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Sono anziano, non idiota:
quando la digitalizzazione crea emarginazione

 

Maggio è il mese delle allergie. Personalmente ho un attacco di orticaria ogni volta che sento pronunciare la parola digitalizzazione. In Italia, paese nel quale l’apparenza prevale sulla sostanza, nel quale la programmazione ha l’orizzonte temporale di una tornata elettorale, abbiamo l’abitudine di rappresentare noi stessi come dei gran fighi semplicemente pronunciando come pappagalli una parola di moda. Che è tipo girare in Porsche in riserva e dal benzinaio fare sette euro di Gpl, come Checco Zalone in una scena iconica delle sue.

Allo stesso modo, giornalisti, ministri e sottosegretari si riempiono la bocca con questo vocabolo che sembra racchiudere tutto un mondo fantastico, digitalizzazione, un mondo di cui non sanno nulla. Invece, uno che lo sa è un medico in pensione spagnolo di nome Carlos San Juan, 78 anni, da Valencia. Ha lanciato su Change.org una petizione che veleggia verso il milione di firme – il che testimonia anche del suo fiuto per la comunicazione – contro la disumanizzazione delle banche, che colpisce soprattutto i clienti anziani e in genere fragili. Lui dice “soy mayor, no idiota”, ed ha ragione da vendere.

A chi non è capitato di dover rispondere ad una serie di domande astruse o incomprensibili, di non riuscire ad accedere ad un servizio perchè cade la linea (internet o telefono) e poi però avere la soddisfazione, dopo un gioco dell’oca interminabile, di firmare su un magnifico schermo digitale anziché su un pezzo di carta? Peraltro non hai nemmeno risparmiato la carta, perchè poi il contratto si deve stampare lo stesso. Le parole di Carlos San Juan che cito di seguito mostrano come cambia il panorama man mano che agli addetti fisici si sostituiscono le app o gli assistenti digitali, ma dietro non c’è nessuna pianificazione del passaggio ad un futuro digitale: “Ogni giorno è sempre più complicato ritirare o depositare soldi. O bisogna prendere appuntamento o fare tutto attraverso un’applicazione e le firme da fare sono sempre di piu”.

Appare evidente una prima contraddizione: la tecnologia complica le cose invece di facilitarle. E’ un fenomeno che smentisce quella che dovrebbe essere una funzione essenziale dell’ innovazione tecnologica nei servizi, ovvero semplificare la vita delle persone. A questo si aggiungono, specialmente nei paesi più arretrati dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche, due problemi.

Il primo è l’abbandono fisico dei territori più fragili. Proprio laddove ci sarebbe più bisogno di presenza, le grandi banche chiudono gli sportelli, in base all’assunto che si tratta di territori poco attrattivi (traduzione: dove i margini di profitto sono inferiori, con buona pace del ruolo sociale del risparmio e del credito). Sono “poco attrattivi” quei territori in cui l’economia è più fragile e dove l’età media dei clienti è più elevata.

Il secondo problema è l’arretratezza tecnologica del paese. Secondo una relazione commissionata dall’ONU, che ha esaminato i seguenti indici: la percentuale di brevetti concessi agli abitanti, le entrate sotto forma di royalties e diritti di licenza, il numero di host Internet, la percentuale di esportazioni di alta e media tecnologia, il numero di apparecchi telefonici, il consumo di elettricità, il numero medio di anni di istruzione, nonché il tasso lordo di scolarizzazione scientifica di terzo livello; i primi posti sono occupati da Finlandia (prima), Stati Uniti, Svezia, Giappone, Corea del Sud, Paesi Bassi e Regno Unito. Gli altri paesi dell’Unione europea che figurano nella sezione più alta della classifica sono Germania, Irlanda, Belgio, Austria e Francia. Il paese risultato al primo posto in base al criterio degli investimenti per ricerca e sviluppo tecnologico è la Norvegia. L’Italia è in fondo alla classifica.

Si potrebbe obiettare che questa ricerca è datata vent’anni. Guardiamo allora il recente Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI 2020) della Commissione europea: su 28 Stati membri dell’UE l’Italia risulta in 25° posizione, davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria.  Se si osserva solo l’indice denominato “capitale umano”, l’Italia è addirittura ultima. Dai dati riferiti al 2019, solo il 42% delle persone tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (58% in Ue, 70% in Germania); la percentuale di specialisti ICT occupati è solo del 2,8% (3,9% in Ue e in Germania); solo l’1% dei laureati italiani è in possesso di una laurea in discipline ICT, il dato più basso nell’UE (3,6% in Ue, 4,7% in Germania) [leggi qui].
Al basso livello di competenze digitali consegue, ovviamente, un altrettanto basso utilizzo dei servizi.

Questa è la situazione, almeno in Italia (e in Spagna ho il sospetto che siano messi uguale). Quindi, quando un politico ciancia di digitalizzazione in Italia, ricordiamoci che è come un elettricista che sostiene di poter costruire l’impianto elettrico dell’Empire State Building, ma se andate a casa sua le prese non sono a norma e i fili della corrente sono scoperti. La rivendicazione di Carlos San Juan non è contro la tecnologia, ma contro la finzione del racconto secondo il quale mettere una app al posto di una persona semplifica la vita di tutti.

Forse la semplificherà ad un finlandese di settant’anni, che ha sempre il wifi sotto casa, sa usare uno smartphone e riceve un’assistenza efficiente. Viceversa la complica ad un settantenne italiano o spagnolo, che spesso non ha accesso al wifi, non sa usare uno smartphone e non riceve un’assistenza efficiente. E’ chiaro che una buona alfabetizzazione informatica è strettamente legata al grado di efficienza e fruibilità della tecnologia nel posto in cui si vive. A meno che non si pensi che l’anziano spagnolo sia biologicamente più cretino dell’anziano finlandese. Personalmente è una tesi che non mi convince: a me, il signor Carlos San Juan sembra tutto fuorché un cretino.

Cina e USA tra Big Tech e Sociale
Analisi delle differenze

Nell’ultimo anno stiamo assistendo ad un tentativo di ridimensionamento dello strapotere delle big tech cinesi ad opera di Xi Jinping. In realtà qualcosa di più di un semplice tentativo, esempio ne è la donazione da parte di Alibaba di 100 miliardi di yuan (15,5 miliardi di euro) ai programmi sociali ed economici del Partito Comunista.

Era successo anche a Pinduoduo, che aveva donato 1,5 miliardi di dollari, e a Tencent che da aprile ha annunciato donazioni complessive di 15 miliardi per un programma dedicato al “bene comune”.

Precedentemente sempre Alibaba di Jack Ma, a luglio di quest’anno, aveva donato altri 23 milioni di dollari all’Henan, la regione della Cina centrale colpita da un’alluvione.

Un susseguirsi di donazioni apparentemente spontanee ma che nei fatti seguono le richieste dell’apparato comunista cinese e, come notano e fanno notare gli analisti finanziari tra cui quelli di Mf – Milano Finanza, “il presidente Xi Jinping … pretende collaborazione dai Cresi del tech per la redistribuzione della ricchezza e, considerate le recenti ingerenze governative, le aziende stanno rispondendo all’appello.”

Ma per capire quello che sta succedendo bisogna fare qualche passo indietro ed arrivare fino al 1979, quando la Cina ristabilì le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e Deng Xiaoping divenne il primo leader supremo di quel Paese a visitare gli Usa. Una lunga visita di nove giorni, iniziata il 28 Gennaio 1979, nel corso della quale vi furono tanti incontri tra Deng e il Presidente statunitense Jimmy Carter.

La storica visita ruppe il ghiaccio delle relazioni Cina-Usa, e portò alla firma di accordi di cooperazione in materia di tecnologia, cultura, istruzione e agricoltura. Lo scopo di Deng era far uscire la Cina dalle esperienze traumatiche imposte da Mao Zedong copiando il modello capitalista americano senza perdere l’impronta asiatica.

Deng divenne così il pioniere della riforma economica e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, teoria che segnava la transizione dall’economia pianificata a un’economia aperta al mercato, con la supervisione dello stato nelle sue prospettive macroeconomiche.

Da quel momento iniziò la grande corsa del pil cinese e Pechino si accreditò sempre di più agli occhi degli occidentali fino ad essere accettata nel Wto (World Trade Organization) nel 2001. Ma già allora il capitalismo cinese assomigliava sempre meno a quello americano e più a quello delle “tigri asiatiche”, cioè Taiwan, Corea del Sud, Singapore e Hong Kong cioè iniziativa privata con la presenza discreta (eufemismo) dello stato, che mantiene quote di partecipazione nelle grandi aziende e controlla le banche e gli interessi strategici.

Le concessioni alle leggi di mercato avevano un fine politico, funzionale agli scopi prefissati e non ideologiche, quindi le leve del potere non sono mai state cedute, solo messe da parte per il tempo ritenuto necessario. E per Xi Jinping il tempo di tirarle fuori e mostrare alla finanza cinese, ma anche al mondo, chi comanda davvero è arrivato, anche perché le big tech stavano oltrepassando il limite accettabile dalla nomenclatura.

Grazie a questo sistema la Cina ha ottenuto un successo dietro l’altro, fino a diventare la seconda potenza economica mondiale, tantissime persone sono uscite dalla povertà estrema (anche se con qualche trucco contabile) e Xi è arrivato a dire in un suo discorso a febbraio di quest’anno che in Cina “la povertà estrema è stata sconfitta”, intestandosi ovviamente il successo. Sembra che solo Di Maio sia riuscito in occidente nella stessa impresa!

Ma raggiunti i risultati, è tempo di tirare i remi in barca, in questo caso i remi sono le big tech e in primis Jack Ma a cui è richiesto il ritorno nei ranghi con il pretesto che tecnologica e protezione dei dati devono avere un ruolo nello sviluppo equo delle comunità, quindi non può essere un privato a detenerne il monopolio.

L’Occidente magari si scandalizza, abituata a un liberismo protetto per legge da schiere di avvocati, ma un po’ d’invidia in fondo c’è, visti i tanti grattacapi che le multinazionali ci danno in termini di trasparenza e ricorso ai paradisi fiscali.

Trump aveva provato a opporre qualche resistenza ma era stato subito ridimensionato. L’America non è la Cina, ci sono le elezioni, c’è la libertà, l’opinione pubblica manipolabile dai giornali manipolabili a loro volta dalle stesse big tech, e quindi capitolò e addirittura fu estromesso, come si ricorderà, da alcuni social. Il potere economico e lo stuolo di avvocati a sua difesa vince sul potere politico che lo ha creato.

Jo Biden è stato a guardare e quando è stato il momento ha seguito il coro di critiche a Trump comprendendo però che alcune delle lotte dei repubblicani avevano un senso. Motivo per cui ha lasciato in piedi tutti i dazi a carico della Cina, indugiando su quelli all’Europa, in funzione antiglobalista e di protezione del welfare interno, dei lavoratori e delle merci americane (quasi fosse un Trump qualsiasi).

Ovviamente senza troppo sbandierare le intenzioni per non turbare la sinistra mondiale (il baluardo della finanza costruito da Clinton fino a Obama) sembra proprio che anche lui sia intenzionato a ridimensionare il “libero mercato”. Ha assunto come assistente al National Security Council Jake Sullivan per ricostruire l’economia americana su basi meno liberiste e più protezioniste promuovendo lo slogan “Buy american”.

Un’altra mossa interessante è stata la nomina della giovanissima Lina Khan, una donna sempre all’attacco delle big tech alla Federal Trade Commission (Ftc, antitrust americano), proprio con lo scopo di portare più stato nelle grandi imprese. Un po’ di quel controllo statale cinese che Biden vorrebbe per gli Stati Uniti.

Di questi giorni è la nuova misura economica che immette nell’economia ulteriori 1.750 miliardi di dollari, un’iniezione di soldi per far ripartire i consumi proprio come aveva fatto la Cina immediatamente dopo la grandi crisi del 2008 e come ha fatto già dall’anno della pandemia, il che le ha permesso di superare immediatamente le difficoltà causate dalla pandemia. Il “Build back better framework” di Biden guarda alla classe media, alla scuola a partire dall’asilo, la cura dei disabili e in generale gli aiuti ai caregiver, le agevolazioni per il passaggio a energie rinnovabili e il rafforzamento dell’assistenza sanitaria. In particolare, vi figura la scuola materna gratuita per tutti i bambini di 3 e 4 anni, portando a circa 20 milioni il numero di bambini con accesso ai servizi di assistenza all’infanzia di alta qualità e a prezzi accessibili.

Non a tutti potrebbe piacere questo modo di fare, questo tentativo di imbrigliare le big tech e grandi spese per ambiente, cosa che la Cina sta facendo da tempo, e sociale. Biden sta operando in velocità perché sa che il suo orizzonte temporale è ben diverso da quello di Xi, dura solo due anni e già nelle elezioni di medio termine la sua maggioranza potrebbe cambiare, sullo sfondo di grandi lacerazioni interne tra cui quelli di movimenti come Black Lives Matter che tende a descrivere l’America agli stessi americani come un paese di razzisti incalliti che devono fare ammenda e scontare il peccato originale dell’imperialismo. Un paese diviso e in preda a isterismi continui che hanno portato persino all’abbattimento di statue per riscrivere il passato, metodi a metà tra talebani e 1984 (il libro di George Orwell). Una realtà di divisione e conflitti che per ora crea seri problemi interni ma sembra non fiaccare ancora la proiezione di potenza esterna.

Ma prima o poi l’America potrebbe crollare su stessa e sulle sue contraddizioni mentre la Cina all’interno è forte e questo le permette di perseguire i suoi scopi di politica estera senza contraccolpi. Noi non siamo pronti ad un futuro cinese e quindi dobbiamo sperare che l’Europa sappia trovare una terza via, staccarsi quanto basta dall’egemonia e dal caos americano, evitando ad esempio di impelagarci nelle future guerre nell’indo-pacifico dove già sono accorsi gli inglesi in funzione anti Cina, e tornare ad occuparci di Mediterraneo e del cortile di casa nostra. Ovviamente facendo attenzione a non cadere nelle lusinghe del mercato economico cinese, come ad un certo punto sembravano voler fare alcuni “portavoce” del passato governo Conte.

I banchieri giocano a Risiko con la nostra pelle

Ve lo immaginate vostro nonno di 80 anni che sta in un paese collinare, in cui la filiale più vicina è a 30 chilometri e che per fare un bonifico o pagare una bolletta deve accedere con lo smartphone o il computer ad una app, in un posto dove non c’è il wifi e la fibra non arriverà mai? Questa è la mitologica “digitalizzazione” per molti cittadini italiani. Questo è il risultato della desertificazione dei servizi bancari (che erogano secondo la legge un “servizio pubblico essenziale”), accompagnata spesso dall’abbandono sugli stessi territori dei servizi di trasporto e sanitari. Questa è la “tutela del risparmio” garantita dalla Costituzione. Questo è il quadro degno di un film di Ken Loach, e diventerà sempre più frequente con il procedere impetuoso e inarrestabile del processo di aggregazione delle banche in tre o quattro grandi gruppi oligopolistici.

Non è una previsione, è quello che accade. Migliaia di sportelli vengono e verranno chiusi in nome della “filiale moderna”, un sogno popolato da umanoidi che ti aiutano a compiere le operazioni e ti assistono nella risoluzione dei problemi, la frontiera che prenderà il posto dell’assistenza telefonica, già disumana e inefficiente ma almeno un operatore umano che risponde dall’Albania puoi ancora trovarlo, se riesci a uscire indenne dal labirinto delle dieci opzioni commerciali che fanno da scudo al suo intervento. Come evidenzia Daniele Quiriconi, segretario regionale Fisac CGIL della Toscana in questo articolo:

Risiko delle banche: a rimetterci sono lavoratori e cittadini

Se l’algoritmo che sovrintende le scelte organizzative di oligopoli finanziari che macinano miliardi di utili invitando in automatico a chiudere le filiali di tre dipendenti, spostare migliaia di lavoratori e lasciare milioni di cittadini senza un servizio costituzionalmente garantito, procede inesorabile e la protesta di sindacati, sindaci, associazioni dei consumatori nulla ha potuto finora, forse la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze dell’ampliamento di periferie sociali oltre che geografiche, che queste scelte alimentano. E che colpiscono i ceti più popolari e più fragili“. Questa corsa al puro abbattimento dei costi (lo chiamano “efficientamento”), alle aggregazioni favorite da robusti sconti fiscali, all’impiego ingente di denaro pubblico per salvare la capitalizzazione di istituti sistemici, dovrebbe avere come contropartita la richiesta di garanzie per i lavoratori e per i clienti. Questo dovrebbe essere il compito della politica: se ti erogo denaro dei cittadini, quegli stessi cittadini che sono anche lavoratori e clienti dovrebbero beneficiare di un servizio migliore, di tutele professionali e territoriali per il proprio lavoro. Invece succede che il ruolo dello Stato si ferma all’erogazione di denaro, e per il resto vige il laissez-faire: altro che dirigismo, qui siamo al liberismo economico(apoteosi della teoria del libero mercato come autoregolatore) alimentato però dal denaro pubblico. Peccato che il “libero mercato” , che dovrebbe essere garanzia di concorrenza, stia portando ad un oligopolio alla Kurgan del film Highlander, quando dice “ne rimarrà uno solo”. Peccato che questa direzione obbligata peggiori le condizioni dei lavoratori: quelli che vengono “spintaneamente”  accompagnati fuori dall’azienda, anticipandone la quiescenza, non sono infatti sostituiti in pari misura da forze fresche, con il risultato che chi resta in ufficio o allo sportello rimane sempre “sott’acqua”, affogato dai carichi di lavoro e dalle pressioni alla vendita. I clienti al contempo non vengono soddisfatti nei bisogni reali, ma vengono agganciati per creare loro dei bisogni immaginari. Così può capitare che un privato cui è appena stato negato un prestito venga agganciato dalla stessa banca che glielo ha negato per cedere il quinto dello stipendio in cambio di un prestito, perchè quella è la campagna in voga. Così può capitare che il capetto, più realista del re, imponga ai subalterni la concessione di un mutuo solo a condizione che il cliente sottoscriva anche una polizza vita, con buona pace di ogni regola nemmeno etica, ma di banale valutazione del merito creditizio.

Sotto i nostri occhi, le banche si stanno trasformando da infrastrutture di sostegno ai territori a negozi di pura vendita: sono disposto a darti soldi solo se con quei soldi compri un mio prodotto. Le cosiddette “operazioni baciate” rischiano di diventare il core business di aziende che sono disposte a stravolgere ogni regola della loro tradizione al fine di perpetuare l’unica regola che non può cambiare: quella del massimo profitto per il grande azionista.

banche

Fusioni tra banche e “Fusione” dei bancari:
trova le differenze

In questi mesi e nei prossimi assisteremo in Italia ad un tumultuoso succedersi di fusioni e acquisizioni bancarie. Esse hanno tutte lo scopo dichiarato di rafforzare i valori patrimoniali degli istituti, di migliorare il margine operativo lordo, di ottimizzare il rapporto tra utile netto e mezzi propri. Una impresa che incrementa il proprio patrimonio, che produce un risultato operativo in utile, che accresce la propria quota di mercato è il sogno di chiunque in quella impresa ha messo soldi, ed è anche un presupposto necessario (almeno sul medio-lungo periodo) affinché quell’impresa possa essere dichiarata profittevole, visto che le imprese (quelle bancarie in particolare) hanno tra i propri scopi istituzionali la creazione di valore per i soci – nemmeno le banche “etiche” fanno eccezione, sotto questo profilo. Milton Friedman, economista divenuto consigliere di Reagan, affermò nel 1970 che “lo scopo principale di un’impresa è quello di massimizzare i profitti per i suoi azionisti” . Due anni dopo, disse testualmente: “i grandi dirigenti, all’interno della legge, hanno responsabilità nei loro affari al di fuori di fare il più possibile soldi per i loro azionisti? E la mia risposta a questa domanda è: no, non ne hanno”.

