenti, rischia di portare alla distruzione definitiva dell’economia nazionale (e di quel che resta dello Stato sociale).
Uscire dall’Europa e dall’Euro, ipotesi estrema, appare oggi decisamente insostenibile.
Di tutto questo però nelle discussioni post referendum non si trova traccia. La tensione rimane tuttavia fortissima e ai (pochi) cittadini consapevoli converrà essere molto vigili, soprattutto nel richiamare con forza il ruolo della politica che non può sperare di prosperare su questa ambiguità né continuare a giustificare le proprie scelte dietro al paravento del “ce lo chiede l’Europa”.

Con l’Unione bancaria europea l’Italia cede un altro pezzo di sovranità a banche e finanza

“Risultato storico… mi viene da fare un raffronto con un’altra storica conclusione, che era quella dell’Unione monetaria, che è stata costruita nei dettagli negli anni successivi”. Questo ciò che affermava il prode Saccomanni, confrontando la non più futura Unione bancaria con un grande ‘successo’ del passato: il trattato di Maastricht.

Con l’Unione bancaria verrà meno, dal 1 gennaio 2016, la sovranità finanziaria dell’Italia, che andrà ad aggiungersi alla perdita della sovranità monetaria, già attuata e apportatrice dei grandi progressi occupazionali, sociali, di benessere e dei miglioramenti generalizzati della nostra vita quotidiana degli ultimi anni.
Ancora una volta una riforma che segue gli esiti di una crisi, che in un sistema liberista servono proprio per convincere le persone ad accettare quella riforma con rassegnata serenità. Lo Stato cede ulteriore potere ai sistemi finanziari e bancari, affermando che ciò potrà servire a stabilizzare il sistema. Cioè: eliminano l’unica arma che uno Stato ha per poter risolvere una crisi bancaria, quella di far intervenire la sua Banca Centrale. Ci dicono però che in questo modo i nostri risparmi saranno meglio protetti.

Eppure non molto tempo fa abbiamo avuto una grande crisi (nel 2007-2008 ricordate?) e da quella crisi si è usciti perché le Banche Centrali sono intervenute con iniezioni enormi di liquidità. Dopo aver fatto misteriosamente fallire la LehmanBrothers, la Fed ha salvato altri colossi del credito e addirittura assicurazioni come l’Aig, schiacciando tasti, come ha raccontato il suo presidente di allora Ben Bernanke, cioè utilizzando il potere che può avere solo una Banca Centrale: creare moneta e “senza utilizzare i soldi delle tasse dei contribuenti”.

Nel farraginoso, e a tratti insensato, testo sull’unione bancaria si stabilisce che le perdite per una risoluzione delle crisi bancaria dovranno essere a carico dei clienti. Le banche falliscono, e lo sappiamo bene, solo quando fanno attività speculative sbagliate o azzardate, ma noi le tuteliamo facendo pagare il conto ai clienti, che vengono abilmente contrapposti ai contribuenti da tutelare, come se gli uni e gli altri non fossero la stessa cosa.
Viene istituito un Meccanismo di Vigilanza Unico, cioè la vigilanza passa alla Bce. Quindi dovremmo essere tutti più tranquilli perché la Bce è indipendente. Peccato però che, in realtà, sia composta dalla Banche Centrali nazionali, a loro volta sono composte dalle Banche Commerciali. Insomma non ci sarà, al solito, vigilanza perché controllore e controllato sono, ancora una volta, la stessa persona.
Perché allora investire in una banca, oppure semplicemente lasciare soldi su un conto corrente, sapendo che non ci sarà più una Banca Centrale a tutelare il risparmio, uno Stato a dare garanzie, ma dovranno essere i clienti a farlo? Se si vietano gli interventi di Stato, che fine farà la famosa garanzia dei depositi fino a 100.000 euro? Alla fine di sicuro – anche se di sicuro oramai resterà ben poco – ci sarà il previsto meccanismo di risoluzione unico, che avrà un’operatività di cassa, nel 2023, dell’1% dei depositi: per dare una grandezza maggiormente percepibile, significa che su un milione di euro di depositi verranno accantonati diecimila euro per far fronte alle crisi. Questo dà molta sicurezza, in effetti.
Le decisioni in tema di salvataggio delle banche, in questa riforma, non potevano che essere affidate a un Comitato sovranazionale, dotato di immunità, che potrà operare in piena autonomia. Quindi più tecnocrazia sovranazionale da una parte e meno entità nazionali dall’altra che possano tutelare i cittadini, idea tra l’altro obsoleta in un mondo in cui il cittadino non è più al centro dell’azione politica.
Il tutto in linea con il futuro nazionale, che prevede più potere alla maggioranza, in modo che siano sempre meno persone a comandare e non a governare, per evitare inutili perdite di tempo,con una Camera sola e la maggior parte dei deputati decisi dalle segreterie di partito o dai suoi segretari.

