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Indagine sulle famiglie
In attesa della tempesta perfetta

Premessa
Lo studio che qui presentiamo non è stato commentato dai grandi quotidiani, nonostante l’usuale deferenza verso l’ autorevole fonte, ed è uscito (forse non a caso) il giorno dopo le dimissioni di Draghi. Evidentemente si ritiene più utile e vantaggioso divulgare altri dati invece che quelli sulla povertà.

La Banca d’Italia ha pubblicato il 22 luglio l’attesa indagine sulle famiglie relativa all’anno 2020 [Vedi qui] (la precedente era del 2016). Si tratta del più importante studio (su un campione di 7mila famiglie) sulle condizioni di reddito e patrimonio, confrontabile con le passate indagini a partire dal 1977.

I redditi medi dei dipendenti presentano un andamento piatto negli ultimi 45 anni, tranne un leggero aumento alla fine degli anni ’80. Il 1989 è l’anno del massimo picco (22.731 euro) rispetto ai 19.438 del 2020. Per gli indipendenti i redditi medi sono molto più variabili: dopo una crescita costante dal 1977 al 1987, subiscono un calo progressivo fino al 1995 per poi ricrescere fino al 2004. Da quel momento calano e recuperano qualcosa solo dal 2012 ad oggi. Sono il 69% in più di quello dei dipendenti nel 2020 ed avevano lo stesso differenziale nel 1977. E’ invece diminuita molto la ricchezza netta mediana delle famiglie: fatto uguale 100 il patrimonio del 2006, lo stesso è sceso a 68 nel 2020, con valori molto diversi tra i poveri (9mila euro per il 30% dei più poveri; 207mila per le classi centrali; 1,6 milioni per il 5% più ricco).

Un tonfo clamoroso dovuto in gran parte alla svalutazione delle case di cui gli italiani sono oggi proprietari nel 77% dei casi (rispetto al 47% del 1977) e che sono entrate nel mirino di grandi società (multinazionali e nazionali) pronte ad acquistarle dalle famiglie che non sono più in grado di reggere l’aumento del mutuo (via inflazione) e la perdita del lavoro (solo a Milano vanno all’asta 304mila immobili).

Lo studio, durato un anno, è stato meglio approfondito nelle estremità del campione (i più poveri e i più ricchi) sui quali è più ostico avere informazioni affidabili (i poveri per stigma, i ricchi per reticenza). Se la ricchezza netta mediana è in fortissimo calo dal 2010, come abbiamo visto (e le previsioni sono di un ulteriore calo per l’altissima inflazione e la probabile stagnazione -se non recessione-), le cose vanno bene per le famiglie ricche.

Il reddito medio scende dell’8% sul 2016, ma se si escludono quelle ricche (circa il 20% che, come vedremo, hanno guadagnato ancora) la perdita delle restanti 80% di famiglie sale al 15%. Cali imponenti certificati ora dalla Banca d’Italia, che sono alla base dell’erosione dei patrimoni e del crollo dei consumi (-20% sul 2006). Non stupisce quindi che Istat abbia visto salire i poveri assoluti da 1,8 milioni del 2005 a 5,7 milioni del 2021, a cui bisogna aggiungere 7 milioni di altri poveri “relativi” (chi guadagna meno di 1.049 euro mensili in una famiglia di 2 persone).

Con l’inflazione che su base annua è già stimata dall’Istat all’11% e che proseguirà nel 2023, l’80% delle famiglie rischia di trovarsi a fine 2023 con un reddito reale inferiore del 20% (a prezzi costanti) rispetto al 2006.

Se poi si considera il coefficiente di Gini (che misura la disuguaglianza: zero se c’è perfetta uguaglianza, 100 se uno solo guadagna tutto) alla luce delle migliorie fatte nel disegno campionario, esso sale dal 33,3% (che si credeva) al 39%. Un dato clamoroso e che ci proietta al primo posto in Europa (media UE 30%, Brasile 57%, Cina 47%, Usa 41%, Russia 40%; i paesi leader Danimarca Giappone e Svezia sono al 24-25%). E’ stato proprio l’approfondimento sulle famiglie ricche e povere (gli estremi) che ha portato alla scoperta che la disuguaglianza è molto più ampia di quanto si credeva. Il 10% delle famiglie più ricche guadagna infatti in media 132mila euro all’anno, mentre il 10% di quelle più povere solo 7.550 euro.

La Banca d’Italia ci consegna un quadro di diffusa povertà della società italiana, molto diverso da quello che ci è stato raccontato (dai media soprattutto) negli ultimi 20 anni che parevano di “magnifiche sorti e progressive” e che sono stati invece di arretramento sociale, se si pensa che metà delle famiglie guadagnano al massimo 25.854 euro l’anno.

Ma non è andata così male per tutti: l’1,2% delle famiglie più ricche hanno, infatti accresciuto il loro reddito medio annuo (322mila euro), il cui valore complessivo è diventato pari a quello del 30% delle famiglie più povere. Metà del reddito percepito in Italia viene spartito così tra il 20,8% delle famiglie più ricche, mentre l’altra metà è distribuito tra il 79,2% delle altre famiglie (classe media, lavoratori e poveri). Dal 2006 ogni anno la “torta” diminuisce, ma la fetta che va a questo 20% più ricco aumenta. Non è quindi strano che nel Paese sia fiorita una critica alle élite, in quanto le condizioni delle restanti famiglie si aggravavano. Una società con tali livelli di disuguaglianza (e che cresce anno dopo anno) è destinata ad implodere e mina in profondità la coesione sociale, oltreché dover spendere sempre più in sussidi per mitigare la protesta degli individui sotto il 50% della mediana del reddito, che sono saliti dall’8% del 1989 al 15,1% del 2020.

Siamo passati dalla società dei 2/3 (che Peter Glotz criticava negli anni ’80 perché lasciava ai margini 1/3 dei poveri), alla società dell’1/5, cioè solo il 20% delle famiglie viene favorito dall’attuale sistema socio-economico e dalla finanza. E’ vero che l’inflazione oggi è dovuta ai prezzi dell’energia, ma è anche vero che essi sono ampliati dalla borsa Ttf di Amsterdam (che consente a centinaia di fondi speculativi di guadagnare), un sistema disegnato dal liberismo.

La povertà ha iniziato a crescere incessantemente dal 1990, proprio da quando è crollata l’URSS; come se il capitalismo occidentale non avesse più avuto la necessità di “farsi bello” agli occhi dei poveri e dei lavoratori per via de “la fine della storia”. Da allora la nostra società è diventata molto più disuguale: oggi “scopriamo” che lo è molto di più di quello che ci è stato raccontato per 30 anni.

Si capisce, pertanto, il motivo per cui “metà delle famiglie ha problemi ad arrivare a fine mese” (dice Bankitalia) e per cui sono crollati i consumi (-20%) sul 2006, dato che per le famiglie ricche si è trasformato invece in maggior risparmio. Nel biennio 2020-21, complice la pandemia, i risparmi degli italiani (famiglie e imprese) sono cresciuti infatti di 130 miliardi e sfiorano i 2mila miliardi (quindi di soldi ce ne sono ancora, anche molti e anche cash, ma molto concentrati), e quindi non stupisce che i risparmi siano cresciuti; ma sono al 90% quelli dei ricchi, se si considera che il patrimonio del 30% delle famiglie più povere è salito dal 2016 al 2020 da 6mila euro a 9mila (soprattutto per il Reddito di Cittadinanza e gli aiuti Covid del 2020), mentre quello del 5% dei più ricchi è salito da 1,2 a 1,57 milioni. Ci vuole poco a capire chi risparmia…

Lo sfacelo sociale è senza precedenti e getta seri dubbi su molte questioni, incluso il modo in cui stare dentro l’Europa. Ovviamente le colpe non sono tutte dell’Europa, ma di chi ha governato e soprattutto di processi mondiali come la globalizzazione e un crescente liberismo a cui ci siamo adeguati, che ha creato vincitori (Cina, paesi asiatici, Germania, Nord ed Est Europa) e vinti (paesi del Sud Europa, africani e altri in giro per il mondo). Un modello che distribuisce i profitti di una crescente privatizzazione dell’economia soprattutto ai ricchi e che ha smesso di arricchire la classe media. Una fascia minoritaria di imprenditori, consulenti, manager, quadri, anche talentuosa e volenterosa, ma a cui è stata ridotta la tassazione (elusione) e consentita una crescente evasione (Ocse stima in 150 miliardi la perdita annua di gettito fiscale negli ultimi 20 anni per via della concorrenza tra Paesi) con il conseguente strisciante smantellamento del welfare (o indebitamento pubblico).

In Italia i danni prodotti dai lockdown antiCovid hanno fatto schizzare il debito pubblico dal 134% del 2019 al 155% (2020). Ora la guerra Russo-Ucraina/Americana, con l’inflazione in crescita, ci prospetta una situazione futura che inizia a presentare sinistre similitudini con quella della Grecia.

Per la borghesia il problema è eliminare il Reddito di Cittadinanza (anziché riformarlo come indica da tempo l’apposita commissione), ma per la ricerca Bankitalia proprio questa misura ha evitato che i poveri assoluti arrivassero alla cifra monstre di 7 milioni. Per i sindacati invece il problema è creare più lavoro, alzare i salari netti, diminuire l’ evasione fiscale e incrementare la giustizia sociale con misure di redistribuzione. I partiti sembrano a corto di ricette.

Nel mondo occidentale i primati dell’economia e della proprietà privata hanno assunto una predominanza totale. Le scelte economiche sono guidate dalla mera logica del profitto e dai fondi finanziari. Dopo anni di narrazioni fuorvianti ora arriva una vera “tempesta”.

Molti cittadini lo sentono, come i vecchi contadini che scrutavano il cielo. Si percepisce che siamo su un “piano inclinato” che per ora ha triplicato i poveri assoluti in 20 anni (da 1,8 a 5,6 milioni), i poveri relativi a 7 milioni, ha portato un quarto dei lavoratori a guadagnare meno di mille euro al mese, con un tasso di occupazione che è lo stesso del 1961. Non parliamo poi di scuola e salute, i cui servizi si degradano ogni anno che passa. Tra qualche anno molti saranno costretti ad acquistare dai privati (Amazon & c.) una sanità scadente di seconda o terza mano (ma rapida e on line: tech verso touch), vista la crescente difficoltà ad accedere ai servizi pubblici. Che questo modello sia difeso da molti (quelli che contano nei vari gangli del paese, media inclusi) non stupisce. Infatti, pur nell’impoverimento generale, prosegue l’arricchimento di questo 20% di cittadini che in Italia comanda, anche nei media. Una finanza senza regole porta a bolle che prima o poi scoppiano e trascinano nella miseria chi lavora nell’economia reale. Sfortunatamente, nessun Governo vuole veramente porre fine all’instabilità dell’attuale sistema finanziario (come ha detto per anni, inascoltato, il segretario della Federal Reserve, Alan Greenspan).

Questa situazione mette ovviamente in pericolo la coesione sociale se, oltre all’impoverimento, si riducono diritti sociali e libertà e si porta la Terra al collasso climatico.

Che fare? Certamente cambiare strada.  Forse, almeno nelle società capitaliste avanzate, si dovrà riscoprire quella “decrescita felice” tanto vituperata e irrisa. Se il modello di sviluppo fosse meno improntato al consumismo, la  prospettiva potrebbe davvero essere migliore di quella crescita infelice (e per pochi) ora in corso.

Dopo Lui il diluvio? Macché, il diluvio c’è già stato!
Le inspiegabili ragioni del successo di una “formica elettrica”.

 

Mario Draghi si è dimesso. O dio mama!
Ma davvero il paese è in lutto? Da buon cronista dovevo fare un’immediata verifica.
Appena appresa la ferale notizia, sono subito andato a fare un giro in citta. Centro e periferie. Tutto normale. Poi ho preso il cellulare e ho telefonato agli amici in tutta Italia, da Bolzano a Catania. Nessuna visibile reazione. Come se niente fosse successo.
Sara colpa del popolo bue?
Sicuramente è il segno della distanza siderale (visibile solo con il nuovo telescopio spaziale appena entrato in funzione) tra la politica e i partiti da una parte, e il popolo che in teoria dovrebbero rappresentare dall’altra.

Ai ‘piani alti’, le dimissioni di Draghi hanno innescato una inarrestabile reazione a catena, una frana emotiva, una valanga di accuse incrociate. Tutti i leader di partito della eterogenea maggioranza larga piangono e protestano in pubblico, molti (il più accorato è Enrico Letta) implorano Draghi di restare, di non fare lo schizzinoso, di ripensarci, di aver pietà di loro. Si segnalano i soliti affabulatori: il nuovo uomo di regime Luigino Di Maio e il fine politologo Matteo Renzi. E assieme ai partiti, piangono e strillano, intingendoci il cucchiaio fino al gomito, giornalisti e commentatori, governativi (per fede o per necessità),  tutti i canali televisivi, i grandi quotidiani mainstream. Il più sparato di tutti? Sempre lui, il direttore Maurizio Molinari e la sua Repubblica.

Sono giorni (e notti) di riunioni, risse, trattative convulse per mettere insieme i cocci di una qualche maggioranza e convincere Draghi a tirare avanti almeno fino a dicembre. Ce la faranno? Come sempre, tutto dipende da lui, sarà Draghi a decidere. Domani il Presidente del Consiglio dimissionario andrà in Parlamento e finalmente sapremo: un Draghi bis o elezioni anticipate?
Messi male come stiamo, confesso che l’alternativa mi lascia indifferente e, al di là dei soliti inaffidabili sondaggi, ho la sensazione che la grande maggioranza degli italiani sia indifferente come e più di me.

Insomma, mentre partiti e media sembrano eccitati, quasi isterici per le dimissioni di Mario Draghi, il paese reale (esattamente quello che i nostri politici citano spesso senza conoscerlo affatto) non sembra per nulla traumatizzato. Al contrario, ho il sospetto che molti italiani abbiano tirato un sospiro di sollievo. Non se ne poteva più del “più bravo di tutti”, del santo taumaturgo, del gran finanziere “fazo tuto mi”, del Salvatore della patria… che invece non ci aveva salvati per niente: dall’impoverimento, dalle morti record per Covid, dall’inflazione galoppante, dalla disoccupazione e dal lavoro precario e malpagato, dalle fabbriche chiuse grazie al lasciapassare governativo ai licenziamenti e alle delocalizzazioni gratis et amore dei.

Un mistero da sondare

Mi appassiona invece provare a rispondere ad alcune domande, che tutte insieme rappresentano un vero mistero, impossibile da sciogliere. O quasi.
Per quali motivi tutta la classe politica italiana è schierata come una truppa di soldatini di stagno dietro il generale Draghi?
Perché tutti i ‘nostri alleati’, in Europa come Oltreoceano, lo ritengono una garanzia autorevole e necessaria per l’equilibrio europeo e mondiale?
E per quale arcana e oscura ragione Super Mario rappresenterebbe (come tutti ci ripetono) l’ultima e unica risorsa per salvare l’Italia?

Per favore, lasciamo perdere il suo aureo curriculum in Banca d’Italia e alla BCE.  Avrebbe salvato l’Euro? Non so, c’è pure chi la pensa diversamente, soprattutto i greci che per i diktat della troika hanno versato moltissimo sangue, ma va bene, magari come capo banchiere d’Europa ha fatto anche cose buone, come, negli ultimi anni del suo mandato, il comunque tardivo quantitative easing.

Qui però stiamo parlando di Mario Draghi Presidente del Consiglio, di quanto è riuscito a combinare nei 18 mesi in cui ha comandato con pugno di ferro la baracca Italia. Quali eccezionali risultati può vantare il suo governo? Di quali meriti, di quali medaglie si può fregiare? Se questi successi, anche solo parziali, ci fossero, allora si potrebbe capire l’entusiasmo per il governo Draghi di tutto l’establishment politico. Invece di questi successi non c’è traccia.

Corrado Oddi, su questo quotidiano, ha scritto più di un articolo denunciando, dati ufficiali alla mano, il completo fallimento delle politiche neoliberiste perseguite dal governo Draghi. Puoi leggere alcuni interventi di Oddi Qui  Qui Qui e Qui.

Ma mettiamoli in fila i grandi in-successi di Draghi.
Dal 2005 (prima della grande crisi) al 2020, in Italia il numero delle famiglie e delle persone sotto la soglia di povertà assolutè triplicato (primi in classifica in Europa e con grande distacco). Negli ultimi 18 mesi, quelli di Mario Draghi, nonostante il grande rimbalzo del PIL registrato nel 2021, i poveri sono rimasti tali e quali. A chi è andato allora il surplus di ricchezza prodotto da quel +7,5 di PIL del 2021? Sono sicuro che il lettore può arrivarci senza un mio suggerimento.

L’inflazione, lo sappiamo, è alle stelle. Metteteci pure l’onda lunga della pandemia, la guerra in Ucraina e la conseguente ‘guerra del grano’, le sanzioni alla Russia a cui la Russia ha risposto tagliando il gas all’Italia, metteteci anche la grande speculazione sui prezzi di gas e petrolio, fatto sta che i prezzi al consumo, quindi la spesa delle famiglie italiane, continuano a salire come un razzo. Fonte Istat+ 4,5 nel 2021 e + 6,4% nel primo semestre dl 2022.

Nel medesimi 18 mesi, i salari sono cresciuti poco o nulla (rimando ancora a Oddi che mostra come i salari italiani, a differenza di quelli francesi o tedeschi, siano ‘inchiodati’ da più di quindici anni). In ogni caso Draghi ha ascoltato le richieste dei sindacati ma ha fatto solo vaghe promesse. Quanto a calmierare i prezzi, il governo non ci ha neppure provato. Giusto una spuntatina alle tasse sulla benzina, qualche rimborso causa Covid e il famigerato bonus edilizio del 110%, il quale, tra l’altro, ha fatto impennare i prezzi di calce, mattoni e di tutti i materiali da costruzione.

Primi in Europa

Rimarrebbe, ultima bandiera, il figurone fatto del governo Draghi per la sua gestione della pandemia: vaccinazioni, tamponi, e quant’altro. E’ stato o non è stato Draghi a scegliere di persona personalmente Francesco Figliuolo, l’ormai celebre generale con la piuma sul cappello? Da tutto il mondo sono piovuti complimenti per la strategia italiana di lotta al virus. Nessuno ha vaccinato più di noi, anche perché nessuno ha martellato i cittadini come in Italia; grazie a Draghi, devi vaccinarti per amore o per forza… se non vuoi essere licenziato in tronco.

Non è questo il luogo per discutere ancora di vaccini e vaccinazioni (periscopio ne ha parlato diffusamente, usando sempre il beneficio del dubbio), ma c’è un dato macroscopico  –  e che nessuno ama citare –  che dimostra come nella gestione della pandemia qualcosa sia andato storto. Anzi, più di una cosa. Il dato è quello delle morti per Coronavirus – in rete trovate tabelle aggiornate quotidianamente [Vedi qui]. Provate a confrontare i numeri dei vari paesi europei. Ecco un piccolo ma significativo estratto: dall’inizio della pandemia in Italia si registrano 170.037 morti per Covid, in Francia (con una popolazione superiore all’Italia di qualche milione più) le morti sono 151.875,  in Germania (84 milioni di abitanti) 143.650. Significa che – senza la nostra campagna mediatica asfissiante, senza il ricatto della perdita del lavoro, senza la demonizzazione dei non vaccinati –  gli altri hanno fatto meglio di noi, o almeno meno peggio. La Francia ha avuto circa il 12% di morti in meno rispetto all’Italia (che diventa un -15% se si considera l numero degli abitanti dei due paesi), mentre in Germania il conto dei decessi è  inferiorie del 20% (- 30% se calcoliamo che la Germania ha 25 milioni di abitanti dell’Italia).
Saremo pure i primi per il numero di vaccinati, ma siamo primi (cioè gli ultimi della classe) anche per il numero dei morti.

Fatto sta che, per non guastare la narrazione trionfalistica e nazionalista, in Italia delle statistiche dei morti si preferisce non parlare. Come non si parla più degli ospedali in cronica e mai sanata carenza di personale medico e paramedico.
La triste verità è che anche sul fronte Covid, prima il governo Conte bis, poi il governo Draghi. non si sono coperti di gloria. Ce la raccontano, ma quelle 170.000 croci dimostrano il contrario.