Molti economisti venuti dopo Friedman hanno criticato questa visione, affermando che i portatori di interessi di un’azienda sono molti di più, e addirittura alcuni di essi si pongono al di fuori dell’azienda stessa: da queste considerazioni ha preso le mosse l’affermazione del concetto di “responsabilità sociale” dell’impresa. Responsabilità nei confronti dei propri dipendenti, dei propri clienti, ma anche dei cittadini, dei territori, dell’ambiente. L’ Unione Europea definisce la Responsabilità Sociale d’Impresa come la “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”. E’ possibile affermare che l’impresa bancaria assolve a questa responsabilità sociale finanziando, ad esempio, qualche iniziativa economica di riconversione energetica, o di sviluppo di energie alternative? Non è forse vero che il primo agglomerato sociale direttamente correlato all’impresa è quello della sua società “interna”, costituita dai suoi dipendenti e dai suoi clienti, siano essi risparmiatori o prenditori di danaro? Non è forse vero che l’etica dei comportamenti si misura anzitutto nel rapporto che si instaura nelle proprie relazioni, con le persone care, gli affetti e gli amici, prima che con le dichiarazioni di solidarietà verso il mondo? Credo sia vero. Altrimenti si cade nell’antico vizio di predicare bene e razzolare male.

Nei fatti, le fusioni bancarie appaiono ispirate molto più alla visione di Milton Friedman che a quella dei suoi critici successori. Una visione anni settanta trasportata senza troppi scrupoli nell’anno 2021. In apparenza, i portatori di interessi “interni” sono tre: i soci, i dipendenti, i clienti. Nei fatti, i dipendenti e i clienti al dettaglio sono portatori di interessi che appaiono strumentali alla massimizzazione del profitto dell’azionista. Non esiste pari dignità tra questi “stakeholders”. Se li mettessimo su un podio, il gradino più alto sarebbe a distanza siderale dagli altri due. I dipendenti, i tanto vituperati bancari, somigliano a dei corrieri incaricati di portare a destinazione il pacco (il budget, l’obiettivo di vendita) lungo una strada disseminata costantemente di lavori in corso, che ne rendono il percorso lastricato di ostacoli e di imprevisti che però non contano e non devono contare  – per qualche capo area degli affari non conta nemmeno il fatto di essere in una pandemia, figuriamoci il resto.
Così aumenta lo stress correlato al lavoro, l’ansia della domenica sera, il vomito del lunedì mattina, la caduta di motivazione e la perdita del senso di appartenenza alla propria azienda. Lavorare per obiettivi, in un’azienda contemporanea, dovrebbe essere un’altra cosa: motivare i collaboratori e consentire loro di ottenere risultati grazie alla conoscenza dei loro clienti, che implica una concessione di autonomie decisionali, un riconoscimento di dignità professionale e umana. Invece la vita di moltissimi bancari, specialmente di rete, è fatta di report incessanti per dimostrare non già di avere raggiunto un obiettivo, ma di avere “fatto qualcosa”: telefonate, appuntamenti, contatti.
Una impostazione che si giustifica solo partendo dall’assunto che il proprio personale sia fatto di potenziali lavativi che hanno bisogno dell’occhiuto superiore per darsi da fare. Una concezione infantile del rapporto tra azienda e dipendenti, circondata da una organizzazione paramilitare all’italiana, dove anche le inefficienze e le sacche di parassitismo ricordano certi uffici dei marescialli dell’esercito, intenti a portarsi i prosciutti della mensa a casa mentre la truppa sgobba e mangia pasta scotta (chi ha fatto la leva sa di cosa parlo).

I clienti non sono tutti uguali. C’è quell’ uno per cento di “classe dirigente” ammanicata col potere politico, per cui un Ennio Flaiano conierebbe anche oggi alcune delle sue fulminanti definizioni, che ha causato l’ottanta per cento dei crediti a sofferenza, spesso concessi da banche-bancomat. Poi c’è il restante novantanove per cento che si vede negare il credito per merito del dissesto provocato dall’uno per cento precedente, oppure che deve sperare nel bancario corretto che cerca di soddisfare le sue esigenze reali di risparmio, anzichè incappare nel fenomeno in carriera che cerca di vendere cappotti all’equatore e ghiaccio agli esquimesi, e sapete perché? Perché la struttura lo premia. Premia la quantità di pezzi venduti, non importa come. Il controllo di qualità è una cosa che in banca arriva quando un giudice o un’autorità si occupano delle polizze decorrelate vendute come condizione di concedibilità di un finanziamento, si occupano di un derivato capestro, o di una polizza index linked venduta ad un ottantenne.

Il risiko bancario cui assistiamo ed assisteremo contribuirà a migliorare i rendimenti ed il valore dell’investimento dei soci e degli azionisti? Di sicuro ci proverà. Contribuirà a migliorare le condizioni di lavoro e la qualità del servizio? Non ci proverà nemmeno. Non sono obiettivi, questi ultimi, che rientrano tra gli scopi del risiko. Proprio questo quadro impone una inedita ma necessaria alleanza tra i risparmiatori e i dipendenti, perchè solo una saldatura tra gli interessi degli stakeholders più deboli potrà costituire un argine allo strapotere dei padroni delle ferriere.

Il misoneismo e le mistificazioni macroeconomiche

Le vicende del 2020 hanno costretto gli stati ad un’inversione ad U in merito ai deficit e al debito. Oggi è possibile spendere, condonare cartelle esattoriali, dare benefit a imprese e famiglie senza incappare nei soliti strali delle autorità europee e dei paladini del pareggio di bilancio. La pandemia, purtroppo, ci sta dando la possibilità di un osservatorio inedito sulle faccende macroeconomiche e si affermano, o semplicemente vengono rispolverati, due concetti fondamentali:
– le banche centrali devono supportare l’opera dei governi perché gli obiettivi sono comuni, l’indipendenza è relativa e deve essere confinata a specifiche finalità di politica monetaria;
– quando c’è una crisi di domanda bisogna creare moneta e far sì che questa venga spesa nell’economia reale senza preoccuparsi di debito o inflazione, fino a quando le cose non migliorano. In altri termini, il bilancio dello stato si indebita spendendo a favore dei cittadini che quindi ricevono la possibilità di un credito (in contabilità quando qualcuno spende un altro incassa).

Banche centrali e moneta, in sintesi, sono al servizio degli stati e non viceversa, la scarsità e la favola delle risorse limitate è una scusa buona per non spendere solo nelle stagioni dell’abbondanza (cioè nei periodi in cui l’economia cresce senza problemi), quando c’è crisi e lo stato non crea debito i cittadini non incassano e quindi soffrono (non c’è credito senza debito).
Queste conclusioni potrebbero essere elaborate da ognuno di noi semplicemente guardando ai fatti e quindi senza bisogno di aggiungere altro ma, come diceva Keynes, “La più grande difficoltà nasce non tanto dal persuadere la gente ad accettare le nuove idee, ma dal persuaderla ad abbandonare le vecchie”. E le vecchie idee in questo caso sono quelle inculcate al pubblico negli ultimi 40 anni di storia per cui la mente è abituata a immaginare alcuni fenomeni prima ancora che questi vengano spiegati. Alcuni di questi sono appunto l’indipendenza delle banche centrali e la scarsità della moneta.
Chi difende queste congetture non ha più bisogno di spiegarle per farle accettare grazie al fatto che sono già radicate nel nostro inconscio, a prescindere dalle implicazioni o tantomeno dalla fondatezza, perché fanno oramai parte del nostro patrimonio cognitivo.
Un esempio per chiarire, il Mario Draghi presidente della Bce, in una delle tante conferenze stampa, risponde alla domanda di un giornalista sulla possibilità che la Bce possa finire i soldi affermando sorridendo che questo è escluso e, aggiunge sempre sorridendo, che la Bce ha tutte le risorse (finanziarie) necessarie per far fronte a qualsiasi evenienza. Il Mario Draghi presidente del consiglio richiama invece alla prudenza perché le risorse (finanziarie) sono scarse.
È ovvio che le due affermazioni siano in contraddizione, ma quale appare alla nostra mente più credibile? Quale la nostra mente accetta senza difficoltà e da quale, inspiegabilmente, ci sentiamo più rassicurati? Ovviamente dalla seconda, cioè per la nostra mente le risorse sono scarse, è meglio non spendere, non fare troppo debito altrimenti la catastrofe è dietro l’angolo. Paura del nuovo o misoneismo, come veniva definito da Carl Gustav Jung, il rifiuto di quell’emozione che ci suggerisce che qualcosa non è al posto giusto, non è comprensibile immediatamente alla nostra mente (ne ho parlato nel mio libro “L’altra faccia della moneta”).
Ma questo ci limita, ci impedisce di crescere e di sviluppare concetti nuovi. Sta peggiorando il nostro modo di vivere il presente e di immaginare il futuro, tutto a discapito delle nuove generazioni.
Eppure è lapalissiano, il sole riscalda, l’evidenza si mostra nemmeno più tanto tra le righe e, rimanendo nel solco dei due argomenti che mi sono prefissato, banche centrali e moneta (quindi debito), andiamo a estrapolarla tra le informazioni disponibili a tutti, normalmente ignorate nel loro reale significato o mistificate nella loro interpretazione. Rimaniamo su Mario Draghi e poi andiamo all’Ocpi di Carlo Cottarelli.
L’11 ottobre 2019 l’attuale Presidente del Consiglio fu insignito della laurea honoris causa in Economia dell’Università del Sacro Cuore ed ovviamente tenne un discorso che è interamente pubblicato qui https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2019/html/ecb.sp191011~b0a4d1e7c5.it.html e dal quale estraiamo quanto di seguito: “Descrissi una volta l’indipendenza della banca centrale come indipendenza nell’interdipendenza. Intendevo con ciò sottolineare che il contesto istituzionale nel quale operiamo influenza la velocità con la quale raggiungiamo il nostro obiettivo e l’entità degli effetti collaterali delle nostre azioni. È doveroso esprimere con chiarezza quando altre politiche potrebbero rendere il nostro compito più agevole e rapido.
L’indipendenza della banca centrale non è un fine in se stesso. Il suo scopo risiede nel garantire la credibilità della banca centrale nel perseguimento della stabilità dei prezzi e nello scongiurare che la politica monetaria sia succube della politica fiscale; essa assicura così una dominanza monetaria. L’indipendenza della banca centrale non impedisce perciò un dialogo con il governo quando è evidente che esso consentirebbe un più rapido ritorno alla stabilità dei prezzi. Pone soltanto dei limiti ai suoi eventuali effetti. In particolare un coordinamento delle politiche, quando necessario, deve contribuire alla stabilità monetaria e non può ostacolarla.”
Mario Draghi intende dire che deve sempre esistere una collaborazione e un legame chiaro tra uno Stato e la sua Banca Centrale sebbene sia necessaria una linea di demarcazione (indipendenza) tra la politica fiscale e quella monetaria. Entrambi gli strumenti hanno bisogno del proprio spazio di manovra ma l’obiettivo deve essere comune e, in questo caso, l’accento sulla stabilità dei prezzi non è visto come l’odioso principio liberista che impedisce l’allargamento del benessere sacrificato all’arida politica monetaria, ma piuttosto come una necessità legata ad un periodo di stabilità monetaria fuori dai periodi di crisi.
E che Draghi intenda questo diventa ancora più chiaro nella sua intervista al Financial Times https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b e nelle sue parole riportate dall’Ansa di questi giorni https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2021/03/19/decreto-sostegni-da-32-miliardi-atteso-oggi-il-via-libera-dal-cdm_fe290451-0755-46c1-981a-a93026219acb.html. I suoi interventi rilanciano spesa e debito “non è il momento di chiedere soldi ma di dare soldi”, cioè è necessario creare moneta e fare deficit attraverso:
– la politica fiscale dello stato, che deve prevedere più spesa e meno entrate ignorando i tetti al deficit e le convergenze sul debito pubblico imposti dai trattati (deficit inferiore al 3% e debito degli stati inferiori al 60%);
– la politica monetaria della banca centrale, la Bce deve continuare ad acquistare i titoli di stato attraverso l’attuazione dei piani pandemici.

Nel momento di bisogno gli intenti di Stato e Banca Centrale devono convergere, l’indipendenza deve essere messa da parte e insieme si combatte la crisi e si corregge la curva. L’ulteriore considerazione è che uno stato ha bisogno di una banca centrale e che se nell’eurozona ci deve essere una sola banca centrale, questa deve essere al servizio degli stati.
Se questo fosse percepito come elemento di verità macroeconomica e di gestione dell’economia al servizio dei cittadini (mettendo da parte la “paura del nuovo” e facendo “spazio alle nuove idee eliminando le vecchie”) sarebbe più facile comprendere l’inutilità del Recovery Fund e magari diventerebbe ovvio il suo essere uno strumento essenzialmente politico e non economico.
Da Draghi passiamo all’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (Ocpi) e alle arrampicate sugli specchi. Il documento dal quale partiamo è di questi giorni ed è consultabile qui https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-le-banche-centrali-possono-andare-in-perdita-cosa-ne-conseguirebbe?mc_cid=87cb2aa7db&mc_eid=af47140064. Il tema si può riassumere così: può operare in negativo una banca centrale? Ovviamente sì, ma forse all’Ocpi non studiano le conferenze di Draghi e non guardano tra le righe di quanto scrivono gli esperti economici della Bce.

Traduco: Le banche centrali sono protette dal rischio di insolvenza grazie alla loro capacità di creare moneta e quindi possono operare anche con bilancio in negativo.
Si tratta di una piccola nota alla pagina 14 dell’Occasional Paper nr. 169 di aprile 2016 https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecbop169.en.pdf?f7073b79c2f6f62c79918dc24088dd00 che chiarisce all’uomo della strada, cioè a noi, tutto quanto c’è da chiarire: non può fallire chi crea il denaro e potendolo creare può operare anche con un bilancio in negativo. Questo perché può coprire ogni buco contabile si dovesse presentare, cosa che nessuna società privata, azienda o famiglia potrebbe mai fare. E per questo dire che uno Stato è come una famiglia è ovviamente un’altra congettura che si aggiunge alla lista delle emozioni che dovremmo prima o poi affrontare. Ma perché allora ci sono tanti problemi di spesa ed esiste l’irrazionale paura del debito nell’area euro? Semplicemente perché si sono fatte delle scelte politiche in tal senso, come ci spiegano sempre gli esperti economici della Bce.

Il problema nasce dalla mancanza di relazioni tra l’autorità fiscale (Ministero del Tesoro) e l’autorità monetaria (la Banca Centrale), cioè ad un’errata interpretazione dell’indipendenza delle banche centrali di cui parlava Draghi in uno dei suoi tanti momenti di contraddizione argomentativa. Se le due entità non collaborano, il debito pubblico diventa un problema e quindi agli stati viene reclusa la possibilità di spendere a deficit e alle banche centrali di attuare politiche monetarie in loro soccorso. Chi ci rimette sono ovviamente gli interessi dei cittadini. In altri termini, se la banca centrale rimane collegata alle necessità dello stato allora questi non deve trovare soldi sui mercati per spendere ma semplicemente deve rinnovare i titoli in scadenza che, in ultima analisi, la banca centrale può sempre comprare, senza doversi preoccupare di avere capitale per poterlo fare, perché può operare anche in negativo. Le sofferenze causate dall’austerità non hanno una base economica ma solo normativa.
Ma cosa aggiunge l’Ocpi a tutto questo? Praticamente nulla se non elementi tecnici e contabili che non cambiano di una virgola la realtà di quanto sopra. Segnalo solo questo: “…il Sistema Europeo delle Banche Centrali (Bce + banche centrali nazionali) ha in portafoglio un’enorme quantità di titoli di Stato per via del Quantitative Easing e del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme) … ad oggi le banche centrali europee hanno conseguito utili elevati. Per esempio, nel 2019, la Banca d’Italia ha registrato un utile di oltre 8,2 miliardi di euro, di cui 7,8 miliardi incassati – direttamente o indirettamente – dallo Stato.”
Cioè quando una banca centrale acquista e detiene titoli, oltre a stabilizzarne il relativo mercato tenendo calma la speculazione (ricordate il whatever it takes?), fa anche guadagnare interessi agli stessi stati che li emettono.
In conclusione, ben venga finalmente l’apertura di un dibattito serio sulla definizione di indipendenza delle banche centrali, sull’importanza dei deficit e sul loro significato, sul ruolo e sulla funzione della moneta in economia, ma aggiungerei la necessità all’auspicio che si possa parlare delle distorsioni presenti nel sistema economico, delle congetture spacciate per verità assolute e della infondatezza degli attuali miti economici.

Se mi lasci i tuoi soldi ti apro il conto,
se me ne lasci troppi te lo chiudo

 

Non ti meravigliare se la tua banca nei prossimi giorni ti manderà una lettera in cui ti comunica due novità: primo, se tieni più 100.000 euro sul conto corrente ti verrà applicata una commissione aggiuntiva; secondo, con un breve preavviso, la banca potrebbe decidere di chiuderti il conto, perchè le costa troppo.(NB Per adesso questa decisione riguarda i conti aziendali, non quelli intestati a persone fisiche. Per adesso.)

Prima di cominciare a inveire contro le banche ladre (ho pochi soldi e non me ne danno, gli lascio tanti soldi e non solo non me li pagano, ma me li fanno pagare), conta fino a dieci e respira. Dal punto di vista puramente industriale la scelta ha una sua razionalità: i tuoi soldi la banca li depositava presso la Banca Centrale Europea, che questo deposito lo remunerava – poco, ma lo remunerava.
Adesso invece siamo in una inedita situazione di tassi negativi: vuol dire che la BCE accetta il deposito della banca, ma invece di remunerarlo si fa pagare dalla banca – poco, ma si fa pagare. Si tratta di una misura di politica monetaria espansiva: in questo modo la BCE, in una fase di economia stagnante, stimola le banche a prestare i soldi ai clienti (da cui incasserebbero degli interessi: pochi, ma li incasserebbero) anzichè lasciarli dormire in BCE, dove da ora in avanti saranno le banche stesse a dover pagare per il deposito.

Come tutte le misure di politica monetaria, il riflesso sull’economia dei tassi negativi dipenderà da come si comporteranno le banche, ma anche da come andrà l’economia reale. E’ uno stimolo, non è un automatismo. La misura in sè potrebbe indurre le banche a riaprire i cordoni della borsa del credito: ma non si prestano soldi a qualcuno che, interessi o meno, non appare in grado di ridarteli. Non lo fareste neppure voi per un vostro amico, figuratevi se lo farebbe la banca, di cui non siete nemmeno amici. Di conseguenza, tu che stai imprecando perchè ti vogliono far pagare il deposito dei tuoi soldi, non passare dalla rabbia all’esaltazione pensando che il tuo sacrificio aiuterà tuo figlio ad avere il mutuo che gli è stato negato. Se nutri troppa fiducia in questo automatismo, potresti dover aspettare troppo: i soldi a tuo figlio fai prima a darglieli tu, così intanto abbassi il saldo del tuo conto e non rischi di pagare la commissione di elevata giacenza.