La nostra Costituzione dà ancora alla Repubblica il compito di tutelare il risparmio, ma chi firma i trattati lo ignora e si concentra per eleggere giudici costituzionali allineati, anche a costo di fare melina in parlamento per mesi. Questo perché, ancora oggi, se ci fossero costituzionalisti svincolati e non politici a sedere in tali consessi, probabilmente tanti oscuri e illeggibili trattati non riuscirebbero a trovare spazio nella normativa nazionale.
Il 10 febbraio prossimo verrà proposto ai cittadini ferraresi un incontro in Sala Estense sui temi dell’Unione bancaria: si cercherà di fare un po’ di luce, con l’avvertenza che la soluzione alle crisi bancarie, e alle crisi in generale, è opposta alla tecnocrazia e ai trattati europei, ma necessita di politica seria e capace e, inoltre, che il governo assicuri più garanzie, stabilità e meno chiacchiere.

banca-d-italia

L’OPINIONE
Con una banca pubblica ogni anno l’Italia risparmierebbe
70 miliardi di interessi

Moneta: mezzo di scambio per la compravendita, rappresentato da un dischetto metallico. Questo recita il dizionario. La moneta è un mezzo. Purtroppo si è invece da tempo diffusa l’idea di moneta come merce. Questa è una delle tante distorsioni della macroeconomia che stanno influenzando noi, i nostri governanti e di conseguenza le politiche economiche, le decisioni dell’Unione Europea.

E’ necessario capire, a questo proposito, il meccanismo attraverso cui gli stati dell’Ue ottengono il ‘mezzo monetario’: con l’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea – uno dei documenti non sottoposti a referendum nazionale – si afferma che la Banca Centrale Europea (Bce), organo incaricato dell’attuazione della politica monetaria per 18 dei 28 Paesi dell’Unione europea che hanno aderito all’euro (Eurozona), non può prestare direttamente agli Stati, ma deve prestare a enti creditizi privati (banche) che, a loro volta, prestano poi la moneta, con tassi d’interesse variabili, agli Stati dell’Unione. Parliamo di numeri ed esempi concreti: la Bce presta la moneta alle banche private (fra cui Unicredit, Mps, Banca Intesa, altri) ora allo 0,05% di interesse, queste prestano denaro agli Stati applicando tassi determinati da criteri di mercato: fino a qualche settimana fa, quando ancora il tasso era dello 0,15%, la Germania ha ottenuto la moneta euro a circa l’1% di tasso d’interesse, l’Italia al 4.75%, la Spagna circa al 7%, fino ad arrivare alla Grecia con il tasso record del 17% (nei momenti più difficili).