La formica elettrica

Non voglio crocifiggere Mario Draghi – so anche che alla Confindustria e al suo dinamico presidente Bonomi piace tantissimo – dico semplicemente che non vedo traccia di un suo successo (basterebbe uno) nei 18 mesi di suo governo. Eppure, inspiegabilmente la sua stella brilla sempre di più. Ho rimuginato questo mistero, queste domande senza una risposta almeno plausibile.
Poi l’altra notte ho riletto La Formica Elettrica, uno straordinario racconto di Philip K. Dick. Ecco l’incipit; “Alle quattro e un quarto del pomeriggio, T.S.T., Garson Poole si svegliò, si rese conto di essere in un letto di ospedale in una stanza a tre letti e si accorse di altre due cose ancora: che gli mancava la mano destra e che non sentiva dolore”. Dopo poche righe, il medico lo informa che ha perso la mano in un incidente, che potrà avere una perfetta protesi sostitutiva e che lui, l’alto dirigente Garson Poole, non era un uomo ma un androide, “una formica elettrica” secondo il felice neologismo di Dick.

Un androide non è un semplice robot, non è fatto di metallo e di plastica. Un androide è fatto di materia organica, ha un’ intelligenza autonoma, perfino dei sentimenti. L’androide ha una capacità di lavoro sovrumana, non si stanca mai, come una formica appunto. E’ uno pseudo-uomo assolutamente indistinguibile da un uomo. Ma è molto più performante di un uomo; più veloce, più efficiente, più resistente, non sente dolore, non si ammala mai, neppure un raffreddore. Ragiona e decide meglio e più in fretta. Se programmato e assemblato bene, dimostra di essere molto intelligente. E straordinariamente furbo.

Va da sè che una formica elettrica è naturalmente destinata a una carriera formidabile. Può scalare tutti i gradini, e arrivare in alto, molto in alto. Esiste forse qualche uomo, un normale homo sapiens, capace di resistere al suo fascino? Di non trasecolare davanti alla sua competenza, sicurezza, perfezione? Chi non è tentato di farsi da parte per cedergli un qualsiasi scranno? A uno così gli puoi dare tranquillamente le chiavi di casa, cedergli la guida della tua auto o di un intero Stato.

Garson Poole, il protagonista del racconto, era arrivato in cima, governava con efficienza una grande impresa. Collaboratori e dipendenti non sapevano fosse un androide. per loro era un uomo ed era il loro capo, un capo bravissimo. Anche Garson Poole ignorava di essere un androide: credeva di essere un uomo, solo più fortunato della media, Quando si accorge di essere una formica elettrica gli crolla il mondo, ma è coraggioso, determinato, e decide… Leggete il racconto e lo saprete.

Non so se si è ancora capito, ma il mio tremendo sospetto è che l’irresistibile ascesa di Mario Draghi, il consenso e l’ossequio unanime di tutta la classe dirigente italiana (economica e politica), la decisione di dargli in mano tutte le chiavi, tutte le deleghe, tutti i poteri, possa avere a che fare con il racconto di Dick e la storia del protagonista.
Mario Draghi è una formica elettrica come Garson Poole? E se lo è, è cosciente di esserlo, o come Garson Poole pensa di essere un uomo, solo più intelligente, più capace, più fortunato della media degli uomini?  Non sono sicuro, ma da quando mi è entrato in testa quel pensiero, l’ipotesi fantascientifica di un Draghi androide mi sembra l’unica che possa spiegare l’inspiegabile.

Un consiglio e una nota 

Il consiglio. Se vi piace la fantascienza, mollate gli imperi galattici e le tre leggi della robotica del vecchio Asimov e leggete Philip Dick. Per campare ha scritto tantissimo, anche 5 romanzi all’anno, e nonostante la scimmia sulla spalla. Se non vi piace la fantascienza ma amate Franz Kafka e lo ritenete il più grande degli ultimi 150 anni, leggete i libri e i racconti di Philip Dick. Ovvio, Dick non vale Kafka, ma nelle sue prove migliori ritrovate la claustrofobia e la ragione disperata dell’autore praghese. Soprattutto leggete Dick per le sue visioni e le sue premonizioni. Cinquanta o sessanta anni fa scriveva (prevedeva) quello che sta incominciando ad accadere oggi, sotto i nostri occhi. La fine della politica cosi come l’abbiamo conosciuta, le nuove forme del potere, il dominio della tecnica e dei tecnici, la bulimia mediatica, la nuove forme di alienazione e di sfruttamento. Eccetera.

La nota. Chi è abituato a leggermi, avrà capito che con Mario Draghi e Philip Dick mi sono un po’ divertito. Probabilmente Mario Draghi non è un androide (ma non scartate a priori l’ipotesi, guardate il suo modo meccanico di camminare e di usare le mani e le braccia, l’occhio fisso, la bocca senza labbra e dritta come un segmento…). Ma se Mario Draghi non è la prima formica elettrica che arriva nella stanza dei bottoni – questo è il sottotesto della storia che ho raccontato – l’avvento di Mario Draghi rappresenta una novità assoluta, per l’Italia e per tutto il mondo. Molto pericolosa a mio avviso. Con Draghi, per la prima volta la tecnocrazia si impone, dispone, comanda, mentre la politica si inchina ossequiosa. Non è un caso che Draghi si sia portato con sè una piccola squadra di tecnici dentro il governo, e che questi siano gli unici ministri che contano qualcosa.
Quello di Draghi non è uno dei soliti ‘governi tecnici’ che abbiamo conosciuto. E non è solo il governo di ‘un uomo solo al comando’, E’ qualcosa di più e di diverso: è la tecnocrazia che si impone sulle forme della democrazia, ormai sfilacciate.
Non so dove ci porterà questo esperimento inedito. Non conosciamo come governerà la tecnocrazia, se non dalla letteratura distopica e dalla fantascienza, ma sicuramente la tecnocrazia non fa rima con democrazia. E, a differenza del populismo, non ha più bisogno nemmeno del popolo. In fondo in fondo, meglio Berlusconi che Mario Draghi.

Colletti bianchi e coscienze nere
Carife: Ferrara porto delle nebbie

E’ passata in cavalleria una notizia pubblicata, nei giorni scorsi, da La Nuova Ferrara: (leggi qui )

Gennaro Murolo, Direttore Generale di Carife nel periodo in cui vennero deliberate le operazioni all’origine del dissesto della banca (acuito da una scellerata gestione commissariale e sancito con la “risoluzione” del Governo del novembre 2015), ha concluso un accordo transattivo con Nuova Carife per liberare la propria posizione: Nuova Carife non lo perseguirà più in cambio del pagamento di 500.000 euro.

I soldi li incasserà Bper (che ha incorporato l’ente ponte), ma per girarli al Fondo Nazionale di Risoluzione, vero beneficiario dell’incasso. Infatti, la posta attiva è inserita nel bilancio del Fondo già dal 2019 (leggi qui), per cui la transazione non è recente, ma già abbastanza datata.
E’ diventata di attualità perché il 26 novembre prossimo si terrà una udienza dell’appello contro la sentenza di primo grado del Tribunale delle Imprese, che ha mandato assolto Murolo da responsabilità civili verso Nuova Carife. E’ del tutto evidente che i consiglieri di amministrazione (una trentina), chiamati in correità per danni, a questo punto utilizzeranno la transazione di Murolo per tarare al ribasso le loro responsabilità. Del resto, se il capo se l’è cavata con 500.000 euro, per quale ragione gli altri dovrebbero pagare di più?

La nota 17, che chiarisce la posta attiva di cui al conto economico nel bilancio del Fondo Nazionale di Risoluzione 2019, recita: ” Per effetto del contratto concluso tra l’FNR e le banche cessionarie per il trasferimento delle partecipazioni delle ex banche ponte, l’FNR ha un potere vincolante di indirizzo nei confronti delle cessionarie con riferimento alle azioni di responsabilità e risarcitorie pendenti che restano nella titolarità di UBI e BPER; ciò in quanto i relativi proventi e oneri sono contrattualmente attribuiti all’FNR” .

Questo significa che, da un punto di vista puramente formale, a stare in giudizio è la banca cessionaria (Bper, nel caso di Nuova Carife), ma dal punto di vista sostanziale è il Fondo Nazionale di Risoluzione (emanazione di Bankitalia) a decidere le azioni e le transazioni, essendo beneficiario degli incassi e dovendo sostenere le spese giudiziarie.

La domanda sorge spontanea: per quale ragione la Banca d’Italia, che attraverso i commissari chiese, con squilli di trombe e rulli di tamburo, 100 milioni di danni ai presunti responsabili del dissesto di Carife, si accontenta di 500.000 euro (cioè lo 0,5 per cento) da Murolo e lo libera da ogni responsabilità?

La risposta potrebbe essere la seguente: Murolo ha vinto in primo grado, quindi processualmente è in una posizione (almeno attuale) di vantaggio. Quindi Bankit potrebbe avere accettato la logica dei ‘pochi, maledetti e subito'” per evitare il rischio di perdere anche in appello, oppure di ottenere ragione ma nell’impossibilità reale di recuperare il denaro, se non a costo di lunghe e dispendiose procedure di rintraccio e pignoramento di beni che risultano in buona parte “schermati” o irrintracciabili. Visto da solo, il ragionamento potrebbe avere un senso.
Tuttavia, la Banca d’Italia si rende conto dell’effetto domino che questa scelta produrrà verso gli altri responsabili del dissesto? In cambio di un piatto di lenticchie che certamente non le cambia la vita, Bankit spiana la strada ad una serie di richieste di chiusura a ‘tarallucci e vino’ che saranno difficilmente contrastabili, visto il pesantissimo precedente. Il giudice dell’appello ha infatti richiesto l’esibizione, alla prossima udienza, del documento contenente l’accordo transattivo, per valutarne il rilievo giuridico nei confronti degli altri condebitori, che potrebbero essere solidali (cioè richiesti tutti per intero della prestazione, salvo il diritto di regresso sugli altri). Ma essere solidali rispetto a un debito così modestamente valutato ed eppure tale da ‘soddisfare’ Banca d’Italia, aldilà del fatto formale che l’accordo libera solamente Murolo, che effetto produrrà sulla misura dei risarcimenti eventualmente stabiliti a carico degli altri? Di sicuro, non la alzerà.

E’ indubbio, peraltro, che la prima mazzata alle speranze di ottenere un riconoscimento delle responsabilità della gestione Murolo e altri nel dissesto di Carife, l’hanno inferta la sentenza di primo grado del Tribunale delle Imprese, e la causa penale, dalla quale l’ex DG è uscito “pulito”, nel senso che è stata negata la truffa ai danni di Carife. La sentenza sul filone ‘aumento di capitale’ si è chiusa per adesso con condanne minori ad un limitato numero di responsabili. Rimane in piedi ormai, dei vari filoni processuali, “solo” la accusa di bancarotta per la gestione 2007/2013, la cosiddetta Carife-bis. Su essa incombe il tradizionale incubo italiano delle prescrizioni.

Nessuno era così ingenuo da pensare che i giudici potessero far tornare indietro le lancette della storia economica e sociale. Quel che è perso è perso, la distruzione del tessuto economico e sociale correlata alla fine della banca ferrarese richiederà generazioni per riparare il danno. Tuttavia, l’effetto che produce la dinamica giudiziaria complessiva induce a profondo sconforto. Una amara iniezione di sfiducia nei confronti delle capacità del nostro sistema di colpire le malefatte dei colletti bianchi. La sinistra saldatura tra il clima di Ferrara e il labirinto processuale delle vicende finanziarie che l’hanno messa al tappeto, evoca l’immagine letteraria del “porto delle nebbie”. 

In copertina: Ferrara, corso Ercole d’Este. Foto di Beniamino Marino

Nuovo record del debito pubblico:
per fortuna!

Il debito pubblico italiano a gennaio di quest’anno è arrivato a 2.603,1 miliardi di euro, un nuovo e assoluto record, cerchiamo allora di capire di cosa stiamo realmente parlando dal punto di vista contabile e verso chi siamo indebitati, tralasciando volutamente altri aspetti nondimeno importanti, come, ad esempio, cos’è, perché esiste e se uno Stato ne può fare a meno.
Banca d’Italia, nella pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” del 15 marzo 2021 mostra che al 31 dicembre 2020 il debito delle amministrazioni pubbliche ammonta complessivamente a 2.569 miliardi e 400 milioni di euro ed è ripartito per detentori come mostro nell’infografica di seguito, dove ho evidenziato le percentuali spettanti ai vari creditori e nella legenda invece le cifre corrispondenti.

La prima considerazione da fare è che il 70% del debito rimane ripartito tra banca d’Italia, banche, istituzioni finanziarie e famiglie italiane mentre solo il restante 30% è attribuibile a non residenti. Di seguito la ripartizione

La successiva considerazione è che il 22% del totale, per ben 556 miliardi, è detenuto da Banca d’Italia ed è importante chiarire cosa questo voglia dire. Per farlo utilizziamo un ulteriore ripartizione fatta dall’Osservatorio dei Conti Pubblici (Ocpi) di Carlo Cottarelli, con l’accortezza di informare che questi dati sono stati diffusi in una pubblicazione del 18 dicembre 2020, quindi mancava qualche giorno alla chiusura dell’anno.

Come si vede, alla percentuale detenuta dalla banca d’Italia l’Ocpi aggiunge la quota detenuta dalla Bce e dalle Istituzioni europee arrivando al 36,6% e limitando il debito “reale”, cioè detenuto dal mercato (in generale e sia residenti che non residenti), al 121,4%. Ben inferiore al picco del 2014 e previsto in calo nel 2021.
La domanda da sciogliere è: perché il debito pubblico in rapporto al Pil è in totale al 158%, cioè un valore di 2.600 miliardi, mentre qui ne definiamo “reale” solo il 121,4%, cioè un valore di circa 2.000 miliardi?
Questo succede perché quando il debito è detenuto da una Banca Centrale è come se la moglie dovesse soldi al marito, quindi il capitale resta in famiglia e gli interessi prodotti dal prestito vengono periodicamente incassati dal marito, cioè dal Governo. Quando poi la situazione generale ritornerà sotto controllo e non richiederà nuovo debito, quello accumulato non avrà nessuna necessità di essere rimesso sul mercato. Potrà essere cancellato oppure tenuto per i successivi 100 anni allo 0% di interesse.
Per ulteriore chiarezza, è di queste settimane la notizia che il Governo italiano di Mario Draghi ha contrattato una consulenza con la società internazionale McKinsey per la gestione del Recovery Fund. Ebbene circa 5 anni fa ho pubblicato un articolo su queste pagine scritto con Claudio Bertoni che trovate qui (https://www.ferraraitalia.it/cancellare-il-debito-pubblico-per-mckinsey-non-e-un-problema-ma-ai-mercati-finanziari-non-conviene-41104.html) e che trovava spunto proprio da un report edito da questa società di consulenza. In sintesi si faceva la differenza tra debito lordo e debito netto, cioè per avere reale contezza del debito in capo ad uno Stato bisognerebbe sottrarre al debito totale quello detenuto dalle banche centrali. Esattamente il ragionamento fatto dall’Ocpi di Carlo Cottarelli.
A questo ragionamento vorrei aggiungere che il debito detenuto poi dai residenti, in particolare alle famiglie, garantisce un piccolo rendimento ai propri risparmi che tendenzialmente potrebbe poi essere speso all’interno del circuito economico che lo ha prodotto, generando guadagno per la comunità.
Ma vorrei introdurre anche un ulteriore spunto di riflessione. Dai dati risultanti dalla pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” della Banca d’Italia si evince che 228 miliardi e 162 milioni vengono conteggiati sotto la voce monete e depositi e si riferiscono nella quasi totalità ai soldi che girano, le banconote da 10, 20 e 50 euro che utilizziamo per le piccole spese quotidiane. Un “artificio” contabile che potrebbe anche non doversi trovare da quel lato della contabilità (passività) e che porterebbe a questo punto il debito pubblico quasi al 100% nel suo rapporto con il Pil.
In conclusione, il debito c’è e ha la sua importanza, ma non necessariamente è da considerare un record negativo o un impedimento sulla strada del benessere collettivo. Ad esempio, e per chiudere, il debito creato nel 2020 è servito per comprare mascherine e respiratori, vaccini, dare ristori a chi è stato costretto a chiudere e anche bonus alle famiglie per le baby sitter e allora: sicuri di volerlo ridurre?

SCHEI
The Drake is on the table

L’investitura più esilarante è arrivata dallo stratega del due per cento: Matteo Renzi, che nel suo pseudo inglese con la bocca piena di pici ha rivendicato di non avere avuto un piano, ma di avere regalato agli italiani un sogno (sempre modesto l’uomo): Mario Draghi a capo della squadra  – quale, sarà sinistramente eccitante scoprirlo – che deciderà come impiegare la cascata di denaro (209 miliardi) che è riservata all’Italia sotto il nome di Recovery Fund.

Il Drago è un serpente (etimo latino, a sua volta proveniente dal greco): è presente nell’immaginario collettivo di tutte le culture, in quelle occidentali come essere malefico portatore di morte e distruzione, in quella orientale come creatura portatrice di fortuna e bontà (cit. Wikipedia). Noi siamo in Occidente, quindi il dragone dovrebbe portarci sfiga e malocchio, ma quella roba lì è già arrivata sotto forma virale, per cui lo abbiamo orientalizzato per l’occasione. Si tratta dunque di una creatura ambigua e ambivalente, e in quanto tale rivestita di un fascino speciale, come tutte le creature la cui collocazione di genere non è ben chiara. L’ambiguità è definita dal punto di vista dell’osservatore: se l’osservatore fosse un dipendente del Monte dei Paschi di Siena nel 2008, anno in cui Draghi, da Governatore di Bankitalia, firmò l’autorizzazione all’acquisto di Antonveneta per un prezzo poi definito spropositato da diversi analisti, il Drago sarebbe percepito come un portatore di sventura, perchè quell’acquisizione, unita alla gravissima tempesta finanziaria scatenatasi dal 2009, sancì l’inizio del declino della banca più antica d’Italia. Se l’osservatore fosse uno Stato indebitato fino al collo (tipo il nostro) che, nel 2012, doveva strapagare interessi a chiunque per invogliarlo ad assumersi il rischio di prestargli denaro, Mario Draghi, fresco governatore della Banca Centrale Europea, sarebbe considerato un salvatore della patria. Infatti il Drago disse chiaramente agli speculatori che scommettevano sul fallimento di Italia e Spagna che la sua banca, dotata di risorse pressochè illimitate, avrebbe fatto di tutto (whatever it takes) per evitarne la bancarotta. Come? Comprando illimitate quantità del loro debito. Capite che, se il capo delle riserve monetarie e auree del continente vi dice che potete scordarvi di scommettere contro l’Italia e la Spagna perchè tanto lui ci metterà tutti i soldi che servono, la speculazione finisce, il debito di questi paesi torna ad essere percepito come sicuro (perchè ci sarà comunque il Capo dei Soldi che lo sosterrà) e gli interessi che lo Stato dovrà pagare ai suoi creditori scenderanno, e torneranno ad essere simili agli interessi che paga la Germania, formidabile corazzata statale capace di ridiventare la locomotiva d’Europa dopo aver perso una guerra mondiale sotto la rovinosa e genocida dittatura hitleriana. In quel 2012 Draghi disse ai draghetti, ai piranhas, ai gamblers e agli squali una cosa semplice, un messaggio secco: finchè ci sono io l’euro rimane, e nessuno Stato fallirà. Su questo sì, che potete scommettere. Tutte le volte che un potente appartenente alla tradizione democratica occidentale, addirittura italiana, trasmette un messaggio così netto e inequivocabile, uno resta a bocca aperta per lo stupore: ma allora anche uno dei nostri può parlare così chiaro?

Lo Stato italiano si ritrova ora, per motivi diversi (in parte) da quelli di nove anni fa, nella medesima pericolosa situazione di pre-dissesto finanziario. Infatti attualmente il debito pubblico ammonta ad una cifra pari all’incirca al 160% del Prodotto Interno Lordo. Come dire che in famiglia porti a casa 100.000 euro l’anno, ma che ne devi restituire 160.000 – fortunatamente, non tutti in un anno. Non è tanto la quantità secca del debito che ti inguaia: infatti, se l’anno prossimo portassi a casa 110.000 euro (il tuo prodotto interno lordo familiare), e il tuo debito fosse stabile, avresti più risorse per ripagarlo. Peccato che, nell’anno del coronavirus, le tue entrate non aumentano ma diminuiscono, mentre il tuo debito rimane uguale, quindi il rapporto negativo cresce.