A questo punto potresti sollevare un’obiezione: ma perchè mi fanno pagare se lascio tanti soldi e non mi fanno pagare se ne lascio meno? Se la gestione di un conto per la banca è un costo, lo è anche se il conto ha una giacenza bassa. L’obiezione è sensata, anche se la banca non può arrivare al parossismo di chiudere tutti i suoi conti correnti perchè le costano troppo (non è scema). Infatti, la banca si riserva la facoltà di chiudere il tuo conto (quello con troppi soldi dentro) solo se non gli affianchi almeno un investimento. Se hai anche dei soldi investiti (in fondi, polizze, gestioni patrimoniali) il conto non te lo chiude (ancora una volta, non è scema), anche se la commissione di giacenza potrebbe fartela pagare lo stesso, allo scopo di convincerti a dirottare parte della tua liquidità in uno strumento finanziario, che serve a dare un rendimento al tuo denaro.

Cosa non quadra in questo discorso? Nulla, se non fossimo in piena epidemia mondiale, e se il mercato dei prodotti finanziari fosse efficiente. In effetti il conto corrente non è uno strumento di investimento (non lo è mai stato), ma uno strumento di servizio. C’è però un problema contingente, che speriamo resti contingente e non diventi strutturale: l’enorme incertezza economica, che mantiene i detentori di denaro costantemente all’erta, e non propensi ad impegnare i soldi  – e questa è senza dubbio una concausa dell’aumento dei depositi liquidi.  Inoltre c’è il problema dell’efficienza del mercato finanziario: il quale, almeno in Italia, è caratterizzato da una eccessiva complicazione dei prodotti al dettaglio, da una scarsa trasparenza e da una “consulenza” spinta, dai piani altri, verso la pura vendita.

L’eccessiva complicazione è sempre sospetta. Ad essa si associa regolarmente una scarsa trasparenza, il che rende il sospetto una certezza: se nel contratto mi viene omesso qualcosa, o mi viene scritto in caratteri minuscoli con una nota a piè di pagina, o mi viene scritto in modo incomprensibile per una persona di cultura media ma inesperta di finanza (ma chiedete a molti “esperti” se vi sanno decodificare le clausole di un prodotto finanziario), vuol dire che la complicazione non è nel mio interesse.

La consulenza inquinata dalle pressioni non è una responsabilità dei bancari – che peraltro sono dei “consulenti” in termini atecnici: possono più propriamente essere definiti degli esperti dei loro prodotti, quelli che la banca mette loro a disposizione, i prodotti della casa o delle case con le quali esistono degli accordi commerciali. Sotto questo profilo essere cliente della banca A o della banca B può fare differenza, se in genere i prodotti della banca A sono più efficienti(cioè hanno un miglior rapporto tra rischio e rendimento) di quelli della banca B. Ma tutte le banche hanno prodotti dignitosi e altri meno buoni. Altri ancora, roba da cui stare alla larga. Un consulente preparato, che dia dei suggerimenti sull’intera gamma di prodotti disponibili e che sia realmente indipendente dalle pressioni (e dai regali) delle case di produzione sarebbe l’ideale. Peccato che la sua consulenza giustamente debba essere pagata, e nel nostro paese non è ancora maturata la convinzione secondo la quale è meglio pagare due volte ma in modo trasparente (una per la consulenza e una per le commissioni del prodotto, che ci sono sempre) in cambio di uno strumento efficiente, piuttosto che pagare senza accorgersene, pensando che sia gratis e per uno strumento che forse, per efficienza, non è nella parte alta della gamma.

In tutto questo non vi è nulla di scandaloso: se siete in giro per cambiare macchina e andate alla Fiat, il “consulente” non vi proporrà mai una Renault. Basta che il rapporto sia chiaro. Quella che è scandalosa è la quantità di disastri finanziari che hanno coinvolto i risparmiatori in questi decenni, il che fa riflettere sulla qualità del nostro management (quello al top, perché gli scandali finanziari non sono mai colpa degli sportellisti, che però sono quelli che si beccano gli insulti) e sulla cultura di base delle persone, che una certa parte del sistema ha interesse a mantenere ignorante, e quindi manipolabile. Questa situazione rende ancora più urgente un cambio di paradigma, nella direzione di un’alleanza di interessi tra chi rappresenta i bancari onesti, coscienziosi e desiderosi di lavorare per la clientela (la stragrande maggioranza), e chi rappresenta i risparmiatori “normali”, senza velleità speculative.
Solo una saldatura tra questi interessi può contrastare la deriva delle vessazioni commerciali, che spingono le reti di vendita (persino in tempi in cui la legge vieta gli spostamenti non necessari) a convocare clienti per piazzare loro prodotti ad elevato commissionale, con buona pace della sbandierata ‘centralità del cliente’ e delle ‘risorse umane’.

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Bancari e clienti di tutto il mondo, unitevi

I pompieri di Chicago Fire, famosa serie televisiva, spengono incendi in mezzo a strade innevate, al punto che il fuoco sembra essere l’unica fonte di calore di una città altrimenti gelida. E’ curioso che le teorie monetariste, di cui Milton Friedman è la punta di diamante, e la McKinsey, principale agenzia di consulenza sui modelli di business finanziario del secolo appena trascorso, abbiano entrambe la loro origine a Chicago (James Mc Kinsey, il fondatore, insegnava all’Università cittadina). Non a caso il filone monetarista di Friedman è chiamato anche “scuola di Chicago”. Evidentemente il clima di questa città, famosa per il suoi inverni rigidi, ha influito sul carattere di alcuni dei suoi abitanti, rendendo la spietatezza un tratto antropologico distintivo di una certa concezione dei rapporti economici, che trovano un paradigma nella dinamica di certe banche. Nel testo Strategic Management: A Stakeholder Approach, Edward Freeman diede la prima definizione degli stakeholders, vocabolo che abbonda sulle bocche degli amministratori delegati e banchieri: “soggetti senza il cui supporto l’ impresa non è in grado di sopravvivere”. Si tratta di una definizione che risale ai primi anni sessanta, ampliata poi in “portatori di interessi” e successivamente oggetto di una divaricazione di senso tra estremi opposti. Ad uno degli estremi, una concezione “etica” per cui l’impresa deve tenere conto delle conseguenze che le sue scelte hanno su soggetti (persone e ambiente) che non sono direttamente coinvolti nel processo di produzione. All’estremo opposto, una concezione “privatistica” imperniata sulla società per azioni. Milton Friedman (che, ricordiamolo, nel 1976 vinse il premio Nobel per l’economia) rifiutò l’idea di una responsabilità sociale dell’impresa. Friedman affermava che i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti e che devono agire nell’interesse esclusivo di questi ultimi. Utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, anche se l’impresa ne fosse in parte la causa, significherebbe fare della beneficenza con i soldi degli altri, senza averne il permesso. In questa concezione, non solo i portatori di interessi sono tutti dentro l’impresa, ma c’è una rigida gerarchia di importanza: gli azionisti vengono al primo posto (i grandi azionisti, meglio precisare).

Non è difficile dire quale concezione abbia prevalso in questi decenni. Ha talmente prevalso che un altro Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, ha detto che se non si abbandonano le teorie di Friedman, che danno luogo ad una ossessione tossica per i risultati a breve termine, non sarà possibile combattere le crescenti disuguaglianze. Ma senza allargare troppo il campo, rimaniamo in banca. Più volte su queste pagine, nel periodo Covid, abbiamo ricordato (e in qualche modo evocato) esperienze meritorie fiorite nella disperazione, come la Bank of Italy di Amadeo Peter Giannini, nata sulle macerie del terremoto di San Francisco del 1906 come la banca che dava fiducia agli immigrati italiani rimasti senza un soldo. Lo abbiamo fatto perchè la situazione attuale è quella di una economia che ripartirà sulle macerie di un gigantesco terremoto planetario di origine biologica. Il sistema bancario, comprese le regole che ne governano i processi, procede in maniera schizofrenica, e anche questo lo abbiamo già scritto: da una parte, regole che introducono una più sensata e minore ponderazione dei rischi di credito garantiti da stipendi e pensioni (le c.d. cessioni del quinto); dall’altro un inasprimento insensato delle regole che, dopo soli 91 giorni di un modesto sconfino, rendono il debitore un “cattivo pagatore”. I banchieri italiani, dal canto loro, muovono a grandi passi le loro strutture verso aggregazioni progressive miranti alla creazione di due o tre grandi poli bancari (Intesa San Paolo che ha incorporato UBI, Bper-Bpm, forse Unicredit-Monte dei Paschi). Queste megalopoli del credito potrebbero in effetti rafforzare la solidità patrimoniale degli istituti, ma si tratta di una eterogenesi dei fini, l’effetto involontario di un’azione intenzionale. E in cosa consiste l’azione intenzionale?

L’intenzione originaria appare quella di rafforzare la posizione dominante, nella scala di interessi, degli stakeholders ai quali pensava con amorevole premura Milton Friedman: i grandi azionisti. Come se ce ne fosse bisogno. Come se non fosse già così, come se gli altri due portatori di interessi (clienti e dipendenti) non fossero già abbastanza sacrificati sull’altare dei profitti. Tutti gli indici di redditività degli ultimi tre anni delle principali banche italiane segnano un incremento importante, nonostante il basso costo del denaro ed il conseguente modesto differenziale tra tassi attivi e passivi (la tradizionale fonte di guadagno per le banche) sia un dato ormai strutturale. Come è stato possibile? Basta leggere i numeri, ma siccome è noioso, un ottimo succedaneo è il commento ai risultati di bilancio di qualche banca. Quella che citiamo è Intesa, ma potrebbe essere anche un’altra: “…miglioramento della qualità del credito, aumento dell’efficienza puntando sui ricavi commissionali come principale voce di entrata”. Canoni dei conti, commissioni di istruttoria e di incasso rata sui prestiti, costi di ingresso sugli investimenti, retrocessioni sulle polizze.

Sarebbe un prezzo che si paga anche volentieri, se garantisse in generale l’intoccabilità del capitale investito dai clienti; se fosse in generale la contropartita di un incremento dei rendimenti riconosciuti; in sostanza, se le commissioni in aumento fossero il costo che si paga per una prestazione più efficiente. Sfortunatamente, i costi sono certi, i benefici incerti. La pressione assurda, spesso vessatoria, che alcune strutture esercitano sui dipendenti per collocare ai clienti prodotti ad alto ritorno commissionale rende impossibile la vita di molti bancari, ma non migliora quella dei clienti. A questo vanno aggiunte le sempre più ricorrenti inefficienze del sistema, aggravate dal fatto che ormai si verifica una fusione all’anno, ed i problemi di allineamento tra sistemi operativi causano disservizi che si scaricano sulla clientela per settimane o per mesi. Le banche sono ormai delle strade con l’asfalto sempre in manutenzione: dei cantieri costantemente aperti. Il rapporto tra costo e qualità del servizio è spesso drammaticamente inadeguato, ed apre la strada a soluzioni mordi e fuggi, ma di maggiore efficienza e rapidità, almeno in termini di risposta iniziale, con cui molti giganti del web si apprestano a cannibalizzare parte della clientela. Poco importa se la customer care del dopo vendita sarà inesistente: purtroppo anche quella delle banche si sta pericolosamente degradando.

I dipendenti e i clienti al dettaglio delle banche, quelli più colpiti dalla crisi, quelli a volte turlupinati da prodotti opachi o da aumenti di capitale mirati a scaricare sul risparmiatore il rischio di insolvenza dell’istituto, prima o poi la dovranno smettere di guardarsi in cagnesco, di diffidare gli uni degli altri, e comprendere che devono fare un pezzo di strada insieme. Prima succede, meglio è. Prima le associazioni di tutela dei consumatori la smettono di dare dei ladri ai bancari, meglio è. Prima i sindacati dei lavoratori la smettono di considerare i consumatori e le loro associazioni come dei nemici, meglio è. Se non si troverà il modo di saldare gli interessi dei due stakeholders deboli, ovvero clienti al dettaglio (rappresentati dalle loro associazioni e anche dalle istituzioni del territorio) e dipendenti, contro lo strapotere dello stakeholder forte (il capitale di rischio), il futuro delle fusioni bancarie sarà fonte di progressive espulsioni dal mercato dei lavoratori, di ulteriori restrizioni nell’erogazione di credito e di nuovi scandali finanziari.

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Banchieri, marchesi e plebei

Lo abbiamo già detto: dal primo gennaio 2021 le banche applicheranno le nuove (più restrittive) regole europee sulle “controparti inadempienti”, che in parole povere siamo noi che non riusciamo a rimanere dentro il fido, o sconfiniamo senza fido, o non riusciamo a onorare alla scadenza una rata del prestito. Se siamo un privato o una PMI, lo sconfino di oltre 100 euro per più di 90 giorni ci rende automaticamente inadempienti verso quella banca e segnalati sul sistema; se siamo un’impresa, idem se il nostro ritardo di oltre 90 giorni ci porta a sconfinare per più di 500 euro. L’ esposizione in mora deve anche superare l’1% del totale dell’esposizione verso la banca. Se poi sistemiamo le cose, in teoria la segnalazione viene cancellata. Dico in teoria, perchè la lista di coloro che, per misteriose ragioni, rimangono segnalati in Centrale Rischi per ritardi di mesi o anni prima, poi sistemati, è lunghissima ed è uno dei sintomi dell’inefficienza delle organizzazioni bancarie quando non si tratta di piazzare prodotti ai propri clienti, ma di occuparsene come utenti bisognosi di un servizio. La customer care in banca, purtroppo, somiglia sempre più a quella delle aziende con un numero verde unico per l’assistenza, in cui riesci a parlare con un operatore dopo aver attraversato un labirinto minato; con l’aggiunta che, in banca, se sconfini non sei più un cliente, ma un cattivo pagatore. E queste nuove regole autorizzano, implicitamente, la banca a trattarti come l’equivalente del paria induista, un reietto, un fuori casta.

Molti istituti in questi giorni hanno comunicato ai loro clienti che tra pochi giorni applicheranno le nuove regole. Scelta meritoria, almeno in termini di trasparenza: uomo avvisato, mezzo salvato. Continuo peraltro a chiedermi – per una volta, come fa il capo dei banchieri italiani, Patuelli – per quale ragione l’Europa non abbia ancora deciso di rinviare l’entrata in vigore di queste norme. Le ragioni della opportunità di un simile rinvio sono molteplici, ma si possono compendiare in un solo vocabolo: pandemia. Questa testardaggine è ancora più ottusa se consideriamo che si sta votando, in Europa, la possibilità che per evitare il fallimento di una banca il Fondo Unico di Risoluzione possa chiedere soldi al MES(Meccanismo Europeo di Stabilità). Inoltre, a partire dal 28 giugno 2021, cambia la ponderazione dei prestiti garantiti da una quota di stipendi e pensioni – la cosiddetta “cessione del quinto”: l’assorbimento di capitale associato a questa tipologia di finanziamenti sarà abbassato dall’attuale 75% al 35%.Questo perchè la rischiosità complessiva di tali finanziamenti è considerata più bassa delle altre tipologie di crediti al consumo, per due motivi: 1.esiste una polizza assicurativa che protegge il credito della banca in caso di morte o perdita del posto di lavoro; 2. il rimborso del prestito è direttamente trattenuto alla fonte (ovvero presso il datore di lavoro, pubblico o privato).

Per semplificare: da un lato abbiamo un sistema di regole che cambia “in meglio”, liberando capitale disponibile alle banche(che devono accantonare meno patrimonio per tutelarsi dal rischio dei crediti non pagati) e apprestando una rete di salvataggio (il MES, appunto) in caso di rischio di fallimento. Il combinato di queste due misure consente alle banche di avere più denaro da impiegare, e di poter ricorrere a soldi “pubblici” di fonte europea per evitare di saltare in aria. Questo “lato” è coerente con l’aggravarsi della situazione socio-economica, poichè consente, almeno in teoria, ad una banca di non chiudere il rubinetto del credito proprio quando c’è maggior bisogno che da quel rubinetto esca acqua fresca, risorsa fondamentale per un assetato. Dall’altro lato, invece, si inaspriscono le regole di rimborso, in modo tale da creare pressochè inevitabilmente, in periodo di pandemia, una nuova valanga di crediti inesigibili, che peseranno come un macigno sui bilanci bancari. Questo secondo “lato” appare quindi incoerente con l’aggravarsi della situazione socio-economica, e rischia di vanificare in buona parte l’effetto positivo delle misure espansive.

Tuttavia uno potrebbe dire che questo rigore è benvenuto, perchè gli impegni vanno rispettati e un debito è un impegno che va onorato nei tempi stabiliti. In linea teorica è un ragionamento sensato, introdotto però nel periodo più insensato: sono già milioni gli italiani che, a causa della paralisi dell’economia mondiale e locale, non sanno come sbarcare il lunario nei prossimi mesi, e che, una volta espulsi dal sistema del credito, non vi potranno più accedere per anni. Sarà un disastro per i territori, che vedranno trasformare il rapporto dei privati e delle piccole imprese col sistema del credito, fino ad una situazione (che già evolve, giorno per giorno, in questa direzione) nella quale saranno le agenzie criminali a finanziare l’economia “legale”, in quanto dotate di ingenti somme di denaro riveniente dal traffico di droga, di armi, di rifiuti e di esseri umani. Si realizzerà in questo modo una completa fusione tra economia legale e illegale(anzi, criminale): un salto di qualità da una economia ufficiale innervata da elementi criminali, ad un corpo socioeconomico nel quale non avrà nemmeno più senso distinguere tra economia legale e criminale, perchè la sola economia che sopravviverà sarà quella capitalizzata con o finanziata da soldi sporchi.

Ma se non bastasse questo, c’è anche una gigantesca ipocrisia dietro questo rigorismo di facciata, come si può agevolmente appurare da tutte le statistiche sul tema delle sofferenze bancarie. La Cgia di Mestre ha mostrato già nel 2016 chi sono i “cattivi pagatori” delle banche.  Le grandi imprese rappresentavano l’80% del credito complessivamente erogato alle società non finanziarie, nonostante esse siano appena l’1% del totale. Ebbene, esse erano responsabili del 78% dei crediti sofferenti, mentre il restante 99% delle imprese detiene il restante 22% dei debiti a rischio. Ripeto: l’ 1% dei finanziati ha causato il 78% dei debiti impagati. Le grandi imprese hanno ottenuto grande fiducia, ma dimostrano di averne fatto strame. Anche a Ferrara lo sappiamo molto bene: la Cassa di Risparmio è saltata per la sconsiderata mole di denaro prestata fuori dai nostri territori e a pochissimi debitori, non per i piccoli prestiti dei ferraresi (che però alla fine sono quelli che hanno pagato il prezzo della risoluzione, con buona pace dei professorini di economia che impartiscono lezioni su come si amministrano le banche). Li conosciamo, quelli che succhiano denaro dalle banche restituendolo a loro piacere. Sono la classe dirigente italiana, i Caltagirone, i De Benedetti, i Marcegaglia, i Marchini, gli alfieri di quel capitalismo relazionale che significa: siedo nel CdA di chi mi presta i soldi, quindi i soldi me li prendo e se non mi va non te li restituisco. Tanto a me, qualcuno che presta i soldi ci sarà sempre. Alberto Sordi – con la forza iconica che l’arte trasmette, molto meglio di un saggio di economia – ha mostrato il nocciolo della nostra classe padronale, condensandolo nella battuta del Marchese del Grillo: “io so’ io e voi non siete un cazzo”.