E’ fin troppo chiaro che gran parte delle difficoltà economiche in materia di risorse e debito pubblico sono causate anche da un’impostazione distorta dell’Eurozona. E capiamo altrettanto bene che in questo modo la moneta non è considerata più un mezzo sovrano per dare corso a progetti di sviluppo a beneficio dei cittadini ma una merce, soggetta a speculazioni finanziarie dei colossi privati grazie all’applicazione dei tassi d’interesse. L’adozione della moneta unica euro, nel 1999 con il governo D’Alema, ha determinato l’asservimento dell’Italia ai parametri prima descritti. Proviamo ad immaginare la moneta come ossigeno e la Banca d’Italia, con cui l’Italia aveva ancora diretto controllo sul proprio credito (in “soldoni” poteva decidere quanta moneta emettere), il polmone. La classe dirigente (italiana ed europea) d’allora ha deciso di privare l’Italia e ogni Paese aderente all’Eurozona del proprio polmone e di attaccarsi ad un polmone artificiale estero (Bce) su cui l’Italia non avrebbe avuto più controllo. Perché privarsi del proprio polmone e attaccarsi ad un meccanismo estero, che potrebbe un giorno non essere più dalla parte dei cittadini ma potrebbe favorire esclusivamente gli interessi dei colossi della finanza? Questo è un meccanismo estremamente pericoloso perché ci espone agli interessi delle banche private che decidendo con l’appoggio politico di speculare sui tassi d’interesse, sul prestito della moneta (l’ossigeno), sulle ‘crisi’ dei paesi più deboli, drenando beni reali in cambio di moneta creata dal nulla ed emessa nel sistema. E’ questa scarsità di presenza del mezzo monetario nell’economia reale (le immense e disastrose iniezioni che Draghi, descritto dalla stampa economica mondiale come il peggior banchiere centrale di tutti i tempi, restano nelle banche, che non erogano credito in situazione di ‘crisi’) che non permette la fondamentale remunerazione della laboriosità del nostro Paese e distrugge la capacità d’acquisto del cittadino e lo Stato sociale italiano. Quindi non si stupisca chi legge che il tasso di disoccupazione è arrivato al 12% (che è solo una media) o che l’Italia è nella famigerata deflazione.

Ripetiamolo allora, perché gli euroburocrati e i politicanti del nostro Paese non vogliono, o non hanno l’interesse a capirlo:

  • Il denaro non è una merce, ma una convenzione sociale, un mezzo.
  • Lo Stato dispone del credito, non è quindi necessario che si indebiti. Deve semplicemente spendere a deficit con moneta sovrana (anche l’euro andrebbe benissimo se lo diventasse), per remunerare la produttività di famiglie e imprese in azioni e progetti concepiti per lo sviluppo della collettività (non certo per arricchirsi in modo fraudolento).
  • Questi i capisaldi postulati da Ezra Pound, pensatore statunitense, nel 1933, ma condivisi da economisti del calibro dei premi Nobel Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Milton Friedman e tanti altri.
  • Lo Stato deve quindi riacquistare la propria sovranità monetaria, ottenendo nuovamente il diritto di decidere sulla propria politica monetaria, calibrando l’iniezione monetaria nel Flusso circolare (J.M. Keynes) con tasse e finanziamenti.

Ma, se gli italiani non volessero uscire dall’Eurozona, anche dopo aver capito le distorsioni e le menzogne del sistema euro, si può fare ancora qualcosa.
C’è una soluzione? Sì, ce la suggerisce il comma 2 dell’articolo 123 del Tfue: il governo può creare una banca di proprietà statale che lo finanzi. Il sistema è semplice: la Bce crea il denaro (dal nulla, va ribadito) e lo presta alla banca pubblica allo 0,05% e la banca pubblica lo presta allo Stato magari anche con un interesse dello 0,50%, ma non con l’attuale tasso del 4% (nel caso dell’Italia). Su 2.000 miliardi di debito pubblico nel nostro paese arriveremo a risparmiare 70-80 miliardi l’anno. Così funziona già da tempo in Germania e in Francia con banche pubbliche create ad hoc che sostengono l’economia reale, gli investimenti della rete di imprese nazionali, mentre in Italia nonostante sussistano le condizioni per operare in questo senso, non si è fatto ancora alcun passo… Perchè?
Conflitti di interesse? Strapotere degli Istituti di credito e delle lobby finanziarie? Forse a pensar male non si fa peccato (diceva un vecchio “signore” della politica italiana), sta di fatto che proprio in questi ultimi mesi l’ex ministro all’Economia Vittorio Grilli (governo Monti) è approdato in JP Morgan, uno dei più grandi istituti finanziari, gli stessi che poi speculano sulla crisi indotta. E’ solo uno dei tanti casi di assunzioni, o meglio ‘promozioni’ di esponenti politici e manager pubblici. Le strade per uscire dallo stato letale di recessione (in realtà ci stiamo avviando al processo di deflazione) sono molteplici: banca nazionalizzata o uscita dall’euro, la scelta è politica, ma almeno si faccia qualcosa per le nostre aziende che non hanno risorse e per i cittadini che devono fare i conti con l’Euro, ogni giorno.

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