Mario Draghi però, con la sua sola chiamata all’incarico di Presidente del Consiglio, ha già prodotto un effetto positivo: il tasso d’interesse del tuo debito è sceso. Il mondo dei prestatori di denaro (fondi, stati sovrani, privati) si è rassicurato: è come se un (notoriamente) ricco e affidabile gentiluomo avesse messo una mano sulla spalla dei tuoi creditori, dicendo loro: tranquilli, ci sono io a garantire per questa famiglia. Là dove non arrivano loro, ci sono io. Non solo. I tuoi creditori, fino a ieri sospettosi e diffidenti sulla tua capacità di investire e spendere con criterio la cascata di denaro che ti arriverà in casa per far fronte al crollo delle tue entrate da crisi Covid, adesso sanno che a gestire quei soldi nel tuo interesse (e nel loro) c’è il ricco e affidabile gentiluomo di nome Mario Draghi.

Possibile che un banchiere, per giunta drago, sia così filantropo? Secondo molti non è necessario che sia filantropo, ma che sia efficiente. Il suo grado di efficienza deve essere superiore alla media dei tecnocrati efficienti, perchè purtroppo, come è noto a tutti, la tua famiglia non brilla per la capacità di tenere sotto controllo le spese voluttuarie, e spende male (nel senso che potrebbe risparmiare di più) anche quei soldi che le servono per aggiustare i lavandini, ritinteggiare i muri, cambiare la macchina, comprare le medicine, fare la spesa del mese. In parole povere: la tua famiglia ha bisogno di un amministratore di sostegno, e lo ha trovato. Il migliore sulla piazza, si dice.

Se siamo minimamente consapevoli di quanta è l’acqua nella quale nuotiamo, esistono zero possibilità che Mario Draghi non ottenga la fiducia dal Parlamento per formare un Governo. Zero. Se invece siamo ancora convinti di poter sguazzare (si fa per dire) in un universo parallelo; se siamo ancora convinti di poter continuare a giocare alla piccola politica romana (e purtroppo, appena ti insedii nella Capitale da privilegiato vieni rapito dalla languidezza malandrina del ponentino), allora esiste la possibilità che Mario Draghi non riesca a trovare una maggioranza che lo sostenga. Personalmente sarei piuttosto spaventato all’idea che uno con il suo curriculum fosse chiamato a mettere ordine nei nostri conti senza poter contare su denaro fresco. Un tecnocrate, per quanto abile, per quanto capace di non sacrificare al dominio della téchne tutta l’umanità che da ragazzo lo pervadeva, non fa mai scelte neutre. Al limite fa scelte che servono a tutelare il sistema, ma se ci guardi dentro scopri i morti e i feriti. La mia speranza è riposta nella circostanza che la sua occasione da statista arriva assieme ad una valanga di denaro, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno che questo denaro venga impiegato bene.

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SCHEI
Ferrara, idea di città: a voi indré i mié baioc (ridatemi i miei soldi)

In una celebre scena di “Un americano a Roma”, Alberto Sordi aggredisce un piatto di pasta al grido di “m’hai provocato, e mo’ me te magno”. Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara per dieci anni fino al 2019, a un certo punto non ce l’ha più fatta a digiunare sul profluvio di analisi della sconfitta del centro-sinistra locale, e si è buttato sul piatto di maccheroni, avendo tutti i titoli per farlo. Io, che ho meno titoli di tutti gli intervenuti, partecipo all’abbuffata per una ragione: sono un cittadino che ha vissuto dall’interno la crisi Carife, da dipendente e da sindacalista, e la ritengo una delle principali ragioni della sconfitta. Lì mi sento di parlare con cognizione di causa. Sul resto mi esercito da libero pensatore, improvvisandomi “commissario tecnico” come quei sessanta milioni di italiani che parlano dello scibile umano essendosi laureati alla Scuola Radio Elettra o su Google.

Le ragioni della sconfitta? Ne seleziono tre, una (parzialmente) esterna e due interne alla città. La ragione esterna risiede nel vento sovranista che soffia nel mondo, in Europa, in Italia e che non poteva lasciare indenne Ferrara, nonostante il suo essere situata in una buca la preservi dalle folate più violente – ma non dai miasmi mefitici del suo petrolchimico. Questo vento si è mescolato con una voglia, generica quanto prepotente, di “novità” e di “cambiamento”, qualunque esso fosse, che fa anche sorridere se pensiamo che questo afflato rivoluzionario è stato concretizzato, nell’urna, da elettori la cui età media è di cinquant’anni circa. C’è una frase che dice “rivoluzionari da ragazzini, riformatori da  adulti, conservatori da maturi, reazionari da vecchi.”  Il prototipo del ferrarese dovrebbe già essere, per ragioni di anagrafe, nella fase della conservazione, ma in maggioranza ha deciso che bisognava “cambiare”. Cambiare cosa? Le facce, intanto. Un blocco di “potere”, o un sistema di relazioni che durava da circa settant’anni può, in effetti, suscitare una legittima e anche naturale voglia di alternanza. Avvicendare il personale al potere è una regola di buon senso, soprattutto se sono quattro generazioni che questo non avviene. A questo si potrebbe tuttavia obiettare che avrebbe potuto accadere anche prima, e prima non è accaduto; inoltre, che in altre roccaforti rosse o rosa l’elettorato non ci ha proprio pensato di affidare la stanza dei bottoni ad un’allegra quanto sconclusionata armata Brancaleone di “alternativi”, oppure, nella migliore delle ipotesi, di esponenti dell’imprenditoria locale stanchi della dittatura delle cooperative (la dico in maniera grossolana). Allora perchè stavolta a Ferrara, la conformista Ferrara, è successo?

Per provare a rispondere a questa domanda occorre passare alle ragioni endogene della sconfitta. La prima è il caso Carife. La Coop Costruttori, circa dieci anni prima, aveva dato un bello squasso: quasi undicimila creditori, duemila e rotti dipendenti, trecento soci, un fallimento per il quale peraltro, al termine dell’iter giudiziario, i tribunali non hanno riconosciuto la responsabilità degli amministratori per bancarotta, per carenza dell’elemento soggettivo del reato – ad eccezione della “bancarotta per dissipazione” relativa al denaro investito nella Spal. Ecco: se la Coop Costruttori è stata un settimo grado della scala Richter, Carife è stata “The Big One”, il termine con il quale si definisce il terremoto che prima o poi dovrebbe devastare Los Angeles e San Francisco. La responsabilità amministrativa di questo crac è dei dirigenti apicali, a partire da Murolo, e degli amministratori (molti dei quali esperti di banca come io lo sono di astrofisica). Lo ripeto affinchè sia chiaro: la responsabilità amministrativa del crac Carife è anzitutto dei suoi dirigenti apicali, a partire dal mirandolese volante con i suoi tirapiedi, che ha pervertito le regole minime di prudenza fatte raccontare, come un mantra, dai formatori (me compreso) a tutti i seminari sui crediti: frazionare il rischio e prestare sul proprio territorio. Infatti, sotto la sua brillante gestione, la banca ha “prestato” l’equivalente di circa un terzo del suo patrimonio disponibile a due soli debitori: un gruppo di Milano (Siano) per una iniziativa immobiliare mastodontica quanto spericolata, finanziata nel momento in cui il resto del mondo creditizio usciva dal mercato immobiliare; e una compagnia di navigazione di Torre del Greco (Deiulemar)per finanziare l’acquisto di una nave – Deiulemar per inciso soprannominata “la Parmalat del mare” per le caratteristiche del suo fallimento. In due mosse da geniale scacchista, ha messo a repentaglio il patrimonio della banca erogando credito a centinaia e centinaia di chilometri di distanza dal proprio territorio. Se un qualunque direttorino di filiale avesse fatto in piccolo quello che lui ha fatto in grande, sarebbe giustamente stato rimosso dall’incarico e forse sanzionato. Lui, che era il capo, è uscito da Carife con qualche milione di euro e giudizialmente (quasi) immacolato sulla base dell’assunto “tanti colpevoli, nessun colpevole”. In quelle operazioni lì stanno i germi della dissipazione e della malagestio, aggravate dal fatto che già la Cassa stava attutendo la botta dei soldi prestati (e non rientrati) alla Coop Costruttori. Il resto è venuto di conseguenza, ma non è stato ininfluente, è stato anch’esso determinante.

Infatti, la responsabilità politica della “risoluzione” di Carife è tutta ascrivibile ad un governo Renzi a trazione piddina, con Franceschini, ministro teoricamente espressione del suo territorio, a fare la scimmietta (non vedo, non sento, non parlo), e tutti i parlamentari e piddini regionali e provinciali zitti e allineati sulla posizione del capo: di nuovo, Renzi. La banca va disciolta. Decisione condivisa tra Bankitalia (altro manipolo di inguaiati) e Ministero dell’Economia, ossia il Governo e il Premier di allora(sempre Renzi). Carife non era fallita, ma anche se lo fosse stata, sarebbe fallita per la gestione commissariale di Bankitalia, che in due anni e rotti (dal maggio 2013) ha dilapidato i 150 milioni di aumento di capitale del 2011/2012. Già commissariare una banca dopo aver fatto acquistare le azioni dai propri clienti è stato un tiro mancino di Bankitalia, una vera bastardata, perchè significava scientemente azzerare, in sostanza, il valore di quell’investimento per cui tutta la Rete commerciale aveva agganciato tutta la clientela; una usurpazione di fiducia per conto terzi che ha pochi precedenti. Ma non gli è bastato. Dopo aver fatto lentamente cuocere (decuocere) a fuoco lentissimo la banca senza una sola iniziativa di rilancio, facendo quindi uscire una liquidità superiore alla fresca capitalizzazione, e dopo aver fatto deliberare ai soci un aumento di capitale di 300 milioni finanziato dal Fondo di Tutela dei Depositi, Bankit e il Governo hanno iniziato una melina travestita da contrasto con la Commissaria europea alla Concorrenza. Dico “travestita”, perchè nessuno è in grado di mostrare un documento formale nel quale la signora Vestager abbia scritto “è vietato finanziare la Carife con il Fondo di Tutela dei Depositi”(ente completamente privato, finanziato dalle banche). Si accettano scommesse: questo documento non esiste. E’ esistita invece una sudditanza all’Unione Europea, che non si è voluto “irritare” per avere la possibilità di sforare sul tetto al deficit di bilancio. Questa appare come una ricostruzione decisamente più credibile di quella ufficiale, propagandata senza il supporto di alcun documento scritto – tanto è vero che poche settimane dopo la stessa soluzione ha “salvato” Caricesena. Nel frattempo, è appena il caso di ricordarlo, nell’unica reale controversia sollevata dallo Stato italiano contro la Commissione Europea, che aveva ritenuto illegittimo l’intervento del Fondo interbancario su Tercas, il Tribunale ha dato torto all’Europa. A Ferrara invece, la piccola, imbucata, insignificante, indifesa Ferrara il Governo renziano ha deciso di far saltare la banca il 22 novembre del 2015. Il nostro undici settembre.

Sto annoiando qualcuno? Non credo, però, di aver fatto perdere il filo a quei 31.000 risparmiatori che, per effetto della “risoluzione”(adoro il tono asettico che viene introdotto nel linguaggio giuridico per mascherare le atrocità), hanno visto azzerato in una notte risparmi per decine o centinaia di migliaia di euro, persino con le obbligazioni sottoscritte dieci anni prima: una manovra folle e meschina, raccontata come un “atterraggio soffice”. Parlo di pensionati, lavoratori, artigiani, dipendenti della stessa banca. Parlo di un tessuto sociale ed economico raso al suolo peggio di quanto avesse fatto il terremoto fisico di tre anni prima – evento della cui concomitanza sui nostri territori, evidentemente, non è fregato nulla a nessuno, men che meno ai Franceschini e catena alimentare discendente. Spiace la durezza, ma questo è quanto. Last but not least, il “consigliere economico del premier”, Luigi Marattin, ormai star televisiva ora Italia Viva, continua a difendere la scelta dopo aver dichiarato che se “speculi” sulle azioni devi accettare che puoi perdere i soldi. Siccome è un professore di economia (macro), mi permetto di dargli un voto per l’esame di (micro) economia dal titolo “conoscenza dei meccanismi di finanziamento e capitalizzazione delle banche locali”: voto zero.

Questi sono gli eredi, ferraresi e non, del PCI di Berlinguer, tra l’altro. Secondo voi non basta a spiegare l”alternanza”? Basta e avanza. Poi c’è la terza ragione, la seconda interna alla città, che è la sottovalutazione, oggettiva e comunicativa, del problema della sicurezza. Non è la diatriba tra l’ipotesi della mafia nigeriana o la riduzione del fenomeno a microdelinquenza sparsa e (anche) locale, ad avere fatto la differenza. La differenza l’ha fatta il progressivo degrado di alcuni quartieri, tra cui uno signorile anche nel nome (Giardino). Se mi minacciano con un coltello, se mi rubano in casa, se non mi sento sicura a girare da sola, se il prezzo della mia casa crolla questo è un problema di sinistra. E se anche questi problemi fossero esagerati da una “percezione” alterata e gonfiata ad arte, dovrei trarre le conseguenze di questa affermazione (corretta), e “gestire” da sinistra questa percezione; non fregarmene. Se un cittadino che vive in Don Zanardi (zona est lontana dal GAD) a domanda vi risponde che non si sente sicuro in città, non credo che dovreste limitarvi a dargli del visionario, ma chiedervi perchè la pensa così, e porvi il problema sia concreto sia comunicativo. Lasciare l’offensiva mediatica alla destra di naomo su questo tema è stato un errore molto grave.

In tutto questo le responsabilità del Sindaco Tagliani sono, sembra un paradosso, più oggettive che soggettive. Intanto sul caso Carife è stato il solo a criticare con durezza l’inanità del suo partito (dal quale in più di un’occasione credo si sia sentito fregato), e a convocare spesso adunanze di tutta la cittadinanza e associazioni, comprese quelle più incazzate con lui. Sul vento sovranista poteva poco: gli ha scompigliato i capelli come a tutti coloro che ancora ne hanno. Peraltro bene ha fatto a ricordare le cose buone della sua amministrazione, che ci sono state, una fra tante la riqualificazione delle Corti di Medoro (ex Palaspecchi). E ha fatto bene anche a togliersi qualche sassolino a proposito del candidato “indipendente” e fuori dalle vecchie logiche di partito. Sono persuaso che la “colpa” non sia solo sua, e che certo settarismo abbia contribuito a non trovare una soluzione alternativa, anche se la scelta di candidare sindaco proprio l’assessore alla Sicurezza della giunta uscente non è stata la più felice se si voleva comunicare una “discontinuità”. E parlo con il massimo rispetto della persona, la cui attività non può certo essere ridotta ad un luogo comune da chiacchiera al bar.

Ferrara in questi ultimi anni è stata sbeffeggiata, descritta come una nuova Scampia, ridicolizzata, esemplificata come anomalia intollerante, una sorta di enclave nerastra. Non riconosco in queste ricostruzioni la mia città, che è anche molto altro. Prendere sul serio non tanto i propri avversari, quanto le emergenze che hanno peggiorato la vita dei propri concittadini ricoprendo di una patina grigia anche il buono fatto, è il solo modo per diventare a propria volta un’alternativa alla destra.

CAMMINIAMO INDIFESI VERSO LA GRANDE CRISI
Sotto il vecchio e inefficace ombrello di Colao e Confindustria

Si sono dunque conclusi gli Stati generali dell’Economia promossi dal governo e, in primis, dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Mi pare sbagliato etichettarli come una semplice passerella dei vari soggetti, né peraltro si può dire che, al di là dei titoli del piano di rilancio annunciato per settembre, essi siano approdati a decisioni chiare e definitive. In realtà, quest’appuntamento è semplicemente servito ad evidenziare meglio le posizioni in campo sul come affrontare la profonda crisi economica e sociale che si è aperta con il Coronavirus. Andando per schemi, quello che si può dire è che, intanto, è emersa con una certa forza la ricetta del tandem Colao-Confindustria.
Li metto insieme non perché le proposte siano coincidenti, ma perché accomunati da una medesima filosofia. La si può così sintetizzare: per uscire  dalla crisi, bisogna semplicemente affidarsi alla centralità dell’impresa e del mercato e l’intervento pubblico deve limitarsi a svolgere un ruolo ancillare a questo fine. Tutto discende da lì: è l’impresa che crea ricchezza e occupazione ed essa va sciolta dai ‘lacci e lacciuoli’ che le impediscono di esprimere fino in fondo questa sua vocazione. Da qui il sostegno indiscriminato alle imprese, la semplificazione amministrativa – leggi: meno vincoli e controlli, a partire dalla revisione del Codice degli appalti –  rilancio delle Grandi Opere, eliminando il ‘potere di veto’ degli Enti locali e spingendo ulteriormente le privatizzazioni nei servizi pubblici, a partire da quello idrico, turismo, arte e cultura letti unicamente in chiave economica, come brand per il Paese: E niente su scuola e sanità, con la scusa che non era questo il campo su cui la commissione Colao doveva esercitarsi.
Per certi versi, quanto espresso da Confindustria traduce quest’impostazione in una logica ancora più grezza, della serie “prendi i sodi e scappa”, addirittura presentando in termini rivendicativi il rimborso alle imprese per 3,4 miliardi relativo alle accise sull’energia elettrica, con un’idea per cui bisogna alzare ancor più la posta, per intavolare una trattativa con il governo da posizioni di forza.

Il punto è però che, sia pure ammantata da affermazioni roboanti sulla modernizzazione del Paese, questa è una ricetta vecchia e che non funziona. In fin dei conti, è la medesima ricetta che ci è stata proposta dalla crisi del 2008 e nei gli anni seguenti, forse un po’ meno pesante viste le condizioni sociali oggi ancora più aggravate da allora, ma sempre ispirata dagli stessi assiomi di fondo. Facendo finta di non vedere l’evidente: e cioè che l’idea di una crescita trainata dalle esportazioni, cui ci si è affidati negli anni passati, non regge più. Non a caso si stima che nel 2020 il commercio internazionale potrebbe crollare di circa il 10% e che la ripresa non avverrà in tempi brevi e uniformi nei vari Paesi: A partire dall’autunno, una volta fuoriusciti dai provvedimenti emergenziali di questi mesi, si prospetta una drammatica crisi sociale e un forte impoverimento.
Dunque una ricetta vecchia e inefficace. Ce lo dicono con chiarezza i dati di questi anni e quello che sta producendo la crisi da Coronavirus, come ci ricorda la Corte dei Conti nel suo ultimo Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica: “l’attuale recessione colpisce l’Italia in uno stadio nel quale il prodotto interno lordo ha recuperato solo la metà delle perdite registrate a seguito della doppia recessione del 2009 e 2012 (pari a circa 9 punti di prodotto). Solo le componenti esterne della domanda aggregata hanno superato da qualche anno il livello del 2007. Sia durante le recessioni post crisi 2008, che nelle fasi di ripresa del biennio 2014-15, il differenziale di crescita rispetto al complesso dell’Area dell’euro e ai principali partner è rimasto ampio e si è anzi allargato”.
La Banca d’Italia stima una riduzione del Pil nel 2020 che può andare dal 9 al 13%, un debito pubblico superiore al 155% del Pil, una caduta occupazionale che può riguardare dalle 900.000 a 1milione e 200.000 unità lavorative. Insomma: il motore del mercato si è inceppato, non è più in grado di prospettare una ripresa dello sviluppo e dell’occupazione neanche in termini quantitativi, né qualche presunto intervento ‘modernizzatore’ – da un nuovo grande piano di infrastrutturazione alla digitalizzazione dell’economia – riuscirà a eludere questo dato di realtà. Eppure non si vuole riconoscerlo, con la conseguenza che questa riproposizione del Pensiero Unico rischia di essere ‘egemone’ ( ma sarebbe meglio dire espressione di comando).

Questo mi sembra anche il portato dell’atteggiamento  del governo, che in modo balbettante fa capire che l’impostazione di Confindustria è troppo ‘estremistica’, che non si può assecondarla fino in fondo, che andrà mediata anche con altre esigenze e quindi occorrerà destinare risorse anche al welfare, in particolare alla sanità, e tutelare un po’ di più il lavoro rispetto alle pretese padronali di azzerarne diritti e passare direttamente ai licenziamenti. E che si vuole produrre un intervento sul fisco, magari abbassando un poco l’IVA con un occhio di riguardo verso i ceti medi. Ma in ogni caso il governo non sembra affrancarsi dalla ricetta neoliberista proposta (imposta) da Confindustria, rimanendone infine subalterno e imprigionato.

Non è da questa dialettica tra Confindustria e governo che possiamo aspettarci una risposta positiva per la condizione della gran parte delle persone, gravate oggi, e ancor più da prossimo e vicinissimo autunno, dal peso della crisi economica e sociale. Altri soggetti devono scendere in campo e far sentire  la loro voce: dal sindacato, finora troppo schiacciato in una logica difensiva e poco impegnato nella definizione di un’altra idea di modello produttivo e sociale, al variegato mondo dei movimenti sociali – i soggetti che in questi anni si sono battuti per l’affermazione dei Beni Comuni e dei diritti fondamentali, dall’acqua pubblica alla scuola, come il movimento delle donne e quelli che rivendicano la giustizia climatica e ambientale-  che si trovano davanti alla necessità di superare la frammentazione e costruire una nuova dimensione progettuale del proprio agire.