 

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La morte in banca, parte seconda

“Cambiava umore con facilità estrema, i giudizi e i commenti degli altri lo trovavano più indifeso e contribuivano ad aumentare il suo smarrimento. Tutto era forse accaduto troppo in fretta e bisognava ricominciare da capo. Ma ora che erano cadute tante premesse, non aveva più una meta e niente che ne colmasse l’assenza; adattarsi gli sembrava una resa, la sua crisi non poteva finire così. Trovava assurda la sua vita, ritornava su certe constatazioni con una fissità che lo stancava e gli faceva talvolta desiderare di evadere, di tornare a muovere, di distrarsi”. Questo estratto, tratto da “La morte in banca” di Giuseppe Pontiggia, primo romanzo aziendale italiano, potrebbe attagliarsi allo stato d’animo di un neo assunto di studi classici alle prese con un mondo calcolante e meschino, abbracciato per necessità; ma anche di un piccolo neo ristoratore che, causa epidemia, vede il suo sogno imprenditoriale ucciso sul nascere, e la banca trasformarsi da assistente a spietata, indifferente matrigna.

Per una volta Antonio Patuelli, presidente dell’ABI(Associazione Banche Italiane), non parla solo pro domo sua quando dice: “Il primo meccanismo che con l’arrivo del Coronavirus non può funzionare è quello che tecnicamente viene definito ‘calendar provisioning‘, insieme alla nuova definizione che è stata proposta per il ‘default’. Un combinato disposto micidiale per l’economia e i cittadini. Le regole pensate prima della pandemia non possono essere fatte valere adesso, come se tutto fosse normale. Ne va della salute non tanto delle banche quanto dell’economia in generale, della vita di tutti noi. Dei cittadini che investono, delle aziende, piccole o grandi che siano. Secondo la definizione in vigore tra un mese e mezzo, cade in default chi ha un debito arretrato di 90 giorni, anche per soli cento euro. Se si tratta di aziende il limite sale a 500 euro, in ogni caso bassissimo. È un meccanismo micidiale soprattutto in epoca di pandemia perché chi accusa quel ritardo finisce per essere inserito nella lista dei cattivi pagatori, con tutto quello che ne consegue. È evidente che tutto ciò in periodo di pandemia finirebbe per strangolare l’economia”.

E’ la vigilanza BCE il fulcro del sistema, ed è quella che può far partire la macchina che cambi le regole e le adatti alla guerra pandemica in corso. Dal 2018 a capo dell’organo c’è Andrea Enria, economista italiano, proveniente dall’Autorità Bancaria Europea (EBA). L’AD di Mediobanca, Alberto Nagel, conferma che le norme che impongono accantonamenti piu’ rapidi sui crediti deteriorati, eliminando la discrezionalita’ e portando a svalutare i NPL di un terzo ogni anno, comprese le inadempienze probabili, i cosiddetti UTP(unlikely to pay), sono “… applicate alla situazione post-covid, come una bomba atomica”.  Poi aggiunge che ha fiducia in Enria, che è uno con cui si può parlare. Lo speriamo tutti, e non perchè le silhouettes di Nagel e Enria siano particolarmente rassicuranti: anzi, vedere le loro foto mi fa correre un brivido lungo la schiena, perchè mostra la siderale distanza tra loro, la loro vita, e la nostra. Tuttavia esistono, a volte, top managers e massimi decisori economici che risultano all’altezza dei momenti storici, e questo lo è, senza ombra di dubbio. La nostra fiducia in loro non può riporsi nel fatto che possano in qualche modo “mettersi nei nostri panni”. Questo non è possibile. La nostra fiducia in loro (Andrea Enria, Christine Lagarde) deve riporsi nel fatto che siano ben consapevoli che la montagna di denaro e privilegi e, per carità, responsabilità sulla quale sono seduti sta già smottando. Se questa montagna franasse, loro sarebbero gli ultimi a fallire in senso economico, essendo in cima alla scala, ma i primi a fallire in senso storico, e questo potrebbe essere un colpo mortale per il loro ego. Dobbiamo confidare nella loro egocentrica e disperata capacità di non passare alla storia come i più ricchi del cimitero: quel cimitero sociale che non sarebbero stati in grado di scongiurare.

 

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Il Profumo dei soldi (pignorati)

Alessandro Profumo è l’amministratore delegato di Finmeccanica (ora Leonardo-Finmeccanica), la prima industria italiana di armi, elicotteri, sistemi di difesa. E’ per dimensioni la terza azienda d’Europa del settore. Il Ministero dell’Economia ne detiene circa il 30%. Un colosso, che non può che essere amministrata dal colosso degli AD. Profumo, appunto. Un uomo talmente potente che si potrebbe credere sia l’eponimo del celebre romanzo di Patrick Suskind “Il Profumo”, appunto, laddove si legge: “Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c’è modo di opporvisi.“

La potenza persuasiva che Unicredit ha dispiegato, piazzando alla clientela durante gli anni della sua reggenza migliaia di contratti per strumenti derivati, evoca davvero il potere del profumo e dell’uomo che ne porta il nome. Alessandro Profumo, infatti, dal 1997 al 2010 è stato Amministratore Delegato del Gruppo Unicredit, che sotto la sua guida è passato da 15.000 a 160.000 dipendenti. Finora la fedina penale di Profumo (che non può essere immacolata, perchè per un manager del suo livello il casellario giudiziale è una tacca del curriculum) contava una condanna a sei anni e mezzo di reclusione (in primo grado) per aggiotaggio e falso in bilancio ma, inopinatamente, non per la gestione Unicredit ma per quella di Monte dei Paschi – è passato anche da lì, dal 2012 al 2015. Adesso la procura di Bari ha rinviato a giudizio Profumo e Ghizzoni (suo diretto successore alla poltrona di AD Unicredit) per la bancarotta fraudolenta dell’azienda Divania, una eccellenza nella esportazione di divani negli Stati Uniti, saltata in aria non per problemi industriali, ma – stando all’accusa – per il dissesto finanziario legato all’andamento in perdita di oltre 200 contratti derivati sottoscritti dal 2000 al 2005 con Unicredit.

Ma cosa sono i “derivati”? Per spiegarlo attingiamo alla fonte derivati.info (un sito con questo nome lo saprà cosa sono, no?): “i derivati non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco bensì derivano il loro valore da altri prodotti finanziari ovvero da beni reali alla cui variazione di prezzo essi sono agganciati: il titolo o il bene la cui quotazione imprime il valore al derivato assume il nome di sottostantei derivati possono assolvere tanto ad una funzione protettiva (ossia di copertura) da uno specifico rischio di mercato quanto ad una finalità meramente speculativa. Nel concreto, non può negarsi che sui mercati finanziari globali i derivati si siano affermati soprattutto quale mezzo di speculazione.” . Eh no, nel concreto non può negarsi che la finalità speculativa (per la banca) abbia nettamente prevalso sulla finalità di copertura da un rischio (per il cliente). Sarebbe infatti curioso che centinaia di aziende private e persino di Comuni abbiano perso milioni di euro per tutelarsi da un rischio. Se ne deduce abbastanza facilmente che lo strumento è stato venduto come copertura da un rischio, ma ha funzionato come fonte di guadagno per la banca e di perdita per il cliente. Non ci spingiamo al punto di dire quello che peraltro tutti pensano: ovvero che ab origine la maggior parte di questi strumenti erano tecnicamente congegnati per far guadagnare la banca e far perdere il cliente. Sta di fatto che questo è quanto è successo, perlomeno nel caso di Divania, azienda che – stando alla Procura di Bari – andava bene, ed è saltata per aria proprio per l’impossibilità di saldare il gigantesco debito accumulato nei confronti della banca (Unicredit) a seguito di una successione di contratti per derivati che l’hanno condotta sul lastrico. Alla faccia della copertura del rischio.

Ma questo non è un articolo di approfondimento finanziario. Mi interessa di più mostrare due caratteristiche di certo top management italico. La prima è la capacità di espandere un business puntando al massimo guadagno possibile (per gli azionisti) a scapito degli altri portatori di interessi, ovvero clienti e dipendenti. I clienti vengono sostanzialmente raggirati con il racconto fasullo della funzione di uno strumento finanziario, che finiscono per sottoscrivere (e quindi formalmente le carte sono spesso in ordine, anche se nel caso Divania sono emerse anche diverse irregolarità formali) ma di cui non hanno capito nulla. La scarsa consapevolezza ed educazione finanziaria della clientela, anche istituzionale, è indubbiamente una concausa di queste pratiche farlocche, ma questo non esclude, anzi aggrava, la responsabilità di chi spinge, con ossessiva pressione, la sua struttura commerciale a collocare in massa certe fregature. La seconda caratteristica di questi capitani d’industria e cavalieri del lavoro (Profumo è stato insignito anche di tale onorificenza) è l’attitudine a risultare nullatenenti, o a nascondere il proprio patrimonio dietro paraventi e coperture che rendono spesso impossibile aggredire le ricchezze, perchè risulta improbo rintracciare le strade oscure attraverso le quali le ricchezze hanno viaggiato fino a rendersi irreperibili. A conferma di ciò sta la circostanza che la Procura di Bari ha disposto il sequestro conservativo dei beni degli imputati, per garantirsi i futuri risarcimenti in caso di condanna dei quattordici banchieri sotto accusa, e nel caso di Profumo cosa ha trovato? Che non risulta intestatario di alcun immobile. Un uomo che ai bei tempi guadagnava circa 9 milioni di euro l’anno e che è andato via da Unicredit con una buonuscita di 38 milioni (di cui due, bontà sua, dati in beneficenza) non risulta proprietario nemmeno di un bilocale al Lido delle Nazioni. Quindi alla procura non è rimasto altro che pignorare il quinto dei suoi emolumenti, dal momento che a lui non è intestato niente che abbia delle fondamenta, nemmeno una prima casa o un garage. Che è un esito quasi comico, visto che la cosiddetta “cessione del quinto” è lo strumento di elezione delle classi meno abbienti per accedere alla possibilità di acquistare una macchina o una televisione.

La cosa più sconfortante è che questo modo di generare profitto, questa determinazione nel vessare la struttura commerciale, spingendola a piazzare prodotti in maniera malandrina pena l’emarginazione dal consorzio lavorativo, l’isolamento, il trasferimento punitivo, questa weltanschauung viene premiata. E passi, se venisse premiata solo dai padroni privati che lucrano dalle spregiudicate e disinvolte gesta di cotanti amministratori. Il fatto è che questi signori vengono chiamati dallo Stato alla guida delle più strategiche industrie pubbliche, o a prevalente capitale pubblico, del nostro Paese. Infatti, Profumo è stato chiamato a “risollevare” le sorti del Monte dei Paschi di Siena e proprio durante la sua Presidenza lo Stato è diventato azionista della Banca (che dal 2017 è detenuta per due terzi dal Ministero dell’Economia e Finanze), e attualmente è l’Amministratore Delegato di una delle maggiori industrie italiana a partecipazione statale: Leonardo-Finmeccanica, detenuta al 30% dal MEF. La grottesca “consolazione” è che adesso gli tocca lasciare il quinto del suo stipendio come capita a noi comuni mortali, che ci indebitiamo per cambiare la macchina o sostituire gli infissi di casa. Con la fatale differenza che il suo stipendio non è quello di un comune mortale, ma gliene basterebbero quattro quinti per comprarsi casa su Marte, se solo non fosse allergico al mattone.

SCHEI
Smart working: croce e delizia

In una delle sue riuscite caricature, Corrado Guzzanti impersonava un Walter Veltroni buonista e desideroso di comporre ogni contrasto nell’ecumenismo, appunto, veltroniano, che gli faceva ugualmente apprezzare una cosa e il suo contrario. Una cosa era bianca ma anche nera, ed erano entrambe buone e presenti sotto il grande ombrello del progressismo democratico.

Ecco, appunto.  Lo dice uno che lo fa da marzo: lo smart working è una delizia, ma anche una croce. Il primo mese è una croce subdola, della quale nemmeno ti accorgi. Te lo fa notare chi vive con te, quando vorrebbe apparecchiare per cena quel tavolo sul quale hai sparso documenti e stampante come se non ci fosse un domani. Il primo, istintivo effetto del lavorare a casa (che non è come lavorare in una sede decentrata: è un’altra cosa) è la scomparsa di un confine imposto tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, che è anzitutto l’assenza del confine spaziale. Intanto non devi fare una strada, un percorso che separi fisicamente il luogo dove lavori da casa tua. Al resto della croce provvede l’inconscio senso di colpa del privilegiato che lavora in poltrona, e che quindi deve espiare sgobbando senza un orario, tra la lavatrice da svuotare, i panni da stirare e i cani da portare a pisciare. Così arrivano le dieci di sera e il pc è ancora acceso. Se sei una donna, questa croce rischia di diventare un calvario, perchè nel frattempo col piffero che il lavoro di cura viene redistribuito tra i membri della famiglia: rimane, esattamente come prima, a carico della donna. E allora il pc può restare acceso alle due di notte, perchè svanisce anche il confine circadiano. Il diritto alla disconnessione va quindi imposto: gli strumenti e la rete intranet di accesso ai portali di lavoro devono essere disattivati ad una certa ora – oppure dopo un certo tempo di lavoro continuativo. Questa barriera tecnologica è un elemento di tutela primario, perchè in un tempo che sarà velocissimo qualcuno proporrà di incorporare gli strumenti aziendali dentro la persona del lavoratore, eliminando anche la distinzione fisica tra mezzo tecnico e essere umano. Three Square Market, una realtà tecnologica con sede nel Wisconsin, sta per espandere il suo programma che prevede l’inserimento di microchip sottopelle ai propri dipendenti. A quel punto la necessità di tutelare chi lavora dalla possibilità distopica di essere controllato a distanza in ogni istante diverrà la frontiera sindacale del terziario avanzato. Le aziende più lungimiranti, infatti, usciranno dalla logica del controllo a vista del dipendente, chiedendo in contropartita un salario sempre più legato ai risultati, agli obiettivi: lavora come e quando ti pare, ma ti pago in proporzione ai target che raggiungi. Le aziende più malefiche, invece, faranno entrambe le cose: controlleranno il dipendente stando dentro il suo corpo, e contemporaneamente vorranno retribuire i suoi risultati, non il suo tempo. Attenzione perchè rischia di realizzarsi una metamorfosi del sinallagma capitalista industriale: salario in cambio di tempo. La sfida non sarà più soltanto quella di liberare tempo, ma di rintuzzare l’affermarsi di un nuovo scambio: salario in cambio di risultato, di prodotto, di venduto. Chiunque lavori nei settori che spingono già in questa direzione(banche, assicurazioni, grande distribuzione, ma anche la sanità privata) capisce che questa modifica dello scambio rischia di trasformare tutti i lavoratori in venditori di prodotti, e tutti i clienti in vacche da mungere. E vince chi è più disinvolto, spregiudicato, privo di scrupoli. (NdA: introdurre un obiettivo – possibilmente non autodeterminato – di qualità ed efficienza nella Pubblica Amministrazione dei servizi documentali/amministrativi potrebbe invece essere un bene, anche se non legherei a questo obiettivo parte della retribuzione. Ma della carriera, sì).

E la delizia? La delizia è anzitutto il risparmio di tempo e denaro. Pensiamo all’enorme economia di risorse, anche energetiche, che si realizza organizzando video riunioni tra cinquanta o sessanta persone anzichè farle spostare tutte in giro per il mondo, su aerei o treni o mezzi privati. Non si viaggia, non si spende per mangiare fuori casa, si inquina meno, soprattutto nelle grandi città. Che poi questo sia una croce per gli esercizi commerciali che campano sui pasti dei pendolari non è affatto da sottovalutare. Che l’indotto commerciale in genere, che guadagna dall’attitudine a spendere di chi passa nove o dieci ore al giorno in città, ne soffra è indubbio – e anche questo è un settore che impiega migliaia di persone, che tra l’altro lo smart working se lo scordano. Tuttavia, succede quello che succede ogni volta che una trasformazione tecnologica è talmente potente da rendere illusorio qualunque tentativo di contrastarla. Per interi settori dei servizi, il lavoro da remoto diventerà una realtà stabile, perchè le aziende più accorte si sono già rese conto che il denaro da investire per dotare i dipendenti delle attrezzature tecniche e logistiche necessarie a lavorare in sicurezza ed ergonomia da casa, è inferiore al denaro che risparmiano potendo evitare di pagare canoni di affitto per i locali uso ufficio, potendo smobilizzare patrimonio immobiliare.

Quando la fase acuta dell’epidemia da Covid sarà superata, quando non si dovrà più dividere l’utilizzo del pc privato coi figli costretti alla didattica a distanza, lo smart working che conosciamo, abborracciato, senza tutele, emergenziale, dovrà essere sostituito da lavoro agile di qualità. L’unica direttrice da seguire per gestire questa transizione sarà quella dell’equilibrio. Come l’evoluzione tecnologica che ne costituisce la base, lo smart working non è nè buono nè cattivo. Dipende dall’utilizzo che se ne fa, e dal sistema di tutele che ne regolamenterà l’esercizio.

Sfatiamo il mito:
Il debito pubblico giapponese non è diverso da quello italiano

Ciò che fa la differenza non è tanto la nazionalità del debito (l’essere giapponese piuttosto che l’essere italiano) ma la volontà di gestirlo bene e il mantenimento degli strumenti per farlo.

Ma andiamo per ordine. I dati ci dicono che nel 2019 il debito pubblico giapponese ha superato il 240% e che per l’Italia si prevede il superamento del 166% entro la fine del 2020.

Nonostante una differenza a nostro favore di circa 100 punti percentuali, per il Giappone non sembra essere un problema, la sua credibilità non vede crisi all’orizzonte. L’Italia invece da giornali e tv è data sull’orlo del baratro. A questo punto la domanda è: cosa sfugge ai commentatori ‘seri’?

Chi ha letto l’articolo apparso sul Wall Street Journal il 4 settembre scorso ha già capito che questo articolo seguirà esattamente il filo di quel ragionamento per dimostrare, ovviamente, l’esistenza di un diverso punto di vista. Per dimostrare, sostanzialmente, che nulla, nel mondo dell’economia, è così oggettivo come si vuol far credere. L’economia vive di decisioni politiche come il consenso vive di televisione e di repubblica.it. Il debito pubblico può essere un debito oppure una risorsa, dipende da quali interessi si vogliono difendere.

E’ giustamente vero che il debito pubblico italiano non è sostenibile, o è meno sostenibile di quello giapponese, ma solo alle condizioni attuali. Ed è di queste condizioni che si dovrebbe discutere, di chi e perché le ha create. Se queste siano immutabili oppure frutto di decisioni politiche e, quindi, se queste decisioni abbiano tutelato i cittadini oppure li abbiano esposti a rischi e sacrifici inutili.

Chi scrive ritiene che l’Italia, potendo utilizzare gli stessi strumenti di politica economica e monetaria del Giappone, potrebbe arrivare a gestire anche gli stessi livelli di debito e che già oggi si potrebbe parlare di falso problema semplicemente applicando gli stessi criteri di chiarezza contabile utilizzata per il Giappone.

Con il Wsj siamo comunque d’accordo su un punto: non è solo questione di sovranità monetaria. Si può avere infatti la capacità di stampare la propria moneta ma ci possono essere condizioni internazionali sfavorevoli (si pensi a Weimar), incapacità di gestione della cosa pubblica (si pensi allo Zimbawe) o i due fattori che si manifestano insieme (si pensi all’Argentina oppure al Venezuela). Tolti questi ci sarebbero poi, a volerli vedere, tutti gli esempi in cui comunque la sovranità monetaria funziona e qui andiamo dagli Stati Uniti fino alla Svezia, dalla Corea del Sud, al Giappone, al Canada fino all’Australia e alla Norvegia. Dalla Gran Bretagna fino al Sud Africa ed oltre.