LA PARABOLA DEL PIL, LE SCELTE SBAGLIATE, UN’ITALIA SEMPRE PIU’ POVERA

Secondo i dati di Banca d’Italia, il debito pubblico italiano al 31 dicembre 2019 era a quota 2.409 miliardi di euro, in calo rispetto ai circa 2.446 miliardi del mese precedente e al massimo storico registrato a luglio 2019 di 2.466 miliardi di euro.
Anche se in lieve e momentaneo calo dovuto al fortunoso calo dei tassi di interesse, rimane un debito ‘fuori controllo’. Studiosi ed economisti concordano sul fatto che per abbassarlo sarebbe necessaria una crescita nominale (cioè comprensiva di inflazione) attorno al 2-3%. Una crescita del genere eviterebbe la necessità di ricorrere alle classiche manovre lacrime e sangue, a cui del resto siamo abituati e che ormai, almeno a parole, si è compreso deprimano ancora di più il ciclo economico mentre svuotano le tasche degli italiani.

Purtroppo sembra davvero poco credibile l’idea di una crescita di tale portata, proprio perché l’impostazione generale del sistema non permette gli investimenti che sarebbero invece necessari per ottenerla. E che sia necessario spendere lo hanno detto persino Draghi, Lagarde e Von Der Leyen, ma sembra che sostanzialmente l’invito sia caduto nel vuoto perché a spendere dovrebbe essere soprattutto la Germania che ha i necessari surplus per farlo. Ma la Germania non vuole, quindi siamo punto e a capo.
Come si vede dal grafico, la crescita del nostro Pil è diminuita seguendo l’intensità dell’applicazione delle teorie neoliberiste. Il declino inizia dalla fine degli anni ’70, quando c’è l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo nel ’79, poi l’indipendenza della Banca d’Italia dal 1981 in avanti, fino all’Eurozona e ai giorni nostri.

Contemporaneamente iniziava la cessione dei diritti, dalla scala mobile fino all’abolizione dell’art. 18 e alle continue leggi sul lavoro tese a diminuire l’importanza del noioso “posto fisso” a favore del più allegro precariato. La pressione fiscale, grazie anche alla riduzione delle aliquote Irpef, si spostava a carico dei ceti più poveri.
Dagli anni ’90 si sono cedute aziende e banche attraverso privatizzazioni selvagge che impediscono oggi di poter intervenire con programmi e piani industriali che avrebbero potuto mitigare le ultimi devastanti crisi economiche anche evitando i tanti licenziamenti che continuamente il ‘libero mercato’ pretende. Numerosi studi hanno dimostrato che queste cessioni non hanno prodotto adeguati introiti e hanno causato mancati guadagni, ma ancora non abbiamo imparato la lezione.
Tanti stati hanno operato scelte diverse ottenendo risultati sicuramente migliori, dalla Germania a Singapore, dal Giappone alla Francia passando per la Corea del Sud, il mondo è pieno di esempi da prendere a modello che si sono tenuti aziende e capacità di credito attraverso il controllo della propria banca centrale o di banche pubbliche.

L’Italia è un Paese in continuo affanno, non si controlla credito e non si hanno aziende strategiche da tutelare e da utilizzare come paracadute, non si riesce nemmeno a definire una lite condominiale ma ogni anno abbiamo bisogno di emettere 400 miliardi di euro per finanziare altro debito. E cosa ci dicono in merito? Che la condizione necessaria per farlo è avere la fiducia dei mercati, uno spread basso, lasciare al loro posto i soliti politici che possono occuparsi di piantare alberi, dell’accoglienza ai migranti, della parità di genere e di scacciare i fascisti, qualora riuscissero a trovarne qualcuno. tutto il resto è tabù altrimenti la BCE non ci compra i btp con il quantitative easing.

Spendiamo per interessi il 3,6% del Pil, attorno ai 60 miliardi l’anno, cioè più che per investimenti, scuola, ricerca e difesa. Una cifra mostruosa più del debito stesso che toglie margini di manovra a qualsiasi governo, di destra e di sinistra (semmai se ne vedesse la differenza) per eventuali investimenti sulla crescita.
Quindi cosa fare? Nessun dubbio per gli esperti: lotta all’evasione, riduzione della pressione fiscale, riordino della macchina pubblica, riforma organica della giustizia civile, investimenti mirati in ricerca, innovazioni, tecnologie digitali e green ecomomy, rilancio di una vera politica industriale e di una politica dell’offerta che apra il mercato attraverso liberalizzazioni mirate e coraggiose in settori in cui tuttora dominano interessi corporativi diffusi.
A tanta saggezza potremmo solo obiettare che: 1) l’evasione non è stata la causa dei 3.100 miliardi di interessi che abbiamo pagato dal 1980 ad oggi, quindi bisognerebbe cercare altrove oltre che magari farla davvero questa lotta (ma se non ci fosse l’evasione, a chi addosserebbero la colpa del fallimento?;  2) visto che in questo sistema gli ospedali, le scuole e le pensioni si finanziano con i soldi delle tasse, se lo Stato incassa meno come le finanzia?; 3) ricerca, innovazione e green economy presuppongono investimenti, se lo Stato non può spendere aspettiamo i privati e la mano invisibile del mercato? intanto ad isolare il coronavirus allo Spallanzani è stata una lavoratrice precaria, una figura sempre più stabile nel panorama italiano; 4) il rilancio di una politica industriale in un paese senza spina dorsale, ovvero senza aziende di proprietà e banca centrale che risponde al Ministero dell’Economia, è pari a zero in quanto non ha strumenti per influenzare il ciclo economico; 5) sulle liberalizzazioni o privatizzazioni abbiamo già detto, notiamo semplicemente che prima o poi riusciranno a vendere anche l’aria che respiriamo convincendoci che è nel nostro interesse.

La soluzione a questo punto è accettare la lenta agonia oppure riprendere in mano le redini del destino (economico) attraverso un ritorno alle politiche keynesiane, una riscrittura delle regole europee, assicurare almeno una condivisione del debito e nessun freno agli investimenti, soprattutto nella ricerca e nell’istruzione.

Il debito pubblico è un problema? Vediamo cosa ne pensano Fmi e Bce

In un interessante ed elaborato paper pubblicato dal Nber (‘Public debt and low interest rates’ che trovate qui) l’economista capo del Fmi Olivier J. Blanchard, prova a rispondere a una domanda che mantiene costante il suo fascino: siamo proprio sicuri che il debito pubblico sia un problema?
Blanchard arriva, molto prudentemente bisogna dire, alla risposta che sostanzialmente non lo sia. In realtà ponendo delle condizioni, di cui la principale è che il tasso d’interesse pagato sul debito sia inferiore al tasso di crescita, ovvero che i sia inferiore a g (i=tasso di interesse, g=tasso di crescita).
Lo studio si sofferma in particolare sull’economia statunitense e mostra che nonostante il debito pubblico sia andato crescendo vertiginosamente, come si prevede faccia anche per il futuro, questi non è mai stato un problema dato che il tasso di interesse è sempre stato inferiore. Così come si presuppone sarà anche per il futuro.
Negli Usa il tasso nominale decennale a fine 2018 era circa il 3%, e le previsioni di crescita nominale (ossia della somma del pil reale e dell’inflazione) è intorno al 4%.
Stessa situazione si riscontra negli altri paesi, del resto sappiamo tutti che, come si dice in giro, siamo nell’era dei tassi zero. Quindi passiamo da un decennale nominale all’1,3% con una previsione decennale di crescita del 3,6 della Gran Bretagna, al Giappone dove il decennale è quotato lo 0,1% e la crescita stimata e è dell’1,4%. Nella zona euro mediamente il decennale quota 1,2% a fronte di una crescita stimata del 3%.
Se poi il fatto di avere il debito sotto controllo possa portare più facilmente benessere ai cittadini rimane controverso in quanto l’economista conclude “Il paper raggiunge conclusioni forti e, a mio avviso, sorprendenti. Dicendola (troppo) semplicemente, il messaggio inviato dai tassi bassi non è solo che il debito può non avere costi fiscali sostanziali, ma anche che potrebbe avere costi di benessere limitati”.
Un’interpretazione di questo scetticismo potrebbe essere dato dal fatto che a dar da mangiare alle persone di sicuro non sono debito e moneta, bisognerebbe qui lasciare la teoria economica e continuare con la politica economica, ma andiamo avanti perché questo report è stato ripreso anche dalla Bce (lo trovate qui).
La Bce si affretta a precisare che “I modelli teorici non arrivano a formulare conclusioni chiare riguardo al segno e alle dimensioni del differenziale tra crescita e tassi di interesse sul debito pubblico”.
Il grafico seguente mostra che laddove persista un debito molto alto, statisticamente il differenziale è più alto, ovvero si pagano più interessi e il debito in generale è meno sostenibile nel lungo periodo, il che costringe un Paese a più alti avanzi primari per coprire gli interessi

Insomma, la situazione italiana dove la crescita non è bastata a pareggiare i costi del debito. La conclusione della Bce sembra proprio essere che seppure il debito pubblico possa non essere un problema, bisogna poterselo permettere. Ovvero il costo degli interessi deve essere inferiore a quello della crescita e non bisogna lasciare che aumenti, perché in questo caso aumentano le possibilità che il differenziale diventi sfavorevole (i>g).
Ma cosa non considera Blanchard e neppure la Bce? Semplicemente che a bloccare la crescita italiana è stata proprio la rincorsa di tutti i governi, dietro costrizione della Commissione europea, ad abbassare il debito. Rincorsa fatta a suon di avanzi primari e tagli alla spesa pubblica che ha depresso sostanzialmente la crescita a differenza degli altri Paesi che invece hanno usufruito o di ampi deficit (quindi spesa) come proprio gli Usa, la Uk e il Giappone oppure confidando sul surplus artificiale e non competitivo come la Germania. La Cina invece ha usufruito di tutti e due gli elementi (deficit reali intorno al 10% e surplus di bilancia commerciale molto alti grazie a un bel po’ di dumping commerciale), raggiungendo vette impareggiabili di crescita del Pil.
Se il debito pubblico sia sostenibile o meno potrà anche dipendere in parte dai tassi di interessi ma dipende soprattutto da altri fattori. In primis, la moneta con la quale ci si indebita e se questa è controllabile dall’emettitore. Se l’Argentina e il Venezuela emettono debito in dollari difficilmente potranno ripagarlo. In questa stessa situazione si trovano i paesi dell’eurozona perchè emettono un debito che non possono gestire.
A tal proposito cito un paper sempre della stessa Bce, Working Paper Series nr. 2072 del giugno 2017 “Con una moneta nazionale, l’autorità monetaria e l’autorità fiscale possono coordinarsi per garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta non sia inadempiente, vale a dire che i titoli di Stato in scadenza saranno convertibili in valuta alla pari, così come i depositi di riserva in scadenza presso la banca centrale sono convertibili in valuta alla pari.
Con questo accordo in vigore, la politica fiscale può concentrarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico finché non si è ottenuta la guarigione. In particolare, se l’autorità fiscale effettua un trasferimento forfettario alle famiglie, le famiglie sono più ricche a un determinato livello di prezzo e aumentano le spese.
Tuttavia, sebbene l’euro sia una valuta fiat, le autorità fiscali degli stati membri dell’euro hanno rinunciato alla capacità di emettere debito esente dal rischio di insolvenza.”
Il che dovrebbe chiudere il discorso. Il debito pubblico è un problema finché manterremo separate l’autorità fiscale e l’autorità monetaria, situazione che abbiamo voluto, ne abbiamo fatto oggetto di un trattato e lo rispettiamo come fosse scritto sulla tavole sacre nonostante l’evidenza economica e sociale gridi vendetta. Il tutto è diventato talmente dogmatico che le stesse autorità monetarie che ci impongono sacrifici al suon di alta disoccupazione e distruzione di servizi pubblici, possono permettersi di scrivere che stanno operando al di fuori della normalità senza che ci sia una minima reazione da parte di chi legge.
Non ci resta, dunque, che continuare a giocare con i grafici di Blanchard che pur ha un merito, visto che è stato ripreso dalla Bce e quindi dalla Banca d’Italia: tenere viva la debolissima fiammella del dibattito.

Guardie e ladri

di Alice Ferraresi

L’intervento estemporaneo della signora Giovanna Mazzoni al comizio bolognese di Matteo Renzi, nel quale gli ha dato rumorosamente (e a favore di telecamere, piccola malizia necessaria nella società del sensazionalismo) del “ladro” di risparmi, ha suscitato diverse reazioni.
La signora Mazzoni era cliente di Carife e ha avuto, come tanti altri risparmiatori, perdite rilevanti dopo la decisione del Governo Renzi, il 22 novembre 2015, di mandare in risoluzione la banca ferrarese. Forse è il caso di ricordare come è avvenuta, tecnicamente, questa ‘risoluzione’, per poi valutare se ci sono dei “ladri” e in quali file militano.

Il 31 luglio 2015 i Commissari Bankitalia, che stanno gestendo la banca dal maggio 2013, fanno approvare all’assemblea degli azionisti Carife una soluzione di salvataggio che prevede una ricapitalizzazione della banca a opera del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd), ente che riceve denaro esclusivamente dai contributi delle banche, rilevando le azioni dagli attuali titolari a un prezzo poco più che simbolico (nemmeno trenta centesimi di euro), ma tale da disegnare almeno una prospettiva minima di continuità.
Passano alcuni mesi e i soldi del Fitd non arrivano. Non c’è stata alcuna interlocuzione formale tra il Governo e le autorità europee sulla natura ‘pubblica’ del Fitd e sulla conseguente censura della ricapitalizzazione per ‘aiuti di Stato’: soluzione individuata dalla Banca d’Italia, non da un estemporaneo creativo dell’economia bancaria. Non troverete nessuno che possa allegarvi dei carteggi ufficiali nei quali le autorità europee hanno vietato l’adozione di questa soluzione. Eppure alla stampa viene venduta questa versione: l’Europa non è d’accordo. Come e in che modo si sia manifestato questo disaccordo, non sarà mai chiarito. Di certo non è manifestato attraverso degli atti formali di contrarietà che, semplicemente, non esistono. Esistono invece le dichiarazioni del presidente di Banca Intesa (principale contributore del Fitd) a Cernobbio nel settembre 2015, il quale dice che non saranno certamente loro (Intesa) i soli a pagare per le malegestioni di altri. Chi lavora in banca, un po’ più esperto degli altri, viene attraversato da un brivido ascoltando queste parole: chi saranno gli ‘altri’ a pagare?
La risposta arriva il 22 novembre 2015. La fornisce (formalmente) il Governo: a pagare sono prima di tutto i risparmiatori di Carife (e di altre tre banche, tra cui Etruria). Infatti, la risoluzione abbatte a tavolino il valore di una parte dell’attivo della banca, cioè i crediti cosiddetti inesigibili, a livelli da liquidazione immediata: circa 17 euro su 100 di credito. Parliamo di crediti anche ipotecari, che in alcuni mesi o anni renderanno a chi li recupera ben più di quei 17 euro. Questo abbattimento è la ragione tecnica che giustifica l’azzeramento, di una parte del passivo della banca, che viene individuato nelle obbligazioni sottoscritte dalla clientela nel 2006, 2007 e 2008, anni nei quali il bilancio della Carife chiudeva con un utile di decine di milioni di euro.
Erano finti o gonfiati quegli utili? Probabile che fossero almeno eccessivi, ma se i bilanci venivano licenziati come regolari da profumatamente pagate società di revisione, cosa dovevano pensare i risparmiatori? Che nel 2007 la banca fosse sull’orlo del dissesto?
Alcuni accademici che fanno consulenza economica alla Presidenza del Consiglio continuano a dire che questi sono speculatori, da trattare alla stregua di scommettitori alle corse. Rappresentazione particolarmente odiosa e particolarmente falsa: basta guardare alla composizione sociale, anagrafica ed economica di queste persone per dedurne che ci sono i nostri nonni, i nostri genitori, i nostri vicini di casa. Se uno ha messo parte della sua liquidazione in un’obbligazione acquistata in tempi di banca ‘sicura’ e dopo dieci anni questo risparmio gli viene azzerato dalla sera alla mattina, dovrebbe stare zitto e non lamentarsi in quanto ‘speculatore’?

Non credo sfugga (adesso) alla signora Mazzoni che qualcuno le ha raccontato, al tempo, una mezza balla sulla solidità della banca. Ma chi le ha raccontato questa balla? Consigli di Amministrazione, Revisori contabili, società esterne che fanno questo mestiere. Guardie.
Invece chi, tecnicamente, le ha ‘preso’ i soldi? Difficile non pensare, nei suoi panni, che il ‘ladro’ sia stato il Governo Renzi. Che poi questo ‘furto’ (non in senso penalistico, per carità) abbia avuto diversi complici e più di un basista non fa che accrescere la rabbia e la frustrazione di chi ha perso il suo denaro.

Postilla: l’esperimento fatto sulle quattro banche può essere visto, già adesso, con il disincanto dato dal percorso fatto, nel frattempo, dal resto del sistema bancario. Questo percorso ha portato, tra l’altro, al dissesto delle banche venete e al loro acquisto da parte di Banca Intesa, con un contratto “confidenziale” (neanche parlassimo di segreti di Stato), ma di cui si sa che acquista un patrimonio immobiliare di 500 mln pagando un’imposta al Tesoro di 200 (avete letto bene) euro, una rete di circa mille sportelli, raccolta per 23 miliardi e plusvalenze fiscali per circa 2 miliardi. E il costo degli esuberi viene sostenuto interamente dal Tesoro. Il tutto al prezzo di un euro. E’ legittimo sospettare che l’Europa c’entri poco con il mancato intervento del Fitd? E sia molto più plausibile, invece, che Banca Intesa – che muove le leve del Fitd così come quelle di Banca d’Italia, nella quale detiene un sesto del capitale – abbia, diciamo, lasciato naufragare le banche piccole per uno spregiudicato e cinico calcolo di medio termine, che potrebbe tradursi così: il sistema non fallirà e io ne beneficerò; l’effetto domino sarà contenuto, non travolgerà il sistema e soprattutto io Banca Intesa, il più grosso del sistema, ci guadagnerò, perché potrò assorbire sportelli e immobili a costo zero, scaricando le sofferenze a terzi.
Con l’incredibile, beffardo premio di poter essere considerato il salvatore della patria.

Salvatore Rossi e Carife, ovvero l’ennesima ‘beffa’

di Alice Ferraresi

Salvatore Rossi ha pubblicato un volumetto – scritto a quattro mani con Anna Giunta – intitolato ‘Che cosa sa fare l’Italia’. In esso (perlomeno, nella parte nella quale dovrebbe avere maggiore competenza specifica, come scopriremo poi), Rossi scrive tra l’altro che il prezzo dei crediti deteriorati attribuito alle banche in risoluzione (tra cui Carife) fu fissato da alcuni funzionari della Commissione Europea “a un prezzo irragionevolmente basso, meno del 18% del valore di libro, utilizzando come benchmark per le poste più significative dati del mercato sloveno”. Un fatto molto grave, visto che è fondamentalmente per questa ragione – ipersvalutazione dell’attivo – che in Carife si è dovuto ipersvalutare una parte del passivo, cioè azzerare parte dei debiti verso i clienti (le famose obbligazioni subordinate, emesse a Ferrara negli anni 2006 e 2007).
Verrebbe da pensare: chi è questo Rossi giustamente indignato e così bene informato sui meccanismi che hanno portato allo scellerato bail in all’italiana? Un giornalista d’inchiesta? Un economista con fonti informative riservate? Un redattore di Report?

Niente di tutto questo. Salvatore Rossi è (da maggio 2013, attenzione) nientemeno che il Direttore generale di Banca d’Italia!
Ma Rossi l’ineffabile non si limita a questo. Scrive anche, nello stesso volumetto, che i tecnici dell’istituto da lui diretto hanno formulato obiezioni scritte al bail in retroattivo che si prospettava in Italia; ma che tali obiezioni non furono prese in considerazione dal Consiglio dei Ministri Finanziari e dal Consiglio Europeo. Ancora: “non si vedeva alcun profilo di violazione delle regole sugli aiuti di Stato” nell’intervento del Fondo Interbancario (fatto approvare dai commissari di Banca d’Italia all’assemblea dei soci Carife il 30 luglio 2015, ndr), “essendo il Fondo un ente costituito da tutte le banche del sistema e da queste finanziato, che interveniva per un interesse privato, ossia per scongiurarne l’onere sicuramente maggiore che sarebbe caduto su di esso, e dunque ancora su tutte le banche del sistema, se le banche in difficoltà fossero state liquidate e avesse dovuto rimborsare tutti i prestiti garantiti”. Purtroppo, scrive Rossi, “ci si è dovuti piegare alla volontà della Commissione per una ragione assai semplice: nel caso di contenzioso davanti alla Corte di Lussemburgo, le norme contabili internazionali prevedono che i fondi apportati dal soggetto in odore di statalità vengano coperti da appositi accantonamenti, rendendoli quindi del tutto inutili”.

Alcune osservazioni sorgono spontanee.
Primo: che cosa faceva Salvatore Rossi mentre il sistema bancario italiano, o almeno parte consistente di esso, naufragava sotto il peso della mala gestio e della crisi? Cosa faceva quando Zonin, padre padrone della Popolare di Vicenza franata sotto il peso delle operazioni baciate prestiti contro azioni, acquistava per oltre 9 milioni di euro palazzo Repeta, allora immobile prestigioso (ma vuoto) di proprietà di Bankitalia? Parliamo del 2014, non di vent’anni fa.
Secondo: se le osservazioni scritte di Banca d’Italia (peraltro non disponibili per la visione) non servono a nulla perché tanto la Commissione Europea non le considera, a cosa serve la Banca d’Italia? Se la cessione di sovranità finanziaria è talmente totale da rendere pregiudizialmente privo di ogni significato anche un ricorso alla Corte Europea, a cosa serve la Banca d’Italia? (verrebbe da aggiungere: a cosa servono il governo e lo Stato Italiano, ma allargheremmo il tema…).
Terzo: come si giustifica la remunerazione del Direttore Generale della Banca d’Italia, nella migliore delle ipotesi ente inutile secondo le stesse deduzioni del medesimo Salvatore Rossi, nella sua veste di saggista fustigatore di costumi? Parliamo di circa quattrocentomila euro.

E’ già abbastanza scandaloso quello che sta avvenendo nel sistema bancario sotto la supervisione di quello che dovrebbe esserne l’organo di vigilanza. Appare addirittura beffardo che il direttore generale di questo istituto si erga a osservatore accademico, con punte ridicolmente “pamphlettistiche” di critica sociale, di vicende delle quali porta una pesantissima corresponsabilità.

Carife tra passato e futuro, “serve un’azione unitaria per dare forza agli interessi dei singoli e della collettività”

“La Nuova Carife è stata venduta a Bper per 1 euro, è una soluzione bella e brutta – afferma Alberto Dolcetti -. Bella perché si è trovato un soggetto che ha acquisito la nostra banca, altrimenti destinata a sparire. La parte brutta è che con questa soluzione, pur assicurando il futuro della banca, non si sono sanati i conti dei creditori danneggiati in precedenza. Ci si avvia verso la normalizzazione, ma la partita non si può ancora considerare chiusa”. Dolcetti, con Ubaldo Ferretti, ha di recente costituito il Gruppo Risparmiatori Associati, un nuovo gruppo a tutela degli interessi lesi. “La nostra rivendicazione – spiega – è rivolta principalmente nei confronti della Banca d’Italia: vorremmo ottenere facilitazioni a ristoro degli ex azionisti, tanto più che il loro comprensibile allontanamento dalla nuova Carife comporta un oggettivo impoverimento anche per l’istituto”.

Ma perché avete avvertito la necessità di dare vita a un altro gruppo di pressione a tutela dei creditori Carife? A suo giudizio cosa avrebbero dovuto fare e non hanno fatto quelli già esistenti?
Noi agiamo nella pluralità, al di là dei soli azzerati. Ci impegniamo a salvaguardia degli interessi della collettività e ci siamo proposti di occupare uno spazio diverso per la rivendicazione: la tragedia di 30mila famiglie è la tragedia di una città. Ricordiamo sempre che la banca operava anche a livello sociale e comunitario, svolgendo una preziosa opera di sostegno a vantaggio di soggetti e iniziative locali. Attraverso la Fondazione parte degli utili era distribuita ad associazioni culturali e sportive a appannaggio dell’amministrazione comunale, per finanziare mostre, come quelle di Palazzo del Diamanti e vari progetti di interesse generale.
Ma voglio sottolineare che io e il professor Ferretti collaboriamo anche con gli altri gruppi e insieme agiamo per la tutela e la salvaguardia dei risparmiatori e che nel complesso valutiamo positivamente l’operato degli altri soggetti già presenti e attivi.

Come vi state muovendo?
Il nostro scopo è ottenere la realizzazione degli obiettivi proclamati dal vice ministro Morando, che il 4 aprile 2016 disse che il governo era impegnato a svolgere una serie di interventi: 1) Allargare le maglie per i ristori degli obbligazionisti 2) Posto che la legge prevede nulla per gli azionisti della vecchia banca, data la particolarità della situazione, vediamo attraverso un’azione di persuasione morale di sollecitare un impegno dell’acquirente anche nei loro confronti. 3) Poiché il territorio ha avuto un danno, gli enti locali definiscano progetti concreti che il governo possa recepire rendendo disponibili fondi per lavori e interventi pubblici…
Non abbiamo iscritti e quando ci muoviamo lo facciamo convocando assemblee, la partecipazione è libera, chiunque è il benvenuto. Vogliamo sensibilizzare il territorio. Abbiamo contattato tutte le organizzazione esattoriali, cooperative, artigiani, agricoltori…

Azzerati, risparmiatori, azionisti, obbligazionisti, cittadini e imprese… che tipo di feedback avete ricevuto da loro? Quali sono gli stati d’animo?
Ho partecipato a molte assemblee, c’è una certa dose di insoddisfazione, qualcuno ritiene chi in questi mesi non si sia fatto abbastanza e che si sarebbe dovuto dare maggiormente battaglia.

Che sensibilità cogliete e che segnali giungono dal territorio ferrarese? Avete avuto contatti con altre realtà associative o politiche?
I partiti di minoranza si sono mossi, si è invece mosso meno bene e con ritardo quello di maggioranza. Ferrara per questo è molto critica nei confronti del partito di governo municipale. Certo, ci sono responsabilità a livello locale, ma soprattutto a livello nazionale. Penso alla Banca d’Italia ad esempio. I segnali che ci arrivano sono di sostegno e partecipazione al nostro impegno, anche da parte dell’amministrazione comunale.

Ora l’interlocutore è Bper…
Sì, sta arrivando per noi il momento dell’azione mirata e stiamo valutando – su proposta anche di altre organizzazione – il coinvolgimento delle varie componenti locali, a partire dall’Amministrazione comunale e dalla Camera di commercio, per agire di concerto e propiziare ristori anche per gli azionisti. In questa direzione per sollecitare Bper serve un’azione concertata e congiunta degli enti pubblici e delle vari componenti locali più rappresentative. Vorremmo poi aggregare i vari gruppi degli azzerati e creare così le condizioni affinché i partiti e le forze sociale possano organizzarsi su un piano comune e far sentire la loro voce.

Carife, una cesura da ricucire a partire dagli azzerati

“Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione” Henry Ford, imprenditore statunitense.

Dopo il caos, dopo il crac, dovrebbe tornare la quiete, la risoluzione. Oggi la fiducia dei cittadini ferraresi, dei risparmiatori, dei cosiddetti ‘azzerati’ è ai minimi storici. Il sentimento comune nei confronti del sistema bancario e nelle contromisure adottate dalla Banca d’Italia è di scetticismo e diffidenza. Dopo 178 anni di storia bancaria il rapporto Carife-cliente ha registrato una crepa profonda, che deve essere risanata nel nome di una ferraresità che da sempre ha caratterizzato il legame tra il cittadino e l’istituto di credito d’appartenenza.
Partendo dal concetto che l’austerità – in materia di politica economica – è una delle prime cause della decrescita (già dal 2008 alcuni segnali volgevano in tal senso), le banche, in particolare quelle statunitensi, europee ed italiane, denunciavano un cambiamento del mercato, la crisi dei ‘subprime’ e la grande depressione. In controtendenza rispetto agli altri paesi, l’Italia non ha impiegato interventi statali allo scopo di mettere in sicurezza le banche, un primo passo verso l’oblio finanziario.
Una delle contromisure più conosciute è quella entrata in vigore nel nostro paese a partire dal 1 gennaio 2016, il cosiddetto Bail In, consiste nel salvataggio della banca attraverso i soldi degli azionisti in primis, obbligazionisti e correntisti, escludendo quei clienti con conti deposito inferiori a 100.000 euro (protetti dal Fondo Garanzia Depositi).
Ma questo è solo uno degli aspetti denunciati dai gruppi di protesta, ai quali da ieri in città si aggiunge anche il Gruppo risparmiatori associati di Alberto Dolcetti e Ubaldo Ferretti. Le polemiche si diramano verso l’attribuzione delle responsabilità gestionali e politiche nei confronti di Carife stessa, denunciando prestiti provinciali ed extra-provinciali (Milano) mal gestiti e ingiustificati, la mancata supervisione da parte della Banca d’Italia è una nota dolente comune degli ultimi casi bancari italiani. Un insieme di concause che hanno aperto il famigerato vaso di Pandora, generando una perdita di appetibilità della banca, un fuggifuggi generale dei conti di deposito, allarmismo del mercato finanziario.
In seguito alle inchieste – ascrivibili alla Gdf di Ferrara – e alle analisi dei comitati di alleanza, è emerso che il territorio stesso ha subito un danno notevole, un approccio costruttivo è stato identificato nell’opportunità di unire sotto la stessa causa – quella ferrarese – amministratori comunali, partiti locali, azzerati e gruppi di protesta con l’obiettivo di porre la questione nelle sedi governative opportune.
Tutelare la salvezza delle banche equivale a tutelare la salvezza dei cittadini, regolamentarle e commissionarle potrebbe essere una soluzione soddisfacente per il futuro. Gli organi bancari di competenza devono tornare protagonisti nella tutela dei diritti del risparmiatore, un’assistenza funzionale è requisito fondamentale per instaurare un rapporto di fiducia tra banca e cliente.

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Carife, l’altare e la polvere: anatomia di un crac

di Alice Ferraresi

Cassa di Risparmio di Ferrara è viva e lotta insieme a noi, proprio mentre va ad estinguersi e si trasforma in un’altra cosa, che non sarà più la Cassa di Risparmio di Ferrara.
Vive a dispetto di tutto, come un’anguilla che ha ricevuto colpi alla testa, alla coda ma che continua a dibattersi in un impeto di vitalità quasi automatica. E’ curioso e teatralmente drammatico il meccanismo che la farà vivere il tempo necessario per diventare un’altra cosa (Bper, si dice). Più di un terzo dei dipendenti accetta di licenziarsi (con un incentivo) per consentire agli altri di tenere in piedi il proprio lavoro e la banca, tuttora in pesante squilibrio costi-ricavi.
Non sono bastati 350 uscite in tre anni e venti giorni di solidarietà non pagata a testa per riportare la banca in equilibrio. Non sono bastati perché in questi tre anni la banca ha perso volumi e clienti in misura più che proporzionale, vittima di una impressionante serie di mazzate che fanno pensare ad una nemesi: i privilegiati capetti di centocinquantanni di sistema autoreferenziale e, da un certo punto in poi, smodatamente ambizioso travolti da una specie di cataclisma biblico.

I germi della caduta sono, come spesso accade, annidati dentro l’acme dell’ascesa, situato tra il 2006 ed il 2008. E’ questo il momento in cui l’espansionismo estense non più prudente né temperante, incentrato sull’attivismo del direttore padrone Gennaro Murolo, lasciato libero di fare dal suo presidente Santini e dall’allora direttore di Bankitalia Fazio, raggiunge il suo massimo livello. Dopo aver acquistato una società di leasing napoletana, una banca locale romana, una veronese, una romagnola ed una modenese, Murolo decide di impiegare una parte consistente della nuova raccolta per alcune spregiudicate operazioni, delle quali la più nota è quella degli investimenti immobiliari milanesi Miluce e Santamonica; operazione attuata sia attraverso l’acquisto a prezzi supervalutati di terreni dai fratelli Siano, sia attraverso il finanziamento bancario ai fondi immobiliari veicolo delle iniziative. Totale circa 140 milioni che non rientrano. Altri 80 milioni non rientrano da Acqua Marcia Immobiliare del dominus Francesco Bellavista Caltagirone, ora in concordato. Due operazioni due, che per importo potevano essere sostenute da Unicredit, Intesa, Banco Popolare. Non è una consolazione avere prestato male i soldi in pool con banche più grandi: quelle sopravviveranno al rovescio, Carife entra in sofferenza profonda.

Sono Murolo e i suoi sodali i primi responsabili delle disgrazie della banca: dei dipendenti e dei risparmiatori, in primis. Del territorio, in secundis – anche se oggi pare scongiurato, per un soffio, il rischio di chiusura, che si sarebbe portato dentro il fosso una parte consistente dell’economia locale, già ferita dal terremoto, dalla crisi e dalla fine delle erogazioni della Fondazione; economia che vive ancora in buona parte a debito della Cassa.
La Banca viene obbligata da Bankitalia a fare un aumento di capitale di 150 milioni, che si concretizza miracolosamente nel 2012. Migliaia di ferraresi ci credono ancora e comprano le azioni – la Fondazione, senza un euro, non ci mette niente ma non molla la presa; rimane padrona della maggioranza relativa, e nessun direttore generale ha il mandato libero di vendere la banca o di fare entrare partner industriali per rafforzarne il patrimonio. E’ qui che inizia la nemesi.

Qualcuno decide di vendicarsi. Di cosa? Probabilmente di prebende non più percepite, di privilegi perduti. Questo, almeno, sembra da fuori, vedendo cosa succede alla Cassa dopo l’aumento di capitale. Senza che sia successo nulla di ulteriore, la banca con 150 milioni di più in forziere viene commissariata da Bankitalia. Una decisione che si poteva comprendere prima dell’aumento di capitale, incomprensibile e sospetta dopo, visto che una delle causali è “gravi perdite patrimoniali”; una beffa per i cittadini che vedono il valore dell’investimento azzerato.

La gestione commissariale fa cadere la sua mannaia sui crediti inesigibili, svalutandoli al 65%; e sui costi fissi, in particolare del personale, che in sostanza paga con le sue tasche l’esodo anticipato dei colleghi più vicini alla pensione. Ma non basta, non basta mai. L’emorragia dei depositi ed il conseguente taglio dei crediti asciugano i volumi della Cassa sino ad essiccarla; nessuna riduzione di costi, per quanto ingente, riesce a correre dietro a questa emorragia, dovuta alla caduta di fiducia ed alla paura della clientela.
L’altro dramma decisivo si dipana tra luglio e novembre 2015. In luglio, dopo l’ennesimo sofferto accordo coi sindacati, Bankitalia si presenta in assemblea degli azionisti proponendo: aumento di capitale finanziato dal Fondo Interbancario, un riconoscimento di valore minimo agli azionisti, una prospettiva, per quanto lunga e faticosa, di ripartenza della banca. Da lì a novembre un rincorrersi di voci su divieti, veri o presunti, all’operazione da parte dell’Unione Europea; fatto sta che i soldi del Fondo non arrivano, la clientela ricomincia ad insospettirsi, e riparte l’emorragia di depositi.
Il capolavoro arriva il 22 novembre 2015. Durante una furtiva riunione ministeriale di domenica pomeriggio, il Governo, imboccato dalla Vigilanza, decide di sottoporre a risoluzione (in sostanza, di fare fallire “dolcemente”), Carife ed altre tre banche locali (Etruria, Marche e Chieti) per problemi di liquidità che ne compromettono il regolare funzionamento nelle condizioni normali (grazie al piffero, verrebbe da dire…). Governo e Bankit ci dormono sopra per mesi, lasciano uscire i depositi e poi prendono atto che “c’è un problema di liquidità”. E quindi operano, tagliano come chirurghi: innesto di capitale di funzionamento ma vincolato ad una svalutazione draconiana dei crediti inesigibili (per Carife all’86%, una svalutazione che applicata al sistema farebbe entrare in crisi immediata di capitale la metà delle banche), che obbliga ad un taglio parziale dei debiti verso i clienti: le obbligazioni subordinate, acquistate dagli stessi tra il 2007 e il 2009 ma, soprattutto, mai potute riacquistare dalla Cassa, perché Bankit non risponde mai alla richiesta di Carife – in sostanza, non autorizza il riacquisto.
La battuta viene facile: l’operazione è perfettamente riuscita, il paziente è morto. A questo punto viene creato un piccolo “mostro” che nasce in pubblicità con le ali di una cicogna, ma che viene percepito dai risparmiatori espropriati con le grinfie della gazza (ladra). E deve essere venduto entro qualche mese: qualunque persona dotata di elementare buon senso capisce subito che la “trattativa” è completamente nelle mani di chi sarà chiamato, per amore o per forza, a comprare e quindi potrà dettare tutte le condizioni, e quando vorrà, a costo di giocarsi dipendenti e clienti in cambio di un’acquisizione gratuita di rete commerciale e territorio di riferimento.

Questa triste storia sta per avere il suo epilogo, drammatico ma non tragico – c’è comunque una bella differenza – grazie a sindacati fin troppo responsabili (ma comunque senza alternative) ed al senso civico di una parte dei dipendenti; l’uscita dalla banca la pagheranno (pur incassando una cifra apprezzabile) soprattutto le donne con figli. C’è da sperare che non sia l’atto di chiusura tombale, almeno per un paio di lustri, della prospettiva di una rinascita economica per la provincia più povera della Regione.

Gli effetti del voto sui mercati finanziari

Continuano le sempre meno velate minacce alla stabilità economica dell’Italia in riferimento all’esito del referendum ma anche, come scrive qualcuno, semplicemente perché la speculazione agisce dove trova terreno fertile per aumentare i guadagni e quindi prescinde dal referendum stesso.

Probabilmente sono vere entrambe le visuali, ma a questo punto sarebbe interessante capire come funziona questa speculazione.

Il punto centrale sono i rendimenti dei BTP, rendimenti condizionati dalla variazione su acquisti o vendite degli stessi che conseguentemente determinano l’interesse. Importante è sapere che:
– i BTP offrono rendimenti a tasso fisso e questo rende possibili le considerazioni che faremo di seguito;
– sulla quota del debito pubblico italiano incidono per circa 1.600 miliardi e quindi è su questa somma che agisce la speculazione.

La speculazione si può fare sia se l’interesse sulle nuove emissioni aumenta sia se questa diminuisce perché in entrambi i casi esiste un mercato secondario sul quale questi titoli possono essere sempre messi in asta. Di conseguenza se il rendimento sui nuovi BTP si abbassa, quelli che ne hanno acquistati ad un tasso di interesse maggiormente remunerativo possono rivenderli complicando la vita a chi ne sta vendendo di nuovi. Se l’interesse proposto sui nuovi è più alto, chi ha acquistato a meno può rivendere abbassando il valore stesso del BTP in suo possesso in modo che per chi compra sia indifferente comprare il nuovo o il vecchio.

Per una spiegazione più approfondita ho trovato questo articolo a cui rimando, perché qui si cerca semplicemente di fare informazione corretta http://www.comeinvestiresoldi.it/bot-e-altri-titoli-di-stato/btp-valore-nominale/ oppure http://www.comeinvestiresoldi.it/bot-e-altri-titoli-di-stato/investire-in-btp/

Il governatore della BCE, Mario Draghi, come si sa sta acquistando Titoli di Stato italiani nella misura di circa 9 miliardi al mese che fanno circa 108 miliardi in un anno con l’operazione denominata Quantitative Easing e che è prevista fino al 2017 ma che sembra possa anche continuare (inizialmente, si precisa, il programma prevedeva una durata di 19 mesi e acquisti per 60 miliardi all’anno e la quota riservata all’Italia in totale era di 167 miliardi. Poi è variata la quantità mensile, portata a 80 miliardi, ed esteso il periodo lasciando incertezza sulla durata finale). Avverte però in questi giorni “pre – referendum”che tali acquisti sono finalizzati all’aumento dell’inflazione e quindi, seppur assicura che nel caso di vittoria del no saranno effettuati acquisti supplementari ciò avverrà solo per qualche settimana. Sarà il MES (ESM) a doversi occupare di eventuali altre e successive necessità.

Cosa vuol dire questo? C’è una bella differenza tra un acquisto effettuato da una Banca Centrale e un acquisto effettuato dal Fondo di aiuti per gli Stati dell’eurozona istituito con il MES.