La diversità del debito giapponese sembra risiedere, come fa notare anche Cottarelli, nel fatto che il settore pubblico ne detenga una grande fetta, talmente grande che se la eliminassimo il debito scenderebbe al 153%, meno di quello italiano. Chiarezza contabile dunque. Il debito pubblico giapponese è più al sicuro perché una parte è comprata dallo stesso settore che lo emette, il 37% lo ha acquistato la Boj, poi ci sono i fondi pensione, le pensioni pubbliche e le assicurazioni. Insomma un debito solo formale, una “partita di giro”, un modo per finanziarsi con la propria moneta senza creare problemi. Ovviamente gli interessi che si pagano sul debito detenuto dalla banca centrale ritornano allo Stato generando anche un circolo virtuoso dovuto al signoraggio. Il mondo, e Cottarelli, lo sa e addirittura apprezza.

Se applicassimo lo stesso ragionamento per l’Italia potremmo constatare che attualmente la Banca d’Italia detiene una quota del debito pubblico pari a circa 400 miliardi mentre circa 700 miliardi sono detenuti da istituzioni finanziarie nazionali. Il che ci metterebbe già sullo stesso piano contabile del Giappone, se solo il mondo e Cottarelli se ne accorgessero. Allora la domanda giusta potrebbe essere: “perché non se ne accorgono?”

Poi ci sarebbe la quota detenuta dalla Bce e quindi (cumulativamente), come per il Giappone, ci sono interessi che ritornano allo Stato italiano, il che potrebbe far pensare che questi interessi con i futuri titoli del Recovery Fund andranno persi. Non dico che ciò sia fondamentale, solo che a volte le nostre autorità ci dicono ciò che vogliono dirci omettendo ciò che non vogliono dirci o non vogliono che notiamo, sembra una banale considerazione ma è meglio considerarlo se poi si vuole comprendere davvero le grandi questioni nazionali.

(fonte: statistiche della Banca d’Italia – 15 gennaio 2020)

C’è poi il punto relativo al debito comprato dalle famiglie e quindi del reddito da interesse che rimane all’interno del circuito contrapposto a quello comprato dall’estero, che ovviamente impoverisce finanziariamente il paese che emette il debito (gli interessi vanno all’estero e il capitale è più a rischio perché meno controllabile). Ebbene qui il Giappone fa meglio di noi, infatti solo il 6% del suo debito va all’estero mentre l’1% va alle famiglie, dimostrando quindi di volerlo pienamente gestire sia dal punto di vista di attacchi valutari che inflazionistici. E’ lo Stato, in Giappone, che tiene sotto controllo la politica fiscale e monetaria. Anche qui il mondo osserva e apprezza.

L’Italia ha avuto l’evoluzione come dal grafico seguente, è passata dall’avere un debito estero del 4% nel 1988 al 32% nel 2018 per arrivare a superare i 700 miliardi alle soglie del 2020 (fonte: Statistiche della Banca d’Italia).

Le famiglie passano dal detenere il 57% nel 1988 al 6% del 2018. Quindi sale l’esposizione con l’estero e diminuisce con le famiglie. Una scelta pessima, alimentata dal fatto che in molti casi c’è stata una chiara volontà nello spingere queste ultime all’acquisto di obbligazioni e azioni bancarie allontanandole dai sicuri risparmi assicurati dai Titoli italiani, con le conseguenze che abbiamo visto tutti. Lo Stato, continuamente e secondo gli osservatori nazionali, sull’orlo del baratro ha continuato a tenere fede ai suoi impegni, mentre le banche fallivano lasciando disastri e disperazione. Oggi, costretti a combattere contro il Covid 19, torniamo ai “Bot people” per necessità.

Scelte sbagliate che nell’immaginario comune sono stranamente patrimonio dell’Italia tutta e non solo di quella parte politica che le ha fatte ed imposte, a volte senza neppure passare per il Parlamento. Tanto vero questo che quando, ad esempio, un Draghi qualsiasi fa una considerazione da studente di Liceo viene osannato invece che essere messo di fronte alle sue responsabilità politiche trentennali.

Draghi ‘avverte’ infatti che esiste un debito buono e un debito cattivo. Cioè non vanno bene le mancette ma ci vogliono investimenti, magari in ricerca e infrastrutture, geniale.

Noi però lo sospettavamo e qualcuno addirittura lo sapeva. Si era a conoscenza dell’esistenza di debito buono e debito cattivo, non per particolare bravura ma semplicemente perché bastava ascoltare altri economisti come ad esempio Richard Werner, per rimanere all’oggi, ma potremmo arrivare persino ad aver letto Silvio Gesell per scoprire che i riferimenti alla logica in economia partono da lontano. Ma di più alla portata, in fondo, c’erano anche Keynes e la Costituzione italiana a parlarci della bontà dell’intervento e del controllo statale, in particolare nei momenti di crisi, e degli investimenti e poi del lavoro e della ricerca. La spesa di oggi, diceva Milton Friedman (niente di meno!), farà raccogliere gli interessi alle generazioni future.

Invece la politica italiana ci ha voluto dare altro, l’indipendenza dei mercati, della finanza e delle banche centrali nonché uno stato spettatore più che attore, tranne poi chiamarlo a gran voce quando si è voluto convertire debiti privati in pubblici (per non far fallire banche e istituzioni finanziarie), trasferire gli errori dei singoli alle comunità (per non fargli perdere i bonus milionari) e ridare stabilità al sistema (cioè perché continuasse a trasferire ricchezza dal basso verso l’alto). Il tutto, ovviamente, dando fondo a i nostri risparmi.

La conclusione è che non serve confrontare ciò che non si può confrontare. Il Giappone ha un sistema totalmente diverso dal nostro, ha la possibilità di controllare l’emissione monetaria e la successiva immissione di denaro nel sistema, ha il controllo delle banche commerciali attraverso la sua Banca Centrale che ovviamente è controllata a sua volta dallo Stato, ha la possibilità di decidere autonomamente delle sue politiche economiche. Può quindi riformare ciò che ritiene di dover riformare e indirizzare fondi dove ritiene di doverli indirizzare, può stimolare oppure frenare, può dare soldi alle sue aziende per lo sviluppo e la ricerca, può finanziare le sue università e i suoi ospedali.

Ha, inoltre, dei politici che hanno probabilmente onore, senso dello Stato e del dovere verso i cittadini. Facile governare con tutti questi strumenti a disposizione.

Da questo elenco, cosa ha a disposizione e cosa può fare autonomamente l’Italia? Forse è di questo che si dovrebbe discutere per scoprire che non è semplicemente vero che loro sono bravi solo perché sono giapponesi ma sono bravi perché hanno scelto di essere e rimanere giapponesi pur accettando la complessità del mondo, mentre noi siamo cattivi perché non riusciamo ad essere italiani e inseguiamo il mondo senza capirlo. Nel tempo abbiamo preferito essere un tantino inglesi, francesi, americani e adesso persino tedeschi per avere una direzione. Abbiamo ceduto tutti gli strumenti di natura politica e decisionale per l’incapacità di essere semplicemente noi stessi, convincendoci che la mancanza di capacità dei nostri politici fosse quella di un intero popolo.

La politica non funziona, ma tutti vogliono i titoli italiani

Tutti vogliono i Bot e i Btp italiani. Successo nelle aste di ferragosto nonostante la politica continui a non funzionare.

Questa settimana ha visto interessanti spunti di riflessione dal punto di vista dell’emissione di Titoli di Stato. Il dodici agosto il Tesoro ha offerto sette miliardi in Bot annuali venduti in asta ad interesse negativo del -0,192% in calo rispetto al -0,124% offerto nell’ultima emissione del dieci luglio. Il rapporto di copertura è stato del 1,74 in quanto la domanda è stata di 12,2 miliardi, quindi ben superiore rispetto all’offerta.

Giovedì 13 agosto il Tesoro ha invece offerto dei Btp con scadenza a tre, sette e trent’anni, per un importo complessivo di 6,75 miliardi. Il rapporto di copertura è stato anche qui interessante e precisamente del 1,63, 1,43 e 1,39, di nuovo insomma la domanda di Titoli è stata superiore all’offerta.

Ancora una volta è dimostrato il fatto che l’Italia non ha problemi nel trovare finanziatori desiderosi di comprare il suo debito, anzi. Ma sullo sfondo di queste emissioni c’è ancora il Recovery Found e lo Sure e, di certo, non è sparito il Mes con il quale prima o poi ci indebiteremo, visto anche il nuovo posizionamento di Mario Monti all’Oms.

Certo qualcosina in più la paghiamo sugli interessi dei Btp rispetto a spagnoli o inglesi ma questo è dovuto al fatto che l’Italia ha un investment grade bbb-, quindi al fatto che le agenzie di rating, già riconosciute incapaci di dare giudizi seri dal 2008 in merito alla qualità dei debiti, continuano ad avere più credibilità di quanta ne meritino.

Agenzie di rating ma anche Banca Centrale Europea e coordinamento con le politiche fiscali dei Paesi intralciano il corretto andamento degli eventi economici e, di riflesso, condizionano negativamente le aspettative dei cittadini.

Le Banche Centrali “espandono” i loro bilanci e la Bce supera i seimila miliardi seguendo la Fed che ha superato i settemila. Tale espansione è dovuta soprattutto alle politiche di acquisto di Titoli sovrani con lo scopo di immettere liquidità nei sistemi economici in modo da aumentare la capacità di spesa dei cittadini (famiglie e imprese). Acquisti che regolano anche lo spread che si mantiene basso quando c’è in giro la certezza che lo farà davvero o in caso servisse farlo (memo: il “whatever it takes” di Draghi).

Purtroppo le news parlano ancora di recessione, segno che qualcosa non sta funzionando probabilmente perché la moneta da sola non basta. C’è necessità di piani, strategie e unità d’intenti soprattutto nell’eurozona dove le politiche monetarie non trovano il necessario supporto nelle politiche fiscali degli Stati, ognuno segue le sue idee e gli obiettivi non si incontrano. La Bce “produce” soldi mentre gli Stati non li controllano e non decidono correttamente come impiegarli, probabilmente perché non esiste un coordinamento chiaro tra le diverse politiche nazionali che tendono a tutelare interessi particolari piuttosto che quelli della comunità dei cittadini europei.

Insomma, il debito oscilla tra serio e falso problema perché i finanziatori ci sono sempre stati, e continuano ad esserci, dato che l’Italia rimane un buon posto dove investire (un Paese non è fatto di soli politici che ‘discutono’ e giornali che denigrano ma anche di persone che producono, inventano, crescono). Del resto gli investitori sanno che gli interessi dipendono dalle farlocche agenzie di rating americane e non realmente da possibilità di default, quindi mentre comprano sorridono sapendo che non le sostituiremo con serie agenzie europee.

Dietro (o davanti) rimane fondamentale il comportamento (nonché gli Statuti) delle banche centrali che andrebbero rese più dipendenti dalle necessità delle comunità e meno da quelle dei mercati. Per finire, la comunità degli stati europei dovrebbe lavorare seriamente per… la comunità e quindi adeguare le esigenze di spesa (politica fiscale) agli interessi comuni piuttosto che preoccuparsi degli spread e di imporre metodi di indebitamento graditi alle élite finanziarie.

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SCHEI
Lavorare stanca, anzi uccide (lo stress del colletto bianco)

Non parleremo, in generale, di lavoratori che si fanno male o perdono la vita cadendo da un ponteggio, respirando miasmi tossici, travolti da un muletto o risucchiati da un macchinario in catena. Parleremo, in particolare, dei lavoratori che operano nel settore che dà il nome alla rubrica: gli schei. Finanza, banche, assicurazioni. Colletti bianchi, un tempo considerato il paradigma dell’impiego comodo, sicuro e ben pagato. Cosa c’è di meglio di lavorare al fresco d’estate e al calduccio d’inverno, ben vestiti, senza rischiare di rimanere senza lavoro e con un premio di produzione che si somma allo stipendio?

Le pubblicità delle grandi banche, delle compagnie di assicurazione, degli enti che fanno prestiti personali mostrano consulenti dall’aria rilassata, elegante, rassicurante che, con un sorriso perennemente stampato in faccia, risolvono il problema del mutuo casa alla giovane coppia con bimbo, coprono il rischio del furto in casa vostra mentre siete in vacanza, mettono in un salvadanaio sicuro i vostri sudati risparmi. Ho imparato una legge dell’immaginario creato dai pubblicitari: più seducente è il mondo rappresentato e associato a quel marchio, più infernale è il mondo reale che sta all’ombra di quel marchio. Non parlo tanto del mondo della finanza stile Wall Street: spietato, feroce e dal fascino algido, la cui crudeltà può apparire superficialmente una minaccia per pochi facoltosi (naturalmente non è vero: le grandi corporation della finanza possono far fallire interi stati sovrani, e con loro affamare popoli). Parlo di un inferno meno cinematografico ma più popolare: quello dello sportello bancario sotto casa, dell’agenzia assicurativa che vi fa la polizza auto, della posta che propone un investimento di finanza strutturata a vostro padre, che ha settantacinque anni. L’inferno che vi viene rappresentato con l’immagine a volte bonaria, a volte fighetta del consulente della porta accanto.

The Workforce View 2020 – Volume Uno realizzata da ADP, multinazionale leader nell’ambito della gestione delle risorse umane, è un’indagine nella quale sono stati intervistati circa 32500 lavoratori in tutto il mondo, 2000 in Italia, esplorando le opinioni dei dipendenti riguardo alle problematiche attuali sul posto di lavoro e il futuro che si aspettano.
La fascia d’età più colpita è quella tra i 35 e i 54 anni: si dichiara giornalmente sotto pressione il 26%. Anche dopo i 55 anni la percentuale rimane alta al 23%, mentre scende al 20% dai 25 ai 34 e al 13,5% dai 18 ai 24 anni. Sommando le risposte è possibile tracciare una classifica dei settori in cui i lavoratori risentono maggiormente di stress.
Al primo posto il settore della finanza (bancario, assicurativo, intermediazioni) con una percentuale del 93%. Al primo posto. Le ragioni? Ansia del risultato, eccessiva mole di lavoro, senso di frustrazione derivante da una paga poco premiante o da una carriera che stenta a decollare nonostante i numerosi sacrifici, ma anche la preoccupazione di non poter coniugare al meglio lavoro e vita privata. Marisa Campagnoli, HR director di ADP Italia, commenta: “Lo stress eccessivo e cronico può portare il lavoratore ad avere problemi di salute psicologica. I datori di lavoro e i responsabili HR, dovrebbero prendere in considerazione l’importanza di alleviare l’onere per i lavoratori sotto pressione. Purtroppo, i lavoratori stessi sono restii a parlare del problema, temono li possa danneggiare nella carriera, ma i team delle risorse umane possono svolgere un ruolo importante in modo che il personale si senta supportato nel farsi avanti. Aumentare la consapevolezza del problema all’interno delle organizzazioni, mettere in atto politiche per affrontarlo e indicare come i dipendenti possono ottenere aiuto sono alcuni dei modi in cui i datori di lavoro possono dimostrare che stanno prendendo sul serio il problema della salute psicologica dei propri lavoratori”.

Vi sembra esagerato? Beh, ma non lo dico io, lo dicono i lavoratori del settore, rispondendo per una volta non ad una indagine interna, commissionata dal datore di lavoro, ma ad un questionario indipendente. Lo stress lavoro-correlato è la nuova frontiera del danno professionale, in particolare nel settore dei servizi finanziari. Volendo esemplificare con una immagine il disagio di questa categoria, parlerei di una persona che si sente costantemente tra l’incudine e il martello.

L’incudine è la crescente richiesta di servizio, di assistenza, di aiuto dei clienti, sempre più smarriti dalla situazione sociale, alla ricerca in taluni casi disperata di sostegno economico, ma anche di onesta consulenza, di consigli per districarsi nella giungla di prodotti spesso incomprensibili, costosi, dalle commissioni nascoste e dai rendimenti incerti, dal tasso di sicurezza aleatorio. Clienti che, in una città normale, magari di provincia, sono conoscenti del bar, amici, parenti, persone che cercano tutte le cose sopra citate, e che si possono compendiare in una parola: fiducia. Cercano persone, professionisti di cui potersi fidare, in modo da affidare loro la propria situazione in maniera trasparente, a propria volta onesta, tale che la fiducia possa dirsi reciproca.

Il martello è l’ossessiva, quotidiana, soffocante richiesta aziendale di obiettivi da raggiungere, di performance, di risultati, per dirla con una espressione la “pressione commerciale”. Una pressione ormai svincolata dall’effettivo risultato, al punto da essere paradossalmente più vessatoria nelle aziende che macinano più utili, come se picchiare con il martello sul proprio dipendente facesse parte della ontologia (che assorbe e annulla la deontologia) della prestazione, che diventa impropriamente un’obbligazione di risultato quando normativamente si tratta, con tutta evidenza, di una obbligazione di mezzi.

Tra l’altro, in cambio di cosa? Per la stragrande maggioranza dei lavoratori di trincea, in cambio di un premio annuale che, in termini monetari, consente al massimo di pagarsi un fine settimana in un dignitoso tre stelle. Qualcuno potrebbe domandarsi il perchè di questa spirale assurda, di questo gioco al massacro della propria salute che non vale una candela tanto fioca, perchè in tanti ci cascano, non riescono a starne fuori. Per tre ragioni fondamentali.
La prima è organizzativa: per quattro che remano, ce ne sono sei che dettano il ritmo della pagaiata, che dicono ai quattro rematori quanto e come remare. E quei sei prendono un premio che è fino a dieci volte tanto quello dei quattro rematori. Una specie di multilevel marketing istituzionalizzato.
La seconda ragione è la paura della rappresaglia: che non è solo il timore di non fare carriera, ma di essere trasferiti lontano da casa, emarginati, bollati come scarsi o fannulloni, anche perchè i criteri di valutazione della prestazione non sono quelli di un consulente, ma quelli di un venditore, di un piazzista, essendo pesantemente sbilanciati sulla parte quantitativa: quanto vendi, non come vendi. E in particolare se sei donna, magari con figli piccoli, il timore di essere allontanata da casa gioca un ruolo fondamentale nel condizionare la tua condotta sul lavoro.
La terza ragione è psicologica: il meccanismo entra dentro di te, diventa parte del tuo essere, lo assumi come parte della tua cassetta degli attrezzi. La formazione dei bancari, per dirne una, è per la massima parte commerciale, mirante a vendere prodotti (tecniche di vendita screziate a volte da ridicole impalcature new age, stile “i believe i can fly, i believe i can touch the sky” ).
La formazione obbligatoria, quella sulle norme – e sono tante – che devono essere rispettate nell’esercizio del credito e nel collocamento dei prodotti di risparmio, è schiacciata dalla mole dei corsi finalizzati alla vendita, e spesso le aziende si mettono in regola (formalmente, ma non sostanzialmente) sottoponendo i dipendenti a corsi sulla normativa solo on line, Bignami digitali di nozioni incamerate non per renderle parte del proprio bagaglio (è impossibile, intruppando le slide tra un cliente e l’altro), ma per riuscire a passare il test finale. Va peraltro detto che le tre ragioni, appena declinate, di questa spirale sono strumentali ad una potente ratio basica sottostante, molto prosaica ma molto potente: la necessità di dare soddisfazione agli azionisti, in particolare ai grandi azionisti. Gli utili non possono scendere, i dividendi non possono calare, il valore capitale non può deprezzarsi. Ciò non può accadere, anche se da anni, ormai, il differenziale dei tassi d’interesse (lo scarto tra i tassi attivi e passivi), che era il grosso del margine di una banca, è strutturalmente basso, lontanissimo dai margini di quindici anni fa. Esiste solo un modo per mantenere tendenzialmente inalterato il margine di guadagno, se il margine di interesse è enormemente più basso del passato: collocare prodotti in maniera massiva, possibilmente prodotti che incorporano elevate commissioni.