Primo caso: una Banca Centrale può effettuare tutti gli acquisti di BTP che vuole perché è l’unico Ente che può andare in negativo senza conseguenze (dichiarazioni in tal senso chiarificatrici dello stesso Draghi che potrete trovare qui https://m.youtube.com/watch?v=mA2cK83SeQw ). Una Banca Centrale spende e non deve dar conto a nessuno se non allo Stato da cui dipende (e qui il primo problema: da chi dipende la BCE?). Nel suo “bilancio consolidato” gli acquisti di BTP effettuati sul mercato vengono semplicemente annullati e causano un abbassamento del debito pubblico, e qui spiego. Se io ho un debito con Tizio e a ricevuta di questo debito gli do un foglietto con su scritto “alla scadenza ti ridarò la cifra x”, quando estinguerò il mio debito lui mi ridarà quel foglietto. La mia obbligazione è estinta, prendo il foglietto e lo strappo, non esiste più.
Vedere per questo il bilancio della Gran Bretagna degli ultimi anni che si è ricomprato qualche centinaio di migliaia di sterline del suo debito e di conseguenza lo ha annullato dal suo bilancio (potete scaricare da qui un paper molto interessante sull’argomento www.monetazione.it/DocumentiScaricabiliCobraf/77_PDF.pdf oppure cercare qualche dichiarazione di Claudio Aquilini Borghi o altri, insomma affermazioni documentabili e dimostrabili).
La domanda è: perché il nostro debito continua a salire nonostante gli acquisti della BCE effettuati a mezzo Bankitalia da qualche anno? E perché Draghi ci rimanda al MES? di seguito.

Secondo caso: quando il MES acquista titoli pretende garanzie a supporto e prevede penalità. Della serie, abbiamo una Banca Centrale che può fare quello che dovrebbe fare per istituto ma non qialcuno decide diversamente. Perché? Perché la filosofia dell’euro, dei trattati europei e delle sue istituzione è che noi dobbiamo sempre agire sul mercato libero, tenere fuori gli Stati, ognuno deve fare per se e il debito non deve essere estinto (altrimenti di cosa vivrebbero i mercati?). Ai lettori il giudizio sulle convenienze di questo sistema!

Cerchiamo ora di collegare il tutto di nuovo alla proposta riforma costituzionale e al referendum del prossimo 4 dicembre. Il tutto, nell’ottica di comprendere bene i messaggi che vengono lanciati attraverso TV e giornali dai nostri rappresentanti politici, cioè alla ricerca del messaggio reale dietro le parole.

Per farlo bisognerebbe sempre stare negli spazi o tra le righe, facciamo un esempio semplice andando a pescare una dichiarazione di Renzi: “Il giorno dopo il referendum, se le cose andranno bene, chiederò al Parlamento di mettere il veto sul bilancio europeo se l’Unione non cambia atteggiamento sulla politica sui migranti. Sull’immigrazione bisogna voltare pagina”.

Che bisogno c’è di aspettare l’esito del referendum per fare un’operazione del genere? Se si è ravvisato la scorrettezza del bilancio europeo si contesta a prescindere e in virtù dell’interesse nazionale. Con questo atteggiamento invece il messaggio è chiaramente ai soli fini elettorali e di interessi personali: faccio se votate per me, altrimenti…

E dello stesso tenore il Ministro Gentiloni: “Il referendum domenica in Italia non riguarda soltanto alcuni aggiustamenti del funzionamento delle istituzioni del paese. Le poste in gioco sono molto più elevate e riguardano l’Europa intera. L’approvazione di queste riforme stabilizzerà il nostro paese e accelererà ulteriormente il cammino delle nostre riforme”.

Negli spazi o tra le righe c’è scritto anche qui altro. Che in realtà le nuove regole previste dalla riforma costituzionale non sono importanti per il nostro Paese ma per la sua integrazione nel sistema europeo, comprese le storture che abbiamo visto sopra e compresa la speculazione finanziaria. Quindi la stabilità significa che tutti questi meccanismi saranno ancora più automatici e grazie alle previsioni dei nuovi art. 55 e 70 e 117, grazie ai quali i Trattati Europei salgono a rango Costituzionale, sarà molto più complicato discostarsene.

Interessi dei cittadini e interessi portati avanti dai riformatori sono completamente agli antipodi. Di questo non se ne parla, ovviamente, ma si va avanti per spot e problemi marginali.

Ultima nota sullo spread, che comunica da solo in quanto tale e in forza semplicemente di un numero. In questi giorni sta salendo ed è arrivato a quota 190, ne ho già scritto su queste pagine poco tempo fa per cui non mi ci soffermo più di tanto. Se si eliminasse la speculazione o se semplicemente la si controllasse tramite operazioni di banche centrali che acquistino nella maniera descritta sopra e se a corredo i parlamenti nazionali o addirittura a livello di parlamento europeo (ops: il parlamento europeo non può fare leggi!!!) facessero delle leggi contro la speculazione sugli stati mettendo l’interesse nazionale e dei cittadini davanti agli interessi della finanza. In questo caso: lo spread sarebbe un problema?

Lo spread è un problema e lo sarà fino a quando si vorrà che lo sia così come la speculazione. Semplice. Ora si capisce perché mi piace pensare, e dire, che basta un NO, non per rimanere fermi ma per pretendere un serio cambiamento.

Il deficit ci affossa. Eppure l’Italia è prima della classe per la tenuta dei conti pubblici

L’Italia ha i propri conti a posto: ma allora perché il debito pubblico è così alto?

Tabella 1

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La tabella del nostro Ministero delle Finanze ci mostra come l’Italia sia stata dal 1995 la prima della classe in quanto a entrate / uscite e tenuta dei conti pubblici in fase di avanzo primario. Per chi avesse qualche dubbio su che cosa indichi l’avanzo primario, si immagini la contabilità dello Stato come un foglio sul quale tracciamo una sorta di partita doppia dove da una parte ci sono le entrate e dall’altra le uscite. A fine anno si traccia una riga e si sommano entrate ed uscite (senza conteggiare ancora gli interessi), se le entrate sono superiore alle uscite abbiamo un avanzo primario, se le uscite sono invece superiori abbiamo un disavanzo, ovvero un deficit di bilancio. Ebbene, come ci mostra il MEF, dal 1995 al 2014 l’Italia ha sempre tenuto a posto i conti, anzi ha realizzato dei surplus di bilancio, spendendo meno di quanto ha incassato tranne che nel 2009. Un vero record a livello europeo e quindi siamo, in questo settore, i primi della classe. Continuando con l’esempio della partita doppia dobbiamo però aggiungere al nostro primo totale di entrate ed uscite gli interessi e qui viene la nota dolente. Infatti seppur ho un surplus nel 1997 di 85,952 miliardi dopo aver pagato 123,664 miliardi di interessi sul debito accumulato mi ritrovo con un deficit finale di 37,712 miliardi nonostante il surplus iniziale (ottenuto ovviamente con aumenti di tasse, vendite di patrimonio pubblico e peggioramento dei servizi, quindi nonostante lo Stato sia più povero ho un deficit). Dal saldo primario della prima tabella per l’intero periodo sono stati pagati in totale 1.650 miliardi di euro (pari al 6% del PIL), ma se partissimo dal 1981 (tabella 2) scopriremmo che addirittura ne abbiamo pagato più di 3.100. Cifre spaziali!

Tabella 2.

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Dai dati precedenti e sugli anni considerati nella tabella del MEF l’avanzo accumulato è di 585 miliardi di euro (dalla tabella 2: 740,232 partendo dal 1980 al 2012) contro, ad esempio, quelli della Germania che sono 80 miliardi per lo stesso periodo, mentre la Francia ha disavanzi per – 475 miliardi. Un primato che però non ci ha dato benefici né in termini di crescita né in termini di diminuzione di stock del debito pubblico e nonostante le tante svendite di patrimonio nazionale, a dimostrazione che sono sbagliate sia le politiche economiche intraprese in questi anni dai vari governi che si sono succeduti sia come sono state impostate le entrate e le uscite, un vero disastro. Qualcuno potrebbe dire che si sono succeduti tanti governi e che se hanno tutti seguito questa strada vuol dire che non c’erano soluzioni alternative. La risposta sta’ nel fatto che se è vero che sono cambiati i governi è altrettanto vero che le persone che hanno intrapreso i grandi cambiamenti degli anni ’80 e ’90 sono in realtà sempre presenti sulla scena italiana ed europea. Hanno variato solo la carica, ergo ci hanno governato sempre le stesse persone e gli stessi grandi interessi (da Draghi Monti, da Amato a Ciampi e Andreatta. Ultimamente si è affacciato sulla scena qualche loro figlio politico).

Tabella 3.

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Quest’ultima tabella (fonte DEF 2015) ci mostra la ripartizione del debito, cioè chi detiene i titoli pubblici italiani. Possiamo osservare che l’eurosistema ne detiene il 29,4%, percentuale in calo rispetto agli anni prima del 2011-2012 da quando cioè la fiducia nel nostro Paese e sulla nostra “solvibilità” è cominciata a venire meno. Serve per avere idea di quanto sia il debito vero, cioè quello dovuto all’estero che ha un peso diverso rispetto a quello interno (non vuol dire che non deve essere onorato ma che cambiano i parametri di pericolosità). Inoltre si noti che al 2014 la Banca d’Italia deteneva il 7,8% di questo debito. Il Quantitative Easing (QE) di Mario Draghi è iniziato a Marzo del 2015 per cui la percentuale si è di molto ingrossata calcolando che, secondo il piano della BCE, la stessa ha inizialmente comprato titoli per 8 miliardi al mese e attualmente quasi 10. Se come previsto gli acquisti dureranno fino al 2017 la Banca d’Italia avrà acquistato più di 200 miliardi in titoli di stato sui quali, tra l’altro, versa una percentuale al Tesoro di profitti di esercizio e di tasse sulle plusvalenze (per avere un’idea: nel 2015 la Banca d’Italia ha versato allo Stato 3.169 miliardi – fonte Banca d’Italia). Insomma il Tesoro, l’Italia, guadagna subito sui Titoli detenuti dalla Banca d’Italia e più acquista più il debito diminuisce, del resto il Giappone ne detiene quasi il 50% e Londra circa il 25%. Inoltre un debito detenuto dall’emittente dello stesso, si intuisce, non è poi un debito così problematico.

Ma la manovra della Bce non porta benefici reali ai cittadini

A qualcuno sarà venuto in mente di chiedersi se questa nuova ‘arma’ di Draghi, l’estensione del quantitative easing, porterà benefici all’economia reale, cioè se le nostre tasche e la nostra vita quotidiana ne trarranno un vantaggio. Certo di fronte ad argomenti così complessi la reazione più comune è fidarsi di quanto gli esperti dicono e fanno. Draghi, Padoan e Renzi ci piaceranno magari poco, ma di politica economica ne sapranno di sicuro più di noi. Però, piano piano, vogliamo provare lo stesso a fare due conti.
Con la nuova operazione di quantitative easing annunciato pochi giorni fa la Bce emetterà fino a 1.750 miliardi di euro; per l’Italia vuol dire acquisti di titoli di Stato da parte della BdI per 80 miliardi al mese, un aumento di 10 miliardi rispetto ai primi due quantitative easing. Questi, sommati ai prestiti alle banche attraverso le aste di Tltro (Targeted Longer Term Refinancing Operations), porteranno le erogazioni totali della Bce a quota 2.200 miliardi di euro.
Cifre di questo genere dovrebbero inondare di liquidità il sistema economico dell’eurozona, ma qualcuno se ne è accorto? Il fatto che l’inflazione sia ancora prossima allo zero e che anzi si continui a parlare di deflazione dovrebbe far pensare che qualcosa non stia funzionando, perché anche se una parte di questi soldi ancora non sono stati erogati queste operazioni sono iniziate dal 2011.
Insomma, verrebbe da pensare che le pure operazioni finanziarie non stabilizzino il sistema e che forse sia venuta l’ora che siano i governi a muoversi, magari abbassando le tasse e procedendo attraverso politiche espansive di spesa pubblica. Vita reale, suvvia. Anche politiche monetarie che andassero nella giusta direzione potrebbero servire: per esempio, considerando solo i 10 miliardi in più del quantitative easing numero 3, ipotizzando di accreditarli direttamente nei conti correnti dei cittadini italiani avremmo circa 150 euro al mese ognuno e, per una famiglia tipo di 4 persone, ben 600 euro di maggiori entrate. Soldi che si trasformerebbero immediatamente, visti i tempi, in maggiore spesa e quindi in un aumento del Pil nazionale con miglioramenti reali per tutti.

Certo qualcuno potrebbe puntualizzare che anche quando la Banca d’Italia compra semplicemente titoli e li detiene deve corrispondere allo Stato delle tasse sugli utili, ovvero sugli interessi. Su 30 miliardi di btp detenuti nel 2013, considerando un’aliquota Ires del 27,5% e il 5,5% di Irap, ha portato un introito di circa 700 milioni nelle casse dello Stato. Ben poca cosa, e magari poi destinati come gocce nel mare degli interessi sul debito pubblico da ripagare, ritornando così da dove sono venuti: da quel circolo vizioso Bce, banche private, finanza. Dare invece diretto sostegno all’economia reale bypassando le alchimie finanziarie porterebbe vantaggi molto più consistenti e immediati.
La Bce prevede anche l’acquisto di obbligazioni di aziende, ovviamente di quelle che stanno meglio, come Fiat o Telecom, che hanno rating alti. La Bce agisce cioè come un’azienda che presta a chi sta meglio, l’opposto di quanto dovrebbe fare una banca centrale.
Una banca centrale che voglia realmente aumentare la liquidità degli Stati, migliorare e aumentare gli scambi all’interno di una economia che arranca, dovrebbe rivolgersi ad aziende e cittadini in difficoltà, quindi comprare per esempio obbligazioni dalle aziende prossime alla chiusura, permettendo così la continuazione della loro attività, di non licenziare e rimanere sul mercato. Lo stesso per le famiglie che, vedendosi accreditata una cifra sui loro conti correnti, stimoleranno l’economia reale con la loro aumentata capacità di spesa. Insomma si parla di mantenere o aumentare la capacità di spesa delle persone e delle aziende, in termini macroeconomici di aumentare la domanda aggregata, l’unico modo di fare la differenza (per le persone però, non per la finanza).

Perché tutto questo sia accettabile e possibile però è necessario uscire dalle logiche dell’attuale sistema economico e avere la capacità di immaginare che il mondo possa funzionare in maniera diversa, più equilibrata e più propensa ai bisogni del 99% della popolazione. Soprattutto, accettare che il benessere della finanza e delle banche non corrisponda quasi mai al benessere dei popoli.
Nel momento in cui si vive con l’idea che l’unico modo possibile di stimolare la crescita sia erogare montagne di moneta che devono passare per l’oligopolio delle banche, che lo Stato si debba finanziare esclusivamente attraverso le concessioni della Bce e l’emissione di titoli di Stato venduti al mercato (cioè alle 18 banche che possono comprare titoli sul mercato primario), tutto quanto detto risulta comprensibilmente fantasioso e irrealizzabile. In effetti la nostra mente rifiuta tutto ciò che appare troppo semplice e così continuiamo ad affidarci a chi è tanto bravo da farci sembrare le cose complicate e materia per pochi esperti. Teniamoci quindi deflazione, disoccupazione, privatizzazioni e disperazione, facendo finta che le cose stiano migliorando.
E per chiudere: qual è la logica per cui una banca centrale deve far finta di dover operare come se fosse una normale azienda dando soldi a chi ha alti rating? Perché una banca centrale dovrebbe rientrare della moneta che ha emesso? Probabilmente perché, per usare una frase che piaceva al compianto professor Ioppolo: “non bisogna far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere”. Cosa succederebbe se i cittadini capissero finalmente che gli si fa pagare così cara l’operazione di schiacciare un pulsante?

Bankitalia: ecco cosa abbiamo fatto per la Cassa di risparmio di Ferrara

Nel 2012 “Banca d’Italia ha chiesto un aumento di capitale di 150 milioni. Una somma precisa che, secondo i loro calcoli, doveva servire per sanare il deficit. I soldi sono stati raccolti, ma poi sono arrivati i commissari. Perché? Avevano contato male? Se se l’esito era incerto, perché richiedere l’aumento di capitale che ha determinato un impoverimento per il territorio?”. Nel 2015 “noi azionisti abbiamo firmato un patto col sangue, accettando che i nostri titoli fossero svalutati da 41 euro fino a 27 centesimi. Lo abbiamo fatto perché ci avevano assicurato che con quel sacrificio la banca si sarebbe salvata. Ma ci hanno preso in giro”. Tant’è che a dicembre con il famigerato decreto ‘salvabanche’ sono stati azzerati molti dei crediti dei quattro istituti a rischio di fallimento, compresa la Cassa di risparmio di Ferrara.
Venerdì Ferraraitalia ha pubblicato una lunga intervista a Franco Mingozzi (piccolo azionista che ha perduto i suoi investimenti), che ripercorre le tappe della vicenda e indica quelle che considera responsabilità ed errori di gestione, puntando l’indice contro Bankitalia. E proprio ieri sul sito ufficiale della banca centrale è apparsa una nota di rendicontazione dell’operato svolta dalla Banca d’Italia in riferimento all’istituto di credito cittadino, che riportiamo integralmente.

Cassa di Risparmio di Ferrara
Ispezione che rivela i primi seri problemi.
Nella primavera del 2009 una ispezione fece emergere, oltre a vari specifici problemi e irregolarità, l’insostenibilità di un programma di espansione territoriale troppo ambizioso e non attuato con la dovuta prudenza; gli ispettori espressero un giudizio intermedio, che corrispondeva a “parzialmente sfavorevole” (4) nella nuova scala (da 1 a 6) all’epoca in via di introduzione.
Intervento.
Successivamente all’ispezione, su impulso della Vigilanza, la banca nominò un nuovo Direttore generale. Nell’aprile 2010, rinnovò sette degli undici membri del CdA (fra cui Presidente e Vice Presidente). Il patrimonio continuava però a erodersi per cui la banca, come richiesto dalla Banca d’Italia nell’ottobre 2010, realizzò un aumento di capitale per 150 milioni. In più occasioni nel 2011 e nel 2012 la Vigilanza intervenne per ribadire l’esigenza di razionalizzare il gruppo nonché per richiedere rafforzamenti organizzativi e delle funzioni di controllo. In relazione ai ritardi nelle iniziative richieste e al peggioramento ulteriore della qualità del credito, la Banca d’Italia dispose nuovi accertamenti ispettivi.
Ispezione decisiva.
Una ulteriore ispezione condotta dal settembre 2012 al febbraio 2013, inviata a causa della evidente insufficienza dell’azione correttiva della banca e del deteriorarsi della situazione, si chiuse con un giudizio sfavorevole (6 su una scala da 1 a 6) e con la constatazione di un elevato rischio di credito, di una compromissione della capacità di generare reddito e della insostenibilità della controllata Commercio & Finanza. L’accertamento rilevò un patrimonio al di sotto dei minimi regolamentari. Alla Consob furono forniti dati in merito alle maggiori rettifiche su crediti quantificate in esito agli accertamenti ispettivi.
Commissariamento.
A seguito delle conclusioni dell’ultima ispezione, il commissariamento fu disposto il 27 maggio del 2013 per gravi irregolarità e gravi perdite del patrimonio.
Procedimento sanzionatorio.
Un primo procedimento sanzionatorio, avviato a seguito dell’ispezione del 2009, si concluse nel 2010 con l’applicazione di sanzioni per un totale di 340.000 euro nei confronti di 14 esponenti. Per carenze accertate nel corso dell’ultima ispezione, nell’aprile 2014 sono state irrogate nei confronti di 15 esponenti della Cassa di Risparmio di Ferrara sanzioni pecuniarie per un ammontare complessivo pari a 1,1 milioni.
Invio del rapporto ispettivo alla magistratura.
A conclusione dell’ultima ispezione, alla Procura di Ferrara fu trasmessa copia del relativo rapporto; ai magistrati inquirenti era stata già inviata, nel giugno 2010, la documentazione concernente l’ispezione del 2009.

L’APPUNTAMENTO
N€uro, lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche

Dentro o fuori dall’euro? L’interrogativo ricorre quotidianamente nei dibattiti politici ma anche nelle chiacchierate che si fanno al bar o al mercato rionale. Il tema divide partiti e cittadini. E non è l’unico dilemma insoluto. Oggi più che mai è forte la preoccupazione relativa alla tutela del risparmio e alle garanzie offerte dalle banche. La crisi ha diminuito la ricchezza e aumentato i dubbi, dilatando i margini di insicurezza su molti fronti, anche perché economia e finanza sono temi ostici, difficili da maneggiare.
‘Chiavi di lettura’, il ciclo di incontri organizzato da FerraraItalia, ritorna in bliblioteca Ariostea lunedì prossimo, 25 gennaio, alle 17, con un appuntamento dedicato proprio all’euro e alle banche. A dipanare la matassa saranno un docente universitario, il professor Lucio Poma, del dipartimento di Economia dell’ateneo di Ferrara, e due storici esponenti del Gruppo Cittadini Economia, Claudio Pisapia con l’ausilio di Fabio Conditi.
Il tema della moneta unica e il ruolo degli istituti di credito sono elementi centrali nella riflessione relativa alle cause della crisi che ci attanaglia: quanto ha inciso l’euro, quanto pesa il ruolo della Bce e l’assenza in Italia di un banca centrale dello Stato? Da più parti si richiama l’esigenza di ricostituire una banca pubblica e qualcuno invoca il ritorno alla lira… Altri osservatori ritengono invece dannosa un’eventuale fuoriuscita dall’euro e non considerano sostanziale il ruolo che potrebbe svolgere la Banca d’Italia, neppure se fosse ricondotta sotto il controllo statale. Insomma su questi argomenti si dice tutto e il suo contrario.
Lunedì il confronto sarà estremamente lineare: i due interlocutori esporranno con chiarezza i loro punti di vista. In principio ciascuno puntualizzerà in maniera facilmente comprensibile il quadro di riferimento e illustrerà la proprie opinioni. Seguirà un breve dibattito fra Poma e Pisapia. E poi il pubblico potrà porre le proprie domande. Obiettivo di questi incontri, come sempre, è favorire una maggiore conoscenza e comprensione delle variabili in gioco, affinché ciascuno possa maturare un’edotta e autonoma opinione in proposito.

L’ANALISI
Crack bancario: una semplice lettera è bastata per cancellare diritti e soldi dei risparmiatori

Oggi non si parla d’altro: banche, azioni, obbligazioni, risparmiatori, o meglio ex risparmiatori, purtroppo!
In tanti si ricorderanno la data del 22 novembre 2015, giorno in cui il Governo ha recepito un ‘suggerimento’ di Banca d’Italia rendendo improvvisamente più poveri migliaia di Italiani.
So che questa chiave di lettura non è condivisa da tutti, so che è condivisa da tanti.
Conosco bene la vicenda Cassa di Risparmio di Ferrara. A testimonianza della mia affermazione preciso che sono stato dipendente dell’Istituto dal 1974 al 1981, sono azionista della banca, sono socio della Fondazione Carife, ho fatto parte dell’Organo di indirizzo dimettendomi nel momento in cui sono stato nominato sindaco di un’altra Cassa di Risparmio, incarico che conservo tutt’ora. Mio fratello è Presidente della Fondazione Carife. La banca nella quale sono sindaco un anno fa ha concluso una ‘due diligence’ alla Cassa di Risparmio di Ferrara.
Premesse doverose, le mie riflessioni si basano quindi spesso su conoscenze precise, su passaggi documentati e documentabili.

Maggio 2013: Carife viene commissariata dalla Banca d’Italia.
30 luglio 2015: l’assemblea straordinaria di Carife, con l’avallo della Banca d’Italia, delibera un aumento di Capitale sociale di € 300.000.000 riservato a terzi (Fondo Interbancario di Tutela dei Depostiti), riducendo il valore di ogni singola azione ad € 0,27. Conseguenza di tale delibera se attuata entro il 2015:
1) 28.000 soggetti sarebbero rimasti azionisti, con la speranza di poter vedere lievitare il valore delle proprie azioni e la banca, forse, non li avrebbe persi come Clienti;
2) I possessori di obbligazioni subordinate non avrebbero visto l’annullamento dei loro titoli, infatti il famoso ‘bail-in’ sarebbe diventato operativo dal 1 gennaio 2016;
3) La Fondazione Carife aveva trovato la disponibilità di un Fondo straniero pronto a investire una cospicua somma e la Banca d’Italia ne era a conoscenza;
4) Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi è costituito da tutte le banche private italiane, oggi in Italia non c’è nessuna Banca Pubblica.

Tutto sembrava chiaro e deciso, salvaguardati i risparmiatori, salvaguardati tanti posti di lavoro.
Poi le voci di corridoio che provengono da lontano, fuori dai nostri confini. L’Europa guarda con sospetto tale operazione, intravvedendo aiuti di Stato che non ci sono, i nostri rappresentanti politici a Bruxelles non muovono un dito e tacciono. Intanto si avvicina la fine del 2015, si avvicina l’entrata in vigore del ‘bail – in’, la paura cresce, occorre far presto, far presto per attuare la delibera del 30 luglio 2015 e salvare banca, azionisti, obbligazionisti, dipendenti e anche i clienti. Ma soprattutto salvare la reputazione e la credibilità del sistema bancario italiano. Un compito che sarebbe spettato a Banca d’Italia ed al Governo italiano. Ma così non è stato, infatti la fretta e la follia hanno portato alla sciagurata decisione del 22 novembre 2015.
Perché sciagurata dal mio personale punto di vista? Semplicemente perché è crollata la fiducia nel sistema bancario, perché i depositanti-risparmiatori hanno paura, tanta paura; e una delle forze del Belpaese era proprio la notevolissima quantità di risparmio dei privati cittadini depositati e investiti nelle banche.
Illuminante è l’audizione alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, Direttore Generale della Banca d’Italia, rinvenibile sul sito della stessa Banca d’Italia di cui riporto uno stralcio (p. 8): “E’ a questo punto emersa la disponibilità del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi a farsi carico di tale aspetto, assorbendo i rischi relativi ai crediti deteriorati. L’intervento del Fondo avrebbe consentito, congiuntamente alle risorse apportate da altre banche, di porre i presupposti per il superamento della crisi senza alcun sacrificio per i creditori delle quattro banche. Ciò non è stato possibile per la preclusione manifestata da uffici della Commissione Europea, da noi non condivisa, che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi del Fondo di tutela dei depositi”.

La situazione è sfuggita di mano. Quale ufficio e con quale documento scritto la Commissione Europea ha manifestato la propria preclusione? Semplicemente una lettera. Alle lettere solitamente si risponde, alla proposte si fanno controproposte. Così non è stato, come spesso accade quando l’Europa non condivide totalmente certe nostre scelte, l’Italia senza battere ciglio si adegua, poi ci si chiede perché abbiamo perso credibilità. Purtroppo la credibilità persa non è solo della politica, ma anche della Banca d’Italia, per anni un baluardo, una sicurezza. Non dimentichiamoci, per esempio, che Banca d’Italia aveva visto recentemente con favore l’intervento di una banca veneta per salvare Banca Etruria, si veda a tal proposito l’articolo su “Il Sole 24 Ore “ del 20 dicembre; oggi quella banca veneta non gode assolutamente di buona salute. Se l’operazione benedetta da Banca d’Italia si fosse conclusa, oggi forse sentiremmo botti superiori a quelli che sentiremo per Capodanno. Qualcuno è nel pallone, come è nel pallone il Governo che non ha minimamente riflettuto, anche sotto il profilo elettorale, sugli effetti a 360° della improvvida e affrettata decisione del 22 novembre. Ed è inutile oggi abbaiare al mastino tedesco, can che abbaia non morde, la saggezza del popolo nemmeno anche questa volta viene smentita. Anzi, il mastino tedesco ha tirato fuori gli artigli e sempre su “Il Sole 24 Ore” del 20 dicembre è interessante ed illuminante leggere l’articolo “Perché Von Bond non paga il bail – in”. Si percepisce in modo chiaro e netto che in Europa le regole non sono uguali per tutti e che sta a noi soccombere, sempre e comunque. Mio fratello, nella sua veste di Presidente della Fondazione Carife, ha scritto al nostro premier suggerendogli “schiena dritta”, ma purtroppo dobbiamo assistere alla posizione assunta dal nostro premier in Europa, la solita: dopo aver abbaiato torna quella di sempre, non dico i gradi per educazione.

La mia paura ora è l’effetto domino. Le banche sane devono salvare le banche malate, con il rischio che il tumore colpisca anche quelle oggi sane.
Una volte le guerre si facevano con i carri armati, i cannoni e i fucili, oggi si fanno con la finanza, e quando crolla in una nazione il sistema bancario crolla anche la nazione.
Per natura sono ottimista, ma oggi ho paura. Ho paura per le scelte di Banca d’Italia, che ha sicuramente perso la bussola. Ho paura per le affermazioni e le decisioni dei politici italiani, sempre meno competenti, sempre meno credibili e sempre più lontani dal mondo reale. Ho paura che ‘qualcuno’ ci abbia dichiarato guerra. Ho paura di aver azzeccato se non tutte, almeno alcune delle mie riflessioni. Ho tanta paura.

L’ANALISI
Banca d’Italia non è dello Stato ma è in mano ai privati che dovrebbe controllare

​”I soldi della Banca d’Italia sono soldi degli italiani”, ha replicato con sufficienza il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti (ospite qualche giorno fa a La7) a Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, che una volta tanto aveva fatto un’affermazione condivisibile, chiedendo che il buco delle quattro banche salvate dal governo non fosse ripianato con i soldi dei risparmiatori e neppure con quelli dello Stato, ma con denari di Bankitalia, che male ha svolto il proprio ruolo di controllore. Ma l’obiezione è infondata: l’affermazione di Zanetti (deputato di Scelta civica) è un enorme sciocchezza! I soldi della Banca d’Italia sono soldi degli azionisti. E lo Stato ha quote per poco più del 5% complessivo. Il resto è nelle mani di privati. Ma al rilievo dell’esponente del governo nessuno ha controbattuto; neppure la Meloni e nemmeno il conduttore Gianluigi Paragone lo ha corretto, pur trattandosi di un autorevole giornalista che si presume esperto della materia.
Gli equivoci che circolano su questo tema pongono la necessità ribadire una verità che evidentemente non scontata come si potrebbe immaginare: la Banca d’Italia non è una banca pubblica poiché non appartiene allo Stato né ad altri enti pubblici, ma è un istituto di credito i cui proprietari sono soggetti privati. Il principale azionista è Banca Intesa con il 30,3% delle quote, poi Unicredit 22,1%, Assicurazioni Generali 6,3%, Cassa di Risparmio di Bologna 6,2% (pure confluita in Intesa)… Lo Stato partecipa al capitale con il misero 5% dell’Inps e con una minuscola quota di proprietà di Inail. E fra i piccoli azionisti c’è persino Carife!

Concretamente, questa situazione dà luogo a due effetti pericolosi.
Innanzitutto il ruolo di controllati e controllori viene di fatto a sovrapporsi e coincidere, perché Banca d’Italia che è l’ente preposto alla vigilanza è a sua volta fatto controllato dagli stessi soggetti dei quali si deve occupare.
Inoltre, la politica monetaria del Paese, orientata dalle scelte di Bankitalia (e della Bce, ovviamente), è inevitabilmente condizionata dagli interessi privati che in quegli istituti trovano rappresentanza e voce attraverso le banche che sono socie di capitale.

A questo assetto si è giunti a seguito di un lungo percorso di cui è precursore l’iter di distacco della Banca dallo Stato, avviato già nel 1981 dal ministro del Tesoro, Beniamo Andreatta (Dc), che portò come conseguenza l’esplosione del debito pubblico. Il successivo processo di privatizzazione segue tappe contrastate, passa attraverso la trasformazione degli istituti di credito pubblici in banche di diritto privato (fra il 1990 e il 1997), segna un punto decisivo fra il 1998 e il ’99 con la riforma  Ciampi-Amato e giunge a compimento nel 2004 con la piena definizione del ruolo delle fondazioni bancarie. La conseguenza è una privatizzazione che ‘di fatto’ investe anche della Banca d’Italia, poiché proprio gli istituti di credito privatizzati sono i suoi principali azionisti, unitamente ad alcune società assicurative [leggi sul sito della Banca d’Italia la composizione ufficiale dell’azionariato].
E’ vero che Bankitalia resta assoggettata al diritto pubblico: ma ciò significa solamente che è vincolata a specifiche normative che ne riconoscono il particolare rilievo e ne impediscono, per esempio, il fallimento. E questo non toglie nulla al potere di condizionamento esercitato dai soci, i quali non sono rappresentanti indicati dai cittadini, bensì dirigenti scelti dai vari potentati economico-industriali che detengono le quote della banca.

È vero che la nomina del Governatore viene formalizzata dal capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio. Ma è altrettanto vero che il capo del Governo di norma recepisce il suggerimento formulato dei vertici stessi della Banca d’Italia. E in tutti modi, aldilà del ruolo di indirizzo certamente significativo del Governatore, nell’ordinario funzionamento della banca contano assai anche tutti gli altri dirigenti e i ruoli intermedi, sulla cui nomina e azione è impensabile che i soci (privati) non esercitino influenza.

Ieri sera il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è stato ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Ma neppure in questa circostanza si è fatto minimamente cenno al tema degli assetti proprietari di Banca d’Italia e dei condizionamenti che da questi ‘asset’ derivano. La questione evidentemente è ritenuta marginale o – più realisticamente – imbarazzante e quindi da evitare con cura. Un certo imbarazzo il fatto suscita di sicuro. Tant’è che fino al 2005 non fu resa pubblica la composizione del capitale poiché era considerata materia riservata (alla faccia della trasparenza). Si arrivò poi a conoscerla solo grazie a un ottimo lavoro di giornalismo investigativo condotto dal settimanale Famiglia cristiana che nel 2004 per primo rivelò chi erano i soci di Bankitalia.
Al termine dell’intervista su Rai 3, Visco ha segnalato come Banca d’Italia “è un istituzione molto seria che lavora per la collettività” ed è per gli italiani garanzia del buon funzionamento del sistema bancario. Ma come può esserlo fino in fondo se le scelte strategiche non sono determinate in maniera libera ma subiscono al contrario il condizionamento degli operatori di mercato, che compongono il suo azionariato, fatto di banche private le quali hanno per soci imprenditori, industriali, capitalisti, cioè soggetti con radicati interessi economici di parte da tutelare e difendere?

Così, di fatto, le politiche monetarie – disegnate da quella che nel sito ufficiale viene pomposamente definita come “Banca della Repubblica italiana” – sono ispirate da soggetti privati che non hanno a cuore l’interesse collettivo ma il tornaconto dei propri grandi finanziatori. Per dirla in termini semplici, sono i potenti che reggono la Banca d’Italia e condizionano le scelte monetarie ed economiche del Paese. Lo stesso avviene anche a livello europeo con la Bce, i cui azionisti sono le banche centrali dei Paesi membri dell’Unione che, nella maggior parte dei casi, come la Banca d’Italia sono rette da azionisti privati. In questo modo, sotto una patina di rispettabilità istituzionale, i ricchi signori di ogni nazione esercitano la propria posizione di comando.
A governarci, cioè a determinare le scelte economiche che sempre più condizionano quelle politiche, non sono dunque i membri eletti democraticamente dal popolo, i rappresentanti dei cittadini, ma i potenti, resi tali dalla capienza delle loro tasche, dall’accumulo di ricchezze. Detta banalmente, ma in modo chiaro e diretto, oggi come ieri, chi ha i soldi governa il mondo. E lo fa pure con una parvenza di formale intangibilità. È il trionfo mascherato, ma assoluto, del capitalismo.

provincia-ferrara

IL COMUNICATO
Una lettera inviata dai sindaci della Provincia di Ferrara al ministro Padoan e al governatore della Banca d’Italia sul caso Carife

da: Ufficio Stampa Provincia di Ferrara

Una lettera inviata al ministro Pier Carlo Padoan, al governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, e al presidente Abi, Giancarlo Patuelli.
È la decisione presa dall’assemblea dei sindaci del territorio riunita in Castello Estense, che ha risposto in questo modo alla convocazione del presidente della Provincia, Tiziano Tagliani, sulla situazione della Cassa di Risparmio di Ferrara.
Nella lettera i primi cittadini di tutti i 24 Comuni del Ferrarese condividono “lo sconcerto” derivante dalle decisioni prese recentemente e concretizzatesi con il decreto legge “Salva banche”.
Durante l’assemblea si è condiviso anche di rendere disponibili le singole amministrazioni mettendo a disposizione spazi per assemblee e incontri con le associazioni dei consumatori e di categoria, nonché, nelle sedi di competenza, per la tutela dei risparmiatori.
Di seguito il testo della lettera:
I Sindaci della provincia di Ferrara riuniti in assemblea intendono con la presente dare veste istituzionale e condividere lo sconcerto dei concittadini ferraresi derivante dalle decisioni che la Banca di Italia ed il MEF hanno adottato concretizzandole nel D.L. “Salva Banche”, in ottemperanza, leggiamo, ad indicazioni vincolanti della UE.
Siamo testimoni del venir meno della fiducia nelle Istituzioni bancarie che hanno collocato presso il pubblico dei risparmiatori “retail” prodotti a rischio senza adeguata informativa con la conseguente “evaporazione” di risparmi delle famiglie, investimenti effettuati su titoli accreditati dalle istituzioni preposte alla vigilanza, di rating di assoluta solidità, ed altresì di un vero e proprio tradimento, apparentemente imposto da UE con una valutazione in contrasto con altre anche di questi giorni, delle proposte che la stessa Banca d’Italia, tramite i commissari CARIFE, avevano presentato all’assemblea degli azionisti della Cassa di Risparmio di Ferrara il 31 luglio scorso ed alle quali la stessa Fondazione CARIFE diede assenso autorizzata dal MEF.
Dopo il via libera ad un aumento di capitale “risolutivo” a suo tempo avvallato da Banca d’Italia reso del tutto inutile ex post e dopo un “commissariamento” sui cui presupposti già pende un contenzioso, si trattava infine di un percorso preciso, già utilizzato per TERCAS, dal Fondo Interbancario che prevedeva l’intervento del Fondo medesimo con una erogazione di 300 milioni di euro, per consentire il mantenimento del valore residuo delle azioni Carife pari a 27 centesimi di euro ed una opzione di acquisto vantaggiosa funzionale alla ripresa dell’Istituto.
Ciò avrebbe consentito agli azionisti di mantenere un rapporto con l’Istituto di Credito, così da coinvolgere il territorio nell’ipotesi di rilancio della banca ferrarese, e, dato non trascurabile, la assoluta salvaguardia degli obbligazionisti.
Questo percorso, lo vogliamo ribadire, è stato proposto agli azionisti Carife dagli organi nominati da Banca d’Italia, ha dato corso a transazioni sui titoli e sulle opzioni ed illustrato a Sindaci ed operatori economici chiamati a condividerne la efficacia.
Per quattro mesi i risparmiatori ferraresi, invece, sono stati in balia di un silenzio incomprensibile, per poi vedersi modificata quella proposta in termini assolutamente peggiorativi.
Crediamo che tutto questo, oltre che incoerente, sia gravemente lesivo dei diritti degli interlocutori, lesivo di quello spirito di leale collaborazione di valenza costituzionale che le Istituzioni ferraresi hanno sempre assicurato agli organi commissariali, inducendoli a confidare su quelle proposte operative, che evidentemente risultano oggi, alla luce di quanto espone la stessa UE a confutazione della posizione di Banca d’Italia, frutto di approssimazione ma anche di omessa trasparenza nei confronti delle comunità economiche locali alle quali furono taciuti per mesi, nonostante espresse istanze, le reali ragioni del ritardo nella esecuzione del primo piano di salvataggio.
Perciò intendiamo esprimere: da un lato tutta la nostra solidarietà attiva verso i risparmiatori, tra i quali numerosissimi pensionati e famiglie, dall’altro la nostra ferma intenzione di sostenere le iniziative che saranno da svolgere nelle sedi di competenza anche al fine di identificare le singole responsabilità.
Non ultima è la nostra preoccupazione per le ripercussioni che tale situazione potrà avere verso la nuova banca CARIFE, al cui futuro noi per primi vorremmo guardare con fiducia nello spirito di quello che voleva essere il provvedimento del Governo. In considerazione di ciò e della situazione di rinnovata operatività della banca stessa, confidiamo di avviare prima possibile con i vertici di CARIFE un percorso di incontri che, quanto meno, ci rassicurino sul ruolo che la stessa vorrà assumere nel contesto locale..
Avv. Tiziano Tagliani (Il Presidente della Provincia e Sindaco di Ferrara)
I Sindaci della provincia di Ferrara sottoscrivono:
Comune di Argenta Antonio Fiorentini
Comune di Berra Eric Zaghini
Comune di Bondeno Fabio Bergamini
Comune di Cento Piero Lodi
Comune di Codigoro Rita Cinti Luciani
Comune di Comacchio Marco Fabbri
Comune di Copparo Nicola Rossi
Comune di Ferrara Tiziano Tagliani
Comune di Fiscaglia Sabina Mucchi
Comune di Formignana Marco Ferrari
Comune di Goro Diego Viviani
Comune di Jolanda di Savoia Elisa Trombin
Comune di Lagosanto Maria Teresa Romanini
Comune di Masi Torello Riccardo Bizzarri
Comune di Mesola Gianni Michele Padovani
Comune di Mirabello Angela Poltronieri
Comune di Ostellato Andrea Marchi
Comune di Poggio Renatico Daniele Garuti
Comune di Portomaggiore Nicola Minarelli
Comune di Ro Ferrarese Antonio Giannini
Comune di Sant’Agostino Fabrizio Toselli
Comune di Tresigallo Dario Barbieri
Comune di Vigarano Mainarda Barbara Paron
Comune di Voghiera Chiara Cavicchi

carife

L’INCHIESTA
Carife vestita di nuovo lascia lo sporco sotto il tappeto dei ferraresi