So bene che non sto rassicurando i clienti delle banche e delle assicurazioni, che poi siamo tutti noi. Non intendo nemmeno fare il lavoratore del credito-fenomeno. Ce ne sono, in giro, di questi ‘pentiti’ che fanno soldi confessando quanto erano spietati nel far soldi, da dirigenti. Sostengo anzi che gli anticorpi contro la deriva del sistema finanziario diffuso sono ancora vivi. E’ proprio il profondo disagio dei dipendenti, evidenziato dalla ricerca da cui abbiamo preso le mosse, a costituire la spia dell’esistenza di questi anticorpi. Il disagio da altro non deriva, infatti, se non dalla difficoltà del corpus dei lavoratori (la grande maggioranza) di veleggiare in direzione ostinata e contraria rispetto alla corrente, che li spinge da un’altra parte. Sono i lavoratori (in particolare gli addetti alla clientela) la parte più sana del sistema. Il loro profondo disagio dipende in buona misura dal tentativo di lavorare con scienza e coscienza, anche etica, nell’interesse dei loro clienti oltre che del loro datore di lavoro. Nonostante il nuovo Contratto Nazionale dei lavoratori del credito incorpori una serie di regole che stigmatizzano e mirano a denunciare le cattive prassi commerciali, la strada per una buona finanza è ancora molto lunga, soprattutto perché non esiste ancora un vero e proprio regime sanzionatorio (e le sanzioni, per essere efficaci, dovrebbero colpire le aziende) delle condotte scorrette, laddove queste non si concretizzino in reati già codificati.

I cosiddetti stakeholders, cioè portatori di interessi classici, che gravitano attorno al sistema finanziario sono tre: azionisti, dipendenti, clienti. Credo che solo una saldatura ‘politica’ (spesso mancata) tra l’interesse dei dipendenti ad un lavoro svolto con coscienza e trasparenza, e l’interesse dei clienti ad un servizio di consulenza onesto e limpido possa spostare il baricentro del sistema, consentendo ai bancari e agli assicurativi di liberarsi dall’ansia e dal disagio e ai clienti di potersi fidare della consulenza loro offerta.

  

SCHEI
Morte a credito

“Mia madre…ha fatto di tutto, lei, per farmi campare, è il nascere che non ci voleva. …Durante la giornata non c’era da stare allegri. Ricevevo più ceffoni che sorrisi, in bottega. Chiedevo perdono a proposito e a sproposito, ho sempre chiesto perdono di tutto….Soltanto una cosa avevamo in comune nella nostra famiglia, l’angoscia della pagnotta. Un’angoscia enorme. Fin dal mio primo vagito, io l’ho sentita. L’anima, per noi, era la tremarella. In ogni stanza, la paura di non farcela trasudava dalle pareti…”  E’ un estratto da “Morte a credito”, di Louis Ferdinand Cèline, un luogo letterario senza scampo, in cui anche morire non è gratis.

Nei prossimi mesi (non dico anni solo per una irragionevole botta di ottimismo) un numero imprecisabile ma imponente di persone e di aziende, concetti che in alcuni casi coincidono, si troverà senza soldi. Sospetto infatti (per una ragionevole botta di pessimismo) che i soldi a fondo perduto dell’Unione Europea saranno a disposizione quando le nostre tasche saranno già vuote da un pezzo.

Però ci sono le banche, potrebbe dire qualcuno. Se hai bisogno di carne vai dal macellaio, se hai bisogno di frutta vai dal fruttivendolo. Se hai bisogno di soldi vai in banca, anche perché con i soldi della banca puoi andare ancora dal macellaio, altrimenti ti tocca diventare vegano per forza, che non è chic come sceglierlo.

Sfortunatamente, le banche ti danno soldi quando si verificano due condizioni, una specifica e una generica.
La specifica ti riguarda, ed è se la banca ha ragionevoli speranze che tu glieli possa ridare. La generica riguarda tutti, te compreso, ed è se la banca ha abbastanza patrimonio per prestare soldi. (NdA: la presente nota prescinde dai numerosi casi di malagestio bancaria, in cui soldi sono stati dati per ragioni di clientela anche se non c’erano i requisiti. A Ferrara ne sappiamo qualcosa).
Sotto questo profilo, i rigidi requisiti di patrimonio richiesti alle banche dalla normativa europea non avranno determinato, ma indubbiamente hanno favorito, negli anni della crisi 2008 e seguenti, l’alimentarsi di un gorgo: aumentano le sofferenze bancarie (i crediti non più restituiti alla banca), aumentano gli accantonamenti di bilancio a presidio dei crediti che vanno svalutati (in quanto non verranno incassati, in tutto o in parte), diminuisce il patrimonio disponibile.

Risultato finale: diminuisce il nuovo credito erogato a famiglie e imprese. Proprio quando famiglie e imprese ne avrebbero più bisogno, il che assomiglia allo spaccarsi una gamba il giorno di Natale, alla rottura del condizionatore il giorno di  Ferragosto, o alla famosa scenetta di Totò cui il direttore di banca chiede quanti soldi può mettere a garanzia del prestito che sta chiedendo. Questo è il famoso credit crunch.

C’è una speranza di invertire la direzione del gorgo, o almeno di indebolire la corrente del mulinello che ci trascina a fondo. Una speranza teorica, ma sicuramente meglio di un calcio nel sedere. Memore di quanto successo dalla crisi Lehman Brothersmutui subprime in avanti, ma soprattutto consapevole che la crisi Covid è una crisi di sistema, la Commissione Europea ha proposto modifiche di legge ai requisiti minimi di patrimonio per le banche. Le più importanti sono due.
La prima: se un prestito o un fido diviene deteriorato, ma è garantito da ente pubblico (SACE, CDP, MCC), per i primi sette anni la banca non deve accantonare somme a bilancio per quella esposizione. Zero.
La seconda: viene richiesta minore ponderazione del rischio per i prestiti garantiti dalla cessione del quinto di stipendio o pensione.
Queste due misure dovrebbero per un verso impedire il blocco del nuovo credito a causa del (sicuro) aumento del credito deteriorato, e per l’altro favorire il credito al consumo. La Commissione Europea ha inoltre “raccomandato” alle banche di non aumentare gli accantonamenti tout court all’aumentare dei ritardi nei pagamenti, ma di partire dall’assunto che tali ritardi(così come le moratorie deliberate sui mutui) saranno temporanei, e che quindi la probabilità di default a lungo termine non cambia.

E’ chiaro che l’azione combinata di questi provvedimenti (le emende di legge necessitano del concorso di Commissione, Parlamento e Consiglio Europeo) mira a sterilizzare il secondo elemento della catena viziosa, cioè l’aumento degli accantonamenti a bilancio delle banche.

E’ altrettanto chiaro che le banche, salvo eccezioni, sono società per azioni private, e tutta questa corrente elettrica data all’albero (la catena della liquidità) non fa automaticamente brillare le lucette dei rami (le banche) come se fosse la Vigilia di Natale. Tuttavia trasmette il segno di una consapevolezza che si tradurrà, speriamo, nel fatto che almeno qualche bastone tra le ruote delle banche, e di conseguenza delle famiglie e delle imprese, verrà rimosso.

Resta l’enorme problema dei tempi di messa a regime di tutto questo, e della necessità assoluta, per una fascia importantissima della società, di affiancare a queste misure anche l’accesso a sovvenzioni, vale a dire denaro senza obbligo di restituzione. Un regalo solo in apparenza, in realtà un salvacondotto per il sistema contro l’ulteriore penetrazione della criminalità e contro l’esplosione della ribellione per fame.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Primo secolo Dopo Covid:
una vecchia storia che può insegnarci un sentiero futuro

In pochi sanno chi è Amadeo Peter Giannini. Non troverete una strada a lui intitolata. Se fosse stato un inventore, un ingegnere, un trasvolatore, un fisico, la trovereste. Ma Giannini è stato un banchiere, e non è un caso che sia un personaggio dimenticato. Perdonatemi il paragone, ma è dimenticato per la stessa ragione per cui persino Papa Francesco, nella sua preghiera solitaria a reti unificate, ha ricordato tutti i lavoratori che garantiscono servizi vitali o essenziali, tranne i bancari. Chi eroga o gestisce denaro, sia esso un banchiere o un umile addetto di sportello, è oggi accomunato dalla stessa aura sinistra: usuraio, trafficone, infingardo, un Sindona, un Zonin o un finto amico che ti dice di mettere i soldi della tua liquidazione o pensione in azioni e obbligazioni della tua banca locale, e dopo alcuni mesi o anni i tuoi soldi non ci sono più. Spariti.
Un furfante. Uno così non può essere nell’elenco dei lavoratori eroi. Non può essere infilato in mezzo agli infermieri, ai medici, ai cassieri del supermercato, ai camionisti che portano le derrate alimentari. Infatti non esiste, e non ha nemmeno il diritto di lamentarsi per l’assenza di un sapone o di una mascherina: anche se, senza banca, la gente non incasserebbe la pensione, lo stipendio, o la cassa integrazione.

Ma torniamo al nostro uomo. Amadeo Peter Giannini, ligure, emigra a San Francisco, dove all’inizio del secolo scorso apre una banca per gli emigranti italiani. Non fa a tempo ad aprirla che, nel 1906, un terremoto distrugge la città. Per tutta risposta, Giannini mette un banchetto tipo frutta e verdura in piazza, ci mette sopra il cartello “Bank of Italy” e, circondato dalle macerie, inizia a prestare soldi ad artigiani e commercianti italiani, messi in ginocchio dal sisma. Persone alle quali nessun altra banca, in quel momento, avrebbe dato un centesimo.
La banca si espande, Giannini diventa un outsider conosciuto anche fuori dagli ambienti finanziari. Con il denaro della sua banca viene finanziata la costruzione del Golden Gate. Conosce Charlie Chaplin, al quale presta il denaro necessario a girare Il monello. Finanzia il primo lungometraggio di Walt Disney, e parte dei film di Frank Capra. La sua banca diventa la Bank of America, tuttora uno degli istituti più grandi del pianeta.

La parabola ascendente di Amadeo Peter Giannini si basa su un rapporto tra lui e i suoi clienti che non è economico, ma emotivo: la fiducia. Io ti do fiducia quando nessun altro te la concede, tu ripaga questa fiducia con la stessa intensità. E’ per questo che persone che non possono dare nessuna garanzia, tranne quella del loro lavoro, restituiscono a Giannini il denaro avuto fino all’ultimo centesimo.
Attualmente il rapporto tra banca è cliente si basa sulla diffidenza. Io banca ti chiedo un pegno di quindicimila euro per prestartene ventimila. Tu cliente mi presenti un bilancio falso e mi chiedi soldi che quel bilancio non giustifica, ma c’è il ‘nero’ e sulla base di quello mi devi finanziare. In questo pactum sceleris, alla prima difficoltà, il primo impegno da lasciare indietro sono le rate della banca.

Tutto questo è accaduto nell’era A. C. (Avanti Covid). Nel D. C. (Dopo Covid) ci sarà bisogno di altri banchieri: come Amadeo Giannini. Nell’era Dopo Covid, il banchiere non potrà più lavarsi la coscienza donando respiratori agli ospedali (operazione comunque utile e meritoria), perché il suo business sarà irrimediabilmente cambiato. Improvvisamente, e in maniera del tutto inaspettata, il tanto vituperato (perché ormai poco redditizio) credito tornerà ad essere centrale nell’attività bancaria, ma sarà un credito spesso privo di garanzie economiche. La base del rapporto dovrà essere non economica, ma emotiva. La fiducia. La fiducia dovrà tornare ad essere l’ingrediente di base su quel banco di frutta aperto in una piazza circondata da botteghe chiuse. E la banca dovrà tornare ad essere una infrastruttura, esattamente come una ferrovia, una strada, un ponte. I grandi azionisti dovranno decidere se continuare ad aggrapparsi ai dividendi, e diventare i più ricchi del cimitero; oppure operare una rivoluzione copernicana e diventare uno dei motori della ricostruzione.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Il sistema classista crea scuole classiste

Nei verbali dell’ultimo meeting dell’Istituto Centrale Europeo tenutosi il 16 gennaio scorso e presieduto da Christine Lagarde c’è scritto che non ci saranno cambiamenti di politica monetaria di rilievo. Il target del 2% d’inflazione sarà ancora per un po’ all’attenzione della Bce perché appare ancora lontano dall’essere raggiunto, ma anche perché si comincia a ragionare soffusamente di un suo superamento.

Ovviamente sono accenni perché l’inflazione è uno dei nemici storici della Germania e di conseguenza appare difficile entrare in contraddizione con l’economia più importante dell’eurozona. Ma, tra le righe, la Lagarde non esclude una rivisitazione delle regole di ingaggio contro quello che, insieme al debito pubblico, è diventato il peggior mostro dagli anni ‘80.

Un interessante paper della Bis, la Banca dei Regolamenti Internazionali, il nr.339 del dicembre 2012, parla della possibilità delle banche centrali di monetizzare il debito e di rendere immuni gli stati dal default. Cioè a scadenza dei titoli di stato, e in caso di difficoltà, la banca centrale può intervenire per rinnovarli grazie alla sua capacità di creare denaro.

Per fare un esempio pratico, il bilancio dello Stato italiano prevede una spesa annuale di circa 900 miliardi di cui 500 escono per coprire le esigenze proprie di uno stato (welfare, stipendi, pensioni, ecc.) e 400 per rinnovare i titoli in scadenza che poi alimentano altro debito grazie agli interessi e agli interessi sugli interessi. La Banca centrale Europea potrebbe permettere a Bankitalia di rinnovare questi titoli, senza le tante storie a cui ci hanno abituato, vendendone una parte ai cittadini e tenendosene una parte per se (monetizzandoli).

Una mossa del genere, ovvero il ricorso parziale al mercato o addirittura nessun ricorso al mercato, è pienamente legittima, possibile e in alcuni casi sarebbe persino auspicabile. Il problemone, per dirla alla Cottarelli ma non nascosto nemmeno dalla Bis, potrebbe essere l’inflazione, il mostro contro cui combatte la nostra Bce. Cioè se si crea moneta invece di utilizzare quella che già è in circolo, si rischia di causare un aumento generalizzato dei prezzi.

Lo statuto della Banca Centrale dei Paesi europei prevede lotta dura all’inflazione ma messo a confronto con il paper della Banca dei Regolamenti Internazionali (che in fondo è la Banca Centrale delle banche centrali) dovrebbe far comprendere che siamo di fronte a scelte e non a necessità assolute e perenni nel tempo. Quindi tale statuto potrebbe tranquillamente essere cambiato in caso di adozione di differenti teorie economiche o di eventi congiunturali che richiedano specifiche politiche economiche. In termini pratici e popolari, cosa fa la Bce e quali conseguenze poi sopportano i cittadini è una scelta politica che implicitamente favorisce una classe sociale rispetto ad altre. E’ una scelta anche la lotta all’inflazione ma viene fatta passare per necessità.

Quello che ho scritto in tema di “classi sociali” non farà sobbalzare dalla sedia nessuno, ma lo ha fatto quando una scuola di Roma ha diviso gli studenti ai fini statistici a seconda del censo a cui appartengono. Questo vuol dire che è accettabile il fatto che l’intero sistema tuteli i ricchi e svantaggi i poveri ma ci arrabbiamo quando ne vediamo qualche conseguenza. Tra l’altro ci fa rabbia la divisione per censo ai fini statistici anche se magari rappresenta solo la realtà, di cui non ci occupiamo e che ci interessa un po’ di meno evidentemente.

Il comportamento della Bce decide quale classe sociale avvantaggiare e in ultima analisi anche se ognuno di noi dovrà curarsi presso un ospedale pubblico che funziona a perfezione, in uno che funziona malissimo, in una struttura convenzionata oppure in una completamente privata e a nostre spese. Comportamenti e logiche conseguenze che attengono a scelte di censo a cui hanno partecipato le istituzioni delegate a più alti e oscuri livelli. Dove eravamo quando questo accadeva?

La politica monetaria sta modellando la società mentre il popolo si accontenta di occuparsi di episodi, di fatti laterali che non intaccano il sistema per cui non cambiano la direzione che sta prendendo il quotidiano. Noi ci troveremo ben presto in una società basata completamente sul censo, da una parte chi guadagna 800 euro al mese, senza assistenza pubblica o scuole decenti, e dall’altra chi guadagna tanto da non essere più visibile. In mezzo tante persone che galleggiano e che non faranno la differenza perché impegnati con Sanremo o con le manifestazioni di piazza delle sardine o dei pinguini. Indignarsi per le ovvie conseguenze della nostra incapacità di analisi della società non serve proprio a niente se non a permettere il galleggiamento di cui dicevo sopra.

La lotta all’inflazione ha semplicemente costruito un muro tra chi difende i grandi patrimoni e chi si vede costretto a convivere con alta disoccupazione, bassi salari e pochi servizi. La politica monetaria lasciata in mano ai mercati e alla finanza sta costruendo, o forse ha già costruito, un nuovo ordine mondiale. In sintesi la politica decide che la Bce tuteli finanza, mercati e concorrenza, istituisce il Mes perché faccia a pagamento quelle cose che la Bce potrebbe fare gratis, finge di occuparsi dei problemi del popolo ma diminuisce la capacità di intervento dello Stato con la privatizzazione persino della politica monetaria mentre i cittadini, giustamente confusi, si schierano dalla parte di Accelor-Mittal e di Atlantia che tengono bassa l’inflazione.

A questo punto informarsi se a Sanremo ci sarà o meno la Gregoracci o la Jebreal mi sembra la cosa migliore da farsi

Il boom degli indici di borsa e la distanza tra finanza e vita reale

La Borsa di Milano ha toccato nell’ultima settimana il massimo dell’anno a 23.829 punti che, sebbene sia meno della metà dei 50.109 punti toccati a marzo del 2000, delinea una corsa che vede un aumento percentuale dell’indice di circa il 28%. Meglio del 24% annuo di Wall Street e dell’ottimo 25% annuo raggiunto dalla Borsa di Francoforte.

Listini borsistici in aumento mentre però cala tutto il resto. Il Pil europeo, per esempio, ha visto un ridimensionamento notevole nelle previsioni di crescita per il 2020, passando dall’1,7% ad un più modesto 1%. Gli Usa caleranno invece, per lo stesso anno, dal 2% al 1,8%.
Il Fondo Monetario Internazionale stima una crescita del Pil italiano nel 2020 dello 0,5% nonché un rallentamento generalizzato del Pil mondiale, soprattutto per quanto riguardo il “gruppo dei 4” (Usa, Zona Euro, Cina e Giappone) e almeno fino al 2024.