Attualmente sono due i temi oggetto di polemica a Ferrara: l’albero di Natale in vetro di Murano che campeggia davanti alla Cattedrale e la “nuova” Cassa di Risparmio di Ferrara. Due simboli di una città che si adatta – volente o nolente – a un cambiamento necessario, non per esigenza di popolo, ma per decisione di altri.
Tralasciando l’albero e il gusto estetico di ognuno di noi, parliamo di Cassa di Risparmio di Ferrara. Per chi non la conoscesse è stata la banca della città e del suo territorio dal 1838 (114 anni, mese più mese meno), aveva sedi e filiali nei capoluoghi di provincia dell’Emilia Romagna e del Veneto, oltre che a Mantova, Milano, Roma e Napoli. E’ stata co-protagonista della crescita di Ferrara, nel 1976 è stata la prima banca italiana a installare un punto Bancomat, ha dato lavoro a migliaia di persone ed è stata, attraverso la Fondazione che porta il suo nome, partner di importanti progetti culturali della città.
Nel maggio 2013, su proposta della Banca d’Itala, la Cassa di Risparmio di Ferrara è stata commissariata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. “Per gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative e statutarie che regolano l’attività della banca e per la previsione di gravi perdite del patrimonio”, si leggeva nel documento licenziato dal ministro dell’economia e delle finanze, all’epoca Fabrizio Saccomanni, per “la grave crisi aziendale che trae fondamentale origine dai imprudenti scelte allocative compiute nel periodo 2007-2009 in cui è stata realizzata una rapida espansione degli impieghi”, in un “contesto permeato da una serie di disfunzioni che derivavano dal passato e da elementi che in chiave prospettica risultano suscettibili di ulteriori peggioramenti”. In pratica, i denari messi in circolo dalla Carife erano per la maggior parte a servizio di investimenti privati non redditizi o addirittura fallimentari (tanto per citare un dato, nella sola Ferrara l’istituto aveva 28 milioni di euro ‘parcheggiati’ nelle imprese di Roberto Mascellani, fallite). Questo perché la Cassa, per non dover entrare a forza nel processo di acquisizioni mosso dai grandi istituti di credito e rimanere autonoma, crescendo, si era affacciata su territori diversi e distanti dalle politiche societarie fino ad allora mantenute. Questo espansionismo era andato a cozzare con la visione “ferrarese” delle stanze dei bottoni, legate agli interessi locali.
Da quel maggio 2013, le grosse incertezze rispetto al futuro della banca non sono state mai dissipate e – assieme alla crisi economica congiunturale che ha attanagliato Ferrara – questa situazione ha pesantemente gravato sull’economia generale della città: impiegati in cassa integrazione, tagli, fermi i finanziamenti, fermi i partenariati, fermi i prestiti e i mutui alle imprese e ai privati. Lo stallo. E poi per “la Cassa” dei ferraresi sono arrivati il Bank Recovery and Resolution Directive, il Bridge Bank, la Bad Bank e la Good Bank, il bail-in e il bail-out, per qualcuno anche il bail-over. Alzi la mano chi sa cosa significano questi termini. Per capire, al netto delle polemiche, cosa è accaduto nell’ultima settimana è necessario leggere con attenzioni le comunicazioni della stessa Cassa di Risparmio di Ferrara e della Banca d’Italia.
“La Banca d’Italia, con provvedimento del 22 novembre 2015, ha determinato, ai sensi dell’art. 32, comma 2, del D.Lgs. 180/2015, la decorrenza degli effetti del provvedimento di avvio della risoluzione della Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a., in amministrazione straordinaria, con sede in Ferrara, dalle ore 22.00 del 22 novembre 2015” .Tradotto in parole povere la Cassa di Risparmio di Ferrara praticamente non esiste più.
“La Banca d’Italia, con provvedimento del 22 novembre 2015, ha disposto la cessione di tutti i diritti, le attività e le passività costituenti l’azienda bancaria Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a. (….) (ente in risoluzione) a favore della Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a., con sede in Roma (ente ponte o good bank). Restano escluse dalla cessione dell’azienda soltanto le passività, diverse dagli strumenti di capitale, (….) in essere alla data di efficacia della cessione, non computabili nei fondi propri, il cui diritto al rimborso del capitale è contrattualmente subordinato al soddisfacimento dei diritti di tutti i creditori non subordinati dell’ente in risoluzione. L’ente ponte succede, senza soluzione di continuità, all’ente in risoluzione nei diritti, nelle attività e nelle passività ceduti (….)”. In pratica gli affari ‘buoni’ della Carife passano alla Nuova Carife, che viene definita “ente ponte” o “buona banca”. La Nuova Carife viene provvisoriamente gestita, sotto la supervisione dell’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, da amministratori da questa appositamente designati: la carica di Presidente è rivestita dal dottor Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit.
“Gli amministratori hanno il preciso impegno di vendere in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita”, dice Banca d’Italia. Il “Fondo di Risoluzione” è un istituto previsto dalle norme europee e italiane ed è amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia. Esso è alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema.
“Con il decreto legge approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, il progetto elaborato dalla Banca d’Italia e dal Ministero dell’Economia per il rilancio delle quattro banche commissariate, è stato avviato con decisione ed ha messo a disposizione oltre 3 miliardi e mezzo di capitale. In quest’ambito nasce la Good Bank Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara.” Quindi il capitale della Nuova Carife è supportato da nuova linfa (proveniente in gran parte da un prestito elargito da Banca Intesa, Unicredit, e Ubi Banca. In gran parte…).
E quindi, come per magia, sul sito di Carife leggiamo: “La nostra banca da questa mattina dispone di un capitale fresco di 191 milioni di Euro, l’indicatore Core Tier 1 sta al 9% e siamo dotati a questo punto di ingente nuova liquidità. L’operazione prevede che la Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara venga pienamente neutralizzata dalle sofferenze attraverso il loro conferimento in una Bad Bank. La minaccia di possibili rischi per i nostri depositanti che qualche giornale (e qualche concorrente) aveva paventato è da oggi definitivamente sventata. A breve saremo nuovamente controparte della Bce. La protezione dei depositanti e dei detentori di obbligazioni senior ha poi richiesto da parte dell’Autorità di Risoluzione sacrifici agli azionisti ed ai possessori di obbligazioni subordinate. Ci pare sia stata una scelta senza alternative, che ha evitato di mettere a repentaglio tutti i depositanti e in ultima analisi di danneggiare gravemente lo stesso tessuto economico dei nostri territori. Da oggi la vostra “Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara” è nuovamente “attrezzatissima” per rafforzare il proprio tradizionale ruolo di banca vicina allo sviluppo dell’economia del territorio”. Tradotto: abbiamo scaricato tutti i nostri pasticci in una specie di sala per la quarantena, la Bad Bank, in realtà priva di licenza bancaria nonostante il nome, dov’è stato ammucchiato il portafoglio crediti peggiore; da qui si cercherà di recuperare questi crediti, il cui valore in euro risulta svalutato del 60% e per i quali è previsto un rientro del 13%. La Bad Bank resterà in vita solo per il tempo necessario a vendere o a realizzare le sofferenze in essa inserite. Per fare ciò è stato anzitutto necessario riassorbire le perdite con l’azzeramento delle azioni e dei prestiti subordinati, quindi sacrifici chiesti ai ferraresi.
L’ultimo capitolo della vicenda Carife si lega alle regole imposte dalla Comunità Europea, come chiarisce la Banca d’Italia in una informativa pubblica. “La soluzione adottata assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, nell’interesse dell’economia dei territori in cui esse sono insediate; tutela pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva tutti i rapporti di lavoro in essere; non utilizza denaro pubblico. Le perdite accumulate nel tempo da queste banche, valutate con criteri estremamente prudenti, sono state assorbite in prima battuta dagli strumenti di investimento più rischiosi: le azioni e le “obbligazioni subordinate”, queste ultime per loro natura anch’esse esposte al rischio d’impresa. Il ricorso alle azioni e alle obbligazioni subordinate per coprire le perdite è espressamente richiesto come precondizione per la soluzione ordinata delle crisi bancarie dalle norme europee (“Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie” – BRRD), recepite nell’ordinamento italiano dallo scorso 16 novembre con il Decreto Legislativo 180/2015”. La Comunità Europea ha infatti decretato che dal 1° gennaio 2016 i salvataggi delle banche non saranno più finanziati dallo Stato, ma dagli istituti stessi (il cosiddetto bail-in), cioè in prima battuta dagli azionisti degli istituti di credito coinvolti, poi dagli obbligazionisti, infine, se necessario, dai correntisti con depositi superiori ai 100.000 euro (al di sotto di quella cifra infatti vige la garanzia sui depositi). Il testo italiano recepisce 56 direttive e 9 decisioni quadro della Ue, andando verso una ulteriore riduzione delle procedure d’infrazione a carico dello Stato.
La Banca d’Italia poi garantisce che “Lo Stato, quindi il contribuente, non subisce alcun costo in questo processo. L’intero onere del salvataggio è posto innanzitutto a carico delle azioni e delle obbligazioni subordinate della banca, ma è in ultima analisi prevalentemente a carico del complesso del sistema bancario italiano, che alimenta con i suoi contributi, ordinari e straordinari, il Fondo di Risoluzione. Questa è la soluzione compatibile con le norme sugli aiuti di Stato che è emersa dopo che altre proposte erano state ritenute non compatibili durante le discussioni con la Commissione europea. Infine le Autorità italiane hanno adottato questa soluzione che ha effetti immediati ed evita il prolungamento dello stallo per le banche, al fine di risolverne la crisi”.
Riassunto: la Cassa di Risparmio di Ferrara fra il 2007 e il 2009 si è impegnata anche i gioielli di famiglia per restare autonoma. Nel 2013 è stata commissariata, nel 2015 è stata vivisezionata e nella prospettiva aziendale non c’è che l’acquisizione da parte di un’altra banca.
A voi lettori le considerazioni del caso.

cassa-risparmio

Suicidio di una banca. “Carife travolta dall’ambizione di fare Gruppo. Ma può ancora tornare il gioiello che fu”

La notizia è fresca. Il sindaco ha ottenuto dai commissari di Carife la conferma che il Fondo interbancario impegnerà i trecento milioni considerati necessari per garantire l’operatività dell’istituto di credito cittadino. Dunque il fallimento, per ora, è scongiurato.
Il tema però resta incandescente. Posta in sicurezza la banca, persistono i dubbi sul suo futuro e le incognite per i piccoli azionisti. Tagliani ha chiesto che il valore delle azioni sia preservato. Per i risparmiatori, che si trovano fra le mani un titolo che a un certo punto era schizzato a 41 euro e ora è quotato a 3,18, è davvero il minimo.

Mentre si attende che si diradino le nebbie che persistono all’orizzonte, vale la pena ancora una volta volgere lo sguardo a ritroso per domandarsi come si sia potuti arrivare sino a questo punto. L’interrogativo l’abbiamo posto a un alto funzionario della Cassa di Risparmio di Ferrara che, per prudenza, ha chiesto di mantenere l’anonimato.
“La banca fino all’inizio degli anni 2000 era davvero un gioiello. Io potevo visionare i bilanci e dunque avevo la situazione precisa sotto controllo. Sussistevano tutti i presupposti perché le cose andassero avanti così, sarebbe stato sufficiente mantenere la dimensione locale.
Ricordo che le rilevazioni della Banca d’Italia ci collocavano fra le prime in Italia nella categoria delle piccole. Addirittura la raccolta superava gli impieghi”.

Chi aveva retto il timone della banca in quel periodo?
Il presidente era Bertoni che fin dal suo avvento nel 1995 aveva introdotto criteri manageriali mostrando indubbiamente grandi capacità. Si era però trovato subito in contrasto con il direttore Bianchi, che pure era un buon professionista. Lo liquidò e il suo licenziamento, a seguito di un ricorso, costò alla banca una cifra enorme, circa 4 milioni di euro di indennizzo… Al posto di Bianchi scelse Bacchelli, un commerciale puro che per aumentare la redditività ci spiegò che dovevamo aumentare gli impieghi. Ma il nuovo corso fu gestito lucidamente, le filiali di Ferrara e quelle di Rovigo si mostrarono molto efficienti e puntualmente eseguivano gli input della direzione. Allargando le maglie del credito arrivammo ad avere 100.000 correntisti, un numero enorme. Lo spread era interessante per la banca e il rientro era ottimo. In quel periodo le cose funzionavano al meglio, mantenevamo la dimensione di banca locale e lo stesso Bacchelli si mostrava prudente e talvolta addirittura frenava le filiali quando riteneva che si ponessero budget eccessivi, dunque si procedeva con giudizio nella politica di sviluppo. La raccolta continuava ad essere ancora un po’ superiore agli impieghi e a fine anno gli obiettivi erano sistematicamente centrati in pieno. Carife in sostanza realizzava quella che da sempre stata la sua missione di istituto di credito al servizio del territorio.

E che cosa è successo poi?
I guai sono incominciati con l’arrivo di Murolo, la banca fu guastata dalla sua ambizione sfrenata. Fu scelto come direttore nel 1999, un anno dopo la nomina di Santini a presidente. Era stato direttore della Cassa di Risparmio di Mirandola e coltivava amicizie influenti nell’ambiente politico modenese: intimo di Giovanardi, divenne capogruppo della Dc in consiglio comunale. Si mise in testa di trasformare Carife in gruppo bancario, attraverso la progressiva acquisizione di banche di dimensioni ridotte presenti in zone in cui la Cassa non c’era. Nel 2002 con l’innesto di Commercio e Finanza iniziammo il nuovo cammino. Secondo Murolo le banche che via via sarebbero entrate nel gruppo avrebbero dovuto mantenere la loro autonomia. Ma si scelsero istituti troppi piccoli per essere autonomi. Ricordo che il direttore sostenne che le banche che avrebbero mostrato di funzionare sarebbero rimaste, le altre sarebbero state rivendute. Solo io obiettai che se le banche sono troppo piccole non stanno in piedi se non con il supporto per la capogruppo. E segnalai che rivendere quelle zoppe non sarebbe stato semplice, sicché alla fine avremmo pagato noi il conto. Purtroppo i fatti mi hanno dato ragione.

Murolo come reagì?
Scrollò le spalle e intraprese le acquisizioni programmate: nel 2003 Banca di Treviso, Popolare di Roma, Credito veronese, poi nel 2004 la Banca Modenese dell’avvocato Samorì e la Banca Farnese di Piacenza e ancora, nel 2008, la minuscola Banca di credito e di risparmio di Romagna con sede a Forlì. L’unica che ci rendeva un piccolo utile, circa 7 milioni annui, era la società di leasing Commercio e Finanza di Napoli che, d’altra parte ci costringeva a impegnare ogni anno circa un miliardo di euro di finanziamenti a rischio.

In tutta questa vicenda qual è stato il ruolo di Santini?
Ha sempre accettato le scelte di Murolo, d’altra parte lo aveva voluto lui. Una volta ci disse che dopo sua moglie quello con Murolo era stato il matrimonio più felice della sua vita.
L’unica volta in cui forse si trovò in disaccordo fu quando direttore propose di esternalizzare alcuni servizi, se ben ricordo quelli della gestione del personale e del magazzino. Si trattava di un’operazione che non aveva senso, perché le funzioni erano correttamente assolto e all’interno e appaltandole avremmo dovuto sobbarcarci costi supplementari e ci saremmo trovati dei dipendenti da ricollocare. Quello trovata non passò.

Cosa ha determinato il crack della banca?
La vera causa dell’affondamento sono stati i costi esagerati sostenuti per il funzionamento del gruppo, rispetto all’esigua redditività assicurata dalle piccole banche che lo costituivano.

E nonostante l’evidenza nessuno ha sollevato il problema in consiglio di amministrazione?
No, perché alla fin fine ciascuno dei membri traeva qualche beneficio dalla situazione: riceveva incarichi all’interno delle banche del gruppo e girava allegramente l’Italia…

Ma i fallimenti di Coop Costruttori e Cir non hanno influito sulle sorti di Carife?
No, se non marginalmente. La Costruttori entra in crisi nel 2003 e Carife all’epoca era esposta con un finanziamento da 50 milioni di euro che rimase all’incaglio. Ma in previsione di quello che sarebbe potuto accadere erano stati fatti in anticipo gli opportuni accantonamenti e quindi il crack non ha creato particolari dissesti alla banca. D’altronde negli anni precedenti, grazie all’ingente movimentazione di soldi e ai finanziamenti concessi con relativi interessi, Carife con Coop Costruttori aveva fatto buoni affari e realizzato significativi guadagni. Ma nemmeno la vicenda di Mascellani, per quel che mi risulta, ha inciso più di tanto. Piuttosto sono pesati i 140 milioni di euro concessi in finanziamento a una stessa società, quella dei fratelli Siano. Si tratta proprio dell’operazione per la quale il direttore Murolo è stato imputato, processato e condannato in primo grado, salvo poi essere assolto in appello.
Pesanti furono anche lo scoperto di 50 milioni prestati a Caltagirone e l’esborso sostenuto per l’acquisizione della Banca Modenese, per la quale Samorì aveva chiesto un sacco di soldi che a Murolo evidentemente non parvero troppi perché glieli diede.

E poi la storia come prosegue?
Il regno di Murolo si conclude nel 2009 con l’esautoramento deciso della Banca d’Italia, al suo posto vengono designati prima Grassano, poi nel 2011 Fiorin che non riescono a invertire la rotta. La fase del commissariamento incomincia nel 2013. L’ultimo bilancio reso pubblico, quello del 2012, segnala ancora un attivo di 350 milioni di euro, verosimilmente impiegati in questi tre anni per coprire le perdite e le sofferenze.

Ora si profila la scialuppa di salvataggio del Fondo interbancario…
I 300 milioni che il Fondo si è reso disponibile a versare corrispondono alla cifra di garanzia stimata per ricapitalizzare la banca e dotarla di un patrimonio. La decisione di intervenire certo non prescinde da un’altra valutazione: se Carife andasse in fallimento lo stesso Fondo interbancario dovrebbe – per legge – rifondere i creditori, per un importo presumibile di circa un miliardo e 400 milioni di euro. Ritengo perciò che abbiano valutato più conveniente stanziare i 300 milioni per il salvataggio della banca!

Che ruolo immagina abbia avuto la Banca d’Italia in questo frangente?
È verosimile ci sia stata una pressione. Alla Banca d’Italia il fallimento non conviene, tantopiù che in una simile evenienza sarebbe particolarmente imbarazzante dover giustificare l’aumento di capitale autorizzato nel 2011, quando la situazione era già ampiamente compromessa.

Che valutazione dà delle manifestazioni di interesse dei mesi scorsi da parte della Banca Popolare di Vicenza e di Caricento?
La Popolare di Vicenza, che è banca aggressiva, è stata stoppata a seguito di verifiche contabili, ma credo nutrisse un interesse autentico. Mentre Cento ritengo sia stata semplicemente la vedetta che agiva per conto d’altri, probabilmente la Banca Popolare dell’Emilia-Romagna

In conclusione cosa ci possiamo attendere?
Appena quindici anni fa Carife era ancora un gioiello, può tornare ad esserlo se sarà riportata alla dimensione d’azione che le è propria, quella locale.

Chi può condurla su questa strada?
Le condizioni propizie per una ripartenza possono essere garantite solo da una banca forte.

Pensa a qualcuno in particolare?
Ritengo che se arrivasse banca Intesa, come ora qualcuno sussurra, si prospetterebbe la possibilità che a Carife fosse garantita l’autonomia e la salvaguardia del marchio, come è accaduto in questi anni con Carisbo. Sarebbero le condizioni migliori e i giusti presupposti per un significativo rilancio. Con il proprio consolidato marchio, Carife potrebbe ambire a riprendere il suo spazio commerciale e a un ampio recupero della clientela storica.

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