Anche l’Ocse fa la sua parte e calcola il Pil mondiale in discesa dal previsto 3,2% al 2,9% nel 2019 e dal 3,4% al 3% nel 2020. Quello della Germania viene dimezzato nel 2020 dall’1,2% allo 0,6%.
A causa poi delle tensioni commerciali il Wto (Organizzazione mondiale del Commercio) prevede volumi dell’interscambio mondiale di merci in calo rispetto alle attese. Per il 2020 un più 2,7% contro il precedente 3%. Ovviamente a meno che le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si normalizzino, il che è difficile ma non impossibile.
In Italia, a fronte del 28% di aumento della Borsa di Milano, calano le prospettive occupazionali a causa del sempre più possibile spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva e delle centinaia di crisi aziendali ancora da risolvere e non aumentano gli stipendi, che nonostante le dichiarazioni degli esponenti dell’attuale Governo, sono ancora fermi agli anni ’90 del secolo passato, come ci dice l’Ocse

Certo, sono i salari medi e quindi non sarà per tutti così, come mostrano i dati sulla disuguaglianza sociale. Per fortuna però in Europa ancora resiste un modello economico basato sulle politiche di intervento pubblico che si oppone agli attacchi dell’austerità e ci permette di avere situazioni meno estreme di quelle che bisognerebbe affrontare negli Stati Uniti o nei Paesi dell’Est Europa.
Resistono, a fatica, la sanità pubblica, le pensioni e la scuole per tutti, come sottolinea uno studio sulle disuguaglianze del maggio scorso del World inequality database (Wid), un network di un centinaio di ricercatori che fa capo a Thomas Piketty, autore del bestseller “Il capitale nel XXI secolo”.
I successi delle borse indicano uno scollamento totale tra la vita reale e l’andamento finanziario. Uno scollamento dalle conseguenze inesplorate e ad oggi misteriose. Non possiamo far altro che evidenziarne il lato statistico e grafico essendo oramai totalmente incapaci di operare analisi che possano arrivare oltre il cuore e il sentimento momentaneo delle persone. Cosa potrà realmente e finalmente spingere l’essere umano verso la logica interpretazione degli eventi e riconnettere la dicotomia che si è creata tra il bisogno umano e quello che invece prospettavano i banchieri della Jp Morgan negli anni ’80, ovvero il passaggio dalla cultura del bisogno a quella del desiderio, rappresentato oggi dagli indici di borsa? Personalmente lo ignoro.
Possiamo guardare in televisione il sogno a portata di mano per tutti ed identificarci nella realizzazione del desiderio che ne rappresenta, la crescita del nostro portafoglio del 28% in un anno. Più denaro anche per noi per soddisfare il nostro sogno nel cassetto, peccato però che quel grafico non rappresenti la nostra realtà. Siamo sul canale sbagliato.

Il ritorno della Modern Monetary Theory, l’Europa forse ci ripensa

In principio fu Paolo Barnard a portare la Mmt (Modern Monetary Theory) in Italia. Lo fece con forza raggruppando i suoi massimi esponenti all’Itt di Rimini del 2012 ovvero Michael Hudson, William Black, Stephanie Kelton, Marshall Aurback e Alain Parquez di fronte a quasi duemila persone. Un record assoluto per un convegno di economia, segno che la crisi stava colpendo duro. Le aziende chiudevano, la disoccupazione saliva e le misure di austerità divennero il leitmotiv del governo Monti che avrebbe poi addirittura costituzionalizzato il pareggio di bilancio.
A Rimini c’era invece voglia di conoscere qualcosa di innovativo che potesse dare vita ad un nuovo corso nelle manovre economiche ed una spiegazione alternativa alle teorie sulle colpe dei Piigs, i Paesi maiali (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Ma, come spesso succede, il fuoco si spense presto, insieme alle speranze dei partecipanti e dei tanti gruppi territoriali a supporto della Mmt che si formarono.
Paolo Barnard, autore de “Il più grande crimine”, ancora scaricabile dal suo sito in maniera gratuita, accompagnò Warren Mosler nel 2013 in un tour che toccò anche Ferrara, poi ebbe dei momenti nella trasmissione di Gianluigi Paragone “La gabbia”, articoli vari, blog e follower ma con una condanna all’oblìo già scritta.
Il suo modo graffiante di dire la verità senza compromessi, di essere scomodo al sistema non poteva permettergli di più di qualche rara apparizione sui media, nonostante fosse anche stato autore e co-fondatore di una trasmissione televisiva come Report. Ispiratore di scoop sul commercio internazionale, sugli intrighi di palazzo a Bruxelles, sulle case farmaceutiche e profeta di una crisi economica già scritta nei rimedi prospettati dal 2008.
La Mmt è una teoria che affonda le sue radici in numerosi autori di inizio Novecento. Prevede l’intervento dello Stato in funzione anticiclica e lo Stato garante, attraverso il controllo della Banca Centrale, del suo debito. Vede quindi una fusione tra politica monetaria e politica fiscale e la spesa pubblica in funzione di riequilibratore del mercato, si taglia quando l’economia si riscalda e si alimenta quando si è in recessione.
I deficit governativi non rappresentano sempre un pericolo, almeno per le nazioni che utilizzano la propria moneta e che sono in grado di controllare.
L’esperienza keynesiana e il new deal rooseveltiano supportano storicamente l’idea di un saggio intervento statale teso alla tenuta della domanda.
L’applicazione di questi principi, secondo Mmt e Barnard, avrebbe evitato migliaia di suicidi e tanti sacrifici. Se l’ossessione per i tagli della spesa e gli equilibri del bilancio dello stato fosse stata meglio compensata con la necessità di supportare la domanda aggregata e sostenere aziende e lavoro, la storia degli ultimi anni sarebbe stata diversa.
Ma perché ne stiamo parlando ora?
Contro l’austerità e i vincoli di bilancio che frenano lo sviluppo e per la capacità di spesa dello Stato in deficit per migliorare le condizioni di vita dei cittadini si era pronunciata l’astro nascente della politica americana Alexandria Ocasio-Cortes. Abbracciando dunque la Mmt come teoria economica utile per far fronte ai bisogni sociali, dall’estensione del programma Medicare al salario minimo di quindici dollari, dall’istruzione gratuita per tutti al diritto alla casa. La Ocasio-Cortes ripeteva quello che tanti economisti americani dicono da anni, da Warren Mosler a Mark Blyth, da Joseph Stiglitz a Paul Kraugman.
Ma anche qui in Europa il dibattito sembra volersi aprire e segnali importanti, seppur timidi, cominciano ad intravedersi nelle stanze del potere. Mario Draghi, rispondendo alla domanda di un eurodeputato sul modo migliore di incanalare i fondi all’economia reale in modo da combattere il cambiamento climatico o compensare le diseguaglianze, ha citato proprio la Mmt e uno studio dell’ex vice presidente della Federal Reserve, Stanley Fischer.
Tale studio sostiene che le banche centrali dovrebbero immettere moneta direttamente nelle mani di chi spende nel settore pubblico e privato. “Sono idee piuttosto nuove.” ha affermato Draghi, “Non sono state discusse dal Consiglio direttivo ma dovremmo farlo, anche se non sono state testate.”
Succede poi che la candidata alla successione di Sabine Lautenschläger, ex vice presidente della Bundesbank, uno dei sei membri dell’Executive Board e del Governing Council della Bce in carica dal 27 gennaio 2014 e che ha lasciato con due anni di anticipo in dissidio con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, sia Elga Bartsch, tedesca ed economista di Black Rock.
È proprio Elga Bartsch, in occasione dell’incontro annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole lo scorso agosto, insieme agli economisti Stanley Fischer, ex governatore della Bank of Israel ed ex vice presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, Jean Boivin, ex vice governatore della Bank of Canada, aveva stilato un documento. Una proposta per un coordinamento più esplicito tra le banche centrali e i governi quando le economie sono in una recessione in modo che la politica monetaria e fiscale possano lavorare meglio in sinergia. L’obiettivo è di andare diretti con denaro ai consumatori e alle società per ravvivare i consumi.
Si tratta, in entrambi i casi, della controversa teoria dell’helicopter money (denaro buttato giù dall’elicottero). Far arrivare soldi alle persone perché possano spendere per rimettere in circolo l’economia.
Poi c’è la Lagarde, prossimo Governatore della Bce e a suo tempo spietata sostenitrice dell’applicazione alla martoriata Grecia dell’austerità senza sconti, che afferma “non pensiamo che la Mmt possa essere la panacea. Non pensiamo che questa teoria sia sostenibile e possa funzionare in tutti gli stati ma i modelli matematici sembrano reggere. Potrebbe funzionare per risollevare alcuni paesi dalla trappola della liquidità e dalla deflazione”. Un’apertura ad una sua possibile applicazione anche se in momenti e situazioni specifiche, comunque uno sdoganamento.
Il prossimo commissario agli affari economici sarà Paolo Gentiloni che ha affermato di aver capito come deputato l’importanza sia di salvaguardare la sostenibilità del debito pubblico sia la capacità di sostenere l’economia in tempi di crisi. Per cui, in caso di conferma per il ruolo di commissario, dice “cercherò di fare in modo che la Commissione applichi il patto di Stabilità e crescita facendo pieno uso di tutta la flessibilità prevista dalla regole”.
Significa quindi un appoggio a politiche di deficit almeno al 3%? Forse non arriverà a tanto ma sembra aver compreso l’importanza che le regole in tempo di crisi non possono essere le stesse dei tempi buoni.
E poi c’è il nuovo ministro dell’economia Gualtieri che oltre a saper suonare la chitarra ha affermato di voler trovare risorse anche dalla spesa a deficit tenendosi tra ilo 2,04 di flessibilità avuto dal precedente governo e quanto da questi a suo tempo chiesto, il 2,4%. Affermazione poi confermata nella Nadef di questi giorni dove il deficit viene fissato al 2,2%.
Non si può pretendere di più. I tempi sono cambiati dal 2012 e tante scelte non possono essere messe in discussione come sarebbe stato possibile fare allora. Il tempo passa e le politiche economiche andrebbero adattate sempre alla situazione, così come dovrebbero cambiare le persone al comando. Negli Usa c’è la faccia pulita della Cortes, nella vecchia Europa, invece, si aspetta che coloro che a suo tempo decisero la giustezza degli equilibri di bilancio e dell’austerità, ovvero gli stessi che ancora prima avevano deciso per la moneta unica e per un’unione europea senz’anima, e che ancora prima di prima avevano deciso la separazione della politica monetaria dalla politica fiscale, adesso decideranno se è il momento di cambiare perché forse si è andati troppo oltre.
Anche noi siamo gli stessi e, come sempre, aspetteremo che gli stessi di sopra decidano come dovrà essere il nostro futuro.

La mossa della Bce

La mossa della Bce di alimentare il circuito monetario con un nuovo Qe e il rilancio dei tassi zero non raggiungerà molti risultati se non sarà seguita da una politica fiscale altrettanto accomodante da parte degli stati. E il richiamo a spendere di più è stato fatto dallo stesso Draghi, in particolare rivolto alla Germania che ha accumulato abbastanza negli ultimi anni per poter operare un cambio di politica interna.
Anche dal Fmi sono venute indicazioni in tal senso, è un bene accumulare e pensare ai bilanci durante le fasi espansive dell’economia ma lo è altrettanto spendere quando questa necessita di stimoli. Seguire i cicli porta ad un eccessivo riscaldamento oppure a maggiore contrazione e quindi lo stato dovrebbe sempre operare in fase anticiclica, cosa che dopo anni di ostentata austerità e divinizzazione dei vincoli di bilancio si fatica a fare.
Il primo paese a raccogliere la sfida dovrebbe essere, per forza di cose, la Germania. E’ la prima economia dell’eurozona e quella anche la più influente politicamente. Invece ancora una volta il governatore della Bundesbank Jeans Weidmann ha apertamente criticato le mosse della Bce in un’intervista al Bild che ha oltretutto titolato “il Conte Draghila succhia i risparmi tedeschi”.
Dimenticano i tedeschi che anche grazie alle politiche della Bce i loro bund vengono prezzati a tasso zero oramai da anni sui mercati finanziari. E che questo ha prodotto come risultato un sostanziale abbassamento degli interessi pagati sul debito. Dai 63 miliardi di interessi pagati nel 2012, infatti, sono passati a pagarne 30 miliardi nel 2018, un aiutino considerevole all’abbassamento del debito pubblico sotto la soglia del 60%, uno dei target previsto dai Trattati europei.
Debito che complessivamente dal 2012 è diminuito di oltre 200 miliardi di euro e a cui si devono aggiungere gli oltre 500 miliardi di titoli di stato acquistati dalla Bce che contribuiscono appunto a tenere sotto lo zero gli interessi da pagare al mercato.
Il prof. Cesaratto, economista dell’Università di Siena, disse in un’intervista a questo giornale (https://www.ferraraitalia.it/intervista-al-prof-sergio-cesaratto-economista-alluniversita-di-siena-123315.html) che il problema della Germania è che pur avendo i fondamentali per assumere una leadership europea e mondiale non potrà mai farlo senza scrollarsi di dosso l’egoismo che la caratterizza. Gli Usa, pur con tutte le loro contraddizioni, alimentano il commercio mondiale attraverso una continua richiesta di beni ed un persistente deficit della loro bilancia dei pagamenti. Perché se qualcuno produce e vende, qualcun altro deve pur comprare. La Germania vuole solo vendere ed accumulare e i suoi costanti surplus di bilancio estero ed interno rendono impossibile lo sviluppo di un’economia equilibrata sia all’interno dell’eurozona che mondiale.
Il piano green della Merkel appena varato riflette questo modo di pensare. Si prevedono 50 miliardi di spesa entro il 2023 e di 100 miliardi entro il 2030, il che fa all’incirca 10 miliardi all’anno. Assolutamente insufficienti allo scopo e ad un riequilibrio strutturale interno ed estero e che lasciano intravedere la solita attenzione ai bilanci, che vengono posti sempre davanti a tutto e nonostante i grandi accumuli di capitali fatti finora.
Di questi 50 miliardi poi solo 5 dovrebbero venire dall’Amministrazione pubblica, gli altri da investimenti privati. Insomma, permane tutto l’egoismo dell’accumulo e l’attenzione ai propri bisogni. Niente che faccia pensare alla volontà di assumersi le responsabilità derivanti dalla sua posizione egemonica e l’intenzione di voler abbandonare il loro modello mercantilista di sviluppo destabilizzante “export-oriented”.

E in Europa qualcosa cambia: l’assist di Mario Draghi per sostenere investimenti e occupazione

Mario Draghi questa volta ha accontentato tutti, tassi sempre più negativi e un nuovo quantitative easing da 20 miliardi al mese a partire dal 1° novembre prossimo. Erano stati 80 miliardi al mese nei momenti di crisi degli spread ma non si poteva ripresentare la stessa ricetta, troppa liquidità crea anche problemi oltre che risolverne alcuni e i banchieri avevano cominciato ad alzare le barricate.
Christine Lagarde troverà quindi avviato il processo di aiuto monetario all’economia dell’eurozona il che dovrebbe eliminare problemi con gli spread futuri. Soprattutto perché, per la prima volta, non è stato indicato il termine degli acquisti dei Titoli.
La borsa ha già festeggiato collocandosi oltre i 20.000 punti mentre lo spread è calato sotto i 140 punti in forte discesa verso il target dei 100. Anche i titoli bancari hanno seguito l’onda delle notizie provenienti dalla Bce e hanno allungato il passo.
Di più non ci si può attendere dalla politica monetaria e la mano passa adesso alla politica. La Germania è in recessione tecnica e si avvia a chiudere l’anno con un pil in crescita di uno striminzito 0,5% contro l’1,5% del 2018. Seguono previsioni fosche fino al 2021. La politica, a questo punto, potrebbe trovare il coraggio di emergere partendo proprio da questi dati.
Sia Mario Draghi che i più attenti politici ed economisti europei si aspettano che i tedeschi comincino a spendere perché, come ha avuto modo di dire anche l’economista Giulio Sapelli, la scintilla dovrebbe partire da lì per cominciare a discutere del superamento degli obsoleti parametri di Maastricht.
Vincoli come il fiscal compact e il tetto al deficit hanno creato continue tensioni in Europa alimentando le richieste sovraniste francesi passando per l’Italia e l’Ungheria e movimenti di destra pronti a cavalcare l’insoddisfazione popolare. E proprio in Germania l’aumento della spesa potrebbe essere il freno ai consensi che sta raccogliendo il crescente partito di ultradestra Afd, altro fattore che sembra possa spingere il governo ad un deficit di circa 50 miliardi in aperta controtendenza alle politiche di rigore finora operate.
Certo, si dirà, la Germania può permetterselo. In realtà potrebbero permetterselo tutti ma in ogni caso è il principio che conta. Spendere per stimolare l’economia ovvero lo Stato che opera in maniera anti ciclica. Un ritorno alle teorie keynesiane? Azzardato prevederlo adesso, ma anche Trump vorrebbe muoversi in tal senso e attacca Powell e la Fed che invece mantiene tassi positivi.
Intanto in Europa i più arditi cominciano a sperare addirittura in una revisione dello statuto della Bce per permetterle di operare a favore degli Stati in maniera automatica, comprando appunto i titoli di debito senza troppi vincoli. Di certo molti nodi sono giunti al pettine, è necessario un cambiamento in economia e molti se ne sono resi conto.
Troppe regole ingessano e impediscono agli stati di operare per riequilibrare i cicli sfavorevoli o contenere quelli che rischiano di essere troppo espansivi. In Europa dal 2008 ci si è affidati troppo alla convinzione che il pilota automatico potesse essere buono per tutte le manovre, ma questo non succede mai. I risultati ottenuti sono stati il consolidamento delle posizioni e quindi gli stati forti si sono ulteriormente rafforzati mentre quelli deboli continuano a barcamenarsi. Questo non poteva durare e sembra finalmente giunto il momento di reintrodurre il pilota, magari riscrivendo le regole.
Autorizzare maggiori spese in investimenti con conseguenti positive ricadute sull’occupazione e sul sociale nonché uscire fuori dalle logiche di spread e austerità attraverso gli interventi costanti della Bce potrebbe farci ritornare ad un dialogo politico più sereno e sicuramente costruttivo.

Il debito pubblico è sostenibile ma mancano decisioni politiche e riforme strutturali

«In proiezione, il rapporto debito pubblico/Pil non è sostenibile». Questo quanto “stabilisce” lo studio di The European House-Ambrosetti presentato a Cernobbio qualche giorno fa. Il motivo è ovvio: perché il debito sia sostenibile si ha bisogno di un tasso di crescita dell’economia superiore al tasso d’interesse del debito stesso, cosa che le prospettive sul Pil italiano non lasciano sperare. Il 2019 si prevede una crescita dal +0,6% (stime Fondo Monetario) al -0,2% (stime Ocse). Ovvio quindi che il nostro debito pubblico in un orizzonte che va fino al 2023 «non è sostenibile».
Al European House-Ambrosetti fa eco l’Abi che per bocca del suo presidente Patuelli conferma che il debito pubblico è il problema principale e che “quando il debito pubblico era infimo, l’Italia raggiunse il miracolo economico”.
All’assemblea dell’Abi era presente anche il Governatore della Banca d’Italia che ha sottolineato la necessità per l’Italia di dotarsi di “una strategia credibile per la riduzione del peso del debito pubblico”.
Insomma non si scappa dall’assioma: alto debito pubblico = bassa crescita. Cioè che è l’alto debito a creare le condizioni della bassa crescita il che assomiglia molto alla legge di Say. Un assunto ovvio nelle Università e nella vita economica dell’Ottocento per cui l’offerta creava la domanda.
Ci volle Keynes per spostare l’attenzione sulla domanda, per poi arrivare a Roosvelt e al suo New Deal e anche al piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale. Il concetto era, ed è, che se non si crea la possibilità di spendere difficilmente si potranno comprare i beni prodotti e che lo Stato deve intervenire in fase anti ciclica e quindi investire (cioè spendere) oggi per raccogliere domani.
Quindi, se non si aumentano i deficit statali e si continua invece a tagliare gli investimenti al fine di diminuire il debito pubblico, non ci potrà mai essere crescita. Tantomeno crescita strutturale, cioè quella programmata e stabile. A meno che non ci si riferisca alla crescita degli indici di borsa, che ovviamente hanno un loro schema molto diverso da quello delle esigenze degli Stati, oppure ci si riferisca alla crescita finanziaria e speculativa, la quale ha certamente bisogno di stabilità ma intesa come tutela del capitale, quindi bassa inflazione, debiti pubblici controllati dallo spread e non dalle banche centrali e mobilità dei capitali.
L’attenzione perversa sui debiti pubblici sta bloccando non solo la crescita dei pil nazionali, il che potrebbe anche essere sopportabile da molti punti di vista. Sta destabilizzando i diritti sociali dei popoli che devono sopportare in nome degli equilibri di bilancio stagnazione dei salari e alta disoccupazione strutturale.
Dalle crisi del 2008 e del 2011 in nome di questa assurda lotta al debito in Italia siamo passati in Italia da 1.5 milioni di poveri a 5 milioni, abbiamo contratto i prestiti alle aziende causando una micidiale sequenza di fallimenti, abbiamo reso le banche vulnerabili a qualsiasi soffiare di vento e abbiamo reso ancora più indipendenti quegli organi che dovrebbero tutelarci, le banche centrali, e ovviamente ancora più pregnanti sulla nostra quotidianità la volubilità delle borse valori e delle operazioni finanziarie.
La disuguaglianza è esplosa perché si sta pretendendo che tutti i cittadini siano uguali, ugualmente responsabili del debito dello stato e ugualmente chiamati a ripagarlo nonostante questo sia qualcosa mai successo nella storia degli stati. Il debito pubblico non va ripagato ma solo reso sostenibile e per renderlo sostenibile a volte potrebbe essere utile farlo crescere perché è una forma di investimento per il futuro. E lo sanno anche i mercati.
Ma ovviamente la realtà non interessa a chi propaganda questi messaggi perché loro sanno di non essere uguali agli operai dell’Ilva o alla cassiera della Coop e nemmeno al “fortunato” impiegato pubblico. Loro sono altro, e lavorano consapevolmente o inconsapevolmente per le disuguaglianze, per l’accentramento del potere che si rafforza anche attraverso falsi allarmi e l’idea di una uguaglianza che non esiste.
E che il problema non sia il debito ma ben altro ce lo insegna il Giappone. Nonostante questi abbia il 260% di debito pubblico in rapporto al Pil, i mercati hanno mostrato per due decenni un’incrollabile fiducia nella capacità del governo di onorare i propri impegni. Dopo 30 anni di crescita lenta e di contrazione demografica in atto, i mercati globali vedono lo yen giapponese come un porto sicuro e ogni volta che cresce l’avversione al rischio, lo yen tende ad apprezzarsi.
Oggi la crisi non è più economica. L’economia è diventata un catalizzatore di confusione, un modo per evitare di parlare di sociale e di politica. Si tende ad incolpare elementi senz’anima come i mercati e la speculazione se mancano i posti negli ospedali, si arriva al massimo ad incolpare qualche politico per episodi di corruzione ma non si va mai a fondo, non si aggredisce la struttura e le regole che permettono tutto questo perché i guardiani del sistema sono molto più potenti di Salvini o di Renzi o di Di Maio. E depistano.
Di Maio potrà persino arrivare a cambiare la Costituzione ma non riuscirà mai a togliere dalle mani dei grandi interessi le armi del potere e quindi fare le riforme necessarie: nazionalizzazione delle banche centrali e messa in sicurezza dei debiti pubblici, controllo delle banche commerciali e loro separazione dalle banche d’affari e tutela dei risparmi insieme alla gestione del credito, intervento statale in funzione anti ciclica attraverso il controllo degli asset strategici nazionali.

L’economia capovolta

Nell’era dei tassi zero gli investitori pagano per investire in titoli di stato.
Fino a poco tempo fa si parlava di una normalizzazione della politica monetaria. Sembrava si stesse ritornando a tassi di interesse positivi e archiviando definitivamente il programma di quantitative easing, cioè di quello stimolo monetario da 2.600 miliardi di euro emessi dalla Bce a favore delle banche con la speranza che queste aumentassero i prestiti a famiglie e aziende il che avrebbe aumentato la liquidità in circolazione e riportato un po’ di inflazione.
Di seguito possiamo apprezzare l’imponenza del programma e la produzione di moneta effettuata dalla Bce

La maggior parte è stata utilizzata per l’acquisto di titoli di stato nel mercato secondario, tra il 9 marzo 2015 e il 19 dicembre 2018 infatti, l’Eurosistema ha effettuato acquisti netti di titoli del settore pubblico (Pspp in blu). Il resto è stato utilizzato per acquisti di obbligazioni societarie nel settore aziendale (Cspp in giallo tra l’8 giugno 2016 e il 19 dicembre 2018), per acquisti di titoli garantiti da attività (Abspp in verde tra il 21 novembre 2014 e il 19 dicembre 2018 e per acquisti di obbligazioni garantite (Cbpp3 in rosso tra il 20 ottobre 2014 e il 19 dicembre 2018).
Tutto sembrava sul punto di essere archiviato, almeno fino a qualche giorno fa. Poi Mario Draghi ha dichiarato a Sintra in Portogallo, dove si trovava per il simposio delle banche centrali: “Il programma di acquisto di asset (appunto il quantitative easing, ndr) ha ancora uno spazio considerevole … Ulteriori tagli dei tassi e misure per mitigare qualsiasi effetto collaterale continuano a far parte degli strumenti a nostra disposizione. In assenza di un miglioramento, al punto che sia minacciato il ritorno di un’inflazione sostenibile ai livelli desiderati, sarà necessario un ulteriore stimolo”.
Quindi si apre la strada ad un’eventuale nuovo programma di acquisto di Titoli di Stato sul mercato secondario, ovvero quelli detenuti dalle banche, oltre che mantenere la linea dei tassi zero. La Fed, dal canto suo, paventa un taglio dei tassi dello 0,25% dall’attuale 2,5%, facendo di fatto cadere l’annuncio di novembre scorso relativo ai due aumenti programmati per il 2019.
Operazioni che indicano il cattivo stato dell’economia, o almeno quello che le banche centrali si aspettano sarà il trend, per cui corrono ai ripari e si preparano al peggio. Nel frattempo si è registrata una fuga dal mercato azionario e, come riporta Ilsole24ore nelle sue analisi, da inizio anno i fondi obbligazionari hanno raccolto 199 miliardi di dollari netti di sottoscrizioni a fronte di riscatti per 151,9 miliardi di dollari dei fondi azionari. Non si è mai vista prima d’ora una rotazione di portafoglio tanto marcata stando a un’elaborazione di Bank of America Merrill Lynch.
In pratica una conferma da parte degli investitori che quando percepiscono segnali negativi tendono a dirigersi su asset ritenuti più sicuri, anche a costo di non guadagnare, che è sempre meglio che rischiare di perdere. Ed infatti molte obbligazioni e titoli di stato non pagano interesse. Il bund tedesco, ad esempio, è sceso a – 0,33% e in generale ci sono quasi 13mila miliardi di dollari di titoli che, a scadenza, ripagano l’investitore con una cifra inferiore al capitale iniziale, cioè vale a dire che gli investitori pagano per prestare i loro soldi. Un quinto degli oltre 53.500 miliardi della capitalizzazione mondiale dei bond non paga interessi.
Bisogna tener presente che in genere vengono indicati i tassi nominali, cioè non depurati dell’inflazione. I tassi reali sono infatti sottozero da anni. In Europa, ad esempio, solo Italia e Grecia oggi pagano tassi reali positivi insieme a un buon numero di Paesi emergenti
E questo succede quando il sentiment è negativo. Guerra dei dazi, incertezze geopolitiche e atteggiamento prudente da parte delle banche centrali creano una certa avversità al rischio e all’investimento in generale. Quando ci si aspetta che le cose peggiorino si assume un atteggiamento attendista e ci si rivolge al mondo obbligazionario. Meglio avere in tasca un titolo di stato piuttosto che detenere altre forme di investimento, seppur potrebbero sembrare più redditizie. Un po’ come confermare che gli investitori, quelli seri, sanno perfettamente che uno Stato ripaga sempre il suo debito. Tanto convinti che sono pronti a rimetterci dei soldi pur di avere i loro titoli in portafoglio.
Più che economia, in fondo, è psicologia.

I minibot spiegati in modo chiaro

Per comprendere i minibot è necessario comprendere ciò che viene prima.
Un’economia è la somma delle transazioni che la costituiscono. Una transazione non è altro che uno scambio di merce o servizio all’interno di un sistema economico.
Le transazioni avvengono all’interno di un determinato mercato e poiché esistono diversi tipi di mercato (ad esempio frutta, azioni o valute vengono scambiati all’interno dei loro rispettivi mercati) è la loro somma che costituisce l’economia.
Ad effettuare le transazioni sono i cittadini e le imprese oppure le banche e lo Stato. Tutti scambiano, i cittadini comprano scarpe dal calzolaio ma anche lo Stato compra anfibi per le sue Forze Armate. Le banche comprano scrivanie per i loro impiegati e vendono consulenze allo Stato. I cittadini sono impiegati dalle imprese, dalle banche e dallo Stato e da essi ricevono uno stipendio oppure acquistano dei servizi. Tutto avviene all’interno del sistema economico, viene conteggiato sotto il nome di Prodotto Interno Lordo e questo viene poi messo in relazione al debito pubblico dello Stato.
Per convenzione si è deciso qualche millennio fa di effettuare questi scambi, queste transazioni, utilizzando un mezzo denominato moneta.
La moneta più vicina alla nostra comprensione è il biglietto da 5 fino a quello da 500 euro oppure le monete in circolazione che vanno da 1 cent. a 2 euro. Quando invece paghiamo la camicia nuova con il bancomat stiamo utilizzando il nostro conto corrente, moneta elettronica insomma. Attraverso un sistema di compensazione il nostro conto corrente diminuirà di 100 euro mentre quello del negoziante aumenterà dello stesso importo.
Del primo tipo di moneta, cartaceo e metallico, ne viene emesso davvero poco rispetto all’economia in cui viene immesso, ed è autorizzato a farlo solo una Banca Centrale.

Come si può vedere dal grafico (fonte Banca d’Italia) in questo momento ne abbiamo in circolazione poco più di 181 miliardi. Somma che è conteggiata come passivo e quindi debito pubblico. Per intenderci, il debito dello Stato italiano ammonta a 2.315 miliardi comprensivo della moneta cartacea e metallica di cui sopra. Se togliessimo dalla circolazione quei soldi il debito pubblico scenderebbe di 181 miliardi portando il suo rapporto con il Pil al 123%, più o meno.
Chiaramente si potrebbe anche pensare di non toglierli dalla circolazione ma, per esempio, restituirle alla Bce e decidere di immettere nel nostro sistema economico la stessa cifra senza però conteggiarla come debito, magari seguendo le orme delle 500 lire create qualche decennio fa da Aldo Moro. Ma questo non è possibile perché l’emissione di moneta a “corso forzoso” oggi può farla solo la Bce. A corso forzoso vuol dire che una volta emessa tutti i cittadini devono accettarla in pagamento delle obbligazioni che sono insite in ogni transazione. Pago 1 euro per estinguere l’obbligazione contratta quando ho chiesto il quotidiano all’edicolante.
Riepilogando, fino ad adesso abbiamo individuato due tipi di moneta utile per le transazioni e quindi per tenere in piedi l’economia: quella della Bce e quella elettronica che si muove attraverso il sistema bancario delle compensazioni.
La parte più importante dell’economia è costituita da una terza forma di moneta: il credito.
Il credito compare quando si ha voglia di comprare qualcosa che normalmente non potremmo permetterci tipo una casa, un’auto o una ristrutturazione dell’appartamento. Si chiede un prestito ad una banca che eroga appunto quella forma di moneta che si chiama credito e che quando arriva al richiedente diventa debito.
Questa transazione, richiesta credito, si chiude alla restituzione del prestito più gli interessi. Nel frattempo quel credito permette al debitore di effettuare un certo numero di transazioni e ogni volta che lui spende crea un reddito per chi gli avrà venduto qualcosa. Il credito, quindi, permette di muovere l’economia, permette le transazioni. Permette che queste continuino e non si fermino causando una crisi (economica).
La somma di tutti i crediti delle banche diventa sostanzialmente l’ammontare complessivo del debito privato dei cittadini e delle imprese.
In ogni caso quando una persona, o un soggetto qualsiasi, all’interno del sistema economico di riferimento, spende, questa spesa diventa reddito per qualcun altro.
Il credito è dunque creato dalle banche che, se lasciate a se stesse o al mercato e ai cicli economici, lo faranno in funzione dei propri interessi e solo quando l’economia va bene. Questo per assicurarsi di rientrare di quanto emesso e relativi interessi, il che non è sbagliato ovviamente.
Quando il ciclo è positivo, è soprattutto il credito ad oliare il circuito e a farlo scorrere regolare, le transazioni avvengono e la produttività generale cresce. Alcuni vendono e altri acquistano. Alcuni producono e altri usufruiscono volentieri di quanto prodotto.
È importante dunque che le persone spendano, che abbiano abbastanza moneta in tasca o in banca o sotto il materasso per poterla utilizzare, perché il fine è far girare l’economia, non la moneta utilizzata per farla girare. La spesa di qualcuno diventa reddito per altri che a loro volta potranno spendere ed acquistare alimentando positivamente il ciclo. Fino a quando l’olio finisce o scarseggia e la macchina si inceppa, ovvero fino a quando si entra in un ciclo economico negativo (crisi economica).
Spero a questo punto di aver chiarito alcuni aspetti della faccenda, ovvero: l’economia si basa sugli scambi, per fare gli scambi in un sistema economico basato sulla moneta è fondamentale avere… moneta. Tutta la moneta che viene fornita ai cittadini è a debito, crea debito pubblico oppure debito privato. Comunque crea debito. E per avere moneta qualcuno la deve fornire, magari con regolarità, oppure preoccuparsi di controllare che il flusso sia regolare.
Poi abbiamo compreso che la moneta esiste sotto varie forme e che tutte quelle attuali sono debito ma anche reddito e che tutte servono allo stesso scopo: permettere gli scambi. Inoltre, che i cittadini e le imprese non possono creare moneta ma solo spostarla.
Io spererei che avessimo chiarito implicitamente anche un altro aspetto: la moneta non ha un valore in sé ma serve in funzione di qualcosa, ha uno scopo che è quello di far girare l’economia. E che l’economia è la somma delle transazioni che avvengono in un determinato sistema economico, cioè le transazioni determinano il Pil di una Nazione.
E ai più attenti non sarà sfuggito che il fine ultimo di tutti queste parole che ho scritto è per dimostrare che ciò di cui un popolo necessita è la produttività generale del sistema, cioè produrre beni e servizi da potersi poi scambiare, perché ognuno di noi non è autosufficiente. Il fine non è la moneta, il mezzo di pagamento, ma la possibilità di avere accesso a beni e servizi prodotti. Di poterseli scambiare.
Se riusciamo ad avere un punto di partenza accettato da tutti, cioè se riusciamo ad essere semplicemente logici, allora possiamo passare al punto successivo e che ci riporta al titolo di questo articolo: i minibot.
Non è importante se i minibot creino debito pubblico o meno, perché non è la domanda giusta da porsi. L’importante è uscire dalla crisi economica e quindi fornire ai cittadini un mezzo che possa far riprendere gli scambi. Un mezzo che possa rendere accessibile i beni prodotti a chi li vorrebbe acquistare. Se si accettasse semplicemente il presupposto dei minibot poi si potrebbero sviluppare i Certificati di Credito Fiscale, se dovessero piacere di più. Oppure tante monete complementari secondo gli insegnamenti dell’economista belga Bernard Lietaer. Ma anche sviluppare un sistema completamente nuovo e proposto addirittura dal Pd o da Forza Italia.
Oggi il problema non sono i minibot, ed è totalmente inutile andare ad analizzare se possano creare debito o meno oppure se siano simili ai soldi del monopoli, come dice qualcuno. Perché qualsiasi moneta è tale se viene accettata come pagamento, come diceva l’economista Nando Ioppolo. Ma se devo preservarmi la possibilità di poterla utilizzare a mia volta, allora deve essere lo Stato a darle validità. Quindi la deve accettare in pagamento delle tasse, cosa che in questo caso sarebbe garantito. E se lo Stato accettasse in pagamento delle tasse i soldi del monopoli allora anche questi sarebbero buoni per acquistare le scarpe o la frutta.
Sarebbe invece carta straccia la banconota firmata da Draghi se non fosse garantita dallo Stato. Ricordate quando con i gettoni telefonici ci si poteva comprare il gelato? Succedeva perché poi le persone li accettavano come resto, e perché tutti, prima o poi, entravamo in una cabina telefonica per telefonare ridandoli alla Sip (Società Italiana Per le Telecomunicazioni).
Creano debito? Crea debito pubblico la moneta emessa da Draghi, eppure non ci poniamo il problema. E creano debito tutte le monete che devono essere restituite a qualcuno ma non abbiamo mai pensato di farle emettere direttamente dallo Stato. Ci sono debiti che accettiamo e altri che rifiutiamo, chiediamoci il perché e rivediamo le nostre priorità. Magari la nuova scoperta ci piacerà.
Come scrive l’economista Marco Cattaneo, “Sì, i minibot possono creare debito.”
“Ma non secondo Maastricht Debt,” continua, “che è l’unico rilevatore per i parametri di controllo presi in considerazione nell’ambito dell’Eurozona.”
Lo creerebbero per perdita di gettito fiscale se chi lo ricevesse lo utilizzasse immediatamente per pagarci le tasse, ma a questo punto lo Stato lo potrebbe cedere ad altri per tentare di far partire il ciclo.
Di sicuro non sono illegali perché circolerebbero su base volontaria aggirando i vincoli della Bce.
Ma se solo la Bce può creare moneta, se gli Stati devono attenersi scrupolosamente ai parametri europei e se le banche devono essere libere di creare credito allora vuol dire che non si può oliare il circuito economico e quindi permettere all’economia di risollevarsi attraverso l’aumento delle transazioni. Quindi si sta legalizzando la crisi economica e rendendo illegale cercare vie d’uscita. Ed è questo che dovrebbe sembrare pazzesco, di questo si dovrebbe parlare.
Smettiamo di chiederci se i minibot creano debito o se sono moneta. Sono discorsi inutili e non portano a niente se non alla confusione e all’inasprimento dei rapporti sociali. Chiediamoci piuttosto se vogliamo uscire o meno dalla crisi.
E se qualcuno pensa che si possa farlo senza un intervento degli stati e delle banche centrali allora ci sta prendendo in giro. Perché è vero che potremmo farlo. Seguendo la strada indicata dai mercati, dallo spread e dalla finanza: l’austerity e i sacrifici (nostri). Possiamo continuare a vivere immersi in cicli economici altalenanti e distruttivi e soprattutto continuare a spostare sempre più ricchezza reale dalla maggioranza dei cittadini ad uno sparuto gruppo che muove i fili e ci dà in pasto argomenti come: i minibot creano debito?
Potremmo… ma vogliamo veramente farlo?

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